Pagina 128 di 163 PrimaPrima ... 2878118127128129138 ... UltimaUltima
Risultati da 1,271 a 1,280 di 1628

Discussione: l'Indipendensa

  1. #1271
    Blut und Boden
    Data Registrazione
    03 Apr 2009
    Località
    Lothlorien
    Messaggi
    74,943
     Likes dati
    2,836
     Like avuti
    10,460
    Mentioned
    218 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito Re: l'Indipendensa

    8 Luglio 2013

    722 viewsSe l’indipendentismo leghista vuole la ciliegina senza la torta




    di GILBERTO ONETO


    Il Gruppo consigliare leghista della Regione Lombardia è una inesauribile fonte di esplosive trovate indipendentiste.
    In coerenza con il primo articolo dello Statuto del suo partito, giorni fa si è maschiamente espresso contro lo spostamento del Reggimento Artiglieria a cavallo da Milano a Vercelli. Il suo fuoco di distruzione sullo Stato italiano non si limita a quisquiglie amministrative ma da il meglio di sé nella gestione dei simboli identitari, nel processo di nation building che è obiettivo primario di ogni indipendentista. Il Gruppo al completo ha ripresentato due proposte di legge sulla “Istituzione ed adozione della bandiera della Regione Lombardia” e “Istituzione della Festa regionale Lombarda”. Sono due fatti fondamentali per ogni comunità che si voglia costruire istituzioni proprie ma anche una sorta di necessario ed entusiasmante suggello di un processo di emancipazione finalmente completato. Qui invece si vuole partire dalla coda, si vuole costruire un pomposo fastigio sul tetto di un edificio di cui non si sono neppure tracciate le fondamenta. È il solito gioco delle finzioni roboanti che da quasi tre decenni sta riducendo l’indipendentismo padano a una burletta, a una pantomima carnevalesca.
    Una prima considerazione riguarda l’opportunità di queste iniziative in una situazione in cui chi le ha prese non sembra molto impegnato in iniziative più sostanziose circa il programma sul quale si è fatto eleggere: prima di affrontare questioni di rifinitura simbolica, sarebbe bene che questi signori si occupassero di risorse sottratte alla Lombardia, della qualità di vita dei loro concittadini e – soprattutto – del progetto di maggiore autonomia, regionale o macroregionale, del Nord o della Padania poco importa: purché si diano una mossa su fatti concreti.
    La seconda considerazione riguarda il merito delle due proposte di legge, che sono basate su presupposti culturali piuttosto abborracciati e su conoscenze araldiche e storiche da “Figurine Lavazza”. Bandiere e simboli identitari sono elementi molto importanti e vanno trattati con cura: bisogna soprattutto evitare di lanciarsi in interpretazioni facilone.
    Si vuole sostituire l’attuale signacolo regionale, quello che Miglio aveva definito “la manopola di un servizio idrosanitario”? Si ritiene che l’istituzione regionale meriti di meglio in fatto di qualità delle immagini di riconoscimento? Va tutto bene, ma non si possono rimescolare i simboli come se fossero tollini della birra.
    Proporre l’impiego della bandiera crociata (spesso chiamata Croce di San Giorgio per convenzione, anche se nel caso specifico il riferimento agiografico è un po’ stiracchiato: la Regione Lombardia non è l’Inghilterra, la Catalogna o la Serenissima Repubblica di Genova, dove il collegamento con il Santo è invece consolidato) che è simbolo condiviso e riconosciuto della Lombardia storica, quelle delle Leghe Lombarde che associavano comunità che andavano da Vercelli a Rimini, che erano perciò una alleanza compiutamente padana. Questa confusione fra Lombardia storica e Lombardia amministrativa è alla base degli attuali pasticci araldici ed è piuttosto inquietante che a commettere l’errore sia una forza politica che dell’identità fa la sua ragione di esistere. La bandiera crociata (di San Giorgio, o “Carroccio”) è simbolo della Padania, della Lombardia storica e non di quella amministrativa che ne rappresenta solo una piccola parte. Utilizzare il segno del tutto per una sua parte è un errore sanguinoso. Quale sarà la bandiera della Padania libera e indipendente indicata al primo articolo dello Statuto della Lega se la sua bandiera vera e antica è già stata utilizzata per una sua regione interna? Davvero si vuole insistere con lo psichedelico Sole verde?
    La Regione attuale è una invenzione e merita un simbolo inventato: tanto vale tenersi la Rosa camuna. Se invece gli si vuole trovare un glorioso riferimento araldico che soddisfi la quasi totalità del suo territorio attuale, allora si usi il Ducale: bello, nobile e carico di storia.
    Anche per la Festa nazionale l’incipit è piuttosto strampalato: ancora una volta si fa riferimento alla prima Lega Lombarda e alla sua vittoria a Legnano. Vicenda gloriosa ma con qualche macchia “ideologica”: racconta infatti anche di profonde divisioni all’interno della comunità lombarda (storica e amministrativa), ricorda una straordinaria occasione sprecata e uno strano accanimento contro un nemico “sbagliato”, e – soprattutto – si porta addosso una sgradevole tara di patriottismo risorgimentale. Legnano è citata nella vibrante estasi del testo dell’Inno di Mameli e questo dovrebbe bastare a ogni buon indipendentista per rivolgere altrove le sue attenzioni.
    Una straordinaria amenità storica si trova addirittura nel primo articolo della proposta di legge, quando si dice che a Legnano “si sconfisse l’Impero Germanico”, che per la cronaca è nato nel 1871: una straordinaria attribuzione di preveggenza.
    Non c’è scritto da nessuna parte che una Regione debba dotarsi di una festa: le ricorrenze civili sono una invenzione giacobina e hanno qualche senso solo se posseggono un forte e motivato radicamento nell’animo popolare. Rabberciarne una tanto per farlo è una balossata: a quando l’istituzione di un inno, di un animale o di un fiore di riconoscimento, come per gli Stati americani?
    Se invece si vuole utilizzare una festa a fini politici, per farne uno strumento di consapevolezza identitaria e di lotta indipendentista, si deve scegliere qualcosa di più significativo. Un bel riferimento alla lotta popolare lombarda potrebbe essere trovato nelle giornate di rivolta e della repressione italiana del 1898. Il messaggio avrebbe in questo caso molto più forza: il ricordo unisce le anime cattolica, socialista e indipendentista; il nemico era un feroce militare italiano rappresentante di uno Stato ladro e di un monarca cialtrone (e non un imperatore svevo-bavarese amato da metà dei lombardi e riconosciuto nella sua autorità da tutti); non si celebra una vittoria militare minore ma una repressione (come la Diada catalana ricorda una sconfitta, l’11 settembre 1714) che è un segnale più opportuno per l’attuale condizione lombarda; non è una data condivisa con il nazionalismo mameliano ma è un forte segno di anti-italianità. Bava Beccaris era un mortale nemico, il Barbarossa un amico con cui c’erano delle divergenze e con cui si è trovato un accordo con padano pragmatismo. Con Bava e con quel che rappresenta nessuna convergenza è possibile. É così, vero amici del Gruppo consigliare?
    Si stabilisca che la prima domenica di maggio di ogni anno sia la festa lombarda: non si perde un’ora di lavoro e si ha modo di celebrare contemporaneamente la primavera e la voglia di libertà. La data piacerebbe anche ai nostri antenati celti. Sono un po’ passati di moda nella Lega 2.0, ma non inquietatevi troppo amici consiglieri: non c’entrano con l’Impero germanico né con la Merkel. Ma neanche con l’Inno di Mameli.

