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Discussione: Conservatori nel mondo

  1. #31
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Non sono affatto d'accordo con questa interpretazione
    Non è una interpretazione, è una constatazione…
    che non tiene minimamente conto del fatto che Pio XII proprio in quei discorsi e in quelle circostanze si richiamasse a Leone XIII
    In quel discorso non c’è alcun riferimento a Leone XIII.
    e del fatto che quest'ultimo non si riferisse affatto a quale fosse il soggetto originario del potere civile
    Basta leggere tutti i passi della Diuturnum che ho riportato nei messaggi precedenti, e vedere a quali teologi si richiamava Leone XIII…
    Tu neghi che ci siano differenze, su questo specifico tema, tra alcuni Padri e teologi da una parte, e san Tommaso e altri autorevoli teologi dall’altra?
    Tu neghi che ci fossero differenze tra teologi labisti e teologi sinelabisti?
    Diverso è invece se parlassimo dello sviluppo successivo al Magistero di Pio XII, che effettivamente vede una certa predilezione per la democrazia.
    Guarda che quello “sviluppo”, per certi aspetti, comincia proprio con Leone XIII, e Pio XII fa semplicemente dei passi successivi.
    Basti pensare, riguardo a Leone XIII, alla scelta del ralliement con la repubblica francese, che stupì tutti, o lo “sdoganamento” del termine “democrazia cristiana” (che era allora una cosa diversa dal partito politico italiano del dopoguerra) o alla sua scelta di ufficializzare la distinzione tra “tesi” e “ipotesi” in campo politico, o al fatto che egli presenta l'organizzazione della società secondo i tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, cosa che a quel tempo costituiva una novità nell'insegnamento della Chiesa.

  2. #32
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Citazione Originariamente Scritto da Gò91 Visualizza Messaggio
    è vero che la Chiesa Cattolica inizialmente ebbe un atteggiamento in cui vi era sia un certo interesse che esplicite riserve
    Le esplicite riserve del magistero non vennero mai meno, nemmeno nella Quadragesimo anno, che comunque si occupava di un modello in gran parte TEORICO, perché, come ho già evidenziato, le Corporazioni stesse furono create solo tre anni più tardi, e cioè nel 1934.
    E’ perfettamente inutile che tu imbottisca i tuoi messaggi di dichiarazioni di esponenti ecclesiatici riguardanti le corporazioni in particolare, o il fascismo in generale, perché, come ho già più volte ricordato, solo alla fine della guerra, quando cioè la Chiesa e i fedeli cattolici non erano più ostaggi del regime autoritario-totalitario, e quando fu possibile constatare a quale disastro tale regime aveva condotto, quali erano stati i suoi “frutti” avvelenati, solo allora potè cominciare a svilupparsi un magistero credibile e autorevole su questo tema. E’ inutile quindi, ad esempio, tirare in ballo certe mirabolanti espressioni del cardinale Schuster riguardanti Mussolini o il fascismo, senza ricordarsi che poi lo stesso Schuster, al tempo delle leggi razziali, bollò il fascismo come statolatria pagana. E’ inutile ripetere a pappagallo che per i conflitti tra fascismo e Chiesa alla fine si trovava una soluzione, visto che la Chiesa si trovava nella necessità di tutelare se stessa e i fedeli cattolici dalla violenza che il regime aveva esibito nel 1931.
    Tornando al corporativismo, è inutile ricordare l’interesse, ma mai privo di critiche, mostrato inizialmente dalla Chiesa per esso, visto che tale interesse venne presto meno, constatando come il corporativismo fascista operasse (o meglio, non operasse…..).
    Ho già evidenziato come l’interesse della cultura cattolica verso il corporativismo fascista andò rapidamente scemando, tornando a volgersi versi gli scritti di pensatori democratici. Persino un esaltato del corporativismo, come Fanfani, che insegnando alla Cattolica doveva, come padre Gemelli, per autotutelarsi, bruciare abbondanti grani di incenso al regime, nel 1942 scrisse chiaramente che il corporativismo fascista aveva in comune con quello cattolico medioevale, e con quello del cristianesimo sociale, solo poco più che il nome…
    Lo stesso Pio XII, nella Enciclica "Longinqua oceani", paratosi…..la schiena (il DVCE aveva detto che era pronto a spolverare i manganelli sulla groppa dei preti….) con la frasetta “per diversa indole dei popoli e per le diverse circostanze di tempo può variare” ribadì la dottrina tradizionale, secondo cui le corporazioni devono basarsi innanzitutto sul principio della sana libertà, e affermò che proprio grazie a tale principio nei secoli passati esse avevano procurato al cristianesimo gloria immortale, e alle arti inoffuscabile splendore:
    “Essendo poi la socievolezza bisogno naturale dell'uomo, ed essendo lecito con forze unite promuovere quanto è onestamente utile, non si può senza ingiustizia negare o diminuire come ai produttori, così alle classi operaie e agricole, la libertà di unirsi in associazioni le quali possano difendere i propri diritti e acquistare miglioramenti circa i beni dell'anima e del corpo, come pure circa gli onesti conforti della vita. Ma alle corporazioni di tal genere, che nei secoli passati hanno procurato al cristianesimo gloria immortale e alle arti inoffuscabile splendore, non si può imporre in ogni luogo una stessa disciplina e struttura, la quale perciò per diversa indole dei popoli e per le diverse circostanze di tempo può variare; però le corporazioni in parola traggano il loro moto vitale da principi di sana libertà, siano informate dalle eccelse norme della giustizia e dell'onestà e, ispirandosi a queste, agiscano in tal guisa che nella cura degli interessi di classe non ledano gli altrui diritti, conservino il proposito della concordia, rispettino il bene comune della società civile.”
    E nel dopoguerra Pio XII cercò di rianimare la dottrina del corporativismo, ma di quello DEMOCRATICO, e non ci riuscì propria per colpa dell’eredità del corporativismo fascista.
    Tanto per essere chiari, e per finirla con le tue sbrodolate di citazioni del periodo fascista, potresti citarmi dichiarazioni del magistero del dopoguerra che elogiano il corporativismo fascista?
    Quello fascista fu un nobile tentativo
    Non so se fu nobile, so che il corporativismo fascista fu un tentativo sostanzialmente fallito, e già prima della fine guerra, come la Chiesa stessa dovette constatare.
    la Repubblichetta antifascista "nata dalla Resistenza", nonostante la sua retorica anti-mussoliniana e anti-fascista, accolse nella legislazione italiana moltissime delle istituzioni e delle leggi fatte dallo Stato fascista in materia economico-sociale.
    Se ti riferisci alle leggi relative alla legislazione del lavoro, alle 40 ore, all’assistenza e alle assicurazioni per i lavoratori, i malati, i disoccupati, i poveri, ecc. si trattava di provvidenze istituite nello stesso periodo in tutte le nazioni più avanzate. C’era però, in effetti, una differenza sostanziale: nelle altre nazioni non era stata sacrificata la libertà sindacale….e la libertà tout court. E i cittadini non vennero trasformati in carne da cannone utilizzata nell’illusione di edificare Imperi impossibili…
    Purtroppo, la Repubblichetta, nata da un infausto compromesso catto-liberal-social-comunista repubblicano, col passare del tempo ha distorto la funzione positiva che ebbero le istituzioni sociali del Fascismo, contribuendo così alla loro stessa liquidazione e svendita (vedasi Prodi con l'IRI).
    L’IRI, immenso carrozzone statalista, è rimasta sul gobbo dell’Italia per più di 40 anni, accumulando alla fine più di 5000 miliardi di perdite.
    Ammesso e non concesso che l’IRI dovesse “salvare” proprio tutte le imprese di cui si occupò negli anni ’30, avrebbe dovuto restituire in tempi brevi al mercato le aziende che aveva assorbito. Invece il fascismo lo trasformò in ente pubblico permanente, e alla fine, come sempre, i cittadini italiani, nella eterna parte di Pantalone, dovettero pagarne le spese. C’è da dire che, sotto l’afascista Beneduce, fu meno dannosa di quanto divenne in seguito… Resta il fatto che la corruzione e l’inefficenza tipici dell’amministrazione pubblica italiana furono una eredità del fascismo. Gli statali fascisti riuscirono a lucrare non solo sulle commitenze pubbliche a favore dei grandi industriali, ma persino dai procedimenti di “arianizzazione” inventati dopo il varo delle leggi razziali.
    Si pensi al fatto che la prima cosa che fece il CLN appena "insorse" il 25 Aprile (virgolette d'obbligo) fu abolire la legge che introduceva la cosiddetta "socializzazione", approvata dalla RSI.
    La SOCIALizzazione delle imprese, imposta dall’alto, cioè dallo Stato, è una grande porcata SOCIALista; altra cosa è la promozione dal basso del cooperativismo, delle imprese sociali sussidiarie, e della partecipazione dei lavoratori alle imprese, attuata volontariamente.
    La Chiesa non ha mai "ritrattato" il giudizio positivo che all'epoca diede.
    Il giudizio positivo riguardava o provvidenze attuate anche nei Paesi democratici, ma senza privazioni di libertà o irregimetazioni belliche, oppure, e con esplicite riserve, istituzioni teoriche che si rivelarono fallimentari alla prova dei fatti.
    E' chiaro che, una volta caduto il Fascismo, la prospettiva fosse diversa
    Caduto il fascismo la Chiesa e i cattolici non avevano più nulla da temere, e il magistero potè liberamente giudicare e condannare quel regime che aveva prodotto frutti tanto tragici e fallimentari.
    Infatti, la "libertà sindacale" indicata dalla riflessione cattolica avrebbe riguardato esclusivamente organizzazioni, associazioni e sindacati cattolici e non organizzazioni, associazioni e sindacati socialisti, liberali, repubblicani, comunisti, socialdemocratici, ecc.
    San Pio X nella Singulari quadam aveva lodato le organizzazioni “puramente” cattoliche, ma aveva pure affermato la liceità della collaborazione con gli acattolici:
    “Perciò facciamo molto volentieri ogni elogio a tutte le associazioni operaie puramente cattoliche esistenti in Germania, desideriamo che ogni loro iniziativa in favore delle masse operaie abbia successo, e auguriamo ad esse sviluppi sempre più felici. Con questo tuttavia non intendiamo negare che sia lecito ai cattolici lavorare, con cautela, insieme con gli acattolici, per procurare all'operaio una sorte migliore e per una più equa retribuzione e condizione di lavoro, o per qualunque altro fine utile e onesto.”
    Prima ancora Leone XIII nella Rerum novarum aveva proclamato la libertà associativa, che poteva essere limitata dallo Stato solo in casi eccezionali:
    “Ora, sebbene queste private associazioni esistano dentro la Stato e ne siano come tante parti, tuttavia in generale, e assolutamente parlando, non può lo Stato proibirne la formazione. Poiché il diritto di unirsi in società l'uomo l'ha da natura, e i diritti naturali lo Stato deve tutelarli, non distruggerli. Vietando tali associazioni, egli contraddirebbe sé stesso, perché l'origine del consorzio civile, come degli altri consorzi, sta appunto nella naturale socialità dell'uomo. Si danno però casi che rendono legittimo e doveroso il divieto. Quando società particolari si prefiggono un fine apertamente contrario all'onestà, alla giustizia, alla sicurezza del consorzio civile, legittimamente vi si oppone lo Stato, o vietando che si formino o sciogliendole se sono formate; è necessario però procedere in ciò con somma cautela per non invadere i diritti dei cittadini, e non fare il male sotto pretesto del pubblico bene. Poiché le leggi non obbligano se non in quanto sono conformi alla retta ragione, e perciò stesso alla legge eterna di Dio .”
    Nella Mater et magistra veniva poi fornita l’interpretazione autentica di quella enciclica, rilevando che la libertà sindacale era un diritto naturale dei lavoratori:
    “Ai lavoratori, si afferma ancora nell’enciclica [Rerum novarum] va riconosciuto come naturale il diritto di dar vita ad associazioni o di soli operai o miste di operai e padroni, come pure il diritto di conferire ad esse la struttura organizzativa che ritengono più idonea a perseguire i loro legittimi interessi economico - professionali e il diritto di muoversi autonomamente e di propria iniziativa all’interno di esse per il proseguimento di detti interessi.”
