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Discussione: Il deserto avanza

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Porcospini, la violenza del sesso spiegato ai bambini
    di Ermes Dovico
    Mentre la VII Commissione della Camera sta esaminando il testo unificato che punta a introdurre la cosiddetta educazione di genere nelle scuole, emergono nuove segnalazioni di genitori preoccupati per i contenuti di alcuni corsi sulla sessualità, rivolti ai loro figli già a partire dalle elementari. Tra questi il progetto Porcospini, promosso dalla onlus Specchio Magico (con sede in provincia di Lecco, dove sono attivi alcuni dei corsi e da dove ci arrivano le segnalazioni) e destinato ai bambini di quarta e quinta, con il fine in sé lodevole di prevenire il maltrattamento e l’abuso sui minori. Il progetto, beneficiario nel 2012 di un finanziamento del dipartimento per le pari opportunità e presentato al programma europeo Daphne III, lo scorso aprile è stato illustrato perfino alla sala “Aldo Moro” della Camera dei deputati; ha il sostegno della Soroptimist International e dei Lions Clubs e, secondo quanto riferito sul sito dai promotori, è ad oggi diffuso in 34 scuole.
    Ma in che cosa consiste più precisamente il progetto? Come si legge nella scheda di presentazione, l’idea di Porcospini nasce sul modello descritto dal medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, Alberto Pellai (del quale il nostro quotidiano ha già parlato), nel libro “Parole non dette. Come insegnanti e genitori possono aiutare i bambini a prevenire l’abuso sessuale”. Sempre nella scheda, si possono leggere alcuni dei temi generali degli incontri, come per esempio “scoprire cosa vuol dire innamorarsi, fare l’amore, concepire un bambino, la gravidanza e il parto”. Intanto, viene spontaneo chiedersi: sicuri che si tratti di contenuti idonei per bambini di 9-10 anni? Uno dei moduli successivi vuole poi orientare il bambino a “capire le differenze tra il «tocco positivo» e il «tocco negativo»”, altrimenti detto “gioco del semaforo”, come lo stesso Pellai spiegò durante un incontro nel 2014 (riferito dal settimanale triestino Vita Nuova), rispondendo alla domanda di un genitore che gli chiedeva se fosse vero che “i bambini vengono invitati a toccarsi parti specifiche del corpo, nessuna esclusa”: il bambino decide cioè se il semaforo sia rosso, giallo o verde, a seconda di chi vuole toccarlo e dove.
    Parte del progetto è anche l’invito ai bambini a scrivere “cose belle e brutte del sesso” (alle elementari? E a quale fine?) e a tenere un diario in cui annotare le proprie impressioni sul corso. Come riporta Generazione Famiglia, ai bambini viene detto di non mostrare il diario ai genitori, ma questi possono chiedere agli educatori di prenderne visione. “Ai bambini diremo di non farvelo vedere, di lasciarlo a scuola. Naturalmente noi, se lo richiedete, ve lo daremo”. Ma se il messaggio è questo, volenti o nolenti, viene di fatto insegnato ai bambini che possono nascondere determinate cose ai genitori, primi responsabili dell’educazione dei figli. Lascia perplessi anche il fatto che si invitino i bambini a fare domande su tutto ciò che può riguardare la sfera sessuale (“è accaduto che si sia parlato di pornografia”, è stato raccontato in fase di presentazione del progetto), perché si corre il rischio di intaccarne il senso del pudore, senza contare che ciascuno di loro ha un diverso livello di sviluppo.
    Non rassicura poi constatare che nella scheda del progetto si riportino, a supporto, le matrici degli Standard per l’educazione sessuale in Europa, il noto documento presentato nel 2010 dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), un organo che a volte persegue più finalità politiche che scientifiche. Basti ricordare alcune “chicche” di quegli standard dell’Oms, che consiglia di trasmettere informazioni su “gioia e piacere nel toccare il proprio corpo, masturbazione infantile precoce” già nella fascia d’età 0-4, quando si suggerisce inoltre di aiutare i bambini ad “acquisire consapevolezza dell’identità di genere” (concetto tipico della teoria del gender, secondo cui il genere sarebbe slegato dal sesso); di informare i bambini di 6-9 anni dell’esistenza di “diversi metodi contraccettivi” e di “mettere in grado” quelli di 9-12 anni di “utilizzare preservativi e contraccettivi correttamente in futuro”. E via lungo questo solco che si commenta da sé e che non capiamo in quale modo possa tornare utile all’educazione del bambino.
    Porcospini, la violenza del sesso spiegato ai bambini

    Welfare arcobaleno: un ospizio per soli gay
    di Tommaso Scandroglio
    Un gruppo di professionisti che ha lavorato alla Bologna Business School ha partorito un progetto che si chiama “Friendly home”, una casa comune per persone anziane gay da realizzare nel capoluogo emiliano. Si tratta di una cinquantina di appartamenti in unico palazzo da destinare alle persone di una certa età omosessuali che sono sole, senza più compagno, né parenti. L’idea, che ha avuto il placet del Cassero Lgbt Center, è dunque quella di offrire un ambiente dove trovare persone con il medesimo orientamento sessuale, nonché assistenza sanitaria.
    La comunità gay assomiglia sempre di più ad una Chiesa o ad una coop rossa. Infatti, se guardiamo bene, il suo piano di azione trova alcune analogie sorprendenti con i piani pastorali o le mission delle cooperative che in genere prevedono diverse sezioni programmatiche a seconda delle fasce di età dell’utenza. Ad esempio abbiamo i bambini. Per loro la teoria gender ha previsto l’utero in affitto e i gay pride a misura di bimbo, le fiabe e spettacoli teatrali gay e vari giochi come quello del “rispetto” che in realtà non meritano alcun rispetto.
    Poi ci sono i ragazzi: ecco i corsi formativi sul gender nelle scuole, i fumetti e videogiochi con personaggi omosessuali.
    Per gli adulti l’offerta è quasi infinita: unioni civili, sportelli di ascolto, circoli gay con annesse dark room, gay pride, editoria di settore, cinefestival dedicati al mondo omo e molto altro ancora.
    Sulla via del tramonto invece l’anziano può accomodarsi in ospizi gay e godere, come prevede la Cirinnà, della pensione di reversibilità.
    Questo welfare arcobaleno non mira solo a diffondere cultura gender, ma tenta di creare, però solo in prima battuta, un mondo parallelo a quello naturale dove un maschio si sente maschio ed è attratto dalle donne. Ecco quindi lo sforzo di duplicare tutto: il matrimonio, la famiglia, la genitorialità, l’abbigliamento, la cucina, la letteratura e l’arte, l’associazionismo, l’educazione, etc. Tutto in versione omo.
    Il fine ultimo poi sarà – come ogni battaglia di carattere rivoluzionario – non affiancare all’universo etero quello Lgbt, famigerato codice fiscale dei diversamente etero, bensì di sostituire quest’ultimo a quello. Ecco perché, già ora, non è possibile criticare l’omosessualità e il transessualismo. Perché entrambi i fenomeni sociali si devono imporre sulla realtà dell’orientamento e identità eterosessuale (vedi ultimo caso successo in Canada). Se ci fosse veramente l’intenzione di trovare semplicemente uno spazio alla comunità gay da affiancare ad altri spazi non omosessuali si cercherebbe il dialogo. Invece l’intento è di conquistare gli altri spazi, non di vivere gli uni accanto agli altri.
    La chiesa gay con il suo piano pastorale arcobaleno mima quindi la Chiesa cattolica rovesciandone ovviamente gli scopi. Questo è una prova che l’omosessualismo vive di dogmi però apodittici – non dimostrabili ma meramente asseriti – che abbisognano di trovare applicazione pratica, proprio come i principi di morale naturale e fede. Come nella Chiesa tutti sono chiamati alla salvezza, così anche per l’ideologia gay tutti sono chiamati alla conversione o, rectius, all’inversione. Ciò comporta che lo sforzo missionario omosex è indirizzato prima di tutto non certo a chi già professa il credo gay, ma ai lontani, agli eterosessuali.
    Ecco perché accanto ad iniziative tese a rafforzare il senso di appartenenza delle persone omosessuali, ne troviamo molte altre dedicate esclusivamente al mondo etero: l’insegnamento della teoria del gender a scuola, corsi di formazione professionale per “l’inclusione”, racconti e giochi per bambini, etc. Siamo noi etero a vivere nelle periferie esistenziali secondo il pensiero gender, siamo noi i primi destinatari di questo impegno evangelizzatore della chiesa gay.
    Però attenzione: se le carote a noi offerte non saranno di nostro gradimento, state pur sicuri che tireranno fuori i bastoni. Per rimanere in tema, una sorta di gaylogia della liberazione che prevede anche la violenza pur di evangelizzare.
    Welfare arcobaleno: un ospizio per soli gay

    L'Ue preoccupata per l'Epatite da Gay pride
    di Ermes Dovico
    Che ci sia un pericolo per la salute pubblica, ormai, non lo si puo'più nascondere. La sensibilizzazione sull’unico modo efficace di evitare questo pericolo, correlato alle parate dell’orgoglio gay, continua invece a essere un tabù. Anzi, le istituzioni suggeriscono rimedi nel senso opposto, che mai vanno alla radice del disordine intrinseco degli atti omosessuali e della tendenza alla promiscuità.
    Dopo l’Europride di Amsterdam dell’estate scorsa, il riscontro dell’aumento notevole di casi di epatite A e il conseguente allarme lanciato nel Vecchio Continente (raccolto in Italia dall’Istituto Superiore di Sanità), il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha pubblicato un nuovo documento per mettere in guardia rispetto ai rischi di contrarre infezioni sessualmente trasmissibili in vista del World Pride, in programma a Madrid dal 23 giugno al 2 luglio.
    Ma l’allarme dovrebbe essere esteso a tutti i raduni di questo tipo (anche se con minore partecipazione), se pensiamo che solo nel nostro Paese si svolgeranno ben 24 gay pride tra giugno e luglio, da Torino a Siracusa, da Milano a Palermo, che quest’anno ospiterà la manifestazione nazionale.
    Nel suo report, innanzitutto, l’agenzia dell’Ue avverte dell’attuale “epidemia” di epatite A che sta riguardando soprattutto gli uomini che fanno sesso con uomini (Msm, secondo l’acronimo inglese) e consiglia loro di fare un controllo vaccinale e informarsi sulla cosiddetta profilassi pre-esposizione (PrEp), ossia un trattamento farmacologico invasivo, volto a ridurre il rischio di contrarre l’Hiv, ma che secondo recenti studi – ricordati dallo stesso ente europeo – aumenta l’incidenza dell’epatite C e di altre malattie sessuali di origine batterica. Non certo una buona prevenzione, insomma: eppure le associazioni Lgbt spingono per introdurla in Italia, chiedendo perfino che il sistema sanitario si faccia carico dei costi del trattamento.
    Poiché l’epatite A si diffonde principalmente per via oro-fecale, a volte ingerendo cibi e liquidi contaminati e altre volte per via sessuale, l’Ecdc invita le persone gay a evitare contatti con zone del corpo a rischio contagio (che nei rapporti omoerotici sono evidentemente frequenti) e a praticare il mitologico “sesso sicuro” basato sull’uso del preservativo, di cui – qualche riga più giù – si ammettono tuttavia le falle: “Sebbene i condom non forniscano completa protezione contro tutte le infezioni sessualmente trasmissibili, in quanto riducono ma non sempre eliminano il contatto tra le mucose”, è scritto nel documento.
    Registriamo quest’ammissione, tardiva e parziale, tra le notizie. Probabilmente, anche in questo caso il politicamente corretto si è dovuto arrendere all’ostinazione della realtà. La parte più interessante del documento, nel senso che dovrebbe indurre a una riflessione seria, riguarda i dati. I quali testimoniano l’aumento di una serie di malattie tra la popolazione omosessuale maschile. Per alcune di queste si evidenzia un collegamento con l’evento di Amsterdam, dove secondo gli organizzatori si sarebbero riunite mezzo milione di persone.
    Il report analizza intanto la situazione della Spagna, che nel primo trimestre del 2017 ha registrato 1314 casi di epatite A, contro i 198 dello stesso periodo del 2016: un incremento di quasi sette volte, in gran parte associato alla diffusione del contagio tra i gay maschi, che fa del Paese iberico quello con la maggiore emergenza di epatite A tra vari altri Stati europei, dove nel complesso – dopo l’ultimo Europride – si sono diffusi tre nuovi ceppi del virus.
    Per fronteggiare questa emergenza, l’Ecdc consiglia agli Stati membri di offrire vaccini contro l’epatite A a tutti gli Msm, mentre manca del tutto la raccomandazione di evitare il comportamento a rischio, come invece sarebbe logico attendersi da un’istituzione sanitaria. L’Ecdc ricorda poi che nella popolazione di Msm ci sono state ondate di meningite da meningococco, spiegando che i frequenti viaggi internazionali e i contatti sessuali con uomini all’estero potrebbero aver facilitato il contagio. Secondo un’indagine realizzata tra gli Msm, tra l’altro, proprio la Spagna è il Paese dove gli intervistati ammettono di aver avuto il maggior numero di rapporti omoerotici all’estero. Un aspetto che preoccupa alla luce di un’altra evidenza: delle 30 mila nuove diagnosi di Hiv del 2015, ben il 42% riguarda uomini che fanno sesso con uomini.
    Una percentuale enorme, specialmente se rapportata al fatto che i gay maschi sono una piccola minoranza. Ma non è tutto. Ai rapporti omoerotici si deve anche una crescente proporzione di diagnosi di gonorrea (54%), sifilide (75%) e pressoché tutti i casi di Lymphogranuloma venereum (99%) in Europa.
    In definitiva, stiamo parlando di un elenco drammatico di patologie, la cui diffusione è amplificata da raduni di massa come i gay pride internazionali e che non interessano solo lo Stato dove si tiene la manifestazione, ma tutti i Paesi di provenienza dei partecipanti, percio'potenzialmente il mondo intero: “E' più probabile che alcune malattie trasmissibili vengano esportate dal luogo dell’evento in seguito al ritorno dei viaggiatori e potrebbero diffondersi nei Paesi di residenza.
    Queste includono il morbillo, la rosolia e le infezioni sessualmente trasmissibili, compresi l’Hiv e l’epatite A, B e C”, conclude l’Ecdc, che in particolare valuta medio-alto il rischio di diffusione delle malattie veneree, accresciuto a sua volta dalla combinazione di sesso e droga (il cosiddetto chem-sex, che in Italia è pubblicizzato da associazioni che ricevono soldi pubblici).
    Alla luce di questo quadro a tinte fosche, l’unico atto coraggioso sarebbe indicare la via della castità e ricordare che la complementarità maschile-femminile non è frutto del caso, ma risponde a un ordine e a un fine naturali. Oltre a essere coraggioso, si tratterebbe di un atto di carità, che spesso consiste nel dire al proprio fratello cio'che in quel momento preferirebbe non sentire, pur sapendo dentro di sé che è indirizzato al suo stesso bene.
    Invece, si suggeriscono rimedi a corto respiro o addirittura controproducenti, che non risolvono il problema della promiscuità, del sesso occasionale in nome di una pseudo libertà senza limiti e percio'lontanissima dal dono totale di sé all’altro, espressione della vera libertà e di una sessualità autentica, aperta alla generazione della vita. Se poi il gay pride è, per definizione, la festa dell’orgoglio gay, viene spontaneo chiedersi che razza di festa possa mai essere un evento vissuto spesso senza freni, dove diverse persone si ammalano e contribuiscono a diffondere il contagio. Possibile che – al di fuori delle solite, poche voci (puntualmente attaccate, come dimostra per esempio l’accanimento contro Silvana De Mari, “colpevole” proprio di aver ricordato le conseguenze drammatiche degli atti omoerotici) – a nessuna istituzione e a nessun grande mezzo di comunicazione venga il dubbio che continuare a presentare la vita gay come naturale e gioiosa non è affatto caritatevole?
    L'Ue preoccupata per l'Epatite da Gay pride

    Bruce Reimer, vittima della follia gender
    di Giuliano Guzzo
    L’ideologia gender, come ogni ideologia, ha dei nemici giurati: i fatti. Cosi', l’idea secondo cui i caratteri maschili e femminili sarebbero costruzioni sociali, per giunta un po’ sessiste – uomini e donne si diventa, per dirla alla Simone de Beauvoir (1908–1986) –, regge finché la realtà non dimostra il contrario. Ebbene, si dà il caso che lo abbia già fatto. E non in un laboratorio, nel corso di una trasmissione televisiva o in un’aula di tribunale, bensi' attraverso la drammatica testimonianza di vita di una persona che ha scontato sulla propria pelle gli effetti della teoria gender: David Reimer (1965 –2004).
    La nostra storia inizia il 22 agosto del 1965 a Winnipeg, Canada. Ron e Janet Reimer hanno due figli, due gemelli: Bruce e Brian. I due neonati presentano una fimosi piuttosto marcata, cosi' i genitori optano per un intervento di circoncisione. La data dell’intervento, fissato per il 27 aprile 1967, segnerà per sempre la vita di Bruce. Infatti quella che doveva essere una banale operazione avrà un esito tragico: al posto del medico, quel giorno assente, opero'un sostituto che, impiegando un cauterizzatore con voltaggio eccessivo, brucio'il pene del piccolo.
    Un incidente, un errore, una tragica fatalità che sconvolse i coniugi Reimer, i quali si chiusero in un radicale e sofferto isolamento. La loro storia, già triste, sarebbe potuta finire cosi' ma nessuno poteva immaginare che il peggio, purtroppo, doveva ancora venire. La svolta arrivo'una domenica sera come tante altre dalla televisione, quando i Reimer furono rapiti dal carisma di un uomo elegante, sicuro di sé, che aveva tutta l’aria di persona autorevole, che sa perfettamente quel che dice. Un uomo che ad un certo punto chiamo'in studio un’affascinante donna chiedendole di sedergli vicino. E poi, colpo di scena: quella che vedete accanto a me, disse il carismatico ospite della trasmissione, quattro anni prima si chiama Richard. A parlare, in effetti, non era uno qualsiasi bensi' John William Money (1921–2006), chirurgo del Johns Hopkins Hospital di Baltimora, intento ad illustrare ai telespettatori i propri successi nel campo del cambio di sesso. I genitori di Bruce non si fecero scappare l’occasione per presentarsi al luminare e cosi', nel giro di poco, gli sottoposero il difficile caso del figlioletto mendicando aiuto e consigli.
    Per Money, il quale non solo effettuava interventi di cambio di sesso, ma era intimamente convinto – al pari di molti altri sostenitori della teoria gender – della derivazione prevalentemente ambientale dell’identità sessuale, il bimbo dei Reimer era molto più di un semplice paziente: era l’esperimento perfetto, l’inattesa ed irripetibile occasione per consacrarsi come scienziato e per provare la fondatezza delle proprie convinzioni. Fu cosi' che, pur senza tradire l’entusiasmo che verosimilmente avvertiva in cuor suo, scelse senza titubanza alcuna di seguire quel sfortunato bambino come paziente consigliando ai genitori di crescerlo come una bambina. Un indirizzo che Ron e Janet accettarono, scegliendo di crescere Bruce come se fosse nata Brenda, il nuovo nome che gli diedero. Anzi, convincendosi loro stessi che non poteva che essere il bene del loro piccolo, altrimenti costretto ad un’identità sessualmente incompiuta. Morale: il dottor Money segui' a suon di sedute, interventi e dosi ormonali la trasformazione di Bruce, mentre i Reimer traslocarono cambiando aria e facendo cosi' in modo che nessuno potesse sapere che la loro bambina, in realtà, era nata maschio. Tutto a posto, dunque? Non esattamente. Infatti, nel corso quella che doveva essere la definitiva dimostrazione della teoria gender, qualcosa inizio'ad andare storto.
    Pur cresciuta sin dai primi mesi di vita come femmina e da tutti ritenuta tale, col suo comportamento Brenda dava infatti segnali imprevisti: voleva fare la pipi' in piedi, cosa che in effetti faceva soprattutto se sicura di non essere vista; manifestava atteggiamenti maschili nella scelta dei giocattoli ed arrivando persino, una volta, ad alzare le mani per difendere Brian dalle provocazioni di altri bambini. Inoltre era introversa e con un rendimento scolastico scadente. Insomma, l’esperimento che Money sognava da una vita non filava affatto liscio.
    La cosa spinse i Reimer a sottoporre al dottore il problema. Ma Money non solo fece sostanzialmente finta di nulla, ma arrivo'anche a pianificare per Brenda un incontro con un transessuale. La cosa sconvolse la ragazzina di casa Reimer, la quale disse ai genitori che si sarebbe uccisa se solo fossero continuati gli incontri con quel dottore alle cui visite, almeno una volta l’anno, era costretta da sempre. La ribellione e la sofferenza di Brenda turbarono non poco padre e madre, che a quel punto scelsero di vuotare il sacco raccontandole chi fosse veramente. Una confessione che non stupi' affatto la quattordicenne, la quale replico'con una confessione altrettanto spiazzante, dicendo d’aver sempre avuto la sensazione di non essere femmina.
    «Per la prima volta ogni cosa ebbe un senso, ed io ho capito chi e cosa ero», disse più avanti. Di li' a poco Brenda si sottopose a diversi interventi, fra cui quello di ricostruzione del pene, e torno'quello che era sempre stata: un maschio, scegliendo David come nome. Successivamente, nel 1989, si sposo'ed adotto'tre figli. Purtroppo pero'la sua esistenza fu presto segnata da un nuovo dramma: il suicidio del gemello Brian, affetto da schizofrenia. Poco dopo David si separo'dalla moglie, perse il lavoro e il 5 maggio 2004, all’età di trentotto anni, si tolse la vita.
    Incurante di tutto cio', nei convegni internazionali a cui partecipava il dottor Money – nel frattempo dichiarato professore emerito di Psicologia Medica e Pediatria alla John Hopkins University e premiato dal National Institute of Child Health and Human Development per le sue ricerche – seguito'a presentare come riuscito l’esperimento su Brenda, nonostante la natura umana – e maschile – di Bruce gli avesse dato torto. D’altra parte, non poteva che fare cosi', dato che – lo dicevamo in apertura – l’ideologia gender, come ogni ideologia, ha dei nemici giurati: i fatti. E la ragione ad un nemico non la si dà mai. Neppure se si tratta della realtà.
    Bruce Reimer, vittima della follia gender ~ CampariedeMaistre


