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Discussione: l'Indipendensa

  1. #311
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    L'analisi di Oneto, giusta, mi sembra anche un tirare la volata in senso autoreferenziale.
    Esca un po' dal suo anonimato politico, pesti i pugni e si metta in prima fila.

    I barbari con le scope lo accetteranno sicuramente.

    Detto questo, pur criticando i familismi della prima lega e le cessioni di quota a terry -improponibili- anche nella fisionomica, che dire della portavoce del capo dei barbari???

  2. #312
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Marco o Marko Polo è e resta veneziano. Il resto poco importa
    di GILBERTO ONETO

    Quella su Marco-Marko Polo è una polemica estiva che è riuscita ad appassionare solo Gianantonio Stella all’interno della brodaglia fascio-comunista che ormai pervade la cultura ufficiale italiana. Qualcuno si indigna perché i croati scrivono Marko con la kappa e sostengono che il viaggiatore fosse nato a Curzola (Kurčula) e fosse perciò croato.
    I Polo erano una famiglia veneziana, forse proveniente da Sebenico, forse semplicemente rimasta in Dalmazia per qualche tempo, dove – sempre forse – sarebbe nato Marco. Non ci sono documenti ufficiali e perciò non sapremo mai se fosse davvero nato a Curzola o a Venezia, come si è sempre detto. E chi se ne frega! Cosa importa il luogo di nascita: è risaputo che Marco Polo fosse veneziano e tanto basta. Anche Barcellona e una mezza dozzina di altri posti si contendono i natali di Cristoforo Colombo ma nessuno mette in dubbio – per quel che conta – la sua ligusticità. I croati hanno fatto della presunta casa natale di Polo un museo a lui dedicato e se ne vantano: fanno solo bene. Significa che sono orgogliosi che il Polo sia nato a Curzola e questo è buon segno. Se poi porta loro anche qualche vantaggio turistico, tanto meglio. La Dalmazia è una terra straordinaria per storia e per bellezza. In passato ha tratto grandi vantaggi – con l’Istria – dall’essere punto di incontro fra cultura diverse, luogo di tranquilla coabitazione di genti diverse sotto il benevolo stendardo del Leone di San Marco. Venezia non ha mai fatto distinzione fra i suoi cittadini: veneti, lombardi, croati, sloveni, friulani, serbi, albanesi, greci o altro erano tutti veneziani. Lì si potevano davvero vedere i frutti della multiculturalità vera e buona, quella legata all’antica condivisione della stessa terra, non la convivenza laida, violenta e disgregatrice che viene oggi imposta con l’immigrazione, la multiculturalità di nessuna culturalità che tanto piace agli intellettuali come lo Stella.
    I guai della Dalmazia sono nati con la fine della Serenissima e poi dell’Impero asburgico che l’ha sostituita per un po’. Sull’Istria e sulla Dalmazia si sono accaniti due nazionalismi inventati e maneschi, quello jugoslavo e quello italiano. Spiace dirlo ma il peggiore è stato quello italiano che ha cercato di italianizzare a tutti i costi quelle terre facendo disastri di ogni genere e scatenando reazioni violente e contrarie. Non serve ricordare vicende molto dolorose e tristi, basterà prendere atto che, alla fine dello scontro, il Litorale è rimasto molto compattamente sloveno e croato, e la componente veneta e istro-veneta è stata ridotta ai minimi termini.
    Oggi si critica la pretesa un po’ ridicola di far passare Polo per croato, ma nessuno ha avuto da eccepire quando lo si è fatto passare (e si continua a farlo) per italiano. Se è burocraticamente corretto dire che Curzola sia un’isola croata (nessuno può negare che faccia parte dello Stato croato), è sicuramente sciocco negare la sua tradizione veneziana, come era cretino definirla città italiana. La Dalmazia “italianissima” di Gaetano Rapagnetta (in arte Gabriele D’Annunzio) era una pirlata molto più grossa del nazionalismo un po’ patetico di taluni croati di oggi. La stirpe dei coglioni è vasta e prolifica. Anche quella degli esponenti della kultura, con la kappa come il Marko croatizzato.
    Dovrebbe invece essere segno di speranza e di riflessione prendere atto che il nome di battesimo Marco sia ancora oggi uno dei più diffusi in Istria e Dalmazia. E non è certo in omaggio a una moneta, né in ricordo del Polo. É straordinario constatare come, dopo più di un secolo di oppressioni nazionaliste, sanguinose buffonate fasciste e comuniste, pulizie etniche e altro, la grande forza identitaria di queste terre affiori, anche con rivendicazioni cariche di sentimentalismo e di orgoglio localistico come quella di Polo a Curzola. Gli autonomisti non possono che esserne rincuorati: è morta la Jugoslavia, morirà (si spera presto) l’Italia, si ridimensionerà anche la Croazia e resterà, eterna e bellissima, la Dalmazia con tutto il suo fascino e le sue specificità. Con i suoi leoni e i suoi Marco. O Marko, poco importa.

