Croce e aureola sono simboli troppo cristiani: l’Europa boccia la moneta slovacca da due euro
Nel 2013 la Slovacchia celebrerà il giubileo per i 1.150 anni dalla predicazione di Cirillo e Metodio. Una moneta celebrativa voleva i due santi con croce e aureola. Ma l’Europa ha bloccato tutto: non viene rispettata la “neutralità religiosa”. La croce e l’aureola dei santi sono simboli troppo cristiani per essere ammessi nel consesso europeo. Scrive il Foglio: «I particolari del bozzetto giudicati intollerabili agli occhi degli euroburocrati sono la croce [raffigurata sui paramenti dei santi] e l’aureola attorno al capo dei due predicatori. La Banca nazionale slovacca lo ha quindi dovuto far modificare, e ora i due santi senza aureola tengono, con aria giustamente affranta, una croce a doppio braccio, che è poi l’emblema nazionale che campeggia anche nella bandiera».
NEUTRALITÀ RELIGIOSA. La notizia è stata data dalla televisione della Repubblica slovacca quando l’immagine era già stata modificata. Le motivazioni europee sono queste: una moneta che potrebbe circolare in tutta l’Unione Europea deve essere “neutrale” dal punto di vista religioso. Il problema è che Cirillo e Metodio non sono affatto neutrali, essendo santi cristiani. Del resto, «se la Slovacchia è Europa il merito è anche dei poveri Cirillo e Metodio – proclamati patroni d’Europa da Giovanni Paolo II: è forse questo che non garba a Bruxelles? – i quali certo non andarono da quelle parti per fare trekking o a passare le acque».
CIRILLO E METODIO DECLASSATI. L’imposizione della modifica della moneta che doveva essere lanciata per il giubileo del 2013 ha preoccupato molto l’episcopato slovacco, che ha dichiarato tramite il suo portavoce: «La rinuncia ai simboli essenziali delle immagini dei santi Costantino-Cirillo e Metodio sulle monete commemorative sta divenendo una svolta culturale e una mancanza di rispetto per la propria storia».
Eurofollie: sulle monete sì a Tito, no a croci e aureole
La Slovacchia modifica l’immagine dei santi "per non offendere le altre religioni"
Fausto Biloslavo
Niente aureole e croci troppo visibili... siamo europei. I santi Cirillo e Metodio, osannati nell'Europa orientale come da noi Pietro e Paolo, possono comparire sulla moneta unica, ma senza ostentare simboli religiosi.
Non è uno scherzo. Nel vecchio continente cristiano i burocrati di Bruxelles e qualche stato membro della Ue con manie laiciste hanno bocciato la moneta di 2 euro che la Slovacchia era pronta a coniare nel 2013. Bratislava, in occasione del 1150° anniversario della missione di Cirillo e Metodio, voleva dedicare il soldo unico ai santi.
La bozza iniziale prevedeva l'effige dei monaci, simbolo dell'Europa slava cristiana, con le aureole e l'abito talare ricoperto da grandi croci. Una copia dell'immagine che ci viene tramandata da secoli.
La puntigliosa Commissione europea ha detto «niet» chiedendo alla Slovacchia «di rimuovere i simboli religiosi» dalle monete, più precisamente «le aureole e le croci dai loro abiti». Lo ha rivelato la Banca nazionale di Bratislava, costretta a fare marcia indietro. Un cambiamento indispensabile per Bruxelles e qualche stato membro, non ben identificato, per riportare i 2 euro slovacchi «al principio del rispetto della diversità religiosa, come prescrive l'articolo 22 del Trattato sui diritti fondamentali dell'Ue».
Peccato che gli zelanti gnomi spirituali di Bruxelles non abbiano avuto nulla da obiettare per l'euro sloveno già in circolazione con il faccione di Franc Rozman, un generale di Tito, il maresciallo jugoslavo boia di italiani. L'alto ufficiale viene raffigurato con la bustina partigiana ed una grande stella a cinque punte, quella rossa dei comunisti.