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Tutti in pannolino, impazza la moda degli asili nido per adulti
    di Massimo Chiaravalli
    Tornare bambini si puo'. Più che una sindrome da Peter Pan pero', si tratta di una regressione. Anche mentale. Roma, Milano, Verona, Napoli: ecco gli asili nido per adulti. Una giornata in pannolino? Si puo'fare, e all’occorrenza te lo cambiano pure. Riposare in una maxi culla? Idem.
    L’invito della AB nursery è esplicito: «Volete recuperare l’ingenuità e la spensieratezza tipica dei bambini, lasciando da parte per un giorno tutte le vostre responsabilità? E’ il posto che fa per voi».
    Cos’è l’adult baby nursery? «Un evento sereno e giocoso a disposizione di tutti i bambini adulti italiani che vogliano trascorrere del tempo giocando, cantando, ascoltando storie e interagendo con le maestre. Saranno accolti bambini/e per un massimo di 6 per appuntamento».
    Il kit del perfetto adulto bambino prevede pigiamone, ciabattine (ma si puo'stare anche a piedi scalzi), tutone, felpette. E se il baby adulto ha paura di essere scoperto? Pensano a tutto gli organizzatori, dalle tutine colorate ai pannolini.
    C’è perfino la scaletta della giornata tipo, che ovviamente è a pagamento: dalle 11,30 alle 12 accoglienza e giochi; dalle 12 alle 13 coccole, disegno e lavoretti; dalle 13,30 alle 14 pappa & cartoon; dalle 14 alle 16 riposino, coccole e igiene; e per chiudere coccole e saluti finali. Chi lo ha provato ne è rimasto entusiasta: «E’ stato fantastico, cosi' tanto che al momento non sono quasi riuscito a razionalizzarlo, (forse anche per l’imbarazzo). Pero'mi è rimasto un ricordo indescrivibile», scrive un adult baby sul sito della AB nursery.
    Una cosa gli organizzatori la chiariscono subito: chi pensa a qualcosa di sessuale è fuori strada. «Durante il cambio del pannolino non ci sarà contatto con le parti genitali. Ricorda che alla AB Nursery sei un bambino, e come tale sarai trattato. Comportamenti e commenti fuori luogo, esplicitamente volgari o che creino problemi alle maestre saranno causa di allontanamento dall’asilo». Bebè avvisato mezzo salvato.
    Tutti in pannolino, impazza la moda degli asili nido per adulti



    Adult baby La vita senza responsabilità
    di Roberto Marchesini
    Ci stavo riflettendo qualche giorno fa. In Italia non ci sono più uomini né donne. Ci sono solo ragazzi e ragazze. «Ciao, ragazze!», «Ci si vede, ragazzi!». Le parole uomo e donna sono scomparse, e non per effetto del gender.
    Uomini e donne sono persone con una identità, un pensiero, hanno uno scopo nella vita, ne percepiscono la gravità. Per questo sono «seri». Si assumono le loro responsabilità, sanno che l'esistenza non è un gioco. Ragazzi e ragazze sono persone spensierate; perché i pensieri ce li hanno gli altri. Si divertono; anche se, non essendo impegnati in nulla, non ne avrebbero bisogno. Non hanno preoccupazioni né responsabilità; altri se ne occupano per loro. La loro è una vita leggera, al contrario di quella gravosa di uomini e donne.
    Non è una questione anagrafica; è proprio un tipo umano diverso. Ci sono sempre stati dei riti di passaggio che chiudono la vita dei ragazzi e danno il via a quella degli uomini: il servizio militare, il lavoro... Adesso la leva è stata abolita, e il lavoro «... dev'essere divertente... mi devo realizzare... non si puo'mica lavorare per vivere...».
    Cosi' ragazzi e ragazze non hanno più la possibilità di diventare uomini e donne. Ma l'involuzione della specie non si arresta, è un processo continuo.
    Cosi' scopriamo l'esistenza degli «adult baby»; in inglese, perché bambocci è offensivo. E di posti nei quali, per 35 euro al giorno, possono essere accuditi con ciuccio, biberon e pannolino. Adult baby, bambini adulti. Adulti solo anagraficamente, certo. «Non siamo depravati e il sesso non c'entra», assicurano.
    Qualcuno potrebbe storcere il naso; io ci credo. Leggiamo con attenzione in cosa consiste questa faccenda: «[...] nessuna decisione da prendere o scadenze da rispettare, nessuno che si aspetti qualcosa. La mente si sgombra e si torna bambini». In una parola: irresponsabilità.
    La responsabilità è la capacità di rispondere delle proprie azioni. Ho fatto qualcosa? Ne rispondo. Ho preso una decisione? Ne pago le conseguenze. Questo fanno gli adulti, ed è questo che li differenzia dai bambini (per i quali risponde sempre qualcun altro).
    La responsabilità è un peso, un fardello, è vero. Perché la vita è una cosa seria, tragica; non un gioco. Come possiamo pensare che, educando i ragazzi come se la vita fosse solo divertimento, da un giorno all'altro possano accettare la lotta, il sacrificio, il martirio quotidiano che la vita richiede?
    Ecco i nuovi diritti: niente responsabilità, niente discorsi d'odio (cioè niente realismo), niente immagini cruente (i bambini abortiti), niente che possa ledere la beanza di questi adult baby. Sesso senza responsabilità, giocattoli ipertecnologici incollati alla mano, divertimenti senza limiti né confini. Nursery per proteggere questi piccoli e feroci innocenti dalla serietà e dalla gravità della vita (negli USA le chiamerebbero safe space).
    Poi, un giorno, la responsabilità ti bussa alla porta. Hai guidato ad alta velocità, senza cinture, magari bevuto o fatto. Resti cieco e paraplegico. Il gioco è finito. Potrebbe cominciare la vita... ma no, troppo dolore. Meglio morire. Diranno «con dignità».
    Adult baby La vita senza responsabilità

    Studio smonta in un sol colpo gender e evoluzionismo
    di Marco Respinti
    Due ricercatori del Weizmann Institute of Science di Rehovot, in Israele, Shmuel Pietrokovski e Moran Gershoni, hanno reso pubblici i risultati di un importante studio genetico nato come indagine sulle cause della sterilità umana. Ne emerge che ben 6500 geni si attivano in modo diverso nei maschi e nelle femmine, anche in reazione ai farmaci, poiché, a seconda che appunto appartengano a un maschio o a una femmina, quei geni sintetizzano diversamente le proteine. Per la scienza si tratta di un’acquisizione tanto sorprendente quanto importante.
    Ovvio, infatti, che il dimorfismo sessuale tra maschio e femmina umani, o certe caratteristiche tipiche dell’uno e dell’altra, siano dovute a un modo diverso di esprimersi di geni uguali, ma i risultati ottenuti dalla ricerca del Weizmann Institute si spingono più in là. Si parla infatti di differenze importanti, talora decisive, nel determinare il modo di essere fisico, e appunto persino l’insorgere di talune patologie con la conseguente responsività relativa ai farmaci atti a curarle, del maschio e della femmina, identici nel loro essere umani diversi l’uno dall’altra.
    Tracciando dunque una mappa dettagliata di questi geni i due ricercatori israeliani hanno dovuto arrendersi ad alcune evidenze che non obbediscono affatto a certe presunzioni correnti. Per esempio quelle legate all’ipotesi evoluzionista, oggi data per scontata ma che evidentemente, così si è scoperto al Weizmann Institute, così scontata non è. Constata infatti Gershoni che «più un gene è specifico a un sesso e meno su quel gene è visibile la selezione». Tradotto, significa che l’azione della selezione naturale debitamente “spiegata” negli schemi intellettuali evoluzionistici come motore della speciazione per mutazione genetica non viene invece riscontrata dall’osservazione scientifica degli esseri viventi.
    Di più: più si ha a che fare con individui concreti, tanto unici quanto irripetibili proprio nella loro individualità (ben denotata, per esempio, dalla sessualità: un maschio è sempre un maschio, e non è interscambiabile ad libitum con una femmina, e viceversa, con buona pace dell’ideologia di gender), più l’effetto della selezione naturale come motore di speciazione per mutazione genetica non è attestato.
    Un interessante servizio su questa scoperta trasmesso lunedì 8 maggio da TGR Leonardo evidenzia bene l’impasse. La diversa reattività mostrata dai geni a seconda del sesso, dice la giornalista Cinzia di Cianni, «dimostra che le differenze tra i sessi vanno ben oltre quelle più appariscenti, fino a delineare una storia evolutiva interconnessa ma distinta». Due punti: primo, le differenze tra maschio e femmina sono intrinseche alla loro natura specifica di maschio e di femmina, tanto che persino la loro natura biologica, ugualmente umana, è però diversa a seconda del sesso.
    Secondo, l’“evoluzione” dell’essere umano è un enigma enorme, tanto che bisogna postularne non una bensì due, una per i maschi e l’altra per le femmine, evoluzioni in qualche modo “parallele” eppure distinte. Conclusione: l’evoluzione è un’astrazione cui la realtà si ribella e che va dunque continuamente rimodulata, ma ogni rimodulazione equivale a una smentita. Tant’è che alla fine è costretta ad affermarlo la giornalista stessa, la quale, sintetizzando la ricerca del Weizmann Institute, dice: «Dal punto di vista evolutivo, la cosa non ha senso. Ogni mutazione che provoca la riduzione della prole minacciando la sopravvivenza della specie dovrebbe essere eliminata dalla selezione naturale, ma lo studio mostra invece che più grandi sono le differenze di espressione di un gene tra uomini e donne, minore è la selezione sul quel gene, e questo vale soprattutto per gli uomini. Ecco perché, ad esempio, le mutazioni che ostacolano la formazione dello sperma (la ricerca è stata avviata appunto per indagare le cause della sterilità umana) non scompaiono come ci si aspetterebbe».
    Insomma, il postulato secondo cui l’evoluzione avanzerebbe per effetto di una selezione naturale che a livello genetico premierebbe le caratteristiche più adatte alla sopravvivenza costringendo quelle meno adatte all’estinzione si comporta invece in modo contrario. Colpo al cuore del dogma evoluzionista centrale.
    In natura l’evoluzione non si comporta affatto come sta scritto nei libri degli evoluzionisti. Lo afferma la scienza “evoluzionista”. Dal punto di vista evolutivo, la cosa non ha senso: lo afferma la RAI.
    Studio smonta in un sol colpo gender e evoluzionismo

    Gender, lezione choc alle elementari: "Matrimonio gay tra due bimbi"
    Nella scuola elementare di Poggetto, frazione di San Pietro in Casale (Bologna) scoppia la polemica sull'ideologia gender: "Hanno fatto simulare matrimoni gay tra bambini"
    Giuseppe De Lorenzo
    Due maschietti di fronte ad un immaginario altare, il fatidico sì e poi pure il bacetto gay.
    A Poggetto, piccola frazione in provincia di Bologna, scoppia la polemica dopo la denuncia di alcune mamme, i cui figli hanno raccontato a casa di lezioni a dir poco particolari che le maestre avrebbero imposto alle loro classi.
    Sono almeno tre i bimbi che hanno trovato il coraggio di raccontare quanto sarebbe successo mercoledì scorso in una terza elementare dell'Istituto Comprensivo di San Pietro in Casale: un vero e proprio matrimonio omosessuale, benedetto dalle maestre. "Abbiamo verificato e le versioni sulla simulazione dell'unione gay combaciano", racconta Sara, nome di fantasia di una esponente (che vuole rimanere anonima) del gruppo #insiemepossiamo, nato per combattere la diffusione delle teorie gender nelle scuole locali.
    Se tre indizi fanno una prova, le testimonianze degli scolaretti dovrebbero bastare per montare un caso. Potrebbe trattarsi una bugia inventata dal comitato, direte. Difficile, visto che oggi è arrivata la conferma via Facebook di una mamma non iscritta al movimento. "Il gender a scuola di mia figlia ha già prodotto i suoi primi effetti - scrive Silvia Claudia Rossi - In classe spesso giocano a fare i matrimoni fra loro. Ieri ho saputo che finalmente hanno celebrato il primo matrimonio gay fra due maschietti! Con relativo bacio degli sposini".
    Non è facile la vita in Emilia Romagna per chi vorrebbe avere "pieni diritti" nella scelta educativa dei bambini. "Quest'anno - racconta l'esponente di #insiemepossiamo - abbiamo già dovuto lottare contro la proiezione dello spettacolo teatrale Fa'afafine, che racconta la storia di un ragazzo né maschio né femmina, e contro un festival della letteratura dove regalavano libri sull'identità sessuale". Si tratta di un "assedio ideologico", dicono. E in effetti la battaglia è serrata. "Siamo bombardati. In paese ci sono alcune maestre che spingono per realizzare attività scolastiche di quel tipo".
    In difesa dei genitori anti-gender si è schierato "senza se e senza ma" il consigliere regionale di Forza Italia, Galeazzo Bignami: "I bimbi che simulano matrimoni omosessuali a scuola - dice - sono l'effetto dello schifo che portano i sinistrati nelle scuole". Un affondo che vuole mettere in guardia da "iniziative" che "distruggono la Famiglia". "Sono dei vigliacchi che, grazie a pseudo-insegnanti ideologicamente complici e frustrati nel loro fallimento mentale, usano come cavie i bambini, più che mai indifesi in queste situazioni. Qualcuno nelle sedi opportune deve rispondere di questo scempio".
    Gender, lezione choc alle elementari: "Matrimonio gay tra due bimbi" - IlGiornale.it

    Epidemia di epatite A
    Vaccino gratis per i vizi gay
    di Paolo Gulisano
    L’Istituto Superiore di Sanità, organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale in Italia, che svolge funzioni di ricerca e controllo per conto del Ministero della salute nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme: in Italia si sta registrando una "epidemia" di epatite A tra gli uomini omosessuali, con una impennata di casi negli ultimi 7 mesi.
    Caspita, si potrebbe dire, che succede? Il destino cinico e baro che si accanisce contro questa comunità? Un misterioso virus omofobo che chissà perché va a colpire queste persone? In realtà la scienza medica da tempo è a conoscenza di questa evidenza clinica. I comportamenti omoerotici sono uno dei principali fattori di rischio per contrarre l’Epatite A. Perché? E’ molto semplice: il virus si trasmette per via oro-fecale. Quindi di solito l’infezione avviene mediante l’ingestione di acqua o cibi contaminati, come ad esempio insalate, frutta non sbucciata, frutti di mare. L’epatite A è frequente soprattutto in Paesi a basso livello igienico sanitario, come l’Africa, l’Asia, l’America centrale e del sud. La scarsa igiene personale e il sovraffollamento agevolano la diffusione del virus.
    Il virus, introdotto per via orale, mediante cibi o liquidi contaminati, viene poi eliminato con le feci. Oltre queste vie di trasmissione, c’è appunto l’attività sessuale omoerotica tra maschi, che evidentemente comporta dei contatti con zone del corpo dove - come si è detto - si annida il virus. Da qui nasce l’allerta per il diffondersi di questa malattia, che è caratterizzata da sintomi quali ittero, febbre, inappetenza, nausea, vomito, affaticabilità, malessere, dolori articolari o muscolari, cefalea, fotofobia (fastidio nel vedere la luce), tosse, faringite. La malattia ha un decorso generalmente autolimitante e benigno ma a volte si possono avere forme gravi con decorso protratto e anche forme fulminanti rapidamente fatali. Complessivamente la malattia è letale nel 0.3-0.6% dei casi ma può arrivare a percentuali 3-4 volte superiori negli adulti sopra i 50 anni.
    L’Istituto Superiore di Sanità ha dunque evidenziato un aumento di casi significativo nel nostro Paese, dove i casi di Epatite A finora erano sporadici. Nel periodo agosto 2016-febbraio 2017, sono stati notificati al Sistema epidemiologico integrato dell'epatite virale acuta 583 casi: si tratta di un numero di quasi 5 volte maggiore rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. L'età mediana è di 34 anni e l'85% dei casi è di sesso maschile. Oltre ai fattori di rischio classicamente riconosciuti come viaggi in zone endemiche e consumo di frutti di mare, rileva l'Iss, "un'alta percentuale dei casi (61%) dichiara preferenze omosessuali". Da un confronto regionale emerge che nei primi mesi epidemici, il maggior incremento di casi era stato osservato nel Lazio.
    In seguito un incremento dei casi, rispetto all'atteso, è stato riscontrato anche in altre Regioni. Ma il problema italiano è solo il riflesso di uno più vasto, addirittura continentale. Secondo quanto riporta il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), tra febbraio 2016 e febbraio 2017, in 13 Paesi europei sono stati confermati 287 casi di Epatite A e tre diversi cluster di infezione. Anche a livello europeo la maggioranza dei pazienti sono omosessuali e tra i casi vi è una sola donna. Tuttavia, nonostante l'epidemia coinvolga più Paesi, avverte l'Iss, "l'Italia si presenta come lo Stato europeo con il più evidente eccesso di casi". Un aspetto da considerare è che i quattro ceppi descritti in Europa non sono mai stati osservati in Italia prima di agosto 2016.
    L’Istituto Superiore di Sanità conclude mettendo in relazione questi chiari dati epidemici con un evento preciso: "la partecipazione di circa mezzo milione di persone all'Europride di Amsterdam il 29 luglio-6 agosto 2016 potrebbe aver giocato un ruolo nell'amplificazione di micro-epidemie esistenti nella comunità omosessuale di alcuni Paesi europei (Regno Unito, Olanda e Germania) e la conseguente diffusione dei ceppi negli altri Paesi, inclusa l'Italia".
    Evidentemente quello di Amsterdam non deve essere stato solo un evento culturale, si può commentare. E altrettanto evidentemente i rapporti sessuali colà ampiamente praticati non dovevano essere molto “sicuri”. I casi sono due: o il tanto osannato condom, sedicente barriera contro ogni infezione, non è poi così efficace, oppure i gai partecipanti all’Europride non ne hanno fatto uso, e non certo perché inibiti e spaventati dalla solita propaganda cattolica. Un modo davvero sconcertante di mettere in pericolo la propria salute e quella degli altri.
    C’è da chiedersi inoltre se i ricercatori dell’Iss che hanno documentato questa pericolosità e nocività per la salute dei rapporti omoerotici verranno denunciati per omofobia come è toccato alla dottoressa Silvana De Mari che un mese fa aveva parlato dei danni dei rapporti anali venendo sommersa da da insulti e accuse con tanto di denuncia da parte Lgbt. Probabilmente questo rischio i ricercatori dell’Iss non lo correranno, perché nella loro relazione si sono premurati di raccomandare la vaccinazione contro l’Epatite A agli omosessuali, sottolineando "la necessità di promuovere un'offerta attiva e gratuita della vaccinazione”. Questo, conclude l'Iss, anche alla luce del prossimo World Pride che si terrà a Madrid dal 23 giugno al 2 luglio 2017, evento che "potrebbe rappresentare un rischio di ulteriore amplificazione se l'epidemia fosse ancora in corso nella comunità omosessuale".
    Insomma, in vista delle orge madridiste, vaccinatevi. Lungi da noi l’idea di ostacolare la diffusione della prevenzione primaria da attuarsi con un vaccino, visto che altre forme di prevenzione non vengono nemmeno prese in considerazione e consigliate, ma perché gratis? Ricordiamo che ciò che è gratis per questo tipo di utenza sarebbe in realtà a carico del Sistema Sanitario, cioè dei contribuenti, cioè tutti noi. E perché noi dovremmo pagare per permettere a qualcuno di concedersi in totale (o quasi) sicurezza i propri sollazzi? Perché la prevenzione di una malattia che non è conseguenza di una tragica fatalità o di problemi di sanità pubblica, ma di un ben preciso stile di vita, deve avere un costo che ricade su tutta una comunità?
    Eppure la raccomandazione dell’Iss è già stata raccolta. Anzi, qualcuno non si è fatto attendere, come la Regione Lombardia che da tempo regala agli “uomini che fanno sesso con uomini” (così recita il protocollo regionale) la vaccinazione contro l’Epatite A, e pure contro la B, tanto per non fargli mancare niente, e così altre regioni. L’Iss, per concludere, auspica che questa pratica gratuita venga adottata su scala nazionale. Con quali costi? Infatti, il tutto sta avvenendo mentre da parte del Governo vengono tagliati i fondi destinati ai disabili e agli anziani.
    Epidemia di epatite A Vaccino gratis per i vizi gay

