







Vivere nelle Alpi. Quali prospettive per i giovani
«Una mezzaluna ingioiellata nel cuore del continente». Le Alpi sono descritte così in un opuscolo della Convenzione delle Alpi. Magnifiche, certo; milioni di persone vi trascorrono le vacanze. Ma viverci?
In Svizzera, per esempio, solo un abitante su sette vive nelle Alpi. Eppure la catena montuosa occupa quasi due terzi del territorio svizzero. Nel 1800, vi dimorava ancora un abitante su cinque.
Uno dei problemi con i quali si dibatte la popolazione alpina è quello occupazionale. La creazione di posti di lavoro nelle Alpi è stato uno dei temi discussi in un recente convegno nella cittadina di Poschiavo, nel canton Grigioni. Il convegno, a cui hanno partecipato esperti di tutti i paesi alpini, era dedicato alle «Alpi rinnovabili».
«Chi vive nelle aree rurali delle Alpi vuole essere vicino alla natura, ama l’ambiente incontaminato e gode di un’alta qualità di vita», osserva Guido Plassmann, direttore della Rete delle aree protette alpine (Alparc).
«Ma anche vivere vicini a una città è un fattore importante. Trentacinque minuti, un’ora al massimo di viaggio. Alcuni si adattano a fare i pendolari, anche per tutto quello che le città hanno da offrire».
Ma come far sì che le persone continuino a vivere in montagna? Come offrire loro opportunità economiche senza distruggere l’ambiente? «Sono domande da un milione», ammette Plassmann.
Connessioni globali
A lungo il turismo è stato – ed è tuttora – uno dei fattori più importanti dell’economia alpina. Ma nel mondo d’oggi ci sono alternative. Paradossalmente, la globalizzazione e internet stanno creando nuove opportunità economiche e occupazionali, in particolare per le piccole e medie imprese (PMI).
I maggiori centri alpini non sono stati estranei al processo d’industrializzazione, ma i settori tradizionali sono scomparsi o sono in crisi. Le attività che resistono e le nuove non sono più basate in primo luogo sullo sfruttamento delle risorse naturali. La globalizzazione offre nuove opportunità e nuove sfide, afferma Heike Mayer, professore di geografia economica all’Università di Berna.
«Le piccole e medie imprese sono chiamate a innovare e a far buon uso della tecnologia, quindi devono confrontarsi con nuove idee».
Innovativi
Tra le persone che si occupano di aiutare le PMI a rimanere in contatto con l’innovazione e ad accedere a nuove conoscenze vi è Melanie John, dell’organizzazione OpenAlps, un progetto internazionale della camera di commercio dello Schwarzwald-Baar-Heuberg, nella Germania meridionale.
«L’idea è di far arrivare l’innovazione giusta alla persona giusta in modo più rapido», spiega John. Anche se molte PMI delle regioni alpine sono già innovative, la concorrenza è sempre più forte e non permette l’immobilismo.
«Il nostro progetto non ha un impatto tale da poter dire che senza di noi le aziende se ne andrebbero. Ma vogliamo sostenere l’economia alla base, per mantenere posti di lavoro e crearne di nuovi».
I settori seguiti dal progetto sono molto variegati e cambiano da regione a regione: si va dall’azienda che produce equipaggiamento medico al fabbricante di utensili, passando per il rivenditore di automobili.
Che speranze per il futuro?
Le regioni di montagna devono poter fornire alle nuove generazioni delle ragioni per rimanere.
Moritz Schwarz è un neo-diplomato di Innsbruck, molto consapevole della situazione politica. A suo avviso l’educazione è la chiave fondamentale per far sì che i giovani rimangano a vivere nelle Alpi. Una popolazione istruita può fornire la manodopera adatta a nuove aziende che si stabiliscono nell’area con progetti sostenibili.
Lui e la sua più giovane collega, la 16enne Isabella Hilber, entrambi membri del parlamento dei giovani della Convenzione delle Alpi, discutono con passione sul futuro della regione alpina.
Hilber ammette però che l’idea del parlamento dei giovani, seppur nata nella sua scuola, non è stata accolta con entusiasmo dai compagni di classe. E nonostante il suo amore per le montagne, pensa di studiare a Vienna o in Germania.
Comunque, anche chi se ne va per motivi di studio e lavoro può continuare a contribuire allo sviluppo delle Alpi. Così la pensa Silva Semadeni, deputata al Consiglio nazionale (Camera del popolo). Cresciuta a Poschiavo, a pochi chilometri dalla frontiera con l’Italia, oggi vive a Coira, il capoluogo dei Grigioni.
«È vero che qui non c’è lavoro per tutti, per cui molti devono andarsene. Ma ci sono molti modi in cui chi si è trasferito nelle aree urbane può contribuire a difendere gli interessi delle regioni alpine».
Questione di prospettive
Ma è davvero importante che i giovani rimangano nelle regioni di montagna?
A corto termine lo è di certo, afferma Franz-Ferdinand Türtscher, sindaco del piccolo comune di Sonntag, nel Voralberg austriaco: se i giovani partono, vengono a mancare le forze che sostengono la vita sociale e politica del paese. E questo rischia di innescare un circolo vizioso.
La vita associativa è molto importante per le comunità di paese. È una delle ragioni per cui i pendolari preferiscono tornare nel loro villaggio ogni sera, piuttosto che vivere dove lavorano, dice Türtscher. Il suo comune ha 750 abitanti; di cui 50 fanno parte dell’orchestra. Suonano bene, e questo attira nuovi membri.
«Abbiamo ancora alcuni giovani disposti a sostenere la vita di club e associazioni e ad assumere incarichi politici, ma non so come andranno le cose tra 10 o 15 anni. Sento dire da alcune persone – soprattutto giovani che hanno studiato – che in paese non riescono a trovare davvero il loro posto», aggiunge.
Su questo aspetto, Guido Plassmann è più ottimista. «Spesso i giovani se ne vanno, vogliono vivere in città, vedere qualcosa di nuovo. Ma poi tornano».
Alla domanda sul perché i giovani debbano rimanere nelle Alpi, Plassmann risponde riflettendo anche sul lungo periodo. «È una questione legata alla nostra immagine delle Alpi. Credo che la nostra generazione faccia fatica a immaginarsi le Alpi ricoperte completamente di boschi. Forse le generazioni future potranno farlo, ma questa è un’altra questione».
«Non si tratta di giudicare delle scelte in modo positivo o negativo. Per noi è positivo l’ambiente che è parte della nostra cultura e ovviamente vogliamo conservarlo. Ma questo è il nostro punto di vista di esseri umani. Il punto di vista della natura potrebbe essere molto diverso».
Vivere nelle Alpi. Quali prospettive per i giovani | L'Indipendenza
Turismo si, ma senza trasformare tutto in un parco giochi per cittadini.
Tutela dell'ambiente, quindi agricoltura, allevamento e industria forestale attuati in modo intelligente. Altrimenti si diventa come un qualsiasi altro luogo della terra. Non bisogna svendersi.
sklöpp & kanù