    Se l?indipendentismo leghista vuole la ciliegina senza la torta | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 09-07-13 alle 10:50
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #1272
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    13 Apr 2012
    Località
    Lombardia
    Messaggi
    14,437
     Likes dati
    1,910
     Like avuti
    2,586
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Bandiera e festa della Lombardia: due occasioni per discutere | L'Indipendenza

    Sono sempre penetranti e suggestivi gli interventi di Gilberto Oneto, indomito paladino dell’indipendentismo padano. Anche quello di qualche giorno fa sulla bandiera e sulla festa della Lombardia lo era. E non bisogna farlo cadere nel vuoto.La rivoluzione per eccellenza, al di là di ogni giudizio storiografico o ideologico, è la rivoluzione francese del 1789. E da qui occorre partire. I volontari del Comitato permanente – alla vigilia della presa della Bastiglia, cupo simbolo dell’Ancien régime – portavano sul cappello una coccarda blu e rossa, i colori della municipalità di Parigi. Ai quali venne poi aggiunto, nelle ‘giornate d’ottobre’ – quando il popolo marciò su Versailles per imporre al re e agli Stati generali di trasferirsi a Parigi – il bianco della monarchia.
    La Marseillaise – con le sue origini che affondano nella leggenda: Allons enfants de la patrie, le jour de gloire est arrivèe. Aux armes, oh citoyens – fu adottata solo nel corso del 1792, quale inno della rivoluzione. Un anno dopo, i rivoluzionari cambiarono anche la misura del tempo, elaborarono un nuovo calendario che scandiva un tempo tutto nuovo e tutto laico. La rivoluzione era una cesura radicale con il passato: il futuro cominciava con la proclamazione della Repubblica, il 22 settembre 1792. Da questa data in poi, i dodici mesi – ridotti tutti a trenta giorni – sarebbero stati Vendemmiaio, Brumaio, Frimaio, Nevoso, Piovoso, Ventoso, Germinale, Fiorile, Pratile, Messidoro, Termidoro e Fruttidoro. Sempre nel 1793 i rivoluzionari adottarono il sistema metrico decimale per le unità di peso, capacità e misura.
    Tutte invenzioni giacobine, intendiamoci. Con ciò intendo tuttavia sostenere che i simboli sono davvero molto importanti dal punto di vista politico perché rappresentano concretamente lo slancio ideale di un processo rivoluzionario. Spesso emergono e s’impongono quasi naturaliter, per effetto della dinamica degli eventi, quando vengono riconosciuti da tutti e, quindi, adottati sulla scia di un consenso unanime e generalizzato. A rivoluzione in corso, non prima né dopo. Prima bisogna occuparsi di problemi che stanno emergendo con forza dal corpo della società, a cominciare dalla crisi economica e dai suoi risvolti sociali sulle famiglie e sulle imprese.
    In particolare la bandiera è il simbolo di lotta e di identità nel nome del quale si è disposti a combattere e a mettere in gioco la propria esistenza fisica. La sua forza simbolica raffigura l’identità di quell’agenzia di socializzazione in cui crediamo e per la quale siamo disposti a sacrificare la vita. Saremmo oggi disposti a morire in nome delle dodici stelle dorate dell’Europa dei tecnocrati e dei burocrati? Direi proprio di no. Saremmo oggi disposti a morire per un tricolore, simbolo di uno Stato ingordo e predatore, che è moribondo? Direi proprio di no. Saremmo oggi disposti a morire per la nostra comunità territoriale, quella in cui siamo nati e viviamo, per la quale aneliamo l’autonomia, l’autogoverno e poi l’indipendenza? Direi proprio di sì.
    Ecco perché la questione della bandiera della Lombardia – ma anche quella della festa – è importantissima e va trattata con cura, senza dilettantismi né approssimazioni. Aveva ragione Miglio a definire la rosa camuna come “la manopola di un servizio idrosanitario”. Tecnicamente si tratta del gonfalone della Regione Lombardia, cosa diversa da una bandiera, per la quale ci vuole sicuramente un esperto di araldica.