    Il regime fascista autoritario-totalitario, e intrinsecamente laicista, volle progressivamente colpire e smantellare tutti i corpi sociali intermedi e sussidiari, e cioè i circoli culturali, ricreativi e sportivi, i sindacati, le cooperative, le opere caritative, le case del popolo, i patronati, le casse di risparmio, i banchi di mutuo soccorso, le mutue assicurative, le associazioni, i giovani esploratori, insomma, tutti gli enti che il movimento cattolico aveva con fatica e pazienza creato nel clima ostile dell’Italia liberale.
    Arturo Carlo Jemolo rileva che “Il partito fascista pretendeva di essere la vera chiesa, tutto doveva essere in esso compreso, ogni bisogno doveva trovare appagamento nella casa del fascio: un teatrino parrocchiale, un circolo diocesano di cultura, una associazione di studenti cattolici, erano manifestazioni di eresia, sottrazioni di credenti alla chiesa fascista.”
    La Chiesa, delle sue innumerevoli grandi associazioni di carattere sociale, potè salvare solo l’Azione cattolica, e comunque la dovette più volte difendere con le unghie e con i denti dagli attacchi del regime, il quale aveva preteso che essa non si potesse occupare di alcun ambito politico, economico o sociale(e nemmeno….sportivo!).
    Il Moloch fascista, autoritario-totalitario, e dunque accentratore e anti-sussidiario, non solo aveva minacciato e colpito con la violenza i fedeli cattolici, ma aveva letteralmente spazzato via tutte le splendide e fiorenti associazioni e organizzazioni sociali cattoliche, vera gloria della dottrina sociale cristiana, che persino i governi massonici ottocenteschi, nella loro fase di anticattolicesimo più acuto e bestiale, non avevano osato attaccare.
    Dulcis in fundo: nemmeno l'autarchia fascista, in realtà, trovò sfavorevole il mondo cattolico.
    Nel 1939, in occasione del decennale dei Patti Lateranensi, "L'Osservatore Romano", fra le tante benemerenze del Fascismo, faceva notare soprattutto questo: "Dall'ambito strettamente religioso passando ad altri settori a questo vicini, troviamo che l'opera dei dieci anni ha espresso numerose sagge e proficue innovazioni nel campo morale e sociale".
    A parte il fatto che l’”Osservatore romano”, che tiri spesso in ballo a sproposito, assieme a certi fantomatici “si dice”, non è il magistero cattolico, nella frase che hai riportato non si parla affatto dell’autarchia. Il “sociale” può riferirsi a quella legislazione previdenziale alla quale, nelle altre nazioni, non era stata però sacrificata la libertà sindacale….e la libertà tout court. E i cittadini di queste altre nazioni non venivano trasformati in carne da cannone utilizzata nell’illusione di edificare Imperi impossibili…
    Il Fascismo aveva creato un "ordine nuovo"
    I conti si fanno alla fine, e i conti finali dell’”ordine nuovo” fascista sono risultati negativamente tragici, o tragicamente negativi. Brucculeri ha continuato a tessere le lodi dell’”ordine nuovo” fascista pure nel dopoguerra?
    Sicuramente i grandi industriali trassero non pochi benefici dall'emerita politica economico-sociale mussoliniana. Purtuttavia, essi mal sopportarono molte delle innovazioni fasciste e, soprattutto, mai videro di buon occhio l'attenzione - quasi spasmodica - del Duce verso i più deboli, i più poveri e i lavoratori più umili.
    L’occhio del padrone ingrassa…il gregge di carne da cannone, destinato a crepare per soddisfare i sogni di gloria del novello Cesare di carta velina, spasmodicamente proteso a creare il nuovo impero romano…
    Significativo il fatto che Mussolini una volta (16 luglio 1937) avesse telegrafato quanto segue riguardo al trattamento che l'industriale Agnelli riservava ai suoi operai: "Comunichi al Senatore Agnelli che nei nuovi stabilimenti Fiat devono esserci comodi e decorosi refettori per gli operai. Gli dica che l’operaio che mangia in fretta e furia vicino alla macchina non è di questo tempo fascista. Aggiunga che l’uomo non è una macchina adibito ad un’altra macchina".
    E’ significativo il fatto che Mussolini queste amene scemenze, non avesse nemmeno il coraggio di dirle direttamente al senatore Agnelli!
    Ma è giusto così: il servo….serve. Mussolini era arrivato al potere soprattutto grazie all’appoggio e ai milioni dei grandi industriali, e aveva cominciato subito a saldare i suoi debiti. Il governo di Giolitti, appoggiato dai cattolici del Partito Popolare, aveva promosso leggi volte a confiscare i profitti bellici dei “pescicani”, a istituire una commissione di inchiesta sulle spese e sulle commissioni del periodo di guerra, ad aumentare l’imposta di successione, a imporre la nominatività dei titoli, tutti provvedimenti che colpivano i grandi industriali.
    Mussolini, giunto al potere, nel giro di pochi mesi non solo abrogò i suddetti provvedimenti, e fece insabbiare l’inchiesta sui profitti bellici, ma varò una serie di leggi favorevoli ai poteri forti economici…
    il fatto che nel dopoguerra Pio XII riproponesse la tematica corporativa
    La tematica corporativa democratica, sussidiaria, partente dal basso, non quella fascista, statalistica, autoritaria, governata dall’alto, che si era rivelata ridicola e fallimentare.
    Peccato che, grazie allo spartizione del bottino di guerra attuata da Yalta, l'Unione Sovietica ottenesse ingrandimenti territoriali
    Vero, era un peccato che avesse occupato militarmente, in modo autonomo, parte dell’Europa, e che avesse un peso politico e militare tale da rimanerne in possesso. Nel discorso che richiami però non vedo nessuna critica agli americani e ai loro alleati in relazione a Yalta, anche perché il Papa avrebbe dovuto esplicitare la relativa alternativa: proseguire la guerra contro la Russia? Usare la bomba atomica contro i sovietici? Forse Pio XII nei suoi discorsi invocava la pace, ma in realtà sottointendeva che fosse necessaria la distruzione nucleare dell’URSS?
    I princìpi della Carta Atlantica, comunque, poi sono arrivati pure nell’Europa dell’Est, con la collaborazione di Giovanni Paolo II, e con soddisfazione di Pio XII, benedicente dalle tribune del paradiso…
    Churchill, di fronte alla tracotanza sovietica, arrivò a dire riguardo ad Hitler e a Stalin anni dopo quegli infausti eventi: "Forse abbiamo ammazzato il maiale sbagliato"....
    Intanto gli Alleati avevano il merito immenso di aver eliminato un grosso maiale pagano e totalitario, e un maialino fesso che ci si era alleato nonostante gli ammonimenti di Pio XI e di Pio XII.
    L’altro maiale, ateo e totalitario, lo hanno prima contenuto, e poi eliminato, senza una guerra mondiale sanguinosa, ma semplicemente portandolo al fallimento…
    Tutto questo Pio XII non lo ha potuto vedere su questa terra, ma lo ha visto il tuo Beato preferito, che ha dato pure una grossa mano nella faccenda.
    il noto Leon Degrelle
    Ah sì, il “figlio” di Hitler, quello che sognava “Papà Pagàn per mille anni”. Degrelle era cattolico come don Gallo….
    Finita la guerra, oltre il danno la beffa: quei principi che, formalmente, avevano sottoscritto anche i sovietici, divennero carta straccia
    Divennero carta straccia per i sovietici, non per gli americani, che li poterono attuare quando venne eletto il Presidente conservatore Ronald Reagan.
    Guarda che Pio XII non dava solamente la colpa dello scatenarsi della guerra ad Hitler
    Vero: dava pure a Mussolini la colpa di averci fatto intervenire l’Italia, e a entrambi di averla voluta demenzialmente proseguire fino alla fine:
    “Senza dubbio, una così funesta guerra, scatenata da una ingiusta aggressione, e continuata oltre i limiti del lecito, quando cioè essa appariva irreparabilmente perduta, non potrebbe terminare semplicemente in una pace priva di garanzie, che impediscano il ripetersi di simili violenze.”
    E’ evidente il riferimento a Hitler e a Mussolini, e alla loro volontà di non far cessare la guerra, anche nell’illusione di poter approntare all’ultimo momento delle fantomatiche “armi segrete”, prolungando la scia delle distruzioni e delle sofferenze.
    ma anche alle potenze occidentali che non avevano adeguatamente corretto le ingiustizie e le storture del Trattato di Versailles
    Ingiustizie e storture che non giustificavano affatto “una così funesta guerra, scatenata da una ingiusta aggressione, e continuata oltre i limiti del lecito, quando cioè essa appariva irreparabilmente perduta”.
    la Santa Sede suggeriva alla Polonia di accettare le rivendicazioni tedesche - ritenute legittime - su Danzica.
    Rivendicazioni che non giustificavano affatto “una così funesta guerra, scatenata da una ingiusta aggressione, e continuata oltre i limiti del lecito, quando cioè essa appariva irreparabilmente perduta”.
    Del resto, la Germania hitleriana decise di continuare la guerra ad oltranza per una semplice ragione
    Perché era nelle mani di un pazzo, che, dopo aver cominciato una così funesta guerra, scatenata da una ingiusta aggressione, la continuava oltre i limiti del lecito, quando cioè essa appariva irreparabilmente perduta.
    Mussolini che, al contrario, come la ricerca storica più recente sta dimostrando, facendo giustizia di tante falsità e calunnie, cercò di salvare il salvabile, tentando uno sganciamento dell'Italia dal conflitto mondiale
    Ma….l’agganciamento al conflitto mondiale come era avvenuto?
    Chi lo aveva deciso?
    Forse l’Uomo del Destino?
    Forse il DVCE cosmico-storico?
    Qualcuno non lo aveva per caso ammonito di non compiere quella scelta avventata e fatale?
    Forse il Vicario di Cristo in terra?
    Ma cosa conta il giudizio del Papa per il DVCE infallibile?
    E cosa conta il giudizio del Capo del governo inglese, Winston Churchill, che aveva avuto modo di conoscere personalmente a Roma, e che gli aveva mandato una lettera, il 16 maggio 1940, un messaggio personale che era un appello accorato per evitare la guerra?
    “Ora che ho assunto l'ufficio di Primo ministro e di ministro della Difesa torno con la memoria ai nostri incontri di Roma e sento il desiderio di rivolgere parole di buona volontà a Voi come capo della nazione italiana, attraverso quello che sembra divenire un baratro sempre più allargantesi. E' troppo tardi per impedire che scorra un fiume di sangue fra il popolo italiano e quello britannico?
    Non c’è dubbio che entrambi possiamo infliggerci gravi danni e massacrarci duramente, oscurando il Mediterraneo con la nostra lotta. Se Voi così deciderete, bisogna che sia così, ma io dichiaro che non sono mai stato nemico del popolo italiano, né mai sono stato avversario nel mio cuore di colui che dà le leggi all’Italia.
    Sarebbe fuori luogo fare previsioni sul corso della battaglia che ora divampa in Europa, ma sono sicuro che qualunque cosa possa accadere sul continente europeo, l’Inghilterra combatterà sino alla fine, anche se completamente sola, come abbiamo già fatto altre volte. Io ritengo anche, con qualche buon motivo, che saremo aiutati in maniera crescente dagli Stati Uniti, e, anzi, da tutte le Americhe.
    [Affermazioni profetiche, come profetiche appaiono quelle contenute negli altri discorsi di Churchill di quel periodo






    ]
    Vi prego di credere che è senza alcuno spirito di debolezza o di paura che io Vi rivolgo questo solenne appello DI CUI RIMARRA’ MEMORIA.
    Attraverso tutte le epoche, sopra tutti gli altri richiami, ci giunge il grido che gli eredi comuni della civiltà latina e cristiana non debbono affrontarsi l’un l’altro in una lotta mortale. Ascoltatelo, Ve ne scongiuro con tutto l’onore e tutto il rispetto, prima che lo spaventoso segnale sia dato.
    Esso non sarà mai dato da noi.”
    Ma Mussolini pensava che Churchill fosse uguale a lui, che fosse mosso solo dall’interesse e dalla paura, che l’Inghilterra sarebbe crollata anch’essa, dopo la Francia, e che lui avrebbe potuto partecipare al banchetto della vittoria con un pugno di morti, anche se l’Italia era impreparata a un cimento mondiale. Lui era furrrrbo, furrrrrbissimo!
    nel rispetto però dei patti sottoscritti con la Germania
    Eh, già, i patti sottoscritti vanno rispettati, e che cavolo!
    Anche se li stipuli con un Lucifero pagano, anche se stipuli dei patti assolutamente folli!