    22 Agosto 2012

    Marco o Marko Polo è e resta veneziano. Il resto poco importa | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  3. #313
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Marco o Marko Polo è e resta veneziano. Il resto poco importa
    di GILBERTO ONETO

    Quella su Marco-Marko Polo è una polemica estiva che è riuscita ad appassionare solo Gianantonio Stella all’interno della brodaglia fascio-comunista che ormai pervade la cultura ufficiale italiana. Qualcuno si indigna perché i croati scrivono Marko con la kappa e sostengono che il viaggiatore fosse nato a Curzola (Kurčula) e fosse perciò croato.
    I Polo erano una famiglia veneziana, forse proveniente da Sebenico, forse semplicemente rimasta in Dalmazia per qualche tempo, dove – sempre forse – sarebbe nato Marco. Non ci sono documenti ufficiali e perciò non sapremo mai se fosse davvero nato a Curzola o a Venezia, come si è sempre detto. E chi se ne frega! Cosa importa il luogo di nascita: è risaputo che Marco Polo fosse veneziano e tanto basta. Anche Barcellona e una mezza dozzina di altri posti si contendono i natali di Cristoforo Colombo ma nessuno mette in dubbio – per quel che conta – la sua ligusticità. I croati hanno fatto della presunta casa natale di Polo un museo a lui dedicato e se ne vantano: fanno solo bene. Significa che sono orgogliosi che il Polo sia nato a Curzola e questo è buon segno. Se poi porta loro anche qualche vantaggio turistico, tanto meglio. La Dalmazia è una terra straordinaria per storia e per bellezza. In passato ha tratto grandi vantaggi – con l’Istria – dall’essere punto di incontro fra cultura diverse, luogo di tranquilla coabitazione di genti diverse sotto il benevolo stendardo del Leone di San Marco. Venezia non ha mai fatto distinzione fra i suoi cittadini: veneti, lombardi, croati, sloveni, friulani, serbi, albanesi, greci o altro erano tutti veneziani. Lì si potevano davvero vedere i frutti della multiculturalità vera e buona, quella legata all’antica condivisione della stessa terra, non la convivenza laida, violenta e disgregatrice che viene oggi imposta con l’immigrazione, la multiculturalità di nessuna culturalità che tanto piace agli intellettuali come lo Stella.
    I guai della Dalmazia sono nati con la fine della Serenissima e poi dell’Impero asburgico che l’ha sostituita per un po’. Sull’Istria e sulla Dalmazia si sono accaniti due nazionalismi inventati e maneschi, quello jugoslavo e quello italiano. Spiace dirlo ma il peggiore è stato quello italiano che ha cercato di italianizzare a tutti i costi quelle terre facendo disastri di ogni genere e scatenando reazioni violente e contrarie. Non serve ricordare vicende molto dolorose e tristi, basterà prendere atto che, alla fine dello scontro, il Litorale è rimasto molto compattamente sloveno e croato, e la componente veneta e istro-veneta è stata ridotta ai minimi termini.
    Oggi si critica la pretesa un po’ ridicola di far passare Polo per croato, ma nessuno ha avuto da eccepire quando lo si è fatto passare (e si continua a farlo) per italiano. Se è burocraticamente corretto dire che Curzola sia un’isola croata (nessuno può negare che faccia parte dello Stato croato), è sicuramente sciocco negare la sua tradizione veneziana, come era cretino definirla città italiana. La Dalmazia “italianissima” di Gaetano Rapagnetta (in arte Gabriele D’Annunzio) era una pirlata molto più grossa del nazionalismo un po’ patetico di taluni croati di oggi. La stirpe dei coglioni è vasta e prolifica. Anche quella degli esponenti della kultura, con la kappa come il Marko croatizzato.
    Dovrebbe invece essere segno di speranza e di riflessione prendere atto che il nome di battesimo Marco sia ancora oggi uno dei più diffusi in Istria e Dalmazia. E non è certo in omaggio a una moneta, né in ricordo del Polo. É straordinario constatare come, dopo più di un secolo di oppressioni nazionaliste, sanguinose buffonate fasciste e comuniste, pulizie etniche e altro, la grande forza identitaria di queste terre affiori, anche con rivendicazioni cariche di sentimentalismo e di orgoglio localistico come quella di Polo a Curzola. Gli autonomisti non possono che esserne rincuorati: è morta la Jugoslavia, morirà (si spera presto) l’Italia, si ridimensionerà anche la Croazia e resterà, eterna e bellissima, la Dalmazia con tutto il suo fascino e le sue specificità. Con i suoi leoni e i suoi Marco. O Marko, poco importa.