Articolo interessante....
Si è spento Amos Spiazzi, difensore dell’Italia oltraggiato dall’Italia | L'Indipendenza
questa frase poi è illuminante, ma c'è niente di peggio dell'itaglia?
"Il calvario di Spiazzi era iniziato quando, ufficiale in servizio in Sud Tirolo, aveva colto sul fatto un paio di attentatori separatisti che – portati in caserma – si sono rivelati essere degli italianissimi agenti provocatori. Caldamente consigliato di “lasciar perdere” e di girarsi dall’altra parte, Spiazzi aveva voluto fare fino in fondo quello che gli dettava il suo onore di soldato. I suoi guai giudiziari sono cominciati dopo poco."


sai che solo a leggere come hanno intitolato l'opuscolo mi fa passare la voglia di sapere che dice....
magari erano in buona fede...ma come si fa
ad associare il termine Alpi con mezzaluna
avessero usato il termine anfiteatro, arco, ma mai mezzaluna......boh:gratgrat:
Ultima modifica di animal; 08-11-12 alle 21:33
Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....


sklöpp & kanù


Onore a Spiazzi.
Era evidentemente una persona onesta.
Non occorre parlare di Padania, basta ricordare che quando ero bambino da queste parti tutti, dico tutti, avrebbero agito in quel modo.
Oggi siamo costretti a parlare di Padania, in realtà basterebbe parlare di Onestà.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