Secondo la Conferenza Episcopale Slovacca «la rinuncia ai simboli essenziali delle immagini dei santi Constantino-Cirillo e Metodio sulle monete commemorative è una svolta culturale e una mancanza di rispetto per la propria storia». Cancellare le aureole dall'euro è «come togliere la croce alla cattedrale di San Martino a Bratislava» ha dichiarato l'europarlamentare popolare slovacca Anna Zaborska. La vicepresidente del parlamento di Bratislava, Erika Jurinova, ha definito «assurdo» il diktat di Bruxelles.
In Bulgaria la stampa locale ha ricordato che era stato il regime comunista a vietare le aureole nelle raffigurazioni dei santi Cirillo e Metodio.
La moneta epurata dagli zelanti burocrati europei vedrà comunque la luce il prossimo anno. I santi saranno senza aureola e con altri abiti, ma almeno si è riusciti a salvare la doppia croce del bastone pastorale, simbolo nazionale slovacco.
Lo smacco alle tradizioni cristiane europee è ancora più pesante tenendo conto che nel 1980 fu proprio Giovanni Paolo II a dichiarare i due santi copatroni dell'Europa elevandoli ad «Apostoli degli slavi». Nell'anno 862 i fratelli Costantino, detto Cirillo, e Metodio hanno tradotto per la prima volta i libri sacri cristiani nell'antica lingua slava. In seguito si spostarono nell'attuale Bulgaria e Macedonia dove si diffuse la scrittura cirillica.
La sacra storia di mezza Europa viene sacrificata sull'altare politicamente corretto della "neutralità religiosa" invocata da Bruxelles.
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Guerra a Dio sulle monete
Slovacchia e Brasile: via le aureole dei santi Cirillo e Metodio dalla moneta da due Euro, e via la scritta "Dio sia lodato" dalle banconote brasiliane.
MARCO TOSATTI
Qualche giorno fa il Procuratore generale dei diritti dei cittadini dello Stato di San Paolo in Brasile ha decretato che l’espressione “Dio sia lodato” stampata sui biglietti di banca dovrà essere soppressa, e ha dato 120 giorni di tempo allo Stato per applicare la sua decisione su tutte le nuove banconote .
La presenza di questa frase, secondo il Procuratore generale infrange il principio di laicità dello Stato e la libertà religiosa: “Il fatto che i cristiani siano maggioritari non giustifica che si continuino a violare i diritti fondamentali dei brasiliani che non credono in Dio”. Tuttavia la Costituzione brasiliana scrive nel suo preambolo che il Paese “Si colloca sotto la protezione di Dio”.
E d’altronde, qualcuno, forse Chesterton, ricordava che se con ci fosse Dio non ci sarebbero gli atei. Qualcuno, l’Observatoire de la Christianofobie, fa notare che forse il Procuratore ora dovrebbe occuparsi di cambiare anche il nome dello Stato in cui opera, San Paolo, dal connotato chiaramente religioso.
La decisione va di pari passo con quella presa in occasione del 1150 anniversario dell’arrivo dei santi Cirillo e Metodio, inventori fra l’altro dell’alfabeto cirillico in Slovacchia. Il governo ha deciso di coniare una moneta da due euro, con l’immagine dei santi, co-patroni d’Europa.
Ma afferma un comunicato, “La Commissione europea e alcuni Stati membri hanno chiesto alla Slovacchia di elimiare alcuni simboli religiosi dalla moneta progettata per applicare il principio della neutralità religiosa”. La notizia è stata resa pubblica, e la Conferenza episcopale non ha esitato a qualificare come una “vergogna” l’imposizione.
“Nel 1988, prima della Rivoluzione di velluto, i fedeli della Slovacchia rischiavano la vita predicando la dottrina che avevano predicato i santi. Realmente, viviamo in uno Stato di diritti o in un sistema totalitario che ci detta quali attribuiti possiamo utilizzare?”. Le monete manterranno la doppi croce, simbolo nazionale (ahi ahi) come lo è anche della Repubblica Ceca. Ma scompariranno le aureole.
