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Discussione: l'Indipendensa

  1. #1291
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    10 Agosto 2013

    Il Sud degli Esposito e Schettino, l’Italia è una macchietta


    di ROMANO BRACALINI





    Il giudice di Cassazione Antonio Esposito (cognome che a Napoli si dà ai trovatelli)
    , dopo l’infausta intervista al Mattino nella quale smentiva se stesso, ha rilasciato una dichiarazione in napoletano stretto che è stata rilanciata dal web come testimonianza dell’etica e della cultura di certa magistratura di stampo meridionale. Ora di questo giudice dialettale e maneggione emergono circostanza imbarazzanti circa le sue capacità di intrecciare multiformi interessi di famiglia e di sfruttare i privilegi di casta che la professione gli offre. Nulla di eccezionale. E nulla di eccezionale,che in questo genere di esibizioni mediocri, in cui emerge il livello della categoria, il Sud costituisca da sempre una debolezza e un ritardo.

    Inadeguato ma sempre in prima linea per arraffare.
    Qui si confrontano due culture inconciliabili, perfino nel concetto di rettitudine e di serietà. Edoardo Scarpetta con le sue farse teatrali non poteva che rappresentare la realtà di Napoli, con le sue furbizie e le sue geniali truffe mascherate da arte della sopravvivenza. Gli alleati nel 1944 misero un cartello che era un’avvertenza per chi veniva da fuori: ”Napoli, città di ladri”. A Napoli spariva di tutto, perfino i vapori carichi di merce e di armi provenienti dell’America. Il “guappo”, figura cardine della camorra napoletana, ha rappresentato in ogni tempo il miglior carattere della città, la sua essenza più vera e genuina, poco dedita al lavoro metodico e più conforme al gesto d’arroganza e di comando. In nessun altro vocabolario il lavoro viene tradotto con “faticà”, che è già indice di sudore e scarsa nobiltà.
    Il comandante Francesco Schettino, dopo che ha affondato una nave per incapacità e baldanza, è assurto anch’egli a simbolo della megalomania e scarsa professionalità del Sud. Al processo in corso a Grosseto compare in gran forma, abbronzato, e sempre attaccato al cellulare. Il peso che grava su di lui avrebbe ammazzato un rinoceronte. Lui saluta la stampa e sorride, come neanche un divo o un benefattore. Che a un personaggio simile sia stato affidato il comando di una importante nave da crociera è qualcosa che sfugge a ogni umana comprensione. In Francia il “Canard Enchenèe”, foglio satirico della capitale, ha trovato un nuovo filone d’ispirazione e di divertimento ed ha parlato di Schettino come di un prodotto tipico della penisola, facendo poca distinzione sul luogo di provenienza di Schettino. Del resto è il Sud che ormai rappresenta meglio l’intero paese. Lo stato burocratico è affollato di funzionari meridionali con titoli di studio di scarso prestigio. Prefetti, questori, comandanti dell’Arma dei Carabinieri, Esercito, Marina, Aeronautica, missioni militari all’estero. Non i migliori ma i soli di cui possa disporre lo stato parassita. Mussolini, che nell’uomo nuovo vedeva il soldato, diceva che i meridionali non erano buoni combattenti e li adibiva alla costruzione di armi per le èlite guerriere del Centro e del Nord più affidabili sul campo di battaglia. Del resto i reparti più affidabili dell’esercito borbonico erano bavaresi e svizzeri. D’Annunzio, pescarese, benché col grado di comandante non fece il soldato, si limitò ad alcune gesta di scarso ardimento in cui prevaleva l’esibizione. Consigliò ai contemporanei di buttare un pitale sul Parlamento ma lui si astenne dal farlo perché il gesto presupponeva qualche rischio. Nel 1920 occupata Fiume giurò che non avrebbe abbandonata la posizione: ma appena Nitti, Cagoja, capo del governo, ordinò il fuoco, D’Annunzio scappò alla prima cannonata. Minacciò di prendere la cittadinanza lappone. Non lo fece. Restò un pescarese.
    Dopo la destituzione del generale Cadorna, dopo Caporetto, nel 1917, venne chiamato a sostituirlo il generale napoletano Armando Diaz, d’origini spagnole, che nessuno conosceva perché fino a quel momento aveva ricoperto solo ruoli secondari. Diaz non conosceva la geografia del Nord e parlava solo napoletano, come Esposito. Quando gli portarono la notizia che l’esercito aveva sfondato a Vittorio Veneto, esclamò guardando la carta: ”E do’ cazzo sta Vittorio Veneto?”. Dopo la guerra brigò per avere il titolo di duca della Vittoria, titolo che comportava un crongruo vitalizio. E ovviamente l’ottenne, perchè nel Mezzogiorno, se non hai un titolo non sei nessuno. Miseria e nobiltà.

