Porcospini, la violenza del sesso spiegato ai bambini
di Ermes Dovico
Mentre la VII Commissione della Camera sta esaminando il testo unificato che punta a introdurre la cosiddetta educazione di genere nelle scuole, emergono nuove segnalazioni di genitori preoccupati per i contenuti di alcuni corsi sulla sessualità, rivolti ai loro figli già a partire dalle elementari. Tra questi il progetto Porcospini, promosso dalla onlus Specchio Magico (con sede in provincia di Lecco, dove sono attivi alcuni dei corsi e da dove ci arrivano le segnalazioni) e destinato ai bambini di quarta e quinta, con il fine in sé lodevole di prevenire il maltrattamento e l’abuso sui minori. Il progetto, beneficiario nel 2012 di un finanziamento del dipartimento per le pari opportunità e presentato al programma europeo Daphne III, lo scorso aprile è stato illustrato perfino alla sala “Aldo Moro” della Camera dei deputati; ha il sostegno della Soroptimist International e dei Lions Clubs e, secondo quanto riferito sul sito dai promotori, è ad oggi diffuso in 34 scuole.
Ma in che cosa consiste più precisamente il progetto? Come si legge nella scheda di presentazione, l’idea di Porcospini nasce sul modello descritto dal medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, Alberto Pellai (del quale il nostro quotidiano ha già parlato), nel libro “Parole non dette. Come insegnanti e genitori possono aiutare i bambini a prevenire l’abuso sessuale”. Sempre nella scheda, si possono leggere alcuni dei temi generali degli incontri, come per esempio “scoprire cosa vuol dire innamorarsi, fare l’amore, concepire un bambino, la gravidanza e il parto”. Intanto, viene spontaneo chiedersi: sicuri che si tratti di contenuti idonei per bambini di 9-10 anni? Uno dei moduli successivi vuole poi orientare il bambino a “capire le differenze tra il «tocco positivo» e il «tocco negativo»”, altrimenti detto “gioco del semaforo”, come lo stesso Pellai spiegò durante un incontro nel 2014 (riferito dal settimanale triestino Vita Nuova), rispondendo alla domanda di un genitore che gli chiedeva se fosse vero che “i bambini vengono invitati a toccarsi parti specifiche del corpo, nessuna esclusa”: il bambino decide cioè se il semaforo sia rosso, giallo o verde, a seconda di chi vuole toccarlo e dove.
Parte del progetto è anche l’invito ai bambini a scrivere “cose belle e brutte del sesso” (alle elementari? E a quale fine?) e a tenere un diario in cui annotare le proprie impressioni sul corso. Come riporta Generazione Famiglia, ai bambini viene detto di non mostrare il diario ai genitori, ma questi possono chiedere agli educatori di prenderne visione. “Ai bambini diremo di non farvelo vedere, di lasciarlo a scuola. Naturalmente noi, se lo richiedete, ve lo daremo”. Ma se il messaggio è questo, volenti o nolenti, viene di fatto insegnato ai bambini che possono nascondere determinate cose ai genitori, primi responsabili dell’educazione dei figli. Lascia perplessi anche il fatto che si invitino i bambini a fare domande su tutto ciò che può riguardare la sfera sessuale (“è accaduto che si sia parlato di pornografia”, è stato raccontato in fase di presentazione del progetto), perché si corre il rischio di intaccarne il senso del pudore, senza contare che ciascuno di loro ha un diverso livello di sviluppo.
Non rassicura poi constatare che nella scheda del progetto si riportino, a supporto, le matrici degli Standard per l’educazione sessuale in Europa, il noto documento presentato nel 2010 dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), un organo che a volte persegue più finalità politiche che scientifiche. Basti ricordare alcune “chicche” di quegli standard dell’Oms, che consiglia di trasmettere informazioni su “gioia e piacere nel toccare il proprio corpo, masturbazione infantile precoce” già nella fascia d’età 0-4, quando si suggerisce inoltre di aiutare i bambini ad “acquisire consapevolezza dell’identità di genere” (concetto tipico della teoria del gender, secondo cui il genere sarebbe slegato dal sesso); di informare i bambini di 6-9 anni dell’esistenza di “diversi metodi contraccettivi” e di “mettere in grado” quelli di 9-12 anni di “utilizzare preservativi e contraccettivi correttamente in futuro”. E via lungo questo solco che si commenta da sé e che non capiamo in quale modo possa tornare utile all’educazione del bambino.