    22 Agosto 2012

    Marco o Marko Polo è e resta veneziano. Il resto poco importa | L'Indipendenza
    Stella è un mardano e Oneto ha ragione anche stavolta.



  4. #314
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Caro Stefano, non si può difendere gli “intellettuali organici”

    di GILBERTO ONETO

    Caro Stefano,
    leggo il tuo intervento (LEGGI QUI) con un po’ di stupore perché ha il sapore della difesa d’ufficio.
    Non serviva la premessa dei tuoi meriti e delle tue capacità che tutti ben conoscono: verrebbe facile dire che tu sei l’eccezione che conferma la regola di quanto io ho denunciato. Tu stesso però sembri rinunciare a questa condizione di eccezionalità quando rivendichi di esserti ricavato il tuo spazio “senza pestare i piedi o sgomitare”, che – perdonami – conferma quanto io ho scritto e cioè che per sopravvivere non si deve “disturbare il manovratore”. Tu hai fatto cose egregie che – perdonami di nuovo – molti altri hanno fatto prima di te e che continuano a fare (se vuoi si può indire la gara a chi ha compilato più faldoni…) ma che nella Lega non hanno trovato l’affettuosa accoglienza che tu dici di avere ricevuto.
    In tanti ci siamo passati e in tanti siamo stati estromessi come corpi estranei e fastidiosi: prima di tutti il professor Miglio e se vuoi – ma non ti serve – posso fare un elenco lunghissimo di gente appena meno illustre che ha subito lo stesso trattamento da “flatulenza nello spazio”. Io in Lega ci sono rimasto vent’anni – dal 1986 al 2006 – e ho fatto un sacco di cose senza chiedere cadreghe, presidenze, consigli d’amministrazione o riconoscimenti d’altro genere. Ho avuto per questo mio impegno un sacco di rogne professionali, personali e anche giudiziarie ma non me ne lamento visto che faceva parte delle regole del gioco. Quello che invece proprio non va giù è il trattamento ricevuto dal movimento: insulti, insinuazioni, pesci in faccia, badilate di merda che mi sono arrivati non in quanto Oneto, ma in quanto portatore e sostenitore di idee, operatore culturale o, se vuoi, anima critica. Una triste sensazione di scomodità che si aggiunge a quella di inutilità: fare cultura nella Lega era come essere esperto di gnocca all’Arcigay.
    Magari è colpa mia, ho un brutto carattere (evviva Miglio che ne aveva uno anche peggiore!), non mi so adattare, non so stare zitto. Però sono molto fermamente convinto che il ruolo di un “intellettuale” (mi scuso del termine ma è tanto per capirci) sia quello di stimolare le coscienze, di alzarsi in piedi davanti alle pirlate culturali, alle ingiustizie, agli errori politici e alle vaccate morali e dire a voce alta quello che pensa, anche il suo totale dissenso se occorre. Vedi, io non ho il tuo buon carattere, e davanti al tradimento degli ideali indipendentisti, davanti alle peggiori tavanate spacciate per interpretazioni storiche, davanti a un familismo e nepotismo addirittura più stupidi che amorali, davanti ad alleanze mefitiche, alla CrediEuroNord, ai prati, villaggi, e a tutto il resto, non sono riuscito a stare zitto.
