10 Agosto 2013
Il Sud degli Esposito e Schettino, l’Italia è una macchietta
di ROMANO BRACALINI
Il giudice di Cassazione Antonio Esposito (cognome che a Napoli si dà ai trovatelli), dopo l’infausta intervista al Mattino nella quale smentiva se stesso, ha rilasciato una dichiarazione in napoletano stretto che è stata rilanciata dal web come testimonianza dell’etica e della cultura di certa magistratura di stampo meridionale. Ora di questo giudice dialettale e maneggione emergono circostanza imbarazzanti circa le sue capacità di intrecciare multiformi interessi di famiglia e di sfruttare i privilegi di casta che la professione gli offre. Nulla di eccezionale. E nulla di eccezionale,che in questo genere di esibizioni mediocri, in cui emerge il livello della categoria, il Sud costituisca da sempre una debolezza e un ritardo.
Inadeguato ma sempre in prima linea per arraffare.
Qui si confrontano due culture inconciliabili, perfino nel concetto di rettitudine e di serietà. Edoardo Scarpetta con le sue farse teatrali non poteva che rappresentare la realtà di Napoli, con le sue furbizie e le sue geniali truffe mascherate da arte della sopravvivenza. Gli alleati nel 1944 misero un cartello che era un’avvertenza per chi veniva da fuori: ”Napoli, città di ladri”. A Napoli spariva di tutto, perfino i vapori carichi di merce e di armi provenienti dell’America. Il “guappo”, figura cardine della camorra napoletana, ha rappresentato in ogni tempo il miglior carattere della città, la sua essenza più vera e genuina, poco dedita al lavoro metodico e più conforme al gesto d’arroganza e di comando. In nessun altro vocabolario il lavoro viene tradotto con “faticà”, che è già indice di sudore e scarsa nobiltà.
Il comandante Francesco Schettino, dopo che ha affondato una nave per incapacità e baldanza, è assurto anch’egli a simbolo della megalomania e scarsa professionalità del Sud. Al processo in corso a Grosseto compare in gran forma, abbronzato, e sempre attaccato al cellulare. Il peso che grava su di lui avrebbe ammazzato un rinoceronte. Lui saluta la stampa e sorride, come neanche un divo o un benefattore. Che a un personaggio simile sia stato affidato il comando di una importante nave da crociera è qualcosa che sfugge a ogni umana comprensione. In Francia il “Canard Enchenèe”, foglio satirico della capitale, ha trovato un nuovo filone d’ispirazione e di divertimento ed ha parlato di Schettino come di un prodotto tipico della penisola, facendo poca distinzione sul luogo di provenienza di Schettino. Del resto è il Sud che ormai rappresenta meglio l’intero paese. Lo stato burocratico è affollato di funzionari meridionali con titoli di studio di scarso prestigio. Prefetti, questori, comandanti dell’Arma dei Carabinieri, Esercito, Marina, Aeronautica, missioni militari all’estero. Non i migliori ma i soli di cui possa disporre lo stato parassita. Mussolini, che nell’uomo nuovo vedeva il soldato, diceva che i meridionali non erano buoni combattenti e li adibiva alla costruzione di armi per le èlite guerriere del Centro e del Nord più affidabili sul campo di battaglia. Del resto i reparti più affidabili dell’esercito borbonico erano bavaresi e svizzeri. D’Annunzio, pescarese, benché col grado di comandante non fece il soldato, si limitò ad alcune gesta di scarso ardimento in cui prevaleva l’esibizione. Consigliò ai contemporanei di buttare un pitale sul Parlamento ma lui si astenne dal farlo perché il gesto presupponeva qualche rischio. Nel 1920 occupata Fiume giurò che non avrebbe abbandonata la posizione: ma appena Nitti, Cagoja, capo del governo, ordinò il fuoco, D’Annunzio scappò alla prima cannonata. Minacciò di prendere la cittadinanza lappone. Non lo fece. Restò un pescarese.
Dopo la destituzione del generale Cadorna, dopo Caporetto, nel 1917, venne chiamato a sostituirlo il generale napoletano Armando Diaz, d’origini spagnole, che nessuno conosceva perché fino a quel momento aveva ricoperto solo ruoli secondari. Diaz non conosceva la geografia del Nord e parlava solo napoletano, come Esposito. Quando gli portarono la notizia che l’esercito aveva sfondato a Vittorio Veneto, esclamò guardando la carta: ”E do’ cazzo sta Vittorio Veneto?”. Dopo la guerra brigò per avere il titolo di duca della Vittoria, titolo che comportava un crongruo vitalizio. E ovviamente l’ottenne, perchè nel Mezzogiorno, se non hai un titolo non sei nessuno. Miseria e nobiltà.
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