    È vero: quella convenzionalmente chiamata Croce di San Giorgio era il simbolo della Lombardia storica, molto più estesa dell’attuale territorio regionale. Lavorare su questa bandiera non è del tutto appropriato dal punto di vista storico. Nella tradizione l’“insubre terra” – come la chiamava, per esempio, Santorre di Santa Rosa all’inizio dell’Ottocento – corrispondeva grosso modo all’attuale Lombardia: questa è la ragione per cui il Ducale, con tutta la sua forza evocativa e il suo retroterra storico sarebbe assai più appropriato. Ma dovrebbe essere affiancato a un simbolo della Lombardia amministrativa. E la rosa camuna, per quanto oggettivamente brutta e insignificante, andrebbe bene.
    Una delle possibili soluzioni – forse la più razionale e ragionevole – potrebbe essere proprio quella di pensare non a una, bensì a due bandiere: una bandiera storica e una bandiera amministrativa. Il Ducale come bandiera storica e la rosa camuna, cioè il “rubinetto” di Miglio, trasformata – dal punto di vista araldico – da gonfalone in bandiera. È del resto vero che la Regione è un’invenzione: e questo consente di inventarsi anche la bandiera amministrativa. Ma quella storica no: è il Ducale.
    In ordine alla data, il 29 maggio è davvero troppo risorgimentale e, quindi, stomachevole. “Dovunque è Legnano”, dice il Canto degli italiani sulle note della marcetta di Mameli, nella sua versione integrale. Per intenderci: non nella versione canticchiata in occasione delle partite della nazionale pallonara. Eppoi è data di guerra che esclude chi non fu – appunto – della partita, cioè Pavia, Varese e Como e altre città minori.
    Sarebbe semmai da preferire la data convenzionale del 7 aprile 1167, giorno del giuramento di Pontida. Perché? La dottrina è ormai concorde nell’individuare nelle ‘leghe’ di città il precedente storico e istituzionale delle successive evoluzioni confederali e, quindi, federali. Vi è, insomma, una certa continuità nell’evoluzione istituzionale dalle leghe medievali alle confederazioni di Stati per giungere infine alle moderne federazioni. La storia ci suggerisce allora che il giuramento di Pontida viene oltre un secolo prima del patto del Grütli (1291), evento fondativo della confederazione svizzera, così ammirata da ogni vero spirito federalista. Il federalismo, insomma, è nato nell’abbazia di Pontida prima che sul prato del Grütli. Ciò può essere rivendicato con fierezza e con orgoglio perché enfatizza le tradizioni civiche, lo spirito di autonomia e la rivendicazione di autogoverno. Il 7 aprile potrebbe essere la data della festa della Regione Lombardia, anche se esclude qualche città che decise di stare dalla parte dell’imperatore.
    La data che suggerisce Gilberto Oneto è fortemente simbolica e comunque meritevole di attenzione. Ogni anno, convenzionalmente, la prima domenica di maggio potrebbe essere una festa di forte consapevolezza antistatale, cioè di libertà dallo Stato oppressore e vessatore, ingordo e predatore, che – da sempre – schiavizza il Nord. Le cannonate di Bava Beccaris nella crisi di fine secolo (1898) furono un esempio concreto dello spirito repressivo dello Stato, della sua forza coercitiva e della violenza alla quale abitualmente ricorre per soffocare nel sangue l’insurrezione popolare. La data assumerebbe così il significato della lotta antitaliana, contro lo Stato. Quella lotta che bisogna praticare oggi per radicalizzare la frattura, utilizzarla come elemento virtuoso, imponendo allo Stato di venire a trattare la sua resa con il Nord.
    -----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
    Per quel che mi riguarda la Rosa Camuna è un'ottima bandiera, e le date da considerare sono il 29 maggio 1176 e l'11 maggio 1395 (11 maggio - Wikipedia).
    Ultima modifica di von Dekken; 12-07-13 alle 13:04