    Quel genio di Mussolini aveva voluto stipulare con la Germania nazista, nonostante gli ammonimenti della Chiesa, un patto d’acciaio (il vero metallo nobile, secondo le demenziali concezioni fasciste!) cioè un patto mai visto, della durata di 10 anni, sia difensivo che offensivo: follia pura! E tutto questo quando Mussolini era consapevole del fatto che l'Italia non sarebbe stata pronta ad un intervento in guerra prima del 1942!
    Ciano stesso disse del patto d’acciaio che era “dinamite”: giustissimo, era dinamite che scoppiò in faccia a Mussolini….e purtroppo pure all’Italia e agli italiani…
    Purtroppo, questo tentativo non andò a buon fine perché vi fu il tradimento del 25 Luglio 1943
    Sì, il tradimento del coglione che avrebbe voluto uscire dalla guerra “nel rispetto però dei patti sottoscritti con la Germania”, ma che cinque giorni prima, incontrando Hitler a Feltre, si era cagato in mano, e non aveva avuto il coraggio di parlare di tale “uscita” con il Fuhrer…
    Pio XII comunque sapeva che da tempo negli ambienti diplomatici italiani qualcosa si stava muovendo, così come era pienamente informato - come tu stesso ammetti - dei tentativi mussoliniani, anche dell'ultimo minuto, per scongiurare lo scoppio del secondo conflitto mondiale e del suo estendersi poi.
    Pio XII sapeva perfettamente che il conflitto mondiale si era esteso all’Italia per colpa di Mussolini, il quale si era, con grande eleganza e formale rispetto, pulito il culo con la lettera mediante la quale il Vicario di Cristo in terra lo consigliava di mantenere il Paese fuori dalla tremenda tragedia bellica.
    Per schiarirti ulteriormente le idee riguardo a chi avesse promosso una guerra criminale, e a chi invece avesse combattuto un “bellum iustum”, cito due discorsi di Papa Ratzinger, tenuti in occasione della sua visita in Inghilterra, e della commemorazione dello sbarco in Normandia:
    “Questa domenica particolare segna un momento significativo nella vita della nazione britannica, poiché è il giorno prescelto per commemorare il 70mo anniversario della “Battle of Britain”.
    Per me, che ho vissuto e sofferto lungo i tenebrosi giorni del regime nazista in Germania, è profondamente commovente essere qui con voi in tale occasione, e ricordare quanti dei vostri concittadini hanno sacrificato la propria vita, resistendo coraggiosamente alle forze di quella ideologia maligna.”
    “Quando, il 5 giugno 1944, iniziò lo sbarco delle truppe alleate nella Francia occupata dalla Wermacht, l’evento rappresentò per il mondo intero, compresa una gran parte dei tedeschi, un segnale di speranza: la speranza che in Europa presto sarebbero arrivate la pace e la libertà.”
    “Così fu di fatto necessario che il mondo intero intervenisse a spezzare il cerchio dell’azione criminale, perché fossero ristabiliti la libertà e il diritto. Oggi noi siamo grati al fatto che questo sia avvenuto, e a esser grati non sono soltanto i Paesi occupati dalle truppe tedesche. Noi stessi, i tedeschi, siamo grati perché, con l’aiuto di quell’impegno, abbiamo recuperato la libertà e il diritto.
    Se mai si è verificato nella storia un bellum justum è qui che lo troviamo, nell’impegno degli Alleati, perché il loro intervento operava nei suoi esiti anche per il bene di coloro contro il cui Paese era condotta la guerra.”
    “In Europa, a partire dalla fine delle ostilità, nel maggio 1945, ci è stato dato di vivere un periodo di pace lungo come non mai in tutto il corso della storia del continente. Questo in gran parte per merito della prima generazione di politici che hanno operato nel dopoguerra Churchill, Adenauer, Schumann, De Gasperi.
    A loro dobbiamo ancor oggi gratitudine, e dobbiamo essere grati che a guidare in maniera determinante la loro politica non fu un’idea di rivalsa, o di vendetta, o di umiliazione dei vinti ma il dovere di garantire a tutti un diritto; che in luogo della concorrenza fu introdotta la collaborazione, lo scambio di doni offerti e accettati, la mutua conoscenza e l’amicizia nel cuore di una diversità nella quale ciascuna nazione conserva la sua identità e la conserva nella comune responsabilità nei confronti del diritto, in luogo della precedente perversione del diritto.
    Il centro motore di quella politica di pace fu il legame fra l’agire politico e la morale. Il discrimine interno a qualsiasi politica è costituito dai valori morali che noi non inventiamo: essi esistono e sono gli stessi per tutti gli uomini. Diciamolo apertamente: quegli uomini politici hanno fondato la loro idea morale dello Stato, della pace e della responsabilità sulla loro fede cristiana, che aveva superato la prova dell’illuminismo e si era ampiamente purificata nel confronto con la distorsione del diritto e della morale operata dal Partito.”
    Evidentemente, non era detto che intendesse riferirsi a Mussolini e alla totalità del Fascismo italiano
    Evidentemente si riferiva alla totalitarietà e all’autoritarietà del fascismo italiano….
    "Guerra sfortunata", "colpe politiche", "chi ha piuttosto errato che peccato".
    Il discorso è del 1949, e non si riferisce a Mussolini e ai gerarchi uccisi già nell’aprile del 1945. Esso accenna anche alle stragi del dopoguerra, ma ha come tema il comportamento dei pubblici poteri di allora, affinchè contemperassero il dovere della retta amministrazione della giustizia, con l’esercizio della carità e della misericordia, ponendo fine a residui vendicativi di leggi straordinarie che erano ancora in vigore.
    La responsabilità della guerra sfortunata era di Mussolini, e Pio XII parla esplicitamente di errori e di colpe politiche (in riferimento a chi era ancora sottoposto a leggi straordinarie) e pure di pene meritamente inflitte(delle quali disapprova solo gli ingiusti prolungamenti).
    D'altronde, se il Radiomessaggio natalizio del 1949 si riferiva indubbiamente alla situazione italiana, il discorso del marzo 1945, pur effettivamente volgendo lo sguardo in particolare sull'Italia, in realtà aveva un più ampio respiro
    Ma si rivolgeva pure in particolare all’Italia, e al fascismo, fautore della violenza e idolatra della nazione:
    “A coloro che si sono lasciati sedurre dai fautori della violenza e che, dopo averli inconsideratamente seguiti, cominciano alfine a risvegliarsi dalla loro illusione, costernati nel vedere fin dove la loro docilità servile li ha condotti, non rimane altra via di salvezza che di ripudiare definitivamente la idolatria dei nazionalismi assoluti, gli orgogli di stirpe e di sangue, le brame di egemonia nel possesso dei beni terreni, e di volgersi risolutamente verso lo spirito di sincera fraternità, che è fondato nel culto del Padre divino di tutti gli uomini, e in cui le nozioni, da troppo lungo tempo opposte, di diritti e di doveri, di vantaggi e di pesi, si armonizzano nella giustizia e nella carità.”
    Sicuramente, si poteva ricondurre ad essi il nazionalsocialismo
    Al nazionalsocialismo si riconducono “gli orgogli di stirpe e di sangue”….che comunque il fascismo dissennatamente scelse di fare propri. Pio XI aveva detto profeticamente: “Ci si può chiedere come mai DISGRAZIATAMENTE l'Italia abbia avuto bisogno di andare ad imitare la Germania”.
    ma anche il "patriottismo sovietico" stalinista (che univa perniciosamente il comunismo ad un nazionalismo aggressivo ed eccessivo, spinto a tal punto che si esortavano i soldati sovietici a stuprare le donne tedesche per "umiliare il loro orgoglio razziale"), l'etnicismo jugoslavo titino
    Pio XII di solito allude al totalitarismo comunista mediante il concetto di “classe”, al totalitarismo nazista con quello di “razza” o “sangue” all’autoritarismo-totalitarismo fascista con quello di “nazione”.
    lo sciovinismo francese, l'imperialismo britannico, il messianesimo americano
    Di sicuro Pio XII non si riferiva a loro: “A coloro che si sono lasciati sedurre dai fautori della violenza e che, dopo averli inconsideratamente seguiti, cominciano alfine a risvegliarsi dalla loro illusione, costernati nel vedere fin dove la loro docilità servile li ha condotti…”.
    Americani, inglesi e francesi combattevano un “bellum iustum”.
    La faccia di tolla è solamente quella di chi non capisce che se, da un lato, Pio XII apparentemente elogiò gli USA per il loro aiuto materiale alle popolazioni europee
    “Apparentemente” un tubo!
    Certamente esortava a contribuire pure alla ricostruzione spirituale, ma affermava in modo chiaro e esplicito, e niente affatto apparente, che l’opera di ricostruzione materiale operata dagli Stati Uniti d’America non era solo positiva, ma “molto lodevole”!
    E anche per questo, ad un altro gruppo di americani diceva:
    “Su di voi e su tutti coloro che portate sempre nel pensiero, e su tutti quelli che aiutano i loro fratelli a risollevarsi da questo disastro, Noi invochiamo la benedizione dell’onnipotente Dio del cielo.”
    Da notarsi come già il primo settembre del 1944 il Papa aveva elogiato gli aiuti degli Alleati:
    “Invochiamo dai popoli, la cui capacità economica non è stata sostanzialmente danneggiata dalla guerra, di porgere alla popolazione d’Italia, nei limiti del possibile e senza pregiudizio di quanto è dovuto anche ad altre Nazioni egualmente indigenti, quei soccorsi, di cui ha bisogno specialmente nel periodo iniziale della sua rinascita.
    Di buon animo riconosciamo ciò che è stato fatto — e sappiamo che ancor più s’intende di fare — in tal senso dalle Potenze alleate, come altresì volentieri apprezziamo gli sforzi compiuti dalle Autorità italiane.”
    Le Autorità italiane erano quelle del Regno d’Italia, che combatteva a fianco degli Alleati contro i nazifascisti. Infatti la Rsi non venne riconosciuta come Stato legittimo dal Vaticano. Il Papa, finalmente libero, non era più costretto a denominare Mussolini “eccellentissimo”….anche solo per ragioni strettamente diplomatiche….
    Anche più recentemente il cosiddetto "mondo cattolico" ha espresso molte riserve e fortissime perplessità, per non parlare di condanne, sul modello americano e, soprattutto, sulla politica estera attuata dagli ultimi presidenti americani: Vaticano contro America, la guerra delle parole
    Oddio, il “mondo cattolico”: sei proprio alla frutta!
    A parte il fatto che la “Civiltà Cattolica” è solo una rivista, e non la succursale del magistero, Magister stesso scrive che nell’articolo “la guerra combattuta dagli Stati Uniti non è mai bollata come contraria alla fede e alla morale cristiana”.
    In un articolo relativamente recente de "La Civiltà Cattolica" (2008) intitolato "Il nazionalismo americano"
    …che conferma come “La Civiltà Cattolica” sia ormai solo una rivista come un’altra, anzi, a volte pure un po’ ideologizzata e poco informata….sulle opinioni del Papa.
    Rivoluzione americana, riguardo alla quale il gesuita (americano, oltre tutto) estensore dell'articolo scrive che "la rivoluzione americana ebbe un notevole influenza sulla successiva rivoluzione francese"
    A parte il fatto che la rivista ufficiale dei gesuiti americani “America” è una delle più progressiste e “moderniste” del mondo (e questo ti fa capire la mentalità dell’autore dell’articolo…) forse è il caso di riportare alcuni affermazioni di Papa Ratzinger, tanto per evidenziare certe piccole differenze che possono riscontrarsi rispetto a certi articoli della “Civiltà cattolica”…
    “Il Concilio doveva determinare in modo nuovo il rapporto tra Chiesa ed età moderna. Questo rapporto aveva avuto un inizio molto problematico con il processo a Galileo. Si era poi spezzato totalmente, quando Kant definì la “religione entro la pura ragione” e quando, nella fase radicale della rivoluzione francese, venne diffusa un'immagine dello stato e dell'uomo che alla Chiesa ed alla fede praticamente non voleva più concedere alcuno spazio.” “Nel frattempo, tuttavia, anche l'età moderna aveva conosciuto degli sviluppi. Ci si rendeva conto che la rivoluzione americana aveva offerto un modello di stato moderno diverso da quello teorizzato dalle tendenze radicali emerse nella seconda fase della rivoluzione francese.”