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    "Sui tradimenti lo zampino della cultura gay"
    di Andrea Zambrano
    Emergenze moderne spacciate per libertà. Il 20% dei bambini in Italia soffre di disturbi di personalità. Lo sosteneva alcuni anni fa lo psichiatra infantile Giovanni Bollea che riconduceva questo dato all’aumento impressionante dei divorzi; a questo dato se ne aggiunge un altro non numerico, ma esperienziale: stanno aumentando a ritmo vertiginoso negli ultimi anni i tradimenti soprattutto di donne, ma anche di mariti che lasciano il coniuge per una persona dello stesso sesso. A mettere in relazione questi due dati è don Carlo Rocchetta, fondatore della casa di accoglienza La Casa della tenerezza di Perugia che da anni si occupa di ricucire i rapporti famigliari sgretolatisi con il divorzio, che qui viene trattato come una piaga sociale e non come un atto di libertà senza conseguenza alcuna per le vittime, che sono i figli, vero anello debole di un’industria che non tiene conto delle “indagini di mercato” sulla loro sofferenza.
    Il divorzio è un problema sanitario principalmente per loro, e quando nei giorni scorsi una commissione del Ministero della Sanità ha ascoltato don Carlo per conoscere l’esperienza della Casa della tenerezza, ha potuto toccare con mano la piaga del divorzio di cui i giornali mainstream non parlano: un progressivo sfaldamento di tutti i rapporti umani e sociali e un danno psicologico enorme per le vere vittime, di cui nessuno si occupa.
    Le parole di don Carlo sono parole di verità, pronunciate in un luogo, quello politico, dove la verità dovrebbe essere la stella polare, invece viene mercanteggiata per interessi superiori. In questa intervista alla Nuova BQ don Rocchetta spiega perché con il divorzio, sancito legalmente e trionfalmente 41 anni fa, siamo arrivati ad un punto di non ritorno: si soffre tremendamente, è ora di fermarci.
    Don Carlo, il vostro sguardo è rivolto alle vere vittime: i bambini.
    Non c’è attenzione su questo perché si dà per scontato che i bambini possano crescere senza avere la presenza delle due figure e questa è una grave mancanza: i bambini hanno bisogno di entrambe le figure. Quando due persone si separano e le incontriamo la prima cosa che diciamo loro è di non far soffrire i loro figli, di non odiarsi, perché l’odiarsi trasferisce in loro il sentimento dell’odio. I bambini si sentono diversi dagli altri.
    Ecco una discriminazione di cui non si parla, però è percepita o reale?
    E’ percepita da loro e questo è già un danneggiamento per la loro crescita e maturazione. Il bambino sente che qualche cosa gli manca ed è questo che crea i disturbi della personalità così in aumento.
    Basterebbe affiancare nelle scuole delle equipe psicologiche…
    Sì, ma non risolverebbe il problema che è a monte. Cioè la famiglia distrutta.
    Qual è il vostro compito?
    Si struttura su due ambiti: far sì che la coppia torni insieme e aiutare il bambino ad elaborare il lutto della separazione. Sono due cammini paralleli, ma che si intersecano tra di loro necessariamente. Abbiamo più di 100 colloqui al mese.
    Qual è il primo scoglio?
    La mancanza di tenerezza, lo smarrimento della tenerezza porta ad allontanarci poi viene fuori la parte peggiore di noi. Il 60% delle coppie che in questi 15 anni abbiamo incontrato sono tornate insieme proprio quando hanno iniziato a riscoprire la dinamica della tenerezza. Allora sì che la crisi è un’opportunità di rinascita.
    Quanto incide il tradimento?
    Moltissimo. Ho notato un aumento dei tradimenti negli ultimi anni, soprattutto di donne tra i 40 e i 50 anni. Entrambi i coniugi spesso vogliono tornare adolescenti, alla donna in difficoltà di tenerezza basta un collega capace di corteggiarla e torna a ragionare come una ragazzina. C’è un tradimento che nasce non dal desiderio di eccesso o di trasgressione, ma da una regressione allo stadio adolescenziale. Questa immaturità psicologia e affettiva è una delle cause principali delle separazioni.
    Quanto influiscono le nuove ideologie del gender o dell’omosessualismo?
    Molto, diventa ovvio poter fare delle scelte diverse. Confondendo il maschile e il femminile si arriva a pensare di potersi permettere tutto. Abbiamo avuto casi di donne che lasciavano il marito per un’altra donna e uomini che andavano con un compagno.
    Quanto c’è di vera tendenza omosessuale e quanto di moda?
    E’ molto più di una moda, senza dubbio. L’ossessivo martellamento dei modelli dell’orgoglio gay contribuisce a far perdere di vista quello che è lo statuto antropologico della coppia. D’altra parte basta guardare i film o le serie tv per adolescenti per vedere quali modelli vengono proposti. In questo senso l’omosessualismo contamina la famiglia che ha già punti deboli di suo.
    Ma è un processo che inizia con l’adolescenza, però.
    E che si trascina quando l’adolescente cresce, ma volendo rimanere sempre tale. Nella preadolescenza l’omofilia è normale, c’è l’amico o l’amica del cuore, ma non significa che stiano vivendo un’esperienza omosessuale. Favorirlo e definirlo come un’esperienza omoerotica come fanno le campagne ideologiche di oggi fa sì che questo sentimento rimanga latente per poi emergere durante la fase adulta. Il risultato possono essere anche casi come questi che abbiamo trattato.
    Come li affrontate?
    Ci vogliono percorsi specifici. Una volta una di queste persone mi ha implorato di non dirlo alla moglie, si vergognava. Lei, poverina, sospettava: “Padre, temo che si sia innamorato di un’altra donna”. Invece… Ma con queste premesse è impossibile poterli seguire bene perché viene meno il pre requisito della necessità della verità su se stessi e sulla coppia. Infatti se ne andò, non ho più saputo niente.
    Veniamo al secondo aspetto: i bambini.
    Abbiamo un gruppo di due specialiste che si sono formate alla Cattolica di Milano. Si chiamano gruppi di parole perché la prima cosa da fare è quella di elaborare il lutto. L’esperienza si deve fare con il consenso di entrambi i genitori perché anche a loro verrà chiesto di impegnarsi per questo progetto.
    Come si struttura?
    I bambini dai 6 agli 11 anni partecipano con noi a dei giochi o a momenti di racconto o di disegno e piano piano iniziano a tirare fuori il dolore. Tirando fuori il malessere lo elaborano e arrivano a chiamare quel dolore con il suo nome.
    Ma loro sanno perché sono lì?
    Sì, è la prima domanda che facciamo loro: sapete perché siete qui? Chiedono perché sono lì? E’ una delle prime domande che facciamo loro e lo dicono subito, c’è sempre uno che si fa carico in gruppo.
    Che cosa emerge?
    Il bisogno di essere ascoltati. Il tutto si conclude con l’ultimo incontro alla presenza dei genitori. I bambini scrivono una lettera nella quale elencano ai genitori tutto quello che vorrebbero per la loro felicità.
    C’è la richiesta di tornare assieme?
    E’ una delle aspettative. E i genitori a loro volta scrivono una lettera nella quale si impegnano ad ascoltarli maggiormente. Le aspettative dei bambini riguardano il desiderio di non sentirsi stigmatizzati o considerati come bambini di serie B e il non isolarsi e rompere il legame con i genitori.
    Ma ci sono famiglie che si ricompongono dopo questo percorso?
    Sì. Recentemente un papà dopo aver letto la lettera del figlio ha chiesto di fare un percorso: si è reso conto delle fatiche e delle dinamiche che si sono rotte e ora è in cammino con la moglie. Dobbiamo pregare per loro, ma abbiamo una grande speranza.
    "Sui tradimenti lo zampino della cultura gay"

    Vescovo "bandito" dai gay scortato dalla Polizia
    di Andrea Zambrano
    La si rigetta perché queste violenze sono accadute in un lontano passato e non potranno mai più riaccadere. Invece certi episodi sono la spia di un fenomeno strisciante che l’opinione pubblica tende a minimizzare. Parliamo della persecuzione che sta subendo la Chiesa cattolica in Spagna. Persecuzione ormai alla luce del sole e non più evocata da qualche maniaco visionario.
    Nella parte del carnefice ci sono le associazioni Lgbt che sono diventate così forti da dettare l’agenda dei governi nazionali e locali. Carnefici, dicevamo. Sì, perché al loro posto negli anni ’30 del ‘900 in Spagna c’erano i rivoluzionari di estrazione marxista che dettero poi vita alla guerra civile, in cui la Chiesa pagò il suo tributo di sangue: prima di ammazzare preti e vescovi, in Spagna furono 13, iniziarono minacciando il clero, poi irridendolo pubblicamente con azioni dimostrative, ancora, impedendone l’esercizio, bruciando chiese e infine arrivando al delitto dopo essere passati per il pestaggio.
    In Spagna siamo passati dalla fase della protesta provocatoria all’impedimento dell’esercizio episcopale. La storia ci insegna quale sarà il prossimo passo. Quando ci sarà la prima vittima, Dio ce ne scampi, tutti si accorgeranno che qualche cosa è accaduto.
    Certe cose stanno riaccadendo con le stesse vittime, il clero, ma differenti carnefici, oggi le lobby Lgbt? Chi dice no forse non conosce la situazione spagnola che domenica ha visto l’introduzione di un ulteriore tassello nell’inquietante escalation di violenza verbale nei confronti di un vescovo, che è stato preso di mira con cori e insulti all’uscita da messa tanto che per allontanarsi il pastore ha chiesto aiuto alla Polizia.
    Scene del genere in Spagna non accadevano appunto da quei giorni, che così si stanno diabolicamente riattualizzando sotto le insegne della dittatura di pensiero gay. Ma che cosa aveva fatto di male questo vescovo? Niente, aveva semplicemente detto un’ovvietà: che nella persona con tendenze omosessuali manca la figura paterna. Una verità scientifica, prim’ancora che cattolica. Ma al collettivo Lgbt della città di Tárrega, 16mila abitanti nella diocesi di Solsona, Catalogna, è bastato per attentare all’incolumità del pastore.
    Lui, Xavier Novell, il vescovo più giovane di Spagna e tra i più giovani del mondo, è dovuto uscire dalla chiesa scortato dalla Polizia municipale facendosi largo tra gli insulti e le minacce inferocite di un nugolo di attivisti dell’associazione De Transcantó. Il pastore era arrivato domenica per impartire la cresima ai ragazzetti della parrocchia di Santa María del Alba, ma dopo la cerimonia ad attenderlo c’erano una trentina di attivisti con cartelli e bandiere minacciose.
    E’ quello che in sudamerica viene chiamato "escrache", una protesta di piazza rumorosa e intimidatoria contro i rappresentanti del governo. Questa volta ad essere preso di mira non era un politico, ma un vescovo. Gli attivisti Lgbt hanno apostrofato il vescovo con cori offensivi e minacce. Così il sindaco della cittadina ha pensato bene di far arrivare la polizia municipale per scortare il vescovo all’automobile. Fortuna che Novell ha trovato un primo cittadino comprensivo. Nella vicina Cervera, 9000 anime nella stessa diocesi il sindaco ha promesso un intervento del Consiglio comunale per dichiarare il prelato persona non gradita. E nel capoluogo diocesano, Solsona, il municipio ha preso le distanze dicendo che certe cose non devono accadere. Insomma: il vescovo è bandito.
    Ovviamente i sindaci sono stati aizzati da un nugolo di associazioni Lgbt che con gran spolvero di accuse in questi giorni hanno preparato il terreno definendo Novell un omofobo, un cattivo cristiano e un pessimo vescovo. Il tutto per quell’articoletto pubblicato sul giornalino diocesano in cui il pastore, riferendosi anche agli studi di Joseph Nicolosi (il nemico è sempre lui con le sue teorie riparative!) diceva: “Mi chiedo se il fenomeno crescente della confusione sull’orientamento sessuale di molti adolescenti non si debba imputare nella cultura occidentale alla figura paterna, che è stata assente, deviata e svuotata fino alla messa in discussione della stessa virilità”.
    Alla fine il vescovo, scortato, è riuscito a salire in auto e a tornare in diocesi, mentre alcuni parrocchiani si riunivano per pregare davanti alla folla inferocita e a due lesbiche che, provocatoriamente, si baciavano.
    A questo punto ci si aspetterebbe un minimo sindacale di solidarietà da parte dello stesso mondo cattolico. Macché. A parte il silenzio della Conferenza episcopale spagnola, si segnala l’intervento a gamba tesa di un’associazione di gay cristiani, chiamata Asociación Cristiana de Lesbianas, Gais, Transexuales y Bisexuales (ACGIL) che sul portale cristianosgays.com non ha preso le parti del vescovo, ma dei compagni di lotta omosessualista. Non poteva mancare un riferimento che Gesù che “è venuto a instaurare un mondo nuovo in cui tutti quelli che si amano hanno diritto di cittadinanza indipendentemente dal loro essere uomini, donne, giudei, schiavi o liberi”. Ovviamente facendo finta di dimenticarsi delle parole di Gesù sulla triste fine di Sodoma. Ma quelle associazioni sono poi quelle che, con la complicità di molti vescovi organizzano le ormai note veglie anti omofobia, rafforzando così il partito di chi nella Chiesa ha deciso di sposare la tesi dell’omoeresia.
    Vescovo "bandito" dai gay scortato dalla Polizia

    USA: coppia di padri gay ma la figlia chiama “mamma”
    Deve essere qualcosa di cosi' profondo, di cosi' forte, da andare oltre le sovrastrutture, di qualsiasi tipo. Si puo' crescere in qualsiasi modo, verrà fuori. Prima o poi. E’ l’amore per la mamma anche quando si hanno due papà.
    La notizia arriva direttamente dagli Stati Uniti, il Paese in assoluto più gay-friendly al mondo. Lo scrittore omosessuale di Toronto, John Hart, ha adottato insieme al compagno una bimba che quando è triste o arrabbiata chiama la mamma. E non riesce proprio a spiegarsi come sia possibile. Lo scrittore ha affidato il suo sfogo alle pagine di uno dei più noti siti di per genitori omosessuali, gaywithkids.com, in un articolo intitolato “calling for mommy”, appunto.
    Hart racconta che la sua angoscia è scoppiata in seguito ad un “incidente” scoppiato in un supermercato. La bimba voleva un tipo di pane che il papà si è rifiutato di comprarle. Capricci normali insomma, quelli che fanno tutti i bambini. Eppure la piccola per protestare ha sbattuto i piedi a terra e ha urlato “mamma”, suscitando l’imbarazzo del “daddy” e le occhiatacce degli altri clienti “vedendo una bambina senza sua madre che veniva tirata fuori da un uomo a cui lei resisteva”.
    Il blogger racconta che la bimba ha tre anni ed è con la coppia da quando aveva 9 mesi “non credo ricordi nulla prima della sua vita con noi”. Le è stato spiegato che ha due papà, eppure, nei momenti di sconforto piange e chiama la mamma. Secondo lo scrittore canadese la piccola ha una perfetta padronanza di linguaggio che la rende consapevole di cio' che dice, dunque l’invocazione non trova nessuna spiegazione.
    Potremmo facilmente aprire un dibattito sull’omogenitorialità, potremmo chiederci se la società che lentamente sta accettando le adozioni gay stia facendo realmente l’interesse dei bambini. Potremmo chiederci se il pianto di una bambina di tre anni che chiama una mamma che non ha non dovrebbe farci riflettere. Potremmo. Oppure potremmo semplicemente ammettere che il genere umano è sessuato, che nessuno puo' essere “il tutto”, e che due papà forse non fanno una mamma.
    USA: coppia di padri gay ma la figlia chiama "mamma"

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    L'inutile porcata dell'educazione sessuale a scuola
    di Giuliano Guzzo
    «Contra factum non valet argumentum», sentenziavano i latini a rammentare il primato della realtà sulla narrazione. Un ammonimento antico, perfino banale forse, ma che varrebbe la pena tenere a mente, quando leggiamo di lezioni di sesso esplicito impartite alle elementari o ascoltiamo l’esperto di turno enfatizzare l’utilità per non dire la straordinaria importanza dell’educazione sessuale a scuola, iniziativa in verità di chiara connotazione ideologica – il primo a proporla per legge in Italia, nel 1975, fu non a caso il Partito Comunista – ma, soprattutto, di manifesta inutilità se non persino controproducente.
    A suffragarne l’inutilità ci ha però pensato un vastissimo e direi definitivo studio con il quale, esaminando i dati provenienti da più di 55.000 giovani 14-16enni sottoposti a programmi di salute sessuale e riproduttiva provenienti dall’Africa sub-sahariana, dall’America Latina e dall’Europa, seguendoli da uno a 7 anni i ricercatori hanno concluso che detti corsi scolastici «non hanno alcun effetto sul numero di giovani persone infette da HIV ed altre malattie sessualmente trasmissibili» (Cochrane Database of Systematic Reviews, 2016).
    Basterebbe già l’imponenza di una simile ricerca, a ben vedere, a chiudere la questione. Tuttavia un recentissimo studio, andando oltre, ha confermato quanto già gli esperti del campo, come il prof. Renzo Puccetti, evidenziano da tempo: l’educazione sessuale a scuola non è solo inutile – cosa che già dovrebbe allarmare, pensando ai quattrini spesso e volentieri pubblici con cui viene promossa – ma addirittura un boomerang. Trattasi di uno studio che, prendendo in esame il caso dell’Inghilterra, ha messo in rilievo un passaggio semplice ma assai eloquente.
    Il fatto, in breve, è che a più educazione sessuale – strano ma vero – corrispondono più gravidanze tra le giovanissime; viceversa ad un calo d’intensità dell’osannata iniziativa, le cose migliorano. Esagerazione? Per nulla: nel 1999, in Inghilterra appunto, quando le iniziative di sensibilizzazione sulle pratiche sessuali toccavano economicamente il loro culmine, si contavano oltre 40.000 di under-18 incinte. Poi, probabilmente anche perché la cosa non dava i frutti sperati, dal 2010 i fondi per l’educazione sessuale hanno iniziato a calare e così pure le ore scolastiche dedicatevi. Ebbene, che è accaduto?
    E’ successo che le gravidanze tra le giovanissime, anziché aumentare, hanno preso a ridursi drasticamente, tanto che nel 2015 si sono registrati solo 20.000 casi. Meno della metà di quelli registrati sedici anni prima. Questo perché, secondo i ricercatori occupatisi della questione, chi segue corsi di educazione sessuale, rispetto agli altri, tende ad anticipare l’età del primo rapporto, ad averne con maggiore frequenza e ad adottare comportamenti sessualmente maggiormente a rischio (cfr. Journal of Health Economics, 2017). Il perché poi questo accada, a sua volta, non risulta affatto difficile da comprendere.
    La quasi totalità dei corsi di educazione sessuale, infatti, si risolve in apologia della contraccezione e lezioncine hot, riducendo il fare l’amore a robetta da manuale delle istruzioni, della serie più conosci i dettagli e più vai pure sul sicuro. In sostanza l’educazione sessuale a scuola non educa affatto, anzi fa opposto rispetto a giovani assetati come non mai di ideali grandi, delusi come sono dal vuoto tutto intorno. Morale della favola per bocciare certi corsi scolastici – penso ai genitori preoccupati che strani “insegnamenti” possano essere proposti ai loro figli – non occorre essere cattolici, ma un po’ informati. E vedrete che gli “esperti”, a scuola, non li si vedrà più manco col binocolo.
    L'inutile porcata dell'educazione sessuale a scuola ~ CampariedeMaistre