La Padania in vent’anni “rapinata” di 1.100 miliardi dallo Stato
di GILBERTO ONETO
Da un po’ di tempo si è ripreso – finalmente – a parlare di numeri e, in particolare, di residuo fiscale. Secondo la definizione di Ricolfi, esso è la “Differenza fra le entrate correnti della Pubblica amministrazione (tasse totali e vendite) e le uscite correnti al netto del servizio del debito”.
In altre parole è l’indicatore della quantità di denaro che lo Stato italiano si porta via senza dare nulla in cambio, ovvero quello che le comunità versano in “solidarietà tricolore”, per il solo piacere di vedersi rappresentare da Napolitano e poter cantare l’Inno di Mameli. È un numero che indica l’entità dello “scambio” (nel nostro caso della rapina) ma che non serve neppure a delineare la qualità dello stesso: si pagano “per buone” prestazioni che sono ignobili (servizi sociali, sicurezza, giustizia eccetera) e non spiega quanto di quello che ritorna sul territorio sia affettivamente a vantaggio delle comunità locali o non vada invece a finire in voci che di locale hanno solo il luogo di spesa (pubblici dipendenti meridionali, spese per immigrati eccetera).
In ogni caso si tratta di un interessante “marcatore” della strana perequazione italica, in grado di rivelare con sufficiente grado di accettabilità che ci guadagni e chi ci perda dall’unità e indivisibilità dell’Italia.
Il termine compare per la prima nel linguaggio comune con uno studio della Fondazione Agnelli nel 1992, riferito ai conti del 1989. Quella prima indicazione è ripresa dai Quaderni Padani n. 2 (Autunno 1995) e poi dal fascicolo I numeri dell’oppressione, allegato a La Padania, nel novembre 1997. La stessa è ripresa nello stesso anno dal libro L’invenzione della Padania.
Lo studio della Fondazione Agnelli riceve all’inizio un po’ di attenzione dalla stampa ma poi finisce relegato nel repertorio di informazioni di una parte minoritaria del mondo autonomista che si raggruppa attorno a La Libera Compagnia Padana, che sembra essere la sola ad avere compreso l’importanza deflagrante di questo tipo di informazioni.
Sono infatti ancora i Quaderni Padani (n. 41, maggio-giugno 2002, poi ripresi dai Quaderni 61-62 nel settembre-dicembre 2005) che pubblicano l’elaborazione effettuata da Giancarlo Pagliarini e da Sara Fumagalli del residuo fiscale dell’anno 1997.
Nel 2005 viene pubblicato il 5° rapporto “La regionalizzazione del bilancio statale”, elaborato dalla commissione presieduta da Alberto Brambilla, allora Sottosegretario del Welfare (da cui il nome “Rapporto Brambilla”), che fornisce un suo calcolo del residuo fiscale al 2001. È il solo anno in cui la Repubblica italiana abbia reso noti i dati regionalizzati, sollecitata da una norma del Regolamento Comunitario d’Europa (223/95) che impone agli Stati la tenuta di statistiche su base regionale.
Ancora i Quaderni Padani pubblicano (n. 81-82, gennaio- aprile 2009) l’elaborazione effettuata dalla Unioncamere del Veneto sui dati del 2006. La stessa è ripresa dal libro Luigini contro Contadini (2011) e, riformulata, da Luca Ricolfi nel libro Il sacco del Nord (2010).
Dal 2006 è la stessa Unioncamere del Veneto che si occupa di redigere i calcoli del residuo fiscale delle singole Regioni per ogni anno di bilancio. Possiamo così disporre da quella data di una serie di informazioni che hanno anche il vantaggio di essere state elaborate dallo stesso soggetto e con criteri di valutazione costanti. Prima di allora infatti, ognuno ha costruito i propri dati su fonti e con metodi diversi.
Quasi tutti i dati pubblicati danno il residuo pro capite e complessivo. Essi sono riassunti nella Tabella 1 (“Residuo fiscale pro capite”) e nella Tabella 2 (“Residuo fiscale complessivo per regione”).
Sono riportati con segno positivo i residui fiscali che indicano dove si sia pagato di più di quanto ricevuto. Sono infatti considerati passivi i residui di chi riceve più di quanto abbia versato.
La discrepanza fra i vari anni si spiega anche col fatto che i dati sono il risultato di calcoli ed elaborazioni effettuati su parametri raccolti con diverse modalità.