    “Quanto trovo io affascinante negli Stati Uniti è che hanno incominciato con un concetto positivo di laicità, perché questo nuovo popolo era composto da comunità e persone che erano fuggite dalle Chiese di Stato e volevano avere uno Stato laico, secolare che aprisse possibilità a tutte le confessioni, per tutte le forme di esercizio religioso. Così è nato uno Stato volutamente laico: erano contrari ad una Chiesa di Stato. Ma laico doveva essere lo Stato proprio per amore della religione nella sua autenticità, che può essere vissuta solo liberamente. E così troviamo questo insieme di uno Stato volutamente e decisamente laico, ma proprio per una volontà religiosa, per dare autenticità alla religione. E sappiamo che Alexis de Toqueville, studiando l’America, ha visto che le istituzioni vivono con un consenso morale di fatto che esiste tra i cittadini. Questo mi sembra un modello fondamentale e positivo. È da considerare che in Europa, nel frattempo, sono passati duecento anni, più di duecento anni, con tanti sviluppi. Adesso c’è anche negli Stati Uniti l’attacco di un nuovo secolarismo, del tutto diverso. Tuttavia il fondamento, il modello fondamentale, mi sembra anche oggi degno di essere tenuto presente anche in Europa.”
    “Gli americani hanno sempre apprezzato la possibilità di rendere culto liberamente e in conformità con la loro coscienza. Alexis de Tocqueville, lo storico francese e osservatore delle cose americane, era affascinato da questo aspetto della Nazione. Egli ha sottolineato che questo è un paese in cui la religione e la libertà sono "intimamente legate" nel contribuire ad una democrazia stabile che favorisca le virtù sociali e la partecipazione alla vita comunitaria di tutti i suoi cittadini.”
    “L’America è anche una terra di grande fede. La vostra gente è ben conosciuta per il fervore religioso ed è fiera di appartenere ad una comunità orante. Ha fiducia in Dio e non esita ad introdurre nei discorsi pubblici ragioni morali radicate nella fede biblica.”
    “Questo è ciò che fecero i vostri concittadini per generazioni. Sin dagli inizi, essi hanno aperto le porte agli affaticati, ai poveri, alle “masse che si accalcavano alla ricerca di respirare nella libertà” (cfr Sonetto inciso sulla Statua della Libertà). Queste erano le persone che l’America ha fatto proprie.
    Fra quanti vennero qui per costruirsi una nuova vita, molti furono capaci di far buon uso delle risorse e delle opportunità che vi trovarono, e di raggiungere un alto livello di prosperità. In verità, i cittadini di questo Paese sono conosciuti per la loro grande vitalità e creatività. Essi sono pure conosciuti per la loro generosità. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle, nel settembre del 2001, ed ancora dopo l’uragano Katrina nel 2005, gli americani hanno mostrato la loro prontezza a venire in aiuto dei loro fratelli e sorelle che erano nel bisogno. A livello internazionale, il contributo offerto dal popolo d’America alle operazioni di soccorso e di salvataggio dopo lo tsunami del dicembre del 2004 è un’ulteriore dimostrazione di tale compassione.”
    “Sin dagli albori della Repubblica, la ricerca di libertà dell’America è stata guidata dal convincimento che i principi che governano la vita politica e sociale sono intimamente collegati con un ordine morale, basato sulla signoria di Dio Creatore. Gli estensori dei documenti costitutivi di questa Nazione si basarono su tale convinzione, quando proclamarono la “verità evidente per se stessa” che tutti gli uomini sono creati eguali e dotati di inalienabili diritti, fondati sulla legge di natura e sul Dio di questa natura. Il cammino della storia americana evidenzia le difficoltà, le lotte e la grande determinazione intellettuale e morale che sono state necessarie per formare una società che incorporasse fedelmente tali nobili principi. Lungo quel processo, che ha plasmato l’anima della Nazione, le credenze religiose furono un’ispirazione costante e una forza orientatrice, come ad esempio nella lotta contro la schiavitù e nel movimento per i diritti civili. Anche nel nostro tempo, particolarmente nei momenti di crisi, gli Americani continuano a trovare la propria energia nell’aderire a questo patrimonio di condivisi ideali ed aspirazioni.”
    “Storicamente, non solo i cattolici, ma tutti i credenti hanno qui trovato la libertà di adorare Dio secondo i dettami della loro coscienza, essendo al tempo stesso accettati come parte di una confederazione nella quale ogni individuo ed ogni gruppo può far udire la propria voce. Ora che la Nazione deve affrontare sempre più complesse questioni politiche ed etiche, confido che gli americani potranno trovare nelle loro credenze religiose una fonte preziosa di discernimento ed un’ispirazione per perseguire un dialogo ragionevole, responsabile e rispettoso nello sforzo di edificare una società più umana e più libera. La libertà non è solo un dono, ma anche un appello alla responsabilità personale. Gli americani lo sanno per esperienza - quasi ogni città di questo Paese possiede i suoi monumenti che rendono omaggio a quanti hanno sacrificato la loro vita in difesa della libertà, sia nella propria terra che altrove.”



    “La democrazia può fiorire soltanto, come i vostri Padri fondatori ben sapevano, quando i leader politici e quanti essi rappresentano sono guidati dalla verità e portano la saggezza, generata dal principio morale, nelle decisioni che riguardano la vita e il futuro della Nazione. Da ben oltre un secolo, gli Stati Uniti d’America hanno svolto un ruolo importante nella comunità internazionale.”
    “L’America si è sempre dimostrata generosa nel venire incontro ai bisogni umani immediati, promuovendo lo sviluppo, e offrendo sollievo alle vittime delle catastrofi naturali.”
    “Signor Presidente, cari amici: mentre mi accingo a dar inizio alla visita negli Stati Uniti, voglio esprimere ancora una volta la mia gratitudine per l’invito formulatomi, la gioia di essere in mezzo a voi, e la mia fervente preghiera che Dio Onnipotente confermi questa Nazione e il suo popolo nelle vie della giustizia, della prosperità e della pace. Dio benedica l’America!”
    A dire il vero, non c'era questa visione così idilliaca...
    C’era la constatazione che l’Italia era stata trascinata da un regime autoritario-totalitario in una guerra disastrosa, dalla quale essa si riprendeva anche grazie ai generosi aiuti economici magnanimamente offerti dagli Stati Uniti d’America, ed elogiati dal Vicario di Cristo in terra.


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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    La lettera fu pubblica e quindi rientrava nell'esercizio del Magistero
    A parte il fatto che esiste una gerarchia nelle fonti del magistero, e quella era una semplice lettera, relativa a una polemica politica contingente, indirizzata a Schuster e poi resa pubblica secondo la tattica “parlo a suocera perché nuora intenda”, il problema è di sostanza, cioè di contenuto. La lettera da te riportata è dell’aprile del 1931, quando il regime doveva ancora sviluppare pienamente la sua aspirazione al totalitarismo; non aveva ancora sciolto i circoli giovanili di Azione Cattolica, compiendo pure azioni di devastazione e atti sacrileghi; non aveva ancora manifestato segni chiari di razzismo e antisemitismo; non era ancora entrato in guerra portando l’Italia alla catastrofe.
    La parola “totalitarismo” era un nome vuoto, un concetto astratto privo di un referente concreto: Hitler non era ancora giunto al potere in Germania, e in Russia Stalin non aveva ancora attuato le purghe e gli stermini di massa. Ciò che scrive Pio XI in quella lettera riguardo al totalitarismo non ha proprio nessun valore. Un magistero credibile e autorevole sul tema comincerà solo alla fine della seconda guerra mondiale, appunto con Pio XII.
    Ma lo stesso Pio XI aveva già bollato come inumano il fascismo nel 1938, quando, in relazione all’introduzione delle leggi razziali, aveva detto:
    “Non è pienamente umano se non ciò che è cristiano, mentre invece è inumano ciò che è anticristiano, o riguardi o tocchi la dignità, la libertà, l’integrità dell’individuo”.
    Di fatto, dopo la seconda guerra mondiale il magistero ha sempre condannato il totalitarismo, senza fare alcuna distinzione “oggettiva” o “soggettiva”, come aveva fatto Pio XI, per il semplice fatto che egli non poteva ancora sapere cosa fosse veramente il totalitarismo….
    La lettera serviva certamente da avvertimento al Fascismo, ma al tempo stesso esprimeva un distinguo fondamentale
    Un distinguo relativo a qualcosa che ancora non esisteva…
    Di fatto, dopo la seconda guerra mondiale il magistero ha sempre condannato il totalitarismo, senza fare alcuna distinzione “oggettiva” o “soggettiva”, come aveva fatto Pio XI, per il semplice fatto che egli non poteva ancora sapere cosa fosse veramente il totalitarismo….
    Lo Stato fascista rivendicava per sé l’aggettivo “totalitario” (inizialmente come risposta ‘polemica’ alle accuse proveniente da parte liberale) e che non vi dovesse essere alcunché di umano o spirituale al di fuori o contro di esso, ma ciò in primo luogo si riferiva ad un piano temporale, cioè al suo essere l’incarnazione giuridica della nazione, intesa come organismo comprendente la serie indefinita delle generazioni di cui i singoli sono elementi transeunti ed espressione dei valori materiali e immateriali della stirpe
    “È incontestabile che una delle esigenze vitali di ogni umana comunanza, quindi anche della Chiesa e dello Stato, consiste nell'assicurare durevolmente la unità nella diversità dei suoi membri.
    Ora il «totalitarismo» non è mai che possa provvedere a quella esigenza, perchè esso dà al potere civile una estensione indebita, determina e fissa nel contenuto e nella forma tutti i campi di attività, e in tal modo comprime ogni legittima vita propria - personale, locale e professionale - in una unità o collettività meccanica, sotto l'impronta della nazione, della razza o della classe.”
    in secondo luogo, si riferiva alla volontà di integrare in sé tutti gli elementi della vita nazionale
    “Ma a quella esigenza fondamentale è ben lungi dal soddisfare anche l'altra concezione del potere civile, che può essere designata col nome di «autoritarismo», perchè esclude i cittadini da qualsiasi efficace partecipazione od influsso nella formazione della volontà sociale.”
    ...che però poi, dopo franche ed opportune spiegazioni reciproche tra Chiesa e regime fascista, vennero reintegrati e riammessi e poterono prosperare liberamente.
    Il regime fascista autoritario-totalitario, e intrinsecamente laicista, volle progressivamente colpire e smantellare tutti i corpi sociali intermedi e sussidiari, e cioè i circoli culturali, ricreativi e sportivi, i sindacati, le cooperative, le opere caritative, le case del popolo, i patronati, le casse di risparmio, i banchi di mutuo soccorso, le mutue assicurative, le associazioni, i giovani esploratori, insomma, tutti gli enti che il movimento cattolico aveva con fatica e pazienza creato nel clima ostile dell’Italia liberale.
    Arturo Carlo Jemolo rileva che “Il partito fascista pretendeva di essere la vera chiesa, tutto doveva essere in esso compreso, ogni bisogno doveva trovare appagamento nella casa del fascio: un teatrino parrocchiale, un circolo diocesano di cultura, una associazione di studenti cattolici, erano manifestazioni di eresia, sottrazioni di credenti alla chiesa fascista.”
    La Chiesa, delle sue innumerevoli grandi associazioni di carattere sociale, potè salvare solo l’Azione cattolica, e comunque la dovette più volte difendere con le unghie e con i denti dagli attacchi del regime, il quale aveva preteso che essa non si potesse occupare di alcun ambito politico, economico o sociale(e nemmeno….sportivo!).
    L’Azione Cattolica formalmente doveva tenere un atteggiamento di deferenza e obbedienza nei confronti dell’autorità fascista, anche perché aveva provato sulla propria pelle cosa significava “irritare” il regime autoritario-totalitario. Sostanzialmente, avversava il fascismo sin dagli anni ’30, e col procedere della guerra preparava i quadri e i dirigenti per il post-fascismo, e forniva gli uomini alla resistenza cattolica…
    L’Azione Cattolica formalmente doveva tenere un atteggiamento di deferenza e obbedienza nei confronti dell’autorità fascista, anche perché aveva provato sulla propria pelle cosa significava “irritare” il regime autoritario-totalitario. Sostanzialmente, avversava il fascismo sin dagli anni ’30, e col procedere della guerra preparava i quadri e i dirigenti per il post-fascismo, e forniva gli uomini alla resistenza cattolica…
    Il Moloch fascista, autoritario-totalitario, e dunque accentratore e anti-sussidiario, non solo aveva minacciato e colpito con la violenza i fedeli cattolici, ma aveva letteralmente spazzato via tutte le splendide e fiorenti associazioni e organizzazioni sociali cattoliche, vera gloria della dottrina sociale cristiana, che persino i governi massonici ottocenteschi, nella loro fase di anticattolicesimo più acuto e bestiale, non avevano osato attaccare.