    «Papà, anche tu lo fai così?». Il sesso spiegato in classe tra violenza verbale e "pornografia didattica"
    di Andrea Zambrano
    A questo punto fateli assistere direttamente ad un amplesso completo e non ne parliamo più. Ma senza la sigaretta post coitale che fa tanto Hollywood anni ’80, però non è in linea con i dettami salutisti. Educazione sessuale o educazione all’affettività? A Modena hanno fatto prima: hanno esibito in faccia a bambini di appena dieci anni disegni di rapporto sessuale e descrizioni falsamente scientifiche, ma che si avvicinano di più alla pornolalia, l’esibizione di un linguaggio pornografico.
    LINGUAGGIO PORNOGRAFICO - O meglio: Pornolalia che secondo la definizione che ne dà la Treccani è: “Si può definire come l'espressione di un'aggressività verbale. Tale forma di linguaggio ha infatti enormemente dilatato i propri confini, contestualmente al graduale ridursi degli eufemismi, dei tabu terminologici, delle metafore”.
    Ebbene. Vediamo che cosa è stato offerto nel penultimo giorno di scuola ai bambini della classe V dell’elementare Sant’Agnese di Modena dove in queste ore non si parla d’altro, almeno stando ai titoli dei giornali come “Modena, compiti sul sesso ai bimbi: a scuola scoppia il caso”.
    «Quando una donna e un uomo scoprono di piacersi - si legge nell’opuscolo preparato dalla scuola e consegnato ai bambini - desiderano stare insieme, parlano, giocano, fanno passeggiate e vanno al cinema. Talvolta sentono molto forte il bisogno di ricevere e dare tenerezza». E fin qui…
    Da qui in poi si potrebbe ricorrere al linguaggio metaforico o a quello medico-scientifico. Ma il testo invece prosegue così: «Si baciano e si accarezzano per tutto il corpo esprimono con parole affettuose l’amore che provano. Allora il pene dell’uomo diventa grande e duro e la vagina della donna si inumidisce: per tutti e due è molto bello quando la donna fa penetrare il pene rigido dell’uomo nella sua vagina. I due - si legge ancora nel testo distribuito in classe - lo fanno muovere avanti e indietro nella vagina e provano un piacere intenso. Sussurrano, ridono felici: sono i rumori che forse qualche volta hai sentito provenire dalla camera di mamma e papà».
    PAPA’, ACCADE ANCHE A TE? - Detta così ai bambini di 10 anni è venuta subito una domanda, impellente, da rivolgere ai genitori: “Papà, ma anche a te quando stai con la mamma viene duro e vai avanti e indietro?”. I lettori perdoneranno l’eccessivo verismo, ma questo è proprio quello che è accaduto ad un padre che lunedì pomeriggio si è sentito rivolgere questa domanda dal proprio figliolo. Il genitore, F.P., molto conosciuto a Modena perché referente di un’associazione di volontariato, è balzato sulla sedia. E ha affidato allo sfogatoio per eccellenza la sua disapprovazione per quanto accaduto in classe. “Non ho capito se le schede distribuite oggi ad Achille (10 anni) debbano essere il preludio dei compiti delle vacanze”, ha scritto su Fb. Scoppia il caso: molti genitori protestano, altri minimizzano. Tutti rimangono a bocca aperta, però.
    LA PRESIDE SE LA PRENDE COL GENITORE - Il giorno dopo i giornali non parlano d’altro. E la scuola viene investita dall’attenzione mediatica. Dopo una mattina passata a declinare le richieste di spiegazioni, la preside dell’istituto, Maria Tedeschi, affida a un comunicato la sua posizione: “La lezione di educazione all’affettività che pare aver turbato un genitore di un alunno di una classe Quinta della scuola Sant’Agnese, era stata richiesta alle docenti dai genitori stessi in più occasioni. In particolare, vista la comparsa di alcuni comportamenti di curiosità mista a malizia in ragazzini che a undici anni manifestano i primi atteggiamenti tipici della preadolescenza, nel corso dell’ultima Assemblea dei Genitori”. La preside si lamenta dell’esposizione del genitore. Infatti “stupisce scoprire che uno dei genitori si è sentito impreparato a rispondere alla domanda del figlio (“nessuno di noi era preparato a rispondere a quesiti simili”) e che non avesse partecipato alla vita della scuola abbastanza da apprendere quanto concordato nelle dovute sedi”, inoltre conclude che i genitori, in virtù del patto educativo avrebbero dovuto parlarne prima con i docenti.
    RISCHIA IL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE - Il caso però non finisce qui. La Nuova BQ ha provato a contattare l’ufficio scolastico provinciale di Modena. La dirigente responsabile, Silvia Menabue, ha preferito non rilasciare dichiarazioni, appellandosi all’autonomia scolastica. Però stando a quanto emerge da alcune fonti accreditate venute in contatto con la Nuova BQ, a parte la metodologia della comunicazione scuola-genitori utilizzata, la preside, o l’insegnante potrebbero anche incontro a provvedimenti disciplinari.
    IL CONFINE TRA EDUCAZIONE E VIOLENZA - C’è poi da considerare l’aspetto della violenza verbale utilizzata. Quelle parole, rivolte ad un 20enne vengono percepite con un grado di maturità particolare. Ma le stesse parole, spiattellate in faccia a bambini, possono risultare violente. Una violenza perpetrata con la scusa dell’educazione sessuale e con il potere che una scuola, si accolla di esercitare in vece o in sostituzione dei genitori. Se si riduce la sessualità uomo-donna a un piacersi, un andare su e giù e un pene duro, bè, come non stupirsi se poi i bambini continueranno ad affrontare la tematica con quella stessa malizia che era servita come campanello d'allarme?
    Alcuni bambini, stando ai racconti dei genitori, sono rimasti turbati. Qual è il crinale che separa l’educazione sessuale dalla violenza verbale? E’ un tema che la scuola, nella sua risposta non si è posto, appellandosi alla correttezza formale della comunicazione scuola-genitori. Insufficiente.
    Ma quello che la scuola non ha spiegato è a che cosa miri quel tipo di spiegazione con quel tipo di linguaggio. Ci si nasconde dietro alla sessualizzazione precoce dei minori, ma nessuno - docenti e genitori - riflettono abbastanza sul fatto che è proprio la sessualizzazione precoce, alimentata dalla facilità di accesso a internet che hanno i bambini, che contribuisce ad acuire ancora di più l’approccio problematico nei confronti dell’altro sesso.
    Non bisogna poi dimenticate che buona parte delle responsabilità appartiene ai genitori. Affidare a esterni un tema così delicato, ma soprattutto così decisivo nella crescita della persona, significa firmare un assegno in bianco per il futuro dei loro figli. Lamentarsi dopo che i buoi sono scappati appare un po’ patetico.
    TRA SESSUALITA’ E AFFETTIVITA’ - Ma soprattutto c’è un grosso equivoco: la preside nel suo comunicato parla di educazione all’affettività, senza però citare un solo autore che giustificasse il materiale didattico utilizzato dall’insegnante. Chi ha scritto quelle parole? Quale pedagogista, medico o psicologo? In quale contesto? Con quali finalità? Questo non è stato detto per una scuola che nella sua home page si vanta di avere anche una sezione trasparenza. Tutto è filtrato dall’insegnante, ma se questa non condivide con i genitori la stessa visione dell’uomo, ecco che si va incontro a incidenti come quello di Modena. All'estero ci sono stati casi ad esempio in cui dietro alle educazioni alla sessualità operavano con il loro materiale "didattico" le lobby pedofile.
    «Papà, anche tu lo fai così?». Il sesso spiegato in classe tra violenza verbale e "pornografia didattica"

    GAY A CACCIA DI RAGAZZINI: 9 ARRESTI
    Un giro di prostituzione omosessuale minorile è stato scoperto dai carabinieri di Milano che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare (2 in carcere e 7 ai domiciliari) nei confronti di italiani tra i 30 e i 60 anni residenti tra Milano e Pavia. Tra gli arrestati e i quattro indagati ci sono incensurati e insospettabili ma anche recidivi. Padri di famiglia, imprenditori, operai, liberi professionisti e commercianti. I militari della sezione indagini telematiche del nucleo investigativo del comando provinciale di Milano hanno ricostruito la rete di rapporti a pagamento che era alimentata da annunci su Internet caricati dagli stessi minorenni. La prestazione era concordata su siti di incontri, i clienti erano consapevoli dell’età dei ragazzi.
    Gay a caccia di ragazzini: 9 arresti | Vox

    Gli Lgbt sfidano Jeremy Irons e Ian McEwan, rei di avere idee “nocive”
    Le loro opinioni contro l’aborto, i matrimoni gay e i transgender hanno sollevato un nuvolone di polemiche
    di Giulio Meotti
    Il libertario Jeremy Irons ha sempre avuto la tendenza a mettersi nei guai, come dice la moglie Sinead Cusack. Come quando disse: “I padri sposeranno i figli, per evitare la tassa di successione”. Un paradosso per esprimere la sua forte contrarietà ai matrimoni gay. E Irons ne ebbe anche per Michael Bloomberg, sindaco di New York, e il suo “nanny state”.
    Adesso uno dei protagonisti del nuovo film “Batman v Superman” incorre nell’ira femminista. Irons non si tiene nel colloquio con il Guardian: “La nostra società si basa su una struttura cristiana. Se porti via questi princìpi religiosi, tutto diventa terribile. Si può amare e crescere una famiglia meravigliosamente anche senza essere sposati, ma in realtà il matrimonio ci dà un punto di forza, perché è molto difficile uscirne, e questo ci spinge a lottare per tenerlo insieme. Prendi l’aborto. Io credo che alle donne spetti la decisione, ma credo anche che la chiesa ha ragione a dire che è peccato. L’aborto danneggia la donna – è un attacco mentale e fisico enorme”.
    Non lo avesse mai detto. Scrivendo su Jezebel, Madeleine Davies definisce Irons “uno stupido”, intimandogli di chiudere “quella fottuta bocca”. Su Inquisitr, Amy Feinstein definisce il grande attore “selvaggio”, mentre su Marie Claire si spiega che Irons non può parlare di aborto visto che non ha un utero. D’altronde Irons non è nuovo a scioccare l’establishment e i fan.
    Che Irons non ami lisciare il pelo all’opinione pubblica lo si era capito da una precedente intervista all’Independent, quando aprì le porte del suo castello di Ballydehob. L’aborto? “E’ male”. La chiesa cattolica? “Amo la sua intransigenza”. L’Irlanda contemporanea? “Mi rattristano le chiese vuote”. Ce n’è abbastanza per trasformare il vip in una strega.
    Come sta succedendo a Ian McEwan, uno dei massimi scrittori inglesi contemporanei. Parlando a una conferenza del Royal Institute, McEwan ha detto: “L’identità non si può prendere come in un supermercato delle identità personali, come se fosse un numeretto da indossare. Per esempio, alcuni uomini in pieno possesso di un pene ora si identificano come donne e chiedono di potersi iscrivere a università esclusivamente femminili e di cambiarsi nello spogliatoio delle donne. E c’è stato un noto caso di una donna bianca che si è identificata come nera”.
    A questo punto una donna tra il pubblico gli ha chiesto di chiarire simili dichiarazioni “offensive” sul diritto di scegliere il proprio sesso o la propria razza. “Chiamatemi all’antica”, ha risposto McEwan, “ma tendo a pensare che le persone in possesso di un pene siano uomini. So che entrano in un mondo difficile quando diventano transessuali e ci dicono che sono donne, che sono diventati donne”. Sesso e razza, ha concluso il romanziere a proposito della teoria del gender insegnata nelle scuole del Regno Unito, “hanno una base biologica, fa differenza se hai un cromosoma X o Y”.
    Gli attivisti dei diritti umani, come Peter Tathcell, hanno accusato subito Ian McEwan di “autoritarismo etico” mentre Stonewall, l’associazione che si batte per i diritti di omosessuali e transgender, ha esortato lo scrittore britannico a scusarsi per le sue parole “nocive e pericolose”. A quando uno speciale collutorio per rendere innocua la “fottuta bocca” di questi malpensanti?
    Gli Lgbt sfidano Jeremy Irons e Ian McEwan, rei di avere idee ?nocive? » Rassegna Stampa Cattolica

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Più soldi ai gay che ai donatori di organi
    Polemica a Bolzano: 5mila euro a un'associazione con un pugno di iscritti
    Francesco Barone
    La Commissione Attività Sociali del Comune di Bolzano ha provato a stanziare 5.500 euro per un'associazione riconducibile ad arcigay di Bolzano, mentre altre associazioni quali Aido(donatori di organi) e Ail (associazione contro le leucemie, linfomi e mieloma) si fermano rispettivamente a mille e duemila euro.
    Le stranezze, però, non si fermano qui, infatti l'Associazione Centaurus, presieduta da Andreas Unterkircher, già candidato nel 2013 alle elezioni provinciali e nel 2015 alle comunali di Bolzano nelle liste dei Verdi, che oggi fanno parte della maggioranza che amministra la città, non aveva comunicato il numero di iscritti. In commissione, dopo la sollecitazione della minoranza, è emerso che gli iscritti risulterebbero essere solo cinque con dodici volontari a fronte degli 897 di media delle altre associazioni, dato poi smentito la mattina successiva, in quanto gli iscritti dopo la nottata sarebbero diventati quaranta.
    All'associazione Centaurus, quindi, secondo quanto prospettato dalla maggioranza, andrebbe ben l'8% dell'intero stanziamento per le attività sociali e dei 35 mila euro a bilancio di Centaurus solo 150 euro sarebbero quote sociali, meno di quattro euro per associato, e buona parte del resto deriva da enti pubblici. Tutto ciò ha incontrato, per motivi diversi, la ferma opposizione delle minoranze Casapound, Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale e Lega Nord.
    Categorico sul tema, infatti, è stato Sandro Trigolo di Cpi secondo cui «in questo momento storico, sicuramente critico per il paese, in cui si continua a tagliare perfino sull'essenziale, sulla sanità, sull'istruzione, la disabilità e quant'altro, non possiamo permetterci di finanziare un'associazione per mera pubblicità o propaganda ideologica».
    Le discriminazioni insomma vanno combattute ma non sovvenzionando gruppi che nell'organizzazione delle loro manifestazioni consentono, come accaduto all'ultimo gay pride, la presenza di «una drag queen vestita da porno Madonna, che è un'offesa ed un vilipendio alla cultura e alla credenza cristiana». Secondo Galateo, infine, con un così ristretto numero di aderenti, l'associazione non è nemmeno rappresentativa delle comunità Lgbt de concedendo questo contributo si «darebbero altri fondi a un gruppetto di amici che con soldi pubblici promuove se stesso e fa propaganda», chiedendo fra le altre cose la previsione nelle liste elettorali, oltre alle quote di genere anche quelle arcobaleno, riservate a chi ha diversi orientamenti sessuali. In conclusione per la minoranza «sembra una barzelletta ma è macabra omofollia».
    La battaglia ora si sposta in Consiglio comunale, seppur l'esponente del Pd Mauro Randi, vicino da sempre all'ambiente cattolico e il rappresentante di Svp, partito conservatore e tradizionalista, hanno stranamente votato favorevolmente si attende la posizione Pentastellata, assenti in commissione al momento della decisione, ma si prevedono barricate da parte della minoranza. E forse ripensamenti in maggioranza.
    Più soldi ai gay che ai donatori di organi - IlGiornale.it

    Colombia, nasce la prima famiglia poliamorosa: matrimonio tra 3 uomini
    L'istituzionalizzazione della relazione tra i tre ha creato molta indignazione nel paese del Sud America
    Marta Proietti
    In Colombia è nata la prima famiglia poliamorosa: tre uomini sono infatti convolati a nozze suscitando indignazione nel Paese, considerando anche che il matrimonio gay è legale solo dall'aprile dello scorso anno.
    Come riportano diversi media locali, i tre si sono sposati davanti a un notaio di Medellin, la seconda città per popolazione della Colombia dopo la capitale Bogotà, dando di fatto vita al primo matrimonio poliamoroso. Nella documentazione delle nozze si legge: "Desideriamo concordare un regime patrimoniale sulla base di una relazione a tre, a conferma che le persone possono stare insieme a prescindere dal loro colore, status, sesso, razza, credo religioso e appartenenza etnica. Questo non è vietato dal diritto internazionale né dalla legge in Colombia". Con queste intenzioni Manuel Bermudez (50 anni, giornalista), Victor Hugo Prada (22, attore) e Alejandro Rodriguez (36, personal trainer) si sono sposati lo scorso 3 giugno. La notizia ha creato molto scalpore nel Paese, visto che il matrimonio omosessuale è diventato legale solo dall'aprile dello scorso anno.
    Colombia, nasce la prima famiglia poliamorosa: matrimonio tra 3 uomini - IlGiornale.it



    FAMIGLIE ‘POLIAMOROSE’: SESSO GAY COL FRATELLINO
    FAMIGLIE ‘POLIAMOROSE’ CHE PIACCIONO AL MOVIMENTO LGBT, STANNO DESTRUTTURANO LA PIETRA ANGOLARE DELLA SOCIETA’, LA FAMIGLIA, PERCHE’ E’ IL MODO PIU’ SEMPLICE DI INDEBOLIRE LA SOCIETA’ PER DOMINARLA
    Atti sessuali sul fratellino minore e abusi tra fratelli in casa. Una vicenda choc, quella avvenuta all’interno di una famiglia residente nella marsica, emersa dopo il racconto di un amichetto di un ragazzino di 13 anni.
    Una situazione surreale scoperta dai servizi sociali che da anni si occupano di una donna e dei suoi figli avuti con due diversi uomini. Sullo sfondo della vicenda un disagio psicologico da parte del fratello maggiore, di 13 anni, che avrebbe anche tentato il suicidio.
    Dagli accertamenti avviati dal consultorio familiare del comune di residenza dai ragazzini, sarebbe venuta fuori una situazione allarmante di vita familiare. Quello che accadeva in casa sarebbe venuto alla luce dal racconto di un altro ragazzino, amico del tredicenne. L’adolescente avrebbe riferito di presunti atti sessuali dell’amichetto con il fratellino di soli 5 anni. Anche altri testimoni avrebbero descritto atti sessuali tra i due bambini e addirittura fra tutti e quattro i minorenni che vivono nell’abitazione. Atti che sarebbero avvenuti nei momenti in cui i bambini erano soli in casa.
    Il tredicenne avrebbe inoltre raccontato di aver tentato di togliersi la vita provando a gettarsi sotto un treno. Dalle indagini eseguite, l’intero nucleo familiare è stato descritto come «multi problematico e non collaborativo con i servizi sociali».
    Il padre di uno dei bambini, che vive in un’altra località poiché l’affidamento è stato concesso alla mamma del minorenne, ora chiede chiarimenti su quanto accaduto e come mai nessuno si sia accorto di nulla nonostante i controlli. Sarà necessario approfondire la vicenda con ulteriori accertamenti, ma la situazione secondo il Tribunale per i minorenni appare «gravemente pregiudiziale per la sana e corretta crescita dei piccoli». In via provvisoria e urgente, il giudice del Tribunale per i minorenni, Cristina Tettamanti, ha disposto l’affidamento al servizio sociale dei due bambini con un supporto anche di carattere psicologico e con il trasferimento immediato dei minorenni in una struttura di accoglienza. Ha stabilito, inoltre, che sarà opportuna una regolamentazione di incontri protetti con i genitori.
    È stato previsto, infine, anche un ulteriore periodo di indagine sulle condizioni di vita di tutto il nucleo familiare.
    Famiglie ?poliamorose?: sesso gay col fratellino | Vox



    Stuprano e filmano un 17enne, Adinolfi: "Su violenze a sfondo gay cautela dei media ma fattore rilevante"
    Americo Mascarucci
    "Una storia che sta a dimostrare come, quando si è in presenza di certe violenze compiute in contesti omosessuali, da parte dei media vi sia una certa cautela nel pesare i termini e le parole".
    Il giornalista Mario Adinolfi commenta con Intelligonews la vicenda del ragazzo di 17 anni, legato e violentato a turno nel Salernitano da quattro uomini che hanno filmato lo stupro con un telefonino. La violenza sarebbe avvenuta in un centro massaggi di Cava de' Tirreni (Salerno) nei mesi scorsi.
    Due dei presunti responsabili della violenza, entrambi di 50 anni, sono stati arrestati oggi dai carabinieri a Cava de' Tirreni e Vicenza. Gli altri protagonisti dell'episodio - si apprende dalla Procura di Salerno - durante la violenza avevano maschere e parrucche per non farsi riconoscere.
    Una storia di ordinario squallore scoperta in seguito alla denuncia della madre del ragazzo.
    Adinolfi, ancora una squallida storia di abusi su minori che sembra però passare in sordina. Uno stupro in piena regola da parte di alcuni uomini nei confronti di un ragazzino. Un dettaglio questo che a leggere le cronache sembrerebbe quasi irrilevante
    "La vicenda certamente non può non essere inquadrata all'interno di un certo tipo di mondo, quello dell'omosessualità. Se quando ci si trova di fronte ad una violenza che sfocia nell'omicidio compiuta da un uomo nei confronti della donna si usa il termine femminicidio, in questo caso quando più uomini abusano di un minorenne appare evidente il riferimento a comportamenti e pratiche omosessuali. Il tentativo di evitare ogni riferimento all'omosessualità in certi casi mi pare sospetto".
    Cosa sta a significare il fatto che i presunti autori si siano pure messi a filmare lo stupro con il telefonino?
    "E' sinonimo di delinquenza, di morbosità, direi di delinquenza mista ad ossessione mass mediale. Pare ci fosse intento pedopornografico. Oggi viviamo nell'epoca della dittatura dei social network, una dittatura basata sull'immagine e sull'esigenza di documentare tutto, il lecito come l'illecito. Tutto deve essere provato e documentato, qualsiasi cosa per dimostrare a tutti che si è fatta. E' come uno scalpo da mostrare con orgoglio. E il desiderio di esibizione sembra anche prevaricare la consapevolezza di commettere reati. Poi purtroppo tutto finisce per incentivare il mercato della pedopornografia".
    Un caso questo che tuttavia non sembra aver riscontrato un'attenzione particolare da parte dei media. Fosse avvenuto ad opera di un sacerdote forse l'attenzione sarebbe stata maggiore?
    "Sicuramente, quando gli abusi hanno per protagonisti uomini di Chiesa il clamore è maggiore, i giornali sparano la notizia in prima pagina, si organizzano talk show e si monta la polemica. In questo caso invece il clamore è decisamente minore, i giornali ne parlano in taglio basso o comunque nelle pagine interne, domani probabilmente non se ne riparlerà già più. Mi pare evidente come quando le violenze sono a sfondo gay vi sia una certa cautela nell'utilizzare termini e parole e nel ridurre il tutto ad una questione di mera delinquenza, tenendo fuori il fattore sessuale invece rilevante".
    Stuprano e filmano un 17enne, Adinolfi: "Su violenze a sfondo gay cautela dei media ma fattore rilevante" - Intelligo News ? notizie, ultima ora e gossip