  3. #1273
    Blut und Boden
    Data Registrazione
    03 Apr 2009
    Località
    Lothlorien
    Messaggi
    74,943
     Likes dati
    2,836
     Like avuti
    10,460
    Mentioned
    218 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito Re: l'Indipendensa

    12 Luglio 2013
    Identità e libertà, due racconti brevi per non dimenticare



    di GILBERTO ONETO

    La Lega (e con essa il mondo autonomista) è sempre stata descritta come una oscura boscaglia di ignoranza e di grettezza culturale e bisogna ammettere che la Lega-partito non ha mai fatto molto per scrollarsi di dosso una nomea del genere, anzi è spesso sembrata molto impegnata a cercare di essere proprio quello che i più malevoli denigratori volevano che fosse. La storia è tristemente nota: chiunque avesse qualche capacità o competenza culturale, qualche titolo accademico o qualche medaglia scientifica era inesorabilmente allontanato: non poteva essere altro che un infiltrato, un massone (chissà perché?) o un agente dei servizi segreti (che in Italia sono notoriamente stipati di raffinati intellettuali).
    I risultati sono tragicamente evidenti: mezzi di comunicazione rudimentali impasticcati di ufologi e di poeti della domenica, parlamentari alla Isidori, inesistenza di libri e pubblicazioni nelle sedi o nei gazebo, nessuna presa di posizione culturale, balbettii e grufolamenti.
    Eppure tanta gente di buone letture e di capacità è anche riuscita a sopravvivere fra le pieghe del corpaccione leghista, in ombra, al di fuori di ogni canale di comunicazione ufficiale. Fra i militanti si trovano ancora tanti esempi di buon senso e anche qualche vera e propria perla. Settimane fa mi è stato fortunosamente recapitato un fascicolo di racconti di Riccardo Pozzi, che – lo devo confessare – stavo per gettare in un angolo dopo avere visto che è stato presentato da un ras leghista, con tanto di “On.” davanti al nome. Per fortuna mi hanno colpito la copertina e, soprattutto, il titolo, Il vizio di non chiedere, straordinaria e concisa divisa della nostra gente. L’ho letto e ho fatto bene: ho trovato otto brevi racconti bellissimi, entusiasmanti e a tratti commoventi. Vi si trovano dentro i sapori di Guareschi e la freschezza di Brera. Pozzi non è un letterato, nella vita si occupa di saldature, ma è un uomo colto e sensibile: non farà mai carriera in questa Lega ma è una preziosa pedina del grande gioco della nostra libertà e della nostra identità.
    Pubblichiamo di seguito un paio di tali racconti ma sono sicuro che il Direttore ne pubblicherà nel futuro anche altri perché il libricino non ha un editore, una distribuzione e non può essere acquistato in nessuna libreria. E ai nostri lettori piaceranno. È roba di casa nostra.
    DUE RACCONTI