    Il dovere di un “intellettuale” (ma anche di ogni credente e militante) è di assumere una posizione morale. In tanti l’hanno fatto, ma se fossero stati molti di più quelli che si sono alzati incazzati invece di “ricavarsi il loro spazio”, forse la mezza rivoluzione delle scope sarebbe scoppiata prima. Io sono uscito dalla Lega ma ho sempre continuato a fare quello che facevo prima: scrivere, fare conferenze, pubblicare libri eccetera, spesso con l’ostilità di chi avrebbe potuto (e dovuto) trarne i massimi vantaggi se solo non fosse stato in totale mala fede e anche poco furbo. Ma sono ancora qui e assieme ad altri reprobi come me abbiamo fatto funzionare “La Libera Compagnia”, “Terra Insubre”, abbiamo pubblicato libri, tenuto vivo il dibattito e anche creato questo meraviglioso strumento di libertà che è “L’Indipendenza”. Tutto senza avere un soldo, un aiuto di alcun genere: senza i finanziamenti dati ai mezzi di informazione del partito o a cento associazioni fasulle.
    In tutto questo tempo ci siamo presi dei “nemici di Bossi”, degli agenti dei servizi segreti, dei comunisti, dei fascisti, degli affossatori della Lega (che – si è visto dopo – erano quelli che accusavano noi di esserlo). Oggi qualcosa sta cambiando e guardo con interesse a quel che succede: credo che Maroni sia una persona per bene e la sua voglia di pulizia e rinnovamento sincera. Mi rendo però anche conto che la sua naturale prudenza non venga scoraggiata proprio dall’essere circondato da gente di scarsa qualità e da un’orda di cortigiani cresciuti nel più assoluto prossenetismo. Con lui ci sono persone capaci ma si tratta di un finora sparuto manipolo di mosche bianche. I leccaculi sono leccaculi con ogni culo che incontrano e quindi si adatteranno al nuovo corso: bisognerà vedere se la voglia di cambiamento riuscirà a prevalere sulla vischiosità della conservazione, se il gruppo dei bravi crescerà a danno del gruppone dei ligera.
    Maroni in ogni caso merita fiducia, ha diritto a una possibilità ed è giusto che tutte le persone di buona volontà lo aiutino o quanto meno non lo ostacolino. Io e gli amici di questo giornale siamo pronti a fare come sempre la nostra parte se il progetto ci sembra giusto, ma nessuno ci può fare rinunciare al diritto di criticare quello che non va, pungolare, segnalare le incertezze e gli errori. Se Maroni e la nuova Lega sapranno capire, apprezzare e addirittura incoraggiare questo ruolo di anima critica hanno delle speranze e, soprattutto, mostreranno di essere profondamente diversi dal leninismo all’amatriciana di chi li ha preceduti e dalla stomachevole melassa di cortigiani, pompinari e incapaci che lo osannava. L’accusa di essere “servi di Maroni” ci (mi) è già arrivata ma ci (mi) fa un baffo.
    Le cose possono cambiare solo se la svolta è profonda: non è solo un problema di persone, ma di modi di agire, pensare e rapportarsi con il mondo. Chi ha idee e cultura (o anche solo crede di averne) deve proporle senza servilismi, deve mettersi a disposizione per lavorare ma anche attrezzarsi a criticare con durezza ogni tentennamento o errore. Questo era il senso dell’articolo che tu hai voluto commentare. Ti sembra davvero opportuno che in un momento così uno come te invece difenda in qualche modo il ruolo dell’intellettuale “organico”, di chi – nascosto dietro la pretestuosa differenza fra il piano politico e quello culturale – sia disposto ad accettare tutto o a far finta di non vedere? Non serve contentarsi di coltivare la propria parrocchietta, di fare cultura identitaria nonostante le sventatezze della politica. Bisogna costringere la (nostra) politica a muoversi sui ritmi della cultura identitaria. I piedi bisogna pestarli e come!
    Con antica amicizia.