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    I pontefici della cultura moderna
    La vittoria del libertinismo massonico e illuminista
    Stiamo assistendo al trionfo del libertinismo più sconcio e sfrenato, il cui simbolo visibile sono le orride esibizioni dei vari Gay Pride, e la cui punta di lancia è la nuova legislazione “anti-omofobia”, vedi la futura (prossima) legge Scalfarotto, mirante ad instaurare la dittatura omosessista fondata sulla intimidazione e sul ricatto permanenti. Se un genitore, ad esempio, non sarà d’accordo che a scuola qualche organizzazione LGBT somministri a suo figlio dei corsi di “educazione sessuale”, rischierà una condanna, una multa salatissima e l’esposizione alla gogna mediatica quale spregiatore dei diritti umani e istigatore all’odio sociale.
    Non è questa la sede per approfondire le radici psicologiche di tutto questo rancore e di tutta questa cattiveria accumulati contro le persone “normali” (altra parola che verrà presto abolita per legge, a causa della sua evidente connotazione razzista ed omofoba) da parte dei “diversi” (altra parola da usare con cautela: a volte è sbandierata con fierezza da quelli stessi che, domani, potrebbero denunciarti per averla adoperata nei loro confronti): si tratta di radici psicopatologiche profondamente radicate e portate a piena maturazione nel clima della rivendicazione esasperata dei diritti, veri o presunti. Piuttosto, c’interessa notare come si tratti di un capitolo di quel grande libro che si potrebbe intitolare: la rivolta dell’uomo moderno contro la natura. Proprio così: la cultura moderna, figlia dell’illuminismo, solo apparentemente predica un “ritorno alla natura”: la natura di cui parla tanto, in realtà, è una natura rivista e radicalmente corretta secondo i suoi postulati aberranti e le sue deviazioni psichiche e fisiologiche.
    La cultura neoilluminista, edonista, immanentista, materialista, libertina, oggi imperante, dice: Bisogna seguire la natura!, perché si sente in guerra con la cultura tradizionale (e poco importa che essa sia praticamente scomparsa: c’è sempre bisogno di una testa di turco, magari fittizia, contro la quale scagliare le proprie frecce), ma la “natura” che essa pone sull’altare della nuova religione, come oggetto da adorare, è solo quella che fa comodo alle sue tesi, cioè al suo libertinismo; se essa lo contraddice, allora bisogna manipolarla illimitatamente, senza remore o ritegni.
    Ad esempio: L’omosessualità è un fatto naturale, dicono i pontefici della cultura moderna: evviva l’omosessualità! Poi dicono: Il desiderio di paternità è un fatto naturale: evviva la paternità! A questo puto dovrebbero trovarsi in contraddizione con se stessi, perché l’omosessualità è quella cosa che rende impossibile la paternità; ma niente paura: c’è una soluzione per tutto (se si ha il portafogli ben fornito, si capisce: ma questo è un altro dettaglio politicamente scorretto, meglio non dirlo). Basta affittare l’utero di una donna povera, prenotare un bambino, concordare la cifra secondo i prezzi di listino correnti, firmare tutte le carte, premunirsi con un buon avvocato, poi volare all’estero, passare alla transazione concreta, e ritornare a casa col bebè, felici e contenti, come il principe e la principessa (pardon, come il principe e l’altro principe, suo marito) della fiaba LGBT. Anche in quel caso si griderà: Evviva la natura!, senza andar troppo per il sottile a vedere se si sta lodando per davvero la natura, o una pratica che, di naturale, ha ben poco.
    Dunque, dicevamo che la cultura moderna è figlia dell’illuminismo; l’illuminismo, a sua volta, è figlio del libertinismo del XVII secolo. Non occorre scavare per chilometri, basta rivoltare le prime zolle e si scopre questa derivazione: Denis Diderot, il grande regista della Encylclopédie, l’opera capitale della montante cultura massonica e “illuminata”, il principe dei philosophes, il gran sacerdote della nuova religione “naturalista”, da buon maestro di pornografia quale era – e della cui lezione si ricorderà bene il gran sacerdote della pornografia blasfema e sadico-anale, il “divino marchese” D. A. F. De Sade – pochi anni prima di dedicarsi al ciclopico, e fortunatissimo, impegno di portare i “lumi” della ragione nell’universo mondo, a mezzo della più vasta impresa editoriale mai tentata prima, amava trastullarsi, e trastullare i lettori, con la letteratura erotica d’infimo livello, come nel romanzo – “filosofico”, si capisce; allora era tutto “filosofico” – Les bijoux indiscrets, dove i “gioielli” parlanti, e preziosi, sono gli organi genitali femminili. Oh, ma l’intenzione è tutt’altro che pornografica, è filosofica, ci mancherebbe altro; anzi, non solo filosofica, ma sociale e, ovviamente, progressista: facendo parlare i “gioielli” femminili, che ne hanno viste di tutti i colori, il valoroso philopsophe (che, per la verità, preferisce pubblicare la sua opera in forma anonima) non si lascia sfuggire l’occasione per sottoporre la Francia del suo tempo a una critica spietata, che colpisce imparzialmente tutte le classi sociali.
    Senza dubbio, di questa lezione si ricorderà anche uno dei nipotini novecenteschi di siffatta letteratura illuminista di denuncia sociale, il nostro Alberto Moravia, nel romanzo pornografico Io e lui, dove “lui” è, manco a dirlo, l’organo sessuale virile (tanto per ristabilire la par condicio). Questo per dire quanto sia vero che la cultura moderna è stata creata dall’illuminismo e dal libertinismo e come sia rimasta all’interno di quel cerchio stregato, senza più uscirne; passando sotto silenzio o sminuendo sistematicamente, come si è fatto e si continua a fare, tutti gli scrittori, artisti, registi cinematografici, musicisti, pensatori e giornalisti che non piegano il collo davanti all’imperante dittatura illuminista e libertina.
    Dunque: l’Encyclopédie esce fra il 1751 e il 1780; I gioielli indiscreti vede la luce, anonimo, nel 1748: mentre il bravo Diderot stava concependo il suo vastissimo progetto di riforma culturale, un vero e proprio rifare e’ cervelli, come avrebbe detto Galilei, si affaticava sulle pagine del romanzo “filosofico” per mettere la società del suo tempo alla berlina, passando attraverso la fessura più caratteristica dell’anatomia femminile; l’altra fessura, che piaceva così tanto al suo “discepolo” De Sade, e che piace tanto ai suoi moltissimi discepoli odierni, non è specifica dell’anatomia femminile e, quindi, “filosoficamente” parlando, meno significativa (e già da questo si capisce che il Nostro è stato solo un precursore, ancora parzialmente legato agli schemi del passato: eterno destino dei rivoluzionari, essere battuti in breccia dai loro impazienti e scatenati discepoli!).
    https://apostatisidiventa.blogspot.i...a-moderna.html

    Sarah, verità "scomode" sull'omosessualità
    di Tommaso Scandroglio
    Persone omosessuali e castità? Noi come sacerdoti e vescovi “li umiliamo se non crediamo che possano conquistare questa virtù” che è “per tutti i discepoli”. A sganciare l’atomica è il Cardinal Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Il cardinale non teme di nuotare controcorrente, ne ha dato prova in più occasioni. Questa volta è la vulgata del pastoralmente corretto sull’omosessualità che il porporato vuole sconfessare e lo fa vergando la prefazione di un libro di Daniel Mattson dal titolo “Perché non mi chiamo gay”.
    Sarah prosegue: “Il rispetto e la sensibilità con cui il Catechismo ci qualifica, non ci danno il permesso di privare della pienezza del Vangelo gli uomini e le donne che soffrono per essere attratti da persone dello stesso sesso”. Visti i tempi di irenismo nei confronti del peccato, il cardinal Sarah ricorda molto il bombardiere americano Enola Gay (nome appropriato dato il tema). Non richiamare alla castità le persone omosessuali li umilia e li costringe a vivere una condizione che li fa soffrire: già questo sarebbe sufficiente perché il cardinale fosse colpito da una fatwa ecclesiale.
    Ma il Prefetto per il culto divino rincara la dose rammentando che vescovi e sacerdoti citano spesso quella parte del Catechismo che impone di accogliere le persone omosessuali con rispetto, compassione e delicatezza, ma non altre sezioni un po’ troppo scomode per i periti del buonismo pastorale. "Nella sua carità e nella sua saggezza materna – appunta Sarah - la Chiesa indica nel Catechismo molte altre cose sull'omosessualità che alcuni membri del clero hanno scelto di non citare, tra cui il chiaro monito: 'in nessun caso posso essere approvati’ ” gli atti omosessuali (CCC, n. 2357). La citazione prosegue menzionando un altro passaggio del Catechismo urticante per le peli sensibili all’ortodossia: “Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione” (CCC, n. 2358). E poi conclude: “Omettere le ‘dure parole’ di Cristo e della sua Chiesa non è carità. In realtà è un cattivo servizio al Signore e alle creature create a sua immagine e somiglianza e redente grazie al suo Prezioso Sangue”.
    Sarah poi ricorda che anche le persone omosessuali, al pari di tutti gli altri, non godono di immunità teologica in merito alla fatica di diventare santi. Ad ognuno la sua croce: "Come tutti i membri della Chiesa, ‘possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana’ (CCC, n. 2359), la vocazione di tutti i battezzati. Queste parole del Catechismo sono ugualmente importanti, perché esprimono un'autentica carità pastorale. Ci invitano, come membri del corpo di Cristo, ad accompagnare i nostri fratelli e sorelle che soffrono per essere attratti da persone dello stesso sesso, mentre cercano di raggiungere la perfezione cristiana alla quale il Signore chiama tutti i suoi figli ", ha continuato Sarah. Poi un inciso: “Gesù non ci chiede nulla di impossibile o nulla per cui non ci dia la grazia per farlo. E’ la Chiesa la fonte di questa grazia”.
    Le parole di Sarah sono tanto chiare quanto dinamitarde nel clima di omoeresia compiaciuta che si respira in casa cattolica. Infatti vescovi, sacerdoti e laici ormai sparano frasi del tipo che esiste una pari dignità di ogni orientamento sessuale agli occhi di Dio o che l’omosessualità è una naturale variante della sessualità umana, per tacere del fatto che l’omosessualità può essere un percorso di vita cristiana. Tali asserzioni manifestano un doppio processo di necrosi dei tessuti sani del cattolicesimo. Da una parte questi soggetti si sono appiattiti sul mero profilo immanente della vita, su una fenomenologia autogiustificante. Se una condotta esiste vuol dire che è buona e quindi la benediciamo. Su altro versante marcano un passo in più: se è buona moralmente perché non deve esserla anche teologicamente?
    Il primo passo però è l’accettazione morale di una pulsione disordinata e difficile da vincere. La prospettiva di chi non ha fede giudica come insuperabili simili pulsioni, predica una resa incondizionata davanti agli eventi avversi, perché crede che la storia umana veda come protagonisti solo le persone con le proprie doti e limiti naturali, ed esclude il piano trascendente che invece irrompe nella storia con l’incarnazione di Cristo. In questa visione schiacciata sui fenomeni fisiologici e psicologici di carattere empirico non c’è posto per la grazia e parlare di aiuto divino per uscire dall’omosessualità provoca solo qualche sorrisetto di compatimento.
    Sarah in fondo ci ricorda che la neve è bianca e che un cerchio è tondo. Ma ciò che è evidente per un vedente non lo è per un cieco. Ed oggi nella Chiesa i ciechi, che vogliono mettersi alla guida dei vedenti, non sono pochi.
    Sarah, verità "scomode" sull'omosessualità

    Scuola, via le ideologie: le famiglie sfidano il Ministero
    di Marco Guerra
    L’espulsione di qualsiasi approccio ideologico dalle scuole sui temi della sessualità e dell’affettività, la richiesta di consenso informato preventivo sulle stesse, la possibilità di esonero in caso di mancato consenso e l’assicurazione di attività scolastiche alternative per gli esonerati. E' quanto chiesto dalle principali sigle dell’associazionismo familiare, che sono tornate a manifestare sotto la sede del Ministero dell’Istruzione, a Roma.
    Oltre duemila mamme e papà ieri hanno sfidato il caldo torrido della capitale e hanno risposto alla chiamata lanciata da Generazione famiglia, CitizenGO, Comitato Art.26, ProVita ONLUS e Non si tocca la famiglia per ribadire il diritto di priorità educativa della famiglia minacciato da centinaia di progetti fondati sull’ideologia gender introdotti nelle scuole italiane malgrado le rassicurazioni arrivate lo scorso settembre dalle stanze viale Trastevere.
    L’alleanza educativa scuola – famiglia è rotta, spiegano gli organizzatori del sit in che durante l’anno scolastico appena conclusosi hanno inviato ai dirigenti ministeriali interi dossier in merito a controverse iniziative propinate agli alunni di ogni ordine e grado. Si passa dagli spettacoli su bambini transgender ai festival di letteratura per l’infanzia curati dalle sigle più estreme del femminismo e del mondo lgbt; dalle lezioni sull’orgasmo e l’amplesso alle scuole elementari agli esercizi con i condom su banane e cetriolo rivolti alle studentesse del liceo; fino ad arrivare ai libricini di favole con due mamme e due papà letti ai bambini delle materna.
    Lo stesso presidente del Family Day Massimo Gandolfini ha incontrato nei mesi scorsi il ministro Fedeli per rappresentargli con precisione la natura del disagio che ha portato alla manifestazione ieri. Segnalazioni che sono state ignorate con la stessa pervicace arroganza con cui il Ministro ha affermato in settimana “di non aver compreso i motivi della protesta”.
    Insomma la misura è colma e la strategia è ormai evidente: si vuole operare una destrutturazione dell’identità sessuata dei bambini. L’altra deriva che corre in parallelo è l’ipersessualizzazione di bambini e adolescenti portata dai corsi di educazione sessuale privi dei riferimenti relazionali e affettivi della persona. Lezioni che si limitano alla trasmissione di nozioni sulla contraccezione e l’igiene e che hanno come unico effetto quello di creare una curiosità morbosa che porta a gravidanze precoci e alla dipendenza dalla pornografia.
    In questa cornice non soddisfano le spiegazioni della Fedeli sul fatto che il comma 16 della riforma della scuola riguarda esclusivamente un impegno per applicare l’art. 3 della costituzione, secondo cui “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Perché di fatto – hanno ribadito ieri i leader delle associazioni familiari aderenti al Family day – questa cosiddetta “educazione di genere” in assenza di definizione ben delineata apre la porta ad innumerevoli spinte in avanti che vogliono affermare scriteriate e plurime identità di genere completamente slegate dal dato biologico di nascita degli studenti. Una volta per tutte deve infatti essere chiarito cosa si dovrà introdurre nelle scuole quando si parla di “pari dignità tra i sessi” e nelle linee guida su questo tema.
    Fra l’altro questi insegnamenti su basi ideologiche non rispondono affatto ai bisogni più profondi dei bambini e dei ragazzi che cercano certezze in un’età cruciale per la formazione della persona.
    A livello istituzionale l’obiettivo sarà tornare a sedersi intorno ad un tavolo con il Ministro Fedeli. Le sigle promotrici della manifestazione hanno annunciato che se non saranno convocate entro pochi giorni, a settembre chiederanno a tutte i genitori di rifiutarsi di firmare il Patto educativo di corresponsabilità (Pec), documento che viene sottoposto dalle scuole al momento dell’iscrizione degli alunni.
    Scuola, via le ideologie: le famiglie sfidano il Ministero

    Blitz del Pd dopo le unioni civili: "Ora avanti con le adozioni gay"
    Dopo il via libera alle unioni civili, la Cirinnà chiede una legge per la maternità surrogata e la legalizzazione delle adozioni per le coppie omosessuali
    Sergio Rame
    Le unioni civili sono state soltanto il primo passo. Adesso Monica Cirinnà punta ad altro: permettere alle coppie omosessuali di adottare bambini o, qualora preferissero, ricorrere alla maternità surrogata.
    "Abbiamo dimostrato che l'Italia puo' conquistare diritti impensabili fino a ieri - dice in una intervista a Repubblica - ma siamo soltanto all'inizio del cammino". E cosi' la senatrice del Pd pensa a una nuova legge che, in primis, eguagli in tutto e per tutto le unioni civili tra gay al matrimonio tra uomo e donna, riconosca i figli delle coppie gay al momento della nascita, conceda adozioni aperte a single e omosessuali e, dulcis in fundo, regolamenti la gestazione per altri.
    La legge sulle unioni civili è stato solo il primo passo. Adesso punta a portare a casa sia la stepchild adoption sia la "gestazione per altri". "Esiste una componente ultraclericale che di certo non ha favorito la legge e che si è opposta con forza all'adozione coparentale", dice la senatrice dem che adesso è pronta a sfidarla portando in parlamento l'adozione per le coppie omosessuali.
    Blitz del Pd dopo le unioni civili: "Ora avanti con le adozioni gay" - IlGiornale.it

    Perché il gay pride è un male in sé
    di Paolo Spaziani
    In queste settimane di sbornia mediatica in cui è stato dato ampio risalto ai gay pride di tutta Italia abbiamo letto una serie innumerevole di prese di posizione favorevoli (molte) e contrarie (poche) sugli eventi che hanno interessato tutta Italia. Purtroppo, quello che ne emerge è un quadro abbastanza confuso anche tra le fila di coloro che, in un certo senso, hanno tentato di non accodarsi allo stuolo di benpensanti che hanno visto in queste manifestazioni un esempio di civiltà.
    Per quanto concerne le amministrazioni comunali il terreno di battaglia ha riguardato la concessione o meno del patrocinio all’evento, con alcuni sindaci che hanno deciso di non concederlo: scelta certamente coraggiosa che però è stata spesso accompagnata da dichiarazioni e comportamenti contrastanti. E’ il caso, ad esempio, del Sindaco di Cosenza che ha negato il patrocinio al gay pride, ma ha tenuto a precisare, in un comunicato datato 11 maggio 2017 (presente sul sito del Comune di Cosenza) di “....aver sempre sostenuto nei fatti le battaglie contro le discriminazioni sull’orientamento sessuale, promuovendo iniziative nelle scuole, attivando progetti mirati al rispetto dell’identità di genere e all’educazione sentimentale (…) e consegnando all’Arcigay di Cosenza dei locali all’interno della Casa delle Culture perché ne facessero la loro sede d’incontro, di discussione e di partecipazione”. In sostanza, come precisato dal Sindaco, il motivo per il diniego del patrocinio era la contrarietà “alla spettacolarizzazione della preferenza sessuale spesso ostentata attraverso modalità stereotipate e conformistiche”. Una contrarietà certamente condivisibile, che però denota una posizione debole in quanto si fa scudo della negazione del patrocinio, ma nel concreto non contrasta quella che il Cardinale Caffarra ha definito alcune settimane fa “la nobilitazione dell’omosessualità”. Il Cardinale, intervenendo il 19 maggio scorso al Life Forum, ha precisato che “….la nobilitazione dell’omosessualità nega interamente la verità del matrimonio, il pensiero di Dio Creatore sul matrimonio. La nobilitazione del rapporto omosessuale quale si ha nella sua equiparazione al matrimonio (…) è l’opera di Satana, che vuole costruire una vera e propria anti-creazione. E’ l’ultima terribile sfida che satana sta lanciando a Dio”.
    E’ proprio a questo livello che si gioca la battaglia, che è di natura escatologica e non consiste nella concessione o meno di un patrocinio e nemmeno nella preoccupazione, certamente condivisibile, di evitare che nelle strade del proprio comune avvengano atti osceni. Sul fronte delle associazioni non sono mancate realtà, anche cattoliche, che hanno espresso la loro contrarietà ai gay pride in quanto nel manifesto programmatico delle associazioni LGBT organizzatrici si rivendica il diritto all’adozione da parte di persone con tendenze omosessuali. Un motivo certamente validissimo, ma che non coglie quale sia la posta in gioco.
    Eppure, anche Benedetto XVI era stato molto chiaro quando, nel Messaggio per la Giornata della Pace 2013, aveva chiarito che “…la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale. Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. (..) L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace”.
    Una minaccia alla giustizia e alla pace: quelli di Benedetto XVI e del Cardinale Caffarra sono giudizi di una nettezza difficile, se non impossibile, da ritrovare nelle dichiarazioni di qualche politico o dirigente di un’associazione pro-life e pro-family. Come già sopra evidenziato, la natura della battaglia è escatologica e ogni tentativo di ricondurla ad una semplice dimensione terrena rischia di essere perdente in partenza. Lo hanno capito coloro che in queste settimane si sono prodigati per organizzare processioni, veglie e momenti di preghiera pubblici in riparazione ai gay pride organizzati sul territorio. Proprio per essere andati alla radice della battaglia in corso gli organizzatori sono stati osteggiati e attaccati, anche da esponenti del mondo “cattolico”. Nelle prossime settimane proseguiranno le iniziative di riparazione, tra cui ricordo il Corteo di Preghiera previsto a Milano il 29 giugno prossimo, Solennità dei Santi Pietro e Paolo, con partenza alle 19.15 dall’ingresso del Castello Sforzesco. Partecipiamo numerosi.
    Perché il gay pride è un male in sé ~ CampariedeMaistre