Porcospini, la violenza del sesso spiegato ai bambini
Welfare arcobaleno: un ospizio per soli gay
di Tommaso Scandroglio
Un gruppo di professionisti che ha lavorato alla Bologna Business School ha partorito un progetto che si chiama “Friendly home”, una casa comune per persone anziane gay da realizzare nel capoluogo emiliano. Si tratta di una cinquantina di appartamenti in unico palazzo da destinare alle persone di una certa età omosessuali che sono sole, senza più compagno, né parenti. L’idea, che ha avuto il placet del Cassero Lgbt Center, è dunque quella di offrire un ambiente dove trovare persone con il medesimo orientamento sessuale, nonché assistenza sanitaria.
La comunità gay assomiglia sempre di più ad una Chiesa o ad una coop rossa. Infatti, se guardiamo bene, il suo piano di azione trova alcune analogie sorprendenti con i piani pastorali o le mission delle cooperative che in genere prevedono diverse sezioni programmatiche a seconda delle fasce di età dell’utenza. Ad esempio abbiamo i bambini. Per loro la teoria gender ha previsto l’utero in affitto e i gay pride a misura di bimbo, le fiabe e spettacoli teatrali gay e vari giochi come quello del “rispetto” che in realtà non meritano alcun rispetto.
Poi ci sono i ragazzi: ecco i corsi formativi sul gender nelle scuole, i fumetti e videogiochi con personaggi omosessuali.
Per gli adulti l’offerta è quasi infinita: unioni civili, sportelli di ascolto, circoli gay con annesse dark room, gay pride, editoria di settore, cinefestival dedicati al mondo omo e molto altro ancora.
Sulla via del tramonto invece l’anziano può accomodarsi in ospizi gay e godere, come prevede la Cirinnà, della pensione di reversibilità.
Questo welfare arcobaleno non mira solo a diffondere cultura gender, ma tenta di creare, però solo in prima battuta, un mondo parallelo a quello naturale dove un maschio si sente maschio ed è attratto dalle donne. Ecco quindi lo sforzo di duplicare tutto: il matrimonio, la famiglia, la genitorialità, l’abbigliamento, la cucina, la letteratura e l’arte, l’associazionismo, l’educazione, etc. Tutto in versione omo.
Il fine ultimo poi sarà – come ogni battaglia di carattere rivoluzionario – non affiancare all’universo etero quello Lgbt, famigerato codice fiscale dei diversamente etero, bensì di sostituire quest’ultimo a quello. Ecco perché, già ora, non è possibile criticare l’omosessualità e il transessualismo. Perché entrambi i fenomeni sociali si devono imporre sulla realtà dell’orientamento e identità eterosessuale (vedi ultimo caso successo in Canada). Se ci fosse veramente l’intenzione di trovare semplicemente uno spazio alla comunità gay da affiancare ad altri spazi non omosessuali si cercherebbe il dialogo. Invece l’intento è di conquistare gli altri spazi, non di vivere gli uni accanto agli altri.
La chiesa gay con il suo piano pastorale arcobaleno mima quindi la Chiesa cattolica rovesciandone ovviamente gli scopi. Questo è una prova che l’omosessualismo vive di dogmi però apodittici – non dimostrabili ma meramente asseriti – che abbisognano di trovare applicazione pratica, proprio come i principi di morale naturale e fede. Come nella Chiesa tutti sono chiamati alla salvezza, così anche per l’ideologia gay tutti sono chiamati alla conversione o, rectius, all’inversione. Ciò comporta che lo sforzo missionario omosex è indirizzato prima di tutto non certo a chi già professa il credo gay, ma ai lontani, agli eterosessuali.
Ecco perché accanto ad iniziative tese a rafforzare il senso di appartenenza delle persone omosessuali, ne troviamo molte altre dedicate esclusivamente al mondo etero: l’insegnamento della teoria del gender a scuola, corsi di formazione professionale per “l’inclusione”, racconti e giochi per bambini, etc. Siamo noi etero a vivere nelle periferie esistenziali secondo il pensiero gender, siamo noi i primi destinatari di questo impegno evangelizzatore della chiesa gay.
Però attenzione: se le carote a noi offerte non saranno di nostro gradimento, state pur sicuri che tireranno fuori i bastoni. Per rimanere in tema, una sorta di gaylogia della liberazione che prevede anche la violenza pur di evangelizzare.
Welfare arcobaleno: un ospizio per soli gay
L'Ue preoccupata per l'Epatite da Gay pride
di Ermes Dovico
Che ci sia un pericolo per la salute pubblica, ormai, non lo si puo'più nascondere. La sensibilizzazione sull’unico modo efficace di evitare questo pericolo, correlato alle parate dell’orgoglio gay, continua invece a essere un tabù. Anzi, le istituzioni suggeriscono rimedi nel senso opposto, che mai vanno alla radice del disordine intrinseco degli atti omosessuali e della tendenza alla promiscuità.
