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Discussione: Il deserto avanza

  1. #131
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Ideologia gender e pink dollar
    «La prima divisione del lavoro è quella tra uomo e donna per la procreazione dei figli»: in questa contrapposizione per Karl Marx si trova la radice di ogni contrapposizione storico-sociale che perciò è, sostanzialmente, la ri-elaborazione della contrapposizione archetipica, cioè quella tra uomo e donna all’interno della struttura portante della società borghese, ovvero la famiglia fondata sul matrimonio monogamico.
    Sulla scia delle riflessioni di Marx, il suo amico, collega e finanziatore Friedrich Engels può, infatti, scrivere: «Il primo contrasto di classe che compare nella storia coincide con lo sviluppo dell’antagonismo tra uomo e donna nel matrimonio monogamico». Su questo assunto si è sviluppato il movimento femminista di matrice marxista che ha dispiegato le energie per liberare la donna dall’oppressione dell’uomo.
    E come la donna doveva essere liberata dall’oppressione maschile ieri, oggi, invece, secondo i sostenitori dell’ideologia gender, l’identità gender (LGBTQI) nella sua variegata forma, sempre diversa, sempre fluida, sempre non identificabile, deve essere liberata dalla (presunta) oppressione eterosessuale.
    Insomma, nella misura in cui l’ideologia gender costituisce l’ultima frontiera dell’ideologia femminista che a sua volta si installa alla radice nell’alveo dell’ideologia marxista, si può riconoscere che l’ideologia gender sia un prodotto diretto e maturo del marxismo.
    Tuttavia, per le insondabili ironie della storia, l’ideologia gender affonda la propria legittimazione politica e sociale anche in ciò che è drasticamente opposto al marxismo, cioè l’individualismo capitalistico.
    Prova ne sia non solo l’industria multimiliardaria della riproduzione artificiale che attende di buon occhio in tutti i Paesi la legalizzazione delle unioni diverse da quella tra uomo e donna per ampliare il bacino d’utenza ed aumentare il già proficuo fatturato annuo, ma soprattutto tutti quegli studi economici che hanno già individuato nelle comunità LGBTQI un danaroso mercato da sfruttare ed accaparrarsi.
    Non a caso la prestigiosa rivista finanziaria Forbes parla di “pink dollars”, cioè di “dollari rosa” per indicare l’ingente volume di affari che orbita intorno alle comunità LGBTQI che in molti stanno favorendo e sostenendo per potersi spartire una fetta di quell’immenso volume di danari che vale globalmente ben 3 mila miliardi di dollari.
    Forbes, infatti, chiarisce che i gay e le lesbiche viaggiano di più, hanno più case ed auto, spendono di più in vestiario e tecnologia; essere gender-friendly, dunque, conviene alle imprese che vogliono aumentare il profitto.
    Il profilo degli interessi finanziari in ballo, del resto, sta emergendo sempre più vistosamente, posto che negli Stati Uniti lo sfruttamento economico delle comunità LGBTQI vale ben 1000 miliardi di dollari.
    Insomma, dietro il riconoscimento delle comunità e delle rivendicazioni LGBTQI si cela un proficuo mercato che sostiene le suddette comunità per poterle sfruttare meglio da un punto di vista economico e commerciale.
    Ecco allora che l’ideologia gender affonda le proprie radici nel pensiero materialistico marxista e trova la sua forza propulsiva nel pensiero materialistico capitalista, diffondendosi con rapidità grazie ai potenti mezzi finanziari e alle pressioni economiche del secondo celati dai presunti nobili scopi di eguaglianza del primo.
    In sostanza: come le comunità LGBTQI sfruttano l’omosessualità per accrescere la propria legittimazione sociale e politica, così a loro volta esse stesse sono sfruttate dai loro sostenitori per accrescere i propri guadagni.
    L’ideologia gender, insomma, nel suo grottesco modo d’essere, sintetizza due dimensioni ideologiche contrapposte che, tuttavia, altro non sono che le facce diverse della stessa medaglia, come evidenzia Nikolaj Berdjaev: «Il socialismo non è che l’altra faccia dell’individualismo, il risultato della dissoluzione e della disgregazione individualistiche».
    http://www.informarexresistere.fr/20...e-pink-dollar/

    Non mi sposo finchè non potranno farlo i gay
    Quando i padroni del mondo vogliono imporre un ideologia, ecco che prontamente vengono mobilitate tutte le unità di indottrinamento. Dalle riviste (pseudo)scientifiche di regime, ai mass media, agli status symbol della moda e della musica. E non è, infatti, un caso che siano spesso le “star” a farsi promotori di modelli culturali che la gente comune, appellandosi al naturale buon senso, fa fatica ad accettare.
    L’ultima testimonial delle nozze gay è la “nostra” Laura Pausini (molto poco “star”, a dire il vero) che dichiara di non sposarsi per “motivi politici”, e che non lo farà finchè non saranno introdotti i matrimoni gay in Italia.
    Tutto in programma. Dichiararsi gay-friendly è ormai un modo per guadagnarsi il misero quarto d’ora di notorietà. I fan scarseggiano, Laura?
    Non mi sposo finchè non potranno farlo i gay | Azione Tradizionale

    Usa. Prega con la sua squadra, allenatore licenziato
    Federico Cenci
    Joe Kennedy è un uomo di mezza età coi capelli brizzolati, gli occhi azzurri e un fisico asciutto da atleta. Ex marine con esperienza militare in Iraq, da sette anni è l’allenatore della squadra di football americano della “Bremerton High School” di Seattle. O meglio, era l’allenatore. Le autorità scolastiche lo hanno infatti recentemente esonerato.
    Il motivo? Ciò che lo ha reso famoso anche al di fuori del campo da gioco. Joe Kennedy aveva l’abitudine, alla fine di ogni partita, di radunare al centro del rettangolo verde i suoi ragazzi e quelli della squadra avversaria, di invitarli a stringersi le mani e a recitare per circa venti secondi una preghiera cristiana insieme a lui. “Signore - il testo della preghiera - ti ringrazio per questi ragazzi e per la benedizione che mi hai dato con loro. Crediamo nel gioco, crediamo nella competizione e non possiamo farlo come rivali ma come fratelli”.
    Il “coach” del liceo di Washington non ha mai obbligato nessuno a pregare, ma la sua iniziativa ha sempre riscosso enorme successo sia tra i propri giocatori che tra gli avversari. Una sorta di “terzo tempo” in stile cristiano, che è diventata una tradizione evidentemente apprezzata, che aiuta gli atleti di questo coriaceo sport a smorzare la loro carica agonistica.
    In sette anni non si è mai registrato alcun problema, anzi. I suoi ragazzi sono affezionati al proprio allenatore a tal punto da considera “Coach Kennedy” non solo un allenatore bensì anche un amico. Contro la volontà della squadra l’idillio si è però iniziato a interrompere il 17 settembre, quando le autorità scolastiche hanno inviato una lettera di avvertimento all’ex marine chiedendogli di smettere di pregare dopo le partite.
    “I tuoi colloqui con gli studenti non possono includere espressioni religiose, tra cui la preghiera”, in quanto “i colloqui devono rimanere interamente laici, in modo da evitare l’alienazione di ogni membro del team”. Questo l’avvertimento contenuto nella missiva, che tuttavia non ha dissuaso Kennedy. Una obiezione di coscienza a un diktat che Kennedy non ha esitato a definire “ridicolo”. E così, dopo che il 16 ottobre scorso si è consumata l’ennesima scena di preghiera, a metà campo, nel post-partita, le autorità scolastiche hanno deciso di interrompere il rapporto con l’allenatore.
    Intervistato dal Seattle Times, Kennedy ha commentato: “Sono sotto inchiesta perché ringrazio Dio per le opportunità che mi sono state date e questo è assolutamente ridicolo”. L’ex marine ricorda di aver passato 20 anni nelle forze armate “a difendere la Costituzione e le libertà d’ognuno… Tuttavia ora mi rendo conto che le persone che lavorano nella scuola pubblica non hanno gli stessi diritti costituzionali di tutti gli altri”.
    Kennedy si è allora rivolto a un gruppo di avvocati dell’associazione Liberty Institute, impegnata nella difesa della libertà religiosa. E così nei confronti delle autorità scolastiche hanno intentato una denuncia per aver violato il diritto alla professione libera della propria fede e per licenziamento senza giusta causa.
    Il vice-capo dei consulenti legali dell’istituto, Hiram Sasser, ha rilevato che “nessun osservatore ragionevole potrebbe concludere che un allenatore di football attenta allo Stato per il solo motivo che alla fine di ogni partita va con i giocatori a metà campo per fare una preghiera breve, privata e personale”. Sasser ha inoltre ricordato che il licenziamento di Kennedy viola il Primo Emendamento della Costituzione americana, che garantisce il rispetto al culto della religione.
    Kennedy, dal canto suo, si dice pronto a “combattere” per far valere il suo diritto a pregare. Al giornale Bremerton Patriot, ha affermato con sicurezza: “Ho intenzione di essere audace nella mia fede e ho intenzione di combattere la buona battaglia, e voglio che questo sia da esempio per ognuno dei miei ragazzi”. In suo sostegno, sui social network, proprio i "suoi ragazzi" hanno diffuso l’hashtag #keepcoachkennedy.
    MiL - Messainlatino.it: Usa. Prega con la sua squadra, allenatore licenziato

    Gay pride sì, presepe no. Il vademecum sulla laicità dei sindaci francesi
    Dopo un anno di lavoro, l’Amf ha pubblicato un documento per spiegare ai sindaci come applicare alla perfezione la «neutralità repubblicana»
    Leone Grotti
    Gay pride sì, presepe no. I canti Gospel possono anche andare bene, ma solo se seguiti o preceduti da concerti di musica sufi. La laicità, si sa, è l’ossessione della Francia ma da tempo il modo più corretto di tradurre in italiano laïcité è laicismo. La presunta neutralità dello Stato, infatti, portata alle sue estreme conseguenze, diventa negativa e finisce per negare non solo storia, tradizione e cultura di un paese ma anche il buon senso.
    IL VADEMECUM. Dopo un anno di lavori, ieri l’Associazione dei sindaci francesi (Amf) ha pubblicato un vademecum per illustrare quale deve essere il corretto comportamento di un sindaco, o di qualunque altro eletto, rispettoso della laïcité. Non si tratta di tenute di condotta obbligatorie, specifica La Croix, ma di consigli sull’esercizio ideale delle funzioni da parte di ogni funzionario pubblico. Il «vademecum» è stato considerato «urgente» viste «le continue deroghe alla laïcité che sono state fatte e che hanno condotto a una deriva».
    NEUTRALITÀ A MESSA. L’Amf, dunque, «invita tutti gli eletti nella loro attività pubblica ad astenersi dal mostrare le proprie convinzioni religiose o filosofiche». Ad esempio, «la partecipazione a cerimonie religiose può avvenire ma solo nel rigoroso rispetto della neutralità repubblicana, cioè senza manifestare la propria credenza o non credenza». Le religioni però non vanno parimenti offese e dunque bisogna togliersi le scarpe quando si entra in una moschea e indossare la kippah quando si entra in sinagoga.
    NIENTE BATTESIMI DI NAVI. I sindaci possono ovviamente promuovere manifestazioni culturali legate alla religione, purché ci siano però tutte le religioni. Di conseguenza, «la programmazione culturale di un comune può naturalmente comportare dei momenti artistici a sfondo religioso (ad esempio, sul tema musicale: un concerto di musica sufi, di musica ebraica, di Gospel o una messa della passione di Bach) ma a condizione di rispettare equilibrio e diversità». Appoggiare invece espressioni «tradizionali» della fede è pericoloso e quindi il documento mette in guardia da «potenziali infrazioni della laïcité se si dà il proprio sostegno a manifestazioni considerate tradizionali (processioni, troménie, battesimi o benedizioni di navi…)».
    VIETATO IL PRESEPE. Un simile documento poteva esimersi dal pronunciarsi sull’annoso problema dell’installazione su suolo pubblico di presepi per Natale? Ovviamente no. L’Amf ritiene dunque che «il presepe non sia compatibile con la laicità», anche se alcune sentenze di tribunali francesi hanno stabilito il contrario. Ma i sindaci di Francia si lamentano anche di questo e criticano una certa giurisprudenza che «non trovandosi d’accordo [sul tema] nuoce alla comprensione della laïcité». Ecco perché, dulcis in fundo, l’Amf interpella il ministro degli Interni, responsabile anche dei culti, per chiedergli un «chiarimento legislativo». Sarà la Francia il primo paese nella storia a vietare il presepe?
    Laicità in Francia: gay pride sì, presepe no | Tempi.it

    Per commemorare i morti di Parigi, non cantate Imagine di John Lennon. È un inno alla violenza
    La canzone è diventata il cullante sottofondo per smaltire la sbronza di sgomento per l’efferatezza della strage. Ma ciò che propone non è un mondo di pace, ma un mondo anti-umano
    Aldo Vitale
    «Immagina che non esista paradiso, facile se provi; nessun inferno sotto di noi; sopra solo il cielo; immagina che tutta la gente viva solo per l’oggi. Immagina che non ci siano nazioni, non è difficile da fare, niente per cui uccidere e morire, e nessuna religione. Immagina tutta la gente che vive in pace»: così scriveva John Lennon nella sua celebre canzone “Imagine” che sta costituendo per l’opinione pubblica europea il cullante sottofondo per smaltire la sbronza di sgomento per l’efferatezza della strage di Parigi. La celebre canzone di Lennon viene, infatti, in queste ore proposta come simbolo di pace e fratellanza.
    Ma è proprio così?
    No, la canzone di Lennon, seppur pregevole sotto l’aspetto melodico, è un vero e proprio inno alla violenza, per molteplici motivi che per essere compresi devono suddividersi in due parti, quelli ex fide e quelli ex ratione, cioè quelli che costituiscono una critica alla luce della fede e quelli che costituiscono una critica alla luce della ragione.
    Alla luce della fede, infatti, negare il paradiso o l’inferno è qualcosa di radicalmente antireligioso in genere, ed anticristiano in particolare, specialmente se si propugna una visione per cui ciò che conta è solo il cielo sopra di noi, ovvero nella più rosea delle ipotesi una visione panteistica ed emanazionista, ma nella più scura una materialistica ed ateistica della vita e del mondo.
    La prospettiva contenuta nella canzone di Lennon tradisce, infatti, una totale negazione della vera ed autentica interpretazione dell’essenza dell’uomo, cioè una interpretazione trascendente, che sia in grado come tale di cogliere l’essere dell’uomo. Lennon ad un profondo ancorarsi ontologico, preferisce una superficiale ricognizione emotiva e psicologica non in grado di cogliere la vera essenza dell’umanità.
    Lennon in sostanza rifugge l’essere dell’uomo, e quindi nega la sua verità e, come insegna la storia, ogni volta che viene negata la verità si compie una violenza, nel caso di specie una violenza culturale, ma per questo non meno esecrabile.
    Alla luce della ragione, invece, occorre considerare quanto segue.
    In primo luogo: l’idea che non ci debbano essere nazioni, è una idea violenta – non a caso alla base dell’internazionalismo socialistico rivoluzionario tra XIX e XX secolo – in quanto nega l’essere relazionale e politico dell’uomo come tale già scoperto dalla razionalità del pensiero greco che in Aristotele ha avuto modo di esprimere il suo massimo vertice.
    In secondo luogo: l’idea che non ci debba essere la proprietà è anch’essa una idea violenta – non a caso alla base di molti movimenti politici e ideologici che in nome di questo principio hanno portato più morte e devastazione di quelle a cui pensavano di rimediare – poiché nega una delle espressioni dirette del diritto naturale, cioè quel diritto che per natura, per la natura dell’essere umano, attiene alla retta ragione, cioè alla razionalità umana.
    Lennon e i suoi seguaci, così intenti a sorvolare la realtà invece di immergervisi, cadono nell’equivoco che la proprietà sia un male in sé, senza comprendere non solo che essa è un bene, come ogni manifestazione del diritto naturale, ma che semmai ad essere un male è soltanto l’uso che di questa si può fare, così come insegna la dottrina evangelica, per esempio, in tema di ricchezze e di uso delle stesse.
    Non a caso un filosofo illuminista del calibro di Kant ha avuto modo di precisare che la proprietà è una relazione non tra cose e persone, ma una relazione morale tra persone e come tale imprescindibile poiché presidio della civile convivenza.
    In terzo luogo: l’idea più violenta di tutte è quella per cui non dovrebbero esistere le religioni, poiché con questa ambizione si colpisce la vera essenza dell’uomo che, come ricorda Nikolaj Bardjaev non è un ente strettamente biologico o psicologico, ma spirituale.
    L’esperienza storica, in tal senso, è fin troppo ampia e dimostra che nel XX secolo, cioè “il secolo delle idee assassine” come lo ha definito Robert Conquest, che è stato il secolo più anti-religioso della storia umana (almeno fino al XXI appena iniziato), la pace e la convivenza sono state violate e lese molto più che nei secoli precedenti contraddistinti da una maggiore appartenenza individuale e sociale al credo religioso di riferimento. Ritenere che si debbano elidere le religioni, significa colpire al cuore l’essere spirituale dell’essere umano.
    Nella pretesa eliminazione di tutte le religioni Lennon spazza via anche ciò che rende umano l’essere umano, poiché, come ha ben puntualizzato Hegel «poiché l’uomo è un essere pensante, né il sano senso comune né la filosofia rinunceranno mai ad elevarsi a Dio partendo e venendo fuori dalla visione empirica del mondo».
    Ecco allora che viene alla luce tutta la carica di violenza della canzone di Lennon, poiché è tutta tesa a negare radicalmente la verità costitutiva dell’essere umano e della realtà, rappresentando un vero attentato culturale alla pace autentica, cioè alla stabile e giusta convivenza relazionale, politica e spirituale dell’essere umano.
    Imagine di Lennon non va bene per Stragi Parigi | Tempi.it



    I morti di Francia non si piangono cantando la “Marsigliese”
    di Mauro Faverzani
    I 129 morti e gli oltre 300 feriti di Parigi non han versato sangue per la “Marseillaise”. Non c’entra: è un canto stonato in partenza. E, se simbolo è di qualcosa, lo è di quella Rivoluzione e del conseguente periodo definito, non a caso, “Terrore”, che non fu poi molto differente dall’orrore provocato dall’Isis. Invocare quelle note è fuori luogo.
    Così come fuori luogo, anzi stucchevole è stato sentire il presidente francese Hollande definire l’accaduto come un attentato ai «valori della Repubblica». Quali valori? Quei 129 morti e gli oltre 300 feriti non han versato il loro sangue nemmeno per quel clima soffocante ed oppressivo di laicismo giacobino, imposto in un Paese un tempo figlio prediletto della Cristianità.
    Del resto, che cosa si aspettavano in una terra, in cui non solo al Raduno annuale degli islamici di Francia, ma persino nelle scansie dei supermercati è possibile trovare libri che inneggiano all’uso delle armi «per assicurare la supremazia di Allah», nonché alla conquista dell’Europa, come I 40 Hadith, testo che preconizza la morte per gli «apostati» (ergo, per gli islamici, che si convertano a qualsiasi altra confessione), o come La via del musulmano, che predica una jihad esplicitamente «offensiva» e la «pena di morte» per gli «eretici»?
    Che cosa si aspettavano in una terra in cui il 50% della carne bovina, il 40% di quella di pollo ed il 95% di quella d’agnello viene macellato col metodo halal ovvero «conforme» alla sharia, alla legge islamica, come denunciato dal volume Bon appetit!, scritto dalla giornalista Anne de Loisy ed uscito nel febbraio scorso? Che cosa si aspettavano in una terra in cui si consente di costituirsi in partito e presentarsi alle elezioni a chi venga a dettar legge in casa altrui, promuovendo l’imposizione del velo, l’istituzione di feste nazionali islamiche, la lingua araba e la revisione dei libri di testo nelle scuole francesi, come nel caso dell’Udmf ovveroUnione dei democratici musulmani di Francia e del Pej ovvero Partito di uguaglianza e giustizia? Che cosa si aspettavano in una terra in cui nelle carceri i detenuti non islamici vengono costretti sotto minaccia da quelli musulmani a rispettare il Ramadan, contando sul silenzio terrorizzato degli agenti di Polizia Penitenziaria, come denunciato nel luglio dell’anno scorso dal settimanale Minute? Chi semina vento, abdicando al proprio dovere di governare una Nazione e lasciandola anzi islamizzare da altri, indisturbati ed impuniti, non può poi pretendere di non raccogliere tempesta.
    Chi ha buona memoria ricorderà senz’altro il video diffuso soltanto nel marzo scorso su social e internet, prodotto dall’Alhayat Media Center, l’azienda incaricata della propaganda jihadista. Le parole del canto proposto erano chiare, chiarissime. Si diceva: «Dobbiamo sconfiggere la Francia, dobbiamo umiliarla! Vogliamo vedere la sofferenza e morti a migliaia. La battaglia è iniziata. La vendetta sarà terribile. I nostri soldati sono rabbiosi. La vostra fine sarà orribile. L’islam prevarrà, risponderà con la spada. Chi vorrà opporsi, non conoscerà più la pace. Siamo venuti per dominare ed i nostri nemici periranno. Li elimineremo e lasceremo i loro corpi imputridire».
    Allora, forse, quelle parole parvero a qualcuno un semplice spot e furono accolte con una certa indifferenza. C’era già stato l’attacco a Charlie Hebdo, si riteneva che la Francia, il proprio tributo di sangue, l’avesse già pagato. Non era così. Le minacce, i terroristi islamici, non le lanciano mai a caso. In un’intervista, che verrà pubblicata sul prossimo numero del mensile Radici Cristiane, quello di dicembre, presto nelle case degli abbonati, l’antropologa Ida Magli è molto chiara: non crede che l’Occidente possa mai vedere scatenarsi l’inferno, il «giorno J» della jihad, ma per un solo, semplice motivo: perché «l’Occidente si sta ammazzando da solo», grazie anche all’azione di governanti che, avendo giurato fedeltà al proprio Paese ma agendo contro i suoi interessi, «sono spergiuri impegnati ad ucciderci».
    Si è sentito anche in questi giorni un gran parlare di islam “moderato”, dimenticando però come il presidente turco Recep Tayyip Erdogan – ritenuto, non a caso e nonostante tutto, da molti, in Occidente, un leader pure “moderato” – abbia esplicitamente dichiarato, nel corso di un’intervista concessa nell’agosto del 2007 aKanal D Tv: «L’espressione “islam moderato” è turpe ed offensiva. Non c’è alcun islam moderato. L’islam è islam».
    Allora, non è cantando la Marseillaise o invocando insussistenti «valori» del laicismo giacobino di Stato, che si piangono davvero quei morti. Versiamo pure lacrime. Ma sono inutili, finché non si aprano gli occhi. Finché cioè, come ha detto l’abbé Guy Pagès, esperto di islam, non la si smetta di considerare «l’islam una religione come un’altra», poiché, così facendo, «spalanchiamo le nostre porte alla guerra di conquista che Allah prescrive a qualsiasi musulmano: “E combatteteli finché la religione non sia interamente per Allah solo” (Corano, 2.193)». Diversamente, piangere non serve.
    I morti di Francia non si piangono cantando la ?Marsigliese? ? di Mauro Faverzani | Riscossa Cristiana

    Il canto della morte
    di Massimo Viglione
    E' la Francia ad aver introdotto nella storia e nell’Europa ancora cristiana la pratica sistematica del terrorismo (la Terreur, come dicono loro) come strumento prima di azione politica e poi anche di governo (Robespierre e soci) e ad avercela donata nel corso del XIX secolo (basti pensare a tutti gli omicidi politici e alle stragi organizzate dalle società segrete, dagli anarchici, dai mazziniani e poi dai comunisti). Uno di questi attentati, uno fra cento, è stato utilizzato come pretesto per scatenare la Prima Guerra Mondiale, con i suoi 10.000.000 milioni di morti, 60.000.000 fra mutilati e feriti, con la fine dell’Impero cattolico, di altri tre imperi e l’instaurazione nel mondo del comunismo come sistema di governo.
    E i francesi il terrorismo l’hanno introdotto nel mondo al canto virile di una canzone – senz’altro bella ed emotivamente travolgente – di morte e sangue. Tutto il testo è una infervorazione alla violenza, alla rivolta, all’odio, alla vendetta. Ecco alcune sue strofe, la cui traduzione sicuramente pochi conoscono:
    Alle armi, cittadini!
    Formate i vostri battaglioni!
    Andiamo! Andiamo!
    Che un sangue impuro riempia i nostri solchi!
    Tremate, tiranni e voi crudeli, l’obbrobrio di tutti i partiti, tremate!
    I vostri progetti parricidi riceveranno presto il giusto compenso!
    Riceveranno presto il giusto compenso!
    Perché ricordo questo? Perché, per quanto in maniera tragica, appare con un non so che di diabolicamente sarcastico il fatto che i francesi – e tutti gli altri con loro – reagiscano alla paura del terrorismo con il canto dei terroristi.
    La Rivoluzione Francese ha provocato 500.000 morti in pochi anni, di cui 300.000 solo nella piccola regione della Vandea, dove donne e bambini venivano sterminati e poi scuoiati e con la loro pelle si facevano saponette e pantaloni per i soldati della fraternité rivoluzionaria.
    Ora la Francia sta bombardando la Siria. Ma al contempo vuole abbattere il Presidente Assad, l’unico vero nemico dell’Isis.
    I poveri morti di Parigi non avranno giustizia dal loro governo e nemmeno i vivi che ancora moriranno. Perché questa è la società figlia e nipote della Rivoluzione Francese, istitutrice del terrorismo nella storia e fondata sulla più grande delle menzogne mai propugnate: liberté, égalité, fraternité, anti-trinità massonica con cui hanno distrutto la civiltà cristiana e fondato questa nostra società in cui viviamo e moriamo.
    A questo serve conoscere la storia e conoscerla senza inganni e pronti a pagare qualsiasi prezzo, anche personale, per conoscerla in tal maniera e divulgarla al prossimo: a capire la verità. E solo la verità rende la libertà. E solo la libertà rende uomo un uomo.
    Erano liberi tutti coloro che, al momento dell’attentato, erano presenti al Bataclan e cantavano un inno di lode a Satana? Al di là del dolore profondo per le vittime, erano liberi un istante prima di morire? O erano schiavi, i morti come i vivi, schiavi di un inganno secolare imposto tanto con il “dolce” della pancia piena del consumismo che con l’“amaro” del terrorismo di questi ultimi due secoli? E in cosa consisteva la loro libertà, nell’inneggiare a Satana?
    Ecco perché, mentre prego per le anime dei morti di Parigi e per i loro cari che soffrono, al contempo dichiaro che, come a gennaio “Je n’etais pas Charlie”, oggi “Je ne suis pas la France”. Almeno, questa “France”.
    Sì, perché prima del 1789 esisteva un’altra Francia, la “figlia primogenita della Chiesa”, la Francia di Charle Magne, di San Luigi IX, di una Pulzella benedetta. La Francia di santa Margherita Maria Alacoque e du Sacre-Coeur. Anche la Francia di chi finì sulla ghigliottina perché cattolico, anche la Francia dei vandeani in armi, anche la Francia di splendidi intellettuali cattolici e controrivoluzionari del XIX secolo. Anche la Francia di un’altra “pulzella”, anche lei contadina ignorante, ma principessa del firmamento dei santi, figlia prediletta della Regina dei Santi, che volle apparirle in una grotta sperduta sotto i Pirenei per cambiare la vita di milioni di persone e dare al tutto il mondo l’annuncio del suo grido di guerra a Satana e al male organizzato: “Io sono l’Immacolata Concezione”.
    Di questa Francia, sarei onoratissimo figlio, se potessi esserlo, perché questa è l’unica vera Francia. E, almeno di Lourdes e della sua meravigliosa figlia, siamo tutti figli noi che lo vogliamo.
    Il canto della morte ? di Massimo Viglione | Riscossa Cristiana

    Ma quale marsigliese?! Viva la Vandeana!
    In questi giorni sentiamo che molti stanno riabilitando l’inno francese, la ‘Marsigliese’, canto dall’oscuro significato e dalla cupa origine, che riporta ai tristi giorni della cosiddetta Rivoluzione Francese, tappa nefasta della sovversione.
    Quindi, pur solidali con la gente francese che sta soffrendo queste settimane dolorose, affermiamo senza troppi giri di parole che l’unico inno francese per noi è la Vandeana, canto degli eroi vandeani che hanno lavato col sangue i loro campi dell’onore, senza cedere al giacobino sanguinario, per l’Ordine e la Fedeltà.
    Inoltre, osserviamo che oggi sembra proprio la ‘Marsigliese’, quasi come una cantilena, l’unico brandello che tiene uniti gli europei: piuttosto emblematico, se si pensa che, al posto di Principi eterni e Valori invincibili dei gloriosi periodi ormai dimenticati, oggi ci sono solo canzonette dal tenebroso passato ad unire quelli che una volta erano i popoli europei.
    A ciascuno il suo, informe massa europea!
    Ma quale marsigliese?! Viva la Vandeana! | Azione Tradizionale


  2. #132
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Altro che vietare il presepe, in Francia sono già oltre: «Bambini, intonate inni e canti alla laicità»
    La laicité ormai è a tutti gli effetti una religione di Stato. Così nelle scuole, il 9 dicembre, bisogna «celebrarla in modo solenne». Con tanto di alberello
    Leone Grotti
    In Francia vige il più rigido laicismo ed è ovviamente vietato cantare a scuola per Natale motivi tradizionali come Il est né le divin enfant o Douce Nuit, sainte nuit. Però, è consigliato «intonare inni, fare canti e opere musicali» ispirati alla «laicità». Il 9 dicembre, infatti, sarà il 110mo anniversario della legge del 1905 sulla separazione tra Chiesa e Stato e bisogna «celebrarlo in modo solenne».
    GIORNATA DELLA LAICITÀ. Il rettore dell’accademia di Nancy-Metz ha scritto a tutte le scuole sotto la sua giurisdizione: «Il capo dello Stato ha suggerito all’indomani degli avvenimenti di gennaio che la giornata della laicità, fissata nella data dell’anniversario del voto della legge di separazione tra Chiesa e Stato, sia celebrata con solennità nelle scuole e in tutti gli stabilimenti. La terribile tragedia del 13 novembre non può che rafforzare oggi questa volontà di mobilitarci intorno ai valori della République».
    CARTA DELLA LAICITÀ. Il rettore Gilles Pécout, nominato nel 2014 da François Hollande, scrive che i presidi possono mettere in campo «diverse iniziative» ma «in ogni caso la carta della laicità deve essere al centro di tutti gli avvenimenti». A scanso di equivoci, fornisce qualche consiglio favorendo «lavori di esplorazione lessicale, di produzione letteraria o poetica» a partire proprio dalla Carta.
    TESTI CHE CONTANO. Vivamente consigliata anche la «lettura comparata» di testi fondamentali come «la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, la legge del 1882 sulla laicità a scuola, la legge del 9 dicembre 1905, le Costituzioni del 1946 e 1958, la convenzione per i diritti del bambino e la legge del 2004 sui simboli manifesti», quella che per intenderci vieta di appendere un crocifisso in classe o ad alunni e insegnanti di portarlo al collo in modo visibile.
    «INNI ALLA LAICITÀ». Le religioni ovviamente non si devono bandire, si possono anche usare in modo strumentale «facendo una lettura comparata di testi sacri di religioni diverse che veicolino lo stesso messaggio di fraternità e pace». Segno che in Francia la laicità è ormai la vera e propria religione dello Stato, il rettore consiglia alle scuole di comporre «canti e inni» alla laicità, di rappresentarla con «esposizioni e quadri» e di festeggiarla «piantando l’albero della laicità o lanciando dei palloncini».
    Francia, scuola: «inni alla laicità» | Tempi.it