    1- Il Maresciallo

    In un pomeriggio di nebbia, una signora sulla cinquantina entra in un piccolo cimitero di un paesino della bassa mantovana.
    Pochi minuti e la signora viene avvicinata da un tizio dal fare irrequieto e furtivo. Le punta un cacciaviti davanti al viso intimandole di vuotare la borsa. Un’ora dopo la signora è seduta davanti al maresciallo comandante della locale stazione dei Carabinieri.
    «…veniva avvicinata da uno sconosciuto … dal marcato accento…»
    «Accento..?» chiede il maresciallo con consumata cantilena professionale.
    «Un accento …meridionale…» risponde con leggero imbarazzo la denunciante. Ma il comandante, come ridestato da quella fastidiosa generalizzazione insiste: «Signora mia che vuol dire meridionale? Ci sono tanti accenti… il sud è grande… il rapinatore aveva accento meridionale ma di che tipo?»
    La signora guarda senza parole la faccia inopportunamente sorridente del graduato, si alza con calma e, raccogliendo la borsa sul tavolo, replica: «Tipo il suo, maresciallo».
    2- Il vizio di non chiedere
    Attilio è sulla sessantina e le mani tradiscono il lavoro in campagna fin da ragazzino. La sua azienda agricola è una specie di impero: due stalle infinite, ettari di coltivazioni intensive, macchine e strutture tecnologicamente avanzate, ordine e pulizia nella corte settecentesca del basso bresciano.
    Quando Attilio comincia a raccontare di suo padre, gli diventano rossi gli occhi e si tocca il naso di continuo.
    «Papà aveva sentito nella televisione del terremoto del Friuli, sembrava un gatto in gabbia, “Quella povera gente – diceva – come posso stare fermo qui?”
    Quelli del consorzio agricolo lo avevano cercato perché dai comuni disastrati arrivavano notizie di contadini sul lastrico, animali morti nelle stalle crollate e si cercava di organizzare qualcosa, un invio di aiuti. Ma mio padre sembrava irrequieto. “Quella gente non dirà mai di cosa ha bisogno, non è abituata a chiedere, piuttosto si lascia andare… – ripeteva nervosamente – hanno il brutto vizio di non chiedere…”»
    Attilio è di poche parole ma questo episodio lo racconta volentieri.
    «Una mattina, mentre scendo per aiutare i miei fratelli nella mungitura mi accorgo che il papà è da tempo impegnato nel caricare una delle migliori olandesi della stalla sul carro del trasporto bestiame, lo guardo senza parole mentre riceve un sacchetto da mia madre con del pane e del formaggio. Mi fa cenno di mettermi qualcosa addosso e di salire con lui. Trecento chilometri per raggiungere l’alto Friuli, in un paesino sperduto e raso al suolo. Arriviamo in tarda sera davanti ai poveri resti di una piccola azienda agricola, mio padre scende, porta l’imponente animale giù dall’autocarro e lo consegna nelle mani del contadino, che guarda per terra, con una espressione che non posso scordare. Si sentiva umiliato di dover accettare ma era consapevole di avere bisogno. Il papà, senza guardarlo in faccia per non imbarazzarlo, si rimette al volante, gira il camion e torna a casa.»
    Attilio è commosso mentre ricorda quel giorno e io non posso fare a meno di chiedermi quanto fosse profondo il valore di quel silenzio, sia nel donare, sia nel ricevere.
    Quanto sia dignitoso il silenzio mantenuto nella disgrazia e quanto nobile il vizio di non chiedere.
    Nel 1980 Attilio è al circolo AVIS quando riceve la notizia del terribile sisma in Irpinia. La mobilitazione di quei giorni, i volontari per portare aiuti, l’esercito di leva per togliere le macerie di interi paesi sbriciolati, Attilio mi racconta di una notte intera per scendere nella provincia di Avellino.
    Al mattino lui ed altri volontari si aggiravano fra la desolazione dei crolli per cercare aiuto, un po’ di braccia per scaricare i camion di derrate alimentari.
    Ricorda con amarezza le risposte di quei ragazzi che non vollero aiutarli.
    Non toccava loro, dissero. Rammenta quel contrasto di sentimenti, la pietà per chi era stato colpito dalla tragedia e la rabbia verso chi trovava il tempo di tenere le mani in tasca e alzare le spalle, anche in mezzo ai morti.
    Poi mi racconta delle raccomandazioni che una madre dava a una ragazzina che si aggirava nel caos degli aiuti, chiedendo denaro: «Tu chiedi, chiedi sempre, pure se dicono di no, chiedi ancora…»
    Mi saluta, Attilio, con una vigorosa stretta di mano, chiosando con un «Sono tempi andati… è tutto cambiato…», ma mentre mi sorride, guardo una foto di suo padre sul trattore, appesa sopra lo specchio dell’ingresso.
    A me sembrano uguali.

    Identità e libertà, due racconti brevi per non dimenticare | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  4. #1274
    Blut und Boden
    Data Registrazione
    03 Apr 2009
    Località
    Lothlorien
    Messaggi
    74,943
     Likes dati
    2,836
     Like avuti
    10,460
    Mentioned
    218 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito Re: l'Indipendensa