Dopo l’Europride di Amsterdam dell’estate scorsa, il riscontro dell’aumento notevole di casi di epatite A e il conseguente allarme lanciato nel Vecchio Continente (raccolto in Italia dall’Istituto Superiore di Sanità), il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha pubblicato un nuovo documento per mettere in guardia rispetto ai rischi di contrarre infezioni sessualmente trasmissibili in vista del World Pride, in programma a Madrid dal 23 giugno al 2 luglio.
Ma l’allarme dovrebbe essere esteso a tutti i raduni di questo tipo (anche se con minore partecipazione), se pensiamo che solo nel nostro Paese si svolgeranno ben 24 gay pride tra giugno e luglio, da Torino a Siracusa, da Milano a Palermo, che quest’anno ospiterà la manifestazione nazionale.
Nel suo report, innanzitutto, l’agenzia dell’Ue avverte dell’attuale “epidemia” di epatite A che sta riguardando soprattutto gli uomini che fanno sesso con uomini (Msm, secondo l’acronimo inglese) e consiglia loro di fare un controllo vaccinale e informarsi sulla cosiddetta profilassi pre-esposizione (PrEp), ossia un trattamento farmacologico invasivo, volto a ridurre il rischio di contrarre l’Hiv, ma che secondo recenti studi – ricordati dallo stesso ente europeo – aumenta l’incidenza dell’epatite C e di altre malattie sessuali di origine batterica. Non certo una buona prevenzione, insomma: eppure le associazioni Lgbt spingono per introdurla in Italia, chiedendo perfino che il sistema sanitario si faccia carico dei costi del trattamento.
Poiché l’epatite A si diffonde principalmente per via oro-fecale, a volte ingerendo cibi e liquidi contaminati e altre volte per via sessuale, l’Ecdc invita le persone gay a evitare contatti con zone del corpo a rischio contagio (che nei rapporti omoerotici sono evidentemente frequenti) e a praticare il mitologico “sesso sicuro” basato sull’uso del preservativo, di cui – qualche riga più giù – si ammettono tuttavia le falle: “Sebbene i condom non forniscano completa protezione contro tutte le infezioni sessualmente trasmissibili, in quanto riducono ma non sempre eliminano il contatto tra le mucose”, è scritto nel documento.
Registriamo quest’ammissione, tardiva e parziale, tra le notizie. Probabilmente, anche in questo caso il politicamente corretto si è dovuto arrendere all’ostinazione della realtà. La parte più interessante del documento, nel senso che dovrebbe indurre a una riflessione seria, riguarda i dati. I quali testimoniano l’aumento di una serie di malattie tra la popolazione omosessuale maschile. Per alcune di queste si evidenzia un collegamento con l’evento di Amsterdam, dove secondo gli organizzatori si sarebbero riunite mezzo milione di persone.
Il report analizza intanto la situazione della Spagna, che nel primo trimestre del 2017 ha registrato 1314 casi di epatite A, contro i 198 dello stesso periodo del 2016: un incremento di quasi sette volte, in gran parte associato alla diffusione del contagio tra i gay maschi, che fa del Paese iberico quello con la maggiore emergenza di epatite A tra vari altri Stati europei, dove nel complesso – dopo l’ultimo Europride – si sono diffusi tre nuovi ceppi del virus.
Per fronteggiare questa emergenza, l’Ecdc consiglia agli Stati membri di offrire vaccini contro l’epatite A a tutti gli Msm, mentre manca del tutto la raccomandazione di evitare il comportamento a rischio, come invece sarebbe logico attendersi da un’istituzione sanitaria. L’Ecdc ricorda poi che nella popolazione di Msm ci sono state ondate di meningite da meningococco, spiegando che i frequenti viaggi internazionali e i contatti sessuali con uomini all’estero potrebbero aver facilitato il contagio. Secondo un’indagine realizzata tra gli Msm, tra l’altro, proprio la Spagna è il Paese dove gli intervistati ammettono di aver avuto il maggior numero di rapporti omoerotici all’estero. Un aspetto che preoccupa alla luce di un’altra evidenza: delle 30 mila nuove diagnosi di Hiv del 2015, ben il 42% riguarda uomini che fanno sesso con uomini.
Una percentuale enorme, specialmente se rapportata al fatto che i gay maschi sono una piccola minoranza. Ma non è tutto. Ai rapporti omoerotici si deve anche una crescente proporzione di diagnosi di gonorrea (54%), sifilide (75%) e pressoché tutti i casi di Lymphogranuloma venereum (99%) in Europa.