    Gran Bretagna, al cinema vietate le pubblicità con il Padre Nostro
    Succede in Gran Bretagna: una concessionaria pubblicitaria ha vietato la messa in onda di spot in cui comparivano personaggi intenti a recitare la preghiera-simbolo dell'Occidente
    Ivan Francese
    È forse questo il punto più alto toccato dalla follia laicista e antireligiosa che da decenni, ormai, imperversa in Europa.
    In Gran Bretagna una concessionaria di pubblicità ha vietato la messa in onda di uno spot, destinato alle sale cinematografiche prima della proiezione di "Guerre stellari", in cui comparivano delle persone intente a recitare il Padre Nostro. La decisione è stata motivata con la scelta di non voler "offendere la sensibilità degli spettatori di fede non cristiana o atei".
    Una scelta controversa, che pretende di imporre il rispetto attraverso la censura di uno dei testi fondativi della storia dell'umanità, tanto più grave in quanto perpretrata in un luogo di cultura come dovrebbe essere il cinema. Contro la politica dell'azienda che controlla gli spot in ben tre dei maggiori network di sale cinematografiche del Paese si è espressa con indignazione anche la Chiesa anglicana.
    Gran Bretagna, al cinema vietate le pubblicità con il Padre Nostro - IlGiornale.it

    Francia: massoneria “sfacciata” a scuola e nelle istituzioni
    By Redazione
    Si scrive laicità, si legge massoneria. Sempre più scoperto il gioco di connivenze ed intrecci tra istituzioni e grembiulini, impiantato in Francia. O meglio, non solo in Francia, sebbene qui, dove i “poteri occulti” si sentono evidentemente più “forti”, escono maggiormente allo scoperto.
    Quella che l’agenzia Médias-Presse-Info chiama esplicitamente una «collusione tra il potere socialista ed il Grand’Oriente di Francia» non si limita più a grandi manovre politico-economiche-finanziarie degne del gioco Monopoli, bensì anche in scambi di cortesie e strizzatine d’occhio. Ad esempio, invitando graziosamente i seguaci di squadra e compasso all’inaugurazione della nuova sistemazione di Piazza della Laicità, a Parigi, nel XV arrondissement. Ciò, su invito personale del Sindaco della capitale, Anne Hidalgo, ovviamente targata Ps, partito affiliato all’Internazionale socialista.
    La chiamata a raccolta è avvenuta lo scorso 9 dicembre nei pressi del parco Citroën. Non a caso. André Citroën (1878-1935), ingegnere e fondatore della nota marca automobilistica a lui intitolata, fece parte della massoneria: vi fu iniziato nel 1904 in una loggia parigina. Certo, ne fu radiato nel 1919, ma insomma è pur sempre uno “di casa”.
    Anche la data non è per niente casuale: la cerimonia si è svolta in occasione dell’annuale Giornata della Laicità, per celebrare contemporaneamente l’anniversario della legge del 9 dicembre 1905, che sancì la definitiva separazione tra Chiesa e Stato. Erano presenti Daniel Keller, Gran Maestro del Grand’Oriente di Francia, il primo cittadino di Parigi oltre a folte rappresentanze di tutte le obbedienze massoniche, giunte anche da altre regioni per i festeggiamenti.
    Non un gesto episodico, questo, né una semplice cerimonia, bensì un tassello organico di un preciso piano politico: non a caso proprio in tale circostanza è stata presentata e diffusa la “Guida della laicità”, destinata ai 5.600 funzionari comunali. L’indottrinamento istituzionale verrà garantito poi da una serie di stage di formazione, prossimi a partire. Intanto, questo “condensato” di secolarizzazione, in una decina di pagine dense di consigli pratici, propone sei diverse situazioni, specificando alla virgola come comportarsi, in base alle leggi vigenti ed in base ai consigli giunti dall’Osservatorio parigino della laicità.
    Ad esempio, «che fare se, durante un colloquio di lavoro, l’interlocutore ostentasse un abito o un simbolo religioso», come una croce? Certamente questo fatto, in quanto tale, da solo «non giustificherebbe l’esclusione da un’eventuale assunzione. Tuttavia, se, nel corso della conversazione, il candidato dichiarasse di voler mantenere questo abito o questo simbolo anche dopo esser stato assunto, il funzionario avrebbe il diritto di ricordargli l’incompatibilità del proprio proposito con le regole vigenti nell’ambito del pubblico impiego». In nessun modo viene ritenuto, infatti, possibile “tollerare” – precisa il documento – «qualsivoglia forma d’incitamento religioso sul luogo ed in orario di lavoro», ricordando il principio di «neutralità» degli uffici.
    Secondo i vertici comunali, tale guida «colmerebbe una lacuna» ed i sindacati, con l’euforia alle stelle, han già fatto sapere che «su questi temi sensibili, i funzionari han bisogno di istruzioni chiare».
    Anche alle scuole è stato peraltro ordinato di festeggiare la Giornata della laicità. Gli studenti sono stati preparati con lezioni di educazione morale e civica “ad hoc”. Tutto questo s’inscrive nell’ambito della «grande mobilitazione per i valori della Repubblica», proclamata da François Hollande già dopo gli attentati dello scorso gennaio contro Charlie Hebdo e l’Hyper Cacher. Figuriamoci ora…
    Francia: massoneria ?sfacciata? a scuola e nelle istituzioni | Riscossa Cristiana

    Non fai il Gioco del rispetto? Fuori dalla scuola!
    di Stefano Fontana
    Chiedono precisazioni sul POF e il loro bambino viene depennato dalla scuola. Può essere riassunta così la nuova puntata triestina del divieto ai genitori di sapere con precisione cosa si voglia insegnare a loro figlio nella scuola pubblica. Ripeto: con precisione, perché quanto a belle frasi, spesso in sociologese e in pedagogese, i dirigenti e gli amministratori pubblici ne dicono tante. Però non chiariscono quanto deve essere chiarito, non escludono quanto deve essere escluso, non garantiscono quanto deve essere garantito. Gli argomenti eticamente sensibili aumentano ma i genitori preoccupati e impegnati non trovano risposte.
    A Trieste, la scorsa primavera, Amedeo Rossetti era andato nella scuola di suo figlio, aveva preso il suo bambino in braccio e se l’era portato a casa. Il fatto aveva assunto rilievo nazionale e sicuramente molti lo ricorderanno. Il motivo era che il comune, la dirigente e le insegnanti volevano realizzare un progetto dal titolo “Il Gioco del rispetto” senza averlo minimamente spiegato ai genitori, al punto che Rossetti lo aveva saputo per puro caso. Queste sono cose vecchie, che però non muoiono, evidentemente, perché ad inizio del nuovo anno scolastico 2015/2016 il contrasto famiglia Rossetti-scuola comunale si è ripetuto.
    La famiglia Rossetti aveva semplicemente tenuto a casa il bambino: figurava iscritto ma assente. All’inizio del nuovo anno la scuola avverte che se il bambino non frequenta la scuola deve essere tolto d’ufficio per lasciare posto ad un altro in graduatoria. Giusto. Rossetti però spiega che lui non lo manda a scuola semplicemente perché non ha ancora visto il POF. In Italia, infatti, le scuole iniziano in settembre e il POF – cioè la comunicazione di cosa insegneranno ai nostri figli – viene approvato dopo. Parecchio dopo. Intanto tutto procede “sulla fiducia”. Ma ormai i tempi della fiducia a scatola chiusa sono finiti. Rossetti tiene il punto, anche perché il ministro, nella famosa circolare in cui rassicurava le famiglie sul Gender, aveva garantito trasparenza.
    Finalmente il 29 ottobre – notare: il 29 ottobre! - il POF viene approvato (nel frattempo il piccolo è sempre iscritto ma assente). I coniugi Rossetti lo leggono e notano molti punti poco chiari soprattutto quando si parla di non meglio precisati “progetti”, di interventi contro “pregiudizi e stereotipi”, di “pluralità delle culture familiari”, di educazione alle “diversità” e così via. Sono espressioni-fessura in cui ci si può far passare di tutto e, giustamente, i genitori sono in allarme. Anche perché nei POF delle scuole comunali di Trieste non si fa più alcun riferimento al “Gioco del rispetto”, ma l’assessore aveva pubblicamente dichiarato che dall’anno scolastico 2015/2016 il “Gioco del rispetto” sarebbe stato attuato in tutte le scuole del comune. Non se ne parla nei POF ma lo si vuole introdurre. Forse attraverso quelle fessure?
    Per questi motivi i due genitori scrivono alla dirigente comunale responsabile chiedendo dettagliate informazioni sulle frasi ambigue del POF. La risposta finalmente arriva. E’ datata 20 novembre, ormai dall’inizio della scuola sono passati quasi tre mesi. La dirigente deve anche essersi impegnata, perché ha scritto ben tre pagine di risposta. Ha iniziato col ricordare al Rossetti che c’era stata una riunione il 21 ottobre a cui lui avrebbe potuto porre quelle domande sul POF in quella sede. Ma la cosa è impossibile dato che il POF è stato approvato successivamente, precisamente otto giorni dopo. Poi la lettera passa alle risposte, che però sono evasive come era evasivo il POF. I dubbi dei genitori non sono stati affrontati, non si è detto quali progetti saranno messi in atto e con quali partners. Non si è detto se il “Gioco del Rispetto” o altri che in questo periodo allarmano i triestini sarà svolto nella scuola frequentata dal piccolo Rossetti. Se la dirigente dice che saranno attuati progetti finanziati dalla regione o da altri enti pubblici non dice assolutamente niente di significativo. Se scrive che gli obiettivi sono di formare al rispetto a alla reciproca convivenza fa affermazioni generiche che non possono soddisfare chi ha già sperimentato che senza dirgli nulla si voleva attuare un progetto secondo lui pericoloso per il proprio bambino.
    Morale della favola: il comune ha dato alla famiglia un ultimatum per il 27 novembre dopo di che ha proceduto d’ufficio a togliere il bambino dall’iscrizione alla scuola. Non si poteva tenere occupato un posto per niente … però la causa era che il comune non aveva informato per tempo ed esaurientemente i genitori. Perché i POF non sono pronti ad anno scolastico iniziato? Perché non sono dettagliati ma molto generici? Perché adoperano frasi che ormai tutti sanno che si possono interpretare in mille modi? E perché non parlano del “Gioco del Rispetto” mentre l’assessore ha garantito che lo si farà? Lo si farà senza metterlo nel POF? Quindi all’insaputa dei genitori?
    Il risultato è chiaro: chiedete un po’ troppo cosa voglia fare la scuola dei vostri figli e ve li ritroverete radiati dalla scuola.
    http://www.lanuovabq.itt/articoli-non-fai-il-gioco-del-rispetto-fuori-dalla-scuola-14646.htmtica1

    Un nuovo paladino della “causa” LGBTXYZ: il senatore Giovanardi
    di Paolo Deotto
    L’età e il mestiere mi hanno abituato a non stupirmi di nulla, ma è innegabile che, anche in un quadro di follia generalizzata come quello in cui viviamo, ci sono cosette che colpiscono un po’ più di altre.
    Accade così che domenica scorsa, in quel di Treviso, viene proiettato in prima visione il film “Lei è mio marito”, che narra la vicenda, senza dubbio di palpitante interesse, di un tale, di professione avvocato, dotato anche di regolare moglie, che un bel giorno scopre di essere non più uomo bensì donna, e così inizia il travagliato percorso per trovare la sua identità. Il percorso è facilitato dal fatto che questo tale è anche ben dotato di quattrini, sicché può permettersi il lusso di andare a farsi operare negli Stati Uniti, eccetera eccetera eccetera e alla fine si trova ad essere una donna, o un ex-uomo, o una simil-donna, vai a capire, comunque lui adesso non si firma più Alessandro, ma Alessandra.
    In tempi normali, ormai lontani, la gente avrebbe scrollato la spalle e avrebbe al più commiserato questo strano personaggio. Ma poiché non viviamo in tempi normali lo strano personaggio diventa una star e la sua vicenda diviene oggetto di interesse, e si narra l’umana e avvincente avventura, facendone addirittura l’emblema del coraggio, della determinazione, dell’affermazione di sé stessi e così via.
    Gli anni della follia ci hanno reso familiari queste follie. Resta il fatto che in questa specifica vicenda emerge un personaggio che fino a ieri era considerato da molti il difensore della famiglia, dei sani valori, insomma, per dirla in breve, della normalità.
    È il senatore Carlo Giovanardi. Come ci informano diversi organi di stampa, come Huffington Post, La Tribuna di Treviso e Italia Oggi, il senatore Giovanardi ha partecipato all’immancabile dibattito che è seguito al grande evento culturale cinematografico, con una “discussione sobria e pacata, con qualche punto di vista differente ma anche tanta voglia di confrontarsi”. Che bello. Ma oltre la salottiera e pacata discussione viene fuori qualcosa di più, visto che il senatore e la signora/signor Gracis scoprono di avere molti punti in comune nel modo di pensare.
    Questa comunanza intellettuale li spinge a sottoscrive assieme un documento, su carta intestata del Senato, nel quale tra l’altro possiamo leggere alcune perle sulla “utilità sociale” delle coppie non sposate e delle “altre formazioni sociali” (Boh!) e sulla impellente necessità di garantire ai transessuali “adeguate assistenze nel percorso transizionale, senza costringerle a migrazioni verso paradisi chirurgici stranieri”. Il prezioso documento si conclude col forte auspicio di costituire in Italia strutture sanitarie di elevata specializzazione per il cambiamento chirurgico del sesso, addirittura raggiungendo un “livello prestazionale” tale da divenire un “centro di eccellenza europeo”.
    Insomma, se qualcuno pensa che il problema della sanità siano i tagli alla spesa, le prestazioni che verranno diminuite, a tutto danno delle fasce più povere di popolazione, la malasanità che affligge tante regioni, insomma, se qualcuno pensa tutto ciò, si sbaglia: ecco il senatore Giovanardi e la signora/signor Gracis che ci spiegano l’urgenza di garantire in Italia strutture sanitarie dedicate in esclusiva al “taglia e ricuci con sorpresa finale” chirurgico per il cambiamento di sesso.
    Invece se qualcuno pensa che la pazzia sia ormai una malattia ad alta contagiosità e che l’unico che alla fine gioirà di tutto questo sarà il demonio, se qualcuno la pensa così, sono del tutto d’accordo con lui.
    Con mille auguri al senatore Carlo Giovanardi, che, folgorato sulla via di Damasco, ha trovato la strada per un rinnovellato impegno civile. Buon lavoro. Possiamo e dobbiamo pregare per lui. Questo è un dovere da buoni cristiani. Poi un altro dovere, da buoni cristiani e da persone di buon senso, è di non scordarci di queste cose, perché, prima o poi, si andrà pur a votare…
    Un nuovo paladino della ?causa? LGBTXYZ: il senatore Giovanardi* ?* di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana

    La pubblicità della Melegatti e le pretese staliniane degli invertiti
    di Paolo Deotto
    Non nascondo il disagio che mi prende ogni volta che devo parlare di omosessuali e pervertiti in genere. Viviamo un’epoca assolutamente tragica e dover correre dietro a notizie che sono l’esaltazione dell’idiozia è deprimente. Però mi rendo conto che non si può farne a meno, perché l’esaltazione demenziale dell’omosessualità, la pretesa assurda di contrabbandarla come “normalità”, fanno parte a pieno titolo della tragedia quotidiana che viviamo.
    E veniamo ai fatti. La Melegatti, azienda dolciaria, fa una pubblicità che è senza dubbio un inno al cattivo gusto, visto che riprende uno dei principi fondamentali della Fede – “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Mc 12, 29-31) – per un’operazione commerciale. Ma, e qui incominciamo a scivolare nella pazzia, nessuno protesta per questo, figuriamoci. Le proteste ci sarebbero state magari se la pubblicità avesse sfiorato l’islam o l’ebraismo. Quando si tratta di fede cristiana tutti sono liberi, come è noto, di sbeffeggiare, insultare, bestemmiare, eccetera.
    Scivoliamo nella pazzia perché chi insorge è l’associazione Arcigay, la prima (se non sbaglio) ad aver iniziato, già diversi anni orsono, quella “difesa” degli omosessuali che, in verità, si traduce poi nel loro sfruttamento a fini politici e nell’impedire agli omosessuali che vogliono tornare alla normalità di farsi aiutare in tal senso. Comunque, l’Arcigay protesta fieramente perché la pubblicità è “omofoba”. Chiaro, no? Visto che l’immagine si riferisce chiaramente a un rapporto sessuale tra i titolari dei quattro piedi e delle due mani visibili nella foto, e visto che lo slogan recita “Ama il prossimo tuo come stesso… basta che sia figo e dell’altro sesso”, ecco che scoppia il dramma nazionale. Omofobia, omofobia!
    E così, leggendo l’ANSA apprendiamo che la Melegatti decide subito, evidentemente per non avere grane, di ritirare la pubblicità e fare le proprie scuse. Conigli.
    Ma questo non basta all’Arcigay. Il loro presidente, tale signor Gabriele Piazzoni, dichiara: “Le scuse sono importanti ma occorre liberare il campo da qualsiasi ambiguità: perciò chiediamo all’Ad di Melegatti di incontrarci e di verificare assieme se l’inclusività si riflette tanto nei linguaggi e nelle rappresentazioni quanto delle politiche lavorative e nelle azioni di responsabilità sociale. L’omofobia non è solo un “incidente comunicativo”, anzi quell’incidente è rivelatore di una cultura che lede la libertà e spesso perfino la sicurezza di tante persone. Il vero passo avanti lo facciamo se anche Melegatti decide di fare concretamente la sua parte nella lotta contro le discriminazioni”.
    Insomma, il Piazzoni su erge a giudice e pretende un incontro per verificare se davvero la Melegatti fa la brava e fa “concretamente la sua parte nella lotta contro le discriminazioni”.
    Nei processi staliniani, nel tragico periodo delle “purghe”, non pochi imputati arrivavano davanti ai giudici dopo aver subìto un tale lavaggio del cervello da essere pronti a confessare colpe inesistenti o addirittura da “capire” la necessità, per il “bene del partito”, di essere eliminati anche se innocenti. Il totalitarismo non accetta mai le “scuse” o la semplice cessazione dell’attività ostile. Il dissidente, vero o presunto, va cancellato, deve fare l’autocritica per autocertificare di essere lui stesso la nota stonata nell’armonia della perfetta felicità garantita dal Potere. Contrariamente potrebbe restare sempre come un esempio pericoloso.
    L’aspetto grottesco di tutta questa faccenda non sfugge a nessuno, tanto più che qui non abbiamo nemmeno la malvagità diabolica, ma grande, di uno Stalin. No, abbiamo la piccola malvagità, pur sempre diabolica, di chi ha così perso il senso della dignità e il senso del ridicolo da “lottare” per affermare ciò che la natura stessa contraddice e da pretendere di diventare “grande inquisitore” per verificare la correttezza dei comportamenti altrui.
    Comunque queste squallide vicende sono un campanello d’allarme che deve suonare ben chiaro. Ormai una infelice minoranza molto minoranza (grazie al Cielo la stragrande maggioranza è normale) si sente talmente forte da intimare e prescrivere il contributo attivo alla sua presunta “causa”. Se questa infelice minoranza è diventata tanto proterva, ciò è dovuto al generale appannamento delle coscienze e delle intelligenze.
    La stessa Chiesa cattolica è arrivata, per bocca di alcuni suoi esponenti, a blaterare di “ricchezza” dei rapporti omosessuali, di necessità di accogliere con “delicatezza” gli omosessuali. Siamo, come suol dirsi, alla canna del gas. L’unica “delicatezza” da parte della Chiesa dovrebbe essere piuttosto quella di ammonire severamente chi vive in un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio e quindi spiana la strada per l’inferno. L’unico bene che la società cosiddetta “civile” potrebbe fare agli omosessuali sarebbe quello di aiutarli ad accedere alle terapie che, dove applicate, hanno sempre dato risultati più che incoraggianti per il ritorno alla normalità.
    Ma viviamo nell’epoca della pazzia e ne vediamo i risultati. I nuovi piccoli Vyšinskij si sentono forti e vogliono pontificare. Percorrono gioiosamente la strada della loro rovina, ma non fanno solo questo: pretendono di trascinare con sé il resto della società. Fermiamoli.
    La pubblicità della Melegatti e le pretese staliniane degli invertiti* ?* di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana



    LA SCIENZA CONFERMA: NESSUNO NASCE GAY. GLI EX GAY SUPERANO PER NUMERO GLI ATTUALI GAY
    - di Lupo Glori -
    Gay si nasce o si diventa? La fatidica domanda, riguardo l’esistenza di un presunto gene gay innato, ogni tanto ritorna, sebbene il quesito abbia, da tempo, ricevuto ampie e inequivocabili risposte. Recentemente la questione è stata portata nuovamente alla ribalta da una organizzazione di ex gay, americana, chiamata PFOX, la quale ha promosso a Richmond, capitale dello Stato della Virginia, una ampia campagna pubblicitaria per far conoscere i reali dati scientifici riguardo l’omosessualità.
    In particolare, tali dati riportano diversi casi di gemelli omozigoti, quindi perfettamente identici, che tuttavia differiscono per tendenze sessuali. Esistono almeno otto importanti studi scientifici condotti su gemelli identici in Australia, Stati Uniti, e in Scandinavia, durante gli ultimi due decenni che mostrano come gli omosessuali non sono nati omosessuali.
    Il dott. Neil Whitehead, che dopo avere prestato servizio per 24 anni come ricercatore scientifico per il governo della Nuova Zelanda, e aver lavorato alle Nazioni Unite e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, oggi ricopre il ruolo di consulente per alcune università giapponesi, sottolinea il ruolo irrilevante della genetica nella scelta dell’orientamento sessuale, affermando: «al meglio la genetica è un fattore secondario». I gemelli monozigoti derivano da una singola cellula uovo fecondata, ciò significa che essi sono nutriti in condizioni prenatali uguali e condividono il medesimo patrimonio genetico.
    Da qui consegue che, se l’omosessualità fosse una tendenza innata, stabilita dai geni, ci si aspetterebbe che tale attrazione fosse sempre identica nei gemelli monozigoti. Come nota infatti il dott. Whitehead: «dal momento che hanno DNA identici, dovrebbero identici al 100%». Tale ipotesi è però smentita dalla realtà dei fatti che attestano che «se un gemello identico ha attrazione per lo stesso sesso la possibilità che il co-gemello abbia la stessa attrazione è solo di circa il 11% per gli uomini e del 14% per le donne». Il dott. Whitehead conclude dunque escludendo categoricamente che l’omosessualità possa dipendere da fattori genetici: «nessuno nasce gay. (…) Le cose predominanti che creano l’omosessualità in un gemello identico e non negli altri devono essere fattori post-parto».
    Secondo lo specialista l’attrazione per lo stesso sesso (SSA) è determinata da «fattori non condivisi», cose che accadono ad un gemello, ma non l’altro, o da una differente reazione personale ad un specifico evento da parte di uno solo dei gemelli. Pornografia, abusi sessuali, particolare ambiente familiare o scolastico sono tutti elementi che possono influenzare in modo diverso l’uno rispetto all’altro. Un gemello potrebbe non essere in grado di interagire socialmente come l’altro gemello, provocandosi una sensazione di solitudine, che potrebbe poi portare alla necessità di essere accettato da un gruppo di persone, e in alcuni casi, tale gruppo diventano le comunità LGBT. Secondo il dott. Whitehead infatti, «queste risposte individuali e idiosincratiche a eventi casuali e ai fattori ambientali comuni predominano».
    Il primo studio approfondito su gemelli monozigoti è stato condotto in Australia nel 1991, seguito da un altro grande studio americano nel1997. Oggi, lo strumento principale per la ricerca biomedica, secondo lo specialista, sono i registri nazionali sui gemelli: «i registri dei gemelli sono la base dei moderni studi sui gemelli. Ora sono molto grandi, ed esistono in molti paesi. Al momento è in progettazione un gigantesco registro europeo del quale faranno parte 600.000 membri, ma uno dei più grandi attualmente in uso si trova in Australia, con più di 25.000 gemelli registrati».
    Nel 2002 la coppia di sociologi americani Peter Bearman e Hannah Brueckner ha pubblicato uno studio che ha coinvolto 5.552 coppie di gemelli degli Stati Uniti, mettendo in evidenza come l’attrazione per persone dello stesso sesso tra gemelli identici era comune solo al 7,7% per i maschi e al 5,3% per le femmine. La stessa ricerca ha preso in esame anche il cambiamento di orientamento sessuale durante il corso della vita, osservando come la maggior parte di questi cambiamenti, avvenuti per via “naturale” piuttosto che terapeutica, sono indirizzati verso una esclusiva eterosessualità, con il 3% della popolazione eterosessuale che afferma di essere stata in passato anche bisessuale o omosessuale.
    Alla fine tali dati hanno fatto emergere un dato curioso per il quale il numero delle persone che hanno cambiato il loro orientamento sessuale verso una totale eterosessualità risulta più alto dell’attuale numero di bisessuali e omosessuali messi insieme. In altre parole, conclude Whitehead, «gli ex gay superano per numero gli attuali gay».
    Ancora una volta la realtà sbatte la porta in faccia all’ideologia. La forsennata ed tendenziosa ricerca degli attivisti LGBTQ riguardo l’esistenza di un agognato gene gay, che attesterebbe la normalità dell’omosessualità si deve, infatti, bruscamente arrestare davanti agli inoppugnabili dati concreti che certificano chiaramente come l’omosessualità non ha nulla di genetico e naturale. Più che di “gene gay” sarebbe corretto parlare di “virus gay”; se nessuno nasce infatti con il gene dell’omosessualità tutti, e in particolare le giovani generazioni, sono a rischio contaminazione dell’ideologia del gender imposta come diktat etico dal mainstream culturale dominante.
    http://www.informarexresistere.fr/20...i-attuali-gay/

    Il caso dell'uomo transage che crede di essere una bambina
    L'uomo transgender e transage: ha 52 anni ma vive come una bambina di sei anni
    Giulia Bonaudi
    Se finora conoscevate solo i transgender, come Vladimir Luxuria o Efe Bal, e i transracial (dall'inglese transraziale) come Rachel Dolezal, forse non siete così aggiornati: infatti, la nuova frontiera dei "trans" sono i transage, letteralmente "transetà".
    Ormai neanche i più progressisti riescono a tenere il passo con questa modernità incalzante, che ogni giorno sembra infrangere un nuovo tabù.
    In un'intervista rilasciata al sito The Daily Xtra, Stefonknee Wolscht (precedentemente Paul) racconta la sua difficile esperienza come persona transgender, nel passaggio da uomo a donna. Fin qui, direte, non c'è nulla di nuovo per gli standard "progressive" a cui siamo abituati. Tuttavia, durante l'intervista, emerge un altro dato quanto meno singolare: Wolscht, infatti, non solo si sente una donna nel corpo di un uomo, ma si sente una bambina nel corpo di un 50enne.
    L'uomo, o forse sarebbe più preciso dire la bambina, è venuto allo scoperto all'età di 46 anni, quando ha svelato la sua "vera vita" alla moglie e al figlio di sette anni.
    “Ci sono giorni nei quali dimentico il mio passato”, ha spiegato Wolscht. “Non posso negare di essere stato sposato. Non posso negare di avere un bambino”, ha ammesso. “Ma adesso sono andato oltre e sono tornato ad essere un bambino. Non voglio essere un adulto in questo momento e così vivo la mia vita nel modo in cui avrei voluto viverla quando andavo a scuola".
    A molti verrebbe da pensare che non c'è nulla di strano, sono in tanti ad essere affetti dalla famosa sindrome di "peter pan" e a sentirsi ancora bambini dentro. Ma qui è diverso: Wolscht non parla in astratto. Lui vuole realmente essere un bambino.
    "Io ho una mamma e un papà. Una mamma e un papà che si sentono sereni con la mia scelta di essere una bambina". “Mi diverto molto con la loro nipotina. Coloriamo, e ci divertiamo facendo cose da bambini. Si chiama terapia del gioco. Nessuna medicina, nessun pensiero suicida. E così penso solo a giocare”, ha aggiunto Wolscht.
    Sembrerebbe che un nuovo confine sia stato varcato.
    Il caso dell'uomo transage che crede di essere una bambina - IlGiornale.it


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Depenalizzazioni, via il reato di atti osceni in luogo pubblico
    Nel decrato sulle depenalizzazioni che arriverà in Cdm il 13 gennaio una norma per punire solo con una multa gli atti osceni in luogo pubblico
    Claudio Cartaldo
    Nel decreto sulle depenalizzazioni che arriverà in Consiglio dei Ministri il 13 gennaio ci sono delle soprese, anche particolari.
    Secondo il sito dello studio legale Castaldi, infatti, nella lunga lista di reati che non saranno più tali, si trova la norma secondo cui "chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza" non sarà più incriminato in via penale (arresto fino a un mese e multa da 10 a 206 euro), ma sarà punito solo con una multa da 5mila 10mila euro.
    In pratica, fare pipì per strada o appartarsi con il partner per il sesso, non sarà più reato. Anche andare in giro nudo comporterà solo una multa.
    Depenalizzazioni, via il reato di atti osceni in luogo pubblico - IlGiornale.it