    Deprecabili eccessi che non si possono attribuire ad una sistematica azione del regime.
    “Già a più riprese, Venerabili Fratelli, nel modo più esplicito ed assumendo tutta la responsabilità di quanto dicevamo, Ci siamo Noi espressi ed abbiamo protestato contro la campagna di false ed ingiuste accuse, che precedette lo scioglimento delle Associazioni Giovanili ed Universitarie della Azione Cattolica. Scioglimento eseguito per vie di fatto e con procedimenti che dettero l’impressione che si procedesse contro una vasta e pericolosa associazione a delinquere…Quante durezze e violenze fino alle percosse ed al sangue, e irriverenze di stampa, di parola e di fatti, contro le cose e le persone, non esclusa la Nostra, precedettero, accompagnarono e susseguirono l’esecuzione dell’improvvisa poliziesca misura, che bene spesso ignoranza o malevolo zelo estendeva ad associazioni ed enti neanche colpiti dai superiori ordini, fino agli oratorii dei piccoli ed alle pie congregazioni di Figlie di Maria!
    E tutto questo triste contorno di irriverenze e di violenze doveva essere con tale intervento di elementi e di divise di partito, con tale unisono da un capo all’altro d’Italia, e con tale acquiescenza delle Autorità e forze di pubblica sicurezza da far necessariamente pensare a disposizioni venute dall’alto.”
    “Le migliaia di visitatori stranieri, che non mancano mai all’Italia ed a Roma, hanno potuto constatare di presenza le irriverenze spesso empie e blasfeme, le violenze, gli sfregi, i vandalismi commessi contro luoghi, cose e persone, in tutto il Paese ed in questa medesima Nostra Sede episcopale e da Noi ripetutamente deplorati dietro sicure e precise informazioni.”
    “Sappiamo bensì e vivamente deploriamo le imposizioni, spesso minacciose e violente, fatte e lasciate fare alle locali autorità ecclesiastiche; sappiamo di empie parodie di cantici sacri e di sacri cortei, il tutto lasciato fare con profondo cordoglio di tutti i buoni fedeli e con vero sgomento di tutti i cittadini amanti di pace e di ordine, vedendo l’una e l’altro indifesi e peggio, proprio da quelli che di difenderli hanno e gravissimo dovere e insieme vitale interesse.”
    “È con dolore indicibile che vedemmo una vera e reale persecuzione scatenarsi in questa Nostra Italia ed in questa Nostra medesima Roma contro quello che la Chiesa ed il suo Capo hanno di più prezioso e più caro in fatto di libertà e diritti, libertà e diritti che sono pure quelli delle anime, e più particolarmente delle anime giovanili, a loro più particolarmente affidate dal divino Creatore e Redentore.”
    “Non possiamo Noi, Chiesa, Religione, fedeli cattolici (e non soltanto noi) essere grati a chi dopo aver messo fuori socialismo e massoneria, nemici nostri (e non nostri soltanto) dichiarati, li ha così largamente riammessi, come tutti vedono e deplorano, e fatti tanto più forti e pericolosi e nocivi quanto più dissimulati e insieme favoriti dalla nuova divisa.”
    “Restano i circoli di gioventù cattolica maschile, quella stessa gioventù cattolica che nelle pubblicazioni giovanili del partito e nei discorsi e nelle circolari dei così detti gerarchi sono rappresentati ed indicati al vilipendio ed allo scherno (con qual senso di responsabilità pedagogica, per dir solo di questa, ognun lo vede) come una accozzaglia di conigli e di buoni soltanto a portar candele e recitar rosari nelle sacre processioni, e che forse per questo sono stati in questi ultimi tempi tante volte e con così poco nobile coraggio assaliti e maltrattati fino al sangue, lasciati indifesi da chi poteva e doveva proteggerli e difenderli, se non altro perché inermi e pacifici assaliti da violenti e spesso armati.
    Se qui sta l’argomento più forte della attentata « distruzione » (la parola non lascia davvero dubbi sulle intenzioni) delle nostre care ed eroiche associazioni giovanili di Azione Cattolica, voi vedete, Venerabili Fratelli, che Noi potremmo e dovremmo rallegrarCi, tanto chiaramente appare l’argomento di per se stesso incredibile ed insussistente.”
    La questione non si può liquidare in maniera così semplicista.
    Mussolini era un uomo politico pragmatico e realista.
    Se lo fosse stato avrebbe ascoltato i consigli della Chiesa riguardo alle leggi razziali, all’alleanza con il paganesimo nazista, e all’intervento nella guerra mondiale…
    Non lo ha voluto fare, e ha trascinato nel disastro e nella vergogna l’Italia e gli italiani.
    Mussolini, purtroppo, fu costretto dalle contingenze all'ingresso in guerra
    Fu costretto….dalla propria idiozia, travestita da furrrbizia, nonostante fosse stato saggiamente consigliato pure dal Vicario di Cristo in terra, e dallo stesso Churchill.
    E' tipico di una faziosità idiota ed ignorante attribuire a Mussolini la responsabilità dell'estendersi del conflitto.
    Verissimo: sono state la Francia e l’Inghilterra ad aggredire l’Italia in ginocchio, pugnalandola vilmente alla schiena, poiché speravano vigliaccamente di potersi sedere al tavolo della vittoria sacrificando solo un pugno di morti…
    Ma Mussolini voleva una pace giusta ed equa
    E ha ottenuto una sconfitta disastrosa, giusta, equa e meritatissima.
    Il Duce e il Papa (Pacelli) però divergevano sui mezzi con cui conseguire un ordine più giusto ed equo
    Ah, ecco mi sembrava pure a me…
    il primo considerava la guerra l’unica soluzione ormai rimasta, dopo averle tentate tutte (non ultima la conferenza proposta da Mussolini a conflitto già iniziato)
    Non ultimissima la stipulazione del demenzialissimo Patto d’Acciaio, riguardo al quale pure il DVCE infallibile era stato sconsigliato…
    Solo a posteriori possiamo dire che sarebbe stato meglio seguire il Papa
    Mussolini lo ha fatto prendere nel posteriore agli italiani, nonostante fosse stato avvertito dal Papa (e pure da Churchill).
    Proprio per questa ragione si dovrebbe evitare di fare deduzioni arbitrarie laddove certe cose non sono nominate esplicitamente.
    Non c’è bisogno di nominare esplicitamente ciò che ricade evidentemente in un determinato concetto che si è concretizzato, come non c’è bisogno di sforzarsi per capire che nel 1931 il concetto di totalitarismo era un nome vuoto senza referenti concreti.
    Siccome stiamo parlando del Fascismo, è credibile ed autorevole citare ciò che insegnava il Papa proprio nei riguardi di esso.
    Siccome Pio XI stava parlando di “totalitarismo” nel 1931, è credibile e autorevole rilevare che a quell’epoca il concetto di totalitarismo era un nome vuoto senza referenti concreti.
    Ciò che scriveva Pio XI in quella lettera riguardo al totalitarismo non ha proprio nessun valore. Un magistero credibile e autorevole sul tema comincerà solo alla fine della seconda guerra mondiale, appunto con Pio XII.
    In questa frase non si nomina esplicitamente né si fa riferimento implicitamente al Fascismo (regime e partito) in quanto tale. Se mai, può essere considerata un'ammonizione, ma non una condanna, che del resto mai vi fu.
    Era una condanna, ed era riferita al fascismo: l’affermazione di Pio XI fu infatti citata dal cardinale Schuster, in un discorso che riguardava direttamente il fascismo: “La Chiesa Cattolica oggi si trova di fronte non tanto a un nuovo Stato fascista, giacchè questo esisteva già nell’anno del Concordato, ma di fronte a un imperante sistema filosofico-religioso nel quale, per quanto non lo si dica a parole, è implicita la negazione del Credo Apostolico, della trascendenza spirituale della Religione, dei diritti della famiglia Cristiana e dell’Individuo.”
    “Di fronte a un Credo Apostolico e a una Chiesa Cattolica di origine divina, abbiamo dunque un Credo fascista e uno Stato totalitario il quale, appunto come quello hegeliano, rivendica per sé degli attributi divini.
    Sul piano religioso il Concordato è vaporizzato”.
    “Non è pienamente umano” afferma il Santo Padre Pio XI, “se non ciò che è cristiano, mentre invece è inumano ciò che è anticristiano, o riguardi o tocchi la dignità, la libertà, l’integrità dell’individuo”.”
    "La Civiltà Cattolica" del 20 luglio 1946
    Si dice che l'articolo fosse stato ispirato da Pio XII....
    Chi dice “si dice” non sa proprio più cosa dire.
    E di certo la “Civiltà cattolica” non è fonte di magistero….
    Tipico regionamento degno della mentalità consumistica, materialistica ed edonista americana e americanofila, fondamentalmente ed essenzialmente anti-cristiana...
    Tipico sragionamento degno della mentalità infantilmente e ossessivamente antiamericana di chi, in preda a invidia e frustrazione, deve suo malgrado prendere atto che il Kathechon americano ha distrutto, con la sua spada lucente (gesta Dei per Statunitenses…) in due epiche e provvidenziali “guerre giuste” mondiali, prima la barbarie totalitaria nazi-fascista, poi la barbarie totalitaria comunista.
    Ed è un dato di fatto che, se sei qui a ticchettare tranquillamente sulla tastiera, anche per il venir meno del pericolo del totalitarismo comunista, devi ringraziare le cosiddette “democrazie occidentali”, anzi, in particolare una democrazia occidentale, gli Stati Uniti d’America, e particolarissimamente un Presidente degli Stati Uniti d’America, il conservatore Ronald Reagan.
    Perciò, avendo Noi già trattato delle differenze fra l'ordinamento giudiziario ecclesiastico e il civile per ciò che riguarda così l'origine e la natura, come l'oggetto dell'uno e dell'altro, Ci resta oggi da parlare del fine essenzialmente diverso delle due società. Questa ultima differenza fondata sul fine esclude senza dubbio quella forzata sottomissione e quasi inserzione della Chiesa nello Stato, contraria alla natura stessa di ambedue, che ogni totalitarismo tende, almeno sul principio, a conseguire.
    Innanzitutto, qui si parla solo del totalitarismo, mentre, come ho più volte ripetuto, Pio XII condanna il fascismo sia sotto la categoria dell’autoritarismo, sia sotto quella del totalitarismo…
    In secondo luogo, qui Pio XII appare riferirsi in modo più specifico proprio al fascismo. Infatti sia il comunismo ateo che il nazismo pagano vedevano la Chiesa come una nemica, e avevano l’obiettivo finale di distruggerla. Fu invece proprio il fascismo a mostrare piuttosto la tendenza alla sottomissione e all’inserzione della Chiesa, ad esempio ponendo i sacerdoti nelle associazioni fasciste giovanili, cercando le benedizioni di iniziative, edifici, gagliardetti, strumentalizzando a proprio favore certe dichiarazioni del Papa (eclatante quella relativa all’”Uomo della Provvidenza”) nel tentativo di farlo apparire come il “cappellano” del regime.
    A parte questo il punto è un altro: il giudizio di condanna della Chiesa verso il totalitarismo e l’autoritarismo non è legato necessariamente all’atteggiamento verso di questi verso la Chiesa stessa. Ciò era già evidente dalla dichiarazione disgiuntiva di Pio XI: “Non è pienamente umano se non ciò che è cristiano, mentre invece è inumano ciò che è anticristiano, O riguardi o tocchi la dignità, la libertà, l’integrità dell’individuo”, divenne ancora più evidente nel discorso alla Rota del 1945, ed è stato sancito dal Concilio Ecumenico Vaticano II, in particolare nella Gaudium et spes, che bolla come inumane le forme politiche totalitarie, e pure le forme dittatoriali che ledano i diritti della persona o dei gruppi sociali:
    “Affinché la collaborazione di cittadini responsabili possa ottenere felici risultati nella vita politica quotidiana, si richiede un ordinamento giuridico positivo, che organizzi una opportuna ripartizione delle funzioni e degli organi del potere, insieme ad una protezione efficace dei diritti, indipendente da chiunque.