    23 Agosto 2012

    Caro Stefano, non si può difendere gli “intellettuali organici” | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  5. #315
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Piove sul “Bagnasco”: la parte peggiore del pensiero cattolico
    di GILBERTO ONETO

    Non è la prima volta che il cardinale Bagnasco fa il patriota ma questa volta ci ha proprio dato dentro. A una festa religiosa al santuario ligure di monte Figogna, invece di occuparsi di temi di sua competenza e inerenti l’occasione, il cardinale ha fatto un bel comizietto patriottico nel quale testualmente ha incitato i fedeli-confratelli- camerati a «stringere i ranghi dell’amore al Paese» perché «prima di qualunque, pur legittima, bandiera particolare viene la bandiera della Nazione». La maiuscolatura è nostra ma è coerente con lo spirito della festosa liturgia che – corre voce – non si sia conclusa con un “Amen”, ma con un più virile “Eja, eja, Alalà!”
    Davanti alle tristi vicende in cui si dibatte la politica italiana, il cardinale avrebbe potuto starsene tranquillo scegliendo di non mescolare il suo ruolo di pastore con la bassa cucina della politica. Invece ha deciso di prendere una posizione così precisa e partigiana. Perché? Proviamo a capire quali possano essere le motivazioni che lo hanno spinto ad agitare gagliardetti invece che turiboli.
    1 – Non vuole turbare gli equilibri e i collaudati meccanismi che consentono la tranquilla navigazione della Chiesa italiana e che questa ha saputo costruire in 150 anni di paziente lavoro dopo le devastazioni del ciclone risorgimentale?
    2 – È cresciuto in una famiglia patriottica, il nonno era un Cavaliere di Vittorio Veneto, è un tifoso della Nazionale di calcio e si commuove fino alle lacrime quando sente l’Inno di Mameli?
    3 – Credeva di essere a un raduno di alpini?
    4 – È massone?
    5 – Non gli fanno un baffo la patria, il tricolore e tutto il resto ma è solo giustamente preoccupato per l’Imu e per l’8 per mille?
    Nessuna di queste spiegazioni è particolarmente nobile, e la loro somma non le rende migliori.
    Forse però avrebbe anche potuto (e dovuto) assumere un’altra posizione che – ci permettiamo sommessamente di suggerire – sarebbe stata assai più coerente con la storia migliore e con la tradizione della Chiesa e anche con il suo travagliato rapporto con lo Stato italiano. Non dovrebbe essere necessario ricordare al cardinale che la prima vittima dell’unità risorgimentale è stata proprio la Chiesa cattolica. Non dovremmo essere costretti a sollecitare la sua memoria sulle Leggi Siccardi, sulle confische, sulle persecuzioni, sulla distruzione dello Stato della Chiesa, sui tanti sacerdoti ammazzati e incarcerati, sui vescovi esiliati e allontanati dalla loro gente. Non dovrebbe essere necessario fargli un ripassino sulle motivazioni ideologiche anticristiane (e non solo anticlericali) dell’intera vicenda risorgimentale, sulle scomuniche a tutti i padri di quella patria che oggi lui esalta. Forse gli servirebbe una rinfrescata sulla vicenda umana di Pio IX e magari anche sulla descrizione che il vescovo americano Martin Spalding aveva redatto sulla vera essenza dell’unità italiana. Se li ricorda Don Bosco e Don Albertario?
    Dovrebbe anche essere inutile ricordargli la perfetta convergenza del pensiero cattolico con la l’aspirazione alla libertà dei popoli e l’autodeterminazione: da Giovanna d’Arco in poi il clero cattolico è stato a fianco delle lotte di liberazione (le ricorda le insorgenze, il cardinale Ruffo, Andreas Hofer?) e più di recente nei processi di indipendenza: dall’Irlanda alla Croazia, a Timor Est, al Sud Sudan.
    Ugualmente superfluo dovrebbe essere rinfrescare il suo ricordo sulla tradizione autonomista e federalista che ha permeato tutta la parte migliore del pensiero cattolico: Don Sturzo, Tommaso Zerbi, Gianfranco Miglio e il vescovo Maggiolini gli dicono nulla? La Chiesa deve essere a fianco del suo popolo e non di chi lo opprime. Ci faccia capire, Eminenza, perché la nostra gente dovrebbe “stringere i ranghi” attorno a chi la tassa, deruba, umilia, a chi vive a sbafo, non garantisce ordine, sicurezza e giustizia, a chi tratta con i mafiosi? Lo Stato italiano non somiglia neppure da lontano a quel Cesare cui il Vangelo invita a dare quel che è di Cesare.
    Quella di porgere l’altra guancia è una scelta di pace e di umiliazione, ma è un gesto che funziona solo a dimensione individuale. Qui ci si chiede di porgere tutte le guance e anche ogni altra parte del corpo. Cardinale Bagnasco da che parte sta? Col lupo o con l’agnello? Temiamo stia con la lupa e – perdoni – non è una bella compagnia.