    Il Sud degli Esposito e Schettino, l?Italia è una macchietta | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 10-08-13 alle 08:24
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #1292
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Ci è proprio andata male ragazzi, quei bifolchi che ci comandavano ci hanno imposto la convivenza con queste popolazioni senza eguali nel mondo.
    Se non troviamo il modo per separarci saremo tutti portati a quel livello, la nostra identità scomparirà e tutto lo stivale sarà un'immensa Scampia.

  3. #1293
    Blut und Boden
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Wimpffen Visualizza Messaggio
    Ci è proprio andata male ragazzi, quei bifolchi che ci comandavano ci hanno imposto la convivenza con queste popolazioni senza eguali nel mondo.
    Se non troviamo il modo per separarci saremo tutti portati a quel livello, la nostra identità scomparirà e tutto lo stivale sarà un'immensa Scampia.
    In pianura sta già scomparendo; l'apporto di mille afroasiatici al giorno, con la complicità della ministra gorillina e della presidente della camera carita(ti)s - rende il processo di pulizia etnica (meglio sarebbe chiamarlo insozzamento) ancora più rapido e incisivo.
    Ultima modifica di Eridano; 10-08-13 alle 10:25
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  4. #1294
    tra Baltico e Adige
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    il paese è in mano ad una elitte meridiunala che non sarebbe elitte neanche in Madagascar.

    E questo va a grave colpa di noi tontoloni del nord.



  5. #1295
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    16 Agosto 2013

    220 viewsEtnie, la storica rivista ritorna. Ma sul Web


    di ALTRE FONTI
    La rivista “Etnie” viene fondata nel 1980 da Guido Aghina e Roberto C. Sonaglia, come strumento giornalistico al servizio delle minoranze etnolinguistiche e dei movimenti che ne chiedono la tutela o l’autodeterminazione. Il primo sottotitolo della testata, mensile di lotta dei popoli minoritari, si trasforma ben presto in scienza, politica e cultura dei popoli minoritari, a indicare una maggiore attenzione per gli aspetti antropologici e culturali dell’etnismo.
    Diretta da Sonaglia fino al 1985 e poi da Miro Merelli, senza cambiamenti di linea editoriale e filosofia, la rivista cartacea interrompe la pubblicazioni nel 1991. Rifondata nel 2003, la testata ha ripreso la piena attività in versione online dal 2013.
    Cosa c’è di nuovo