    14 Luglio 2013
    Se l’indipendentismo leghista vuole la ciliegina senza la torta

    di GILBERTO ONETO



    Il Gruppo consigliare leghista della Regione Lombardia è una inesauribile fonte di esplosive trovate indipendentiste.
    In coerenza con il primo articolo dello Statuto del suo partito, giorni fa si è maschiamente espresso contro lo spostamento del Reggimento Artiglieria a cavallo da Milano a Vercelli. Il suo fuoco di distruzione sullo Stato italiano non si limita a quisquiglie amministrative ma da il meglio di sé nella gestione dei simboli identitari, nel processo di nation building che è obiettivo primario di ogni indipendentista. Il Gruppo al completo ha ripresentato due proposte di legge sulla “Istituzione ed adozione della bandiera della Regione Lombardia” e “Istituzione della Festa regionale Lombarda”. Sono due fatti fondamentali per ogni comunità che si voglia costruire istituzioni proprie ma anche una sorta di necessario ed entusiasmante suggello di un processo di emancipazione finalmente completato. Qui invece si vuole partire dalla coda, si vuole costruire un pomposo fastigio sul tetto di un edificio di cui non si sono neppure tracciate le fondamenta. È il solito gioco delle finzioni roboanti che da quasi tre decenni sta riducendo l’indipendentismo padano a una burletta, a una pantomima carnevalesca.
    Una prima considerazione riguarda l’opportunità di queste iniziative in una situazione in cui chi le ha prese non sembra molto impegnato in iniziative più sostanziose circa il programma sul quale si è fatto eleggere: prima di affrontare questioni di rifinitura simbolica, sarebbe bene che questi signori si occupassero di risorse sottratte alla Lombardia, della qualità di vita dei loro concittadini e – soprattutto – del progetto di maggiore autonomia, regionale o macroregionale, del Nord o della Padania poco importa: purché si diano una mossa su fatti concreti.
    La seconda considerazione riguarda il merito delle due proposte di legge, che sono basate su presupposti culturali piuttosto abborracciati e su conoscenze araldiche e storiche da “Figurine Lavazza”. Bandiere e simboli identitari sono elementi molto importanti e vanno trattati con cura: bisogna soprattutto evitare di lanciarsi in interpretazioni facilone.
    Si vuole sostituire l’attuale signacolo regionale, quello che Miglio aveva definito “la manopola di un servizio idrosanitario”? Si ritiene che l’istituzione regionale meriti di meglio in fatto di qualità delle immagini di riconoscimento? Va tutto bene, ma non si possono rimescolare i simboli come se fossero tollini della birra.
    Proporre l’impiego della bandiera crociata (spesso chiamata Croce di San Giorgio per convenzione, anche se nel caso specifico il riferimento agiografico è un po’ stiracchiato: la Regione Lombardia non è l’Inghilterra, la Catalogna o la Serenissima Repubblica di Genova, dove il collegamento con il Santo è invece consolidato) che è simbolo condiviso e riconosciuto della Lombardia storica, quelle delle Leghe Lombarde che associavano comunità che andavano da Vercelli a Rimini, che erano perciò una alleanza compiutamente padana. Questa confusione fra Lombardia storica e Lombardia amministrativa è alla base degli attuali pasticci araldici ed è piuttosto inquietante che a commettere l’errore sia una forza politica che dell’identità fa la sua ragione di esistere. La bandiera crociata (di San Giorgio, o “Carroccio”) è simbolo della Padania, della Lombardia storica e non di quella amministrativa che ne rappresenta solo una piccola parte. Utilizzare il segno del tutto per una sua parte è un errore sanguinoso. Quale sarà la bandiera della Padania libera e indipendente indicata al primo articolo dello Statuto della Lega se la sua bandiera vera e antica è già stata utilizzata per una sua regione interna? Davvero si vuole insistere con lo psichedelico Sole verde?
    La Regione attuale è una invenzione e merita un simbolo inventato: tanto vale tenersi la Rosa camuna. Se invece gli si vuole trovare un glorioso riferimento araldico che soddisfi la quasi totalità del suo territorio attuale, allora si usi il Ducale: bello, nobile e carico di storia.
    Anche per la Festa nazionale l’incipit è piuttosto strampalato: ancora una volta si fa riferimento alla prima Lega Lombarda e alla sua vittoria a Legnano. Vicenda gloriosa ma con qualche macchia “ideologica”: racconta infatti anche di profonde divisioni all’interno della comunità lombarda (storica e amministrativa), ricorda una straordinaria occasione sprecata e uno strano accanimento contro un nemico “sbagliato”, e – soprattutto – si porta addosso una sgradevole tara di patriottismo risorgimentale. Legnano è citata nella vibrante estasi del testo dell’Inno di Mameli e questo dovrebbe bastare a ogni buon indipendentista per rivolgere altrove le sue attenzioni.
    Una straordinaria amenità storica si trova addirittura nel primo articolo della proposta di legge, quando si dice che a Legnano “si sconfisse l’Impero Germanico”, che per la cronaca è nato nel 1871: una straordinaria attribuzione di preveggenza.
    Non c’è scritto da nessuna parte che una Regione debba dotarsi di una festa: le ricorrenze civili sono una invenzione giacobina e hanno qualche senso solo se posseggono un forte e motivato radicamento nell’animo popolare. Rabberciarne una tanto per farlo è una balossata: a quando l’istituzione di un inno, di un animale o di un fiore di riconoscimento, come per gli Stati americani?
    Se invece si vuole utilizzare una festa a fini politici, per farne uno strumento di consapevolezza identitaria e di lotta indipendentista, si deve scegliere qualcosa di più significativo. Un bel riferimento alla lotta popolare lombarda potrebbe essere trovato nelle giornate di rivolta e della repressione italiana del 1898. Il messaggio avrebbe in questo caso molto più forza: il ricordo unisce le anime cattolica, socialista e indipendentista; il nemico era un feroce militare italiano rappresentante di uno Stato ladro e di un monarca cialtrone (e non un imperatore svevo-bavarese amato da metà dei lombardi e riconosciuto nella sua autorità da tutti); non si celebra una vittoria militare minore ma una repressione (come la Diada catalana ricorda una sconfitta, l’11 settembre 1714) che è un segnale più opportuno per l’attuale condizione lombarda; non è una data condivisa con il nazionalismo mameliano ma è un forte segno di anti-italianità. Bava Beccaris era un mortale nemico, il Barbarossa un amico con cui c’erano delle divergenze e con cui si è trovato un accordo con padano pragmatismo. Con Bava e con quel che rappresenta nessuna convergenza è possibile. É così, vero amici del Gruppo consigliare?
    Si stabilisca che la prima domenica di maggio di ogni anno sia la festa lombarda: non si perde un’ora di lavoro e si ha modo di celebrare contemporaneamente la primavera e la voglia di libertà. La data piacerebbe anche ai nostri antenati celti. Sono un po’ passati di moda nella Lega 2.0, ma non inquietatevi troppo amici consiglieri: non c’entrano con l’Impero germanico né con la Merkel. Ma neanche con l’Inno di Mameli.