    31 Agosto 2012

    Piove sul “Bagnasco”: la parte peggiore del pensiero cattolico | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #316
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Intercettazioni al Quirinale, uno stomachevole teatrino presidenziale

    di GILBERTO ONETO

    La vicenda delle intercettazioni telefoniche di Napolitano e la connessa storiaccia di contatti fra i vertici dello Stato e la Mafia (il maiuscolo è per doveroso equilibrio) tocca alti livelli di disgusto e insopportabilità. È stomachevole per la materia del contendere: un pasticciato pot pourri di ruoli di guardie e di ladri, di buoni e cattivi, di formali garanti dell’ordine e della giustizia che limonano con la quintessenza della malavita. È stomachevole perché coinvolge personaggi che vengono tenuti dentro ai lucidati reliquiari della rispettabilità assoluta, che sono ostentati come le più alte icone del diritto, della legalità, come gli osannati e intoccabili totem della sacralità repubblicana. È stomachevole perché è una viscida fiera di ipocrisie, falsità e infingardaggini. È stomachevole, infine, perché sembra fatta apposta per distrarre l’attenzione da problemi più importanti e impellenti: una crisi politico-istituzionale senza precedenti, una catastrofe economica sempre più preoccupante e una devastazione sociale che compromette il buon vivere stesso della comunità.
    La gente “normale” è costretta ad assistere a questa ignobile rappresentazione, a questa commedia recitata da potenti ben pasciuti e ben pagati. La gente “normale” ha altri problemi, necessità e preoccupazioni che occuparsi delle pirlate registrate, dette o scritte di tanti tromboni. Il distacco fra questi cialtroni e il mondo normale si esprime in due modi.
    C’è un baratro morale fra la gente che lavora, che vive la sua faticosa esistenza, che paga le tasse, che subisce inefficienze e soprusi, e questi allegri castaioli strapagati, nullafacenti, fintoni, parassiti e malandrini. La rissa è fra gente che costa a Pantalone cifre enormi, che si prende stipendi, pensioni, gettoni e benefits di ogni genere, quasi sempre senza avere mai fatto un lavoro vero, timbrato un cartellino o essere tornato a casa con le ossa rotte. I commedianti fanno baruffa (o fanno finta di farla) sul palco e la gente è costretta ad assistere e a pagare il biglietto, caro e obbligatorio. La sola libertà concessa è di vomitare purché lo si faccia con rispetto e discrezione. Sennò c’è sempre in agguato il Codice Rocco per difendere dal vilipendio gli invilipendibili per legge. È gente per cui non si può provare simpatia né stima: un goccio di rispetto lo si può far saltare fuori solo ricorrendo alla tarda età dei soggetti o raschiando il fondo del dovere alla cristiana compassione per ogni creatura, anche la più repellente.
    Ma c’è anche un baratro geografico. Presidenti, magistrati, emeriti qualcosa, capi bastone, politiconi e magistratoni, picciotti e giornalistoni: tutti quelli coinvolti in questa urfida vicenda sono figli delle terre solatie del Sud, è tutta roba fermentata al di sotto del Fosso del Chiarone. Tutta la menata si svolge lì: da sopra vengono solo i soldi degli spettatori strapaganti. Ha ragione Vittorio Feltri quando dice di essersi stomacato delle vicende di mafia e di non volerne più sentire parlare. Noi siamo padani ignoranti, gretti ed evasori ma le nostre comunità non hanno mai generato onorate società criminali, generazioni e generazioni di nostri vecchi non hanno mai avuto a che fare con robaccia del genere, e vorremmo non dovercene occupare e vedere i mafiosi solo nei film americani. Eppure siamo costretti a conviverci a causa di una dissennata unità politica che ci obbliga alla forzata convivenza con gente diversa, che ha altre abitudine, valori culturali e visioni del mondo. È stato un errore fatto tanto tempo fa e non vogliamo pagarne le conseguenze per sempre. Tutto il puttanaio mafia-intercettazioni-Stato ha una sua collocazione identitaria che non è la nostra e dalla quale abbiamo tutto il diritto (e anche il dovere) di dissociarci.
    L’Italia unita è nata dall’azione di alcuni sciagurati (nel senso di portatori di sciagure) settentrionali. Chissà che essa oggi non si sgretoli per reazione all’attivismo di altri sciagurati, tutti scrupolosamente meridionali?