    Ritirato uno studio Lgbt: ancora una volta avevano falsificato i dati
    Massimiliano Di Benedetto
    Uno studio scientifico pubblicato un anno fa, che ha subito fatto il giro dei quotidiani internazionali, ha sostenuto che per far approvare il matrimonio omosessuale basterebbe una conversazione con un attivista omosessuale, la cui esperienza sarebbe in grado di influenzare positivamente le opinioni, rendendole durature anche oltre un anno. La tesi di fondo è che le obiezioni alle istanze Lgbt sono ideologiche e istintive, tanto che basta poco per cambiarle.
    I quotidiani lo hanno promosso come il più grande studio “pro-gay”, ed effettivamente gli studiosi lo hanno presentato tramite la nota retorica Lgbt. Tuttavia, qualche mese dopo la pubblicazione sulla rivista Science, uno dei due autori, Donald Green, ha ritrattato le conclusioni accusando l’altro autore, Michael LaCour, di aver falsificato i dati: «Sono profondamente imbarazzato da questo stato di cose e mi scuso con gli editori, revisori e lettori di Science», ha detto. Nonostante il rilevamento di numerose inesattezze da parte di altri scienziati, l’articolo è stato comunque pubblicato sulla nota rivista scientifica. LaCour rischia ora di essere perseguito per frode scientifica.
    Non è certo una novità, già nel 1994 una ricerca sul Journal of Divorce & Remarriage ha analizzato i dati di letteratura pubblicati sulla genitorialità omosessuale e dei suoi effetti sui bambini. I ricercatori hanno concluso: «Ogni studio è stato valutato secondo gli standard accettati della ricerca scientifica, la scoperta più impressionante è stata che tutti gli studi mancavano di validità esterna e non un singolo studio rappresentava la sub-popolazione di genitori omosessuali. Solo tre studi hanno soddisfatto gli standard minimi di validità interna mentre gli undici restanti hanno mostrato minacce mortali alla validità interna. La conclusione che non vi sono differenze significative nei bambini allevati da madri lesbiche rispetto a madri eterosessuali non è dunque supportata dalla ricerca scientifica». Hanno inoltre aggiunto: «Un altro limite reciproco di molti degli studi è stato quello già identificato da Rees (1979), vale a dire, il desiderio politico e giuridico “di presentare una felice e ben regolata famiglia lesbica al mondo”» (p. 116).
    Per non parlare del fatto che la maggior parte degli studi a favore della genitorialità omosessuale sono stati realizzati dalla principale ricercatrice dell’American Psychological Association, Charlotte Patterson, lesbica, convivente e attivista LGBT, già condannata da un tribunale della Florida di falsificazione dei dati: «l’imparzialità della Dr. Patterson», ha sentenziato la Corte, «è venuta in discussione quando prima del processo si è rifiutata di consegnare ai suoi legali le copie della documentazione da lei utilizzata negli studi. Questa corte le aveva ordinato di farlo ma lei ha unilateralmente rifiutato, nonostante i continui sforzi da parte dei suoi avvocati di raggiungere tale scopo. Entrambe le parti hanno stabilito che il comportamento della dott.essa Patterson è una chiara violazione dell’ordine di questa Corte. La dott.ssa Patterson ha testimoniato la propria condizione lesbica e l’imputata ha sostenuto che la sua ricerca era probabilmente viziata dall’utilizzo di amici come soggetti per per la sua ricerca. Tale ipotesi ha acquisito ancora più credito in virtù della sua riluttanza a fornire i documenti ordinati» (1997, JUNEER, Petitioner v Floyd P. Johnson, p. 11).
    Nel 2012 Loren Marks della Louisiana State University ha analizzato i 59 studi citati dall’American Psychological Association (APA), secondo la quale i figli di genitori gay o lesbiche non sarebbero svantaggiati rispetto a quelli di coppie eteorsessual, rilevandone l’inconsistenza dal punto di vista scientifico: manca il campionamento omogeneo, c’è assenza di gruppi e di caratteristiche di controllo, i dati sono spesso contraddittori, la portata degli esisti è limitata e si rileva scarsità dei dati a lungo termine, e manca il potere statistico.
    Nel 2008 un altro studio peer-review ha rilevato che nella maggior parte della letteratura scientifica a favore della non differenza tra bambini cresciuti con genitori omosessuali ed eterosessuali, sono stati soppressi o oscurati potenziali risultati negativi. «Inoltre», è stato aggiunto,«numerosi fattori avversi sono emersi dalla rianalisi dei dati».
    Infine, nel 2001 uno studio dell’University of Southern California ha rilevato che decine di studi su bambini cresciuti da genitori gay sono statifalsificati per ragioni politiche, in modo da non attirare le ire degli attivisti omosessuali o incoraggiare la retorica anti-gay. Gli autori della ricerca, i prof. Stacey e Biblarz, hanno infatti suggerito che molti studiosi temono che evidenziando le differenze potrebbero fare uno sgarbo alle associazioni Lgbt permettendo agli oppositori della genitorialità gay di utilizzare i dati scientifici a sostegno delle loro posizioni.
    Tanti parlano di lobby Lgbt, a guardare tutto ciò vien proprio da pensare che non solo esista ma che abbia ormai preso legami di pressione con ogni settore importante della società. Comunità scientifica compresa.
    http://www.informarexresistere.fr/20...ficato-i-dati/

    Tre anni, trans.
    Ennesima storia allucinante dalla Scozia, dove ad un bambino veniva diagnosticato il “disturbo dell’identità di genere” quando aveva soltanto tre (!) anni. Da allora (ora ha sei anni) vive vestendosi, giocando e comportandosi come una bambina. Gli verranno somministrati dei bloccanti ormonali per ritardare la pubertà, in attesa della “scelta” finale: estrogeni o intervento chirurgico immediato.
    Dopo aver letto la storia di questa vicenda da film horror tratta dal portale “osservatorio gender”, ne leggerete la versione proposta da un noto quotidiano, che vi parla del bambino in questione come di una persona già pienamente matura e consapevole che “a 3 anni ha deciso di diventare femmina” e che, in prima persona, “raccontava agli altri, nonostante la sua giovanissima età, di avere la testa di una femmina”. Ribadiamolo: il bambino, all’epoca, aveva tre anni. Tre.
    Ogni ulteriore commento sembra superfluo.
    (www.osservatoriogender.famigliadomani.it)- La storia di Daniel, bambino “transgender” di soli 3 anni.
    I genitori di Daniel, vittime di medici senza scrupoli e, certamente, ignari dei tantissimi precedenti analoghi, conclusisi con esiti tragici, condannano il proprio figlio ad un doloroso calvario, ingaggiando un’illusoria lotta contro la natura umana.
    La normalizzazione di ogni devianza sessuale passa per la socializzazione di qualsiasi tipo disturbo e comportamento deviante al fine di delegittimare indirettamente la normalità eterosessuale. E’ cosi che negli ultimi tempi i quotidiani nazionali ed internazionali sono sempre più invasi da articoli che presentano straordinarie, nel senso di rarissime, storie di disordine dell’identità sessuale come casi pietosi e drammatici del vivere quotidiano.
    A questo proposito, in questi giorni, nel Regno Unito, è su tutti i giornali l’infelice storia di Daniel, un bambino transgender di soli tre anni, incolpevole vittima della decisione dei propri genitori di crescerlo come una bambina.
    Sul sito web “mirror.co.uk” la madre del piccolo, Kerry McFadyen, racconta la sua vicenda, spiegando che la decisione di fare crescere il proprio figlio come una bambina fu presa in seguito a quello che lei chiama “l’incidente in bagno”:
    “Stava giocando in acqua. Mi ero girata e quando mi voltai vidi che Daniel aveva in mano un paio di forbici. Li teneva sopra il suo pisellino. Ero così scioccata. Ho cercato di restare calma e gli ho chiesto cosa stesse facendo. Mi ha detto che stava per tagliare il suo pisellino così lui sarebbe potuto divenire una ragazza. Gli dissi che non poteva perché si sarebbe fatto male, con tanto sangue. Con calma gli ho tolto le forbici e gli ho dato un grosso abbraccio”.
    Prima di questo “episodio chiave”, il piccolo Daniel aveva sempre mostrato più interesse per le bambole che per i palloni da calcio, ma la madre non vi aveva mai dato troppo peso, pensando che fossero semplici capricci infantili nel normale processo di sviluppo della sua personalità. La storia delle forbici cambiò però tutto e così i genitori, che hanno altri 4 figli senza alcun disordine dell’identità sessuale, decisero di rivolgersi al loro medico di famiglia. Quest’ultimo, senza pensarci troppo, gli indirizzò presso la clinica specializzata di Leeds, la “Tavistock and Portman NHS Foundation Trust”, dove Daniel, che all’epoca aveva solo 3 anni, fu visitato e diagnosticato come persona affetta dal disturbo dell’identità di genere, detto anche disforia di genere.
    La madre Kerry continua il suo racconto, sottolineando come la diagnosi medica sia stata per lei una liberazione e come lei e suo marito Craig si fossero affidati totalmente ai consigli degli specialisti anche riguardo i trattamenti medici da seguire in futuro:
    “E’ stato un sollievo ottenere una diagnosi. Ci hanno detto che sarebbe stato un bene per Daniel essere cresciuto come una ragazza e che avrebbe potuto cambiare idea in qualsiasi momento. I medici gli avrebbero dato i farmaci per rinviare la pubertà e gli avrebbero fatto il necessario trattamento ormonale. Poi, a 18 anni, avrebbe potuto fare l’intervento chirurgico di rassegnazione di genere presso il NHS”.
    Per il futuro i medici hanno dunque previsto che non appena Daniel raggiungerà la pubertà, la clinica di genere che lo ha in cura gli prescriverà dei bloccanti ormonali che gli verranno somministrati fino all’età di 16 anni. Poi sarà direttamente Daniel a decidere se vorrà iniziare a prendere gli estrogeni e vivere per due anni come una donna o sottoporsi subito ad un intervento chirurgico di cambiamento di sesso.
    Il piccolo Daniel, per il suo inconsapevole “gesto delle forbici”, compiuto nella totale incoscienza dei 3 anni di età, si trova così a pagare un prezzo salatissimo, difendendo un cavia da laboratorio per gli esperimenti di medici senza scrupoli. I suoi genitori, vittime a loro volta degli stessi medici e, certamente, ignari dei tantissimi precedenti analoghi, conclusisi con esiti tragici, condannano il proprio figlio ad un doloroso calvario, ingaggiando un’illusoria lotta contro la natura umana.
    Ecco la versione “orientata” del Messaggero, per un pubblico adeguatamente lobotomizzato
    Daniel è il transgender più giovane d’Europa: a soli 3 anni ha deciso di diventare femmina.
    Daniel è nato a Strathspey, Scozia, sei anni fa. La sua storia è molto simile a quella degli altri bambini della sua età, fatta di giochi e amore dei genitori che si occupano della sua crescita come meglio possono. Ma Daniel presto diventerà Danni, accingendosi a diventare il più giovane caso di cambio di sesso non soltanto nella storia del Regno Unito ma di tutta l’Europa.
    Tutto è cominciato tre anni fa, quando la madre di Daniel, la 32enne Kerry McFadyen, ha scoperto il figlio, allora di soli tre anni, giocare con le forbici in bagno per potersi tagliare il pene e diventare così una ragazza. La decisione non è stata affatto semplice, ma dopo che i medici hanno dichiarato che il bambino soffriva di disforia di genere non ci sono stati più dubbi: il cambio di sesso era la scelta migliore.
    Come i genitori hanno spiegato ai loro altri quattro figli, Danni non si sentiva a suo agio nel corpo di un bambino, lui stesso raccontava agli altri, nonostante la sua giovanissima età, di avere la testa di una femmina, per questo amava giocare con le bambole e passare più tempo con le sue sorelle piuttosto che con i fratelli. “La mia preoccupazione più grande era quella di lasciar diventare mio figlio vittima di bullismo, una volta uscito dal nido di casa – ha raccontato la madre ai media locali – ma alla fine abbiamo deciso di far essere Daniel ciò che davvero desiderava essere. E lui vuole essere una ragazza a tutti i costi”.
    Su Facebook è nata anche una pagina attraverso la quale i signori McFadyen raccontano la storia di Daniel per aiutare altri bambini che si trovano nella sua condizione ad essere se stessi, ma anche per condividere con i loro genitori questa esperienza. “Ci sentivamo persi quando abbiamo avuto la notizia del disturbo dell’identità di genere di nostro figlio – scrive Kelly – ma con il giusto supporto tutte le famiglie possono farcela a sostenere i propri figli”.
    Tuttavia, la strada verso il cambio totale di sesso è ancora lunga. I medici hanno detto ai genitori di poter dare a Danni farmaci per posticipare la pubertà, insieme ad altri trattamenti ormonali, che possano prepararla a subire un intervento chirurgico di riallineamento di genere una volta compiuti 18 anni. Intanto, anche la scuola di Danni si è mobilitata per rendere questo periodo di transizione il meno difficile possibile, installando nella struttura toilette unisex per non discriminarla.
    Tre anni, trans. | Azione Tradizionale

    L’infanzia tedesca devastata dall’indottrinamento
    di Mauro Faverzani
    Tanto le famiglie naturali quanto le persone eterosessuali, d’ora in poi, nelle scuole di Meclemburgo-Pomerania, non rappresenteranno altro che una delle tante, possibili varianti di coppia e di orientamento sessuale: lo prevede il Piano d’azione per l’uguaglianza e l’accettazione della diversità sessuale e di gender in vigore nel Land, rigorosamente ossequioso verso i diktat e le pressioni imposte dalle lobby Lgbt, di cui asseconda fedelmente gli obiettivi politici e ideologici.
    A rivelarlo è stata l’agenzia Junge Freiheit on line del 29 dicembre scorso, che ha precisato come all’indottrinamento di Stato siano destinati a non sfuggire, purtroppo, neppure i bambini delle materne, infischiandosene dei seri problemi conseguenti per un loro corretto ed armonico sviluppo; è probabile che, nelle classi, vengano inseriti compagni omosessuali o provenienti da coppie gay o lesbiche, con l’esplicito intento di discriminare gli altri o di ricodificare in loro un falso concetto di “normalità”.
    L’agenzia Kultur und Medien non esita, giustamente, a condannare il bieco tentativo di «decostruzione» delle coscienze sin dalla più tenera età, rendendone oltre tutto forzatamente complici gli stessi insegnanti.
    Ma c’è di più: allo stesso scopo sono state predisposte da Angela Kolb, esponente dell’Spd e ministro di Giustizia nella Sassonia-Anhalt, delle autentiche «valigette didattiche» contro la «violenza di genere». Non esiste alcun allarme sociale, in merito: basti il fatto che, dal 2007 al 2014, le forze dell’ordine han registrato in tutto solo 19 casi riconducibili a tale specifico reato. Il che rende evidente la natura assolutamente strumentale del provvedimento assunto.
    E’ sconcertante notare con quanta foga, con quanti mezzi – economici ed umani – e con quanta ossessiva tenacia gli ambienti Lgbt, contando sulla sponda politica garantita dalle Sinistre in particolare (ma anche da ampi settori delle destre più “liberali”), cerchino di strappare ideologicamente dalle menti dei piccoli l’evidenza naturale del matrimonio come unione tra un uomo ed una donna. Uno sforzo titanico posto in essere con l’unico obiettivo di produrre un’autentica aberrazione spirituale, morale e sociale.
    L?infanzia tedesca devastata dall?indottrinamento Lgbt ? di Mauro Faverzani | Riscossa Cristiana

    Se a sinistra imperversa l’Inquisizione Lgbt
    di Emilio Russo
    “Non posso tollerare che nel partito di cui ho orgogliosamente la tessera militi gente che parla in questi termini. Da semplice iscritta al Partito Democratico, chiederò l’espulsione di tutti coloro i quali sostengono l’esistenza di una lobby gay. Posso accettare le diverse sensibilità, accettare di discutere con chi è ancora indietro su alcuni temi e ha bisogno di camminare, persino con chi è omofobo in buona fede, ma NON posso accettare che vengano usate contro di noi le stesse armi che Hitler usava contro gli ebrei ai tempi del nazismo”.
    Parola della signora Cristiana Alicata. Manager Fca – veniamo informati -, componente del Cda Anas, già membro della direzione Pd e soprattutto “storica esponente del mondo Lgbt”. Messa, evidentemente, dal Pd ad occuparsi di autostrade per conto di tutti noi. Il post merita una citazione integrale. Forse non meriterebbe, invece, alcun commento, se non per sottolineare la parabola di una cultura che, sorta all’insegna della tolleranza, ha finito per incarnare l’esatto opposto. Basterebbe l’incipit, apodittico, arrogante, minaccioso: “Non posso tollerare…”. Nei circoli romani del partito di cui la signora Alicata ha “orgogliosamente la tessera”, – e la signora Alicata non se ne abbia a male – leggendo le sue parole, qualcuno avrà certamente esclamato: “E ‘sti cazzi!”.
    “Quelli” che la signora Alicata non sopporta non meritano nemmeno di essere citati. È, spregiativamente, “gente che parla in questi termini”. L’eccezione è Silvia Costa, messa in croce per avere ipotizzato che a impedire la condanna da parte del Parlamento Europeo della pratica della maternità surrogata, vietata in Italia e in molti Stati membri, siano state le pressioni della lobby Lgbt. Per lei, e per chi la pensasse eventualmente allo stesso modo, è pronta una richiesta di espulsione. Perché la signora Licata può “accettare le diverse sensibilità” (grazie, signora Licata), può “accettare di discutere con chi è ancora indietro e ha bisogno di camminare” (com’è buona lei, direbbe il ragionier Fantozzi; e ci perdoni se siamo “ancora indietro”). C’è clemenza persino per chi è “omofobo in buona fede” (espressione, per la verità, piuttosto oscura) ma non (anzi NON) per chi usa “contro di noi” (noi chi, la lobby Lgtb di cui si nega l’esistenza?) “le stesse armi che Hitler usava contro gli ebrei”. Vabbè, lasciamo perdere.
    Se a sinistra imperversa l'Inquisizione Lgbt - L'intraprendente | L'intraprendente

    La lobby omosessuale che sta premendo sul Parlamento per ottenere le unioni omosessuali
    di Camillo Langone
    La lesbica di potere (dirigente Fca e Anas) Cristiana Alicata chiede l’espulsione dal Partito democratico di tutti quanti parlano di “lobby gay” e in particolare dell’eurodeputata Silvia Costa. Le lobby secondo la Treccani sono “gruppi di pressione che si propongono di esercitare la loro influenza su chi ha facoltà di decisioni politiche, per ottenere l’emanazione di provvedimenti normativi in proprio favore o dei loro clienti”. Quindi il network delle associazioni lgbt che sta premendo sul parlamento per ottenere le unioni omosessuali è precisamente una lobby omosessuale. Ma non si può dire.
    Dopo aver alzato la spada di Damocle dell’espulsione, la Alicata ha dichiarato finto-magnanima di “accettare di discutere con chi è ancora indietro su alcuni temi e ha bisogno di camminare”: chi crede nell’evidenza della famiglia naturale sarebbe dunque un paralitico e un ritardato. Si noti come per questi democratici di potere le minoranze abbiano diritto di esistere solo qualora accettino di sottoporsi a riabilitazione (“camminare”) e di cancellare dal proprio vocabolario le espressioni non gradite alle lobby che non esistono.
    La lobby omosessuale che sta premendo sul Parlamento per ottenere le unioni omosessuali

    Chi ha paura in Francia di libri che parlano di famiglia e figli?
    DI COSTANZA MIRIANO
    Alla Francia si perdona tutto, se non altro in nome di Houellebecq, di Givenchy (ma la mente, Tisci, è italiano), di Santa Teresina e Giovanna e di moltissimo altro. Le si perdonano anche le testate sul petto ai mondiali (soprattutto se poi vinciamo). In più c’è da dire che non riesco a offendermi, ma anzi mi commuovo per questa cosa: attualmente ventiduemila francesi hanno firmato, in pochi giorni, una petizione per chiedere il ritiro dal mercato di due miei libri, Sposati e sii sottomessa e Sposala e muori per lei, appena usciti in Francia per i tipi di Le Centurion (sono consigli alle amiche sul matrimonio, sulla differenza tra noi e quell’essere di un’altra specie che ci troviamo nel letto, e sulla fatica di tenere insieme tutto).
    Una signora, come racconta il Figaro, ha deciso di chiedere al Segretario di Stato incaricata per i diritti delle donne, Pascale Boistard di vietarne la vendita. Lo considero un enorme biglietto di auguri di Natale, non ne ho mai ricevuto uno con così tante firme – puntano alle venticinquemila – al massimo forse ce n’erano una ventina sul regalo di compleanno dei compagni di classe. Che tante persone si interessino a me mi sembra davvero sproporzionato, emozionante che non si limitino a non comprare i miei libri – come fanno circa sei miliardi di persone nel mondo con la massima tranquillità – ma che si disturbino a firmare una petizione per impedire agli altri di farlo.
    Ma prima di parlare della mia personalissima e irrilevante questione, due parole sulla censura. Non so come siano in merito le leggi nel paese che ha fatto della liberté il suo programma esistenziale, nel paese in cui c’è della gente che è morta per non smettere di pubblicare vignette offensive contro le divinità in cui crede un bel po’ di popolazione mondiale, nel paese in cui tutti sono Charlie. So che esiste l’allucinante fattispecie del reato di opinione, perché so che della gente è stata arrestata – ripeto arrestata – per avere indossato una felpa raffigurante un maschio e una femmina con dei bambini nei pressi di una manifestazione dell’orgoglio omosessuale. Il passaggio dalla figura di una famiglia all’offesa contro persone con tendenze omosessuali mi sfugge, ma magari se ci penso molto lo capisco. So anche di gente che è stata arrestata, cioè privata della libertà personale, perché distribuiva scarpine da neonato fuori dalle cliniche abortiste: questo turbava la libera scelta delle madri che andavano a uccidere i loro figli (evidentemente la scelta non era tanto libera se era possibile turbarla con delle scarpine di lana). So che è stata ostacolata la trasmissione di uno spot sulle persone con sindrome di Down, uno spot sul quale ho consumato decine di fazzolettini perché fa vedere ragazzi che dicono “mamma, non avere paura, anche io potrò essere felice, lavorare, fare dei viaggi, avere amici”. Ne è stata ridotta la diffusione per legge perché poteva turbare le madri che quei figli li avevano uccisi, anche se lo spot non toccava minimamente il tema aborto, né voleva in alcun modo essere un atto di accusa contro chi non ce l’aveva fatta a far nascere un bambino con la sindrome di Down. So, infine, che esiste il reato di omofobia, praticamente una contraddizione in termini, perché prevedrebbe che una psicopolizia controllasse se tu hai paura di qualcosa, e nel caso ti sbatterebbe dentro. In realtà l’omofobia è una parola inventata per dire una cosa che non esiste, e la legge è stata fatta in Francia prima della Taubira, la legge sul mariage pour tous, proprio per impedire che si potesse dire pubblicamente che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, e che i figli non si possono comprare, e che il gigantesco giro di affari dell’utero in affitto, stimato oggi nel mondo, a spanne, in 5 miliardi di dollari, è un crimine contro l’umanità. Lo denunciano anche le femministe francesi, seguite alla buon’ora dalle nostre di Se non ora quando? (magari qualche annetto fa, no? Miriam Mafai lo scriveva nel 1997).
    Non so come si dica libertà dei miei stivali in francese, ma mi pare evidente dunque che in Francia stiano messi molto peggio di noi sul fronte della libera opinione. In realtà c’è una sorta di isteria collettiva, un sacro furore, ma solo verso tutto ciò che rimandi al senso del limite, tutto quello che denunci, con il suo solo esistere, che “l’uscita dell’uomo dal suo stato di minorità” (ovviamente la definizione kantiana è scelta da Wikipedia come incipit alla voce sull’illuminismo, ed è per questo che se i miei figli fanno le ricerche copiando da lì, come quasi tutti gli scolari del globo, li minaccio di spaccar loro le falangi in modo che non possano più usare il mouse) è in realtà una gigantesca balla, perché l’uomo di limiti ne ha, e molti. A cominciare dal fatto che, per quanto ci si ingegni in laboratorio, sempre un maschio e una femmina servono per generare una persona, per proseguire col fatto che si nasce senza chiederlo, e quasi sempre si muore anche senza chiederlo, passando per molti altri limiti genetici, economici e culturali. La notizia che l’uomo non sia Dio disturba moltissimo, non solo i francesi a onor del vero, e con questi limiti dobbiamo fare i conti tutti.
    In Spagna comunque avevano fatto di meglio: il ministro della sanità e delle pari opportunità Ana Mato mi ha denunciata alla Procura generale, chiedendo anche lì il ritiro del libro perché inciterebbe alla violenza sulle donne. Ogni volta che sono un po’ triste penso al giudice che, alla ricerca di reati, si è dovuto sorbire le storie dei vomiti e dei pannolini dei miei figli, le vicende matrimoniali delle mie amiche, e mi torna subito il buon umore. Ovviamente la denuncia è stata archiviata e chi ha letto il libro sa perché (non c’è manco una vaga ombra di invito a sopportare eventuali violenze, e, ogni volta che qualche donna si è confidata con me in merito, ho sempre detto, per quel poco che ne posso sapere, che la prima cosa da fare è abbandonare il tetto coniugale, per cercare di recuperare una relazione sana). Agli spagnoli però ho sempre dato l’attenuante del fatto che lì all’inizio era uscito solo il primo libro, quello sulla sottomissione femminile, non il secondo che invita gli uomini a morire per le spose. In Francia invece sono usciti insieme, e mi sembra che la sorte dei maschi (secondo San Paolo) non sia più rosea di quella delle femmine. Ma l’idea di morire è meno urticante per l’uomo moderno dell’idea di obbedire a qualcosa. Allora, esattamente, qual è il punto? Cosa mi rimproverano?
    Secondo la petizione è nauseabonda e degradante l’affermazione che le donne siano “chiamate in modo particolare a custodire la vita”. Queste orribili, offensive parole le ho prese non ricordo più se da Edith Stein o dalla Mulieris dignitatem, comunque da alcune tra le pagine più belle e gratificanti per noi donne che siano mai state scritte. Secondo i firmatari questa è una minaccia alla libera gestione del corpo femminile, alle libertà sessuali, “alle nostre identità plurali” (? Oddio, io spero di non essere plurale, faccio fatica già a sopportare una sola me stessa), un ritorno al patriarcato e una regressione intollerabile.
    I libri, come si è detto all’inizio, basta non comprarli, o non leggerli se ce li regala una vecchia zia che non conosce i nostri gusti. Ma io credo che qui ci sia di più. La questione identitaria femminile qui in Occidente (altrove la storia è diversa) è centrale perché, nonostante tutta la retorica del vittimismo femminile (che anche la francese Badinter ha smascherato) noi abbiamo un potere enorme sulle relazioni, e sugli uomini, e il livello spirituale e morale di un’epoca siamo noi a determinarlo. Innanzitutto abbiamo questo incredibile privilegio di portare la vita e darla alla luce (che ci sarà mai di offensivo?), e ci stiamo rinunciando (le francesi sono messe leggermente meglio di noi a tasso di natalità, comunque sui due figli a testa, cioè crescita zero. Noi invece siamo a tassi di estinzione, ultime al mondo con le giapponesi).
    Ci sarebbe da scrivere pezzi lunghi come lenzuola sul perché ci stiamo rinunciando, su quanto ci abbia lasciate infelici e sole la liberazione sessuale, sulla balla che si possa avere tutto, che è quello che ci hanno detto le nostre madri, zie, nonne quando ci incitavano a studiare per prenderci il nostro posto nel mondo. Hanno omesso di dire che alla maggior parte di noi il lavoro di cura sarebbe piaciuto enormemente. Leggevo poco fa anche l’intervista a Giulia Bongiorno (chiusa in bagno, l’unico luogo nel quale mi sento moralmente autorizzata a leggere i femminili con la prole in casa, perché il tempo del lavaggio denti non mi può essere tecnicamente computato come perso), nella quale si rammaricava di avere fatto un solo figlio e di averlo fatto a 44 anni. Invitava le ragazze a fare figli prima dei trenta. È sempre così, le professioniste che quasi fuori tempo massimo incontrano la maternità se ne innamorano perdutamente. Lei dice “la considero una mia sconfitta” e io vorrei baciarla in fronte per questa onestà intellettuale (su molte altre conclusioni poi non concordo con lei).
    Sull’amplissimo tema della conciliazione mi limito a dire che a difendere strenuamente i diritti alle quote rosa e ai cda sono sempre solo professioniste che fanno come me lavori gratificanti e tutto sommato ben retribuiti. Guarda caso non ci sono le mie amiche commesse, parrucchiere, segretarie, impiegate. Quelle che hanno venti giorni di ferie all’anno, e saltano recite e pediatre con enormi sensi di colpa, e aspettano per anni, sì, per anni, la possibilità di invitare un’amichetta della figlia a pranzo, e non osano certo fare più di uno o due figli perché già così vivono con un enorme continuo dispiacere. Loro starebbero volentieri a tirar su bambini, a prendere tè con le amiche, a farsi una corsa, un viaggio, a vedere che so una mostra o a leggere un libro con la luce del sole invece che alle tre di notte, solo che non possono perché ci hanno rubato uno stipendio e si sono presi due lavoratori – uomo e donna – al prezzo di uno.
    Ma credo che dietro all’avversione a una certa idea di donna ci sia qualcosa di più profondo ancora. È l’idea stessa di essere umano in questione. Noi cattolici non crediamo al mito illuminista del buon selvaggio, ma pensiamo che nell’uomo stesso ci sia qualcosa che non va, una ferita, qualcosa da guarire, da aggiustare. La specifica ferita femminile sta nella sua grande fragilità: che tenerezza gli elenchi dei buoni propositi sui femminili “da oggi penso a me stessa”, “imparo a dire di no”, “mi compro una borsa”. (Bisognerebbe in effetti rammentare che quelli sono giornali fatti per far vendere roba). E la tentazione femminile per eccellenza è quella di usare il suo enorme potere sul maschio in modo seduttivo, per manipolarlo e controllarlo, e quindi per averlo accanto a sé, per il suo bisogno di essere amata che nessuna quota rosa potrà mai cancellare. (Ne ho conosciute tante di donne affermate agli occhi del mondo, e mai nessuna di loro mi ha dato l’idea di essere priva di questa fragilità, del bisogno dello sguardo e del riconoscimento).
    Le donne di oggi, che vivono la sessualità liberamente, che rifiutano o almeno rimandano la maternità, sono tendenzialmente infelici e dopo una certa età anche parecchio scombinate, perché quello che desidera ogni donna è una relazione gratificante, stabile ed esclusiva con un uomo, e dei figli, che soddisfino il suo bisogno di dare e che la guariscano dalle sue ferite. Siamo rimaste sole, con pochi figli e spesso nessun uomo perché abbiamo smesso di essere accoglienti, nutrite come siamo di film e libri e giornali che invitano a una falsa indipendenza (nessuno di noi è indipendente, ed è così bello ammettere di dipendere dall’amore degli altri, o per gli uomini dal riconoscimento del proprio saper fare). Se il fatto che si dica questa cosa, che si ricordi alle donne il loro bisogno, dà tanto fastidio, è perché è la verità. Sennò basterebbe non comprarli, i libri.
    Chi ha paura in Francia di libri che parlano di famiglia e figli? | il blog di Costanza Miriano