    Se l?indipendentismo leghista vuole la ciliegina senza la torta | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  5. #1275
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    22,425
     Likes dati
    46,241
     Like avuti
    21,159
    Mentioned
    159 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito Re: l'Indipendensa

    I padani meglio si rendan conto che senza un'impero che li domino, finiranno sbranati da neri e arabi.
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  6. #1276
    Forumista senior
    Data Registrazione
    05 Oct 2010
    Messaggi
    2,810
     Likes dati
    331
     Like avuti
    472
    Mentioned
    3 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Freezer Visualizza Messaggio
    I padani meglio si rendan conto che senza un'impero che li domino, finiranno sbranati da neri e arabi.


    Quoto freezer! Pochi oggi sembrano capirlo, infatti basta vedere cosa succede oltreoceano, tra non molto capiterà anche qui, basta vedere la finta polemica tra calderoli e la knyge;


    Zimmerman assolto, New York insorge
    I manifestanti occupano Times Square


    Decine di migliaia di persone hanno sfilato per Manhattan per chiedere giustizia per l'omicidio di un giovane di colore


    Zimmerman assolto, New York insorge I manifestanti occupano Times Square - Il Gazzettino



  7. #1277
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    22,425
     Likes dati
    46,241
     Like avuti
    21,159
    Mentioned
    159 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da psico Visualizza Messaggio
    Quoto freezer! Pochi oggi sembrano capirlo, infatti basta vedere cosa succede oltreoceano, tra non molto capiterà anche qui, basta vedere la finta polemica tra calderoli e la knyge;


    Zimmerman assolto, New York insorge
    I manifestanti occupano Times Square


    Decine di migliaia di persone hanno sfilato per Manhattan per chiedere giustizia per l'omicidio di un giovane di colore


    Zimmerman assolto, New York insorge I manifestanti occupano Times Square*-*Il Gazzettino

    E' preoccupante che nessuno si ponga la domanda: zimmerman è innocente? Ormai nero=vittima di un nuovo olocausto
    .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  8. #1278
    Blut und Boden
    Data Registrazione
    03 Apr 2009
    Località
    Lothlorien
    Messaggi
    74,943
     Likes dati
    2,836
     Like avuti
    10,460
    Mentioned
    218 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Freezer Visualizza Messaggio
    I padani meglio si rendan conto che senza un'impero che li domino, finiranno sbranati da neri e arabi.
    Meglio essere tedeschi.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  9. #1279
    tra Baltico e Adige
    Data Registrazione
    05 Apr 2009
    Località
    terra dei cachi
    Messaggi
    9,567
     Likes dati
    901
     Like avuti
    1,860
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Freezer Visualizza Messaggio
    I padani meglio si rendan conto che senza un'impero che li domino, finiranno sbranati da neri e arabi.
    La Padania deve esigere dai califfi che ci governano di rimanere nell'Europa che conta.