    L’attuale sottotitolo, scienza, geopolitica e cultura dei popoli, indica una piccola correzione di rotta riassumibile in due punti.
    1) Abbiamo aggiunto “geopolitica”, intesa come rapporti tra gli stati e politica internazionale, non perché sia una materia particolarmente attinente all’etnismo, ma perché proprio l’antropologia etnica – con la sua capacità di analizzare la psicologia dei popoli e prevederne i comportamenti – può essere uno strumento di comprensione delle realtà umane.
    Un paio di esempi: mentre lo storico, l’economista, il politologo, il sociologo, si affannavano a stabilire se e perché l’Unione Sovietica si sarebbe dissolta, l’etnista intuiva che ciò sarebbe accaduto perché si trattava di un impero multietnico, e – Primo Principio dell’Etnismo – le coabitazioni forzate non funzionano mai! E mentre gli esperti di geopolitica, quelli che considerano uomini e popoli semplici equazioni numeriche, sgomitano per avere la Turchia nella UE, l’etnista sa che l’esperimento finirà malissimo essendo, le popolazioni turciche nel complesso, asiatiche (estese persino oltre i confini della Cina) e islamiche.
    2) Il termine “popoli minoritari”, cioè minoranze etniche, ci sta parecchio stretto, a dire il vero fin dai primi numeri della rivista. In seguito a un certo interesse pubblicistico negli anni ’60 e 70’ nei confronti delle comunità alloglotte – inizialmente individuate nei “francesi” (Valle d’Aosta), nei “tedeschi” (Sudtirolo) e negli “slavi” (sloveni del Friuli-Venezia Giulia), poi estese caoticamente a friulani, sardi, provenzali, ladini, fino a raggiungere minuscole isolette germaniche, slave, albanesi o catalane – si stava correndo il rischio di riaffermare la sostanziale monoliticità mussoliniana della stirpe italica; questo mentre nella vita di tutti i giorni si celebrava il dramma della difficile convivenza tra nord e sud, e la distruzione – politica, scolastica e mediatica – di ogni forma etnoculturale al di sopra della Linea LaSpezia-Senigallia.
    Con orgoglio, “Etnie” può rivendicare un apporto sostanziale nel passaggio dalla mentalità da “Italia monolitica con una dozzina di minoranze” a “Italia come Stato plurietnico, cioè formato da più popoli a pieno titolo”. Questa visione è poi stata adottata dagli studiosi internazionali con il superamento della contrapposizione lingua/dialetto, e dall’Unione Europea con un elenco di idiomi minacciati che, in Italia, comprendono anche tutte le parlate padane e il siciliano.
    Tra ieri e oggi

    Fare etnismo oggi è diverso rispetto a due o tre decenni fa? In parte, sì. Tra i cambiamenti dagli anni ’80-90, è particolarmente evidente l’evoluzione del tentativo di distruzione delle culture locali mediante maree migratorie, dal sistema “interno” a quello “esterno”: accanto al trasferimento di etnie da una zona all’altra di uno Stato è ora in piena attività l’importazione di popolazioni straniere, mentre resta immutato l’abuso delle accuse di razzismo e xenofobia – quando non di procedimenti giudiziari – per reprimere le opinioni contrarie o i tentativi di analizzare chi stia manovrando questi fenomeni e a quali fini.
    Ne risultano probabili problemi di comprensione per i più giovani che leggano articoli “d’epoca”, viste le trasformazioni di alcuni termini. Per esempio, oggi “etnico” è diventato press’a poco sinonimo di “esotico” o addirittura di “africano”; e “multietnico” non si riferisce a uno Stato composto dalla somma di vari popoli storici e stanziali (come la Gran Bretagna, l’Italia, la Spagna), ma all’aspirazione di trasformare i Paesi europei a somiglianza di entità recenti d’oltreoceano costruite sull’immigrazione (come gli Usa, il Brasile, l’Australia).
    D’altra parte è cambiato lo stesso concetto di europeismo. Quello che per “noi” negli anni ’80 era l’anelito a un’Europa dei Popoli, dove gli stati nazionali avrebbero perso man mano potere e significato a favore delle etnie e delle regionalità, si è involuto in un’Europa dei Commercialisti e ora, sempre più, in un’Europa dei Noneuropei.
    Un altro deciso cambiamento – che va segnalato per memoria storica, ma non ha poi molta importanza – è quello politico-ideologico. Già il concetto di destra e sinistra è per molti abbastanza irritante, ma applicato all’etnismo e all’autonomismo fa decisamente ridere. L’etnismo, inteso come studio e difesa delle comunità umane, non c’entra nulla con queste terminologie calcistiche (anzi, è visto come il fumo negli occhi da qualsiasi partito “statale”), e l’autonomismo dovrebbe unicamente tendere all’autodeterminazione di una comunità… che poi voterà come le pare.
    Resta però il fatto che destre e sinistre si sono impercettibilmente date il cambio nella difesa dei sacri confini della Patria: mentre negli anni ’80 a combatterci erano in prima fila le fiamme tricolori, oggi i più accesi centralisti stanno di preferenza dall’altra parte. Ma sono inezie: qualsiasi politico che aspiri al potere (così come qualsiasi cantante che voglia vendere dischi o giornalista che voglia mantenersi il posto) deve inneggiare all’italianità e insultare il “particolarismo”.
    Autonomismo, da sinonimo di cultura a nomea d’ignoranza?