    I diritti delle persone, delle famiglie e dei gruppi e il loro esercizio devono essere riconosciuti, rispettati e promossi non meno dei doveri ai quali ogni cittadino è tenuto. Tra questi ultimi non sarà inutile ricordare il dovere di apportare allo Stato i servizi, materiali e personali, richiesti dal bene comune.
    Si guardino i governanti dall'ostacolare i gruppi familiari, sociali o culturali, i corpi o istituti intermedi, né li privino delle loro legittime ed efficaci attività, che al contrario devono volentieri e ordinatamente favorire.
    Quanto ai cittadini, individualmente o in gruppo, evitino di attribuire un potere eccessivo all'autorità pubblica, né chiedano inopportunamente ad essa troppi servizi e troppi vantaggi, col rischio di diminuire così la responsabilità delle persone, delle famiglie e dei gruppi sociali.
    Ai tempi nostri, la complessità dei problemi obbliga i pubblici poteri ad intervenire più frequentemente in materia sociale, economica e culturale, per determinare le condizioni più favorevoli che permettano ai cittadini e ai gruppi di perseguire più efficacemente, nella libertà, il bene completo dell'uomo. Il rapporto tra la socializzazione l'autonomia e lo sviluppo della persona può essere concepito in modo differente nelle diverse regioni del mondo e in base alla evoluzione dei popoli. Ma dove l'esercizio dei diritti viene temporaneamente limitato in vista del bene comune, si ripristini al più presto possibile la libertà quando le circostanze sono cambiate. È in ogni caso inumano [notare la ripresa del termine usato da Pio XI, ma senza alcun riferimento all’”anticristianesimo” ] che l'autorità politica assuma forme totalitarie, oppure forme dittatoriali che ledano i diritti della persona o dei gruppi sociali.”
    La Chiesa associa quindi nella condanna sia le forme di governo totalitarie, sia quelle forme di governo dittatoriali, le quali ledano in maniera continuativa tali diritti fondamentali. La Chiesa ammette solo una “limitazione”, e del tutto temporanea, dell’esercizio di tali diritti, da parte di governi di emergenza che agiscono per il bene comune, ma che sono poi tenuti a ripristinare immediatamente la libertà.
    Inoltre si specifica che:
    “Certo, le cose terrene e quelle che, nella condizione umana, superano questo mondo, sono strettamente unite, e la Chiesa stessa si serve di strumenti temporali nella misura in cui la propria missione lo richiede. Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall'autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all'esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni.”
    Un governo totalitario o autoritario non può nascondersi dietro benemerenze vere o presunte nei confronti della religione cattolica: la soppressione continuativa della libertà e dei diritti fondamentali implica la condanna da parte della Chiesa. E’ inutile proclamare uno Stato come “cattolico”, oppure favorire la Chiesa, se poi si elimina la libertà, o si lede la dignità dell’uomo, o si escludono i cittadini da una efficace partecipazione nella formazione della volontà sociale, o si sopprime la eguaglianza di tutti dinanzi alla legge.
    al Fascismo italiano venivano attribuite queste benemerite opere:
    Il fascismo?
    Cosa c’entra il fascismo?
    In nessun punto del radiomessaggio si parla del fascismo!
    Non sei tu quello che dice che ci deve essere sempre la citazione esplicita?
    Ma quando ti fa comodo….non ce n’è più bisogno, vero?
    Lo vedi le figure ridicole che rimedi, come quando vuoi negare certe evidenze, come quelle relative alla condanna del fascismo autoritario-totalitario sotto le categorie dell’autoritarismo, e pure del totalitarismo?
    per "totalitarismo e autoritarismo di un solo partito" può benissimo far riferimento o al NSDAP o al PCUS
    Quei due partiti appartengono alla categoria del totalitarismo, è il fascismo italiano che rientra nella categoria dell’”autoritarismo di un solo partito”.
    Del resto, un regime autoritario a partito unico vi era anche nella Spagna franchista...eppure non si possono certamente riferire ad essa tali parole.
    Su questo sono d’accordo: Pio XII si riferiva infatti al fascismo italiano.
    Il franchismo presentava caratteri differenti: era molto meno ideologizzato e più sinceramente cattolico, non aveva stipulato un patto d’acciaio con la Germania nazista pagana, non aveva varato leggi razziali(nonostante le pressioni da parte dell’Asse; anzi, diplomatici spagnoli nei paesi dell'Asse protessero gli ebrei, e la Spagna stessa divenne un rifugio sicuro per i profughi ebrei) non era intervenuto nella guerra nonostante le pressioni esercitate da Hitler, era un governo d’ordine che non si sforzava di mobilitare e strumentalizzare le masse, Franco si presentava come un “reggente” nell’attesa della restaurazione della monarchia, ecc.
    Detto questo, la dottrina sociale della Chiesa si è poi ulteriormente sviluppata, da un lato a favore della libertà e della retta democrazia, dall’altro contro la soppressione e la lesione dei diritti politici e della dignità umana, come ho già sopra evidenziato; oggi il regime franchista sarebbe ritenuto intollerabile dalla Chiesa.
    Giuanìn è inutile che la meni con il Concordato: anche un criminale può fare qualcosa di buono, anche un regime autoritario-totalitario può fare qualcosa di apprezzabile; ma la condanna finale è inevitabile, dopo che si sono visti i “frutti” disastrosi che ha prodotto il fascismo.
    Anche con il regime nazista è stato stipulato un concordato, che la Chiesa ha giudicato positivo, e che è sopravvisuto alla seconda guerra mondiale, ma questo non ha certo potuto evitare la condanna del nazismo….
    Riguardo poi al Concordaro italiano, bisogna distinguere il suo aspetto oggettivo da quello soggettivo. Dal punto di vista oggettivo rappresentò un risultato lodevole, che ancora oggi viene apprezzato dalla Chiesa (anche se lo stesso Pio XI lo giudicava “tra i migliori”, ma non il migliore….). Dal punto di vista soggettivo invece, cioè dell’individuazione dei meriti da attribuire ai soggetti coinvolti, Pio XI attribuisce a sé stesso, Papa alpinista e Papa bibliotecario, con il consueto plurale maiestatis, il merito fondamentale: “E’ con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio”. Fermo restando poi che non è vero che Pio XI definì Mussolini “l’uomo della Provvidenza”, il Papa, al momento della stipulazione, volle riconoscergli un merito di collaborazione. Aggiungeva però una significativa postilla: “Le favorevoli condizioni nelle quali si è svolto il Nostro dialogo non Ci lasciano ragione alcuna di dubitare che sarà pure assicurata altrettanto lealmente, generosamente, nobilmente, l’esecuzione di tutte le misure di comune accordo deliberate.” La speranza del Papa fu però delusa: non solo vi furono subito dure polemiche e contrasti riguardo all’interpretazione del Concordato, ma il fascismo dapprima, con la violenza, attaccò l’Azione Cattolica e impose di limitarne le funzioni, in seguito violò apertamente e definitivamente le norma concordatarie varando le leggi razziali (il cardinale Schuster commentò icasticamente che il Concordato risultava ormai “vaporizzato” dalla statolatria esibita dal fascismo…).
    In realtà Pio XI era stato lucidissimo sin dall’inizio: nel discorso tenuto ai docenti e studenti della Università cattolica del Sacro Cuore del 13 febbraio 1929 chiarì il significato della stipulazione dei patti lateranensi: “Saremmo andati a trattare con Belzebù in persona!”. L’affermazione fu stralciata per motivi di opportunità dal discorso ufficiale, ma pochi mesi dopo il Papa ribadì: “Quando si trattasse di salvare qualche anima, di impedire maggiori danni alle anime, ci sentiremmo il coraggio di trattare con il diavolo in persona!”
    Pio XI non aveva bisogno di aspettare di udire Mussolini proclamante che bisogna fare dell’odio l’ultima essenza di se stessi: aveva già capito di avere a che fare con il demonio…
    Pio XII attribuiva al Fascismo la benemerita opera di aver rimesso "in onore, con vantaggio del popolo, i valori della civiltà cristiana nei felici rapporti fra Chiesa e Stato, nella tutela della santità del matrimonio, nella educazione religiosa della gioventù"
    Ma come, ma cosa dici?
    Guarda che in quella frase il Papa non cita il fascismo!
    Anzi, in tutto quanto il radiomessaggio non cita mai il fascismo!
    Quel "se mai" stava proprio ad indicare una benevola concessione al ragionamento del sacerdote.
    Quel “se mai” significa “piuttosto”, ed è ridicolo anche solo pensare che il Vicario di Cristo in terra voglia fare delle concessioni a un sacerdote, soprattutto in un tema etico. Pio XII utilizza riguardo al neofascismo la categoria del “male” ancorchè minore, e non quella del “bene”, ed è semplicemente ingiurioso anche solo ipotizzare che il Papa non voglia chiamare male il male e bene il bene. Il Papa ha definito il neofascismo un male, minore, ma pur sempre male. E il male è il contrario del bene, e va condannato e combattuto. Questo giudizio è molto significativo perché, se il neofascismo è un male minore, il fascismo autoritario-totalitario ne risulta inevitabilmente come un male maggiore, e come tale è stato giustamente condannato dal magistero, sotto le categorie dell’autoritarismo e del totalitarismo.
    Per il resto, le fantasticherie vinciguerriane meritano una sonora pernacchia.
    Quindi, secondo te, ciò che lui afferma riguardo ai leader neofascisti, e a Borghese, non sono fatti, ma invenzioni?
    E poi, tu non dovresti essere dalla parte di Vinciguerra, che esalta la purezza dell’Ideale fascista e si ispira a Giani, mentre condanna le compromissioni con l’Occidente, gli Stati Uniti, il Patto Atlantico, la CIA, ecc.?
    Il giudizio di Pio XII su Mussolini venne riportato nel 1958 sulla rivista "Orizzonti", edita dalla Pia Società San Paolo
    Certo, lo riporta pure Petacco nel suo libro, e tanti siti internet, ma finchè si limitano a citare la frase, senza indicare riferimenti, non ha alcun valore. Non è presente nella serie degli “Scritti e discorsi di S. S. Pio XII”?
    Sono sufficienti le testimonianza raccolte da Carioti e riportate anche da Piero Vassallo.
    Ma tu hai scritto:
    “Più controverso il caso dell'augurio di Pio XII, mandato in occasione del suo primo congresso nazionale, alla Giovane Italia, che "L'Osservatore Romano" cercò di giustificare dicendo che il Papa credesse che si trattasse di un'organizzazione legata all'Azione Cattolica, nonostante i più tutt'oggi garantiscano che Pacelli sapesse perfettamente cosa fosse la Giovane Italia.”
    Allora secondo te ha torto “L’Osservatore Romano”….
    Insomma, l’”Osservatore Romano”, che pure dovrebbe essere ancora più autorevole della “Civiltà cattolica”, non è, come non lo è quest’ultima, né una fonte magisteriale, né la “voce del Papa”…
    Il 1 marzo 1943, in un discorso rivolto al nuovo ambasciatore italiano in Vaticano, definì Benito Mussolini "l'Eccellentissimo Capo del Governo" e pregava il Signore che gli sforzi e i sacrifici del popolo italiano in guerra venissero adeguatamente premiati: "Si degni l'Onnipotente benignamente guidare le sorti del popolo italiano e concedergli di veder presto spuntare l'aurora del giorno, in cui una pace di giustizia, di equità, di umanità e di onore dia ai figli e alle figlie d'Italia la certezza e il conforto di avere coi loro sacrifici servito all'avvento di un mondo più ordinato e tranquillo".
    Come ho già più volte ricordato, solo quando la Chiesa e i fedeli cattolici non furono più ostaggi del regime autoritario-totalitario, e quando fu possibile constatare a quale disastro tale regime aveva condotto, quali erano stati i suoi “frutti” avvelenati, il Papa potè parlare liberamente.
    E poi, Giuanìn, proprio tu riconosci “la proverbiale e notoria prudenza e diplomazia di fondo” di Pio XII, e quello era un discorso eminentemente diplomatico, diretto al nuovo ambasciatore italiano! Se non avesse fatto il contentino al DVCE, altro che spolverate di manganelli sulla schiena dei preti!
    La cosa più rilevante, piuttosto, è che il Papa non parla del fascismo o del regime, ma del popolo italiano, sul quale augura che Dio faccia spuntare “l’aurora del giorno”, visto che in quel momento si trova nelle tenebre della guerra nella quale Pio XII aveva sconsigliato Mussolini di entrare….