Guerra a Dio sulle monete
Il camposanto come una banca
I ladri ora depredano le tombe
Gli oggetti più ricercati dagli sciacalli sono quelli in rame: vale 7 euro al chilo. Nel Padovano rubato un tetto. Ma spariscono anche croci, decorazioni, statue
Gianpaolo Iacobini
Tra le piramidi si aggirava Indiana Jones, nei nostri camposanti solo squallidi sciacalli. Nei cimiteri d'Italia ogni giorno spariscono tonnellate di oggetti di rame, ma i ladri non disdegnano statue, portafiori e finanche i fiori.
E intanto i Comuni piangono lacrime amare per rimediare ai danni.
Presi d'assalto come fossero scrigni di tombe leggendarie con tesori da fiaba, i camposanti sono il nuovo Eldorado della criminalità più o meno organizzata.
Non passa giorno, infatti, senza che le cronache siano chiamate a occuparsi di razzie notturni ai piedi dei cipressi. Cosa cercano i soliti ignoti? Per lo più rame. Per dire: a Campodarsego, nel Padovano, pur di mettere le mani sull'oro rosso, lo scorso agosto non hanno esitato a smontare il tetto. E così è un po' dappertutto: negli ultimi giorni, per stare ai fatti più recenti, è successo a Palermo, nella pavese Casorate ed a Ripalta Nuova, nel Cremasco. Sparisce tutto ciò che luccica di rosso, il colore del rame ma pure degli affari: nei borsini commerciali il prezzo è intorno ai 7 euro al chilo, ma al mercato nero viene acquistato più o meno alla metà e rivenduto poi alle fonderie con un sovrapprezzo di un euro. A gestire il giro, soprattutto rumeni. Che dopo aver depredato i cavi delle reti elettriche e le linee ferroviarie, sarebbero ora passati ai più tranquilli cimiteri. E che la mala dell'Est abbia messo le mani sul traffico dell'oro rosso lo attestano i ripetuti arresti: le manette sono tornate a tintinnare a fine novembre in Friuli, ai polsi di tre giovani rumeni che avevano ripulito i camposanti di Palmanova e San Stino di Livenza, smerciando in patria la refurtiva.
E gli italiani? Solitamente protezionisti in tema di mafia ed affari illeciti, che fanno? Tengono per sé tutto il resto. Ed è tanto. Perché dai cimiteri italici, al calar del sole, sparisce di tutto. Giusto per capire: ieri mattina a Pontecagnano, nel Salernitano, come già a Catanzaro tre mesi addietro, i custodi sono rimasti di stucco quando non hanno ritrovato le porte in alluminio delle cappelle private. Ad Arquata Scrivia, in provincia di Alessandria, i mariuncoli prima hanno svuotato le bare. Quindi, non sazi, sono arrivati con un camion e si sono portati via un escavatore. Meno pretenziosi i malviventi che a Pordenone ed a Piacenza, a ridosso del 2 novembre, hanno trafugato fiori freschi per rimetterli in commercio allo spuntar dell'alba. E se a Quargnento, nell'Alessandrino, la razzia s'era estesa a portafiori (richiestissimi, purché in rame) e finanche ai tombini in ghisa, a Gubbio per mesi un ladro ha seminato il terrore tra le vedove: faceva piazza pulita di vasi, crocifissi, statuine, inginocchiatoi e lumini che da bravo commerciante piazzava poi ad ignari compratori. È finito dietro le sbarre. Quelle che meriterebbero anche gli anonimi che ad agosto, a San Giorgio di Nogaro, in Veneto, hanno rastrellato peluches e angioletti in ceramica dalle tombe dei fanciulli morti in tenera età.