    Un fenomeno ben più imponente è rappresentato dalla trasformazione dei movimenti autonomisti da centri di difesa etnica a comunissimi partiti senza alcun patrimonio culturale. In particolare, la metamorfosi della Lega Nord, iniziata già negli anni ’90, ha portato alla snaturalizzazione del termine “padano”, divenuto assurdamente sinonimo di leghista.
    Consultando i nostri archivi, qualsiasi lettore noterà che gli studiosi e i collaboratori di “Etnie” utilizzavano (e utilizzano tuttora) il concetto di Padania per indicare le popolazioni presenti nelle attuali Regioni Piemonte, Lombardia, Liguria ed Emilia-Romagna (considerando il Veneto una “nazione” a parte). Questa definizione è apparsa sulle nostre pagine ben prima che se ne appropriasse Bossi, e per la verità campeggiava a mo’ di slogan sui muri piemontesi e lombardi già negli anni ’70. Oggi, grazie al disastro culturale provocato dai sedicenti autonomisti, qualunque analfabeta può scrivere sui forum “l’inesistente Padania”; senza sapere che questo territorio – magari indicato con sinonimi come Gallia Cisalpina, Médiolanie, eccetera – viene studiato nelle facoltà di lingue romanze di tutto il mondo.
    E insomma, se negli anni ’80-90 erano gli esperti di “Etnie” a tenere conferenze, organizzare concerti e manifestazioni culturali, frequentare radio e tv per spiegare una materia affascinante a un pubblico affascinato, oggigiorno chi parla di autodeterminazione viene dato per ignorante. Quando, in natura, i veri ignoranti sono sempre stati proprio i centralisti, da quelli che insegnano nelle nostre università (fingendo che il piemontese o il veneto siano dialetti dell’italiano, cioè del toscano! o riproponendo fesserie storiche sul Risorgimento), al giornalista medio che ci racconta, irridente, come il toponimo sul cartello comunale sia stato tradotto in dialetto… quando, non un vero approfondimento, ma un elementare ragionamento logico gli suggerirebbe che è l’esatto contrario, che il nome originale è il secondo. Qualsiasi Paese normale sarebbe fiero di questo immenso patrimonio etnolinguistico alternativo, presente soprattutto in Sardegna e a nord della Linea LaSpezia-Senigallia, mentre l’intellighenzia italica ci fa su un paio di risate, blatera di cultura e seppellisce il tutto sotto una marea di centri commerciali.


    TRATTO DA: http://www.rivistaetnie.com

    Etnie, la storica rivista ritorna. Ma sul Web | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  6. #1296
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    16 Agosto 2013

    Venetkens, fino a metà novembre la mostra di un popolo glorioso





    di GILBERTO ONETO


    Fino a metà novembre si tiene nello stupendo scenario del Palazzo della Ragione di Padova la mostra
    Venetkens. Viaggio nella terra dei veneti antichi”. L’evento è straordinario, da non perdere; la mostra è affascinante per l’allestimento, per la qualità del materiale esposto e per il significato culturale di fondo. È la prima volta che viene raccontata in questo modo la vicenda di un popolo antico e glorioso, che aveva costruito livelli molto alti di civiltà. Nelle scuole dell’obbligo – e perciò nel bagaglio sapienziale più diffuso e “politicamente corretto” – l’antichità delle nostre terre è monopolizzata da greci e romani: tutti gli altri popoli sembrano delle pallide comparse, degli incidenti di percorso nel trionfale cammino della latinità. Tutto quello che succedeva al di sopra del Rubicone era marginale barbarità, espressione gutturale di genti che attendevano solo di essere illuminate dal faro di Roma. Così i ragazzi italiani si sentono raccontare ogni dettaglio su sumeri, egizi antichi e fenici ma neppure una mezza paginetta viene spesa per i loro antenati. Garalditani, liguri, camuni, golasecchiani, reti, celti e veneti sono descritti come orde quasi subumane indegne di comparire sulle pagine della Grande Storia. Poco importa se studi, ricerche e ritrovamenti ci consegnano immagini assai diverse, di comunità civilissime, di profonda cultura, di solida economia, di raffinata abilità artistica e di capacità tecniche d’avanguardia. Anni fa una mostra epocale a Palazzo Grassi, a Venezia (“I Celti. La prima Europa”, 1991) aveva squarciato il telone che copriva la celticità e aveva aperto una fecondissima stagione di studi e conoscenze che da allora non si è più arrestata. Qualcosa di simile era successo con la mostra genovese del 2004-2005, “I Liguri. Un antico popolo europeo tra Alpi e Mediterraneo”.
    Si spera che lo stesso succeda oggi con Venetkens. Come la mostra sui celti cadeva “a fagiolo” in un momento politicamente propizio (che ne aveva favorito il successo ma anche tratto grande ispirazione), oggi l’evento patavino arriva in una fase di rigoglioso fermento del venetismo, dell’identità e della voglia di libertà di un popolo che di quegli antichi veneti si sente erede.



    L’atmosfera ha sicuramente influenzato i curatori della mostra
    (che forse in altra epoca non sarebbe neppure stata fatta) da cui traspare parecchio fervore descrittivo ma il cui lavoro sembra anche essere “trattenuto” dalla paura di uscire dagli schemi “di regime”. Per questo si è posta attenzione nel sottolineare i rapporti con la penisola italiana e la facilità con cui la cultura veneta avrebbe accettato quella romana. Ma si è soprattutto mostrata molta prudenza nel cercare di nascondere o minimizzare la contiguità organica con le (più che) vicine comunità celtiche o celtizzate.
    Si esalta l’alleanza con Roma (per la quale sono state spesso cercate acrobatiche comunanze di origine) che era invece stata – col senno di poi – un colossale errore strategico che gli stessi veneti avevano pagato come i celti, solo rimandandone le conseguenze di qualche anno: le grandi e più conosciute ribellioni anti-romane soffocate nel sangue sono del 174 a.C. a Padova, del 135 a.C. a Este e Vicenza e del 129 a.C. nel Veneto orientale.
    Nella mostra si tace sui rapporti coi celti o si ricorre per sminuirli a pudiche mascherature lessicali, come la “galassia pedemontana”. La parentela risulta invece evidentissima dai manufatti esposti, dai caratteri culturali ed è giustamente sottolineata dai testi (soprattutto di Filippo Gambari e Anna Bondini) del bellissimo catalogo. Ma trova una sua ufficializzazione paradossalmente proprio nel titolo della mostra: il termine Venetkens (il più antico riferimento locale a come i veneti chiamassero sé stessi) proviene da una iscrizione del II secolo a.C. ritrovata nel 1992 a Isola Vicentina. C’è scritto : “Iats, venetkens osts ed enogenes laions, mi fece fare” (“Iats venetkens osts ke enogenes laions meu fasto”). La stele in pietra sarebbe cioè stata commissionata da uno o due signori: il nome menzionato è indubbiamente celtico (Iats), osts sta per ospite (straniero), enogenes per indigeno, venetkens per veneto e laions avrebbe a che fare con la tribù insubre dei Laevi. O erano due persone associate o una sola con doppia discendenza, testimonianza di una osmosi culturale profonda. La cosa non dovrebbe stupire dal momento che già Polibio (Storie, II, 17) aveva scritto: «I veneti poco differiscono dai celti per gli usi e i costumi, ma parlano un’altra lingua». Sta a vedere che gli antichi veneti erano un po’ padani? Lo ha sempre sostenuto quel grandissimo veneto di Gualtiero Ciola: ma è una constatazione davvero poco “politicamente corretta” (e per molti fastidiosa) e per questo nella mostra si sorvola sul tema con eleganza.

    Venetkens, fino a metà novembre la mostra di un popolo glorioso | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 18-08-13 alle 20:06
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  7. #1297
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    La Lega dorotea e il federalismo “patriottico” di Tosi



    di GILBERTO ONETO



    Maroni aveva promesso che avrebbe cambiato tutto, fatto pulizia, cacciato i vecchi marpioni e ripreso la strada dell’indipendenza. In molti ci avevano creduto magari mandando giù il boccone di un asettico e romanocentrico “Nord” al posto dei nomi più veri e antichi della nostra terra.
    Poi, un po’ alla volta, si è convertito al più robusto doroteismo: non si fa nulla, non si decide nulla, si rimanda, si rinvia, si fa della buona amministrazione, forse, chissà, se gli alleati lo permettono, se il buon tempo tiene, se, se, se…..
    Ogni tanto si sente parlare della Lega per qualche sparata contro madama Kyenge e della giunta lombarda per questioni di incarichi: niente di bello né di entusiasmante. I barbari sognanti si sono svegliati in una realtà che odora di vecchia socialdemocrazia e ha l’appeal del fondo melmoso di uno stagno. Qualche nota di tromba ogni tanto la caccia Bossi, così come viene, giusto per fare casino: l’insieme somiglia sempre di più a una gag di Crozza. Manà, manà.
    Chi si distingue è il sindaco di Verona e segretario della Liga Veneta. Le sue ultime trovate sono una autocandidatura alle primarie del Pdl (Forza Italia, Casa, Popolo, Polo, Domiciliari delle libertà… abbiamo perso il conto) e una patriottica stornellata con Giorgia Meloni, vivace capetto di Fratelli d’Italia. Hanno ipotizzato di fare un po’ di strada assieme ed hanno anche coniato una nuova formula: il “federalismo patriottico”. Mancava alla collezione di tavanate accumulata in questi anni: neppure il pirotecnico Calderoli era mai arrivato a una acrobazia lessicale così audace, a un ossimoro così fulminante. Questi sono figli di Marinetti e il paroliberismo è nel loro dna.
    Nel generale marasma della politica italiana in pochi hanno l’aria soddisfatta e il Tosi è sicuramente uno di questi: non che abbia un sorriso smagliante (in Insubria si dice «Nas che pissa in buca, guai a chi ghe tuca») ma ha sicuramente tutte le sue buone ragioni per esultare. Sta bastonando e cacciando tutti i leghisti che gli sono poco simpatici e – soprattutto – sta ritornando a casa e, come il figliol prodigo, già pregusta le prelibatezze dello spiedo rosolato in suo onore. È un po’ come certi personaggi inglesi o americani della fiction spionistica (ma anche della realtà) che erano stati reclutati da giovani dal Kgb e avevano percorso tutta la loro carriera da talpe nei ministeri o nelle forze armate dei loro paesi facendo evidenti danni: scoperti se ne sono fuggiti in Unione Sovietica dove sono stati accolti con gli onori tributati agli eroi.
    Tosi, riscaldato anche nei momenti più difficili dalla fiamma patriottica (ovviamente tricolore) si è intalpato nella Lega e con caparbietà e anche con indubbie capacità è riuscito a scalare l’intera piramide gerarchica fino allo scranno di vice-segretario federale. Chapeau! Anzi: fez! Non è facile sopravvivere e prosperare in una struttura come il Carroccio se non si hanno forti motivazioni e una infinita capacità di sopportazione: in generale sopravvivono solo prosseneti e incapaci. Non si ha motivo di credere che Tosi sia così, perciò la sua abilità è ancora maggiore e resta solo il rimpianto non sia stato davvero dei nostri.
    Oggi però il giochino non può più funzionare. Maroni non ha più davanti a sé la scelta fra una sconfitta e una radiosa vittoria, ma solo – salvo robusti interventi dello Spirito Santo – fra una rotta ignominiosa e una consunzione dignitosa. Per salvare le apparenze, preservare la dignità e lasciare spazio a chi volesse riprendere il cammino con più entusiasmo e credibilità deve dare un forte– ancorché tardivo – segnale di coerenza e disfarsi dei più pericolosi focolai di malattia, delle pesti più dannose. Qui non bastano più le scope, forse neppure il vecchio e caro flit: ci vogliono interventi chirurgici spietati. O così o manà!

    19 Agosto 2013

    La Lega dorotea e il federalismo ?patriottico? di Tosi | L'Indipendenza
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  8. #1298
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    questa è "bella"

    Nasce il nuovo partito, ?Padania Libera?. Leader Umberto Bossi | L'Indipendenza


    Nasce il nuovo partito, “Padania Libera”. Leader Umberto Bossi


    di GILBERTO ONETO
    Sembra fatta: il nuovo partito c’è. Ci sono – dicono i bene informati – le tessere, c’è il leader (sempre lo stesso), c’è anche l’ideologo (sembra il Giuseppe Leoni: forse era meglio tenere il Trota…), mancherebbero per ora solo gli iscritti ma c’è una affezionata clientela pronta alla bisogna. Pare ci sia anche il nome: “Padania Libera”. Un guizzante colpo di originalità che è già meglio del precedente “Siamo gente comune”, che presentava insuperabili contraddizioni antropologiche.
    Mancano una linea (quella dettata dal Leoni è solo “aerea”) e un programma: è all’uopo in azione il think tank di Gemonio. Qualcosa l’ha già buttata lì Bossi giorni fa quando ha detto che bisogna mettere assieme tutti i movimentini indipendentisti: auguri! Questi litigano furiosamente fra di loro e la sola cosa che hanno davvero in comune è il radicale rigetto del Bossi e del bossismo: c’era miracolosamente riuscito un quarto di secolo fa a mettere assieme il ribollente mondo dell’autonomia ma lui era sano e gagliardo, era una novità, non c’erano precedenti “scottanti”, la qualità umana era in generale decisamente migliore (oggi anche l’antibossismo è stipato di allievi, emuli, aspiranti, cloni del Bossi peggiore) e i tempi erano propizi. Lo sarebbero per la verità anche oggi, e forse anche di più, ma la voglia di libertà e indipendenza non può essere cavalcata da chi ne ha fatte troppe, da chi si è appecorato davanti a Scalfàro e a Berlusconi, da chi ha radunato milioni di speranze sul Po e le ha congedate con il gesto dell’ombrello, miss Padania e qualche ampolla esportata in Tanzania. Ci vuole linfa nuova, che non riproduca i vecchi difetti, che non sia compromessa e che faccia buon uso delle esperienze negative fino a qui maturate. Fra le cattive esperienze ci sono anche i personaggi che – sin vergüenza (libera traduzione: con “una notevole faccia di palta”) - oggi si vogliono riproporre per rimediare alle pirlate che loro stessi hanno fatto, senza accennare a un minimo segno di doverosa resipiscenza, senza neppure il rosario di giaculatorie che il più bonario dei confessori gli appiopperebbe o lo scrivere 10.000 volte “Sono stato un ciula” cui ogni maestro assennato li costringerebbe.
    Aveva scritto il grande Miglio: «Bossi mente sempre, e anche gratuitamente». Figuriamoci quando gli conviene farlo, e adesso è uno di quei momenti. Qualcuno ci cascherà ma non chi lo conosce e – soprattutto – conosce il suo entourage. Il risultato di questa avventura sarà solo l’accelerazione del crollo leghista e forse non è del tutto negativo che questo avvenga. Di certo gli “altri” non sono molto meglio e non stanno facendo nulla per riprendere la giusta battaglia per le libertà economiche e politiche, il «Basta Roma, basta tasse» che aveva fatto la forza e la fortuna del movimento. Finirà tutto in vacca ma nel modo peggiore, all’italiana, senza la dignità allucinata di un Götterdämmerung, senza la pacata serenità di un De Gaulle o di una Tatcher che si ritirano in buon ordine dopo aver ottenuto i loro obiettivi. Questi non hanno combinato un tubo e proprio non vogliono lasciare la scena, come patetici vecchi attori, come attempate soubrettes impastate di silicone e di ritinteggiature. Tutto serve alla Padania tranne che un Bossi un po’ suonato che ripete a macchinetta le sue avventure passate e che butta via l’ultimo rimasuglio di rispetto che la gente provava per lui. Serve cervello e non botulino, servono idee e ideali, serve conoscenza e chiarezza. Questi invece – rifondatori, scopatori o tricolori – si sono tutti ridotti al ruolo di sceneggiatori e ispiratori di Crozza.

    Ultima modifica di sciadurel; 20-08-13 alle 09:02

  9. #1299
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Un nuovo insulto al nome Padania.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Ma allora è vero??? Io pensavo fosse una delle tante sbroccate di Bossi & Co...
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