    Non dimentichiamo che il motto dei cattolici italiani durante la seconda guerra mondiale era: "Credere, pregare, obbedire, vincere".
    Giuanìn, quello era semplicemente un motto concepito da padre Gemelli per coglionare i fascisti, e i termini (dai quali egli aveva significativamente espunto il “combattere”) andavano intesi in senso spirituale e interiore, non bellico e esteriore.
    Riguardo a padre Gemelli, nel corso del ventennio si produsse anche in una serie di trombonate elogiative del regime fascista, alcune assurde, altre basate su quel che di buono esso talvolta evacuava, al fine di impedire la limitazione o la soppressione delle attività dell’Università Cattolica. Il fine, analogo a quello dell’Azione Cattolica, era quello di formare una classe dirigente cattolica da porre alla guida del Paese quando il fascismo autoritario-totalitario, spinto dalla sua folle dinamica intrinseca, sarebbe crollato. Per quelle sue sparate elogiative Gemelli fu sottoposto a processo “epurativo” a fine guerra, sulla base della spinta non tanto delle autorità italiane, le quali sapevano bene a quali furbizie e ipocrisie erano costretti coloro che aveva certe posizioni di rilievo sotto il tallone del regime autoritario-totalitario, quanto degli alleati, che non avevano vissuto una tale esperienza sulla loro pelle. Gemelli evidenziò che il suo atteggiamento scaltro e dissimulatorio era regolarmente approvato dal Papa(in realtà non fu sempre così), che prima dell’8 settembre l’università accoglieva riunioni volte a elaborare una nuova politica per il periodo post-fascista, e dopo l’8 settembre fu un centro della resistenza e accolse anche delle riunioni del Comitato di liberazione nazionale, e che l’obiettivo della formazione di una nuova classe dirigente antifascista era stato raggiunto, venendo così prosciolto da tutte le accuse.
    Le ricerche storiche più recenti, che fanno riferimento a fonti e a archivi prima non disponibili, evidenziano l’avversione di padre Gemelli per il fascismo (e di fatto lo stesso Mussolini, nonostante certi elogi roboanti del regime pronunciati dal rettore, si rifiutò sempre di accoglierlo nell’Accademia d’Italia, perché sapeva benissimo quali erano le sue vere opinioni….). Ad esempio, durante un corso organizzato in Cattolica, e riservato ai sacerdoti, aveva detto chiaramente: “Noi preti cattolici e italiani dobbiamo odiare con tutte le nostre forze il fascismo, perché in esso sono i princìpi dell’ateismo, negatore di Dio e nemico della religione.”
    Lo avversò talmente che non pochi furono i membri dell'A.C.I. che morirono durante la guerra
    Morirono perché erano precettati, dovendo obbligatoriamente combattere per un regime che in molti casi sopportavano, in moltissimi casi detestavano.
    Non erano invece né precettati, né obbligati, quando si preparavano per il post-fascismo, e quando entravano nelle file della resistenza antifascista.
    in ossequio alle sue autorità legittime la cui potestà era, come tutte, di derivazione divina.
    Certo, in linea di principio questo vale per il regime autoritario-totalitario fascista, come vale per i regimi totalitari nazista e comunista, tutti condannati dalla Chiesa, quando manifestarono i loro “frutti” disastrosi.
    tu mi sa che non hai letto attentamente cosa diceva Pio XII dell'Italia Fascista e di Benito Mussolini:
    Summi Pontificatus, 1939
    Discorso in occasione della visita dei sovrani d’Italia, 21 dicembre 1939
    Radiomessaggio natalizio 1941
    Discorso al nuovo ambasciatore italiano, 1 marzo 1943
    “Sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.
    Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.”
    RADIOMESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PIO XII AI POPOLI DEL MONDO INTERO- Domenica, 24 dicembre 1944

    “Ascoltate dunque oggi la voce di Dio, non indurite il vostro cuore. Quella voce vi dice: «Che l’empio lasci la sua via e l’uomo iniquo i suoi propositi, e ritorni al Signore» .
    A chi vuol essere sordo agli inviti divini, a chi vuole irrigidirsi contro la voce persuasiva dei pastori delle anime, contro la voce severa e pungente della coscienza, un’altra voce, una voce selvaggia, quella degli avvenimenti crudeli, dell’atroce realtà, si leva ad annunziare e ad ammonire che la guerra è il frutto e il salario del peccato. Il peccatore può ben cercare di stordirsi, l’empio potrà ben ostinarsi a camminare nei sentieri del male, lontano da Dio; la voce tragica si farà sempre più sonora, sempre più terribile, e al di là delle cause e delle responsabilità immediate dell’immane conflitto, al di là degli atti esterni e delle parole sensibili, penetrerà nel fondo silenzioso dei cuori per scrutare e svelare la causa profonda che ha destato e alimentato l’orribile incendio, lo spirito che ha suscitato e inasprito la discordia, che è lo spirito di orgoglio, di ambizione e di cupidigia. È lo spirito del male che si erge contro lo spirito di Dio, che vuol bandire dalla terra il regno di Cristo per divinizzare la forza materiale, per abolire nella vita dei popoli, e ancor più nei rapporti internazionali, ogni distinzione essenziale tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto.
    A coloro che si sono lasciati sedurre dai fautori della violenza e che, dopo averli inconsideratamente seguiti, cominciano alfine a risvegliarsi dalla loro illusione, costernati nel vedere fin dove la loro docilità servile li ha condotti, non rimane altra via di salvezza che di ripudiare definitivamente la idolatria dei nazionalismi assoluti, gli orgogli di stirpe e di sangue, le brame di egemonia nel possesso dei beni terreni, e di volgersi risolutamente verso lo spirito di sincera fraternità, che è fondato nel culto del Padre divino di tutti gli uomini, e in cui le nozioni, da troppo lungo tempo opposte, di diritti e di doveri, di vantaggi e di pesi, si armonizzano nella giustizia e nella carità.”
    DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII «LA DEVOTA PRESENZA» - 18 marzo 1945

    “È incontestabile che una delle esigenze vitali di ogni umana comunanza, quindi anche della Chiesa e dello Stato, consiste nell'assicurare durevolmente la unità nella diversità dei suoi membri.
    Ora il «totalitarismo» non è mai che possa provvedere a quella esigenza, perchè esso dà al potere civile una estensione indebita, determina e fissa nel contenuto e nella forma tutti i campi di attività, e in tal modo comprime ogni legittima vita propria - personale, locale e professionale - in una unità o collettività meccanica, sotto l'impronta della nazione, della razza o della classe.
    Noi abbiamo già nel Nostro Radiomessaggio del Natale 1942 additato particolarmente le tristi conseguenze per il potere giudiziario di quella concezione e di quella prassi, che sopprime la eguaglianza di tutti dinanzi alla legge e lascia le decisioni giudiziarie in balìa di un mutevole istinto collettivo.
    Ma a quella esigenza fondamentale è ben lungi dal soddisfare anche l'altra concezione del potere civile, che può essere designata col nome di «autoritarismo», perchè esclude i cittadini da qualsiasi efficace partecipazione od influsso nella formazione della volontà sociale. Esso scinde per conseguenza la nazione in due categorie, quella dei dominatori e quella dei dominati, i cui reciproci rapporti vengono ad essere puramente meccanici, sotto l'impero della forza, ovvero hanno un fondamento meramente biologico.
    Ora chi non vede come in tal guisa la vera natura del potere statale rimane profondamente sconvolta? Questo infatti, e per se stesso e mediante l'esercizio delle sue funzioni, deve tendere a ciò che lo Stato sia una vera comunità, intimamente unita nello scopo ultimo, che è il bene comune. Ma in quel sistema il concetto del bene comune diviene così labile e si palesa così chiaramente come un ingannevole manto dell'unilaterale interesse del dominatore, che uno sfrenato «dinamismo»legislativo esclude ogni sicurezza giuridica, e quindi sopprime un elemento fondamentale di ogni vero ordine giudiziario.”
    DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
    AL TRIBUNALE DELLA SACRA ROMANA ROTA - 2 ottobre 1945

    “Si dia il debito valore alla vera e grande maggioranza, formata da tutti quelli che onestamente e tranquillamente vivono del loro lavoro in mezzo alle loro famiglie e vogliono fare la volontà di Dio. Ai loro occhi le contese per più favorevoli confini, la lotta per i tesori della terra, anche se non sono necessariamente e a priori immorali in se stesse, costituiscono pur sempre un giuoco pericoloso, che non si può affrontare se non a rischio di cagionare un cumulo di rovine e di morte. È la vasta maggioranza dei buoni padri e madri di famiglia, che vorrebbero proteggere e difendere l’avvenire dei propri figli contro la pretesa di ogni politica di pura forza, contro gli arbitri del totalitarismo dello Stato forte.
    La forza dello Stato totalitario! Crudele e sanguinante ironia! Tutta la superficie del globo, rossa del sangue versato in questi anni terribili, proclama altamente la tirannia di un tale Stato.“
    “Nei confini di ciascuna Nazione particolare, come in seno alla grande famiglia dei popoli, il totalitarismo dello Stato forte è incompatibile con una vera e sana democrazia. Come un pericoloso bacillo, esso avvelena la comunità delle Nazioni e la rende incapace di essere la garante della sicurezza dei singoli popoli. Esso rappresenta un continuo pericolo di guerra. La futura opera di pace vuol bandire dal mondo ogni uso aggressivo della forza, ogni guerra offensiva. Chi potrebbe non salutare di cuore un tale proposito, e specialmente la sua efficace attuazione? Se però questo non deve essere soltanto un bel gesto, occorre escludere ogni oppressione e ogni arbitrio dal di dentro e dal di fuori.”
    DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII «NEGLI ULTIMI SEI ANNI» - 24 dicembre 1945

    “Certo, le cose terrene e quelle che, nella condizione umana, superano questo mondo, sono strettamente unite, e la Chiesa stessa si serve di strumenti temporali nella misura in cui la propria missione lo richiede. Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall'autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all'esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni.”
    “Ai tempi nostri, la complessità dei problemi obbliga i pubblici poteri ad intervenire più frequentemente in materia sociale, economica e culturale, per determinare le condizioni più favorevoli che permettano ai cittadini e ai gruppi di perseguire più efficacemente, nella libertà, il bene completo dell'uomo. Il rapporto tra la socializzazione, l'autonomia e lo sviluppo della persona può essere concepito in modo differente nelle diverse regioni del mondo e in base alla evoluzione dei popoli. Ma dove l'esercizio dei diritti viene temporaneamente limitato in vista del bene comune, si ripristini al più presto possibile la libertà quando le circostanze sono cambiate. È in ogni caso inumano che l'autorità politica assuma forme totalitarie, oppure forme dittatoriali che ledano i diritti della persona o dei gruppi sociali.”
    CONCILIO ECUMENICO VATICANO II - COSTITUZIONE GAUDIUM ET SPES
    Se si tengono presenti la personalità di Mussolini e l'umoralità di certe sue reazioni
    Se si tengono presenti la tua personalità e l’umoralità di certe tue reazioni, determinate dal tuo buffo e dissennato “misticismo” fascista, si comprende bene il tuo arrampicarti sugli specchi oliati di fronte al fatto che Mussolini, nel dicembre del 1942, in un discorso pubblico tenuto alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni proclamasse: “Non si vince la guerra senza odiare il nemico, senza odiarlo la mattina prima di alzarsi e la sera prima di andare a dormire, odiarlo cioè tutte le ore del giorno e della notte, e fare di quest’odio l’ultima essenza di noi stessi”.
    L’odio come l’ultima essenza di noi stessi….il fascismo come l’ultima essenza del satanismo!


    Grazie a Dio, alla proclamazione fascista dell’odio si contrappone la proclamazione della Civiltà dell’Amore da parte del tuo Beato preferito…


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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    LA BALLA DELL’OCCIDENTE RICCO A SPESE ALTRUI
    Riportiamo alcuni brani della conferenza di un autore, Research Fellow della Hoover Institution presso la Stanford University: Dinesh D’Souza, nato il 25 Aprile 1961 a Mumbai, Maharashtra, India.