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Poliamore, la coppia diventa "troppia" e si fa in tre
    di Tommaso Scandroglio
    Non c’è due senza tre. Soprattutto nelle relazioni omosessuali. I colombiani Manuel Bermْdez, Victor Hugo Prada e Alejandro Rodriguez avevano da tempo un menage a trois e un giorno hanno pensato bene di recarsi da un notaio ed inventarsi il “matrimonio” omosessuale a tre. Dalla coppia alla troppia. E se è falso dunque che il troppo stroppia possiamo concludere che la troppia non stroppia.
    In Colombia la poligamia, sia etero che omo, non è legalizzata, ma le “nozze” gay si', e allora il terzetto ha deciso di farsela da sè la “famiglia” arcobaleno con tre coniugi, scrivendo nero su bianco, come atto privato ma avente valore giuridico per le parti, che i diritti e doveri di carattere patrimoniale del matrimonio tra un uomo e una donna dovranno essere i medesimi per loro tre. Scritto e firmato ecco servita la poliandria gay. Il pertugio legislativo è stato rinvenuto nell’istituto giuridico colombiano della “trieja” che permette di costituire tra tre persone un regime patrimoniale comune. Insomma, nulla che riguardi direttamente le convivenze omosessuali, ma la triade colombiana ha usato strumentalmente questo istituto per i propri fini.
    Tre sarà pure il numero perfetto, ma al gruppetto di cui sopra è parso un numero troppo esiguo rispetto alle loro esigenze erotico-relazionali e cosi' hanno aggiunto davanti al notaio una postilla: in futuro chi volesse “sposarsi” con noi è benvenuto. Donne comprese. I tre hanno infatti ammesso con candore che la fedeltà non fa per loro. La terna dunque potrà in modo inclusivo aprirsi a diventare una quaterna, una cinquina, etc. La tombola della fantasia gay è sempre vincente. La decisione di diventare un harem nasce anche dal fatto che i letti di casa loro erano già stati frequentati da quattro uomini (e uno di questi poi mori').
    “Volevamo ufficializzare la nostra famiglia. Non c’era nulla di solido sul piano legale che ci permettesse di riconoscerci come famiglia”, ha sottolineato Prada. “Siamo una famiglia, una famiglia poliamorosa. E’ la prima volta in Colombia”.
    I tre “mariti” poi hanno risolto un problema matematico-sociale non di poco conto: costoro sono un terzetto o tre coppie tra loro unite come tre gemelli siamesi? Manuel sciolse l’indovinello rilasciando un’intervista alla rivista colombiana Semana: “Non eravamo una coppia di tre, ma tre coppie di due”. Quindi tecnicamente abbiamo tre “matrimoni” gay tra loro interconnessi. Quando l’aritmetica e la teoria degli insiemi possono fare la differenza e chiarire le idee a noi poveri vetero-matrimonialisti.
    Situazioni simili di “poliamore” omosex sono state già registrate in giro per il mondo: in Canada Adam Grant, Shayne Curran e Sebastian Tran nel 2015 hanno chiesto alle autorità di riconoscere l’istituto giuridico del “matrimonio” a tre; in Thailandia nello stesso anno tre ragazzotti si sono “sposati” tra loro con cerimonia buddhista; negli States Brynn e Doll si sono unite con “matrimonio” omosessuale e attraverso una scrittura privata autenticata hanno accolto nella loro unione un’altra donna, Kitten Young; in Brasile un notaio ha sancito la nascita dell’ “unione poliaffettiva” tra tre lesbiche facendo copia-incolla di tutti i diritti e doveri propri dei coniugi. Intanto in Inghilterra e in Svezia nascono i primi partiti politici del “poliamore”. Un nota bene: la richiesta di legittimare la poligamia o la poliandria abbiamo visto che viene soprattutto da persone omosessuali. Questo conferma un dato scientifico: la persona omosessuale è molto più promiscua di quella eterosessuale.
    La troppia – il “matrimonio” a tre – è la logica conclusione di una premessa che è uno dei pilastri dell’ideologia gender: “l’amore non deve conoscere limite alcuno: né di sesso, né di razza, né di orientamento sessuale, né di credo, né di stato sociale, etc.” E allora anche il limite numerico deve essere abbattuto perché discriminatorio. Più “amore” c’è meglio è, no? Come è lecito “amare” una persona dello stesso sesso, non si vede perché non si possa “amare” più di una persona contemporaneamente. Islam docet. Non fa cosi' la madre con i propri figli? Peccato che l’amore matrimoniale è solo leggermente diverso da quello genitoriale e che il primo sia esclusivo e differentemente sessuato.
    Ma come abbiamo già sottolineato tante volte, se “love is love” domani ci potremo “sposare” Billy, il pesce rosso che ci fa cosi' tanta compagnia, la nostra utilitaria e, perché no, anche i parenti stretti come figli e genitori. E cosi' il titolo del famoso film “Sette spose per sette fratelli” del 1954 si potrà prestare in futuro sempre più a marcate e pericolose incomprensioni.
    Poliamore, la coppia diventa "troppia" e si fa in tre

    Spagna, parla di natura e gay: docente punito Gli effetti dell'omofobia che vedremo in Italia
    di Andrea Zambrano
    Si fa presto a parlare di omofobia. Più difficile è entrare nelle questioni e vedere a che cosa si possa applicare. Mentre in Italia non si fa altro che inserire la parolina magica dell'omofobia a ogni piè sospinto, fino ad invocare la ripresa dell'iter parlamentare del Ddl Scalfarotto, che dovrebbe introdurre anche da noi il reato omonimo, in Spagna si sta passando da tempo dalle parole ai fatti. Con risultati a dir poco sconcertanti circa la libertà delle opinioni e della persona.
    L'ultimo caso, che può servire per capire che cosa accadrà in Italia quando la legge sull'omofobia sarà approvata, arriva dalla città di Lleida dove un professore di filosofia adesso rischia di passare guai seri per aver espresso un'ovvietà, peraltro all'interno del suo insegnamento didattico.
    Siamo all'Istituto 'Samuel Gili i Gaya' e il docente, davanti agli studenti si è lanciato nella temeraria avventura di parlare della natura. "L'omosessualità non è naturale". E' bastata questa brevissima espressione per scatenare la furia di un centinaio di studenti che si sono radunati per protestare pubblicamente contro il docente. "Il docente ha detto che una relazione con una persona dello stesso sesso è antinaturale". Insomma, quello che la filosofia e la biologia hanno sempre detto, qua non si sta affrontando la cosa dal punto di vista morale, ma ontologico, se vogliamo, dato che la natura se ne impipa altamente della morale. Che poi anche l'etica deriva molto della sua essenza dalla morale naturale, ma questo è un ragionamento troppo complicato per certe menti.
    Infatti non si può dire. Così gli studenti hanno affilato le armi e hanno denunciato il professore alla direttrice dell'istituto. La quale, Carme Panadés, da brava funzionaria, non ha fatto altro che appellarsi alla legge e aprire un procedimento disciplinare contro il docente, che ha 64 anni ed è stato costretto così a scrivere una lettera di suo pugno per dire che non era sua intenzione offendere nessuno. E la natura? Vabbè, per salvare la pelle si fa questo e altro.
    Ma la cosa non finirà qui. In Spagna è presente, come una perfetta gaystapo, l'osservatorio contro l'omofobia (OCH) che si è lanciato subito a denunciare il provero filosofo per aver violato la legge 2014/11 che punisce severamente chi sostiene queste corbellerie...di natura.
    Perché in Spagna la legge contro l'omofobia è già bella che approvata e sotto la sua scure sono passati in questi mesi molte persone. Celebre il caso di Alicia Rubio, un'altra docente finita sotto la censura per aver scritto un libro proprio contro l'omofobia. Per arrivare da ultimo al vescovo che dopo aver scritto che cosa pensava sull'omosessualità è dovuto fuggire dalla chiesa scortato dalla Polizia.
    Insomma, in Spagna non si scherza e si fa sul serio, ovviamente nel silenzio dei grandi media che ormai hanno dato per accertato il reato di omofobia anche se è del tutto arbitrario nei contenuti e nella ratio.
    La storia spagnola è molto utile per capire che cosa sarà l'Italia quando la legge Scalfarotto, o comunque si chiamerà, sarà approvata ed entrerà in vigore: che chiunque anche solo per esprimere un'opinione o un evidenza di fatto, d'altra parte dire che l'omosessualità è antinaturale non significa dire che gli omosessuali sono dei criminali, significa soltanto ribadire un principio appunto di natura, perché questa ha delle sue leggi e non devono passare dal vaglio del Parlamento.
    Ma si farà finta di niente. Anche perché ormai il concetto di omofobia è così entrato senza costrutto nella mentalità comune che quando arriverà la legge non sembrerà neppure questo grande sconvolgimento. Appena alcuni giorni fa, il presidente del Senato Pietro Grasso, parlando con Repubblica e condividendo con il giornale la agenda dei provvedimenti urgenti da qui a fine della legislatura, si è sentito in dovere di aggiungere, unica tra le migliaia di emergenze italiche, proprio la legge sull'omofobia, che giace appunto in parlamento in attesa di tempi migliori.
    Sulla base poi di quale presupposto la seconda carica dello Stato ritenga che quella sull'omofobia sua una legge indispensabile da approvare, è ancora un mistero. Però è pur sempre un ottimo titolo sui giornali con il quale fare un po' di scena e soprattutto creare il clima favorevole allo strappo. E pazienza se una volta approvata la legge dovremo ricordare a questi signori che le ingiustizie che menano vanto di voler combattere, sono diventate le armi per silenziare chi ancora vuole pensare secondo ragione. E magari natura.
    Spagna, parla di natura e gay: docente punito Gli effetti dell'omofobia che vedremo in Italia

    Se non si può dire «wlf»
    di Giuliano Guzzo
    Attenzione, cari eterosessuali, a dichiaravi tali. Potrebbero toccarvi i Carabinieri. Sul serio. E’ quanto successo a un imprenditore di Latina che, nel giorno in cui nella città laziale sfilava il Gay Pride, ha affisso fuori dalla finestra di casa sua uno striscione bianco con sopra una scritta molto chiara a proposito delle proprie preferenze sessuali: «W la f..a». Provocazione, come si diceva, costata a costui una visita dei militari dell’Arma. L’uomo, scrivendo alla redazione del sito Latina24ore.it, ha cercato di motivare così la goliardata: «Comprendo la frase di impatto forte, ma [… ] posso essere anche io libero di esprimere i miei gusti sessuali?».
    In effetti, se da una parte l’orgoglio gay non solo esiste ma gode da anni di legittimazione e di immunità mediatica – al punto che le tendenze omosessuali, oggi, sembrano quasi oggetto di vanto – non si comprende per quale motivo, invece, l’orgoglio etero dovrebbe costituire un problema. Eppure a questo punto siamo, con una liberazione della sessualità del tutto unilaterale. Come se fosse la cara vecchia condizione eterosessuale ad essere una malattia. Che poi, a ben vedere, è esattamente ciò che ebbe a sostenere uno dei fondatori e guru del movimento omosessuale italiano, lo scrittore e filosofo Mario Mieli (1952–1983).
    «L’eterosessualità – scrisse il Mieli – è patologica, poiché il suo primato si regge come un despota sulla repressione delle altre tendenze dell’Eros. La tirannide eterosessuale è uno dei fattori che determinano la nevrosi moderna e […] è anche uno dei più gravi sintomi di questa nevrosi» (Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli 2002, p.39). Posto che, in generale, sarebbe opportuno la sessualità – in quanto tale – tornasse a fare rima con pudore, questo sconosciuto, oggi siamo quindi al punto che se dichiari di provare un’attrazione omosessuale, passi subito per eroe. Se invece, con una goliardata, rivendichi una preferenza sessuale opposta, rischi di passare dei guai. Tutto questo in nome della libertà. Ovvio.
    Se non si può dire «wlf» ~ CampariedeMaistre

    Pensieri politicamente scorretti su invertiti & dintorni.
    di Alberto Di Janni
    Punto primo: lo squallore delle manifestazioni dell’orgoglio gay.
    Sorge spontanea la domanda se gli organizzatori di tali carnascialate non si rendano conto del rischio di ottenere l’effetto opposto di quello desiderato. Non solo si esibiscono corpi in mancanza di idee, ma si espongono brutture in mancanza di bellezza. Al di là di ogni giudizio morale, veniamo affogati da un obbrobrio estetico. Se in un’ipotetica marcia dell’orgoglio etero sfilassero, tanto per fare un paio di esempi a caso, una Angela Merkel seminuda in atto di copulare col marito, o una discinta Rosi Bindi che si strusciasse contro un Fassino in costume adamitico, beh… forse in quel caso prenderei in considerazione l’idea di diventare gay.
    Ma evidentemente il buon gusto del cittadino occidentale medio è a un livello talmente basso da annullare questo rischio.
    Mi chiedo anche se non esistano degli omosessuali intelligenti che abbiano il coraggio di ribellarsi a queste immonde caricature delle loro tendenze sessuali. La vera omofobia, se vogliamo usare questo insulso neologismo, è quella che trasuda da tutti i pori di queste manifestazioni: nessun eterosessuale, per quanto bieco e retrivo possa essere, avrebbe mai il coraggio di dipingere in modo altrettanto fosco e ridicolo il mondo degli invertiti.
    Punto secondo: l’odio per il normale come esito ineludibile della pretesa “normalità” gay.
    Esistono due modi alternativi di vivere la propria tendenza omosessuale (oltre beninteso a quello, che per un credente dovrebbe essere l’unico, di cercare di uscirne fuori).
    Il primo è quello di riconoscere la propria anormalità, o quantomeno innaturalità, vivendola a seconda dei casi in modo sofferto o sereno, martoriandosi e vergognandosi per la propria condizione o viceversa provandone una sorta di orgoglio o di senso di superiorità. E' sostanzialmente l’atteggiamento tipico di tutti gli omosessuali del passato.
    Il secondo modo è quello di rivendicare la normalità della propria condizione, ed è quello che sta accadendo, per la prima volta nel corso della storia, ai nostri giorni. Ora è palese che un tale status di normalità non potrà mai essere loro concesso da chi non ne condivide le tendenze (a scanso di equivoci qui ci si riferisce a persone con quel minimo di intelligenza necessario per essere classificabili nel genere umano; tanto per comprenderci, non ai fruitori dei programmi di imbonimento televisivo tanto generosamente offertici a destra e a manca). Anche se gli invertiti diventassero la maggioranza della popolazione, questo non basterebbe loro, perché la restante minoranza di normali continuerebbe a considerarli, per l’appunto, anormali. E quello che a loro preme è il riconoscimento della propria normalità proprio da parte di quella fetta di popolazione che non ne condivide le tendenze. Risultato curioso, ma non troppo, se pensiamo che anche i comunisti hanno sempre bramato di essere considerati democratici da quelli che comunisti non erano, ossia dagli unici che potessero davvero rivendicare – non sempre a ragione – un titolo di democraticità. Il che non è poi altro che una implicita ammissione di inferiorità, tanto da parte dei comunisti che da quella degli invertiti.
    Fino a quando esisterà anche un solo non invertito, questi non potrà se non considerare anormale tutto il mondo omosessuale. Ecco allora che l’esito inevitabile per questa categoria di omosessuali è l’odio per le persone normali. Odio che affiora da tutte le continue provocazioni con cui cercano di ferire chi non appartiene alla loro schiatta. E' lo stesso odio che nutrono l’incolto presuntuoso per il sapiente, il pavone vanesio per il saggio, il peccatore incallito per il virtuoso, il plebeo volgare per il nobile d’animo; ma con una forza e una pervicacia del tutto particolari, dovute alla mancanza di ogni speranza di riscatto.
    Punto terzo: l’omosessuale che reclama la propria normalità deve corrompere l’infanzia.
    La vana speranza di vedere proclamata la propria normalità spinge l’omosessuale a condurre un’insistente e martellante campagna di proselitismo. Ma l’omosessuale capisce, o almeno percepisce istintivamente, che qualunque persona normale, al di là di occasionali atteggiamenti benevoli, di incoraggiamento e di sostegno, non puo' non sentire l’invertito come un qualcosa di diverso e di estraneo alla propria natura: si puo' provare pietà e solidarietà per il diverso, ma non identificazione con lui; si puo' perfino giungere a chiamare bianco il nero, ma non ci si potrà mai credere veramente.
    L’omosessuale deve allora iniziare la sua opera di lavaggio del cervello verso gli altri cominciando dalla più tenerà età. Agire su adolescenti, anche nella fase prepuberale, è già tardivo. Bisogna intervenire su una materia quanto più vergine, plasmabile e ricettiva possibile: non ci sono limiti verso il basso: 6 anni, 5 anni, meglio ancora 3 o 2 anni di età. Quello che non si potrà ottenere con ragionamenti o discorsi espliciti lo si otterrà immergendo il bambino, e perfino il neonato, in un ambiente che trasuda vizio, corruzione e promiscuità.
    Due sono i mezzi per ottenere questo: uno per forza di cose limitato, costituito dalle adozioni da parte di coppie gay; l’altro, che coinvolge l’intera fascia giovanile, imperniato su una educazione scolastica abnormemente basata su una visione falsata e morbosa del sesso. Ovviamente tale modo di procedere ha anche un “positivo” effetto collaterale nel favorire la pedofilia, ma – proprio per quanto detto sopra – viene perseguito anche al di là e al di fuori di eventuali pulsioni pedofile.
    Punto quarto: l’omosessuale che reclama la propria normalità finisce per odiare se stesso.
    L’omosessuale, nella sua assurda pretesa di ridurre l’anormalità a normalità, è destinato a una sconfitta eterna; egli vuol costringere l’eterosessuale a consideralo normale proprio perché sa, almeno inconsciamente, di non esserlo: vuol sentirsi dire da altri quello che non puo' dirsi da solo.
    Ma neppure se riuscisse in questo intento la sua ansia sarebbe placata. Anche se sulla terra non esistessero più eterosessuali, perfino se non ne rimanesse neppure il ricordo, l’omosessuale continuerebbe a sentirsi giudicato e condannato. Non gli basta odiare tutte le persone normali, deve odiare anche la normalità in sé, perché è la normalità stessa che lo giudica. Ma la normalità, in quanto idea, non puo' essere eliminata.
    L’esito di questo fallimento è inevitabilmente un più o meno conscio odio di se stesso e della propria condizione. L’omosessuale che si toglie la vita non è la vittima di una società omofoba, ma del suo assurdo volo pindarico; non è crollato sotto il peso delle discriminazioni altrui, ma per l’impossibilità logica di realizzare il suo sogno; non è indizio di una cultura intollerante, ma di un fallimento personale; soprattutto, non rappresenta una tacita accusa contro un ambiente ostile, ma contro la ridicola protervia delle rivendicazioni delle lobbies di invertiti.
    Punto quinto: il favore del mondo e il gioco del principe del mondo.
    E' indubbio che attualmente le organizzazioni omosessuali godano di appoggio anche da parte di associazioni, di movimenti e di singole persone che omosessuali non sono. Se una parte di questo favore puo' essere spiegato con l’insulsaggine delle masse abilmente pilotate a credere di volere quello che altri vogliono, resta da spiegare il perché i pupari muovano i pupi in questa direzione.
    Emblematico il caso degli insignificanti orfani o eredi del marxismo, tutti “coraggiosamente” schierati a difesa degli invertiti (c’è comunque da chiedersi quanti veri pupari esistano ancora nel corpo informe di questa plebaglia sempre più abbrutita). Ora è evidente che un qualunque marxista di solida formazione non avrebbe dubbi nel classificare tutta la paccottiglia gender come “oppio dei popoli”: droga tanto più pericolosa di quella storicamente individuata nella religione in quanto spacciata a costo molto più basso e procurante assuefazione e dipendenza molto più acute.
    Proprio questo ci fornisce una prima plausibile risposta: molti potenti manovratori del mondo usano l’omosessualità come una sorta di “panem et circenses” per soddisfare, strumentalizzare e dominare le masse. Condizionamento riuscito cosi' bene da coinvolgere anche gran parte di quelli che non hanno alcuna pulsione omosessuale.
    Una tale strategia appare pero', specie a lungo termine, talmente aberrante da risultare perfino autolesionista. Sorge quindi il legittimo sospetto che gran parte di questi presunti pupari non siano a loro volta che una banda di utili idioti, più o meno coscientemente asserviti a una classe più alta di manovratori, questi ultimi direttamente agli ordini del principe del mondo.
    https://www.radiospada.org/2017/06/p...titi-dintorni/

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    L’asessualità imposta
    Giuliano Guzzo
    Che la liberazione sessuale, più che liberare il sesso, stia in realtà liberando dal sesso è cosa nota: se ne parla da anni e, proprio ieri, leggevo le facili profezie di Henry T. Greely, celebre professore di Stanford secondo cui «tra 20 anni il sesso sarà obsoleto» dato che «i bambini verranno creati in vitro» (La Verità, 5.7.2017, p. 13). A conferma del preoccupante trend, nel suo Il sesso spuntato(Lindau, 2012), lo statistico Roberto Volpi spiegava chiaramente come oggi – in seguito essenzialmente alla precarizzazione delle relazioni e alla frammentazione della famiglia – le persone sperimentino un numero di rapporti sessuali inferiore a quelli che i loro coetanei, apparentemente prede d’una società moralistica, intrattenevano decenni fa. Paradossale, si dirà. Assurdo, si commenterà. Eppure è così.
    Quest’amara consapevolezza non riesce tuttavia a farmi accettare storie come quella, di cui leggevo ieri sul sito de Il Foglio, di Searyl Alti, il bambino canadese i cui genitori hanno rifiutato, ottenendo il placet dell’anagrafe, gli venisse assegnato un sesso in modo che, quando vorrà, «sia lui a sceglierselo». Il che è assurdo. Come abbondantemente documento nel mio Cavalieri e principesse, infatti, maschietti e femminucce – senz’alcuna influenza esterna – si differenziano nei comportamenti già nelle prime settimane di vita (in qualche aspetto persino in fase intrauterina), cosa che si riflette pure fra i primati. Non c’è dunque nessuno sesso da «far scegliere» ai figli, ma solo da lasciarli crescere in santa pace. Gli adulti, inclusi i genitori “più all’avanguardia”, non hanno quindi il diritto di ammorbare i piccoli con la sessuofobia. Si tengano il proprio bigottismo laico per sé, grazie.
    L?asessualità imposta | Libertà e Persona