  10. #1280
    Blut und Boden
    Data Registrazione
    03 Apr 2009
    Località
    Lothlorien
    Messaggi
    74,943
     Likes dati
    2,836
     Like avuti
    10,460
    Mentioned
    218 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito Re: l'Indipendensa

    19 Luglio 2013
    Altro che Kyenge, le scimmie la Lega le ha in casa e fanno solo danni

    di GILBERTO ONETO



    Sulla vicenda Calderoli-Kyenge è stato detto di tutto e di più.
    Ha sicuramente ragione chi – come Bracalini – ricorda che nella politica italiana si è sentito molto di peggio delle recenti associazioni zoologiche. Lo stesso Calderoli è stato vittima di poco eleganti allegorie suine. E il Trota allora? Si è detto che lo si poteva impunemente svillaneggiare perché privo dei neuroni adatti alla carica. Ma quanti in quelle stanze ce li hanno? Neppure madama Kyenge sembra essere un prodigio di capacità e di competenze: una gara di sudoku fra lei e il Trota potrebbe avere risvolti epici.
    Il problema riguarda invece l’utilizzo perverso e schifosamente settario che si fa della satira e dell’insulto. Si può tranquillamente associare la materia organica o la scarsa morale materna a un finlandese o a un bergamasco, si può sbeffeggiare anche violentemente un cristiano, ma mai prendersela con meridionali o musulmani. Dietro a ogni tedesco si può sempre ipotizzare la presenza di una feroce SS, ma se un ghanese gira con il machete è solo per esercizio di body (de)building. Un genovese può essere sporco ma un negro solo profumato di bagnoschiuma; un bergamasco è gozzuto e un cuneese fesso ma guai a evocare banane davanti a un africano o citare piedi di porco in presenza di uno stroligo. Se indirizzato al di sotto del 43° parallelo il lazzo diventa vilipendio.
    Il meccanismo è bene oliato ed è costruito su un groviglio di pregiudizi virtuosi, di razzisti pruriti antirazzisti, “united colors” di Benetton, musichette da spot Coca-Cola e pistolotti di Famiglia Cristiana. Ma non bastano i giornali, le televisioni, le fiction multiculturali e moltitudini di dolci sacrestani: ci vuole anche la legge a imporre l’amore universale a senso unico. Don Giorgio De Capitani può tranquillamente invocare la morte dolorosa dei suoi nemici politici ma basta citare Santiago Matamoros per finire fra i severi tentacoli della Legge Mancino.
    La nomina di madama Kyenge a ministro non è stata solo una paraculata di Letta, un lasciapassare progressista e buonista, ma è stato un vero e proprio trappolone gettato fra i piedi degli avversari più sprovveduti. Roba del genere: «Provate a fare una battuta di quelle che tutti fanno al bar o ripetere un commento che tutti fanno in privato, che vi seppelliamo di “politicamente corretto”, vi additiamo alla pubblica esecrazione, vi scateniamo addosso la magistratura».
    Calderoli – che nelle associazioni animali da lui stesso praticate poco meriterebbe il posto della faina – ci è subito cascato. Se non ci fosse, i patrioti italiani un Calderoli se lo dovrebbero inventare. E forse l’hanno fatto. Non è solo un gaffeur di portata internazionale, non è solo il cuoco di riforme istituzionali abborracciate, non è solo l’ideatore dei ministeri patacca di Monza o delle inutili pire di leggi inutili: Calderoli è stato un infaticabile inquisitore interno del partito, l’espulsore di chiunque esprimesse una opinione, uno dei maggiori responsabili della devastazione politica e umana del mondo autonomista. Oggi rischia di essere l’elemento scatenante di una persecuzione giudiziaria contro la Lega e contro gli indipendentisti in generale proprio sulla base di quella Legge Mancino che né lui né i suoi compagni di merende hanno neppure mai tentato di abrogare o modificare.
    Un possente coro si è levato per chiedere le sue dimissioni da vice-presidente del Senato. È ingiusto! Pochi più di lui si meritano quel posto, pochi sono più adatti di lui a rappresentare il Parlamento italiano, lo Stato italiano, l’italianità. Presentando le sue scuse all’aula, l’altro giorno ha frignato: «Io ho sempre dato lealtà, lavoro e correttezza, oggi chiedo al Senato la stessa lealtà e la sua comprensione». Ha ragione e per questo non deve dimettersi. Non era però stato eletto per questo e perciò se ne dovrebbe andare non dal Senato ma dal partito, il cui Statuto parla di “indipendenza della Padania” e non di “lealtà al Senato di Roma”.
    Maroni aveva promesso pulizia ma polvere, tacche e freguglie sono ancora tutte lì. Se non mette in azione la vaporella la Lega finirà male ed è già tardi per le pulizie di primavera. I Calderoli, i Leoni, i Cota, i Boni ed i Tosi sono ancora tutti lì, e con loro una comitiva di opportunisti, incapaci, fintoni, profittatori e pasticcioni. Le scimmie la Lega 2.0 ce le ha in casa e portano solo guai.

    Altro che Kyenge, le scimmie la Lega le ha in casa e fanno solo danni | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
Pagina 128 di 163 PrimaPrima ... 2878118127128129138 ... UltimaUltima

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito