Ideologia gender e pink dollar
«La prima divisione del lavoro è quella tra uomo e donna per la procreazione dei figli»: in questa contrapposizione per Karl Marx si trova la radice di ogni contrapposizione storico-sociale che perciò è, sostanzialmente, la ri-elaborazione della contrapposizione archetipica, cioè quella tra uomo e donna all’interno della struttura portante della società borghese, ovvero la famiglia fondata sul matrimonio monogamico.
Sulla scia delle riflessioni di Marx, il suo amico, collega e finanziatore Friedrich Engels può, infatti, scrivere: «Il primo contrasto di classe che compare nella storia coincide con lo sviluppo dell’antagonismo tra uomo e donna nel matrimonio monogamico». Su questo assunto si è sviluppato il movimento femminista di matrice marxista che ha dispiegato le energie per liberare la donna dall’oppressione dell’uomo.
E come la donna doveva essere liberata dall’oppressione maschile ieri, oggi, invece, secondo i sostenitori dell’ideologia gender, l’identità gender (LGBTQI) nella sua variegata forma, sempre diversa, sempre fluida, sempre non identificabile, deve essere liberata dalla (presunta) oppressione eterosessuale.
Insomma, nella misura in cui l’ideologia gender costituisce l’ultima frontiera dell’ideologia femminista che a sua volta si installa alla radice nell’alveo dell’ideologia marxista, si può riconoscere che l’ideologia gender sia un prodotto diretto e maturo del marxismo.
Tuttavia, per le insondabili ironie della storia, l’ideologia gender affonda la propria legittimazione politica e sociale anche in ciò che è drasticamente opposto al marxismo, cioè l’individualismo capitalistico.
Prova ne sia non solo l’industria multimiliardaria della riproduzione artificiale che attende di buon occhio in tutti i Paesi la legalizzazione delle unioni diverse da quella tra uomo e donna per ampliare il bacino d’utenza ed aumentare il già proficuo fatturato annuo, ma soprattutto tutti quegli studi economici che hanno già individuato nelle comunità LGBTQI un danaroso mercato da sfruttare ed accaparrarsi.
Non a caso la prestigiosa rivista finanziaria Forbes parla di “pink dollars”, cioè di “dollari rosa” per indicare l’ingente volume di affari che orbita intorno alle comunità LGBTQI che in molti stanno favorendo e sostenendo per potersi spartire una fetta di quell’immenso volume di danari che vale globalmente ben 3 mila miliardi di dollari.
Forbes, infatti, chiarisce che i gay e le lesbiche viaggiano di più, hanno più case ed auto, spendono di più in vestiario e tecnologia; essere gender-friendly, dunque, conviene alle imprese che vogliono aumentare il profitto.
Il profilo degli interessi finanziari in ballo, del resto, sta emergendo sempre più vistosamente, posto che negli Stati Uniti lo sfruttamento economico delle comunità LGBTQI vale ben 1000 miliardi di dollari.
Insomma, dietro il riconoscimento delle comunità e delle rivendicazioni LGBTQI si cela un proficuo mercato che sostiene le suddette comunità per poterle sfruttare meglio da un punto di vista economico e commerciale.
Ecco allora che l’ideologia gender affonda le proprie radici nel pensiero materialistico marxista e trova la sua forza propulsiva nel pensiero materialistico capitalista, diffondendosi con rapidità grazie ai potenti mezzi finanziari e alle pressioni economiche del secondo celati dai presunti nobili scopi di eguaglianza del primo.
In sostanza: come le comunità LGBTQI sfruttano l’omosessualità per accrescere la propria legittimazione sociale e politica, così a loro volta esse stesse sono sfruttate dai loro sostenitori per accrescere i propri guadagni.
L’ideologia gender, insomma, nel suo grottesco modo d’essere, sintetizza due dimensioni ideologiche contrapposte che, tuttavia, altro non sono che le facce diverse della stessa medaglia, come evidenzia Nikolaj Berdjaev: «Il socialismo non è che l’altra faccia dell’individualismo, il risultato della dissoluzione e della disgregazione individualistiche».
http://www.informarexresistere.fr/20...e-pink-dollar/
Non mi sposo finchè non potranno farlo i gay
Quando i padroni del mondo vogliono imporre un ideologia, ecco che prontamente vengono mobilitate tutte le unità di indottrinamento. Dalle riviste (pseudo)scientifiche di regime, ai mass media, agli status symbol della moda e della musica. E non è, infatti, un caso che siano spesso le “star” a farsi promotori di modelli culturali che la gente comune, appellandosi al naturale buon senso, fa fatica ad accettare.