Accade nei cimiteri, bene demaniale affidato alla competenza dei Comuni. Che a dire il vero, ad arginare lo strapotere degli arraffatutto ci provano pure, ma con scarsi risultati: i custodi costano, e nessuno può permetterseli. La videosorveglianza, invece, non garantisce il controllo completo di aree in genere ampie ed estese. Così, non resta che pagare: a Nova Milanese in 14 mesi, tra l'ottobre del 2010 ed il febbraio del 2012, hanno dovuto scucire 220.000 euro per rimediare ai furti di rame cimiteriale. Peggio è andata a Milano, che nel corso del 2011 è stata costretta a sganciare 2.600.000 euro per rimettere in sesto il cimitero Maggiore e quello di Lambrate.
I cimiteri d'Italia? Ricercati come le piramidi, ma più simili al Colosseo: si entra ed esce a piacimento, portando via quel che si vuole. Tranne la morte, per il momento.
Il camposanto come una banca I ladri ora depredano le tombe - IlGiornale.it
Anche l’Europa vuole chiudere le ruote degli esposti. «Perché? Così salviamo centinaia di bambini»
Leone Grotti
Onu e Ue studiano misure comuni per chiudere le “baby box”. Rispondono dalla Repubblica Ceca: «Il loro primo scopo è quello di proteggere il diritto alla vita e ai diritti umani di questi neonati. Diverse centinaia di bambini sono già stati salvati».
La clinica Mangiagalli ha trovato Mario nella moderna “ruota degli esposti” il 7 luglio scorso. La madre l’aveva lasciato nella “baby box” della clinica con due tutine e un biberon di latte. Il bambino oggi sta bene ed è stato adottato. In Europa ci sono centinaia di “baby box” che permettono alle donne che non vogliono o non possono tenere il proprio bambino di non abortire. Ora però l’Unione Europea, di comune accordo con l’Onu, sta facendo pressione sugli Stati per farle abolire.
ONU E UE ALLEATI. Il Comitato sui diritti dei bambini delle Nazioni Unite il mese scorso ha affermato che le baby box vanno abolite perché non fanno il bene dei bambini e non impediscono che vengano abbandonati dalle famiglie. Secondo Maria Herczog, membro ungherese del Comitato, «sono un cattivo messaggio per la società perché violano i diritti dei bambini e anche i diritti dei genitori ad ottenere dallo Stato un aiuto per mantenere le proprie famiglie». Continua: «Invece che combattere la povertà e risolvere i problemi sociali che stanno alla base di queste situazioni, noi diciamo alle persone che possono abbandonare così i loro bambini».
«COSÌ SALVIAMO DELLE VITE». Herczog ha dichiarato che oltre a chiedere agli Stati sovrani di farle chiudere, l’Onu sta trattando con il Parlamento europeo per adottare insieme delle misure contro le baby box. Le dichiarazioni di Herczog sono molto controverse perché, come scritto anche in una lettera inviata da politici della Repubblica Ceca all’Onu, le baby box servono a salvare delle vite: «Il loro primo scopo è quello di proteggere il diritto alla vita e ai diritti umani di questi neonati. Diverse centinaia di bambini sono già stati salvati in questo modo».
Ue contro baby box. Protesta: «Salviamo centinaia di vite» | Tempi.it
Cosa succederà fra dieci anni con l’introduzione del matrimonio gay? L’esempio del Canada
Benedetta Frigerio
L’istituto di ricerca Witherspoon di Princeton pubblica l’analisi di un professore sugli effetti sociali che avrebbe l’introduzione di un’altra forma di matrimonio nelle democrazie occidentali.
«Cosa vuoi che cambi?»; «vogliono vivere così? Sia pure, non mi tocca». Sono alcune delle risposte, più o meno istintive, di fronte alla possibile introduzione del matrimonio omosessuale nelle democrazie occidentali. A spiegare perché, prima di giungere a conclusioni affrettate, sarebbe meglio approfondire l’argomento è Bradley Miller, professore alla Princeton University e alla Western University dell’Ontario.
DISCRIMINAZIONE AL CONTRARIO. Con un articolo pubblicato sul sito dell’istituto di ricerca Witherspoon di Princeton, il professore prende ad esempio il Canada, dove il matrimonio omosessuale è stato accettato dieci anni fa, per descrivere l’impatto che ha sui diritti umani, sulla libertà di educazione, sulla libertà religiosa, sull’opinione pubblica e sul matrimonio tra uomo e donna. Fatte salve le differenze fra i paesi, «l’esperienza canadese rende evidente l’impatto di breve periodo del matrimonio omosessuale in una società simile a quella americana», afferma Miller. Il professore, spiegando che in Canada il matrimonio omosessuale è considerato dalla legge alla pari di quello naturale, racconta che ora «chiunque si discosta dalla nuova ortodossia è considerato persona animata da fanatismo e ostilità nei confronti di chi ha tendenze omosessuali». Insomma, in nome dell’uguaglianza si è giunti all’opposto: «Chi pensa che una cosa vale l’altra è accettato, chi solo crede diversamente è discriminato».
MULTE E PROCESSI. Miller esemplifica parlando dei ministri civili e di quando alcune istituzioni provinciali hanno negato il diritto all’obiezione di coscienza a molti di loro, chiedendone le dimissioni perché non volevano celebrare matrimoni omosessuali. Violando la loro libertà di coscienza il governo ha multato anche i Cavalieri di Colombo, la più grande organizzazione cattolica di volontariato, quando non ha affittato la propria struttura per il ricevimento di nozze di due omosessuali. Violando sia la libertà religiosa sia quella di espressione, la commissione dei diritti umani ha poi indagato e processato diverse persone, inclusi i sacerdoti, solo per aver spiegato come mai il matrimonio eterosessuale fosse da loro ritenuto alla base dello sviluppo della società. «Alcuni – continua Miller – hanno dovuto pagare multe profumate, hanno dovuto scusarsi e promettere di non parlare più di questo tema». Oltre ai cittadini normali, «perseguiti anche solo per aver espresso perplessità inviando lettere ai giornali, sono stati presi di mira anche i ministri di piccole congregazioni cristiane». Mentre «un vescovo cattolico è stato denunciato due volte per alcune opinioni espresse in una lettera pastorale sulla famiglia».
Il professore fa notare i costi finanziari di chi ha potuto rispondere alle querele. Si tratta di «centinaia di migliaia di dollari di spese legali non rimborsabili, in casi che richiedono anni per essere risolti. Mentre una persona con poche risorse economiche, che ha destato l’attenzione della commissione dei diritti umani, non ha speranze di difendersi: questa non può fare altro che accettare il richiamo della commissione, pagare la multa e poi osservare la direttiva per rimanere per sempre in silenzio».
CONTRO INSEGNANTI E GENITORI. Ad essere particolarmente a rischio di provvedimenti disciplinari sono gli insegnanti, «i quali se solo pronunciano una frase sul matrimonio omosessuale, anche fuori dalle ore di lezione, sono accusati di contribuire a formare un ambiente ostile agli alunni con tendenze omosessuali». Peggiore la situazione dei genitori: «La riforma dei curriculum nega ai genitori di esercitare il loro storico diritto di veto su processi educativi discutibili. I nuovi curriculum sono permeati da riferimenti positivi al matrimonio omosessuale, non solo in una disciplina ma in tutte. Di fronte a questa strategia di diffusione, l’unica difesa dei genitori è quella di rimuovere i propri bambini dal sistema della scuola pubblica», perché «i tribunali sono ostili alle obiezioni delle famiglie».
Il professore sottolinea come tutto sia partito da misure anti-bullismo e anti-discriminatorie, per sfociare «in una lesione delle famiglie che non ha nulla di diverso dall’indottrinamento dei bambini, dando un significato al matrimonio che è fondamentalmente diverso da quello che i genitori pensano sia il migliore per il bene dei loro figli (…) sin da piccoli si insegna loro che la logica fondamentale del matrimonio non è altro che la soddisfazione del desiderio mutevole di compagnia di un adulto».
LO STATO ENTRA IN CASA. Peggio, perché lo Stato è arrivato a dettare legge anche in casa altrui, negando di fatto uno spazio di libertà anche fuori dalla scuola pubblica. Miller prende ad esempio quel tipo di leggi che usano due pesi e due misure, obbligando le scuole cattoliche ad accettare al loro interno club per i diritti omosessuali, «mentre proibisce alle scuole pubbliche di affittare spazi a organizzazioni che non concordano sul codice di comportamento richiesto dalla nuova ortodossia».
Ora, poi, i sostenitori della poligamia in Canada esultano, perché con l’introduzione del matrimonio omosessuale «non ci sono più le basi giuridiche per negare la poligamia», che «non è ancora legale, ma è tollerata senza che siano stati avanzati impedimenti legali ad essa». Infine, i dati sui matrimoni in calo dicono che quello omosessuale, al contrario di quanto si argomentava per introdurlo, non ha rinforzato la cultura matrimoniale.
Miller conclude quindi che, anche se non ci sono dati sui divorzi, si «è allargata l’accettazione di un modello di unione instabile, basata sul desiderio mutevole di compagnia». Se questi sono gli effetti di breve periodo della legalizzazione del matrimonio omosessuale, si può solo immaginare quali siano i costi antropologici di più lungo raggio purtroppo solo in parte visibili.
Come è cambiato il Canada 10 anni dopo il matrimonio gay | Tempi.it
Il suicidio di un bambino a Roma è uno squillo di tromba che chiama gli adulti alla battaglia educativa
Annalisa Teggi
A Roma un bambino di 10 anni si è impiccato in bagno, mentre era a casa dei nonni. Questa non è una notizia di cronaca nera, è uno squillo di tromba che ci chiama in battaglia. È un grido forte, tragico e lacerante che risveglia il nostro intorpidito silenzio. C’è attorno a noi una sostanza viva e ferita di realtà che è ovattata dallo strabordante chiasso della sovra-comunicazione che ci sommerge. Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione? (si chiedeva T. S. Eliot).
C’è da far guerra al silenzio di conoscenza che ci assedia. Dietro ogni semplice fatto umano balena una scintilla di vero sulle nostre cose più intime e fondamentali, e ciò che quella scintilla indica va oltre l’informazione. Quel senso di vulnerabilità che sento su di me leggendo le poche scarne righe riguardo alla vicenda di questo bambino non voglio tamponarlo riempiendomi di dettagli sul fatto, e neppure di spiegazioni del fatto. Ci sento del mio in questo dolore impotente.
Non mi importa la causa effettiva di questa tragedia, sia essa la separazione dei genitori, il bullismo, la voglia di emulazione della violenza vista chissà dove o quant’altro. Perché – in fondo – la causa la conosco guardando me stessa, e delle ipotesi di psicologi e giornalisti non me ne faccio nulla. È una debolezza che mi riguarda e la riconosco: è qualcosa che è a monte di problemi gravi come il divorzio, il bullismo, l’emulazione ed è la fiacca debolezza da parte nostra (di adulti) di porgere un segno visibile e positivo che sia risposta all’eterno, quotidiano, gigantesco e originale bisogno di educazione che i nostri figli e alunni ci chiedono.
