



ragazzi scusate l'intrusione ma ci sono le elezioni del Forum
i seggi sono i thread in rilievo sul forum Nazionale
se partecipaste anche voi mi farebbe piacere
un buon risultato di partecipazione sarebbe una cosa bella per tutto il forum nel suo complesso


non mi interessano le lezioni "nazionali".




9 Dicembre 2013
Lega, se Salvini non vuole spegnere la luce di via Bellerio
di GILBERTO ONETO
Salvini ce l’ha quasi fatta a diventare Segretario federale della Lega. Gli manca solo la ratifica dei delegati al prossimo Congresso.
Ha votato solo il 59,96% dei militanti che non è un dato entusiasmante neppure se si da peso alle difficoltà “geografiche” per raggiungere i seggi. Salvini è stato votato da 8.162 dei 17.047 aventi diritto, e cioè il 47,88%. Neppure quei 226 militanti che si sono presi la briga di andare fino al seggio per votare scheda bianca o nulla sono un bel segnale. C’è poco entusiasmo, molto mugugno e irritazione.
Decisamente meglio gli è andata nel confronto con Bossi. Un netto 4,45 a uno gli risparmia l’accusa più infamante: un suicidio non può essere confuso con un parricidio, e plebiscito non fa rima con Edipo. L’abissale differenza lo mette anche al riparo da mali di pancia interni che non siano piccole flatulenze “di ritorno”: la “Gente comune” se ne resterà confinata in qualche bar e Leoni si dovrà contentare di svillaneggiare la sintassi solo in privato.
Ciò nonostante, tempi procellosi attendono il nuovo Segretario.
Quando erano comparsi i “barbari sognanti”, in molti – dentro e fuori la Lega – avevamo accarezzato speranze di rinnovamento e di un reale cambiamento per le istanze indipendentiste. In tanti avevamo fatto generose aperture di credito nei confronti di Maroni, nonostante il suo scabroso curriculumitalianista, per lo scossone che sembrava voler dare a una situazione davvero putrida. Maroni è stata una dolorosa delusione per tutti, che spiega anche quel 52,12% di militanti scazzati o livorosi. Ma che spiega (assieme allo sconcio che l’ha preceduto) soprattutto la diaspora elettorale e il generalizzato prurito che provoca il parlar di Lega in milioni di ex leghisti e mancati leghisti.
Per tutto questo Salvini ha davanti a sé un percorso difficile. Come ripetiamo da anni, come si continua a predicare su questo giornale, e come riconoscono anche gli osservatori esterni più sereni, la Lega è in evidente difficoltà ma lo spazio per il leghismo (inteso come autonomismo e indipendentismo padanista) è enorme, addirittura in crescita. Nessuno può sapere se la Lega avrà ancora un ruolo nei possibili scenari futuri di libertà, ma supponiamo che Salvini sia convinto che ne abbia (ci mancherebbe…) e per questo ci permettiamo di dargli qualche consiglio.
1 – Deve fare chiarezza ideologica, deve ribadire con forza il significato del primo articolo dello Statuto e sgomberare il campo da ogni ambiguità sugli obiettivi dell’indipendenza e sulla sua valenza territoriale. Deve dare direttive chiare e coerenti a tutti gli organi e ai rappresentanti del partito, soprattutto negli Enti locali. In quelli leghisti le bandoliere tricolori devono restare nei cassetti, le bandiere “protette per legge” devono rimanere arrotolate e certi ritratti troneggiare solo negli angoli meno visibili. La coerenza deve essere assoluta nei comportamenti e nel linguaggio. Il nuovo Segretario deve dare forza agli strumenti culturali e utilizzare meglio i mezzi di informazione: il consenso si crea con le idee, con la divulgazione dei dati, con la controinformazione, con un intelligente revisionismo, e con decoro e presentabilità culturale. Pol Pot faceva fuori tutti i portatori di occhiali perché potenziali intellettuali, Bossi ha trascurato il particolare delle lenti ma ha sterminato con uguale puntiglio chiunque tentasse un ragionamento autonomo. È ora di cambiare registro.
2 – Deve stabilire se fare ancora alleanze e con chi. Metta finalmente una pietra sopra il sodalizio con il Berlusca e i suoi sgherri, con gli Alfani, le Biancofiore e il resto del patriottico Barnum tricolore. Dica chiaramente che si fanno solo appoggi esterni, scrupolosamente temporanei e finalizzati a ottenere un pagamento cash in pezzi di autonomia. Questo vale anche per l’Europa: la Le Pen è una simpatica signora ma è a capo dei “Fratelli di Francia”, che sono un po’ i larussiani di oltre Alpi. Va bene l’antieuropeismo ma non si ripercorrano vecchie strade malfrequentate.
Si dedichi piuttosto a intrattenere rapporti civili e proficui con gli autonomisti storici (valdostani, tirolesi, sloveni e sardi) ma faccia anche una apertura nei confronti dei rissosissimi movimenti indipendentisti e regionalisti nostrani: ciascuno di loro vale poco più di una sigla, ma l’insieme (e soprattutto l’apertura) possono valere una marea di consensi.
3 – Ripulisca davvero il partito, non con le scope ma con il Baygon. Oggi è circondato da vecchi dinosauri che cercano di tenerlo in pugno e condizionarlo. Se ne liberi: il loro abbraccio è mortale e alcuni di loro ritengono di poter continuare a comandare per interposta persona. Chi ha fatto più di due legislature se ne vada in pensione. Per chi è iscritto ad altri gruppi consiliari o ha fondato surrogati di partiti applichi l’articolo 53 dello Statuto. Chi è incorso in comportamenti truffaldini e miserevoli (rimborsi e furbate varie) venga senza troppi complimenti allontanato. Non importa se si tratta di ex Segretari, Vice-segretari, Governatori, ex ministri o tromboni vari. Più sono grassi e compromessi i ras epurati, più l’esempio creerà entusiasmo e consenso. Applichi lo stesso rigore con i troppi furbastri che gli stanno attorno e che vivono di politica. Nel partito o appena fuori c’è un sacco di gente giovane e brillante che lavora e si mantiene di suo, che potrebbe essere utilissima. Usi criteri di selezione aziendale. Non abbia paura di circondarsi di gente capace, non tema le possibili concorrenze, non ripeta l’errore che hanno fatto Bossi attorniandosi di lacchè e Maroni di meridionali.
Valuti con serenità il ruolo dei suoi mancati competitors indipendentisti e con le forze davvero padaniste che ancora resistono all’interno del partito.
Istituisca una commissione tosta che vada a spulciare dove è finito ogni singolo Euro transitato dal partito e che non abbia remore a sputtanare chiunque abbia fatto il furbo, in qualsiasi piano abiti. Sarebbe la più bella e vincente carta da giocare per ricostruire credibilità, entusiasmo e consenso. Stia poi attentissimo a ogni slabbratura di familismo anche vicinissimo a lui: in troppi gli stanno addosso e aspettano una sua mossa per impallinarlo.
Non siamo più disposti a firmare cambiali in bianco, come Tommaso vogliamo toccar con mano. Se farà queste cose saremo con lui, se non lo farà saremo contro. Se farà queste cose la gente sarà con lui, se non lo farà l’avrà contro. Soprattutto se lo farà potrà ridare speranza alla Padania, se non lo farà non gli resterà che spegnere le luci di via Bellerio, chiudere le porte e proseguire mestamente verso un inglorioso tramonto.
DIDASCALIE DELLE TRE CARTINE
Primarie1
Percentuale di votanti
Grigio scuro – Più del 60% dei militanti
Grigio chiaro – Fra 50% e 60%
Bianco – Meno del 50%
Primarie2
Percentuale di votanti per Salvini
Grigio scuro – Più del 90% dei votanti
Grigio chiaro – Fra l’80% e il 90%
Bianco – Meno dell’80%
Primarie3
Percentuale di militanti per Salvini
Grigio scuro – Più del 50% dei militanti
Grigio chiaro – Il 50%
Bianco – Meno del 50%
Lega, se Salvini non vuole spegnere la luce di via Bellerio | L'Indipendenza
Ultima modifica di Eridano; 09-12-13 alle 09:31
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