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Così pornografia e violenza crescono bene insieme
    di Tommaso Scandroglio
    Chi fa uso di pornografia tende ad essere più violento. Questo è il succo di una ricerca dal titolo “Una meta-analisi del consumo di pornografia e degli atti di violenza sessuale nelle ricerche demografiche” pubblicata il 29 dicembre scorso sulla rivista scientifica Journal of Communication. Lo studio, condotto da Paul J. Wright, Robert S. Tokunaga e Ashley Kraus dell’Indiana University e dell’University of Hawaii, ha raccolto i risultati di 22 altri studi provenienti da sette nazioni differenti. La ricerca ha messo in evidenza che il pornomane ha più probabilità di essere violento verbalmente e fisicamente, di ricorrere a minacce e allo stupro.
    «I dati», spiegano i ricercatori, «lasciano pochi dubbi sul fatto che, in media, le persone che più frequentemente consumano pornografia sono più propensi alla violenza sessuale […] rispetto agli individui che non consumano pornografia o che ne fanno uso meno frequentemente». Non fa poi differenza alcuna se il fruitore è maschio o femmina, quasi che la pornografia sia una droga che spinge alla violenza tutti in modo indiscriminato. «Non possiamo ignorare che, in accordo con questa ricerca, la pornografia è significativamente correlata agli aumenti di violenza sessuale ed ad atti di aggressione», ha detto Alba Hawkins, direttrice esecutiva del Centro Nazionale Usa sullo sfruttamento sessuale. Ha poi aggiunto: «Dalle cinture di sicurezza alle leggi sull’ubriachezza per chi guida, la nostra società si impegna per ridurre l'impatto negativo dei comportamenti a rischio. Ma quando si tratta di pornografia molte persone si rifiutano di guardare ai fatti».
    In sintesi, chi guarda film o spettacoli pornografici assorbe un certo tasso di violenza che poi deve sfogare all’esterno. Non sono immuni da tale tasso di violenza nemmeno gli stessi attori. Randy Spears (in arte Greg) era una star del cinema porno. Lungo l’arco della sua carriera durata 23 anni, è apparso in oltre 1.000 film porno. Se la matematica non inganna, ciò significa che ha girato circa 44 film all’anno, cioè quasi uno a settimana. Uno stakanovista a luci rosse. Greg ha ricevuto decine di premi da parte dell'industria del porno. È stato «la stella maschile dei film per adulti più premiata di tutti i tempi», per citare lo stesso Greg. Nel 2002 ha raggiunto la vetta del cinema hot quando è stato inserito nella Hall of Fame della rivista Adult Video News, che è l’Oscar del porno statunitense.
    Spears racconta che voleva fare l’attore, ma a corto di soldi decise di darsi al porno. Scoprì che si facevano soldi facili e il lavoro non mancava mai. Nel 2011 però gettò la spugna: il porno lo stava divorando da dentro. «Dovevo andare a lavorare», racconta in una recente intervista, «per fare il porno in modo da poter acquistare la droga e così seppellire il dolore provocato dal porno stesso». Un circolo vizioso – è proprio il caso di dirlo – da cui non riusciva più ad uscire. «Quello che mi ha fatto il porno», continua Greg, «è stato di cambiare il modo in cui pensavo alle donne e ciò che provavo per loro. Ho iniziato a guardarle sempre più come un oggetto sessuale. Ho perso la capacità di instaurare un rapporto d’amore e di affetto. In quegli anni pensavo di essere ancora in grado di farlo, ma mi ingannavo».
    Torna l’immagine della pornografia come una droga che crea dipendenza e ti distrugge perché rade al suolo la capacità di provare tenerezza, di innamorarsi, di vivere di sentimenti. Il giorno di quattro anni fa in cui Spears ha lasciato il mondo del porno, è uscito dal set, ha preso l’auto, si è fermato un paio di isolati più in là ed ha iniziato a piangere a dirotto. Quel giorno «ho cambiato la mia vita. Ho iniziato a vivere».
    Così pornografia e violenza crescono bene insieme

    Depenalizzazioni, via il reato di atti osceni in luogo pubblico
    Nel decrato sulle depenalizzazioni che arriverà in Cdm il 13 gennaio una norma per punire solo con una multa gli atti osceni in luogo pubblico
    Claudio Cartaldo
    Nel decreto sulle depenalizzazioni che arriverà in Consiglio dei Ministri il 13 gennaio ci sono delle soprese, anche particolari.
    Secondo il sito dello studio legale Castaldi, infatti, nella lunga lista di reati che non saranno più tali, si trova la norma secondo cui "chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza" non sarà più incriminato in via penale (arresto fino a un mese e multa da 10 a 206 euro), ma sarà punito solo con una multa.
    In pratica, fare pipì per strada o appartarsi con il partner per il sesso, non sarà più reato. Anche andare in giro nudo comporterà solo una multa.
    Depenalizzazioni, via il reato di atti osceni in luogo pubblico - IlGiornale.it

    La neolingua del New York Times celebra la convenzione gender-neutral, adeguandosi al mondo che è uomo, donna o Mx
    di Mattia Ferraresi
    Qualche settimana fa il New York Times ha raccontato la storia di una libreria anarchica del Lower East Side, punto di riferimento e “spazio sicuro”, come usa dire oggi, di una piccola comunità anticonformista a metà fra un film di Bertolucci e un episodio di “Portlandia”.
    Senia Hardwick, una persona di 27 anni che lavora nella libreria, ha offerto valide informazioni e preziosi elementi di contesto per l’articolo, ma ha chiesto al cronista di omettere il suo genere e di essere identificato/a soltanto come Mx., versione gender-neutral dei più convenzionali Mr. o Ms. che il Times si ostina ad assegnare alle persone che compaiono nei suoi articoli. Mx. Hardwick dice questo, Mx. Hardwick dice quest’altro. Il risultato è leggermente legnoso da un punto di vista della sintassi – non è facile scrivere un articolo senza pronomi personali, e un “he” o un “she” avrebbero tradito la fiducia della fonte – ma è politicamente correttissimo, depurato da ogni residuo della vecchia convenzione duale in fatto di genere e perfettamente in linea con il paradigma della purezza genderfluida.
    Non scopriamo ora le conquiste della linguistica depurata dal genere. Da decenni c’è chi va proponendo di usare “S/he” oppure il neutro “they”, accompagnandoli dal possessivo ibrido “hir” per liberarsi dal giogo binario del maschile/femminile, la novità è che il New York Times certifica la convenzione, accettando di concedere al soggetto intervistato il privilegio di non identificarsi come maschio o femmina. Il caso ha sollevato un dibattito, e in tanti hanno chiesto al Times se questa de*cisione fosse il segno di una svolta nella politica linguistica.
    Philip Corbett, responsabile della politica linguistica del Times, ha dato la più fluida delle risposte: “La risposta breve è no. O non ancora. O forse, chiedetemelo fra un po’. Le cose cambiano in fretta in questo campo”. Le linee guida del Times sui transgender sono chiarissime: il cronista deve attenersi all’identità sessuale professata dall’interlocutore, ma si dà per scontato che si identifichi come uomo oppure donna, ad esempio Ms. Caitlyn Jenner oppure Ms. Chelsea Manning. Più raro il caso di chi non vuole identificarsi affatto. Mx., ha spiegato il Times, “non è l’abbreviazione di una parola inglese, ma l’eco della parola ‘mix’ appare piuttosto elegante in questo contesto”, e nel contesto più generale della lingua come purissima convenzione alla mercé di chi la pronuncia il giornale dei record dichiara: “Dobbiamo decidere quale opzione si applica meglio a ogni singolo caso, tenendo in mente le nostre responsabilità e quelle delle persone di cui scriviamo, mentre le convenzioni evolvono”.
    Non è chiaro cosa succederebbe se una fonte pretendesse di essere identificata come mammifero, o come non-uomo, zombie, come ologramma asessuato, reincarnazione di un pesce gatto oppure come stato d’animo, ma certo i casuisti del Times verosimilmente direbbero che queste caratterizzazioni non “riflettono lo standard accettato dai lettori educati”. Quando le rifletteranno, il Times si adeguerà. Ma questo è soltanto l’episodio di una serie tv già vista.
    Rimane aperta la questione della “responsabilità verso i lettori”, perché, così a occhio, un giornale dovrebbe tentare di raccontare la realtà, che – sempre a occhio – è una questione più vasta delle percezioni che ne abbiamo. Un uomo che dichiara a un giornalista di essere un albero verrà identificato come “un uomo che dichiara di essere un albero”, non come un albero, e i lettori trarranno le conclusioni che credono. Senia Hardwick è una donna.
    http://www.rassegnastampa-totustuus....olica/?p=28768

    Perché l’identità sessuale fa paura? Intervista a Enrica Perucchietti
    Perchè il gender si sta imponendo come ideologia di riferimento del III secolo? Chi c’è dietro? Qual è il vero obiettivo di chi vuole cancellare l’identità sessuale? Ce lo spiega Enrica Perrucchietti, coautrice, con Gianluca Marletta, del saggio Unisex, di cui abbiamo parlato più volte, anche recensendolo.
    (intervista realizzata da Enrico Galoppini de Il Discrimine)
    Unisex, se è giunto già alla seconda edizione, ha incontrato evidentemente il favore di molti lettori. Ciò significa che non tutti hanno mandato il cervello all’ammasso e che in fondo persiste in parecchie persone, malgrado il bombardamento propagandistico e le pressioni indotte, una sana normalità che a sentire i mass media sembrerebbe consegnata ad un’era lontana… Come mai, allora, i mezzi d’informazione “ufficiali” fungono incessantemente da cassa di risonanza di un unico punto di vista, ovvero quello mirante a diffondere nelle masse la rispettabilità della cosiddetta “ideologia di genere” e l’ineluttabilità del suo inveramento? Qual è il nesso profondo tra questa ideologia sovversiva e disumana e i poteri che ci governano?
    Credo che sia proprio questo il punto. Non tutte le persone sono ancora “allineate” e livellate al pensiero unico dominante. Quindi il potere necessita in continuazione di affinare le strategie di manipolazione di massa, anche rischiando di “esagerare” e ottenere l’effetto contrario. Semplicemente l’uomo della strada non ha ancora capito che cosa sia la teoria di genere, quale sia la sua storia e l’orizzonte finale: è bombardato da notizie che lo in-formano e confondono, a cui guarda con curiosità e sospetto. Ma qualcosa si muove sotto la cenere dell’apparente oblio delle coscienze. Ne abbiamo avuto qualche esempio proprio in Italia dove finalmente sono uscite allo scoperto persino le femministe, sottoscrivendo un appello contro l’utero in affitto: il documento ha raccolto le firme di personaggi noti, dalla Sandrelli alla Maraini, bollando inequivocabilmente come “mercificazione” la trasformazione del corpo femminile in macchina. Ciò significa che sotto l’apparenza di un pensiero monolitico e dominante pro gender si muove invece qualcosa.
    Il problema è semmai la violenza con cui i movimenti LGBT sostengono le loro cause e la frenesia con cui vogliono che certe questioni (offerte al volgo come “diritti”) vengano chiuse in fretta. Come testimoniamo nel nostro saggio, dati alla mano, il potere si fa portatore di queste istanze perché la teoria del gender offre una mutazione antropologica dell’individuo, l’abbattimento della natura per la creazione di un individuo spersonalizzato, confuso persino nella sua identità sessuale, quindi più facilmente controllabile e manipolabile.
    Quella cui ci troviamo di fronte, dunque, è una rivoluzione senza precedenti, perché mirante a colpire e trasformare non “un aspetto fra i tanti” dell’esistenza umana, ma ciò che l’essere ha più di profondo e irrinunciabile: la propria natura. L’abbattimento, il tentativo prometeico di cancellare la natura rientra ovviamente nelle derive del transumanesimo tanto care a certi esponenti del potere.
    Hai fatto cenno ai movimenti LGBT. Al di là delle parole d’ordine sulla “tolleranza” e del consenso che sono in grado di estorcere tra la gente, perché a tuo avviso sono così “potenti”?
    Immaginare che la “forza” del Gender dipenda dalla mera capacità di pressione esercitata da movimenti minoritari o di nicchia, per quanto agguerriti e ideologicamente determinati, sarebbe ingenuo e irrealistico. Da un lato alcuni movimenti LGBT sono essi stessi delle lobby o sono intrinsecamente legati a lobby per diversi interessi, economici ma anche ideologici. Pensiamo ad esempio al fatto che le opere di Alfred Kinsey vennero pubblicate grazie al supporto pubblicitario ed economico di una fra le più potenti lobby di potere del mondo occidentale, ovvero la Fondazione Rockefeller, nella persona del suo fondatore, John D. Rockefeller senior, che ne curò persino la pubblicazione.
    Capire la “forza” del Gender, la sua capacità di influenzare oggi la cultura e persino le scelte politiche di interi governi, significa domandarsi innanzitutto da dove provenga il sostegno (e più concretamente, da dove giungano i “fondi”) che hanno permesso di portare alla ribalta quella che, fino a pochi anni fa, poteva apparire solo come l’ideologia minoritaria di qualche gruppo marginale. Senza questi cospicui “appoggi”, infatti, sarebbe impensabile, al giorno d’oggi, “un’agenda politica” come quella di certi paesi occidentali, per le quali il Gender sembra essere divenuta una priorità assoluta da proporre o imporre mediante leggi d’ogni tipo, riprogrammazione dei corsi scolastici, sanzioni amministrative e penali e, persino, attraverso una rielaborazione del linguaggio stesso. Pur non escludendola del tutto, l’ipotesi economicistica non sembra spiegare un tale sostegno pubblico. Il supporto delle oligarchie finanziarie ed economiche alla “causa gay” è infatti una costante da anni, come dimostriamo ampiamente nel nostro saggio.
    L’invasione del Gender, in realtà, è comprensibile solo a partire da una chiave di lettura ben più ampia, che è quella che vede le grandi oligarchie occidentali alle prese con la realizzazione dell’ultima e forse più grande utopia della modernità: la creazione di un “uomo nuovo” totalmente manipolato e coerente con le prospettive egemoniche del mondialismo e della globalizzazione. Un uomo che si vuole senza identità, cultura, religione, famiglia; un uomo che si vuole “monade” solitaria, senza sicurezze, spiritualmente e socialmente “precario”, insicuro di fronte all’esistenza, privo della mediazione dei corpi sociali intermedi, e reso in tal modo servo di desideri, bisogni e idee indotte. Un individuo omologato e omologabile, facilmente controllabile fin nei suoi più profondi bisogni e desideri, totalmente allineato al pensiero unico dominante. Ed è proprio nell’ottica dell’ideologia mondialista, a nostro parere, che bisognerebbe vedere la ragione di questo impegno senza precedenti dei Poteri Forti allo scopo di demolire quelle “vecchie” identità (siano esse sociali, religiose, politiche o culturali) che potrebbero, in qualche modo, rappresentare un ostacolo all’omologazione globale.
    Così l’Ideologia Gender, rendendo “nebulosa” e ambigua persino quella dimensione basilare che è l’appartenenza sessuale, può essere un formidabile ingrediente nel processo di creazione necessario dell’uomo nuovo: un uomo nuovo che si vuole confuso, ambiguo, letteralmente a-morfo, senza forma. Inoltre, con la sua carica ideologica dissolutiva, la dottrina del Gender è anche, per sua natura, violentemente “corrosiva” nei confronti d’ogni tipo di mentalità “tradizionale” e di ogni tipo di religione. Essa, infatti, proclama che tutti gli “antichi culti” sono indistintamente discriminatori e falsi, retaggio di un passato che si vuole oscuro e destinato all’annientamento nel più classico “stile” proprio a tutte le ideologie moderne. Le velleità prometeiche e “controiniziatiche” vengono analizzate proprio nei capitoli finale della riedizione del nostro saggio. Non è un caso che Kinsey fosse morbosamente attratto dalla figura del mago satanista Aleister Crowley…
    Che cosa si può fare per invertire questa tendenza? Tu e Gianluca Marletta, avete senz’altro apportato un importante contributo, redigendo questo saggio che, a mio parere, andrebbe – questo sì – diffuso quanto più possibile nelle scuole e discusso nei luoghi in cui si affrontano “temi culturali”. Eppure, scrivere, denunciare, indicare dove sta l’inganno e destrutturare le tecniche di manipolazione non è ancora sufficiente. Secondo me, per venire a capo di questo disordine è necessario porsi il problema di ciò che è “in ordine”. Per focalizzare ciò che è innaturale e marginalizzarlo – per prima cosa rispetto a se stessi – è imprescindibile stabilire che cosa è “naturale”. Per non finire in qualche modo ingannati, è assolutamente necessario porsi sotto la guida e la protezione divine e cercare di conformare la propria vita secondo “la Via” che Iddio ha tracciato con le tradizioni religiose ortodosse. In questo e negli altri libri che avete scritto insieme (Governo globale e La fabbrica della manipolazione) credo traspaia bene il problema delle influenze dissolventi che in questi tempi definiti da più parti come “ultimi” stanno sciamando praticamente dappertutto, persino negli ambienti che per “missione” sono preposti a svolgere la funzione di “muraglia”. Non vi sentite, affrontando simili argomenti, come investiti di una notevole “responsabilità”?
    Premesso che non si può mai essere realmente “obiettivi” ma solo cercare di esserlo genuinamente, ognuno di noi proietterà sempre delle proprie “credenze” nel lavoro che fa. Detto ciò, Marletta ed io abbiamo sempre cercato di essere obiettivi e il nostro lavoro si è sempre focalizzato su un piano storico e “giornalistico”. Se la prima versione di Unisex era stata volutamente realizzata in modo “asettico”, la riedizione è più filosofica e tradisce volutamente un certo trasporto: non è un controsenso, il cambiamento è stato voluto. Soprattutto i capitoli di chiusura curati da me sono “appassionati”. Questo approccio non cela però alcuna motivazione religiosa, confessionale, politica. Semmai rabbia e paura per il futuro nel vedere concretizzarsi man mano le distopie immaginate da George Orwell ma soprattutto da Aldous Huxley. Ribadisco, però, che non c’è alcuno scopo religioso o politico nelle nostre opere e soprattutto non siamo mai stati “dogmatici”. Altrimenti si avrebbe semplicemente uno scontro di ideologie, la nostra contro la loro, e sarebbe ipocrita. Nessuno ha la verità in tasca per quanto possa crederle.
    Abbiamo rivestito semmai il ruolo della Cassandra, che mette in guardia da certe derive cercando di guardare oltre il proprio naso. Un articolo o un libro non cambierà certo il punto di vista del lettore; potrà semmai fare riflettere e spingere ad approfondire quell’argomento.
    Le derive che il postumano offre rientrano a mio dire nel campo della mutazione antropologica dell’uomo stesso e sono evidenti e riscontrabili con facilità. Siamo nel campo della filosofia e dell’antropologia semmai. I discorsi iniziatici li lascio a chi è più preparato di me, mentre i messaggi “religiosi” o le chiamate alle armi spirituali dovrebbero venire dai puri di cuore e di spirito. Non avendo la presunzione di rientrare in queste due categorie posso solo cercare di fare informazione con modestia e tentare di manipolare nessuno. Credo che sia compito di tutti noi vigilare sulla “libertà”, mentre la nostra anima e la nostra “vita spirituale” rientrano nella sfera divina. Per questo invito a sviluppare la coscienza critica, a osservare, diffidare, dubitare. Il dubbio è il primo mezzo per divenire critici e per emanciparsi da chi ci vuole imporre il proprio giogo. Se ci manipolano è perché serve il nostro consenso. Possiamo non abdicare alle nostre responsabilità e al nostro libero arbitrio.
    http://www.azionetradizionale.com/20...-perucchietti/

    Papà, mamma, ecc. ecc.
    Michele Fabbri
    Fra gli incantatori di serpenti che propagandano l’ideologia mondialista un posto d’onore spetta alla filosofessa di sinistra Michela Marzano. La Marzano, entrata in parlamento nelle file del PD, ha dato alle stampe un volume dedicato alla questione “gender”, che appassiona e infiamma gli animi in questo inizio del XXI secolo: la lettura del suo libro Papà, mamma e Gender è particolarmente interessante poiché ci dà un’idea di come il potere stia cercando di piegare le coscienze ai suoi fini.
    Infastidita dalle manifestazioni a favore della famiglia tradizionale la Marzano porta avanti una tesi negazionista in base alla quale non esisterebbe una “teoria gender”, che verrebbe anzi agitata come uno spauracchio dai nemici della lobby omosessuale. Eppure lei stessa sostiene che l’identità sessuale è una condizione psicologica e non un dato biologico: in realtà, per quel che si riesce a capire, proprio questo sarebbe il nocciolo dell’ideologia gender…
    La lettura di Papà, mamma e Gender offre alcune perle di saggezza che esemplificano le strutture mentali della cultura politica di sinistra. Nella narrazione semplicistica e infantile della Marzano le classi dirigenti occidentali sarebbero mosse solo dal desiderio di rimuovere le discriminazioni e le “violenze di genere” (mentre incoraggiano le violenze criminali che quotidianamente colpiscono i cittadini…). Secondo l’autrice coloro che vivono una condizione omosessuale o transessuale sarebbero sottoposti a sofferenze indicibili (anche se in realtà i festosi cortei del gay pride danno tutt’altra impressione…).
    La Marzano quindi cerca di spiegare, per la verità in maniera piuttosto confusa, quali siano gli orientamenti sessuali, che secondo lei sarebbero cinque (ma secondo alcuni possono essere quantificati in una cinquantina…).
    La battaglia culturale per il gender sarebbe quella di demolire gli “stereotipi” delle identità sessuali, in particolare per la Marzano occorre cancellare lo stereotipo della donna emotiva, paurosa, servizievole. In realtà è chiaro come il sole che l’obiettivo delle ideologie progressiste è proprio quello di ottenere una società completamente femminilizzata, ovvero: emotiva, paurosa, servizievole…
    L’ideologia di genere non tarda a manifestare il suo volto oppressivo: la questione più inquietante consiste nella possibilità di introdurre una legislazione che punisce l’omofobia. Qui la Marzano dà il meglio di sé, sostenendo a spada tratta l’infamia delle legge Mancino e l’apparato repressivo e liberticida che impedisce a norma di legge di contestare i dogmi del regime mondialista. La classe politica progressista che ha costruito le sue fortune predicando odio contro i nemici, veri o presunti, è riuscita a inventare i “crimini di odio” per tappare la bocca agli avversari.
    Il libro si basa su argomentazioni di una evanescenza desolante ed è scritto con uno stile piagnucoloso particolarmente irritante, visto che l’autrice ha il coltello dalla parte del manico e appartiene a una fazione politica che mantiene il potere con sistematiche vessazioni, intimidazioni e violenze contro gli avversari…
    Al termine del libro c’è anche un breve glossario dei termini relativi agli orientamenti sessuali che non tutti conoscono e che possono lasciare piuttosto straniti i lettori che non sono abituati ad affrontare questioni di questo tipo. Il pubblico quindi può essere opportunamente erudito sui vari tipi di cambio di sesso biologico e di ruoli sessuali che l’ideologia di genere imporrà nel prossimo futuro. La morale della favola è che il mondo occidentale si è messo in mano a una classe dirigente che non sa distinguere il maschio dalla femmina!
    C’è da augurarsi, comunque, che stravaganze di questo genere un giorno passino definitivamente nel dimenticatoio…
    Papà, mamma, ecc. ecc. | Centro Studi La Runa

    Hiv in Europa: specie tra i gay è impennata
    Il dato è scomodissimo, si capisce, per le lobby LGBT
    di Giuseppe Brienza
    In Europa non ci sono mai stati così tanti nuovi casi di Hiv come nel 2014. Lo afferma il Rapporto annuale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)-Europa e del Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc), pubblicato in occasione della giornata mondiale sulla malattia che si tiene oggi. La data scelta per l’iniziativa è simbolica perché proprio il 1 dicembre 1981 fu diagnosticato il primo caso di Aids. Ma erano anni che, almeno in Italia, non si parlava più di questo «morbo trasversale, non confinato alle fasce più disagiate della popolazione ma pronto a colpire chiunque, compresi nomi illustri: dalla rockstar Freddy Mercury alla stella del basket Magic Johnson (miracolosamente ancora vivo) fino al pornodivo John Holmes» (Luca La Mantia, Torna l’incubo AIDS, in “In Terris”, 27 novembre 2015).
    Lo studio dei due organismi internazionali ci riporta finalmente alla realtà e, per lo scorso anno, parla di 142mila nuove infezioni di Aids nei 53 paesi della regione europea dell’Oms, di cui circa 30mila nella sola Unione Europea, il numero più alto mai visto da quando è iniziato il conteggio negli anni ’80. «Dal 2005 le nuove diagnosi sono più che raddoppiate in alcuni paesi Ue, e diminuite di poco in altri – sottolinea Andrea Ammon, direttore dell’Ecdc -, ma complessivamente l’epidemia non vede grandi cambiamenti, questo testimonia che la risposta al virus non è stata per nulla efficace nell’ultimo decennio» (cit. in Aids: in Europa mai così tanti nuovi casi, politiche fallite, “Ansa.it”, 26 novembre 2015).
    Sono in aumento, segnala il Rapporto, le nuove infezioni dovute a rapporti omosessuali, che erano il 30% nel 2005 mentre ora sono il 42%, mentre quelle dovute a rapporti eterosessuali sono il 32%. Quest’ultimo è un dato in totale contraddizione a quanto ci si sta ripetendo compulsivamente nell’ultimo decennio per sdoganare l’ideologia LGBT ed i progetti di indottrinamento gender nelle scuole. E cioè che, lungi dall’essere un pericolo esclusivo per gli omosessuali, l’Aids ormai si starebbe diffondendo sempre più rapidamente anche tra gli eterosessuali facendo sempre più vittime tra donne e bambini.
    Non è vero, stando ai dati del Rapporto Oms-Ecdc, che peraltro c’informa che “solo” l’11% delle infezioni avviene nella fascia tra i 15 e i 24 anni e il tasso di infezione tra gli uomini è 3,3 volte superiore rispetto a quello tra le donne.
    Non è, quindi, un “preconcetto”, quello che pone in diretta correlazione l’omosessualità, specie quella maschile, e l’Aids. I rapporti omosessuali, dati alla mano, sono sempre più fonti di contagio AIDS. Marginale, invece, è divenuto l’apporto di nuove infezioni da parte di tossicodipendenti che usano droghe iniettabili, appena il 4,1%.
    Anche noi vogliamo evitare ogni discriminazione della “popolazione omosessuale”, perché in questo modo non faremmo che generalizzare. Ma il messaggio omosessualità=AIDS, come visto, almeno dal punto di vista statistico, non è affatto scorretto.
    Le fasce d’età più a rischio sono tutte quelle sessualmente attive e in particolare tra 30 e 39 anni e, se in passato la trasmissione era legata soprattutto alla tossicodipendenza, oggi l’84% dei contagi è dovuto a rapporti occasionali. In questo scenario, pertanto, è sempre più cruciale la realizzazione di progetti di informazione, di prevenzione, di diagnosi precoce ma anche di educazione ad una sessualità responsabile e umanamente feconda.
    Il c.d. orientamento sessuale va educato e corretto secondo la verità della persona anche per difendere le nuove generazioni dalla terribile pandemia dell’Hiv/Aids. Riporto ad esempio una evidenza, tratta da casi clinici empiricamente osservati, che dimostrano come la predisposizione ai rapporti occasionali che sono all’origine della malattia risale propriamente a «quel tipo di omosessualità compulsiva che viene talvolta indicata come “punto di ingresso” nell’omosessualità» (Lucina Bergamaschi (a cura di), Omosessualità, perversione, attacco di panico. Aspetti teorici e tecniche di cura: il contributo di Franco De Masi, Franco Angeli editore, Milano 2007, p. 47).
    Favorire o avviare i giovani alla pratica omosessuale significa condurli sull’orlo del baratro, perché diventano schiavi di quell’omosessualità compulsiva che si consuma unicamente sul versante del sesso.
    http://www.rassegnastampa-totustuus....olica/?p=28550

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Selvaggia Lucarelli su Pietro Maso: "Depilato col rosario al collo"
    Forse non tutti si ricordano di Pietro Maso. Un ventenne di famiglia benestante che nel 1991 massacrò i genitori per avere la loro eredità. Reo confesso, Pietro Maso ha scontato 22 anni di carcere. Avrebbe dovuto uscire nel 2018 ma un ulteriore sconto di pena gli ha ridato la libertà nel 2013.
    Nel mirino dell’influencer non c’è – precisiamolo – il debito di Maso nei confronti della giustizia ma la discutibile intervista concessa a Chi con il quarantenne seminudo in copertina. “Credo fermamente nella funzione rieducativa del carcere, nell’importanza di offrire un reinserimento sociale, nella necessità di creare motivazioni perché un condannato possa avere una seconda possibilità. Credo nell’evoluzione dell’individuo che passa anche attraverso le strade tortuose del male” esordisce su Il Fatto Quotidiano (riportato da Dagospia) con una lunga premessa la Lucarelli, che era già intervenuta con un post su Facebook dedicato alla copertina di Maso seminudo.
    “Per carità, Maso ha pagato il suo debito con la giustizia ed è libero di fare quel che gli pare, il problema è che a guardare quelle foto si metterebbe a fare la morale pure Hitler, perché no, non esiste solo il debito con la giustizia, ma anche quello con la coscienza, con il buongusto, con il ricordo di due genitori massacrati come bestie e morti dopo un’ora di agonia” prosegue la Lucarelli.
    Maso è apparso su Chi con foto patinate in cui posa seminudo e con un rosario al collo accompagnate da dichiarazioni in effetti non sobrissime sulla propria redenzione, sul proprio pentimento e addirittura su un colloquio telefonico con Papa Francesco. “Le foto che accompagnano l’intervista-memoriale affidata al settimanale “Chi”, ritraggono un Maso profondamente cambiato nello spirito, un Maso che si è spogliato dei blazer blu e dei foulard fantasia con cui a diciannove anni si presentava al processo. E se ne è spogliato così bene che ora posa direttamente a petto nudo, fresco di solarium, tatuato, palestrato e col sopracciglio spinzettato. Insomma, se il percorso rieducativo del carcere è entrare cummenda e uscire tronista, con lui il percorso pare decisamente riuscito” continua la giornalista.
    Nel mirino anche il presunto “nuovo movente” confidato da Maso che non avrebbe ucciso per soldi: “Dichiara di non aver ucciso per avere l’eredità ma perché è stato tanto malato da piccolo e i suoi gli dicevano “Pensiamo a tutto noi!”, per cui si sentiva diverso, incompreso come fosse gay e non potesse raccontarlo. A parte l’inedito movente che convince quanto Veltroni regista, ci sarebbe da rammentargli che a processo iniziato, per molti mesi continuò comunque a pretendere la sua parte di eredità a cui rinunciò solo e unicamente perché l’avvocato lo scoraggiò”.
    L’ultima bordata è per Alfonso Signorini: “Uccidi i genitori, ti fai ventidue anni di carcere, esci e la prima persona a cui ti viene in mente di parlare di dolore, colpa e redenzione è Alfonso Signorini, nota guida spirituale del paese”.
    E in questo caso, i commenti su Facebook concordano quasi all’unanimità con le tesi della Lucarelli. “Non leggo rimorso nel suo viso abbronzato e definito, non leggo vergogna per l'efferato omicidio nel suo corpo scolpito dai 22 anni di dolce far niente...leggo solo brama di soldi come 22 anni fa. Mi assale rabbia per chi ha dato un volto e una voce a quest'uomo” scrive qualcuno. “Adesso arriverà il reality” propone qualcun altro. E probabilmente non ci è andato tanto lontano.
    Selvaggia Lucarelli su Pietro Maso: Depilato col rosario al collo | meltyBuzz





    Chi ha intelligenza calcoli il numero
    di Camillo Langone
    Compro un alimentatore per computer su Amazon e mi arriva prima del giorno previsto, ossia all’indomani dell’ordine. Costa la metà di quanto mi sarebbe costato se l’avessi comprato in un negozio qui intorno, e funziona uguale. Colpito da tale strapotenza commerciale e logistica mi viene in mente Emanuele Severino: “La destinazione della tecnica al dominio è la destinazione al tramonto della morale e dell’umanesimo cristiano o laico, della politica e di tutte le forze che oggi intendono servirsi della tecnica”.
    Amazon in America sta facendo chiudere 269 supermercati Walmart, poco male se contemporaneamente aprissero 269 botteghe, ma purtroppo non è così. Grande, media e piccola distribuzione si rimpiccioliscono per cedere spazio alla distribuzione grandissima che prevede il tramonto dell’umanesimo e quindi del contante: l’alimentatore l’ho pagato con carta di credito e sulla carta di credito c’è un numero, quel numero a cui la tecnica mi sta riducendo. “Chi ha intelligenza calcoli il numero” dice l’Apocalisse di San Giovanni. Che non sia ciò che temo, ossia il numero della bestia.
    Chi ha intelligenza calcoli il numero