In definitiva, stiamo parlando di un elenco drammatico di patologie, la cui diffusione è amplificata da raduni di massa come i gay pride internazionali e che non interessano solo lo Stato dove si tiene la manifestazione, ma tutti i Paesi di provenienza dei partecipanti, percio'potenzialmente il mondo intero: “E' più probabile che alcune malattie trasmissibili vengano esportate dal luogo dell’evento in seguito al ritorno dei viaggiatori e potrebbero diffondersi nei Paesi di residenza.
Queste includono il morbillo, la rosolia e le infezioni sessualmente trasmissibili, compresi l’Hiv e l’epatite A, B e C”, conclude l’Ecdc, che in particolare valuta medio-alto il rischio di diffusione delle malattie veneree, accresciuto a sua volta dalla combinazione di sesso e droga (il cosiddetto chem-sex, che in Italia è pubblicizzato da associazioni che ricevono soldi pubblici).
Alla luce di questo quadro a tinte fosche, l’unico atto coraggioso sarebbe indicare la via della castità e ricordare che la complementarità maschile-femminile non è frutto del caso, ma risponde a un ordine e a un fine naturali. Oltre a essere coraggioso, si tratterebbe di un atto di carità, che spesso consiste nel dire al proprio fratello cio'che in quel momento preferirebbe non sentire, pur sapendo dentro di sé che è indirizzato al suo stesso bene.
Invece, si suggeriscono rimedi a corto respiro o addirittura controproducenti, che non risolvono il problema della promiscuità, del sesso occasionale in nome di una pseudo libertà senza limiti e percio'lontanissima dal dono totale di sé all’altro, espressione della vera libertà e di una sessualità autentica, aperta alla generazione della vita. Se poi il gay pride è, per definizione, la festa dell’orgoglio gay, viene spontaneo chiedersi che razza di festa possa mai essere un evento vissuto spesso senza freni, dove diverse persone si ammalano e contribuiscono a diffondere il contagio. Possibile che – al di fuori delle solite, poche voci (puntualmente attaccate, come dimostra per esempio l’accanimento contro Silvana De Mari, “colpevole” proprio di aver ricordato le conseguenze drammatiche degli atti omoerotici) – a nessuna istituzione e a nessun grande mezzo di comunicazione venga il dubbio che continuare a presentare la vita gay come naturale e gioiosa non è affatto caritatevole?
L'Ue preoccupata per l'Epatite da Gay pride
Bruce Reimer, vittima della follia gender
di Giuliano Guzzo
L’ideologia gender, come ogni ideologia, ha dei nemici giurati: i fatti. Cosi', l’idea secondo cui i caratteri maschili e femminili sarebbero costruzioni sociali, per giunta un po’ sessiste – uomini e donne si diventa, per dirla alla Simone de Beauvoir (1908–1986) –, regge finché la realtà non dimostra il contrario. Ebbene, si dà il caso che lo abbia già fatto. E non in un laboratorio, nel corso di una trasmissione televisiva o in un’aula di tribunale, bensi' attraverso la drammatica testimonianza di vita di una persona che ha scontato sulla propria pelle gli effetti della teoria gender: David Reimer (1965 –2004).
La nostra storia inizia il 22 agosto del 1965 a Winnipeg, Canada. Ron e Janet Reimer hanno due figli, due gemelli: Bruce e Brian. I due neonati presentano una fimosi piuttosto marcata, cosi' i genitori optano per un intervento di circoncisione. La data dell’intervento, fissato per il 27 aprile 1967, segnerà per sempre la vita di Bruce. Infatti quella che doveva essere una banale operazione avrà un esito tragico: al posto del medico, quel giorno assente, opero'un sostituto che, impiegando un cauterizzatore con voltaggio eccessivo, brucio'il pene del piccolo.
Un incidente, un errore, una tragica fatalità che sconvolse i coniugi Reimer, i quali si chiusero in un radicale e sofferto isolamento. La loro storia, già triste, sarebbe potuta finire cosi' ma nessuno poteva immaginare che il peggio, purtroppo, doveva ancora venire. La svolta arrivo'una domenica sera come tante altre dalla televisione, quando i Reimer furono rapiti dal carisma di un uomo elegante, sicuro di sé, che aveva tutta l’aria di persona autorevole, che sa perfettamente quel che dice. Un uomo che ad un certo punto chiamo'in studio un’affascinante donna chiedendole di sedergli vicino. E poi, colpo di scena: quella che vedete accanto a me, disse il carismatico ospite della trasmissione, quattro anni prima si chiama Richard. A parlare, in effetti, non era uno qualsiasi bensi' John William Money (1921–2006), chirurgo del Johns Hopkins Hospital di Baltimora, intento ad illustrare ai telespettatori i propri successi nel campo del cambio di sesso. I genitori di Bruce non si fecero scappare l’occasione per presentarsi al luminare e cosi', nel giro di poco, gli sottoposero il difficile caso del figlioletto mendicando aiuto e consigli.