    Don Di Noto: "Lotto contro l'iper sessualizzazione che piace alla pedofilia"
    di Benedetta Frigerio
    Da vent’anni si batte contro la pedofilia incontrando anche le piccole e "crescenti vittime” dell’ipersessualizzazione della società. Don Fortunato Di Noto, dell’associazione Meter, descrive i pericoli dell’educazione sessuale nelle scuole in seguito alla polemica scoppiata dopo la denuncia di alcuni genitori della scuola elementare di Modena, Sant’Agnese, che ha proposto a bambini di 10 anni immagini al limite del pornografico e didascalie dal linguaggio forte e violento.
    Don Di Noto come giudica le immagini e le frasi con cui sono stati descritti gli atti erotici dei loro genitori a bambini delle elementari?
    Prima di rispondere voglio porre una domanda: perché la scuola si arroga il diritto di educare i bambini alla sessualità? Perché accettiamo che sia la scuola ad educare in un ambito così delicato che dovrebbe essere responsabilità delle famiglie tutelare? Ora rispondo alla domanda: mi scandalizza come viene descritta e detta la sessualità. Le parole e le immagini hanno un peso e quelle in questione ne hanno molto. Più che educazione alla sessualità, questa è sessualizzazione precoce.
    Ci spieghi la differenza.
    Il bambino ha il diritto di crescere secondo i tempi dettati dallo sviluppo naturale del suo copro legato a quello psichico, senza forzature esterne che lo portino a pensare e ad agire in un modo contrario a questo sviluppo. Altrimenti nel nome di un diritto del bambino da rispettare, gli si fa violenza.
    Violenza? Addirittura? Ci sono educatori e persino genitori convinti che sia lecito dare queste informazioni "scientifiche" ai bambini dato che ormai vedono già di tutto attraverso la tv e internet (che poi è come dire: siccome sono già plagiati, assecondiamo il plagio spiegandogli di che si tratta)…
    I genitori si assumano le loro responsabilità, ma non obblighino anche i figli degli altri a subire queste “lezioni”. E poi mi dicano che cosa c’è di scientifico in quei testi e in quelle immagini? Sarebbe interessante vedere da dove le hanno prese e chi sono gli autori di questi libri o schede didattiche. La realtà dice solo una cosa, che se non si rispettano i tempi della sessualizzazione che avviene naturalmente, i bambini crescono con una visione distorta della sessualità, di sé e degli altri.
    Forse il punto è proprio questo. La visione che abbiamo della sessualità, il suo fine.
    Esatto: se il fine della sessualità viene concepito come un diritto o un divertimento o un gesto meccanico, il tutto senza conseguenze, non possiamo più mettere limiti. Come di fatto si sostiene oggi: se lo scopo è il piacere, perché non compiere atti erotici fra due adulti dello stesso sesso? Rispondano: allora perché non fra un bambino e un adulto?
    Le direbbero che è diverso perché il bambino non è consenziente.
    Appunto, basta farlo diventare tale. Sa che cosa dicono testualmente nei loro scritti e convegni le lobby pedofile? Che la pedofilia è l’ultimo tabù da abbattere attraverso la sessualizzazione precoce dei bambini. Tornando poi ai dati, voglio ricordare che ormai molti bambini hanno rapporti già ad 11 anni a causa della sessualizzazione. E concepiscono se stessi e gli altri come oggetti. Ho incontrato tanti bambini vittime dell’erotizzazione precoce e nessuno, sottolineo nessuno di loro, ha una vita normale. Sono vite devastate.
    I pedofili hanno davvero il coraggio di ammettere apertamente lo scopo della sessualizzazione precoce?
    Le dico che cosa cosa mi hanno chiesto alcuni pedofili: perché mi perseguiti? Io voglio bene al bambino, in fondo proviamo piacere. E quindi: “Perché no?”. Questa è la conseguenza del sesso senza regole e senza scopi. Dovrebbero pensarci bene gli adulti che sostengono che nel parlare ai bambini dei rapporti sessuali e della masturbazione non c’è nulla di male.
    Eppure si parla tanto dei diritti dei bambini alla sessualità fin dall'asilo, basti pensare alle linee guida dell’Oms per l’educazione sessuale nelle scuole dell’infanzia.
    Beh certamente, si parla di diritti e libertà facendo il gioco di chi ne vuole fare l’oggetto del proprio godimento. Perché è evidente che un bambino a 3 anni non è in grado di intendere e di volere a questo livello. Ripeto: forzare la natura devasta e parlarare loro dell'erotismo, deviando dallo scopo per cui la sessualità è stata creata, genera solo vite malate e molto più vulnerabili.
    Perché ledere l’innocenza con certe immagini e frasi ferisce così profondamente il bambino?
    Perché quello è il punto in cui si può esercitare il potere maggiore. La sessualità ha una potenza enorme, che se non viene incanalata verso il suo fine è devastante. Attraverso di essa si può esercitare sulla persona un potere enorme: usare l’educazione sessuale per dominare un bambino è facilissimo ed è la massima violenza.
    Qual è l’ideale?
    Lasciar crescere i piccoli senza i condizionamenti descritti, lasciando che la loro fisicità si evolva naturalmente e, quando è maturata, che comprendano dai genitori lo scopo e l'ordine della sessualità che sono loro i primi a dover vivere. Con il bombardamento mediatico attuale sembra impossibile, soprattutto se si lasciano i cellulari e la tv e internet incontrollati. Ma bisogna provarci, battersi e non delegare l’educazione dei figli.
    Don Di Noto: "Lotto contro l'iper sessualizzazione che piace alla pedofilia"

    MANIFESTI ANTI-CRISTIANI A ROMA: GESÙ PEDOFILO E MADONNA LESBICA
    Manifesti blasfemi a Roma, sulle pensiline degli autobus della capitale. Con Gesù pedofilo e Madonna lesbica con tanto di fecondazione in vitro
    Sconcerto a Roma, dove questa mattina sono apparse pubblicità che ritraggono un Gesù “ecce homo erectus’ pedofilo – con tanto di erezione alla Maometto – e Maria “Immacolata concezione…in vitro”, incinta grazie all’utero in affitto.
    Perché alla galassia dei pervertiti non basta quello che hanno ottenuto a scapito della società e dei valori che la fanno vivere nel tempo, vogliono umiliare la maggioranza.
    Manifesti anti-cristiani a Roma: Gesù pedofilo e Madonna lesbica | Vox



    LE CONSEGUENZE DELL’ABORTO SULL’UOMO: ne parlano il Daily Telegraph australiano e la britannica BBC Radio 4
    Lorenza Perfori
    Il 3 giugno 2017, sull’Australian Daily Telegraph, è uscito un articolo della giornalista Corrine Barraclough a proposito del collegamento tra il trauma dell’aborto e il suicidio maschile. Barraclough lo ha scritto dopo aver parlato con Julie Cook, direttrice nazionale di “Abortion Grief Australia” (AGA), un’organizzazione no profit specializzata nel fornire assistenza e sostegno a coloro che sperimentano il dolore post-aborto o una crisi a seguito di una gravidanza.
    Tra le storie di cui la giornalista è venuta a conoscenza vi è quella di un giovane che si è suicidato perché sopraffatto dal dolore per l’aborto del suo figlio non nato. Per alcuni uomini, infatti, il dolore per questa perdita è così grande e insopportabile che finiscono per togliersi la vita. Barraclough riporta le parole ascoltate da Cook: “Una donna ci ha recentemente chiamati piangendo a dirotto. Avrebbe dovuto essere il giorno delle sue nozze, era inconsolabile. Il suo fidanzato si era tolto la vita alcune settimane prima. Era rimasta incinta e aveva pensato che fosse troppo presto aggiungere un bambino alla loro relazione, così era andata ad abortire senza dire niente. Quando il fidanzato l’ha scoperto è stato sopraffatto dal dolore e si è suicidato”. “Ciò non è insolito – ha commentato Cook -, è qualcosa che dobbiamo riconoscere e discutere più apertamente come società”.
    Un’altra storia riportata da Barraclough ha per protagonista un ragazzo di 16 anni che è stato salvato dal suicidio “per due secondi”. Cook racconta che “andava bene a scuola, ma dopo l’aborto della sua ragazza e la conseguente rottura della loro relazione, i suoi voti sono crollati. Ha abbandonato la scuola ed è diventato un senza tetto”. Purtroppo – ha aggiunto Cook -, durante il colloquio con lo psicologo dell’AGA, “ci ha parlato anche del suicidio di un suo amico, sempre a causa dell’aborto”.
    Questo problema è dovuto in parte al fatto che la società non riconosce il legame tra aborto, depressione e suicidio maschili. “La maggior parte dei consulenti che si occupa di suicidi non è formata per identificare il trauma dell’aborto – ha dichiarato al giornale Cook -. In effetti, la stragrande maggioranza non è nemmeno consapevole del fatto che esso possa costituire un problema per gli uomini”, e anche “la maggior parte delle donne ignora che l’aborto possa ferire gli uomini”.
    Nonostante sia favorevole all’aborto, dopo aver ascoltato le testimonianze della Cook, Barraclough ha dovuto ammettere che quello che ha saputo a proposito degli effetti dell’aborto sugli uomini “è un oceano di dolore che non avevo idea che esistesse” e le innumerevoli storie udite “mi hanno fatto raggelare il sangue nelle vene”, chiedendosi infine se “come donna non avessi pensato all’aborto sempre e solo da una parte della barricata”.
    La giornalista ha poi osservato che non ci sono solo i gruppi che si occupano del trauma post-aborto a registrare il collegamento tra aborto e depressione maschile. Questo legame è stato evidenziato anche dalla dottoressa Kaeleen Dingle dell’Università del Queensland, in uno studio del 2011 presentato al “World Congress of Asian Psychiatry” di Melbourne. La ricerca ha scoperto che “i giovani uomini, le cui partner avevano abortito, avevano una probabilità doppia di fare uso di sostanze stupefacenti e di soffrire di depressione, rispetto agli uomini che non avevano fatto quell’esperienza”, conclude Barraclough.
    Il 16 giugno 2017, la questione dell’impatto dell’aborto sugli uomini è stata affrontata in un programma radiofonico della BBC Radio 4, intitolato “It’s my baby too“ (“È anche mio figlio”). La conduttrice, Aasmah Mir, ha parlato con gli uomini che hanno fatto quest’esperienza, con le donne a proposito dei sentimenti che gli uomini provano quando si trovano ad affrontare un aborto, con i fornitori dei servizi abortivi, con gli studiosi per quanto riguarda le pochissime ricerche effettuate in questo campo, e con gli esperti che lavorano nell’ambito della terapia di coppia. Pur non essendo perfetto, al programma va comunque riconosciuto il merito di aver portato all’attenzione dell’opinione pubblica un problema reale comunemente censurato.
    Dalle interviste è infatti emerso chiaramente come l’argomento sia stigmatizzato e spesso circondato da un atteggiamento di chiusura. Un uomo ha raccontato che ben tre diverse sue partner avevano abortito, specificando di non aver mai parlato con nessuno di questi fatti, tranne che “una volta sola, di recente, ho provato ad affrontare il discorso”, ma ha dovuto prendere atto che “la gente vuole nascondere la cosa sotto al tappeto, me compreso” visto che “erano imbarazzati che avessi tirato fuori l’argomento. È un tabù. Non ti è veramente consentito parlare di questo”, ha affermato. Un altro uomo, che non ha manifestato alcun rimpianto per la scelta di abortire che lui e sua moglie avevano fatto, ha comunque parlato della necessità di “un maggior dibattito circa le possibili ripercussioni” dell’aborto sugli uomini.
    Il programma della BBC ha poi evidenziato anche un altro aspetto: il fatto che gli uomini siano spesso tagliati fuori da una situazione di aborto. Un uomo che ha accompagnato la sua ragazza ad abortire ha raccontato di come l’operatrice sanitaria sia rimasta molto sorpresa da questo fatto: “Non vediamo spesso fidanzati qui”, gli ha detto. L’uomo ha poi rivelato di non aver ricevuto dal personale medico alcun tipo di sostegno post-aborto. Sempre a proposito dell’estromissione maschile dall’aborto, lo psicoterapeuta Micheal Simon ha osservato che, poiché l’aborto è comunemente considerato solo territorio femminile, gli uomini stessi tendono ad auto-escludersi e a reprimere i loro sentimenti.
    Un altro elemento molto importante messo in luce dal programma radiofonico è stata l’idea che il sostegno dell’uomo, alla donna che sta valutando il ricorso all’aborto, consista solo nel dirle “è una tua decisione, io ti sosterrò in entrambi i casi”. Due donne che avevano abortito hanno convenuto sul fatto che ai loro compagni era stato chiaramente insegnato che era proprio questo che avrebbero dovuto dire in quella circostanza. In realtà, come confermano molte persone che lavorano nell’ambito delle crisi a seguito di una gravidanza, “è una tua decisione” è la cosa peggiore che una donna possa sentirsi dire. Come ha confermato una partecipante al programma, che ha affermato: “Quello che ho odiato di quella frase che mi è stata snocciolata è stata la sensazione che dicesse ‘dipende tutto da te adesso, predi tu la decisione, è tua la responsabilità, sta a te decidere, io ho fatto la mia parte lasciando che sia tu a prendere la decisione’”.
    Per quanto riguarda la sofferenza post-aborto a carico dell’uomo, uno psicoterapeuta che si occupa di terapia di coppia ha sottolineato come molti giovani uomini vedano se stessi come potenziali buoni papà, per cui la perdita e il dolore possono colpirli duramente. Un uomo, convinto che l’aborto debba sempre essere una decisione esclusiva della donna, ha tuttavia ammesso di aver periodicamente pensato agli anni che avrebbe avuto in quel momento il suo figlio non nato. Un altro uomo, quando gli è stato chiesto di descrivere le conseguenze provate, ha detto di sentirsi “vuoto, con un senso di perdita… di freddo… in una grotta buia… in mezzo a un oceano con onde nere che si infrangono… che ha lasciato cicatrici profonde”.
    Coloro che lavorano nell’ambito dell’assistenza post-aborto, hanno sentito parlare di questo tipo di dolore molte volte. Louise Grant, che lavora all’Abortion Recovery Care and Helpline (ARCH) – un ente che fornisce sostegno emotivo, psicologico e spirituale a tutti coloro che sperimentano la ferita dell’aborto (donne, uomini, famiglie, nonni, fratelli, infermieri, medici) -, ha dichiarato: “L’aborto è largamente inteso come una questione della donna, ma non si può negare che anche gli uomini possano essere negativamente colpiti dalla decisione di abortire”. “Le telefonate che riceviamo all’ARCH – continua Grant –, mostrano che una media del 20% di chi ci contatta sono maschi… Sappiamo che l’aborto fa male anche agli uomini ed è probabile che li colpisca più di quanto si sappia, poiché alcuni uomini hanno spesso difficoltà ad aprirsi su argomenti delicati dal punto di vista emotivo”. “Gli uomini, così come le donne – ha concluso Grant –, hanno bisogno di sapere che non sono soli nel patire gli effetti negativi dell’aborto e, infatti, è giusto chiedere aiuto, ARCH è qui per questo”.
    LE CONSEGUENZE DELL?ABORTO SULL?UOMO: ne parlano il Daily Telegraph australiano e la britannica BBC Radio 4 | Libertà e Persona


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    PD MANDA I MEDICI A SCUOLA DI GENDER: “NEUTRI, NON MASCHI E FEMMINE”
    I medici devono usare un linguaggio che superi i ‘pregiudizi’ sull’identità sessuale dei loro pazienti. Lo stabilisce un bizzarro opuscolo promosso dal Comune di Ferrara e redatto dalle associazioni gay.
    Secondo Annalisa Felletti, assessoressa alle Pari opportunità, si tratta di “un utile strumento per i professionisti della salute per un’assistenza consapevole delle differenze” Il vademecum, dal titolo “Oltre gli stereotipi di genere, verso nuove relazioni di diagnosi e cura” ha lo scopo di “combattere le discriminazioni in ambito sanitario e a far crescere comportamenti non giudicanti, non trattamenti speciali ma un’assistenza consapevole delle differenze”. Noi credevamo che la scienza dovesse curare le malattie, non assecondarle, come nel caso di alcuni disordini sessuali e che i medici
    Nell’opuscolo di circa 40 pagine si suggerisce a medici, infermieri e operatori sanitari quali comportamenti adottare come, per esempio, “mantenere un atteggiamento non giudicante”, “usare un linguaggio neutro e inclusivo nei colloqui con i pazienti” e “facilitare la manifestazione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere”.
    Quindi il medico dovrà rivolgersi ad un uomo o una donna con il termine “persona”, o forse ‘persono’, ancora non è chiaro.
    PD manda i medici a scuola di Gender: ?Neutri, non maschi e femmine? | Vox

    La vita complicata dei figli di coppie gay
    di Stefano Parenti
    “La funzione di padre e di madre è essenziale e costitutiva del percorso di crescita”. È questa la frase “incriminata”, che ha sollevato un polverone attorno allo psicoanalista Giancarlo Ricci, attualmente in attesa di essere giudicato da una commissione deontologica presso l’ordine degli psicologi della Lombardia. In quanto amico e collega non posso che offrirgli tutto il mio sostegno. Indossando gli occhiali dello studioso e del professionista mi chiedo: cosa può dire la psicologia a riguardo dell’affermazione di Ricci? In altre parole, la scienza psicologica – che sappiamo essere molto meno “pura” di tante altre scienze “dure” come la fisica e la biologia – corrobora o confuta l’affermazione sotto accusa?
    Da diverso tempo mi interesso di figli senza papà, ovvero di quei bambini e ragazzi che si trovano a crescere in un nucleo familiare composto dalla sola madre, dalla madre e da un nuovo compagno, oppure dalla madre ed un padre che però è assente, fisicamente e/o psicologicamente. Le ricerche che si sono occupate dei “fatherless”, come ho potuto documentare in un libretto dall’omonimo titolo (Fatherless – L’assenza del padre nella società contemporanea, ed. D’Ettoris, Crotone 2015), hanno tutte rilevato dei punteggi svantaggiati per i “senza papà” rispetto ai figli che crescono con una diade genitoriale intatta e partecipe. Sia che vengano indagate le componenti cognitive, che il rendimento scolastico, che gli aspetti relazionali, ma anche l’autostima e più in generale la salute mentale, i fatherless presentano un rischio ben superiore di sviluppare delle difficoltà. Anche molti capiscuola della psicoterapia concordano su questo punto. Sigmund Freud, ad esempio, scrisse: “Non saprei indicare un bisogno infantile di intensità pari al bisogno che i bambini hanno di essere protetti dal padre”. Questo per quanto riguarda la paternità.
    La gran parte degli studi di psicologia infantile, però, si focalizzano sulla funzione materna. Una delle più importanti cornici concettuali, la celebre “teoria dell’attaccamento”, sostiene che un certo tipo di madre, ad esempio una mamma concentrata esclusivamente su se stessa (come le madri adolescenti o le madri depresse) oppure emotivamente ambigua nei confronti del figlio, generi una tipologia di legame di attaccamento del bambino a sé che viene definito “insicuro”. Il bambino con un attaccamento insicuro ha maggiore ansia, più facilità a sviluppare una scarsa autostima in adolescenza e, in prospettiva, un rischio più elevato di dare avvio ad una psicopatologia in età adulta. Il che ci dice che se una mamma è assente il figlio ne risente. Vi è poi un altro stile di attaccamento, che viene chiamato disorganizzato, che tende a svilupparsi in presenza di lutti, di violenze, di incapacità a gestire eventi significativi, tra cui la perdita di una figura di attaccamento.
    Questi dati ci forniscono una misura dell’essenzialità della funzione materna e paterna e del loro essere costitutivi nel percorso di crescita dei figli. Ad essi sembrano opporsi le ricerche sull’omogenitorialità, ovvero sulle “coppie” di persone dello stesso sesso che convivono e che adottano un figlio. Quando scrissi Fatherless decisi di non occuparmi di esse poiché gli studi che avevo preso in esame erano viziati da gravi errori metodologici, su cui incombeva l’ombra del fanatismo ideologico, come ha poi confermato Roberto Marchesini (cfr. Genitori omosessuali: e i figli?, Studi Cattolici).
    Tuttavia un approfondimento specifico andava svolto, perché negli ultimi tempi le ricerche sull’omogenitorialità sono diventate il portabandiera di concezioni politiche ed ideologiche. A coprire la lacuna ci ha pensato Elena Canzi, psicologa e collaboratrice del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano, la quale ha dato alle stampe un volumetto dal titolo: Omogenitorialità, filiazione e dintorni – Un’analisi critica delle ricerche (Vita e Pensiero, Milano 2017). Sono molto grato alla dottoressa Canzi per aver scritto un testo importante e per averlo fatto nel modo migliore possibile, ovvero attenendosi strettamente alla ricerca scientifica. Nel suo libro non c’è divulgazione, non ci sono argomentazioni filosofiche, teologiche o semplicemente contestuali, ma semplicemente una fredda e lucida analisi della letteratura. Forse è proprio questo atteggiamento, serio e rigoroso, che è mancato al dibattito scientifico, come è emerso dalla vicenda legata al Giornale Italiano di Psicologia, il cui numero dedicato all’omogenitorialità ha sollevato non poche polemiche.
    Nella Presentazione del libro, Scabini e Cigoli sono abbastanza espliciti: sentenziano che “dal corpus delle ricerche presentate risulta di tutta evidenza la forzatura della tesi della ‘non differenza’” tra bambini di coppie omosessuali ed eterosessuali (p. IX). Essi denunciano un uso politico della ricerca empirica, la quale “va riconosciuta ed apprezzata per quel che essa è in grado di offrire e non caricata di compiti ad essa estranei come quello di giustificare una nuova concezione antropologica della filiazione” (p. XVI).
    L’analisi delle ricerche svolta da Elena Canzi si sviluppa su tre capitoli e si apre con gli studi sulle coppie omosessuali con figli. Il primo nodo che l’autrice affronta riguarda le preferenze ovvero i rapporti preferenziali tra il genitore di nascita e il figlio, “e di conseguenza conflitti, competizione, gelosia, nonché fantasie specifiche tra il genitore di nascita e il cosiddetto ‘genitore sociale’, ossia il partner/coniuge del genitore di nascita che non ha legami genetici con il figlio” (p. 5). Lo “sbilanciamento relazionale verso la madre di nascita” che i figli attestano rispetto alla “madre sociale” è stato riscontrato sia nelle forme linguistiche utilizzate dai bambini di “madri lesbiche in coppia”, che “dicono di essere in difficoltà per l’assenza di un linguaggio adeguato a descrivere la loro situazione”, sia da alcune toccanti interviste strutturate, come quella di una giovane che chiama la madre di nascita “momma best” (p. 6).
    Altri temi importanti sono quelli del denaro, secondo cui “i figli nati tramite donazione di seme dicono di sentirsi disturbati dal ruolo ricoperto dal denaro nel proprio concepimento” (p. 8), e del rapporto con le famiglie di origine e la rete amicale: “l’unico elemento di criticità che la letteratura sul tema ha evidenziato”. Benché l’apporto della ricerca, qui come in tutto il campo dell’omogenitorialità, sia parziale ed ancora insufficiente, “dai pochi dati a disposizione sembrerebbe che le coppie omosessuali con figli siano meno supportate dalle famiglie di origine e più esposte all’isolamento e al misconoscimento da parte dei parenti” (p. 10).
    Col secondo capitolo il testo raggiunge il cuore della vicenda, descrivendo le ricerche sui figli delle coppie omosessuali. “Nella stragrande maggioranza dei casi i campioni utilizzati non sono rappresentativi della popolazione” (p. 13). Molti studi utilizzano, infatti, dei questionari self-report per la raccolta dei dati, ovvero delle domande sullo stato dei figli compilati dalla coppia genitoriale omosessuale. È facile intuire i rischi a cui tali strumenti si espongono: “Nel caso dei genitori omosessuali, specie quelli che pianificano il figlio, è lecito supporre che, avendo essi investito moltissimo in questa causa e avendo una notevole pressione a dimostrare la propria adeguatezza, tenderanno a mostrare ed enfatizzare prevalentemente gli aspetti positivi della loro esperienza familiare” (p. 14). “Tutto questo ci deve rendere cauti nella generalizzabilità dei risultati” (p. 13). Vediamone alcuni.
    Per quanto riguarda il comportamento di genere, “i figli di genitori omosessuali nel loro percorso di costruzione dell’identità sessuale e di genere possono trovarsi in difficoltà, poiché, se eterosessuali si trovano a dover gestire una situazione in contrasto con il modello genitoriale, se omosessuali ne deludono le aspettative. D’altra parte, anche nei confronti dell’ambiente sociale, sentono di dover esibire standard comportamentali d’eccellenza per confermare la ‘normalità’ della loro famiglia e ciò tende a provocare in loro un senso d’inadeguatezza” (p. 17). Circa l’orientamento sessuale, l’autrice riassume così le ricerche: “Nonostante la disparità dei dati di ricerca esposti e la difficoltà a commentarsi, vista la eterogeneità dei campioni coinvolti, sembra comunque di poter rintracciare un trend comune, ossia una maggior probabilità di atteggiamenti e comportamenti omosessuali (già vissuta, o anche solamente immaginata) nei figli cresciuti da genitori omosessuali” (p. 19).
    Un altro aspetto significativo è il benessere psicologico, che spesso ricorre nel can can mediatico sull’omogenitorialità. A riguardo la Canzi commenta: “Innanzitutto si evidenzia un quadro certamente complesso e non univoco per cui diventa davvero difficile sostenere che non esista alcuna differenza tra i figli di genitori omosessuali e i figli di genitori eterosessuali”. Ed aggiunge: “è altresì vero che, ad oggi, le ricerche non sono in grado di dare riposte chiare e definitive sullo stato di salute complessivo di questi ragazzi” (p. 27).
    Altri dati interessanti sono quelli che riguardano il rapporto dei figli con i genitori: “Particolarmente problematico sembra essere il caso dei figli maschi di donne lesbiche che paiono in difficoltà a dare valore al proprio genere probabilmente in relazione al fatto che le loro madri vivono la contraddizione di rifiuto del maschio (in quanto lesbiche appartenenti alla comunità lesbica) e di doversene prendere cura (in quanto madri di figli maschi)” (p. 35). Le cose non vanno meglio quando vengono indagati i rapporti con i coetanei: “in sintesi possiamo dire che la situazione di disagio di questi ragazzi è di tutta evidenza nei confronti dei pari, soprattutto durante l’adolescenza. […] I dati che la ricerca mette a disposizione […] mostrano che, anche all’interno di contesti in cui da diversi anni sono state introdotte legislazioni favorevoli all’unione omosessuale, i figli di genitori omosessuali devono comunque affrontare problemi specifici e il disagio che vivono è più complesso, profondo, doloroso e attraversato da sentimenti di colpa e di vergogna” (p. 34).
    Il terzo capitolo si focalizza sull’adozione ed in particolare sui criteri di valutazione dell’idoneità delle coppie aspiranti. “Gli operatori sociali, infatti, sono chiamati a tutelare l’interesse del minore adottabile e a valutare le competenze genitoriali delle coppie, la loro capacità, seppur prospettica (ed è questo a rendere il compito assai difficile), di rispondere alle esigenze di minori che hanno spesso subìto separazioni traumatiche e/o vissuto contesti di crescita non adeguati” (p. 45).
    Le coppie di persone con tendenze omosessuali presentano delle differenze significative nell’ambito dell’esclusività sessuale: “non tutte le coppie dello stesso sesso sono monogame – riporta Canzi, citando la ricercatrice Abbie Goldberg -. Infatti, i dati a nostra disposizione affermano che l’esclusività sessuale non è la norma, specialmente tra le coppie di uomini gay, dove le percentuali di relazioni multiple si attestano attorno al 50-60%” (p. 45). Numeri davvero importanti. Anche la stabilità della coppia omosessuale è differente da quella eterosessuale: “Alcuni studi hanno documentato che i tassi di dissoluzione delle relazioni di coppie omosessuali con figli sono maggiori rispetto a quelle eterosessuali coniugate con figli” (p. 46).
    Un altro elemento molto delicato da affrontare nel percorso di valutazione di idoneità è la salute mentale e fisica, che “sappiamo influire in modo rilevante sul benessere dei figli” (p. 46). “Alcune ricerche hanno messo in luce che nella popolazione omosessuale rispetto alla popolazione generale vi sono maggiori incidenze di alcune patologie psicologiche, come disturbi dell’umore e d’ansia, nonché la presenza di pensieri e/o atti suicidari […] e di comportamenti a rischio come consumo di alcool e di fumo” (p 46). Un ulteriore aspetto è la carenza di supporto sociale da parte delle famiglie di origine: i genitori adottivi omosessuali “riportano di ricevere meno sostegno da parte della famiglia di origine” (p. 46). In conclusione: “L’adozione da parte di coppie omosessuali si configura quindi come un quadro molto complesso, in cui bambini e ragazzi si trovano a fronteggiare diverse situazioni di rischio e sono impegnati in compiti di sviluppo ‘aggiuntivi’ rispetto sia ai coetanei non adottati, sia ai coetanei adottati da coppie eterosessuali”.
    L’ultima parte del volume riporta delle preziose schedature delle principali ricerche analizzate. Il lettore può così verificare di persona le argomentazioni dell’autrice. Nel complesso il testo sembra suggerire che crescere con due mamme e due papà non sia proprio la stessa cosa dell’avere una famiglia tradizionale. Al di là di ciò che dice la stampa mainstream. Forse non si è ancora dimostrato che “la funzione di padre e di madre è essenziale e costitutiva del percorso di crescita”, come ha sostenuto Giancarlo Ricci. Da due premesse negative non si giunge ad alcuna conclusione affermativa, recita la quinta regola del sillogismo ripresa anche dalla dottoressa Canzi nel testo. Capire che Mario non è un pesce, non vuol dire dimostrare che sia un uomo. Però, è pur vero che si tratta già di un passo importante.
    La vita complicata dei figli di coppie gay


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Di nuovo il solito sesso
    Pubblicato da Berlicche
    Dicevamo qualche giorno fa che non si parla più di virtù. Ma non solo. Non si parla più neanche di amore. Quantomeno nelle canzoni.
    Sì, forse l’avete notato anche voi. Se avete un’età paragonabile alla mia, ricordate senza dubbio quei lenti un po’ melensi, quei ritornelli magari anche yeyè, quelle melodie che dicevano love, amour, amore.
    Sparite.
    Avrete notato anche da cosa quel vocabolo è stato rimpiazzato. Da un molto più prosaico: sesso.
    Oh, sì. Perché struggersi per qualcuno per giorni, mesi, tutta la vita, corteggiare, spasimare, quando ci puoi dare una botta e via? Un tempo molte canzoni narravano una storia, oggi raccontano una sveltina. Neanche un’emozione, in fondo; persino quella ormai è troppo impegnativa.
    Se credete che io stia esagerando, se pensate che sia una mia paranoia, beh, non lo è. Il sito The Federalist ci ha fatto sopra un articolo, recentemente. Facendoci scoprire quante poche canzoni con la parola “amore” nel titolo hanno conquistato la top americana dal duemila in poi – solo sei su cinquanta, nell’ultimo mezzo secolo o poco più. Perché quel tipo di canzoni oggi sono davvero poche. Se una volta quello che era celebrato era l’innamoramento, oggi evidentemente quello stadio non pare essere ritenuto più necessario. Si parla di eccitazione, si usano parafrasi o termini espliciti, musiche ritmicamente adeguate, ma il punto è sempre quello: è la parte fisica quella che conta, l’unica che forse c’è.
    Ed io mi domando; cosa è conseguenza di cosa? I cantanti si limitano ad annotare una realtà, o la realtà è da loro creata? Davvero non esiste più l’innamoramento, il corteggiamento, il sospirare per qualcuno? Il desiderare tutto dell’altro, e quindi l’attesa, la promessa, la fedeltà?
    In qualche maniera, non riesco a crederlo. Credo che ci siano ancora un sacco di canti di amore inespressi, non cantati apertamente nel fragore di questo mondo che ne riderebbe, ma sottovoce, con note mute, per chi li vuole ascoltare.
    https://berlicche.wordpress.com/2017...-solito-sesso/

    L’ultima frontiera della manipolazione dell’uomo
    L’uniformità sessuale rappresenta oggi il più sconcertante tentativo di manipolazione dell’essere umano mai tentato nella storia. Promossa grazie all’imponente contributo economico e politico delle più potenti lobby dell’Occidente, questa vera e propria “mutazione antropologica” viene oggi imposta attraverso i media, la cultura, lo spettacolo e le legislazioni. Un processo apparentemente inarrestabile, che sembra invadere ogni aspetto del vivere quotidiano ed imporre una concezione ideologica della sessualità, avulsa da qualunque retaggio “naturale”.
    di Adriano Segatori
    I «media» internazionali si sono scatenati in toccanti pantomime per il fatto che nella foto ricordo delle mogli dei rappresentati di Stato presenti al vertice Nato di Bruxelles non fosse stato citato Gauthier Destenay, marito del primo ministro del Lussemburgo Xavier Bettel. A parte il fatto che per essere precisi Destenay risulta essere il marito e non la moglie di Bettel, in questo caso la femmina della coppia – una questione di culo e camicia, e non di lana caprina, quello che è sconcertante che un simile evento sia stato interpretato come un frivolo e simpatico fatto di costume, oppure censurato secondo i parametri più beceri di una scontata ignoranza da marciapiede.
    Il fatto, invece, assume una estrema gravità, tanto dal punto di vista politico che da quello culturale. Quando nel 1973, l’Associazione degli psichiatri americani derubricò l’omosessualità dalla condizione di malattia dell’orientamento sessuale dal Manuale Diagnostico e Statistico con una semplice votazione (5.816 voti a favore e 3.817 contro) nessuno immaginava le conseguenze alle quali avrebbe portato una simile decisione. E soprattutto molti sottovalutarono le potenti forze che stavano dietro a questa pressione condizionante.
    Lo stesso Robert Spitzer, all’epoca presidente della Commissione e favorevole a tale cambiamento, negli anni modificò la precedente opinione dopo essersi reso conto che una grottesca votazione su un argomento clinico aveva portato ad «una “giustificazione scientifica” per sostenere ulteriori manipolazioni ideologiche».
    Ed è a questa manipolazione ideologica che si deve fare riferimento quando si percepisce la pericolosità della questione. Ciò che un tempo era sempre stata una scelta personale, vissuta in maniera conflittuale o serena, a seconda del soggetto interessato, oggi è diventata legge, norma e potere. Un potere che è economico, principalmente, e quindi pervasivo nella sfera pubblica attraverso l’enorme investimento in promozione spicciola, propaganda mirata e condizionamento giudiziario.
    Dal 1973 ad oggi si è giunta ad una pressoché totale manipolazione delle coscienze mediante tattiche precise ben indicate nel saggio Unisex di Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta (Arianna Editrice).
    L’infiltrazione propagandistica dell’ideologia gender è iniziata con l’operazione di «desensibilizzazione»: una progressiva e metodica presentazione quotidiana di messaggi e modelli gender fino ad inflazionare il concetto stesso di omosessualità e sovradosare la presenza di questa credenza intossicando l’opinione pubblica e immunizzandola da ogni pensiero critico. Poi, i poteri preposti a questa vera e propria «campagna di propaganda» sono passati al «bloccaggio» (jam) sia attraverso l’attivazione di regole poliziesche che impedissero ogni forma di opposizione e di analisi approfondita del fenomeno, sia con la stigmatizzazione di qualsivoglia giudizio non conforme, marchiando il dissenso come manifestazione di razzismo, di intolleranza, di pregiudizio e di fobia. Questa questione dell’omofobia assume, per altro, dei contorni tragicomici: perché una fobia è un disturbo psichico che non può essere condannato per legge, come non si processano gli aracnofobici, i misofobici, gli ofidiofobici e via via via elencando. Infine, si è puntato ad una vera e propria «conversione» (convert), cioè alla seduzione di massa comprendendo ogni ordine di età, censo, cultura e classe, con un occhio di riguardo ed una modalità di intervento quasi subliminale verso gli scettici, i moderati, quelli disposti al dialogo e meno preparati dal punto di vista psichico e scientifico.
    Con queste tattiche, sottolineano gli Autori del saggio citato, «la maggior parte delle persone non si è minimamente accorta del “lavorio” compiuto sulle coscienze». Ecco, allora, che si commentano con tenerezza le effusioni durante i matrimoni omosessuali, la foto di gruppo di donne con il marito di un altro uomo, l’annuncio ufficiale del primo gay indiano, la commemorazioni del poliziotto morto da parte del suo compagno.
    Insomma, tutto un grande sentimentalismo ed una diffusione emotiva, disarmati di fronte ad un pensiero critico che impone una domanda cruciale: ma cosa c’è dietro a questo fenomeno dilagante? Dietro c’è il potere del capitalismo che necessitava di sfondare l’ultima difesa della soggettività e della comunità per raggiungere quel transumanesimo indifferenziato e informe da plasmare secondo propri codici e indirizzi. Si dovevano scardinare le stesse leggi della natura e rifondere la società su un uomo artificiale, senza identità, senza famiglia, senza personalità, da omologare in un pensiero unico e globalizzato: amorfo, nel senso etimologico di senza forma e senza carattere.
    Del resto, si può credere che personaggi come Soros, il miliardario mondialista delle rivoluzioni planetarie, o banche o fondazioni come Rockefeller e Goldman, o ancora gruppi finanziari come l’Ibm, la Microsoft, la Pepsi, la Amazon e decine di altri sponsor distribuiscano miliardi di dollari senza un lauto tornaconto? Dietro a questa operazione c’è la volontà quasi metafisica di manipolazione mondialista, di sovversione dei costumi e delle leggi universali, di asservimento dell’uomo agli idoli del nuovo ordine planetario fatto di effimera felicità, di illusoria libertà, di deforme volontà. È forse questa la rappresentazione degli ultimi uomini di Nietzsche? Di quelli che in Zarathustra perseguono «Una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte: salva restando la salute»? Anche sì.
    Con la sterilizzazione dei corpi e delle anime si passa sopra alle pedofilia e al vergognoso diritto all’adozione, a conclusione di un ciclo di degenerazione e di distorsione della realtà. Questa operazione non ancora conclusa non è soltanto grottesca, e neppure simpaticamente alternativa, ma una guerra in corso che si può concludere o con la fine di una civiltà o con una riscossa etica, psichica e culturale. Ogni altro metodo di comprensione e di rettifica è destinato al fallimento.
    L'ultima frontiera della manipolazione dell'uomo - Azione TradizionaleAzione Tradizionale

    Il piano di Vogue che istiga i giovani alla perversione
    di Roberto Marchesini
    Mi è stato segnalato un articolo pubblicato da Teen Vogue che ha l'obiettivo di educare gli adolescenti al sesso anale (Anal Sex: What You Need to Know | Teen Vogue). Cosa ne penso? Francamente? Penso che siamo oltre al disgustoso, oltre all'orripilante... siamo al ridicolo.
    Partiamo dall'inizio, quando si spiega ai ragazzini che «non tutti fanno del sesso “pene nella vagina”». Eh, già: il sesso «in vasu naturale» si chiama «pene nella vagina», così risolviamo il problema di cosa sia naturale e cosa non lo sia. Dopo aver abolito la parola «naturale», l'articolo ci stupisce con ulteriori acrobazie lessicali. Non esistono maschi o femmine: esistono «possessori di prostata» e «non possessori di prostata». Dite la verità... non avreste mai potuto pensare ad una cosa simile, vero? Poi arriva la parte pratica, che consiste in tre punti: 1) «Andateci piano» (senza specificare perché); 2) «Il lubrificante è essenziale» (senza specificare perché); 3) «Si, potrebbe esserci della cacca. […] Aspettarsi di fare sesso anale e di non imbattersi nella cacca è irrealistico”. A questo punto... link ad un articolo sulla cacca (What the 7 Types of Poop Say About Your Health | Teen Vogue), rullo di tamburi ed ecco la bomba: «Tutti fanno la cacca». Non l'avreste mai detto, vero? Meno male che ci informa la stampa progressista, altrimenti saremmo rimasti nell’ignoranza.
    Dulcis in fundo, un post-scriptum: «Questo articolo è stato aggiornato per includere l'importanza di utilizzare la protezione [il preservativo] durante il sesso anale». Capito? L'hanno aggiunto dopo. Ma a parte quest'aggiunta postuma, non c'è una sola parola riguardante i gravissimi rischi del sesso anale (malattie, lesioni e prolasso del retto). Questo articolo ha avuto diverse reazioni: dalla mamma che brucia la rivista (il cui video ha avuto più di un milione di visualizzazioni) al giornale che ha trovato l'articolo troppo poco progressista. Le donne sono infatti definite in base a cosa loro manca e l'uomo ha (non il pene... la prostata!), e nei disegni (si, ci sono anche le illustrazioni...) viene indicato l'organo del piacere maschile (nuovamente: la prostata!) e non quello femminile (il clitoride) (Teen Vogue's bizarre anal sex article shows women are still being defined in relation to men | The Independent). Insomma: il mondo è bello perché è vario.
    Fin qui non ci sarebbe molto da commentare, se non i soliti «Che tempi, signora mia...», «Dove andremo a finire...» e cose del genere. Ma allargando un po' la visuale si scoprono alcune cose curiose, se non interessanti. Partiamo dall'autrice, Gigi Engle, presentata come «educatrice sessuale» (altrove si definisce «femminista»). Dalle foto che circolano in internet, più che «educatrice sessuale», si direbbe esperta di «oggetti sessuali», visto che ne ha sempre in mano uno. Per Teen Vogue (ricordiamolo: una rivista per adolescenti) ha scritto altri articoli con questi titoli: «Consenso e BDSM [Bondage, Dominazione, Sado-Maso]: cosa dovresti sapere»; «Come masturbarti se hai un pene»; «Come masturbarti se hai una vagina».
    Di questa educatrice sessuale, però, sappiamo anche altro. Ad esempio, conosciamo la sua vita intima: «Sono una grande bugiarda e una nota traditrice. Credo che il mio passato impulso verso il tradimento sia dovuto al fatto che non ho mai davvero voluto impegnarmi in una relazione, nonostante egoisticamente desiderassi tutti i benefici di averne una». Inoltre sappiamo che... parla da sola. No, ci assicura, non è matta: «Pensare ad alta voce mi aiuta a [...] dare un senso alle cose che dico». Forse è un po' sorda...
    Ma Gigi Engle non è l'unica responsabile per questo geniale articolo. La responsabilità è sicuramente della giovanissima direttrice della rivista, l'ebrea afro-americana Elaine Welteroth. Quando è stata nominata direttrice della versione giovanile di Vogue (fino ad allora dedita a moda e celebrità) la rivista stava attraversando un periodo di crisi. La Welteroth ha reagito trasformando un frivolo giornale per ragazzini in un manifesto di propaganda liberal. Lei stessa ha dichiarato: «Penso che i nostri lettori si considerino degli attivisti». Non è certo un caso se, nel dicembre scorso, la rivista ha ospitato un articolo che attaccava personalmente e direttamente Donald Trump, accusato di «risvegliare il bigottismo, incoraggiare l'odio e normalizzare la menzogna». E non è un caso nemmeno se, nell'agosto dello stesso anno, ha pubblicato un articolo firmato da Hillary Clinton.
    Welteroth condivide la responsabilità con un'altra star del giornale, il direttore dell'edizione on-line Phillip Picardi. Difende a spada tratta l'articolo perché, gay cresciuto in una scuola cattolica, si lamenta di non aver ricevuto istruzioni adeguate sul sesso anale; ha trovato il modo di rimediare. In un suo tweet ha scritto: «La generazione Z sarà la più queer e la più coraggiosa di sempre». Grazie a Teen Vogue, ça va sans dire. Potremmo dire anche parecchio a proposito del gruppo editoriale che sostiene questo progetto, la Advance Publications della famiglia Newhouse (Neuhaus), proprietaria di un vero e proprio impero della carta stampata che comprende Vanity Fair e Wired, già noti ai lettori della Bussola per le posizioni ultra-liberal...Ma andremmo troppo lontano. Per ora fermiamoci qui... ce n'è pure d'avanzo.
    Il piano di Vogue che istiga i giovani alla perversione


 

 
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