Un bambino che si suicida può avere ogni sorta di storia triste e tremenda alle sue spalle; in mille modi il mondo è capace di colpire chi è più esposto con l’orrore o l’insensatezza del male. Non è questo lo scandalo, per quanto doloroso sia. Lo scandalo è che il fronte umano sia così sguarnito da permettere che i più piccoli e i più esposti cadano. Siamo noi il punto debole, siamo sentinelle addormentate. Il fortino dell’educazione vacilla, ma non semplicemente a scuola – in noi stessi. Di fronte al celebre motto umanitario ottocententesco «Save the children» (non l’organizzazione che attualmente prende questo nome) il signor Chesterton rilanciò la posta in gioco sugli adulti:
«Finché non si salveranno i padri, non si potranno salvare i bambini e, allo stato attuale, noi non possiamo salvare gli altri, perché non sappiamo salvare noi stessi. Non possiamo insegnare cosa sia la cittadinanza se noi stessi non siamo cittadini; non possiamo dare ad altri la libertà se noi stessi abbiamo dimenticato l’ardente desiderio di libertà. L’educazione è semplicemente la trasmissione della verità; e come possiamo passare ad altri la verità se noi non l’abbiamo più tra le mani?» (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo).
Qui non si parla di pedagogia scolastica o di psicologia familiare, perché non si parla di norme, o teorie sociologiche, ma di una piccola e solida proposta positiva di vita che i figli possano vedere all’opera in un genitore o in un insegnante non mentre sgrida o spiega, ma mentre vive accanto a loro. L’educazione è una chiara ipotesi di vita in atto. Non è un rassicurante placebo psicologico studiato a tavolino, ma è un autorevole giudizio all’opera nel vivere. È un solido punto di autorevolezza alle spalle e nell’orizzonte della coscienza viva di ogni persona. Quella roccaforte da cui non si recede, che è insieme il nido e la strada per il viaggio della vita. Qualcosa che sia un solido punto di appoggio e anche apertura, che sottragga la vita da qualsiasi sbiadita visione neutrale.
Un pacato e ragionevole discorso che metta equilibrio tra le cose non è educativo (del tipo: “il matrimonio è una scelta di mamma e papà, ma anche il divorzio è una scelta di mamma e papà”), perché non valorizza entrambe le ipotesi, ma le precipita nell’indistinzione reciproca. L’educazione deve essere selettiva e creativa, perché il suo compito primo è negare che un essere umano vivo sia qualcosa di neutrale o indifferente. I bambini su questo non li freghi. Riconoscono l’autorevolezza e la riconoscono in chi ha il coraggio di fare scelte decise. Noi adulti possiamo stare in salotto a gingillarci di chiacchiere e teorie, accontentantoci di un semplice e civile confronto tra le parti, ma il bambino ha la radicale purezza di aggrapparsi tenacemente a chi – invece – gli porge una certezza difesa con entusiasmo.
La neutralità per il bambino non esiste, perché sta sempre da una parte o dall’altra, e vuole una parte in cui stare; neutralità per lui equivale a «nulla» e – per sua fortuna – lui ha gli occhi di chi vede ancora qualcosa in tutto. L’ombra della civile tolleranza, che ammorbidisce i contrasti tra le cose, ne uniforma la dignità e tende a istigarci a pensare che sia un valore aggiunto considerare ogni verità come relativa, è l’alleato naturale dello sconforto e del suicidio. Perché semina la nebbia dell’indifferenza, in mezzo a cui la scure delle contraddizioni della vita, quando arriva, trova vittime facili.
Il suicidio di un bambino è un delitto che entra in casa nostra, mette a nudo una debolezza educativa nostra. Così, infatti, prosegue Chesterton, nel brano prima citato: «Gran parte della libertà moderna è, alle radici, paura. Non è tanto che noi siamo troppo audaci per sopportare le regole, è che siamo troppo paurosi per sopportare le responsabilità. Mi riferisco alla responsabilità di affermare la verità della nostra tradizione e di tramandarla con la voce dell’autorità, una voce insopprimibile. Questa è la sola ed eterna educazione: essere così sicuri che qualcosa è vero da avere il coraggio di dirlo a un bambino».
Il suicidio di un bambino a Roma è uno squillo di tromba che chiama gli adulti alla battaglia educativa « Libertà e Persona
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