
Originariamente Scritto da
Eridano
Non si arriva all’indipendenza con compagni iper-italiani
di GILBERTO ONETO
Non si può negare che la “rivoluzione” dei “barbari sognanti” abbia portato speranze ed entusiasmi sia dentro che fuori la Lega. Interessanti risultati sono stati ottenuti dai maroniti: il ridimensionamento di un capo carismatico divenuto imbarazzante, la rottura di un sistema di potere familistico e corrotto (il cosiddetto Cerchio magico) con l’allontanamento dei suoi esponenti più compromessi, una ventata di freschezza nelle stantie atmosfere di Bellerio, l’apertura al mondo esterno (ai ceti produttivi e – un po’ più guardinga – all’universo autonomista), il recupero almeno formale di riferimenti culturali più solidi (Miglio), il ritorno all’opposizione dura al governo di Roma e – novità delle ultime settimane – il benservito a Formigoni e alla sua giunta di furbacchioni. Tutto questo è stato visto da molti come l’inizio di un percorso in grado di risvegliare le pulsioni autonomiste e indipendentiste delle comunità padana, di rifarsi di 20 anni di nulla e di amarezze, e di costruire una condizione complessiva di tipo “catalano” con un partito guida collegato a cento altri soggetti politici e culturali che perseguono progetti analoghi. La speranza non ha toccato solo il popolo leghista, ma anche la smisurata schiera di ex leghisti, astenuti, delusi, “grillini per ripiego” e nuovi possibili adepti folgorati dall’evidenza dell’oppressione dello Stato ladro italiano e dal fallimento economico e morale dell’unità.
L’impressione di questi ultimi giorni è però che la macchina del cambiamento maronita stenti a muoversi, abbia rallentato o che addirittura si sia fermata. Le scope sono state riposte a onta della evidente necessità (e convenienza) di continuare nella pulizia interna da tutte le incrostazioni del peggior cadreghismo e nepotismo bossiano: ci sono ancora troppe zone franche di ducismo di provincia, troppi margniffoni interessati a soldi e scranni, troppe rendite di posizione, troppa gente che è salita sul Carroccio senza avere alcuna vocazione all’indipendentismo, ma neppure al federalismo, tutte cose da cui ostentano il più olimpico distacco.
Il ritorno alla forza di penetrazione culturale, alla diffusione di idee, alla creazione di consenso è finora rimasto al livello di buona intenzione: un restyling del quotidiano del partito non fa cessare un insieme di baggianate di essere tali solo perché sono impaginate meglio. Non si vedono circolare libri, riviste o idee: i mille gazebo del fine settimana di mobilitazione sono stati un successo che riporta entusiasmo, ma erano quasi tutti desolatamente vuoti di materiale in grado di innescare curiosità intellettuale, dibattito e adesione. Qua e là si vendevano fette di formaggio grana: un po’ poco per risvegliare gli ardori sopiti dei padani. Neppure gli abborracciati progetti di Euroregione, partoriti male e spiegati peggio, aiutano a fare chiarezza e simpatia.
Il problema maggiore è però in questo momento rappresentato dalla vicenda della Regione Lombardia. Per mesi si è ripetuto di voler applicare il “modello scaligero” in tutta la Padania. A Milano questo significherebbe una alleanza fra la Lega, altri autonomisti o liste civiche e locali e soprattutto il confronto con quella parte di Pdl che (come è avvenuto a Verona) preferisce il progetto all’attaccamento formale alle sigle di partito. Lo stesso vale ovviamente per la Sinistra e – a maggior ragione – per tutte quelle forze sociali che possono condividere una interessante parte di percorso: gli Stati Generali di Torino sembravano andare in questo senso.
Oggi però tutti assistiamo piuttosto sconcertati a pantomime da vecchia politica, dichiarazioni e controdichiarazioni, ultimatum e penultimatum, profferte di alleanza e dinieghi invalicabili. Può anche essere comprensibile la preoccupazione un po’ montanelliana di non fare vincere la Sinistra: ma cosa potrebbero gli ex-post-vetero-neo-quasi comunisti fare di peggio di quanto non abbiano fatto Formigoni e i suoi disinvolti chierichetti? Si propone di condizionare il Pdl con un appoggio necessario e insostituibile: ma cosa si è ottenuto fino a qui da scabrosi sodalizi e da vagonate di rospi fatti ingoiare alla militanza e agli elettori? La Lega si sforza di voltare pagina mentre non da alcun segno di mutazione la galassia del Pdl e così rischia di trovarsi di nuovo a letto con una combriccola in cui abbondano ladri, mafiosi, fascistelli, terroni, vecchi socialisti, bigotti, statalisti, balabiotti, affaristi e truffatori. Non è certo una comitiva indipendentista! Come si fa raccontare ai vecchi leghisti e a tutti quelli che si vogliono e possono recuperare (perché sono stanchi di Italia, bunga-bunga e manoleste patriottici) che il cambiamento consiste nell’allearsi con La Russa o Albertini? Diverso sarebbe se una parte del Pdl decidesse davvero di farla finita con il Circo Barnum tricolore e organizzarsi in maniera autonoma in una riedizione lombarda (ma anche piemontese, veneta eccetera) della CSU bavarese. Ma non si vede nulla del genere all’orizzonte.
E allora, davanti alla prospettiva di tornare in viscida compagnia (se va bene) o di prendere una sanguinosa scoppola elettorale (se va male, come è anche molto probabile che vada), non sarebbe più furbo, conveniente e morale andare al voto in coalizione con autonomisti, indipendentisti, liste locali e con chi ci sta. Si perderà? Si finirà all’opposizione? Si farà del Purgatorio? È tutta roba necessaria, utile e giusta per cercare di ricostruire credibilità, ritrovare consenso ed entusiasmo e per sperare di farcela a liberarci dall’Italia. Non sarà con compagni di viaggio iperitaliani (o forzitaliani) che si arriva all’indipendenza!
22 Ottobre 2012
Non si arriva all’indipendenza con compagni iper-italiani | L'Indipendenza