L’ultima testimonial delle nozze gay è la “nostra” Laura Pausini (molto poco “star”, a dire il vero) che dichiara di non sposarsi per “motivi politici”, e che non lo farà finchè non saranno introdotti i matrimoni gay in Italia.
Tutto in programma. Dichiararsi gay-friendly è ormai un modo per guadagnarsi il misero quarto d’ora di notorietà. I fan scarseggiano, Laura?
Non mi sposo finchè non potranno farlo i gay | Azione Tradizionale
Usa. Prega con la sua squadra, allenatore licenziato
Federico Cenci
Joe Kennedy è un uomo di mezza età coi capelli brizzolati, gli occhi azzurri e un fisico asciutto da atleta. Ex marine con esperienza militare in Iraq, da sette anni è l’allenatore della squadra di football americano della “Bremerton High School” di Seattle. O meglio, era l’allenatore. Le autorità scolastiche lo hanno infatti recentemente esonerato.
Il motivo? Ciò che lo ha reso famoso anche al di fuori del campo da gioco. Joe Kennedy aveva l’abitudine, alla fine di ogni partita, di radunare al centro del rettangolo verde i suoi ragazzi e quelli della squadra avversaria, di invitarli a stringersi le mani e a recitare per circa venti secondi una preghiera cristiana insieme a lui. “Signore - il testo della preghiera - ti ringrazio per questi ragazzi e per la benedizione che mi hai dato con loro. Crediamo nel gioco, crediamo nella competizione e non possiamo farlo come rivali ma come fratelli”.
Il “coach” del liceo di Washington non ha mai obbligato nessuno a pregare, ma la sua iniziativa ha sempre riscosso enorme successo sia tra i propri giocatori che tra gli avversari. Una sorta di “terzo tempo” in stile cristiano, che è diventata una tradizione evidentemente apprezzata, che aiuta gli atleti di questo coriaceo sport a smorzare la loro carica agonistica.
In sette anni non si è mai registrato alcun problema, anzi. I suoi ragazzi sono affezionati al proprio allenatore a tal punto da considera “Coach Kennedy” non solo un allenatore bensì anche un amico. Contro la volontà della squadra l’idillio si è però iniziato a interrompere il 17 settembre, quando le autorità scolastiche hanno inviato una lettera di avvertimento all’ex marine chiedendogli di smettere di pregare dopo le partite.
“I tuoi colloqui con gli studenti non possono includere espressioni religiose, tra cui la preghiera”, in quanto “i colloqui devono rimanere interamente laici, in modo da evitare l’alienazione di ogni membro del team”. Questo l’avvertimento contenuto nella missiva, che tuttavia non ha dissuaso Kennedy. Una obiezione di coscienza a un diktat che Kennedy non ha esitato a definire “ridicolo”. E così, dopo che il 16 ottobre scorso si è consumata l’ennesima scena di preghiera, a metà campo, nel post-partita, le autorità scolastiche hanno deciso di interrompere il rapporto con l’allenatore.
Intervistato dal Seattle Times, Kennedy ha commentato: “Sono sotto inchiesta perché ringrazio Dio per le opportunità che mi sono state date e questo è assolutamente ridicolo”. L’ex marine ricorda di aver passato 20 anni nelle forze armate “a difendere la Costituzione e le libertà d’ognuno… Tuttavia ora mi rendo conto che le persone che lavorano nella scuola pubblica non hanno gli stessi diritti costituzionali di tutti gli altri”.
Kennedy si è allora rivolto a un gruppo di avvocati dell’associazione Liberty Institute, impegnata nella difesa della libertà religiosa. E così nei confronti delle autorità scolastiche hanno intentato una denuncia per aver violato il diritto alla professione libera della propria fede e per licenziamento senza giusta causa.
Il vice-capo dei consulenti legali dell’istituto, Hiram Sasser, ha rilevato che “nessun osservatore ragionevole potrebbe concludere che un allenatore di football attenta allo Stato per il solo motivo che alla fine di ogni partita va con i giocatori a metà campo per fare una preghiera breve, privata e personale”. Sasser ha inoltre ricordato che il licenziamento di Kennedy viola il Primo Emendamento della Costituzione americana, che garantisce il rispetto al culto della religione.
Kennedy, dal canto suo, si dice pronto a “combattere” per far valere il suo diritto a pregare. Al giornale Bremerton Patriot, ha affermato con sicurezza: “Ho intenzione di essere audace nella mia fede e ho intenzione di combattere la buona battaglia, e voglio che questo sia da esempio per ognuno dei miei ragazzi”. In suo sostegno, sui social network, proprio i "suoi ragazzi" hanno diffuso l’hashtag #keepcoachkennedy.
MiL - Messainlatino.it: Usa. Prega con la sua squadra, allenatore licenziato
Gay pride sì, presepe no. Il vademecum sulla laicità dei sindaci francesi
Dopo un anno di lavoro, l’Amf ha pubblicato un documento per spiegare ai sindaci come applicare alla perfezione la «neutralità repubblicana»
Leone Grotti
Gay pride sì, presepe no. I canti Gospel possono anche andare bene, ma solo se seguiti o preceduti da concerti di musica sufi. La laicità, si sa, è l’ossessione della Francia ma da tempo il modo più corretto di tradurre in italiano laïcité è laicismo. La presunta neutralità dello Stato, infatti, portata alle sue estreme conseguenze, diventa negativa e finisce per negare non solo storia, tradizione e cultura di un paese ma anche il buon senso.
IL VADEMECUM. Dopo un anno di lavori, ieri l’Associazione dei sindaci francesi (Amf) ha pubblicato un vademecum per illustrare quale deve essere il corretto comportamento di un sindaco, o di qualunque altro eletto, rispettoso della laïcité. Non si tratta di tenute di condotta obbligatorie, specifica La Croix, ma di consigli sull’esercizio ideale delle funzioni da parte di ogni funzionario pubblico. Il «vademecum» è stato considerato «urgente» viste «le continue deroghe alla laïcité che sono state fatte e che hanno condotto a una deriva».
NEUTRALITÀ A MESSA. L’Amf, dunque, «invita tutti gli eletti nella loro attività pubblica ad astenersi dal mostrare le proprie convinzioni religiose o filosofiche». Ad esempio, «la partecipazione a cerimonie religiose può avvenire ma solo nel rigoroso rispetto della neutralità repubblicana, cioè senza manifestare la propria credenza o non credenza». Le religioni però non vanno parimenti offese e dunque bisogna togliersi le scarpe quando si entra in una moschea e indossare la kippah quando si entra in sinagoga.
NIENTE BATTESIMI DI NAVI. I sindaci possono ovviamente promuovere manifestazioni culturali legate alla religione, purché ci siano però tutte le religioni. Di conseguenza, «la programmazione culturale di un comune può naturalmente comportare dei momenti artistici a sfondo religioso (ad esempio, sul tema musicale: un concerto di musica sufi, di musica ebraica, di Gospel o una messa della passione di Bach) ma a condizione di rispettare equilibrio e diversità». Appoggiare invece espressioni «tradizionali» della fede è pericoloso e quindi il documento mette in guardia da «potenziali infrazioni della laïcité se si dà il proprio sostegno a manifestazioni considerate tradizionali (processioni, troménie, battesimi o benedizioni di navi…)».
VIETATO IL PRESEPE. Un simile documento poteva esimersi dal pronunciarsi sull’annoso problema dell’installazione su suolo pubblico di presepi per Natale? Ovviamente no. L’Amf ritiene dunque che «il presepe non sia compatibile con la laicità», anche se alcune sentenze di tribunali francesi hanno stabilito il contrario. Ma i sindaci di Francia si lamentano anche di questo e criticano una certa giurisprudenza che «non trovandosi d’accordo [sul tema] nuoce alla comprensione della laïcité». Ecco perché, dulcis in fundo, l’Amf interpella il ministro degli Interni, responsabile anche dei culti, per chiedergli un «chiarimento legislativo». Sarà la Francia il primo paese nella storia a vietare il presepe?
Laicità in Francia: gay pride sì, presepe no | Tempi.it
Per commemorare i morti di Parigi, non cantate Imagine di John Lennon. È un inno alla violenza
La canzone è diventata il cullante sottofondo per smaltire la sbronza di sgomento per l’efferatezza della strage. Ma ciò che propone non è un mondo di pace, ma un mondo anti-umano
Aldo Vitale
«Immagina che non esista paradiso, facile se provi; nessun inferno sotto di noi; sopra solo il cielo; immagina che tutta la gente viva solo per l’oggi. Immagina che non ci siano nazioni, non è difficile da fare, niente per cui uccidere e morire, e nessuna religione. Immagina tutta la gente che vive in pace»: così scriveva John Lennon nella sua celebre canzone “Imagine” che sta costituendo per l’opinione pubblica europea il cullante sottofondo per smaltire la sbronza di sgomento per l’efferatezza della strage di Parigi. La celebre canzone di Lennon viene, infatti, in queste ore proposta come simbolo di pace e fratellanza.
Ma è proprio così?
No, la canzone di Lennon, seppur pregevole sotto l’aspetto melodico, è un vero e proprio inno alla violenza, per molteplici motivi che per essere compresi devono suddividersi in due parti, quelli ex fide e quelli ex ratione, cioè quelli che costituiscono una critica alla luce della fede e quelli che costituiscono una critica alla luce della ragione.
Alla luce della fede, infatti, negare il paradiso o l’inferno è qualcosa di radicalmente antireligioso in genere, ed anticristiano in particolare, specialmente se si propugna una visione per cui ciò che conta è solo il cielo sopra di noi, ovvero nella più rosea delle ipotesi una visione panteistica ed emanazionista, ma nella più scura una materialistica ed ateistica della vita e del mondo.
La prospettiva contenuta nella canzone di Lennon tradisce, infatti, una totale negazione della vera ed autentica interpretazione dell’essenza dell’uomo, cioè una interpretazione trascendente, che sia in grado come tale di cogliere l’essere dell’uomo. Lennon ad un profondo ancorarsi ontologico, preferisce una superficiale ricognizione emotiva e psicologica non in grado di cogliere la vera essenza dell’umanità.
Lennon in sostanza rifugge l’essere dell’uomo, e quindi nega la sua verità e, come insegna la storia, ogni volta che viene negata la verità si compie una violenza, nel caso di specie una violenza culturale, ma per questo non meno esecrabile.
Alla luce della ragione, invece, occorre considerare quanto segue.
In primo luogo: l’idea che non ci debbano essere nazioni, è una idea violenta – non a caso alla base dell’internazionalismo socialistico rivoluzionario tra XIX e XX secolo – in quanto nega l’essere relazionale e politico dell’uomo come tale già scoperto dalla razionalità del pensiero greco che in Aristotele ha avuto modo di esprimere il suo massimo vertice.
In secondo luogo: l’idea che non ci debba essere la proprietà è anch’essa una idea violenta – non a caso alla base di molti movimenti politici e ideologici che in nome di questo principio hanno portato più morte e devastazione di quelle a cui pensavano di rimediare – poiché nega una delle espressioni dirette del diritto naturale, cioè quel diritto che per natura, per la natura dell’essere umano, attiene alla retta ragione, cioè alla razionalità umana.
Lennon e i suoi seguaci, così intenti a sorvolare la realtà invece di immergervisi, cadono nell’equivoco che la proprietà sia un male in sé, senza comprendere non solo che essa è un bene, come ogni manifestazione del diritto naturale, ma che semmai ad essere un male è soltanto l’uso che di questa si può fare, così come insegna la dottrina evangelica, per esempio, in tema di ricchezze e di uso delle stesse.
Non a caso un filosofo illuminista del calibro di Kant ha avuto modo di precisare che la proprietà è una relazione non tra cose e persone, ma una relazione morale tra persone e come tale imprescindibile poiché presidio della civile convivenza.
In terzo luogo: l’idea più violenta di tutte è quella per cui non dovrebbero esistere le religioni, poiché con questa ambizione si colpisce la vera essenza dell’uomo che, come ricorda Nikolaj Bardjaev non è un ente strettamente biologico o psicologico, ma spirituale.
L’esperienza storica, in tal senso, è fin troppo ampia e dimostra che nel XX secolo, cioè “il secolo delle idee assassine” come lo ha definito Robert Conquest, che è stato il secolo più anti-religioso della storia umana (almeno fino al XXI appena iniziato), la pace e la convivenza sono state violate e lese molto più che nei secoli precedenti contraddistinti da una maggiore appartenenza individuale e sociale al credo religioso di riferimento. Ritenere che si debbano elidere le religioni, significa colpire al cuore l’essere spirituale dell’essere umano.
Nella pretesa eliminazione di tutte le religioni Lennon spazza via anche ciò che rende umano l’essere umano, poiché, come ha ben puntualizzato Hegel «poiché l’uomo è un essere pensante, né il sano senso comune né la filosofia rinunceranno mai ad elevarsi a Dio partendo e venendo fuori dalla visione empirica del mondo».
Ecco allora che viene alla luce tutta la carica di violenza della canzone di Lennon, poiché è tutta tesa a negare radicalmente la verità costitutiva dell’essere umano e della realtà, rappresentando un vero attentato culturale alla pace autentica, cioè alla stabile e giusta convivenza relazionale, politica e spirituale dell’essere umano.
Imagine di Lennon non va bene per Stragi Parigi | Tempi.it
I morti di Francia non si piangono cantando la “Marsigliese”
di Mauro Faverzani
I 129 morti e gli oltre 300 feriti di Parigi non han versato sangue per la “Marseillaise”. Non c’entra: è un canto stonato in partenza. E, se simbolo è di qualcosa, lo è di quella Rivoluzione e del conseguente periodo definito, non a caso, “Terrore”, che non fu poi molto differente dall’orrore provocato dall’Isis. Invocare quelle note è fuori luogo.
Così come fuori luogo, anzi stucchevole è stato sentire il presidente francese Hollande definire l’accaduto come un attentato ai «valori della Repubblica». Quali valori? Quei 129 morti e gli oltre 300 feriti non han versato il loro sangue nemmeno per quel clima soffocante ed oppressivo di laicismo giacobino, imposto in un Paese un tempo figlio prediletto della Cristianità.
Del resto, che cosa si aspettavano in una terra, in cui non solo al Raduno annuale degli islamici di Francia, ma persino nelle scansie dei supermercati è possibile trovare libri che inneggiano all’uso delle armi «per assicurare la supremazia di Allah», nonché alla conquista dell’Europa, come I 40 Hadith, testo che preconizza la morte per gli «apostati» (ergo, per gli islamici, che si convertano a qualsiasi altra confessione), o come La via del musulmano, che predica una jihad esplicitamente «offensiva» e la «pena di morte» per gli «eretici»?
Che cosa si aspettavano in una terra in cui il 50% della carne bovina, il 40% di quella di pollo ed il 95% di quella d’agnello viene macellato col metodo halal ovvero «conforme» alla sharia, alla legge islamica, come denunciato dal volume Bon appetit!, scritto dalla giornalista Anne de Loisy ed uscito nel febbraio scorso? Che cosa si aspettavano in una terra in cui si consente di costituirsi in partito e presentarsi alle elezioni a chi venga a dettar legge in casa altrui, promuovendo l’imposizione del velo, l’istituzione di feste nazionali islamiche, la lingua araba e la revisione dei libri di testo nelle scuole francesi, come nel caso dell’Udmf ovveroUnione dei democratici musulmani di Francia e del Pej ovvero Partito di uguaglianza e giustizia? Che cosa si aspettavano in una terra in cui nelle carceri i detenuti non islamici vengono costretti sotto minaccia da quelli musulmani a rispettare il Ramadan, contando sul silenzio terrorizzato degli agenti di Polizia Penitenziaria, come denunciato nel luglio dell’anno scorso dal settimanale Minute? Chi semina vento, abdicando al proprio dovere di governare una Nazione e lasciandola anzi islamizzare da altri, indisturbati ed impuniti, non può poi pretendere di non raccogliere tempesta.