Ciò nonostante si ha una continuità di fondo che rivela alcune costanti fondamentali: 1) ci sono quattro regioni (Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna) che presentano sempre un residuo attivo; 2) ci sono altre regioni centro-settentrionali che si trovano in sostanziale equilibrio (fa parte a sé il Lazio nella cui colonna del dare sono contemplate le tasse riscosse da enti che hanno sede a Roma ma che producono o drenano ricchezze in tutto il territorio della repubblica); 3) il trend di crescita del residuo fiscale è generale ma concentrato nelle regioni pagatrici; 4) tende così a crescere nel tempo la forbice fra la Padania che riceve meno e il Meridione che riceve di più.
Guardando le tabelle si osserva un residuo complessivo delle regioni padane (comprese quelle a statuto speciale) che va dai 10 miliardi del 1989 ai 104-119 di media fino al 2009. Sulla base delle proiezioni pubblicate dalla stessa Unioncamere del Veneto, si può ragionevolmente ipotizzare che il residuo padano complessivo degli ultimissimi anni superi i 125 miliardi.
Su queste informazioni viene elaborato un grafico per l’andamento ventennale del residuo lombardo e padano. L’andamento non è costante soprattutto a causa dei diversi criteri di calcolo impiegati: non è però escluso che la diminuzione fra il 2002 e il 2006 possa avere a che fare con la pressione leghista sulle scelte economiche del governo. Ma potrebbe anche trattarsi di una casuale coincidenza e perciò la considerazione sarebbe più un wishful thinking che una constatazione della realtà. Grafico 1
Se si sommano i residui fiscali dei venti anni compresi fra il 1989 e il 2009 si arriva a una cifra complessiva che non è inferiore al 1.100 miliardi di Euro per le otto regioni padane, pur calcolando il valore passivo che si ritrova costantemente in Valle d’Aosta, quasi sistematicamente in Trentino-Sud Tirolo e saltuariamente in Liguria e Friuli. Nel suo complesso la Padania è stata “ripulita” in due decenni di più della metà del debito pubblico. Roba superiore alla spogliazione delle colonie americane da parte della Spagna. Va anche ricordato che, con un trasferimento analogo per entità e durata, la Germania ha risollevato le condizioni economiche della sua parte orientale: va però anche rilevato che l’esborso pro capite dei tedeschi occidentali è stato quasi tre volte inferiore a quello dei padani.
Nei venti anni considerati, ogni cittadino padano ha pagato la gioia di vedere sventolare il tricolore circa 40.000 Euro, una famiglia di quattro persone si è fatta fuori un appartamentino. Più pesante è la situazione degli abitanti della Lombardia che hanno pagato lo stesso piacere circa 830 miliardi e cioè 84mila Euro a testa in vent’anni, un appartamento di lusso per una famiglia di quattro persone.
Va ricordato che si tratta di dati statistici che non tengono conto di altri elementi molto più difficilmente quantificabili. Si dovrebbe, ad esempio, attribuire parte del residuo laziale a tutte le altre regioni e in particolare – in misura di almeno due terzi – alla Padania. È incalcolabile quanto della spesa statale in Padania vada a vantaggio di non padani (impiegati pubblici meridionali in trasferta, azione di organizzazioni criminali, spese per gli immigrati, spese per strutture militari o civili posizionate sul territorio padano ma a servizio dello Stato nel suo insieme eccetera). Con tutto questo il dato del residuo fiscale potrebbe crescere ulteriormente in misura anche ragguardevole. Resta poi il dato morale che rende difficile fare accettare come spesa statale a vantaggio del territorio quella che riguarda le strutture oppressive, poliziesche e giudiziarie che servono a comprimere le libertà locali.
(1 – continua)
25 Marzo 2013
La Padania in vent?anni ?rapinata? di 1.100 miliardi dallo Stato | L'Indipendenza
Per visualizzare le tabelle cliccare sul link.
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


Pensa che questo vergognoso sfruttamento viene fatto da individui che si dichiarano nostri fratelli itagliani.
Mica sono scemi.
Toglili i soldi e magicamente sparirà anche il patriottismo.