    Così la rivoluzione del gender sostituì quella sociale
    di Roberto Marchesini
    Judith Butler è l'esponente più nota dei cosiddetti gender studies, o studi di genere. Sicuramente la Butler si rifà alla cosiddetta «french theory», come viene chiamato negli Stati Uniti lo strutturalismo; e in particolare a Michel Foucault, il filosofo francese che si rifà a de Sade e Bataille. Il filosofo francese si rifà al linguista inglese John Langshaw Austin, che divide gli enunciati in “constativi” (che descrivono la realtà) e “performativi” (che creano o trasformano la realtà). Esempi di enunciati performativi sono «Io ti maledico», «Giuro...», «Prometto...». Il motivo per cui Foucault era interessato al linguaggio performativo è chiaro: secondo lo strutturalismo è il linguaggio a creare la realtà. Il vero collegamento tra la Butler e Foucault si trova altrove, in particolare in un passaggio-chiave di uno dei libri più importanti di Foucault: Sorvegliare e punire. Il succo di questo libro è semplice: fino all'epoca dei lumi la giustizia infieriva in vari modi sul corpo del reo. Con l'illuminismo nasce il carcere come pena: il corpo del prigioniero è libero e intatto, ma la sua anima viene sorvegliata, rieducata, assoggettata al potere. Per Foucault si tratta di una punizione ben peggiore rispetto alla precedente poiché, istituendo la carcerazione, il potere rende l'anima “prigione del corpo”.
    Foucault era sempre stato attratto dalla morte, come testimoniano i vari tentativi di suicidio; aveva, invece, sempre provato repulsione per la sua attrazione sessuale per gli uomini, che viveva con disagio. Almeno fino alla primavera del 1975. In quell'anno fu invitato per la prima volta a tenere delle lezioni presso l'università di Berkeley; alcuni colleghi lo portarono nella Valle della Morte, a Zabriskie Point, e lo iniziarono all'Lsd. In seguito il francese definì quell'esperienza «la migliore della mia vita». Da quel momento Foucault cominciò a vivere intensamente “esperienze limite” nell'ambiente sado-maso gay di San Francisco. Aveva trovato il modo di coniugare i suoi impulsi sessuali con gli impulsi di morte. Letteralmente.
    Il suo biografo, James Miller, ha scritto nel suo libro The passion of Michel Foucault che il filosofo continuò ad avere rapporti sessuali promiscui pur sapendo di essere sieropositivo. A chi gli fece notare l'assurdità di questo comportamento, insieme suicida e omicida, Foucault rispose: «Morire per l'amore dei ragazzi: cosa c'è di più meraviglioso?».
    Michel Foucault non è all'origine solamente dell'ideologia gender e di quella omosessualista. Da sempre militante comunista, Foucault si accorse tra i primi che la via dell'insurrezione armata, intrapresa dai movimenti comunisti radicali, era un vicolo cieco. Il 1978, in Francia come in Italia, fu l'anno della svolta: la Rivoluzione, per definizione sempre in movimento, doveva cercare altre strade. Fu proprio in quell'anno che Foucault, nel corso delle sue lezioni al Collège de France, invitò ripetutamente i suoi “uditori” a leggere i lavori dei libertari Ludwig von Mises e Frederick Hayek. Si tratta di un ritorno, per Foucault, ai suoi maestri, de Sade in particolare: all'illuminismo, all'empirismo, al liberalismo. Le origini del rifiuto della metafisica. L'assenza di ogni legge morale e religiosa.
    Così la rivoluzione del gender sostituì quella sociale



    PAESICIVILI
    Mentre attendo il tiggì, zappico tra i canali e mi imbatto in una tizia che in qualche talkshow sbraita che le nozze omosessuali eccetera ci allineerebbero finalmente ai «paesi civili». Mi viene in mente il seguente pensiero: l’America di Obama scorreggia e a tutti tocca adeguarsi per diventare «civili». Prima i trinariciuti erano di obbedienza moscovita, oggi sono amerikani. Poveracci, deve essere il dna… Il modello è il cane da lager: obbedisce a bacchetta al padrone e ringhia contro chi vuole scappare.
    PAESICIVILI - Antidoti

    Australia. Vescovo indagato per aver scritto un pamphlet sul matrimonio
    Julian Porteous ha ricevuto una notifica per aver divulgato il libretto intitolato “Non fare confusione sul matrimonio”
    Benedetta Frigerio
    Indagato a causa di un pamphlet, giudicato «gravemente, ingiusto», «offensivo e umiliante», solo perché invitava le scuole cattoliche a non fare propri i criteri della cultura mondana sul matrimonio. A raccontare la vicenda che lo ha coinvolto è stato l’arcivescovo cattolico della diocesi australiana di Hobart (Tasmania), Julian Porteous, che il 12 novembre scorso ha scritto di aver ricevuto una notifica da parte del dipartimento Anti-discriminazioni che lo avvisava dell’apertura di un’indagine per verificare la sua colpevolezza. Porteous ha spiegato che l’accusa nei suoi confronti è di violazione della legge contro la discriminazione del 1998, che alla sezione 17 proibisce l’offesa, umiliazione, intimidazione, insulto o ridicolizzazione in base alla razza, religione e orientamento sessuale.
    IL CASO. Il pamphlet indirizzato alle scuole cattoliche della Tasmania e intitolato Non fare confusione sul matrimonio aveva già scatenato le ire della comunità lgbt all’inizio di settembre. Martine Delaney, attivista transessuale e candidato dei Verdi, aveva spiegato che la parola della Chiesa «offende ed umilia» le coppie formate da persone dello stesso sesso poiché mette in dubbio la sanità dei «bambini cresciuti da persone dello stesso sesso». Il 15 settembre, proprio Delaney aveva poi denunciato il caso, valutato e ora accolto dal dipartimento Antidiscriminazione che ha aperto le indagini. Il Senato ha poi bocciato una mozione presentata dal senatore Eric Abetz in difesa del diritto della Chiesa a distribuire il libretto. Porteous si era detto speranzoso di risolvere la questione attraverso la mediazione, ma Delaney ha fatto sapere che vuole le scuse del vescovo.
    IL PAMPHLET. «La mia intenzione era quella di assistere la comunità cattolica nella comprensione degli insegnamenti della Chiesa in un periodo in cui il dibattito su queste vicende è diffuso all’interno della comunità (…) di inspirare il dibattito in quanto leader della Chiesa cattolica della Tasmania e di assicurare la comprensione della comunità cattolica su quello in cui crede rispetto al matrimonio». Nell’opuscolo di 18 pagine il vescovo ha solo ricordato alle scuole cattoliche che «la Chiesa cattolica ha profondamente a cuore il matrimonio perché è un bene fondamentale per se stessa, un istituto di naturale e umana fioritura benedetto da Dio».
    Australia. Vescovo indagato per discriminazione | Tempi.it

    Salvate l’uomo maschio
    Giuliano Guzzo
    In principio fu la depilazione, poi venne la chirurgia plastica, ed oggi siamo al reggiseno. Per uomini. Purtroppo non è uno scherzo ma l’ultima trovata che qualcuno – con amara ironia – commenta con la parola “mancession”, recessione del maschio. Di certo, a livello sociale, la figura che sconta maggiore crisi, prima di quella maschile in senso lato, è quella paterna, progressivamente assente: in una grande capitale europea come Berlino ben 134.000 nuclei familiari su 430.000 sono composti da ragazze madri sole con il loro bambino (Repubblica, 20.4.2011) e la musica, in Italia, è la stessa se non perfino peggiore con oltre l’80% dei nuclei monoparentali costituito da donne: significa che nel nostro Paese, stando ai dati del 2011, a più di due milioni di figli non è assicurato il riferimento paterno (Istat, 30.7.2014). Polverizzata o quasi la figura del padre – sempre più e già ora, da un lato, allontanato dai figli tramite il divorzio e, dall’altro, rimpiazzato dall’invisibile donatore di sperma – rimane però un’ultima decisiva demolizione da compiere: quella dell’identità maschile, che di quella paterna è la fondamentale premessa. E quale modo migliore di destrutturare l’uomo se non quello di de-virilizzarlo, di presentarlo come donna mancata, come penosa parodia di se stesso?
    E i fatti sono chiarissimi, come dettagliatamente denuncia il celebre testo del francese Éric Zemmour, L’uomo maschio (Le Premier sexe, Denoël 2006): viviamo sempre più una società sempre più “femminilizzata”, dove l’essere maschi in senso tradizionale – evidente, virile, senza particolari indecisioni – è considerato disvalore. Perché in fondo l’uomo maschio, si dice, è solo uno dei tanti maschi possibili. Perché l’uomo maschio, si insinua, è spesso violento, insensibile, facilmente molestatore mentre invece la donna – questo il messaggio che passa – è figura intrinsecamente buona e aliena, salvo trascurabili eccezioni, da ogni malvagia inclinazione. Perché è giusto che le persone con tendenze non eterosessuali siano orgogliose di come sono, perché è sacrosanto che lo siano le donne, ma l’uomo maschio no, lui deve redimersi e fuggire da un’identità caricaturale, da un “potere” che nella storia e nella civiltà ha finora esercitato abusivamente, approfittando di un ruolo che non gli appartiene. Al di là di inutili giri di parole l’idea di fondo, in sintesi, è questa. E la soluzione non sta certo nel rispolverare «l’omo ha da puzzà», inelegante adagio caro a Monica Bellucci, né nel rilanciare il mito primordiale del cacciatore: il problema, qui, è molto più serio.
    E il solo modo per uscirne, la sola possibilità di capire come diavolo sia stato possibile arrivare fin qui, con la non dichiarata ma effettiva colpevolizzazione dell’uomo maschio, è alzare lo sguardo osservando come l’ormai prossima rimozione antropologica del maschio sia stata preceduta da quella sociale del padre, e come la rimozione del padre in famiglia, a sua volta, sia stata preceduta quella religiosa del Padre. A qualcuno apparirà semplificativo – in parte lo sarà pure -, ma se pensiamo che il rimedio alla virilità minacciata sia il Viagra, beh, siamo fuori strada. La realtà è che il femminismo, culturalmente parlando, ha conquistato molto più spazio di quanto si pensi. E lo stesso vale per il movimento LGBT, come dimostrano le tesi di Umberto Veronesi, diffuse senza imbarazzo alcuno, per cui esisterebbe un amore, guardacaso quello omosessuale, più puro degli altri, o i pensieri – un tempo dai più rigettati, ma che di questo passo verranno a breve riconsiderati – di Mario Mieli (1952–1983) guru della cultura omosessualista italiana secondo cui «l’eterosessualità […] è patologica» (Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli 2002, p. 39).
    Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’originale rimozione religiosa del Padre. Smettendo di credere in Dio, guida celeste della vita, la comune stima verso il padre, guida terrena della famiglia, è andata offuscandosi con la conseguenza che oggi neppure dell’uomo maschio, in fondo, si sa che farsene. Inizio di un cambiamento? Sarà. Ma le culle vuote e le proiezioni demografiche dicono che questo trend, almeno in Europa, somiglia più che altro all’inizio della fine.
    Salvate l?uomo maschio ~ CampariedeMaistre

    La felicità sessuale non esiste. Lasciate le illusioni.
    Maurizio Blondet
    “Oggi una mia alunna di Terza ha pianto e vomitato tutto il giorno: la madre, dopo essere stata cacciata di casa dal marito che ha scoperto che la tradiva, se n’è andata con l’amante. Ieri la figlia chiama la mamma (che non si faceva sentire da settimane!) e lei dice alla figlia: per me potete crepare tutti, tu, tuo padre, tua sorella! Questo mondo ha bisogno di una sola medicina: zolfo e fuoco”. Mi scrive una mail l’amico Marletta, che è insegnante.
    Sui giornali, ecco le foto di “Monsignor” Charamsa mentre appoggia la testolina vezzosa sulla spalla del suo “fidanzato Eduard”, si dichiara una sposina “felice” e annuncia il suo programma militante: “Una coppia di lesbiche o di omosessuali deve poter dire alla propria Chiesa: noi ci amiamo secondo la nostra natura e questo bene del nostro amore lo offriamo agli altri, perché è un fatto pubblico, non privato…Sì, vorrei dire al Sinodo che l’amore omosessuale è un amore familiare, che ha bisogno della famiglia. Ogni persona, anche i gay, le lesbiche o i transessuali, porta nel cuore un desiderio di amore e familiarità. Ogni persona ha diritto all’amore e quell’amore deve esser protetto dalla società, dalle leggi”.
    La mammina e il culatoncino clericale hanno conquistato la loro libertà sessuale, il diritto di “vivere la propria vita”. La conquista comporta spezzare cuori di bambine e dignità di fedeli, rifiuto di ogni responsabilità prima che di ogni decenza. Ma che importa, è la ricerca della felicità. E non sono soli. Anzi, la ricerca della felicità sessuale è uno degli standard di massa. Il viagra ha dato ai vecchietti una nuova stagione di godimenti con thailandesi e cubane, le impiegate milanesi e tedesche vanno a cercarsi i negretti ai Tropici, i matrimoni (ormai rarissimi) si rompono in tre anni per inseguire un nuovo amore. E poi un altro, e un altro. Omo, magari. O trans.
    Non è nemmeno colpa loro. La libera e gioiosa conquista del sesso senza tabù è una delle promesse – ed uno dei condizionamenti – di quello che è stato definito “il capitalismo della seduzione”. Così un marxista pensante, Michel Clouscard, ridefinì negli anni ’80 quel che noi chiamiamo “consumismo”. Nel nuovo capitalismo, innescato in Europa dal piano Marshall, Clouscard vide un metodo (americano) di “dressage” del cittadino fatta apposta per preservare in lui, da adulto, la funzione di consumo propria dell’età infantile; si tratta (scrisse, usando termini psicanalitici) di mantenere il “principio di piacere” a detrimento del “principio di realtà”; attraverso una ‘educazione’ sempre più ludica, il cittadino europeo adulto e responsabile (e troppo frugale e risparmiatore, per il marketing) del passato viene mutato nell’essere “emancipato” in cui il desiderio di consumare è diventato potente come un bisogno. La promessa, l’incitamento che viene da tutti i megafoni controllati, tv, pubblicità, Hollywood, è: “Minimo sforzo per il massimo del piacere. Divertirsi nell’istante presente, senza passato né futuro. Un’industria della voluttà al servizio dei nostri desideri: desideri, beninteso, condizionati, predeterminati. Desideri che l’industria del superfluo s’è preparata a soddisfare.
    Perché prima c’erano “famiglie e lavoratori” che richiedevano beni di sussistenza e strumentali per migliorare la vita quotidiana delle famiglie in quanto famiglie, dei lavoratori in quanto lavoratori. Ma ciò non bastava più al capitalismo sovra-produttore: bisognava gabellare a milioni oggetti futili, perituri, ricreativi – marchi, griffes, mode in rapido deperimento, oggetti di culto. Tutto “un gigantesco apparato di incitamenti estetici, economici, politici” incitanti alla “Liberazione e al “godimento”, attraverso l’acquisto di oggetti “mitici” che ti segnalano come uno che “è”, che esiste. Naturalmente, per riuscire, il gioco doveva togliere alla gente – appunto – l‘essere.
    Il fondamento intimo di certezze e di valori, di storia comune e personale, di educazione al carattere, su cui fondava la propria dignità profonda. Tolto questo, si possono offrire agli svuotati “godimenti epidermici, orgasmi corrotti” che sono “anestetici” per attutire la mancanza del fondamento, sordo dolore affondato nell’anima. “Il capitalismo ha fabbricato veleni per meglio vendere i suoi rimedi” illusori. Del resto adulti con “io” da adolescenti sono anche “elettori dalle ambizioni servili, schiavi che si credono liberi, resistenti collaborazionisti”, disertori dalla cittadinanza politica con le sue responsabilità: l’ideale, per i padroni. Il capitalismo ha inventato la società libidinale che ci cresce attorno, e infatti i “diritti” che chiediamo sono “diritto al piacere”, mentre ci i tolgono quelli politici e del lavoro.
    Clouscard (strano, per un marxista) denunciava che da questa società libidinale una cosa era esclusa: l’amore. “L’amore conformato sulla durata e non sul parossismo, l’amore sul quale le famiglie si costruiscono e si fortificano”, dove la responsabilità “è una fonte di autonomia e di gioia” oltre che un “insegnamento del reale contro i nostri fantasmi” – più precisamente, i fantasmi di desideri instillatici dal sistema, dalla pubblicità, dalla pornografia…
    Naturalmente la liberazione sessuale viene esaltata e prescritta per compensare anche quel vuoto. La felicità sessuale è quella che insegue il monsignorino finocchio finalmente “libero”, la mammina che abbandona le figlie e “potete crepare tutt’e due, tu e tua sorella”. Il pretino pretende dalla Chiesa “il diritto di amare secondo la mia natura”.
    “Ogni persona ha diritto all’amore e quell’amore deve esser protetto dalla società, dalle leggi. Ma soprattutto deve essere curato dalla Chiesa. Il Cristianesimo è la religione dell’amore: è ciò che caratterizza il Gesù che noi portiamo al mondo. Una coppia di lesbiche o di omosessuali deve poter dire alla propria Chiesa: noi ci amiamo secondo la nostra natura e questo bene del nostro amore lo offriamo agli altri, perché è un fatto pubblico, non privato, e non è una ricerca esasperata del piacere».
    E’ la prova che la lussuria fa’ straparlare, perdere la ragione. Però è questa la richiesta imperiosa che “sale dalla società”, e distrugge tutto: sesso, vogliamo sesso! Sesso per compensare il vuoto di senso, di finalità.
    Orbene, vorrei dire una cosa. Che viene non dall’alto della mia esperienza, ma dal basso di una vita con esperienze di cui mi vergogno, perché anch’io sono condizionato come voi dalla società libidinale e dai suoi agenti.
    La cosa è: la felicità sessuale, ragazzi, non esiste. Esiste sì il piacere sessuale, ma non confondiamo. Quella che cerca il culatoncino clericale in turgore e sentimentalismo, è la “felicità” attraverso il sesso. Che non c‘è e non può esserci. Non si costruisce, sull’attrazione sessuale, come non si costruiscono case sull’acqua. Va e viene, cambia, non si soddisfa mai. La promessa che vi ha fatto il sistema, ossia che se reclamate i vostri “diritti” al piacere e abbattete gli ultimi tabù, vivrete felici col vostro compagno o il vostro amante, è un inganno. Un inganno puro e semplice. Rovinoso per gli effetti: vedi gli omicidi di donne “liberate” che rompono famiglie, dove naturalmente lei è colpevole quanto lui (l’uomo senza nerbo, che vive l’abbandono come lo scacco del suo “io” sessuale, uno scacco senza rimedio, perché non ha altro che il sesso, nella vita). Provate a guardarvi attorno, voi donne: a vedere cosa ci avete guadagnato dalla vostra liberazione sessuale. Io ho l’impressione che abbiate guadagnato la schiavitù sessuale. Il bisogno di esibirvi, dai 10 anni un su, come oggetti sessuali, perché altrimenti restate sole..e a 40 anni, che facce infelici, disperate sotto il fisico palestrato, tatuato e pronto per il sesso. La liberazione vi ha liberato dalla verginità; ebbene, una volta che tutte “la danno” con facilità, siete intercambiabili, nessuno cerca in voi l’unica, la sola. I figli, non li avrete.
    Quanto all’uomo, che uomo è? Un’ameba in cerca di consumi sessuali, col viagra da una certa età in poi. Non gli interessate, è vero; ma nemmeno lui è interessante: è standard, è banale, intercambiabile, è uno che non ha profondità né responsabilità, né carattere né fermezza. Perché non ha scopo nella vita. Sono virtù (parola antiquata) che il sistema ci ha fatto spregiare, a cui nessuna mamma ci ha più educato. Perché l’educazione alla responsabilità, alla contenutezza, alla decenza e al pudore, non sono più praticate.
    Oggi l’aspirazione è “fare l’amore come animali”. Ma notate, gli animali fanno l’amore molto poco, stagionalmente, nelle settimane dell’estro. E poi, solo il maschio alfa si sceglie le femmine (al prezzo gravoso di una continua sorveglianza e pesante machismo); gli individui beta, gamma eccetera vivono nella miseria sessuale, non ne fanno o lo fanno di straforo. Perché nemmeno in natura sulla lussuria si costruisce nulla.
    La felicità sessuale non esiste. Lasciate le illusioni. - Blondet & Friends

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    In Francia la vita di un gatto vale più di quella di sette uomini
    Un uomo ha ucciso un felino: condannato a due anni di carcere senza condizionale. Il medico Bonnemaison ha ucciso con l’eutanasia sette uomini, ma ha ottenuto la condizionale ed è già tornato al lavoro
    Leone Grotti
    In Francia la vita di un gatto vale più di quella di sette uomini? È lecito farsi questa domanda dopo che il tribunale penale di Nizza ha condannato un uomo di 30 anni a due anni di carcere, più sei mesi con la condizionale, per aver dato fuoco a un gatto e averlo gettato fuori dalla finestra della casa al settimo piano in cui viveva.
    Sébastien Lebras non ha saputo spiegare il suo gesto: «Non ero io, non so come ho potuto farlo». Una decina di organizzazioni per la difesa degli animali si sono costituite parte civile, mentre più di 50 donne hanno manifestato fuori dal tribunale contro la «crudeltà del torturatore». Il giudice della Corte ha confermato la pena «esemplare» richiesta dal pubblico ministero.
    SETTE UOMINI UCCISI. Nel giugno del 2014, diciotto mesi prima di questa sentenza, Nicolas Bonnemaison, medico d’urgenza dell’ospedale Bayonne, è stato trattato in modo molto diverso. Il dottore aveva ammesso di aver ucciso sette persone in fin di vita con un veleno senza consultare nessuno, né i medici, né i pazienti, né le famiglie dei malati. Aveva detto di averlo fatto per il loro bene, «perché non soffrissero».
    «GESTO COMPASSIONEVOLE». Bonnemaison è stato completamente assolto per l’uccisione di sei pazienti e condannato a due anni di carcere con la condizionale per il settimo. Secondo il tribunale, non andava condannato perché ha agito «in modo compassionevole». Bonnemaison, da parte sua, aveva dichiarato: «L’eutanasia non è la mia battaglia. Io voglio alleviare le sofferenze dei pazienti. Fare in modo che non soffrano più». Chissà se anche i pazienti erano d’accordo, visto che non li ha consultati prima di ucciderli.
    SUBITO RIASSUNTO. Mentre Sébastien Lebras, che si è pentito del suo gesto ed è stato chiamato «torturatore», passerà i prossimi due anni in carcere, Nicolas Bonnemaison, definito «compassionevole», che ha rivendicato i sette omicidi come giusti, godendo della condizionale è già tornato a lavorare nel suo vecchio ospedale. L’Ordine dei medici l’ha radiato dall’Albo, ma la struttura pubblica gli ha affidato compiti amministrativi, ritenendo il licenziamento una punizione troppo dura.
    Francia. Vita di un gatto vale più di 7 uomini | Tempi.it

    A chi giova la dissoluzione
    Famiglia «bastonata» per puro interesse
    Certi gruppi di potere attaccano la famiglia, cellula fondamentale della società già per il greco Aristotele, nucleo basilare di coesione sociale, proprio perseguendo il progetto di far dilagare l’individualismo, in modo da isolare l’essere umano e renderlo meno forte e più manovrabile.
    Le forme di questo attacco sono varie: legislative, fiscali, ecc.
    La più efficace è stata e continua ad essere la ‘rivoluzione sessuale’ radical-libertaria, con le sue conseguenze esistenziali e sociali come la ‘produzione’ di individui pulsionali, che non vogliono e non sanno governare le proprie passioni-desideri (governare non vuol dire reprimere, come insegna il grande concetto classico-cristiano della virtù), che rigettano i legami interpersonali stabili, condizionando spesso la durata delle relazioni coniugali alla presenza/assenza dell’attrazione. Come diceva già un altro grande greco, Platone, nella sua Repubblica, ragionando proprio sul percorso che porta dal libertarismo alla tirannide, gli individui pulsionali sono molto più facilmente manipolabili dal potere. Le loro rivendicazioni sono quasi solo al livello dei bisogni fisici, perciò le folle così massificate sono accontentabili e anestestizzabili mediante la strategia del panem et circenses.
    Il presidente della Cei il primo novembre scorso ha detto che «non pochi – nel mondo – hanno interesse a demolire questo grembo e baluardo dell’umano [la famiglia] allo scopo di sciogliere ogni valore, ogni punto di riferimento, e così creare incertezza e smarrimento. Il fine ultimo è quello di manipolare meglio le persone e le società per i propri interessi di potere e di economia».
    Sì, la dissoluzione della famiglia risponde anche a motivi economici, perché il business di certi gruppi economici si giova del consumismo, e quest’ultimo è propiziato dal principio di piacere libertario: perché non avere tutto ciò che si desidera ogni volta che lo si vuole?
    Ancora, il consumismo è favorito dalla disgregazione della famiglia (nell’immediato; a lungo termine le cose vanno diversamente, ma il discorso sarebbe lungo…), perché lo sfascio produce l’infelicità degli individui le cui relazioni familiari sono naufragate: e chi è infelice acquista più facilmente, cercando un surrogato consolatorio nei beni di consumo. O anche semplicemente per necessità: dopo un divorzio, dove prima bastava una lavatrice o un’auto ce ne vogliono (possibilmente) due.
    A chi giova la dissoluzione » Rassegna Stampa Cattolica

    Mani mozzate a chi dirà che l'erba è verde
    di Angelo Busetto
    «Un giorno il mondo si svegliò e si scoprì eretico». Lo scrive Sant’Agostino: la fede nel Dio unico in tre persone e nella divinità di Gesù Cristo si trovò improvvisamente perduta. Solo l’ardimento combattivo di Sant’Atanasio, che si rifaceva ai Vangeli e al cuore del popolo cristiano, riportò la barca della Chiesa al porto della vera fede. Millesettecento anni dopo continuano a ripetersi fenomeni analoghi di “perdita della verità” e di intruppamento ideologico.
    Quand’ero giovane si rischiava di essere considerati “fuori della fede” e sicuramente fuori dal buon senso comune se non si professava qualche venatura di marxismo, considerato “teoria scientifica” e panacea di salvezza per il genere umano. Remare controcorrente è impresa faticosa e scomoda. Oggi bisogna salire tutti sulla barca del gender. Infatti, chi distingue tra maschio e femmina, chi contrappone il matrimonio di uomo e donna a ogni altra forma di convivenza; chi afferma che la libertà sessuale è distruttiva e rivendica alla famiglia la libertà dell’educazione all’amore senza ridurla a informazione sui metodi contraccettivi; chi condanna l’aborto o l’eutanasia come attentati alla vita; chi manifesta dubbi sulla fecondazione eterologa o anche omologa; sul versante parallelo, chi si adopera per l’accoglienza dei migranti e non programma lo sfascio dei barconi…: tutti costoro e altri sulla stessa linea, vengono di fatto emarginati dalla società, sono fatti tacere, sottoposti alla gogna mediatica, licenziati dal lavoro.
    Si aggiorneranno le liste di proscrizione per la collocazione a riposo dei nuovi “malati mentali”. O magari basteranno i sorrisini di squalifica di vicini e colleghi: «Il poverino è rimasto indietro; quel prete non è moderno…». Quanti anni dovranno passare perché tramontino anche queste nuove mode culturali, forse sostituite da qualcosa di peggio che non è ancora possibile prevedere? Chesterton diceva che arriveranno tempi in cui «chi dirà che l’erba è verde avrà la mano mozzata». Se questi tempi sono ormai alle porte, è dunque giunta l’ora di dare testimonianza.
    Mani mozzate a chi dirà che l'erba è verde