Chi ha buona memoria ricorderà senz’altro il video diffuso soltanto nel marzo scorso su social e internet, prodotto dall’Alhayat Media Center, l’azienda incaricata della propaganda jihadista. Le parole del canto proposto erano chiare, chiarissime. Si diceva: «Dobbiamo sconfiggere la Francia, dobbiamo umiliarla! Vogliamo vedere la sofferenza e morti a migliaia. La battaglia è iniziata. La vendetta sarà terribile. I nostri soldati sono rabbiosi. La vostra fine sarà orribile. L’islam prevarrà, risponderà con la spada. Chi vorrà opporsi, non conoscerà più la pace. Siamo venuti per dominare ed i nostri nemici periranno. Li elimineremo e lasceremo i loro corpi imputridire».
Allora, forse, quelle parole parvero a qualcuno un semplice spot e furono accolte con una certa indifferenza. C’era già stato l’attacco a Charlie Hebdo, si riteneva che la Francia, il proprio tributo di sangue, l’avesse già pagato. Non era così. Le minacce, i terroristi islamici, non le lanciano mai a caso. In un’intervista, che verrà pubblicata sul prossimo numero del mensile Radici Cristiane, quello di dicembre, presto nelle case degli abbonati, l’antropologa Ida Magli è molto chiara: non crede che l’Occidente possa mai vedere scatenarsi l’inferno, il «giorno J» della jihad, ma per un solo, semplice motivo: perché «l’Occidente si sta ammazzando da solo», grazie anche all’azione di governanti che, avendo giurato fedeltà al proprio Paese ma agendo contro i suoi interessi, «sono spergiuri impegnati ad ucciderci».
Si è sentito anche in questi giorni un gran parlare di islam “moderato”, dimenticando però come il presidente turco Recep Tayyip Erdogan – ritenuto, non a caso e nonostante tutto, da molti, in Occidente, un leader pure “moderato” – abbia esplicitamente dichiarato, nel corso di un’intervista concessa nell’agosto del 2007 aKanal D Tv: «L’espressione “islam moderato” è turpe ed offensiva. Non c’è alcun islam moderato. L’islam è islam».
Allora, non è cantando la Marseillaise o invocando insussistenti «valori» del laicismo giacobino di Stato, che si piangono davvero quei morti. Versiamo pure lacrime. Ma sono inutili, finché non si aprano gli occhi. Finché cioè, come ha detto l’abbé Guy Pagès, esperto di islam, non la si smetta di considerare «l’islam una religione come un’altra», poiché, così facendo, «spalanchiamo le nostre porte alla guerra di conquista che Allah prescrive a qualsiasi musulmano: “E combatteteli finché la religione non sia interamente per Allah solo” (Corano, 2.193)». Diversamente, piangere non serve.
I morti di Francia non si piangono cantando la ?Marsigliese? ? di Mauro Faverzani | Riscossa Cristiana
Il canto della morte
di Massimo Viglione
E' la Francia ad aver introdotto nella storia e nell’Europa ancora cristiana la pratica sistematica del terrorismo (la Terreur, come dicono loro) come strumento prima di azione politica e poi anche di governo (Robespierre e soci) e ad avercela donata nel corso del XIX secolo (basti pensare a tutti gli omicidi politici e alle stragi organizzate dalle società segrete, dagli anarchici, dai mazziniani e poi dai comunisti). Uno di questi attentati, uno fra cento, è stato utilizzato come pretesto per scatenare la Prima Guerra Mondiale, con i suoi 10.000.000 milioni di morti, 60.000.000 fra mutilati e feriti, con la fine dell’Impero cattolico, di altri tre imperi e l’instaurazione nel mondo del comunismo come sistema di governo.
E i francesi il terrorismo l’hanno introdotto nel mondo al canto virile di una canzone – senz’altro bella ed emotivamente travolgente – di morte e sangue. Tutto il testo è una infervorazione alla violenza, alla rivolta, all’odio, alla vendetta. Ecco alcune sue strofe, la cui traduzione sicuramente pochi conoscono:
Alle armi, cittadini!
Formate i vostri battaglioni!
Andiamo! Andiamo!
Che un sangue impuro riempia i nostri solchi!
Tremate, tiranni e voi crudeli, l’obbrobrio di tutti i partiti, tremate!
I vostri progetti parricidi riceveranno presto il giusto compenso!
Riceveranno presto il giusto compenso!
Perché ricordo questo? Perché, per quanto in maniera tragica, appare con un non so che di diabolicamente sarcastico il fatto che i francesi – e tutti gli altri con loro – reagiscano alla paura del terrorismo con il canto dei terroristi.