    4 Settembre 2012

    Intercettazioni al Quirinale, uno stomachevole teatrino presidenziale | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  7. #317
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Intercettazioni al Quirinale, uno stomachevole teatrino presidenziale
    Ma c’è anche un baratro geografico. Presidenti, magistrati, emeriti qualcosa, capi bastone, politiconi e magistratoni, picciotti e giornalistoni: tutti quelli coinvolti in questa urfida vicenda sono figli delle terre solatie del Sud, è tutta roba fermentata al di sotto del Fosso del Chiarone. Tutta la menata si svolge lì....

    Si scannano, fanno stragi, imbrogli e chi più ne ha più ne metta.....e tutto per i soldi della Padania, e solo per quelli.

    Marziani venuti da un altro mondo.



  8. #318
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Quayag Visualizza Messaggio
    Si scannano, fanno stragi, imbrogli e chi più ne ha più ne metta.....e tutto per i soldi della Padania, e solo per quelli.

    Marziani venuti da un altro mondo.
    Terroni venuti dalla terronia, landa desolata dell'area mediterranea/mediorientale.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  9. #319
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Dalla collaborazione può nascere un vero progetto indipendentista

    di GILBERTO ONETO

    Nelle scorse settimane L’Indipendenza ha lanciato un sondaggio sulle intenzioni di voto dei propri lettori. Hanno risposto in più di 2.200, una cifra più che ragguardevole per una indagine di questo genere: ci sono sondaggisti molto accreditati che lavorano su cifre analoghe, a volte anche inferiori.
    Il risultato è stato sorprendente: 52% di intenzioni di voto per il Movimento Cinque Stelle, 13% alla Lega Nord, il 10% di astensione e schede bianche e nulle, il 9% a movimenti autonomisti locali, l’8% a Forza Evasori e un altro 8% a tutti gli altri messi assieme.
    La cosa merita qualche commento. Accettando come presupposto che chi frequenti il nostro giornale – che ha una linea molto definita – non sia quanto meno pregiudizialmente ostile all’idea di indipendenza della Padania, si deve dedurre che il sondaggio riguardi una frazione ben definita dell’opinione pubblica. Resta perciò escluso un determinato segmento di popolazione presumibilmente più legato alle espressioni politiche e ai partiti tradizionali. Lo stesso va detto per il particolare tipo di strumento: la comunicazione on line è principalmente frequentata da giovani meno facilmente legati alle parrocchie politiche “storiche”. Inoltre chi ha scelto con decisione e coerenza ideologica l’astensione tende a non frequentare più gli organi di informazione in generale, su carta e on line.
    Tutto questo ci fa ipotizzare che sia sovrastimato il dato grillino e che siano invece sottistimati quello dell’astensione e – ovviamente – quello dei partiti tradizionali. Può esserlo anche quello leghista sia per considerazioni analoghe a quelle degli altri partiti, sia per una certa avversione che una parte dei leghisti “cerchisti” manifesta nei confronti de L’Indipendenza. Per anche più ovvie ragioni, risulta gonfiato il voto autonomista.
    Tenendo in giusta considerazione tutti questi “correttivi”, possiamo immaginare che i nostri lettori si dividano in maniera abbastanza equilibrata in quattro: grillini, astensionisti, leghisti e altri autonomisti. È una classificazione che rispecchia la realtà dell’autonomismo e che in Padania potrebbe arrivare a coprire fra metà e due terzi dell’opinione pubblica (a seconda delle aree), comprendendovi anche l’astensione. Viene facile la considerazione che se:
    1) La Lega tornasse a fare la Lega delle origini, ovvero se Maroni riuscisse a fare quello che ha annunciato;
    2) Gli autonomisti riuscissero a creare una credibile coalizione identitaria e libertaria;
    3) I grillini riuscissero a darsi una collocazione territorialista e autonomista;
    4) Una parte dell’astensione desse fiducia a uno di questi soggetti;
    5) I soggetti descritti riuscissero a trovare qualche forma di collaborazione;
    se tutto ciò si verificasse in Padania ci sarebbe un insieme di forze in grado di arrivare al 35-40% con punte locali anche maggiori. In molti casi un risultato e una situazione del genere basterebbero per rendere possibile l’inizio di un percorso di riforme e sicuramente per trascinare (per imitazione o per convenienza) qualche altra forza politica verso un obiettivo analogo o compatibile. Certo ci sono troppi “se” perché questa cosa sia immediatamente realistica ma è uno scenario che politici avveduti (se ce ne sono) dovrebbero cominciare a valutare. L’alternativa è la fine.

    8 Settembre 2012

    Dalla collaborazione può nascere un vero progetto indipendentista | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  10. #320
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Dalla collaborazione può nascere un vero progetto indipendentista

    di GILBERTO ONETO

    Nelle scorse settimane L’Indipendenza ha lanciato un sondaggio sulle intenzioni di voto dei propri lettori. Hanno risposto in più di 2.200, una cifra più che ragguardevole per una indagine di questo genere: ci sono sondaggisti molto accreditati che lavorano su cifre analoghe, a volte anche inferiori.
    Il risultato è stato sorprendente: 52% di intenzioni di voto per il Movimento Cinque Stelle, 13% alla Lega Nord, il 10% di astensione e schede bianche e nulle, il 9% a movimenti autonomisti locali, l’8% a Forza Evasori e un altro 8% a tutti gli altri messi assieme.
    La cosa merita qualche commento. Accettando come presupposto che chi frequenti il nostro giornale – che ha una linea molto definita – non sia quanto meno pregiudizialmente ostile all’idea di indipendenza della Padania, si deve dedurre che il sondaggio riguardi una frazione ben definita dell’opinione pubblica. Resta perciò escluso un determinato segmento di popolazione presumibilmente più legato alle espressioni politiche e ai partiti tradizionali. Lo stesso va detto per il particolare tipo di strumento: la comunicazione on line è principalmente frequentata da giovani meno facilmente legati alle parrocchie politiche “storiche”. Inoltre chi ha scelto con decisione e coerenza ideologica l’astensione tende a non frequentare più gli organi di informazione in generale, su carta e on line.
    Tutto questo ci fa ipotizzare che sia sovrastimato il dato grillino e che siano invece sottistimati quello dell’astensione e – ovviamente – quello dei partiti tradizionali. Può esserlo anche quello leghista sia per considerazioni analoghe a quelle degli altri partiti, sia per una certa avversione che una parte dei leghisti “cerchisti” manifesta nei confronti de L’Indipendenza. Per anche più ovvie ragioni, risulta gonfiato il voto autonomista.
    Tenendo in giusta considerazione tutti questi “correttivi”, possiamo immaginare che i nostri lettori si dividano in maniera abbastanza equilibrata in quattro: grillini, astensionisti, leghisti e altri autonomisti. È una classificazione che rispecchia la realtà dell’autonomismo e che in Padania potrebbe arrivare a coprire fra metà e due terzi dell’opinione pubblica (a seconda delle aree), comprendendovi anche l’astensione. Viene facile la considerazione che se:
    1) La Lega tornasse a fare la Lega delle origini, ovvero se Maroni riuscisse a fare quello che ha annunciato;
    2) Gli autonomisti riuscissero a creare una credibile coalizione identitaria e libertaria;
    3) I grillini riuscissero a darsi una collocazione territorialista e autonomista;
    4) Una parte dell’astensione desse fiducia a uno di questi soggetti;
    5) I soggetti descritti riuscissero a trovare qualche forma di collaborazione;
    se tutto ciò si verificasse in Padania ci sarebbe un insieme di forze in grado di arrivare al 35-40% con punte locali anche maggiori. In molti casi un risultato e una situazione del genere basterebbero per rendere possibile l’inizio di un percorso di riforme e sicuramente per trascinare (per imitazione o per convenienza) qualche altra forza politica verso un obiettivo analogo o compatibile. Certo ci sono troppi “se” perché questa cosa sia immediatamente realistica ma è uno scenario che politici avveduti (se ce ne sono) dovrebbero cominciare a valutare. L’alternativa è la fine.

    8 Settembre 2012

    Dalla collaborazione può nascere un vero progetto indipendentista | L'Indipendenza
    Tipo quello del suo "amico" Maroni?
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

 

 
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