    I cinque comandamenti dell’ideologia gender
    Per la stampa «la teoria del gender non esiste». Il ministro Giannini minaccia querele. Eppure è in corso una «colonizzazione ideologica» di scuole e giornali
    La scuola italiana ha riaperto i battenti all’insegna del cipiglio di un ministro che minaccia «denunce» contro coloro che, dice la Giannini, stanno diffondendo «la truffa del gender». Complimenti. Un regime autoritario non saprebbe fare di meglio. Infatti. Ciò che accomuna il ministro Stefania Giannini, i leader della comunità Lgbt e le grandi testate giornalistiche nazionali è la negazione dell’evidenza. Dicono che «l’ideologia gender non esiste». Per la Giannini è, appunto, «una truffa culturale». E coloro che la diffondono meritano di essere perseguiti, addirittura, per via giudiziaria. Per Repubblica «la teoria del gender è un fantasma che si aggira per l’Italia». Per il Corriere della Sera «è solo una invenzione retorica, un idolo polemico pieno di niente». Eccetera. Con i vari megafoni di tv, giornali, reti militanti, schierati sulla linea delle direttive del ministro “antitruffa”. La causa negazionista lanciata dai gruppi Lgbt sembra aver trovato una sponda istituzionale. Ne prendiamo atto. Il ministro dell’Istruzione si sta pericolosamente avvicinando a sposare il capo di accusa formulato da Aurelio Mancuso, uno degli storici esponenti dell’Arcigay, secondo il quale «l’ideologia gender è una invenzione del Vaticano»?
    Coloro che raccontano l’ideologia gender come una invenzione dei cattolici solitamente subito dopo ammettono l’esistenza (non potrebbero fare altrimenti) dei “gender studies” o “studi di genere”: elaborazioni e testi che in ambito accademico hanno cominciato dagli anni Sessanta ad affermare, con l’obiettivo principale della emancipazione e liberazione della donna, l’indifferenza sessuale tra maschile e femminile. A partire dagli anni Ottanta i “gender studies” si sono evoluti in “gay, lesbian, transgender, queer and intersexual studies”, con l’obiettivo sempre di accompagnare fenomeni di emancipazione e liberazione sessuale e sociale delle categorie indicate. Potremmo dilungarci molto su questi studi accademici puramente ideologici e assolutamente a-scientifici, basterebbe riproporre il documentario Il paradosso norvegese per spiegare quanto questa ideologia sia fondata su basi medicalmente e scientificamente nulle, ma la questione ci porterebbe fuori strada. Oggi qui vogliamo rispondere a una semplice domanda: cosa afferma l’ideologia gender? I “comandamenti” di questa ideologia sono cinque e concatenati tra loro.
    Maschio e femmina sono uguali
    La finalità originaria dei “gender studies” degli anni Sessanta è affermare l’uguaglianza assoluta tra l’uomo e la donna al fine di liberare ed emancipare quest’ultima dalla “discriminazione”. Negare la distinzione maschile-femminile, considerare “uno stereotipo” che esistano ad esempio mestieri tipicamente maschili e mestieri tipicamente femminili, negare la specificità del ruolo materno rispetto al ruolo paterno, sono gli elementi cardine dell’ideologia che afferma che l’uomo e la donna sono intercambiabili in ogni funzione, che solo una convenzione sociale e una oppressione di tipo storico-culturale ha cementato la donna in alcuni ruoli specifici, in particolare in ambito familiare, e da questo la donna va liberata.
    Il sesso biologico è modificabile
    L’ideologia del gender vede il sesso biologico come un dato originario modificabile, di fatto transitorio e “liquido”, piegandolo alla scelta del “genere” a cui appartenere, che può essere compiuta a qualsiasi età a partire da dati comportamentali. Gli ideologi del gender incoraggiano dunque il transessualismo come prova di libertà ed emancipazione dell’individuo e sostengono che la definizione dell’essere umano anche a livello burocratico non deve limitarsi alle due sessualità biologiche universalmente riconosciute (maschile e femminile) ma adeguarsi a infinite e fantasiose sfumature del genere, arrivando a contarne fino a 56. I social network come Facebook si sono piegati a questo diktat ideologico, mentre alcune legislazioni nazionali hanno riconosciuto accanto al genere maschile e femminile anche un fantomatico genere “neutro”.
    Famiglia naturale? Uno stereotipo
    Secondo l’ideologia gender la famiglia naturale composta da padre, madre e figli non è altro che uno stereotipo culturale basato sull’oppressiva azione del maschio sulla femmina ormai rotto dalla liberazione sessuale femminile, accompagnata alla fine della “dittatura del maschio” ormai liberato anch’esso in una sessualità liquida che genera i 56 diversi generi. Dunque, rotto lo schema maschile-femminile, è rotta anche l’idea stereotipata di famiglia. Gli ideologi del gender dunque obbligano a usare il plurale: non esiste più la famiglia, ma “le famiglie”, intendendo ogni aggregato sociale fondato su un generico “amore” che ovviamente arriva a comprendere anche le condizioni dei rapporti a più partner indicati come “poliamori”. Di qui discendono una serie di rivendicazioni politiche e sociali che vanno dal cosiddetto “matrimonio egualitario”, comunemente noto come matrimonio gay, fino al riconoscimento appunto dei rapporti a più partner chiamati “poliamori”, visti anzi da alcuni intellettuali come Jacques Attali come l’inevitabile approdo della società della disintermediazione.
    Desessualizzare la genitorialità
    Se è uno stereotipo la famiglia naturale, il culmine dell’ideologia gender è inevitabilmente la desessualizzazione della genitorialità. I figli dunque non nascono più dal rapporto sessuale tra un maschio e una femmina, ma possono essere generati artificialmente da qualsiasi aggregato sociale. Viene dunque incoraggiata la fecondazione assistita omologa e soprattutto eterologa, le cui leggi regolatrici più sono prive di vincoli più sono emblema di liberazione. Si sostengono pratiche oggettivamente violente e brutali, come l’utero in affitto, pretendendo però formule linguistiche edulcorate possibilmente in forma di incomprensibile acronimo come gpa (gestazione per altri) o gds (gestazione di sostegno), necessarie in particolare per gli omosessuali maschi notoriamente non provvisti di uteri. La finalità della desessualizzazione della genitorialità, culmine dell’ideologia gender, porta come conseguenza una idealizzazione della omosessualità proposta come modello di liberazione da condizioni sociali oppressive e, in passato, platealmente vessatorie.
    Conquistare scuola e mass media
    Lo strumento con cui realizzare la “colonizzazione ideologica” è la conquista dei luoghi di educazione e di comunicazione. Dunque, scuola e mass media. Decisivo per gli ideologi del gender è drenare denaro pubblico per entrare negli istituti scolastici e formare le menti di bambini e giovani generazioni in particolare all’idea che la famiglia naturale sia uno stereotipo. Dunque falsi corsi contro la “discriminazione di genere” o il “bullismo omofobico” sono i cavalli di Troia con cui agevolmente penetrare nelle scuole di ogni ordine e grado, producendo testi soprattutto per bambini capaci di colpire l’immaginario più fragile e de-formarlo. Allo stesso tempo occupando ruoli chiave nei mezzi di comunicazione, l’ideologia gender punta a formare più complessivamente l’opinione pubblica all’identificazione dei princìpi enunciati con un’idea avanzata di libertà, descrivendo gli oppositori come pericolosi retrogradi, limitatori della libertà altrui motivati da pura malvagità. Le descrizioni manichee delle dinamiche in atto su questo terreno in tutte le società occidentali sono una caratteristica degli ideologi del gender che puntano a creare icone facilmente riconoscibili identificate nel mondo omosessuale e transgender, da contrapporre all’opinione pubblica che a queste forme di fascinazione ancora resiste, intimidendola e attaccando pesantemente persino la libertà d’espressione su questi temi. Di qui legislazioni punitive, arresti di oppositori e obiettori di coscienza, linciaggio mediatico di chi non si adegua al nuovo diktat ideologico.
    Resistere significa conoscere i princìpi guida di questa «colonizzazione ideologica» in atto, questi 5 comandamenti basati sul falso. Se questa è una ideologia che «non esiste», ora lo potrete con nettezza giudicare da voi. La realtà si può osservare o si può negare. La realtà sotto i nostri occhi, evidente a chiunque voglia vedere, è che questa ideologia marcia prepotente verso la realizzazione dei suoi obiettivi. Noi possiamo metterci in piedi, dritti, silenziosi davanti a questa colonna di carri armati. Oppure possiamo lasciarli passare, un po’ pavidi, un po’ complici. Scegliete voi. Io, per me, ho scelto. Ho due figlie e ho interesse che il mondo che costruiremo per loro sia fondato sulla verità, non sull’ideologia.
    I cinque comandamenti dell'ideologia gender | Tempi.it

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Vedova del suo gatto ora vuole sposare il suo nuovo amore… un cane
    di Aurelio Foglia
    La signora Dominique Lesbirel, olandese, nel 2003 ha fondato un sito internet (marryyourpet.com) in cui è possibile, per chi lo desidera, suggellare il rapporto d’amore con il suo animale domestico tramite la celebrazione di un matrimonio.
    Il sito conta migliaia di visitatori ogni giorno e sono diverse decine i matrimoni celebrati ogni mese dall’eccentrica signora olandese, la quale si appresta a convolare a nuove nozze con il suo cagnolino Travis, dopo essere rimasta vedova di Doerack … il suo gatto. Dominique è ancora molto provata dalla perdita del marito gatto: «Doverlo seppellire è stato devastante. Abbiamo trascorso insieme 16 anni, 8 come marito e moglie. La perdita di Doerack mi ha distrutta e per questa ragione, anche se ora amo Travis, voglio aspettare ancora un po’ per dire sì».
    La signora Dominique tiene a precisare che attraverso il suo sito non intende promuovere il reato di bestialità, ma in realtà «Si tratta di un modo per amare fino in fondo i nostri animali, celebrando questo legame. E per questa ragione il divorzio non è contemplato. Non voglio che nessuno abbandoni Fido» (Leggo, 31 gennaio 2016).
    Nell’epoca attuale, in cui tutto è relativo, anche il concetto di amore non ha più dei contorni chiari e definiti, bensì è divenuto un enorme contenitore dove è possibile collocare qualsivoglia relazione affettiva e/o sessuale basata sulle passioni o sui sentimenti. L’amore autentico, in realtà, ha un oggetto ed un fine preciso ed è il frutto di un libero atto di volontà conforme alle leggi di natura.
    Pertanto, anche il solo chiamare amore tutto ciò che non può essere tale, rappresenta un nefasto errore gravido di conseguenze: ad esempio, quando si parla, seppur in buona fede, di legittime relazioni d’amore tra due uomini o tra due donne si tende a dare conferma, nei suoi principi distorti, all’ideologia dominante, che ha come fine instaurare la dittatura del desiderio e sostituire il diritto naturale e divino con una innaturale esaltazione di pseudo diritti individuali, del tutto slegati dalla verità.
    È opportuno dunque ribadire che è possibile parlare di una relazione d’amore che genera diritti e doveri solamente quando si è in presenza di un rapporto stabile e definitivo tra un uomo ed una donna, uniti nel matrimonio. Altrimenti, se vale il principio secondo cui “l’amore libera tutti”, lo Stato si vedrà costretto, prima o poi, a riconoscere qualsiasi relazione, anche quelli della signora Dominique prima col suo gatto e poi col suo cagnolino.
    Vedova del suo gatto ora vuole sposare il suo nuovo amore? un cane ? di Aurelio Foglia | Riscossa Cristiana

    Per il Corriere della Sera il pedofilo è una vittima
    Guardate questo articolo della sezione semi-culturale di Corriere.it (27esima Ora): raccontano la storia di un pedofilo ‘pentito’ sottolineandone le difficoltà, le paure, quasi come fosse una persona sfortunata ad avere questa ‘inclinazione’. Sembra che il pedofilo – reo confesso – diventi la vittima stessa della pedofilia. Sembra che il pedofilo sia la persona da proteggere: ‘poverino, capita’.
    ------------------------------------------------------
    Eccolo, il cattivo del Web. Arriva trafelato, sotto la pioggia battente. Tuta da ginnastica nera, sguardo basso. Si presenta e non perde tempo perché non ne ha, deve lavorare anche se è domenica. Deve far stare in poco più di un’ora la sua storia di pedopornografo e cyber adescatore pentito quindi va dritto al punto. «Mi chiamo Roberto, ho 42 anni» attacca. «Un giorno di settembre del 2010 la polizia postale venne a prendermi…avevano scoperto tutto».
    Tutto. Cioè i file pedopornografici sul suo computer (video e fotografie) e il suo tentativo di adescare un minorenne via Internet. «Sempre e soltanto a livello virtuale» precisa lui, «perché, nonostante lo scambio di chat e messaggi, all’appuntamento vero e al contatto fisico non ci sono mai arrivato, per fortuna. Mi sono fermato prima, mi ha fermato il pensiero del ragazzino che sono stato e di quello che ho passato…». Pausa e sospiro: «…perché tutta questa storia», riprende Roberto, «in realtà è cominciata tanti anni fa, quando sono stato abusato due volte da un vicino di casa. Avevo 14 anni. Quegli episodi hanno azzerato in me gli interessi per qualunque tipo di relazione fisica, per molto tempo. E poi è finita che ho sviluppato curiosità e pulsioni per la stessa categoria, diciamo così, della quale ho fatto parte io stesso come vittima: i ragazzini minorenni».
    È passato molto tempo dai suoi 14 anni. Roberto – che non si è mai allontanato dalla città del nord Italia dove adesso ha una sua attività – da adulto si è ritrovato davanti a un computer e ha seguito l’orientamento sessuale dettato dai suoi istinti. «Ho sbagliato, me lo sono ripetuto un milione di volte. Il giorno dell’arresto per me e per la mia famiglia è stato devastante. Ricordo le loro facce…una bomba. Ho fatto tre mesi di carcere e tre agli arresti domiciliari, ho patteggiato la condanna a dieci mesi, ho scontato la pena e mi sono detto: mai più. Volevo uscirne, nonostante tutto».
    Così chiese aiuto al Presidio criminologico territoriale del Comune di Milano. Tre anni di incontri guidati, mesi e mesi di introspezione a cercare una via di fuga dall’uomo che era diventato. «Grazie a loro ce l’ho fatta davvero e oggi mi sento in debito con la società perché, pur non avendo fatto del male direttamente a qualcuno, so che ho commesso errori gravi. La società con me è stata tutto sommato magnanima e oggi, se potessi, vorrei in qualche modo essere utile a qualcuno che si può ritrovare in una delle persone che sono stato io: vittima, carnefice o anche potenziale carnefice. Per questo non ho difficoltà a parlare del mio passato, so che ci sono persone, là fuori, a cui può servire sapere che esiste il modo per provare a rimediare ai propri errori. E ci sono ragazzini che, come me, si tengono tutto dentro, si isolano».
    -------------------------------------------------------
    Questa storia ci sembra tanto lo stesso copione usato per introdurre e far accettare nell’Occidente moderno tante aberrazioni e porcherie che nascono dalle perversioni bestiale ed infime dei subumani che ci circondano.
    Piano piano, lentamente ci indoreranno la pillola: prima un’intervista, poi un’inchiesta, poi uno studio medico-scientifico, poi l’outing di qualche “autorevole vip” e poi vedremo nascere il partito a favore della pedofilia (già presente nella liberalissima Olanda), in cui sarà rivendicato il ‘diritto’ di amare, il ‘diritto’ del bambino magari. Poi qualche manifestazione tra carri arcobaleno nelle nostre strade, una leggina introdotta al Parlamento e alla fine, aspettiamocelo, ecco il diritto cristallizzato dal Parlamento. Senza troppo spingere, ma con un’azione sovversiva lenta e calcolata, si arriverà ad accettare anche questo abominio. E questo articolo ne è un primo segno.
    Prepariamoci: quando diremo che il cielo è azzurro, ci prenderanno per ‘medievali’. Ma le catene che ci metteranno, pur strette, non fermeranno la nostra battaglia per la verità.
    Per il Corriere della Sera il pedofilo è una vittima | Azione Tradizionale

    Omosessuali non si nasce. Lo dice la scienza
    L'omosessualità non è una condizione biologica
    di Stefano Parenti
    I recenti servizi giornalistici dedicati a Luca di Tolve e ai gruppi d'incontro da lui condotti a Brescia, benché sollevino molti dubbi sull'imparzialità argomentativa con cui sono stati redatti, hanno il merito di aver riportato l'attenzione sulla psicologia dell'omosessualità. Si tratta di una tematica poco argomentata e, a mio avviso, volutamente omessa dal pubblico dominio. Le numerose prese di posizione, anche autorevoli, contro le cosiddette “teorie riparative” hanno indotto l'opinione pubblica a ritenere che non possa esservi alcuna terapia per l'omosessualità, ovvero che le attrazioni sessuali per le persone dello stesso sesso siano “naturali” o congenite. In realtà, le ricerche che hanno tentato d'indagare i fattori genetici, ormonali o neuroanatomici non hanno dimostrato «alcun termine di correlazione fisica con l'omosessualità» (cfr. la review redatta nel 2005 da Gerard Van Den Aardweg Omosessualità e fattori biologici: prove reali – nessuna; interpretazioni fuorvianti: molte, che si integra con la più recente On the psychogenesis of Homosexuality del 2011).
    Come dunque potersi spiegare l'origine di attrazioni sessuali rivolte alle persone dello stesso sesso? Una volta decadute le ipotesi congenite o, comunque, biologiste, non rimane che ritornare ai fattori psicologici. È quello che propone Egidio Ernesto Marasco, medico e didatta della Società Italiana di Psicologia Individuale, ritraducendo e ridando alle stampe un importante libro di Alfred Adler: Das problem der Homosexualitat (tr. it. Psicodinamica dell’eros, Mimesis, Milano, 18 euro). Alfred Alder fu un collaboratore di Sigmund Freud a Vienna, ma poi si staccò dalla psicoanalisi, non condividendone le ossessioni per la sessualità, ed edificando una scuola psicologica autonoma, chiamata “psicologia individuale comparata”. Nell'introduzione, Marasco spiega che «Adler impiega il termine “omoerotismo” per definire questo comportamento. Afferma così, anche in questo modo, che questa presa di posizione erotica rappresenta un modo sbagliato di difendersi da presunti pericoli della normale sessualità» (p. 18). Per Adler «l'omosessualità è un ripiego malinteso e malriuscito» (p. 97) e «rivela un fallito tentativo di compenso in uomini con un evidente sentimento d'inferiorità» (p. 98). Le percezioni soggettive di «debolezza» (p. 37), di «insicurezza» (p. 96), di uno «scarso sentimento del proprio valore» (p. 47), di sentirsi «sminuiti» (p. 38), di «un forte scoraggiamento e di un disperato pessimismo» (p. 96) danno origine a quello che è il «senso d'inferiorità», che può palesarsi sia nei confronti degli altri uomini, sia nei confronti delle donne. «Non può essere una coincidenza – dice Adler – che nell'anamnesi di tutti i miei casi, e non soltanto quelli pubblicati, io abbia rilevato una profonda insicurezza del paziente sul suo ruolo sessuale» (p. 48).
    Sentirsi inferiori, però, non piace a nessuno, e così «la mente umana escogita una serie di artifici per costruirsi finzioni di sicurezza e di superiorità» (p. 38). Il primo di questi artifici è di celare a se stessi tali sentimenti, creando una «distanza» con l’altro sesso tramite delle scuse, evitando i «compiti di vita» attraverso dei falsi ragionamenti, mirando «a raggiungere una agognata superiorità non con l’alternativa di un’aggressione diretta, ma presentandosi in modo serpentinamente tortuoso» (p. 54). Risulta così che «l'omosessualità sia il risultato di un training, messo in atto, sin dalla sua infanzia, da un essere umano scoraggiato che, coll'imbroglio dell'omosessualità, percorre una via che dovrebbe evitargli la possibilità di sconfitte ma che, invece, lo esclude dall'altro sesso e gli preclude la normale evoluzione del problema dell'amore» (p. 34).
    Quali sono i fattori che promuovono tali sentimenti di inferiorità? Adler ne individua diversi, come la paura dell'altro sesso ritenuto arbitrariamente «superiore» e, quindi, fonte di «paura»: «Le tendenze alla perversione degli uomini si rivelano come aspirazioni compensatorie, indotte e sperimentate nell'intento di rimuovere un sentimento di inferiorità generato da un sopravvalutato potere della donna. Allo stesso modo, anche le perversioni delle donne sono tentativi compensatori per porre rimedio al sentimento di inferiorità femminile nei confronti dell'uomo, considerato più forte» (p. 40). Tuttavia sono soprattutto le percezioni di inferiorità fisiche, le pratiche educative e le configurazioni familiari su cui Adler pone l’attenzione: «Per lo più sono le inferiorità fisiche e psichiche, anche se suscettibili di compensazione, che costituiscono le cause più importanti [di un disarmonico sviluppo]. Ma anche gli errori nell'educazione agiscono in modo altrettanto forte, se fanno apparire insuperabile al bambino la sua distanza dall'adulto» (p. 43). Un'educazione autoritaria, fredda e sminuente o, al contrario, permissiva, lassista ed indifferente che può avere luogo in un contesto familiare in cui il padre è «tirannico» ed eccessivamente «severo», ma anche quando si è figli di una «madre forte e inflessibile», con «brama di potere», che ostacola la formazione di una «vera fiducia in se stesso, soprattutto nei confronti delle donne».
    Adler denuncia la numerosità di persone con tendenze omosessuali che vogliono disfarsi di attrazioni sessuali indesiderate: «molti omosessuali oppongono una violenta resistenza alla loro perversione e cercano di guarire» (p. 90), «[...] tanti pervertiti sentivano la loro perversione come un pesante, o davvero insopportabile, martirio e che ne volevano essere liberati a qualsiasi prezzo» (p. 91). Eppure già allora: «[...] nessuno aveva mai reso noto in più ampie cerchie neppure uno dei casi di inconfutabile guarigione dall'omosessualità, tanto che tutti i, pur numerosi, casi di “superamento dell'omosessualità” sono stati dimenticati» (p. 90).
    Nel testo Adler descrive sette casi clinici, con cui intraprende una vera e propria terapia: «trasformare un codardo già adulto in un essere umano coraggioso […]. È infatti su questo che si incentra principalmente la terapia dell'omosessualità, come del resto anche quella della psiconevrosi» (p. 47), che altrove dice essere «[...] sinonimo di incoraggiamento del paziente» (p. 83). Parole come «codardia» e «coraggio», ma anche «perversione» e «nevrosi», potrebbero scandalizzare i benpensanti della nostra epoca, abituati sino all’ipocrisia a rifuggire qualsiasi etichetta.
    Adler parla di psiconevrosi e perversione per descrivere l'omosessualità. Si potrebbe dunque obiettargli che dal 1917 a oggi la medicina ha compiuto copiosi progressi, uno dei quali è la ben nota derubricazione dell'omosessualità dai più diffusi manuali diagnostici (ad es. le più recenti edizioni del D.S.M., a cura dell'American Psychiatric Association). A tale rilievo risponde Egidio Ernesto Marasco nell'introduzione: «Non vediamo in ciò un segno di un'evoluzione della società e della morale sociale, ma constatiamo piuttosto, un po' preoccupati, che ciò corrisponde alla sparizione di un certo milieu culturale dalla task force degli psichiatri che hanno messo mano alla revisione». E più avanti prosegue: «Le parole, certo, hanno un magico potere creativo, ma non è che abolendo i termini che definiscono i disturbi o non menzionando la loro egodistonicità si eliminano questi problemi» (p. 21).
    Una presa di posizione coraggiosa, coerente, del resto, con i giudizi sostenuti nell'introduzione: «La complementarità uomo-donna è quanto richiede la biologia, la psicologia e la civiltà umana, sia ciò sancito o meno da leggi e nosografie psichiatriche» (p. 18). «Che uomini o donne non si nasca ma si diventi, è un'illusione assolutamente svincolata da qualsiasi contestualizzazione biopsicosociale, che richiama le finzioni di cambiamento di specie da cui, da dopo Esopo, tutta la favolistica è piena» (p. 12). Marasco ribadisce la supremazia della realtà sul pensiero, ovvero di «leggi del cosmo» e di «imperativi categorici dell’uomo» a cui è bene accostarsi: «Se è vero infatti che il benessere psicofisico di una persona è testimoniato dal fatto che essa risponda a cosa la società si aspetta da lei, è altrettanto vero che anche ogni società deve sottostare alle leggi del cosmo e agli imperativi categorici di quell’infinito universo che è la coscienza dell’uomo e, quando ci si discosta da questi, lo si può fare solo mettendo in atto delle finzioni e mentendo a se stessi» (p. 16).
    Desidero concludere la presentazione di questa importante riedizione con una considerazione personale. Da cattolico mi rendo conto che il tema dell’omosessualità solleva un problema di ragione: la modernità pretende di sostenere che l’omosessualità sia innata o naturale; la Chiesa, d’altra parte, propone la complementarità dei sessi come forma salubre della sessualità. Si apre così una frattura che può banalizzarsi come un divario tra la ragione e la fede, o tra la scienza e la fede. Lo studio approfondito delle ricerche sperimentali, da una parte, e il recupero di una teoria della clinica dall’altra - ora possibile grazie al rilancio convinto del contributo di Adler - riporta la questione sul terreno suo proprio, quello della ragione e della scienza. Il contributo di Adler e le esperienze di Luca di Tolve e altri pongono un problema di ragione alla modernità, testimoniando che è fondato sostenere ragionevolmente e scientificamente che l’omosessualità non sia né innata né naturale. È bene che i cattolici prendano le distanze da teorie ingenue e infondate non solamente sulla base di un’appartenenza ecclesiale – il ben noto: «lo dice la Chiesa» – ma rispondendo con argomentazioni ragionevoli basate su fatti e su dati scientifici.
    Omosessuali non si nasce. Lo dice la scienza

    La docente: "Vogliamo il diritto di opporci ai corsi scolastici gender"
    Nella sua scuola è stato approvato l'insegnamento di un progetto sulla sessualità che promuove le teorie gender. Senza che i docenti potessero conoscerlo ed opporsi
    Giuseppe De Lorenzo
    “Stiamo producendo un mondo fatto di atomi, persone che pretendono di far valere solo quello che sentono. Abbiamo smesso di parlare di interiorità, di coscienza, di responsabilità. Questo genera un uomo onnipotente”.
    Francesca, nome di fantasia di una docente di Bologna che vuole difendere la sua identità, disegna così il “nuovo corso” dell’educazione nelle scuole italiane. A giugno la sua scuola ha approvato l’adesione al progetto “W l’Amore” (promosso dalla Regione Emilia Romagna), senza permettere ai docenti di discutere nel merito. Senza dare la possibilità ad alcuno di dissentire. Di esprimere il proprio parere contrario ad un programma che disegna la famiglia tradizionale come un modello superato. Che insegna la masturbazione e promuove un individuo svincolato dalla sua essenza biologica.
    Perché non si discute sul tema? Perché si sta cercando di farlo passare in sordina?
    “Perché su tutti noi pende la spada di Damocle dell’omofobia. Nessuno mette in discussione i diritti di tutte le persone, quale che sia l’orientamento sessuale. Ma chi si oppone al fatto che determinati insegnamenti vengano inseriti nei programmi scolastici finisce per essere considerato disinformato e poco rispettoso dei diritti di ciascuno. Così si preferisce tacere.”
    E gli altri docenti come hanno reagito?
    “In molti non hanno reagito per diverse ragioni. La prima tra tutte è la disinformazione ma anche la rinuncia ad assumersi la responsabilità di scelte che crediamo non ci coinvolgano direttamente. O ancor peggio tacciono perché sono intimiditi da una pressione mediatica che è diventata ormai insopportabile.”
    In altre scuole, dunque, sarà passato senza che nessuno se ne sia accorto?
    “Certo, passa attraverso il sostegno e l’autorizzazione di Enti Pubblici come la Regione e la AUSL, di cui i docenti si fidano a priori. E’ per questo che sono preoccupata, è per questo che è necessario farsi sentire se davvero ci stanno a cuore i nostri ragazzi”.
    Deve esserci la possibilità di una sorta di “obiezione di coscienza” del corpo docenti?
    “Credo proprio di si. Deve essere garantito il diritto di un insegnante di dire ‘no’ a questi progetti. Ma soprattutto quando un atto ufficiale viene definito, è tutta la scuola che lo approva. Non i singoli docenti. Per questo è necessario che tutti siano adeguatamente informati in merito a iniziative tanto delicate. Nel mio caso non c’è stato niente di tutto ciò”.
    Che tipo di messaggio veicola il progetto “W l’Amore”?
    “Alle sue fondamenta c’è il falso. Il principio cioè che “libertà” voglia dire essere svincolati da ogni condizionamento. Questo è quello che invece si vuol far passare: libertà da tutti i modelli, in particolare quello familiare; e possibilità di poter scegliere l’essere uomo o donna a prescindere dal dato corporeo. Non intendo insegnare ai miei ragazzi ciò che ritengo sbagliato da punto di vista biologico prima ancora che sociale ed antropologico”.
    C’è un disegno dietro?
    “Sì, sicuramente. E da un inganno non può venire nulla di buono. Si vuole usare la scuola per portare il mondo in questa direzione. Parlano di libertà e poi surrettiziamente impongono questo progetto. Un gruppo di “esperti” ha definito alcuni principi e cerca di diffonderli nelle scuole. Ma non corrispondono a nulla di ciò che io considero vero, buono, giusto e soprattutto utile per i giovani. Ho il diritto di dire ‘no’.”
    Che società sta nascendo?
    “Individualista. Fatta di persone sole. Con l’assenza grave del senso di responsabilità, e di valori che orientino al bene comune.”
    Come opporsi?
    “Mi conforta sapere che finalmente si sta cominciando a prendere coscienza che nella scuola italiana, in modo subdolo ed apparentemente ammantato di buoni propositi, si stanno in realtà diffondendo le applicazioni più inaccettabili delle teorie gender. Ora tocca ai docenti informarsi e reagire”.
    La docente: "Vogliamo il diritto di opporci ai corsi scolastici gender" - IlGiornale.it

    Gender revolution

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Le menti clonate o una vita vera
    di Giuliano Guzzo
    L’immagine di Mark Zuckerberg che, durante la presentazione del nuovo Galaxy S7 a Barcellona, in Spagna, passeggia sorridente accanto ad una folla di persone senza sguardo, con gli occhi rapiti da una maschera tecnologica talmente avvolgente da sembrare fissata nella loro testa, ha suscitato inquietudine un po’ tutto in tutto il mondo. Tanti, infatti, hanno visto in quella estesa platea coi visori una cartolina del futuro tremendamente simile a quello immaginato da Orwell, una sorta di involontario set cinematografico per un film distopico. D’altra parte lo stesso fondatore di Facebook ci ha messo del suo con affermazioni che, in quella occasione e ancorché accompagnate da un sorriso, hanno assunto quasi il tono di una minaccia: «La realtà virtuale è la piattaforma del futuro. Cambierà le nostre vite». Esagerazioni? Timori infondati? Sbagliato farsi terrorizzare da quella platea spensieratamente senza volto? Certamente il panico non aiuta e sarebbe eccessivo lasciarsi andare a considerazioni catastrofiste. Tuttavia credo che quanto accaduto a Barcellona debba pur stimolare una qualche riflessione. A me ne vengono in mente almeno tre.
    La prima è che la foto della platea coi visori non mostra un Grande Fratello che controlla gli individui, ma individui che – senza manette, ma liberamente – sembrano connettersi ad una sorta di Grande Fratello. La differenza è fondamentale: nel primo caso si tratta di una dittatura che scoraggia il dissenso, nel secondo di una venutasi a creare dalla sua assenza. E’ dunque anzitutto l’omologazione – ben prima della tecnologia che, in realtà, non fa altro che sfruttarla ed ampliarla – a dover preoccupare chiunque abbia a cuore le sorti di un mondo democratico.
    C’è inoltre a da sottolineare – considerazione numero due – che quanto accaduto alla presentazione del nuovo Galaxy S7 non riguarda il futuro ma il presente. Questo significa che coloro che testano nuove e inquietanti maschere tecnologiche sono gli stessi che prima discutevano al bar uno accanto all’altro e che dopo son rientrati ciascuno a casa propria. In altre parole, la foto di Barcellona prima che una minaccia è un ammonimento perché ritrae una situazione che, di fatto, già esiste e a fronte della quale sarebbe irresponsabile, credo, minimizzare spiegando che quella, in fondo, è solo una foto.
    Terzo pensiero: «la realtà virtuale» di cui con tanto entusiasmo parla Mark Zuckerberg, semplicemente, non esiste e non esisterà mai: si tratta infatti solo della realtà di sempre organizzata secondo nuovi strumenti, nuovi scenari, nuovi equilibri. Il tempo che una persona potrà trascorrere col visore addosso è identico – per valore ed estensione – a quello che oggi può trascorrere davanti al pc o fissando lo smartphone; è cioè lo stesso, insostituibile tempo che uno potrebbe impiegare praticando sport, leggendo, andando a trovare un amico. Non c’è dunque un po’ di vita virtuale che non ne tolga un po’ di quella autentica. A tal proposito, mi sovviene la scena finale di un film che ritengo un capolavoro, Vanilla Sky (2001), con il protagonista – interpretato da Tom Cruise – il quale, accortosi di essere immerso in un’esistenza splendida ma irreale perché “acquistata” insieme ad una procedura di ibernazione, pronuncia queste parole: «Voglio vivere una vita vera, non voglio più un sogno». Ora, credo faremmo bene tutti a riflettere su questa frase. Perché per quanto bello e incredibile e stupefacente sia il «sogno» che già oggi tentano di venderci e che domani sembrerà irrinunciabile, l’alternativa rimane comunque unica e senza prezzo: una vita vera.
    Le menti clonate o una vita vera ~ CampariedeMaistre