Sarebbe meglio per Oneto che evitasse di rovinarsi la reputazione sostenendo il partito dei quisling.




basta la parola ...


Più terribile di un'intera confezione del famoso confetto.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


11 Dicembre 2013
Gli indipendentisti? Se non si uniscono non andranno da nessuna parte
di ROMANO BRACALINI
Vedo nel marasma politico italiano un proliferare di movimenti di liberazione, però divisi e deboli perché privi di un programma comune. Anzi vedo in ciascun movimento una idea di primogenitura orgogliosa e quasi ostile, un impedimento a confidarsi e a unire gli sforzi. Il Veneto aspira da sempre all’indipendenza perduta. La Lombardia mette in campo un lombardismo orgoglioso che a fine Ottocento Filippo Turati tentò di tradurre nella formula avvicente dello “Stato di Milano”. Il Piemonte neghittoso e assorto, quasi geloso del suo passato regale di Stato guida, è incerto tra antico leghismo, aspirazioni autonomiste e vecchio ordine partitocratico. Torino, dopo i Savoia, è stata la culla del comunismo gramsciano; Togliatti ne ereditò i connotati rigidi che impresse al suo partito. Torino da sempre è amministrata da sindaci della sinistra statalista. Sulla testa del presidente Cota pende un fatale destino di rimborsi truffa che favoriscono la rimonta del Pd, e così il Piemonte tornerebbe nell’orbita italiana.
Il crollo della Lega non ha significato la fine delle antiche aspirazioni di libertà. Anzi le ha accentuate nei diversi sbocchi e varietà che attendono di essere ordinati e riuniti nella lotta comune. Il nemico è lo stato italiano che, privo ormai di bussola, vivacchia secondo l’antica regola coloniale del “dividi et impera”. Ma la cornice più vasta del nuovo ordine finanziario, che prevede un ulteriore restringimento delle libertà e delle sovranità popolari, è questa Europa che comincia ad accusare i colpi che le vengono inferti ogni parte dell’impero. Perfino Letta, democristiano imbelle, cattolico cinico e indifferente ai moti di novità e di protesta, s’è accorto del pericolo che corre questa Unione sempre più assediata dai movimenti che la contestano e la considerano un potere autoritario, freddo e illegale. Sembrerebbe il momento di confrontare i programmi, darsi una strategia comune, invece vedo solo enunciazioni di retorica in un panorama affollato di buone intenzioni che restano deboli e divise sul piano dell’azione; è dal confronto anche conflittuale che nascono le idee; se ciascuno resta nel proprio guscio si perderà solo del tempo prezioso.
Vedo che l’antico spirito di divisione italiano ha contagiato anche i movimenti indipendentisti.Eppure qualcosa si muove. L’Europa per cinque secoli è stata dominata dalle Città-stato e solo da un secolo e mezzo dalle Nazioni-stato. Oggi in Europa c’è la medesima visione che postula una Europa dei popoli come nel Rinascimento con la nascita delle nuove potenze commerciali da Firenze, a Venezia, a Amsterdam, alle città Anseatiche, Amburgo, Brema e Lubecca. Dopo l’Europa dei banchieri, che hanno annullato la volontà popolare, risorgerà la nuova Europa regionale con i poli di sviluppo nelle medesime grandi Città-stato dei secoli passati. Non ci saranno più i tradizionali confini tra le nazioni, spariranno le stesse denominazioni storiche di Germania, Francia, Italia, Inghilterra e su di esse si affermeranno le antiche denominazioni dei popoli: Lombardi, Veneti, Tirolesi, Sloveni, Bavaresi, Catalani, Bretoni,N ormanni, Savoiardi, Fiamminghi, popoli di nuovo liberi e sovrani ma strettamente legati tra loro da un patto spontaneo di amicizia e comunanza di interessi e di ideali. L’Italia tornerà ad essere quella di prima il 1860. Tornerà il Lombardo-Veneto, gli antichi ducati, il Sud continentale e insulare sarà riunito sotto il dominio di un redivivo “regno delle Due Sicilie”. La logica e il buon senso correggeranno le asperità e le ingiustizie storia. I grandi imperi, che erano causa di contrasti e di guerre, cadranno e frantumandosi daranno vita agli innumerevoli popoli che all’interno erano stati immiseriti e ridotti schiavi. L’Unione Sovietica, caduta senza scosse esterne e interne, è l’esempio che le rivoluzioni non si fanno,avvengono,come diceva Carlo Cattaneo.
In questa visione i movimenti indipendentisti non devono farsi trovare impreparati e divisi.Bando agli egoismi regionali e locali, occorre che ciascuno metta a confronto programmi e obiettivi, metta a frutto ciò che unisce e scarti ciò che divide. Occorre una operazione di umiltà e di saggezza. Occorre preparare una grande “Convention” europea di tutti i movimenti indipendentisti e antieuropeisti per dar vita a un grande movimento regionale unitario che presupponga la rinascita civica dell’Europa dei popoli liberi. I richiami alla realtà e alla responsabilità di questa Europa,nascondono la debolezza del sistema. Non perdiamo una occasione storica.
Gli indipendentisti? Se non si uniscono non andranno da nessuna parte | L'Indipendenza
Ultima modifica di Eridano; 11-12-13 alle 10:17
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.