La Rivoluzione Francese ha provocato 500.000 morti in pochi anni, di cui 300.000 solo nella piccola regione della Vandea, dove donne e bambini venivano sterminati e poi scuoiati e con la loro pelle si facevano saponette e pantaloni per i soldati della fraternité rivoluzionaria.
Ora la Francia sta bombardando la Siria. Ma al contempo vuole abbattere il Presidente Assad, l’unico vero nemico dell’Isis.
I poveri morti di Parigi non avranno giustizia dal loro governo e nemmeno i vivi che ancora moriranno. Perché questa è la società figlia e nipote della Rivoluzione Francese, istitutrice del terrorismo nella storia e fondata sulla più grande delle menzogne mai propugnate: liberté, égalité, fraternité, anti-trinità massonica con cui hanno distrutto la civiltà cristiana e fondato questa nostra società in cui viviamo e moriamo.
A questo serve conoscere la storia e conoscerla senza inganni e pronti a pagare qualsiasi prezzo, anche personale, per conoscerla in tal maniera e divulgarla al prossimo: a capire la verità. E solo la verità rende la libertà. E solo la libertà rende uomo un uomo.
Erano liberi tutti coloro che, al momento dell’attentato, erano presenti al Bataclan e cantavano un inno di lode a Satana? Al di là del dolore profondo per le vittime, erano liberi un istante prima di morire? O erano schiavi, i morti come i vivi, schiavi di un inganno secolare imposto tanto con il “dolce” della pancia piena del consumismo che con l’“amaro” del terrorismo di questi ultimi due secoli? E in cosa consisteva la loro libertà, nell’inneggiare a Satana?
Ecco perché, mentre prego per le anime dei morti di Parigi e per i loro cari che soffrono, al contempo dichiaro che, come a gennaio “Je n’etais pas Charlie”, oggi “Je ne suis pas la France”. Almeno, questa “France”.
Sì, perché prima del 1789 esisteva un’altra Francia, la “figlia primogenita della Chiesa”, la Francia di Charle Magne, di San Luigi IX, di una Pulzella benedetta. La Francia di santa Margherita Maria Alacoque e du Sacre-Coeur. Anche la Francia di chi finì sulla ghigliottina perché cattolico, anche la Francia dei vandeani in armi, anche la Francia di splendidi intellettuali cattolici e controrivoluzionari del XIX secolo. Anche la Francia di un’altra “pulzella”, anche lei contadina ignorante, ma principessa del firmamento dei santi, figlia prediletta della Regina dei Santi, che volle apparirle in una grotta sperduta sotto i Pirenei per cambiare la vita di milioni di persone e dare al tutto il mondo l’annuncio del suo grido di guerra a Satana e al male organizzato: “Io sono l’Immacolata Concezione”.
Di questa Francia, sarei onoratissimo figlio, se potessi esserlo, perché questa è l’unica vera Francia. E, almeno di Lourdes e della sua meravigliosa figlia, siamo tutti figli noi che lo vogliamo.
Il canto della morte ? di Massimo Viglione | Riscossa Cristiana
Ma quale marsigliese?! Viva la Vandeana!
In questi giorni sentiamo che molti stanno riabilitando l’inno francese, la ‘Marsigliese’, canto dall’oscuro significato e dalla cupa origine, che riporta ai tristi giorni della cosiddetta Rivoluzione Francese, tappa nefasta della sovversione.
Quindi, pur solidali con la gente francese che sta soffrendo queste settimane dolorose, affermiamo senza troppi giri di parole che l’unico inno francese per noi è la Vandeana, canto degli eroi vandeani che hanno lavato col sangue i loro campi dell’onore, senza cedere al giacobino sanguinario, per l’Ordine e la Fedeltà.
Inoltre, osserviamo che oggi sembra proprio la ‘Marsigliese’, quasi come una cantilena, l’unico brandello che tiene uniti gli europei: piuttosto emblematico, se si pensa che, al posto di Principi eterni e Valori invincibili dei gloriosi periodi ormai dimenticati, oggi ci sono solo canzonette dal tenebroso passato ad unire quelli che una volta erano i popoli europei.
A ciascuno il suo, informe massa europea!
Ma quale marsigliese?! Viva la Vandeana! | Azione Tradizionale





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