    Lo scandalo dei casinò per bambini: indotti al vizio del gioco fin da piccoli
    Nelle sale per i minorenni: la sconcertante rivelazione sul gioco d'azzardo fatto su misura per i bambini, dove la vincita consiste in regali
    Giulia Bonaudi
    Sale slot per bambini: è questa l'ultima frontiera del gioco d'azzardo.
    Conquistano metri quadrati nei centri commerciali, soppiantano i negozi sul lungomare, diventano l’attrazione principale nei parchi per famiglie. Spesso proprio a fianco ai luoghi dell’azzardo per adulti. Il nome ufficiale è "ticket redemption". Letteralmente: riscatto del biglietto. Nella sala giochi della multisala "The Space" di Rozzano, nell’hinterland milanese, nessuno si cimenta più al flipper o ai videgame sparatutto. L’ambiente trabocca di luci e suoni. I bambini si accalcano attorno mini-roulettes e simil-slot machines. L’unica differenza è che qui non si vincono soldi, bensì ticket. Tanti punti significa tanti ticket. Tanti ticket significa un premio finale.
    A denunciare la situazione di degrado a cui sono soggetti questi bambini è La Stampa. Tra le tante storie riportate dal quotidiano, c'è anche quella di Elsa, una signora di Torino che porta con sé nelle sale la nipotina. La bambina di 9 anni stringe i ticket appena vinti. "Sì, veniamo qui spesso, di solito al pomeriggio. La mamma non è d’accordo, ma noi ci divertiamo", racconta la nonna. "Stasera siamo state bravissime". La bambina ricomincia a giocare: infila monete in una macchina sperando di far cadere quelle in bilico. La signora sbircia le slot machines vere dall’altra parte della porta a ventola. Abbassa la voce: "A volte io vengo qui anche senza la piccola, mi piace puntare". E vince? "No, ma lo faccio per passare il tempo".
    Stabilire quante siano le sale ticket redemption in Italia è impresa complicata perché, a differenza delle slot, non sono collegate in rete. Secondo il Sapar (associazione che riunisce produttori, rivenditori e gestori di apparecchi d’intrattenimento) potrebbero essere circa 6 mila macchine distribuite in 600 sale. Ma non finisce qui perché le slot per bambini spopolano anche in rete. Basta farsi un giro sull’Apple Store: sono centinaia, quasi tutte gratuite. E’ vero: a differenza di quelle vere, non mangiano soldi. Ma il meccanismo degli "upgrade" induce al gioco compulsivo. Persino il suono è lo stesso: imitano la cascata di monete delle macchinette per adulti. E passare da un’app per bambini a una che permette di scommettere tramite carta di credito è un gioco da ragazzi.
    Lo scandalo dei casinò per bambini: indotti al vizio del gioco fin da piccoli - IlGiornale.it

    La pornografia ci rende migliori… agli occhi di Satana
    di Alessandro Rico
    E' apparso sul sito di Radio Deejay, la stazione di Linus e DJ Albertino, un articolo dal titolo accattivante: «Il porno ci rende persone migliori». Si cita una ricerca del Journal of Sex Research, che mostra una correlazione tra consumo di pornografia e maturazione di idee gender egalitarian. Non ho indagato sull’attendibilità di questa conclusione, né sull’affidabilità scientifica del metodo utilizzato dagli autori dell’articolo, apparentemente mossi dall’intento di sfatare il mito dell’erotomane maschilista che considera la donna un oggetto. Quel che vale la pena rilevare, in questa sede, è come il blog di Deejay.it abbia condito la notizia, stabilendo una curiosa corrispondenza che fa di femministi e abortisti, perciò stesso, delle «persone migliori».
    È un dato interessante, che dovrebbe indurre a una seria riflessione quelle anime belle che negano l’esistenza della teoria gender e, vieppiù, di forme subdole di propaganda o malcelati tentativi di lavaggio del cervello. Gli apostoli del nuovo culto che si fa beffe, nell’ordine, della legge divina, della legge naturale e della legge morale, sono ormai arrivati al punto di vendere come una realtà auto-evidente, il fatto che le persone rispettabili debbano promuovere gender equality, aborto e agenda LGBT. Dall’altro lato della barricata, come verità analitica, stanno dunque gli oscuri reazionari che difendono i diritti dei bambini non nati e la famiglia – che definire “tradizionale” è pleonastico, perché la famiglia è una sola e non ha bisogno di qualificazioni.
    Non è questa meschina propaganda? Non serve più neppure discutere, o almeno ammettere che su certe questioni esiste nella società un profondo disaccordo. La propaganda, che per definizione deve mistificare i fatti e costruire a tavolino una sua versione, dà già per scontato che i buoni siano i tolleranti simpatizzanti femministi e omosessualisti. Alla faccia della tolleranza, poi: nella guerra totale che hanno dichiarato, costoro sono pronti a coinvolgere anche gli innocenti, arrivando ad alludere, in un articolo anonimo poi opportunamente edulcorato, alla figlia diciottenne di Mario Adinolfi che penzola da un cappio, spinta al suicidio dalla “cultura dell’odio” diffusa dal padre.
    Nonostante Deejay abbia già pronunziato la sentenza, mi sento di proporre un’interpretazione diversa della questione YouPorn-femminismo. Ipotizzerei che la pornografia astrae dalla realtà, proietta in un mondo posticcio, libera le perversioni, illude la mente e ingabbia il corpo. E una volta che il maligno si è fatto strada, non impiega molto a mettere in disordine tutte le nostre credenze sull’ordine della creazione, sulla società e sulla morale. Noi gli apriamo una fessura, lui ci convince a spalancare la porta; il piatto della completa lontananza da Dio è presto servito.
    So bene che parlare di Satana a un popolo che è passato per l’immanentizzazione di religioni politiche e proclama il totale disinteresse per la vita dello Spirito, non può che solleticare l’ilarità di chi considera noi cattolici poco più che creduloni lobotomizzati. D’altra parte, è noto che il capolavoro del diavolo è farci credere che non esiste.
    La pornografia ci rende migliori? agli occhi di Satana ~ CampariedeMaistre

    Sesso, droga e violenza nella Capitale dello sballo senza freni
    Dopo la morte di Varani, ci siamo infiltrati nei locali gay di Roma. È qui che droga e sballo si mischiano a sesso e violenze
    Giuseppe De Lorenzo - Marco Vassallo
    “Volete della cocaina, giusto?”. Chiaro, semplice e alla luce del neon. È venerdì sera e ci troviamo al Muccassassina, una della storiche serate di Roma.
    Lo stesso locale che frequentavano Marco Prato e Manuel Foffo. È passata appena una settimana dall'omicidio che ha sconvolto la Capitale e la comunità omosessuale romana. Eppure nulla, o troppo poco, sembra essere cambiato. Al Qube, locale che ospita l'evento, saliamo fino al terzo piano, il più trasgressivo. "Lì troverai il mondo del chill-out” - racconta un omosessuale che chiede l'anonimato - uno spaccato del divertimento romano a base di droga e sesso".
    Arriviamo al locale poco dopo la mezzanotte. Braccialetto ai polsi, timbro sulla mano e siamo nel privé. Ci sediamo sul primo divanetto libero, accanto a noi un ragazzo è chiaramente in stato di incoscienza. Le telecamere di Porta a Porta riprendono la serata, eppure basta chiedere per ottenere la cocaina. Un ragazzo si offre di fare da intermediario. Ma ad una condizione: “Voglio un tiro anche io”. Nel tanfo dei servizi igienici prepara le strisce di coca e se ne sniffa una. Vorrebbe vedere farlo anche a noi. Qui è normale chiudersi in quattro o cinque in due metri quadri di servizi igienici per "ravvivare la serata".
    Le stesse cose si ripetono, di locale in locale. Di serata in serata. Droga, effusioni occasionali, rapporti sessuali e promiscuità. Sabato notte paghiamo un ingresso al Planet, noto locale nel quartiere Ostiense. Il giro di droga è lo stesso e nemmeno i pusher sono cambiati. Presidiano un angolo della discoteca, indisturbati. Cambia solo il prezzo: 50 euro, invece di 30, per qualche grammo di coca. Lo sballo non è cosa per tasche vuote. Nello stesso angolo buio si susseguono decine di scambi. Una mano passa i soldi, l'altra consegna la cocaina.
    È evidente come il traffico di stupefacenti sia ben conosciuto e, soprattutto, tollerato. I killer di Varani erano soliti chiudere il sabato sera con l'after hour al "Frutta e Verdura", un club indicato da molti come un luogo dove va "gente deviata". I controlli di sicurezza sembrano essere maggiori, eppure insieme a noi entrano gli stessi spacciatori delle due serate precedenti. “Sapete che cosa c'è lì dentro? - ci avvisa il buttafuori all'ingresso - Sapete che cosa potete trovare?”. Di tutto. Dark room per il sesso "al buio", trans e promiscuità. E soprattutto tanta droga. Oltre alla coca, anche un particolare stupefacente chiamato "il g". Si tratta del ghb: quando proviamo a comprarlo ci chiedono 120 euro per una boccetta. Tanto, ma aumenta il desiderio sessuale. Per questo è molto ricercato.
    I 1800 euro di cocaina consumati dai killer nella drammatica serata della morte di Luca Varani non possono stupire. “A Roma è tutto alla portata di mano", spiega un ragazzo. "Se vi chiedono di praticare sevizie - aggiuge - non stupitevi: qui il cocktail di sesso e droga porta alla violenza". Queste erano, e sono tutt'ora, le serate di Marco Prato e Manuel Foffo. Star di quelle notti romane in cui la droga è facile da trovare e lo sballo è dietro l'angolo.
    Sesso, droga e violenza nella Capitale dello sballo senza freni - IlGiornale.it

    L’attivista Volker Beck e l’omicida Marco Prato uniti dal medesimo stile di vita gay
    Il politico omosessualista Volker Beck e l’omicida gay Marco Prato all’apparenza distanti sono, nella realtà, accomunati dal deleterio e perverso stile di vita gay.
    di Rodolfo de Mattei
    Il 1° marzo 2016, Volker Beck, il più noto attivista per i diritti LGBT della Germania è stato arrestato dalla polizia di Berlino, mentre lasciava l’appartamento di uno spacciatore sotto osservazione, con addosso 0,6 g di Crystal Meth. In seguito al fermo, Beck si è dimesso da tutte le sue funzioni politiche, tranne il suo mandato al Bundestag dove ha preferito mettersi temporaneamente in congedo per malattia al fine di non rinunciare al cospicuo reddito e nella tacita speranza che nel frattempo l’attenzione dell’opinione pubblica si distragga su qualche altra vicenda, permettendogli così di riprendere il suo posto senza troppo clamore.
    La vicenda ha suscitato scalpore in Germania, in quanto Beck, rappresentante del partito “Alleanza ’90/I Verdi” nel parlamento tedesco,è da sempre in prima linea nella promozione dell’agenda gender tra i giovanissimi, decantando la normalità e la bontà dello stile di vita gay. Secondo il politico tedesco: “i gay sono come tutti gli altri, solo con un diverso orientamento sessuale”, e, per questo, i bambini, fin dai banchi di scuola, dovrebbero essere educati a pensare che “essere gay è normale”. Beck è promotore di un vero e proprio indottrinamento sociale, volto a creare ad arte e promuovere una distorta ed accattivante immagine dello stile di vita gay, ben lontana da quella che è la drammatica e disgustosa realtà.
    L’”Osservatorio Gender” aveva denunciato lo scorso 6 novembre 2015 l’allarme “chemsex”, inteso come mix micidiale di droghe e sesso, lanciato dal “British Medical Journal” che aveva addirittura parlato di “priorità di salute pubblica”. Il vocabolo “chemsex”, neologismo che unisce le parole chemical e sex, è stato infatti introdotto nel Regno Unito per descrivere il sesso praticato, soprattutto in ambito omosessuale, sotto gli effetti della droga, al fine di migliorare le performance. In pratica, questa forma di “sesso estremo” consiste nell’assunzione di droghe come mefedrone, ghb e cristalli di anfetamina (le stesse di cui è stato trovato in possesso Beck), in maniera da poter, da un lato, lenire eventuali dolori dovuti a comportamenti contro natura e, dall’altro, sopportare interminabili orge sessuali che possono durare ore o addirittura giorni. L’arresto di Beck, in possesso della Cystal Meth, droga potentissima dagli effetti devastanti, ha fatto tornare di attualità il tema del “chemsex” che nell’ultima settimana ha riempito le pagine dei maggiori quotidiani tedeschi.
    Ma l’argomento “chemsex”, in questi stessi giorni, è divenuto noto ed è sulle prime pagine anche di tutti i siti web e quotidiani italiani. La vicenda di Beck arriva infatti sui giornali negli stessi giorni in cui, Roma e tutta l’Italia, è sconvolta dall’agghiacciante omicidio del “ragazzo di vita” Luca Varani, barbaramente sgozzato nel mezzo di un orgia omosessuale a base di fiumi di alcool e cocaina.
    Gay dichiarato è Marco Prato, uno dei due aguzzini, noto negli ambienti omosex con il soprannome della “lesbica con la parrucca”. Prato, come riporta “Il Giornale”: “è convinto di essere la reincarnazione della cantante francese Dalida, dopo un’infanzia e un’adolescenza agiata in cui veniva preso in giro per la sua omosessualità e per il suo sovrappeso”. Il killer era molto noto nella movida omosessuale sia come organizzatore che comefrequentatore di eventi gay, luoghi ideali per adescare giovani prede. Come organizzatore era conosciuto per l’aperitivo “AhPerò”, un appuntamento fisso della domenica per il pubblico gay che si svolgeva in un locale di Colle Oppio. Come frequentatore, Prato, assieme al suo compagno di mattanza, Manuel Foffo, è stato visto più volte in quello che sul web viene definito “primo e unico club transgender d’Italia”, a due passi da piazza Re a Roma, noto come il “fast food del sesso”. A raccontarlo è stato Marco Pasqua per “Il Messaggero“: “Un piccolo porticino, defilato tra due palazzi. ben conosciuto, sopratutto da chi cerca serata di sballo e prestazioni “anomale”. Tre settimane fa, anche Marco Prato, uno dei killer di Luca Varani, è stato visto in questo locale”.
    “L’ingresso, scrive sempre Pasqua, costa 35 euro e bisogna fare una tessera. Chi scende le scale di questo ritrovo, utilizzato anche dagli scambisti, sa di entrare in un fast food del sesso. Locale angusto, claustrofobico, un bar, un palo per la lap dance e poi il punto forte: i camerini. E’ qui che si consumano i rapporti, mordi e fuggi, zero convenevoli, perché anche chiedere un nome può essere maleducato. «Non voglio conoscere, voglio fare sesso. Se vengo qui è perché voglio un corpo», racconta G., uno dei clienti di questo club. Alcuni vengono visti girare con una bottiglietta d’acqua semi-vuota: l’hanno riempita di Ghb, la droga dello stupro. Aiuta ad abbassare le inibizioni sessuali. Per fare sesso senza pensare troppo”.
    “Non voglio conoscere le persone, nemmeno chiedo i nomi“, racconta uno dei clienti. “Giriamo più locali per vedere in quale si trova la merce migliore“, replica un altro. Non c’è infatti solo il club frequentato da Marco Prato. A Roma vi sono diversi posti dove – varcata la soglia – tutto è permesso e “agevolato” dallo stordimento garantito da mix micidiali di alcool e stupefacenti. Emblematico è il nome di un altro di questi locali esclusivamente dedicati al sesso omosessuale estremo, “Il Diavolo dentro”, che si trova, sempre a Roma, in zona Prenestina. Non riportiamo qui i dettagli delle irripetibili proposte di serata che è possibile leggere nell’“Angolo delle idee”, direttamente sul sito del locale: si va dalla proposta “Bisex Party” che prevede il nudismo obbligatorio per i maschi, alla proposta di “Orgia della domenica pomeriggio”, fino ad altri impronunziabili appuntamenti.
    Il “diavolo dentro” lo avevano certamente Marco Prato e Valter Foffoquando hanno pensato di uccidere qualcuno solamente per “vedere l’effetto che fa” e quando hanno portato a termine il loro folle e barbaro piano. Solo una mente ed un corpo impossessati dal demonio possono infatti spiegare la follia e le atrocità commesse dai due killer nei confronti di Luca Varani.
    Il politico omosessualista Volker Beck e l’omicida gay Marco Prato all’apparenza distanti sono, nella realtà, accomunati dal deleterio e perverso stile di vita gay. In un certo senso, si può dire che tra i due, Beck è il colpevole e Prato la vittima. Il politico tedesco, arrestato per droga, essendo uno dei più importanti attivisti gay a livello internazionale, è infatti tra i principali responsabili della normalizzazione sociale attraverso le menzogne ideologiche di un diabolico stile di vita, che uccide il corpo e l’anima delle sue inconsapevoli vittime, la cui tragica verità è in questi giorni sotto gli occhi di tutti.
    L?attivista Volker Beck e l?omicida Marco Prato uniti dal medesimo stile di vita gay ? di Rodolfo de Mattei | Riscossa Cristiana

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    PILLOLA
    Scrive Benedetta Frigerio (LnBq, 18.2.16) che l’istituto americano per la salute ha avvertito che «i contraccettivi orali sono un metodo comune usato per la contraccezione, ma comportano un rischio di trombosi venale e arteriale. L’associazione fra l’estrogeno contenuto nei contraccettivi orali e la trombosi venosa è ben accertata».
    Infatti, fino al 2013 la multinazionale farmaceutica Bayer aveva già speso 1,6 mld di dollari in 6.800 cause aperte da persone gravemente lese e dalle 100 famiglie di donne decedute dopo avere assunto la sua pillola. La concorrente Merck & Co. ne ha spesi solo 100 mln per risarcire 3.800 donne lese e 83 famiglie di decedute. In Canada, stesso anno, i risarcimenti sono stati di 1 mld complessivo (donne lese, più 23 decedute).
    Perdite accettabili: i guadagni sono, infatti, stratosferici.
    PILLOLA - Antidoti

    Il campo estivo per bambine trans, l’ultima follia
    Redazione
    La propaganda gender si annida ovunque, ma soprattutto su Real Time. Il canale del digitale terrestre, con un target principalmente femminile (quindi anche molte mamme), è senza dubbio uno dei più attivi nell’opera di diffusione delle tesi Lgbt, mostrando servizi e documentari in cui le più disparate scelte sessuali, problematiche etc, vengono sempre mostrate con un alone di “normalità”. Questa volta però il racconto non coinvolge la scelta più o meno consapevole di un adulto, ma dei bambini. Nella puntata andata in onda il 21 febbraio scorso su Real Time è si è parlato di “bambine transgender”, narrando un campo estivo riservato a bambine “trans”, o che più precisamente soffrono di disforia di genere, dove finalmente possono essere liberi di “esprimere loro stessi”. Il che si traduce in “maschietti” che si comportano da “femminucce”, truccandosi, parlando di vestiti e facendo sfilate. Il tutto condito da interviste ai diversi genitori, i quali spendono anche fino a mille dollari per ogni singola iniezione, per bombardare di ormoni i propri figli al fine di ritardare la pubertà. Questa fantastica iniziativa accade ovviamente in America, ma grazie a strumenti di propaganda come Real Time forse a breve arriveremo ad organizzare campi del genere anche in Italia…
    Il campo estivo per bambine trans, l'ultima follia (video)

    Caso Varani, «la comunità Lgbt ora teme che emerga lo stile di vita gay»
    «Marco Prato era “uno di noi”. Nel senso che faceva la vita che molti gay facevano, al netto di certi eccessi: penso a quello della droga. La comunità Lgbt ha paura che si raccontino cose che tutti conoscono. Che si scoperchi il vaso di Pandora. Tutti sanno, ma è meglio non parlarne». A dirlo è Marco Pasqua, attivista omosessuale e giornalista presso Il Messaggero. Marco Prato è uno dei due killer del 23enne Luca Varani, barbaramente massacrato e ucciso il 4 marzo scorso in un quartiere romano.
    La morte è avvenuta durante un festino gay a base di cocaina e alcol e si sta rivelando uno dei casi più terribili degli ultimi anni. Gli agghiaccianti particolari che emergono, ora dopo ora, descrivono uno scenario fuori da ogni immaginazione, tanto che c’è già chi afferma che il delitto consumatosi è ben peggiore del massacro del Circeo, poiché non c’è più nemmeno l’elemento politico come movente, ma soltanto la pura violenza e il vuoto esistenziale vissuto dai protagonisti.
    E’ stata rilevata molta iniziale reticenza mediatica nel raccontare che l’omicidio è avvenuto all’interno di un’orgia omosessuale, pochi hanno raccontato che Marco Prato -assieme all’altro omicida, Manuel Foffo- è un noto attivista Lgbt della movida romana: «Nella Romanella frociona e godona Marco Prato era noto come “la lesbica con la parrucca”», si legge su Dagospia. «Assai noto nella Roma gaya e benestante». Organizzava serate al «primo e unico club transgender d’Italia» e su Twitter ritwittava chi sbeffeggia i credenti, i fedeli di Padre Pio e i difensori della famiglia. E’ effettivamente significativo che l’ultimo post pubblicato su Facebook dalla vittima, Luca Varani, sia stato contro i matrimoni omosessuali. Lo ha fatto notare Mario Adinolfi, anche se per ora non sembra che gli inquirenti abbiano indicato questo come movente. Tuttavia, rimane valida la sua riflessione: se la vittima fosse stato un difensore del Gay Pride, ucciso da due Sentinelle in Piedi dopo aver scritto un post a favore delle nozze omosessuali, allora si sarebbe scatenato il finimondo. E’ invece accaduto il contrario e, come è stato osservato, i cronisti sorvolano.
    La stampa è stata tuttavia costretta a parlarne poiché lo stesso Marco Prato ha rivelato di aver accolto Varani nell’appartamento, travestito da donna, con parrucca, smalto e tacchi a spillo. Vestiva così da giorni perché il complice, Manuel Foffo, «voleva che fossi la sua bambolina». Il giovane è stato invitato, dicono, perché Foffo «voleva simulare uno stupro con un prostituto-maschio». Dopo un rapporto a tre, condito da pesanti dosi di cocaina, qualcuno ha versato un farmaco nel bicchiere di Varani, tanto da provocargli un malore. Foffo e Prato si sono accaniti sul 23enne «in preda a un improvviso e insensato odio e repulsione», colpendo la vittima alla testa con un martello, almeno trenta volte, accoltellandolo più volte fino a devastargli il collo e il volto, tentando di strozzarlo, sgozzandolo per non farlo urlare. E poi lasciandolo morire per dissanguamento. La tortura è durata dalla notte di giovedì alla mattina di venerdì, «gli abbiamo messo una coperta sul volto, respirava ancora», hanno detto i due. Quando i carabinieri sono entrati nell’appartamento il corpo aveva ancora la lama conficcata, i due killer, invece, dopo essersi addormentati sul corpo martoriato di Varani, sono usciti, si sono sbarazzati del cellulare e dei vestiti della vittima e si sono recati a bere in alcuni locali. Il gip di Roma ha spiegato che l’omicidio è arrivato in seguito ad una «fredda ideazione, pianificazione ed esecuzione. L’azione omicida presenta modalità raccapriccianti. Il fatto è tanto efferato e preceduto da sevizie e torture, senza altro movente se non quello di appagare un crudele desiderio di malvagità».
    Il sito web Dagospia, contattato da una fonte attendibile, ha raccontato che l’attivista Lgbt Marco Prato «amava fare sesso alla presenza di sangue. A volte usava anche delle lamette per fare o farsi dei piccoli tagli, succhiava il suo sangue e quello del compagno del momento. Quello che tutti ricordano è anche un rapporto conflittuale con la figura paterna. E una relazione ossessiva con quella materna». Quello di Prato ricorda molto il profilo di Mario Mieli, icona gay italiana a cui è dedicato il principale circolo omosessuale d’Italia, anche lui vestiva abiti femminili ed era protagonista di pratiche orribili, come la coprofagia (mangiare i propri escrementi).
    La mattina dopo l’omicidio, Prato ha tentato il suicidio rivelando in alcune lettere il desiderio sempre nutrito di operarsi e “diventare” donna. Lo psichiatra Massimo Di Giannantonio, docente presso l’Università di Chieti, ha spiegato che «in questi casi ci troviamo di fronte ad un disturbo grave dell’identità di genere unito a una omosessualità egodistonica, elementi che incidono sull’equilibrio psicopatologico e possono portare l’individuo a un tentativo di ‘automedicazione’ con sostanze psicoattive come la cocaina». Sempre su Dagospia, si legge: «A Prato piacevano assai le “notti sbagliate”. Quelle in cui all’alcol e al sesso si univano abbondanti dosi di coca e di GHB. Quest’ultima è la droga “frocia” che in questo periodo va per la maggiore tra l’upper-class gaya meneghina e capitolina». Non va meglio a Milano, al noto locale gay Muccassassina: «al primo piano esiste una vasta e accogliente dark room, dove si consumano rapporti sessuali fugaci e anonimi, squallidi e sudati, ma che sono parte integrante, almeno per alcuni, di un rito settimanale che ha la sua liturgia», rivela Il Fatto Quotidiano.
    Quello che è arrivato alle cronache nazionali è uno spaccato reale di vita gay, dello stile di vita di molti omosessuali militanti. Lo ha ammesso il già citato Marco Pasqua, omosessuale dichiarato e vice capo della cronaca de Il Messaggero: «Sono preoccupato, così come lo è la comunità LGBT romana. Marco era “uno di noi”. Nel senso che faceva la vita che molti gay facevano, al netto di certi eccessi: penso a quello della droga». E’ stato Pasqua a legare il caso alle folli serate arcobaleno: «Racconto un mondo che tutti i gay conoscono. Un mondo in cui navigano anche gli etero (repressi), quelli a caccia di transessuali, ma che potrebbero anche passare una notte con dei ragazzi gay. E’ una realtà borderline. La comunità ha paura che si raccontino cose che tutti conoscono. Che si scoperchi il vaso di Pandora. Tutti sanno, ma è meglio non parlarne».
    Non sembra essere soltanto una caratteristica italiana. Simon Fanshawe, importante scrittore omosessuale e inglese, ha affermato: «noi uomini gay viviamo la vita da adolescenti, ancora ossessionati dal sesso, dai corpi, dalle droghe, dalla gioventù, e dall’essere “gay”. Abbiamo combattuto discriminazione e pregiudizio, ma solo per arrivare distruggere noi stessi con droghe e sesso selvaggio. Abbiamo normalizzato la prostituzione. E’ praticamente un percorso obbligato per qualsiasi ragazzo. Siamo assetati di vanità, abbiamo organizzato la nostra identità intorno al sesso e questo è deleterio. Così la promiscuità e la droga sono diventate la norma». Lo stesso ha rivelato Matthew Todd, drammaturgo e redattore della rivista gay inglese “Attitude”: «C’è questo luogo comune che passiamo tanto tempo a fare festa, ma in realtà noi lo sappiamo bene e le ricerche ora lo dimostrano: c’è un inferno di gay infelici, un alto numero di depressi, ansiosi e con istinti suicidi, che abusano di droghe e alcol e che soffrono di dipendenza sessuale, tassi molto più elevati di comportamento auto-distruttivi. La vita gay è incredibilmente sessualizzata. I ragazzi entrano in questo mondo sessualizzato dove c’è un sacco di alcol e un sacco di droga, non c’è nulla di sano, dolce o rilassato». Pochi giorni fa, altro esempio, il più noto attivista Lgbt in Germania, il politico Volker Beck (leader dei Verdi), è stato arrestato mentre lasciava l’appartamento di uno spacciatore, con addosso 0,6 g di Crystal Meth, droga usata nel “chemsex”, una sorta di sesso estremo e compulsivo praticato sopratutto in ambito omosessuale (lo stesso che praticava Marco Prato). Beck è anche noto per aver inneggiato alla depenalizzazione dei contatti sessuali con i bambini.
    Queste persone, al di sopra di ogni sospetto, parlano ed accusano esplicitamente la “vita gay”, la “comunità gay”, mentre sappiamo bene che non esiste una vita o una comunità etero. Possono farlo perché quella omosessuale è una realtà numericamente piccola, dove pochi casi diventano statisticamente rilevanti, sopratutto se accade quello che questi attivisti Lgbt raccontano. In ogni caso, tornando all’omicidio del giovane Varani, seppur nella cronaca degli ultimi dieci anni esistano pochi casi di tale efferatezza psicopatica, ha comunque ragione chi chiede di non generalizzare, di non colpevolizzare tutti gli omosessuali per quanto avvenuto (anche se poi chi lo chiede è il primo a colpevolizzare tutti i sacerdoti quando qualcuno di essi commette il crimine della pedofilia). Sarebbe ingiusto e irragionevole.
    Ma è evidente che il tema qui è lo stile di vita di molti attivisti Lgbt, quello di chi si trova per picchiare le Sentinelle in Piedi, per impedire i convegni sulla famiglia, di coloro che diffondono odio sui Twitter (e che poi magari pretendono pure l’adozione dei bambini). Se non fosse così, la comunità gay non sarebbe preoccupata «che si raccontino cose che tutti i gay conoscono», come affermato dal giornalista omosessuale de Il Messaggero. Uno stile di vita, leggiamo, che solitamente crea «un inferno di gay infelici» ma che in questo caso ha prodotto anche due mostri umani. Anzi, l’inferno vero e proprio, colorato dalle gioiose tinte della bandiera arcobaleno.
    Caso Varani, «la comunità Lgbt ora teme che emerga lo stile di vita gay» | UCCR

    "Le associazioni gay sanno tutto"
    La morte di Luca Varani causata dal traffico di droga conosciuto e tollerato dalle associazioni omosessuali.
    Giuseppe De Lorenzo Marco Vassallo
    Droga, festini, party e sesso. Sono questi i denominatori comuni delle serate gay romane? Spesso sì.
    Dopo l’omicidio di Luca Varani qualcosa di questa realtà nascosta è venuta a galla. Un'evidenza che divide anche gli omosessuali.
    Che la luce si sia accesa sui festini chemsex (sesso e droga), irrigidisce buona parte degli stessi appartenenti alla comunità. La droga e i party "oltre i limiti" sono ben conosciuti nell'ambiente. Soprattutto a livello dell'associazionismo. A confermarlo sono gli stessi omosessuali che si (auto)definiscono "normali". Ovvero quelli che "non fanno queste schifezze e non spacciano cocaina".
    La domanda che sorge spontanea, allora, è come sia possibile che sostanze stupefacenti circolino liberamente nei locali e nelle serate organizzate da importanti e autorevoli associazioni gay. “Il giro di droga in certi locali è vicinissimo a parte del movimento Lgbt” - dice Franco, nome di fantasia di un omosessuale che chiede l'anonimato e si fa chiamare "il corvo gay". Marco Prato, infatti, uno dei killer di Luca Varani, era personaggio di spicco della movida romana. Conosciuto praticamente da tutti.
    Quanti sapevano della sua "doppia vita"? Una alla luce del sole, fatta di party ed eventi e l'altra più oscura incentrata su sballo e droga? “Andavamo tutti alle sue feste e ai suoi apertivi A(h)Però”, dice un gruppo di giovani di fronte ad un bar della gay street a due passi dal Colosseo. “Sentivo ogni tanto Marco - continua un altro ragazzo, che chiameremo Luca - Gli chiedevo i tavoli per gli eventi, era uno accreditato”. Una vicenda che sconvolge e spaventa. C’è chi addirittura chi ha paura di parlare, teme ritorsioni: “Si rischia di subire qualche torto. Non mi stupirebbe di trovare le ruote dell’auto tagliate”.
    La spaccatura tra una parte dei gay e l’associazionismo romano è evidente. Sotto accusa finiscono l'Adnnos, l'Arci e il circolo Mario Mieli. Qualcuno disegna una demarcazione netta tra chi vuol vivere una "vita normale e non cerca rogne" e "le finocchie della borgata". ovvero i disinibiti, i "gay repressi", i "malati di sesso" e quelli troppo attratti dalle droghe.
    "Ma la cosa più indecente - aggiunge Franco - è che stanno cercando di mettere tutti a tacere. A Roma se vuoi stare aperto o hai protezione politica o chiudi”. Prima di continuare, precisa: “Quando parlo di politica mi riferisco al movimento Lgbt in sé. Con il giro di droga fanno più soldi e più clienti”. La notizia ci viene confermata da una ex drag-queen del Muccassina: "Tempo fa sono stata fatta fuori dal giro perché non spacciavo da sotto la gonna come volevano loro".
    "Il movimento Lgbt protegge queste situazioni - attacca Franco - un po' per convenienza e un po' per omertà. Con il giro di droga fanno più soldi e più clienti”. Ma tutta questa impunità da dove proviene? “Dal ricatto dell’omofobia: se domani dieci pattuglie si presentassero al Muccassasina per una perquisizione, come avviene in altri Paesi europei, le redazioni dei quotidiani sarebbero piene di comunicati di protesta”.
    Eppure in questa situazione, l’omofobia sembra entrarci davvero poco. Le associazioni gay hanno coperto i traffici di stupefacenti nei loro locali? Dopo quanto successo, hanno preso posizione forte contro certe degenerazioni? Quello che è certo, al momento, è che la cocaina continua a invadere le sale da ballo.
    "Le associazioni gay sanno tutto" - IlGiornale.it