Per Money, il quale non solo effettuava interventi di cambio di sesso, ma era intimamente convinto – al pari di molti altri sostenitori della teoria gender – della derivazione prevalentemente ambientale dell’identità sessuale, il bimbo dei Reimer era molto più di un semplice paziente: era l’esperimento perfetto, l’inattesa ed irripetibile occasione per consacrarsi come scienziato e per provare la fondatezza delle proprie convinzioni. Fu cosi' che, pur senza tradire l’entusiasmo che verosimilmente avvertiva in cuor suo, scelse senza titubanza alcuna di seguire quel sfortunato bambino come paziente consigliando ai genitori di crescerlo come una bambina. Un indirizzo che Ron e Janet accettarono, scegliendo di crescere Bruce come se fosse nata Brenda, il nuovo nome che gli diedero. Anzi, convincendosi loro stessi che non poteva che essere il bene del loro piccolo, altrimenti costretto ad un’identità sessualmente incompiuta. Morale: il dottor Money segui' a suon di sedute, interventi e dosi ormonali la trasformazione di Bruce, mentre i Reimer traslocarono cambiando aria e facendo cosi' in modo che nessuno potesse sapere che la loro bambina, in realtà, era nata maschio. Tutto a posto, dunque? Non esattamente. Infatti, nel corso quella che doveva essere la definitiva dimostrazione della teoria gender, qualcosa inizio'ad andare storto.
Pur cresciuta sin dai primi mesi di vita come femmina e da tutti ritenuta tale, col suo comportamento Brenda dava infatti segnali imprevisti: voleva fare la pipi' in piedi, cosa che in effetti faceva soprattutto se sicura di non essere vista; manifestava atteggiamenti maschili nella scelta dei giocattoli ed arrivando persino, una volta, ad alzare le mani per difendere Brian dalle provocazioni di altri bambini. Inoltre era introversa e con un rendimento scolastico scadente. Insomma, l’esperimento che Money sognava da una vita non filava affatto liscio.
La cosa spinse i Reimer a sottoporre al dottore il problema. Ma Money non solo fece sostanzialmente finta di nulla, ma arrivo'anche a pianificare per Brenda un incontro con un transessuale. La cosa sconvolse la ragazzina di casa Reimer, la quale disse ai genitori che si sarebbe uccisa se solo fossero continuati gli incontri con quel dottore alle cui visite, almeno una volta l’anno, era costretta da sempre. La ribellione e la sofferenza di Brenda turbarono non poco padre e madre, che a quel punto scelsero di vuotare il sacco raccontandole chi fosse veramente. Una confessione che non stupi' affatto la quattordicenne, la quale replico'con una confessione altrettanto spiazzante, dicendo d’aver sempre avuto la sensazione di non essere femmina.
«Per la prima volta ogni cosa ebbe un senso, ed io ho capito chi e cosa ero», disse più avanti. Di li' a poco Brenda si sottopose a diversi interventi, fra cui quello di ricostruzione del pene, e torno'quello che era sempre stata: un maschio, scegliendo David come nome. Successivamente, nel 1989, si sposo'ed adotto'tre figli. Purtroppo pero'la sua esistenza fu presto segnata da un nuovo dramma: il suicidio del gemello Brian, affetto da schizofrenia. Poco dopo David si separo'dalla moglie, perse il lavoro e il 5 maggio 2004, all’età di trentotto anni, si tolse la vita.
Incurante di tutto cio', nei convegni internazionali a cui partecipava il dottor Money – nel frattempo dichiarato professore emerito di Psicologia Medica e Pediatria alla John Hopkins University e premiato dal National Institute of Child Health and Human Development per le sue ricerche – seguito'a presentare come riuscito l’esperimento su Brenda, nonostante la natura umana – e maschile – di Bruce gli avesse dato torto. D’altra parte, non poteva che fare cosi', dato che – lo dicevamo in apertura – l’ideologia gender, come ogni ideologia, ha dei nemici giurati: i fatti. E la ragione ad un nemico non la si dà mai. Neppure se si tratta della realtà.
Bruce Reimer, vittima della follia gender ~ CampariedeMaistre
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