    OMOFOBIA
    RINO CAMMILLERI
    Rilancio dall’inglese «Guardian» del 13 febbraio 2016. L’attivista gay di lungo corso Peter Tatchell ha preso posizione a favore di un pasticciere che ha passato i guai giudiziari per essersi rifiutato di confezionare una torta nuziale per una coppia omo. Ha detto che obbligarlo a fare quella torta era come obbligare «una tipografia musulmana a stampare vignette su Maometto e una ebraica a pubblicare libri di un negazionista sull’olocausto». Naturalmente, gli altri attivisti Lgbt lo hanno accusato di omofobia.
    OMOFOBIA - Antidoti

    Cervello maschile e femminile
    Francesco Agnoli
    L’ Almanacco delle scienze del CNR, nel numero di marzo 2016 riporta un articolo sulle differenze tra il cervello dei maschi e quello delle femmine. Elisabetta Menna, dell’Istituto di neuroscienze del Cnr, riassume così lo status delle ricerche: “Di differenze ve ne sono a livello sia strutturale sia funzionale. In generale gli uomini hanno più neuroni (materia grigia) e le donne hanno maggiori connessioni (materia bianca)”.
    Ciò significa, per semplificare al massimo, che la percezione popolare della differenza tra maschio e femmina, riassumibile pressappoco in un concetto come questo: “le donne sono intuitive e multitasking, gli uomini logici e razionali”, non è peregrina.
    Oggi sappiamo che le misurazioni con il bilancino degli scienziati materialisti ottocenteschi erano esatte. Come ricorda Giulio Maira, direttore Istituto di Neurochirurgia Policlinico Gemelli di Roma, “l’encefalo di una donna pesa in media 1.200 grammi, quello di un uomo un po’ di più: 1.350 grammi”; inoltre il cervello maschile ha anche un maggior numero di neuroni.
    Ma, qui sta la “novità”, il cervello delle donne possiede le sue caratteristiche peculiari, originali, tra cui un maggior numero di connessioni tra i due emisferi (“Pur avendo le donne un numero minore di neuroni, tuttavia possiedono aree cerebrali con almeno il 10% di neuroni e connessioni in più...”; G. Maira, Sole 24 ore, 25/7/2014).
    Ciò sta a significare, come scrivono lo psichiatra Tonino Cantelmi e lo psicologo Marco Scicchitano, nel loro Educare al femminile e al maschile (un ottimo mix di conoscenze scientifiche, esperienza, buon senso e buona filosofia), che decidere chi sia “superiore” o “inferiore” tra l’uomo e la donna, è come stabilire se a tavola sia più importante il coltello o la forchetta.
    Uomo e donna, è sempre più evidente, sono dunque diversi in tutto, dai genitali agli ormoni, e persino nel cervello (nonostante il maschilismo scientista, il femminismo radicale e l’ideologia gender): proprio per questo complementari.
    Se è vero che un figlio nasce dalla relazione tra due persone con differente identità sessuale, un maschio e una femmina, è altrettanto vero che costoro non si completano soltanto perché uno mette lo spermatozoo e l’altra l’ovulo, ma anche perché persino i loro cervelli sono strutturalmente e funzionalmente differenti, complementari.
    Come a dire che solo con entrambi, cervello maschile e cervello femminile, si legge la realtà a 360 gradi. Il buon senso lo insegna e le neuroscienze lo confermano: camminando a braccetto, maschio e femmina, vedono più chiaro.
    Cervello maschile e femminile | Libertà e Persona


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Se i genitori tifano per la libertà di spaccio a scuola
    di Paola Orrico
    Sarebbe il caso di dire che il saggio e buon Virgilio, guida spirituale di Dante, a sentir notizie simili, farebbe il carpiato nella tomba. Tutto ha inizio circa due settimane fa, con l’arresto in flagranza di reato di uno studente spacciatore, in un famoso ed altolocato liceo romano, il “Virgilio” appunto.
    Irene Baldriga, la dirigente del liceo, ancora non riesce a spiegarsi la furia scatenatasi nei suoi confronti da un nutrito gruppo di studenti, facenti parte di un “collettivo”, politicamente ben inquadrato, e dei loro genitori, evidentemente avvezzi a supportare la violenza e le intemperanze dei figli, anziché riempirli di sganascioni correttivi, fin dalla loro più tenera età.
    Evidentemente l’arresto del giovane spacciatore ha animato gli animi a tal punto, creando fronde contro la malcapitata dirigente, tanto da rendere necessario il ricorso alla forza pubblica, per calmare il gruppo di esagitati. Spesso accade che, invece di essere plauditi per il proprio lavoro, che nel caso della dirigente deve comportare il controllo e la vigilanza sulla salute dei propri allievi, ci si trovi anzi a doversi barricare nel proprio ufficio, basiti dalla furia cieca, e chiamare tempestivamente il pronto intervento, onde evitare, oltre che gli insulti e gli sfottò, anche qualche gesto di violenza spiccia.
    Non era la prima volta che lo storico e altolocato liceo (ricordiamo che molti suoi studenti sono figli di una Roma-bene, ci sono anche figli di ministri, politici e vip) finiva in prima pagina, per episodi negativi. Come una occupazione abusiva di una ventina di giorni, per la quale fu necessaria una azione liberatoria, dall’alto; in questi giorni, è sotto ai riflettori non solo per lo spaccio di sostanze stupefacenti, ma soprattutto – a chiosa del motto che “la madre dei cretini è sempre incinta” – per le dimostrazioni di aficionados allo spacciatore bloccato ed il codazzo dei genitori (la mela non cade quasi mai lontana dall’albero) che manifestano addirittura contro la zelante dirigente.
    Molti di loro, appunto, dimenticano che la scuola è pubblica; ergo nessuno dovrebbe essere messo in condizioni di nuocere agli altri, spacciando liberamente sostanze stupefacenti (eppure ciò accade eccome, a dispetto di chi idealizza la stessa scuola pubblica). Perché se è vero che la mia libertà finisce dove inizia la tua, forse bisognerebbe tutelare anche l’altra fazione di studenti; ossia quelli che a scuola vogliono andarci per studiare, non per imbottirsi di droga; magari dietro il beneplacito di genitori, solo sulla carta.
    I fatti incresciosi del liceo “Virgilio” rappresentano, ahinoi, ormai la triste parabola discendente della missione educativa nel nostro Paese. Una volta, gli insegnanti erano guardati con rispetto; le loro “note” erano viste con vergogna e timore, una volta recapitate a casa; si rispettava l’autorità di un precettore ed i suoi insegnamenti.
    Oggigiorno, invece, è tutto invertito; perché i genitori, non solo, non inculcano il rispetto per chi insegni loro, ma, una volta colti in fallo, miseramente, si schierano dalla parte dei figli colpevoli e magari pure spacciatori; con l’ostinata e scellerata convinzione di fare il loro bene.
    Se i genitori tifano per la libertà di spaccio a scuola - L'intraprendente | L'intraprendente

    Se il Corriere abolisce l’eterosessualità
    di Gianluca Veneziani
    E si arrivò all’abolizione dell’eterosessualità. La comunità Lgbt riunita ha deciso per la cancellazione dell’eterosessualità dagli orientamenti sessuali praticati e approvati, l’ha derubricata ad atteggiamento immorale o addirittura patologico, a perversione, peccato, reato, se non a malattia da curare. D’ora in poi gli eterosessuali potranno e dovranno essere banditi dalla società, discriminati e, perché no, perseguitati, mentre l’eterofobia sarà considerata comportamento virtuoso ed esemplare, da promuovere attraverso leggi ad hoc.
    Questo scenario distopico pare trovare già un’inquietante antipasto nell’elenco degli orientamenti sessuali riportati dal Corriere della Sera e stilati dal sito di dating online OkCupid: oltre ai 22 generi sessuali in cui figurano ancora (chissà per quanto tempo) le categorie “uomo” e “donna” con definizione degne di una classificazione animale (donna: esemplare adulto di essere umano femmina), figurano ben 13 orientamenti sessuali possibili, tra i quali manca tuttavia l’opzione “eterosessuale”. Ci sono ovviamente le categorie “gay” e “lesbica”, gli esploratori di entrambi i sessi a fasi alterne (bisessuali, eteroflessibili e omoflessibili), gli indecisi (i cosiddetti “questioning”), i non interessati ad alcun sesso (gli “asessuati”) e gli interessati a tutti i sessi (i “pansessuali” e gli “omnisessuali”, da non confondere con gli omosessuali) e perfino quelli attratti solo a livello cerebrale (i cosiddetti “sapiosessuali”, ultima versione erotica dell’homo sapiens sapiens). Ma non c’è traccia del buon vecchio eterosessuale, scomparso, cassato, depennato brutalmente dalla lista, essendo probabilmente un orientamento ormai superato e residuale. Al suo posto figura la categoria “straight”, che indica “’un’attrazione, romantica o sessuale, per persone di sesso opposto”, tuttavia sempre revocabile visto che alcuni (come i genderfluid) “si sentono più uomini un giorno più donne un altro”.
    In base a questa lista, che il Corriere accredita e diffonde, diventerà un po’ complicato anche procedere a quella vecchia pratica chiamata riproduzione della specie. Certo, ogni tanto a un bisessuale o a un omnisessuale potrà copulare con l’altro sesso a fini riproduttivi, ma in generale i legami stabili tra uomo e donna inizieranno a essere guardati con sospetto, come segnali della volontà di instaurare nuovamente l’eterosessualità in modo duraturo. Gli appuntamenti tra un maschio e una femmina dovranno allora avvenire di nascosto, come quello tra il protagonista del romanzo 1984 e la sua compagna spiati dal Grande Fratello, pena essere considerati tentativi di sovversione del Nuovo Ordine Mondiale, cospirazioni reazionarie delle forze della Tradizione e della Natura contro l’Uomo figlio della Rivoluzione Sessuale.
    Dopo la palingenesi della Razza e quella della Classe, venne quella del Sesso. E i vecchi eterosessuali, in nome dell’ideologia e della selezione (in)naturale, vennero eliminati sulla strada del progresso. Si estinsero gli eterosessuali, ma per inevitabile conseguenza si estinse anche tutto il genere umano.
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    Matrimoni omosessuali? Pochi e a termine Notizie shock dall'Olanda. E l'Italia impari
    di Tommaso Scandroglio
    I “matrimoni” omosessuali? Pochi e durano poco. Questo in sintesi quanto ci riporta un’indagine dell’Ufficio Centrale di Statistica dei Paesi Bassi (Cbs), il quale ha tenuto sotto controllo il numero e la durata dei “matrimoni” gay dal 1 aprile 2001, anno in cui i Paesi Bassi aprirono le porte alle “nozze” omosex, fino ad oggi. I dati interessanti non mancano.
    Innanzitutto, si assiste ad un crollo delle richieste di “matrimoni” gay. Quelli maschili sono passati da 1.339 del 2001 a 647 del 2015. Quelli femminili da 1.075 nel 2001 a 748 nel 2015. Il picco massimo registrato proprio nel 2001 è dato da due fattori. Il clamore massmediatico che ha spinto molti a compiere questa scelta e l’effetto accumulo: coloro che aspettavano da tempo di “sposarsi” poi lo hanno fatto contemporaneamente appena il “matrimonio” omosex è stato legalizzato. Ma ciò non giustifica il calo vistoso intorno al 40% dei “matrimoni” gay. Si giustifica invece tenendo conto delle abitudini della persona omosessuale “praticante”, tra cui la prima è la promiscuità.
    Una dettagliata ricerca scientifica dal titolo “A Comparative Demographic and Sexual Profile of Older Homosexually Active Men” pubblicata sul Journal of Sex Research e condotta su 2.583 omosessuali abbastanza in là con l’età ci informa che il 10,2-15,7% del campione ha avuto nella sua vita tra i 501 e i 1000 partner sessuali e un ulteriore 10,2-15,7% ha riferito di aver avuto più di 1000 partner. Il dato è interessante anche perché la ricerca è del 1997 e registra comportamenti antecedenti a questo anno, periodo in cui l’omosessualità era fenomeno meno esteso di oggi e quindi c’era più difficoltà ad incontrare un partner. La persona omosessuale quindi non vuole un legame per sempre con una sola persona e dunque non vuole “sposarsi”, ma desidera vivere la sua sessualità in modo aperto e liquido.
    Torniamo ai dati pubblicati dal Cbs. Dal 2003 a oggi si “sposano” più le lesbiche che i maschi omosessuali. Da ciò consegue che si contano più divorzi tra le coppie di sole donne che tra coppie gay maschili. Oltre a ciò, non solo i divorzi al femminile sono più numerosi, ma anche percentualmente più elevati. Ad esempio, il 30% delle coppie di donne che si sono “sposate” nel 2005, dopo dieci anni hanno chiesto il divorzio, contro il 15% delle coppie maschili e contro il 12% delle coppie eterosessuali. Queste coppie di sole donne in definitiva hanno una probabilità doppia di divorziare rispetto a tutte le altre coppie. Simile andamento trova conferma anche in altri studi. Ad esempio la ricerca scientifica dal titolo “The Demographics of Same-Sex Marriages in Norway and Sweden”, pubblicata su Demography del 2006 informa che in Svezia il 30% delle “nozze” gay in rosa finiscono in divorzio entro 6 anni, rispetto al 20% dei “matrimoni” gay maschili e al 13% di quelli eterosessuali.
    Tale fragilità è da imputarsi, oltre alla promiscuità a cui si faceva cenno prima, anche al fatto che la relazione omosessuale è più conflittuale rispetto a quella eterosessuale. Lo studio “Victimization and Perpetration Rates of Violence in Gay and Lesbian Relationships: Gender Issues Explored” pubblicato nel 1997 sulla rivista Violence and Victims rivela che su un campione di 283 persone omosessuali il 47,5% delle lesbiche e il 29,7% dei maschi gay è stato vittima di azioni violente perpetrate da un partner dello stesso sesso. Notare che il tasso di violenza maggiore nelle relazioni lesbiche corrisponde in parallelo ad una percentuale maggiore di rottura del vincolo “coniugale” sempre nelle coppie lesbo. Dati simili si trovano anche nello studio “Letting Out the Secret: Violence in Lesbian Relationships” (Journal of Interpersonal Violence, 1994) dove quasi tutte le 284 intervistate omosessuali hanno riferito di essere state oggetto di violenze verbali da parte della propria partner, il 31% racconta di aver subito abusi fisici e il 12% gravi abusi fisici.
    Inoltre il divario di età tra i partner omosessuale è più spiccato rispetto a quello dei coniugi eterosessuali e si è notato che la differenza di età è un fattore incidente nel provocare il divorzio tra coppie gay. In conclusione, questi “matrimoni” gay alla lunga non li vuole nessuno, nemmeno i diretti interessati, ed anche una volta “sposati” simili relazioni si sciolgono come neve al sole.
    Matrimoni omosessuali? Pochi e a termine Notizie shock dall'Olanda. E l'Italia impari

    Omicidio Roma, Marco Prato:
    "Baciavo Manuel mentre lui uccideva Luca"
    Prato ha rivelato un altro macabro dettaglio. Mentre Foffo infliggeva gli ultimi colpi letali alla vittima, lui gli baciava la testa
    Gabriele Bertocchi
    Sesso, alcol e droghe. Continua l'indagine degli inquirenti sulle ultime ore di Marco Prato e Manuel Foffo, i killer di Luca Varani. Nel frattempo escono nuovi macabri dettagli di quella notte. "Baciavo Manuel mentre lui uccideva Luca" ha confessato Marco. Ma anche se il pr romano continua a scaricare la colpa sull'amico, il riesame li vede responsabili nello stesso modo. Prato comunque ammette di aver tentato di strozzare il ragazzo in due occasioni: all'inizio delle torture e alla fine "per aiutare la vittima a morire". E rivela che Foffo ha colpito Varani con un coltello, un martello e con un coltello a seghettino con il quale la vittima è stata quasi decapitata. "Tagliato - racconta Prato - come si affetta il pane".
    Inoltre, il collegio presieduto da Gian Luca Soana ha negato a Prato gli arresti domiciliari per la "fredda ideazione, pianificazione ed esecuzione di un omicidio tanto efferato, preceduto da sevizie e torture, senza altro movente se non quello apparente di appagare un crudele desiderio di malvagità, dettano un giustificato allarme sociale e non consentono di fare affidamento sui sensi di colpa". Precisando inoltre: "Le modalità raccapriccianti della loro azione omicida, l'efferatezza inflitte alla vittima prima di ucciderla, sono indice di personalità disturbate, prive di sentimenti di pietà e pericolose".
    Omicidio Roma, Marco Prato:"Baciavo Manuel mentre lui uccideva Luca" - IlGiornale.it

    Libro gender all'asilo di Roma, scoppia la protesta
    di Andrea Lavelli
    “Ci sono talmente tanti tipi di famiglie” comprese quella formata da due mamme gatte e il loro cucciolo, o dai due pinguini-papà “insieme ai loro piccoli”. Questi alcuni passaggi del libro Piccolo uovo di Francesca Pardi, diffuso in sempre più asili e asili nido da nord a sud Italia, spesso all’insaputa degli stessi genitori, come dimostra l’ultimo caso che viene da un asilo nido di Roma.
    Siamo nel quartiere Settecamini – quando a fine gennaio viene approvato un progetto di lettura che prevede l’acquisto, da parte dei genitori, di libri che i bambini – dell’età di 20 mesi – avrebbero consultato con le educatrici e che avrebbero potuto portare a casa come materiale extra-scolastico. La lista non viene resa nota: una mamma ha una brutta sorpresa quando scopre che il libro a lei assegnato è proprio il libro della Pardi, edito da “Stampatello”.
    La mamma si rifiuta di acquistare il testo e informa del suo disappunto le educatrici che invece difendono il libro, su cui spiegano di aver svolto un corso, uno dei tanti che il comune di Roma ha promosso negli ultimi due anni e che spesso, dietro l’obiettivo di accogliere i figli delle “nuove forme di famiglie,” impongono a senso unico alle educatici e quindi ai bambini l’equiparazione di famiglie omogenitoriali e famiglie naturali.
    Non solo: le educatrici inducono la signora a pensare che in realtà gli altri genitori erano al corrente e condividevano la scelta di Piccolo uovo. La madre riesce solo a ottenere una promessa verbale che al figlio sarebbero state proposte delle attività alternative invece della lettura del libro.
    Poco dopo l’amara scoperta: “nessun genitore era a conoscenza della scelta del libro, nel verbale non se ne parlava, né tantomeno si accennava ad argomenti inerenti questioni sensibili riguardanti la sfera famigliare e degli affetti,” raccontano i genitori che in tal modo si sono visti così completamente scavalcati. Altri genitori cominciano ad attivarsi e a manifestare il proprio disappunto alla scuola e alla cooperativa cui la struttura fa capo che decide comunque di acquistare il libro come corredo per il nido.
    Nelle riunioni con le insegnanti e con i responsabili della cooperativa i genitori chiedono semplicemente “che i propri figli non abbiano alcun contatto con tale libro, ribadendo il proprio diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire al proprio figlio.” In sostanza, l’esonero totale da un progetto educativo non condiviso dalla famiglia. La cooperativa risponde che “il genitore può liberamente scegliere di non portare a casa il libro nel week-end e si può garantire che non sarebbe stato letto dalle educatrici, ma che non si può in alcun modo garantire che non venga sfogliato autonomamente dal bambino”.
    Il Comitato Articolo 26, che si è occupato di assistere i genitori in questa vicenda, ha inviato una prima richiesta formale di chiarimenti alla cooperativa che gestisce il nido in concessione comunale. “Non avendo ricevuto alcuna risposta, abbiamo provveduto a inoltrare la richiesta agli uffici scolastici del Municipio e del Comune di Roma”, spiega Chiara Iannarelli, del direttivo del Comitato Articolo 26 e dell’area scuola di Difendiamo i Nostri Figli.
    Una delle argomentazioni di chi difende libri come Piccolo uovo è che essi non abbiano nulla a che fare la teoria gender e che quindi non ci sarebbe alcun pericolo legato alla loro diffusione. La pensa diversamente il dottor Paolo Scapellato – psicologo e psicoterapeuta, docente a contratto di Psicologia Clinica all’Università Europea di Roma – che afferma: “il libro fa parte di quel tipo di letteratura definita di genere (o gender), in quanto afferma il primato della cultura sulla natura, non riconoscendo anzi quest’ultima come fondamento della vita”. Il bambino viene così usato come un mero “strumento di cambiamento culturale determinato da una parte degli adulti. Asserendo che la famiglia tradizionale sia frutto di dinamiche puramente culturali, si fornisce un’altra concezione puramente culturale” introducendo il bambino “in un modo di leggere il proprio mondo assolutamente relativista”.
    “A livello educativo,” continua Scapellato, “è importante che il bambino colga la sua natura e la natura del mondo in cui vive: papà e mamma insieme possono generare un bambino, il quale avrà bisogno di cure e affetto per poter crescere in maniera sana,” mentre in libri come quello di Francesca Pardi, “ampliando il concetto a tutte le unioni possibili si perde l’importanza delle figure genitoriali. I concetti di padre e madre rimangono vuoti, legati esclusivamente all’esser maschio o femmina. Si perde il concetto di paternità, di maternità, di differenze sessuali”.
    Nel libro per di più viene presentata al bambino una realtà alla rovescia, sottolinea lo psicoterapeuta: “affermare che ogni tipo di unione è famiglia e quindi tutte le famiglie hanno diritto ad avere figli è un’inversione logica delle cose: dal fatto che due persone, maschio e femmina, si uniscono e generano un figlio, allora la società li riconosce ufficialmente come famiglia responsabile della crescita di quel nuovo cittadino, si passa al riconoscimento della famiglia e quindi al diritto di avere un bambino”. Piccolo uovo viene proposto a bambini dai 2 ai 4 anni che non hanno “capacità riflessive per cogliere tali sottigliezze e prendere quindi una posizione critica. Insegnargli quindi un concetto esclusivamente artificiale, allontanandolo dalla comprensione della natura di cui fa parte, assomiglia molto a un atto di plagio,” afferma Scapellato, che conclude: “dato che tutta la psicologia dello sviluppo si basa sull’individuazione delle fasi universali della crescita umana (sviluppo affettivo, cognitivo, sociale e morale), appare ingiustificato qualsiasi azione educativa basata su un relativismo assoluto”.
    Libro gender all'asilo di Roma, scoppia la protesta

    “I maschi usino il bagno dei maschi”: la legge che scandalizza la lobby Lgbt
    Cosa sta accadendo in North Carolina? Semplicemente la morte del buon senso. E’ stata infatti approvata una legge in cui si specifica che i bagni pubblici vanno divisi in maschili e femminili e chi è nato geneticamente maschio non può accedere al bagno femminile, e viceversa.
    Ciò che stupisce non è tanto l’ovvietà di tale legge, ma il fatto che le associazioni Lgbt e diverse multinazionali -come Apple, Twitter e Paypal, Disney, Google, American Airlines ecc.-, si siano ferocemente opposte, affermando che non bisogna discriminare e va permesso ad ogni individuo di scegliere il servizio igenico che vuole e che “si sente” di utilizzare.
    La decisione di istituire questa legge è nata dopo la diffusione di casi in cui transessuali geneticamente maschi, o maschi che fingevano di essere transessuali, hanno approfittato della società gay-friendly americana per introdursi tranquillamente nei bagni femminili, arrivando a molestare sessualmente donne e bambine. Tra i casi più famosi c’è quello di Christopher Hambrook, un maniaco sessuale che ha deciso di fingere di essere un transessuale donna per potersi avvicinare ai luoghi frequentati dal sesso femminile, violentando quattro donne. «Chiunque poteva accedere ai bagni del sesso opposto. Tutto quello che doveva fare era affermare che il suo vero genere non era quello biologico», si legge sul National Review. «Lo scopo della legge è di garantire che le persone, soprattutto donne e bambini, possano utilizzare bagni pubblici e spogliatoi, senza essere esposti a persone di sesso biologico diverso. Si chiama buon senso».
    L’Università di Toronto ha dovuto sospendere, almeno temporaneamente, le sue “politiche inclusive e non discriminanti” sull’uso dei bagni gender per le persone transessuali, dopo che alcune studentesse sono state molestate e videoriprese in momenti intimi da parte di alcuni studenti. Si sta quindi pensando di creare servizi igenici destinati solamente agli uomini che si identificano come donne, ma così si discriminerebbero i transessuali donna che si sentono uomni, anche loro necessitano di un bagno esclusivo. Così facendo, tuttavia, si violerebbero i diritti di Nano, la giovane donna che si “sente nata in un corpo sbagliato” e ritiene di essere un gatto. Servirebbe dunque creare una lettiera pubblica per felini a misura di esseri umani, e così via per accontentare ogni tipo delle più svariate “auto-sensazioni”. Siamo alla follia.
    Nota di folklore: il più attivo contestatore della legge del North Carolina si chiama Chad Sevearance-Turner, presidente della Charlotte’s LGBT Chamber of Commerce. Ha dovuto dimettersi dopo che si è scoperto essere lui stesso un molestatore sessuale, condannato nel 2000 per pedofilia.
    Tutto questo dimostra che le conseguenze sociali, una volta approvate le istanze Lgbt, sono anche concrete, arrivando a recare danno e discriminazione verso gli altri cittadini. La domanda “a te personalmente cosa cambia” se vengono istituite le nozze gay o accettate le richieste dei transgender, è fallace, poiché viviamo in un’unica società e ogni legge, lo insegnavano già gli antichi Greci, crea costume e condiziona la vita di tutti. Senza considerare che alla persona che pone tale quesito, non cambierebbe personalmente nulla nemmeno se venissero legalizzati ed istituiti la poligamia, l’eugenetica, l’incesto, la clonazione umana o la creazione di ibridi uomo-animale. Eppure, molto probabilmente, sarebbe ad essi comunque contraria.
    “Ciò che cambia” con l’introduzione del matrimonio omosessuale è la distruzione delle fondamenta del matrimonio e, quindi, della famiglia costituzionalmente intesa, con ricadute su tutti. “Ciò che cambia” nell’accettare le richieste sociali delle persone transessuali è innanzitutto farsi complici -come ha ben chiarito lo psichiatra P.R. McHugh, professore emerito di Psicologia presso la Johns Hopkins University School of Medicine- di persone affette dal disturbo dell’identità di genere, patologia inserita nel Manuale di Classificazione dei Disturbi Mentali dall’American Psychiatric Association (APA), quindi confuse nella loro capacitá di intendere e volere rispetto alla loro identitá. In secondo luogo, esistono anche conseguenze concrete e discriminanti per tutti gli altri cittadini, come insegna il caso del North Carolina.
    ?I maschi usino il bagno dei maschi?: la legge che scandalizza la lobby Lgbt | UCCR

    La “guerra dei bagni” del North Carolina
    Il governatore dello Stato ha ratificato la legge del Congresso che impedisce l’uso dei bagni pubblici in base alla percezione soggettiva del sesso. Obama minaccia di tagliare i fondi federali
    Benedetta Frigerio
    Una lettera firmata da 120 colossi del business americano chiede di abrogare una legge (“House Bill 2″) approvata dal Congresso del North Carolina, e ratificata dal suo governatore, che impedisce l’uso dei bagni pubblici in base alla percezione soggettiva del proprio sesso. La legge, approvata con processo democratico, vieta ad esempio agli uomini che si sentono donne (transgender donne), e che vogliono agire come tali senza però aver modificato il proprio apparato riproduttivo, di accedere appunto al bagno delle donne.
    LA LETTERA. Il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, tra i firmatari della lettera insieme agli amministratori delegati di Google, Microsoft, Barnes & Noble, Levi Strauss & Co, Twitter e Starbucks, ha scritto che «la comunità imprenditoriale ha sempre ed ampiamente comunicato ai legislatori di qualsiasi livello che tali leggi sono un male per i nostri dipendenti e per il commercio». Le 120 firme hanno aggiunto che la legge «renderà molto più difficile per le imprese di tutto lo Stato reclutare e conservare i lavoratori migliori e più brillanti della nazione e attirare gli studenti più talentuosi provenienti da tutto il paese. Ciò diminuirà anche le risorse dello Stato come meta turistica, imprenditoriale ed economica».
    Chad Griffin, presidente della Human Rights Campaign ha rincarato la dose spiegando che «la questione che il governatore [del North Carolina] McCrory sta affrontando è semplicemente una: coglierà l’occasione di mostrare la sua vera leadership o lascerà che il North Carolina rimanga dalla parte sbagliata della storia? Questa legge sta danneggiando enormemente la prospettiva economica dello Stato».
    INTERVIENE OBAMA. Nonostante le pressioni, McCrory ha precisato attraverso il portavoce Josh Ellis che «non ci sono dubbi, esiste una campagna nazionale ben coordinata per rovinare la reputazione del nostro Stato, che ha approvato una legge di buon senso per assicurare che nessun governo ci privi della nostra basilare aspirazione alla privacy nei bagni, negli spogliatoi e nelle docce». Ma né la volontà popolare né il buon senso sono stati accettati e la campagna ha valicato i confini nazionali: venerdì scorso il New York Times ha spiegato che a intervenire sarà direttamente l’amministrazione Obama, che potrebbe punire scuole autostrade e alloggi pubblici del North Carolina tagliando i fondi federali miliardari ad essi destinati.
    North Carolina. Guerra dei bagni diventa costosa | Tempi.it

 

 
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