    «L’idea che l’America e l’Occidente siano diventati ricchi grazie all’oppressione e allo sfruttamento è sostenuta con passione da molti intellettuali e attivisti. In Occidente, la tesi dello sfruttamento è invocata, da Jesse Jackson e da altri, per richiedere il pagamento di centinaia di miliardi di dollari agli afro-americani e agli abitanti del Terzo mondo come riparazione per lo schiavismo e il colonialismo. Estremisti islamici come Osama Bin Laden ripetono sempre che il mondo musulmano è povero proprio perché l’Occidente è ricco, e usano l’oppressione dell’Occidente come pretesto per scatenare la violenza, nella forma del terrorismo.
    Dunque, l’Occidente si è davvero arricchito a spese delle minoranze e del Terzo mondo per mezzo dei gravi crimini della schiavitù e del colonialismo? È una tesi difficile da sostenere, perché non c’è nulla di specificamente occidentale nello schiavismo e nel colonialismo. L’Occidente ha avuto i propri imperi, ma la stessa cosa vale anche per i persiani, i mongoli, i cinesi e i turchi. Gli Inglesi hanno colonizzato la mia patria, l’India, per circa duecento anni. Ma prima degli inglesi, l’India era già stata invasa e occupata dal persiani, dai mongoli, dai turchi, dagli afghani e dagli arabi. L’Inghilterra è stata soltanto la settima o l’ottava potenza coloniale a stabilirsi sul suolo indiano. Se il colonialismo non è un’istituzione occidentale, lo stesso si può dire anche dello schiavismo. Lo schiavismo è stata una caratteristica di tutte le civiltà conosciute. I cinesi lo hanno avuto, e così anche l’India. Era diffuso in tutta l’Africa, e gli indiani americani lo conoscevano già molto prima dell’arrivo di Colombo.
    Ciò che è specificamente occidentale non è lo schiavismo, ma il movimento per la sua abolizione, che nasce con il cristianesimo.
    Al di fuori della civiltà occidentale non si conosce alcun esempio storico di attivismo antischiavista. Naturalmente, in ogni civiltà gli schiavi si sono opposti con forza al loro asservimento. In tutte le società schiavistiche, fughe e rivolte erano all’ordine del giorno. Ma soltanto in Occidente è sorto un movimento, non di schiavi ma di potenziali proprietari di schiavi, che si è opposto per principio allo schiavismo. Tenendo conto di questi fatti indiscutibili, quale deve essere il nostro giudizio sulla questione delle riparazioni? La mia opinione sull’argomento è stata espressa con grande chiarezza da Muhammed Ali. Dopo la suo vittoria in Zaire su George Foreman per il titolo mondiale dei pesi massimi, al ritorno negli Stati Uniti un giornalista gli domandò: «Campione, cosa ne pensi dell’Africa?». Cassius Clay rispose: «Grazie a Dio mio nonno fu preso su quella nave di schiavisti».
    La verità di queste considerazioni porta a ripensare la questione delle riparazioni. L’idea della riparazione è sbagliata, non solo perché gli uomini che vivono oggi non hanno nessuna colpa per i danni dello schiavismo e del colonialismo, ma anche perché i discendenti di coloro che subirono la schiavitù e il dominio straniero oggi stanno molto meglio di quanto non sarebbe avvenuto se i loro antenati non fossero stati presi schiavi e se non fossero stati sottomessi al controllo europeo. Per quanto sia riluttante ad ammetterlo, Jesse Jackson vive una vita molto migliore in America di quella che gli sarebbe stata riservata in Etiopia o in Ghana.
    Se non sono stati l’oppressione e lo sfruttamento a rendere ricco e potente l’Occidente, cos’è stato allora? La risposta è che l’Occidente ha inventato tre istituzioni che non erano mai prima esistite: la scienza, la democrazia e il capitalismo. Ognuna di queste istituzioni si fonda su un universale impulso dell’uomo che, nella storia dell’Occidente, si è dato una forma istituzionale molto specifica.
    Cominciamo con la scienza. Naturalmente tutti i popoli vogliono conoscere il mondo. I cinesi hanno registrato le eclissi, gli indiani hanno inventato lo zero, i maya hanno creato complicati calendari. Ma la scienza che significa esperimento e verifica, nonché un “metodo scientifico” definito da uno scrittore “l’invenzione delle invenzioni”, è una creazione dell’Occidente. Proprio come l’impulso a imparare, anche quello a barattare e commerciare è universale. I popoli di tutte le culture si scambiano beni per reciproco vantaggio. Il denaro non è una invenzione occidentale. Ma il capitalismo, che implica i diritti di proprietà e le corti giuridiche in grado di farli rispettare, il libero commercio, nonché le Istituzioni del credito e i libri contabili a partita doppia, è un sistema che si è sviluppato in Occidente. Infine, anche la partecipazione tribale di governo è un fenomeno universale, ma la democrazia, che richiede elezioni, separazione e trasferimento pacifico dei poteri, nonché sistemi di controllo e bilancio, è un’istituzione occidentale.
    Con tutto ciò non si vuole negare che l’Occidente, come tutte le altre culture, non si sia dimostrato arrogante e oppressivo quando ne ha avuto la possibilità. L’oppressione e lo sfruttamento, tuttavia, non sono stati la causa del successo occidentale, bensì il frutto di quel successo. Chi afferma che l’America e l’Occidente sono diventati ricchi a spese di altri popoli si sbaglia di grosso. La vera causa della ricchezza e della potenza occidentale è il rapporto dinamico tra scienza, capitalismo e democrazia. Lavorando in collaborazione, queste istituzioni hanno creato la nostra società meritocratica, tecnologica e partecipativa».

    Gauck, il suo nuovo "scomodo" presidente
    di Vito Punzi
    Il prossimo presidente della Repubblica Federale Tedesca non sarà un uomo di partito, e neppure un carrierista. Joachim Gauck è piuttosto una personalità con un carisma ben definito e riconosciuto. Il pastore protestante originario di Rostock (24 gennaio 1940), già responsabile per ben dieci anni (1990-2000) dell’autorità federale istituita per l’elaborazione dei dati relativi all’attività del Ministero della Sicurezza della DDR comunista (la famigerata “Stasi”), è uomo capace di convincere chi lo ascolta, non tanto perché buon oratore, piuttosto perché attento ad usare parole che raccontano l’esperienza.
    E la sua è stata un’esperienza ricca e complessa. Figlio di un capitano della marina, suo padre venne mandato in un campo di prigionia in Siberia e poté tornare solo nel 1955, dopo un viaggio dell’allora cancelliere Konrad Adenauer a Mosca. Certo, anche per questo, nessuno potrà aspettarsi da Gauck una minimizzazione di ciò che sono stati il comunismo e i legami tra il Fronte Popolare e gli stalinisti: non è un caso che nel volume Il libro nero del comunismo sia stata affidata proprio a lui la redazione del capitolo relativo alla DDR.
    Nel contesto della Germania comunista Gauck, come predicatore e pastore d’anime, riempiva quegli spazi di libertà che il regime non riusciva a occupare. Nel 1989 si ritrovò subito alla guida di quel movimento dei diritti civili che rapidamente avrebbe portato all’apertura delle frontiere tedesco orientali e alla caduta del Muro di Berlino. Oggi Gauck è una delle poche personalità protagoniste di quegli eventi che abbiano conservato o addirittura accresciuto il proprio carisma intellettuale e politico.
    È indubbio che con la sua elezione il sistema politico tedesco dimostra una sorprendente flessibilità: per recuperare legittimità al cospetto dei suoi cittadini la classe politica ha deciso di affidarsi a una autorità esterna. In tanti dovranno digerire il rospo, ma in pochi riusciranno a fare di necessità virtù. Troppi sono infatti coloro che ragionano ancora secondo barriere ideologiche o confessionali. A sinistra s’è gridato allo scandalo quando, un paio d’anni fa, Gauck ha definito “coraggiose” (valutandole dunque positivamente) le prese di posizione di Thilo Sarrazin sui limiti dell’integrazione immigratoria in Germania, oppure quando ha definito “puerili” e “romanticherie” le manifestazioni del movimento Occupy. Vi è stato anche chi ha sottolineato come Gauck sia più vicino a Benedetto XVI di quanto non lo fosse il suo predecessore. “Wulff era cattolico, ma di quelli senza stile, la cui preoccupazione principale è servire lo spirito del tempo e fare carriera“, così ha risposto a una nostra specifica domanda il pubblicista di “Focus” Michael Klonovsky, autore di recente di un artico intitolato Viva Benedetto!. “Gauck invece”, ha aggiunto, “è un cristiano fervente, molto più vicino al Vaticano di molti protestanti sui generis presenti in questa nostra repubblica”.
    Il prossimo presidente è anche saggista, autore in particolare di significative riflessioni sulla libertà, in particolare sul rapporto tra persona e potere. “Se oggi parlo della libertà, il tema che mi è stato più caro nella vita”, ha detto il 5 giugno 2011 a Francoforte sul Meno ringraziando per il conferimento del premio Ludwig Börne, “non è per tornare su quanto accaduto nell’’89. Quella lotta per la libertà appartiene al passato. Allora noi oppositori (nella DDR, in Cecoslovacchia, in Polonia o in Ungheria) combattemmo per la libertà trovandoci in una condizione di schiavitù, oppressione e dispotismo. Combattemmo per la libertà da qualcosa, contro lo strapotere dello Stato, contro la limitazione della libertà personale – e vagheggiavamo la libertà come un’irraggiante bellezza lontana. La libertà vissuta come nostalgia possedeva una forza attraente, era di una bellezza intatta. Ma libertà, intesa come un dato della realtà, non è solo felicità, ma anche disagio.” E qui Gauck dimostra la propria capacità di leggere il presente: “Ho dovuto conquistarmi la libertà per capire quanto sia dura la battaglia per la libertà lì dove la libertà c’è. […] Dobbiamo imparare a vedere che cosa accade una volta, che la libertà viene conseguita, soprattutto quando la si è guadagnata.”
    Gauck, che non ha paura a definirsi “patriottico”, ha le idea molto chiare sul valore di ciò che è in questo momento la sua Germania: “La nostra nazione, che pure viene scossa regolarmente da attacchi di panico, farebbe bene a definire se stessa meno attraverso i propri limiti e le proprie mancanze e più attraverso le sue conquiste. Oggi esiste la sovranità del diritto, valgono i diritti umani e dei cittadini. Tanto più che tutto questo, con l’aggiunta di un inusuale benessere, esiste da più di sei decenni. In quale altra epoca la nazione ha vissuto ciò che sta vivendo una situazione del genere?”
    Per tutto quanto detto è facile intendere il perché del “no” espresso dal partito Die Linke, costituito per lo più da comunisti o ex comunisti, alla nomina di Gauck alla presidenza della Repubblica. Vertice e base de Die Linke sono neppure troppo velatamente nostalgici del regime DDR e molti di loro sono stati collaboratori e sostenitori dell’illiberale sistema delatorio costruito intorno all’attività della polizia segreta, la Stasi.

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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Citazione Originariamente Scritto da Melchisedec Visualizza Messaggio
    Le esplicite riserve del magistero non vennero mai meno, nemmeno nella Quadragesimo anno, che comunque si occupava di un modello in gran parte TEORICO, perché, come ho già evidenziato, le Corporazioni stesse furono create solo tre anni più tardi, e cioè nel 1934.
    Nella “Quadragesimo anno” non si faceva riferimento in maniera esclusiva ad un modello teorico ed astratto, ma a dei provvedimenti concreti del regime, come il riconoscimento giuridico dei sindacati, l’iscrizione facoltativa ad essi, l’esistenza di associazioni professionali di fatto, il divieto di sciopero (a cui si aggiungeva il divieto di serrata da parte degli industriali) e l’istituzione della Magistratura del lavoro, oltre a quella delle corporazioni (che effettivamente il regime cercherà di sviluppare in seguito, tant’è che si arrivò a parlare di un “corporativismo senza corporazioni”). Se ne descrivevano anche i benefici effetti: la pacifica collaborazione delle classi, la repressione delle organizzazioni e dei conati socialisti, l'azione moderatrice di une speciale magistratura. La tua obiezione avrebbe senso se Pio XI avesse voluto giudicare, esclusivamente, la “dottrina corporativa” del Fascismo e non, anche, la sua legislazione in materia e le sue concrete realizzazioni. In quel caso, il Pontefice avrebbe dato un giudizio su un modello teorico e non su un sistema che andava concretamente affermandosi. Ma non era così.
    Che il sistema corporativo italiano fosse perfetto è cosa che mai nessuno, nemmeno fra i fascisti più accesi, ebbe mai l’ardire di affermare.
    Anzi, proprio uno dei suoi principali fautori, Carlo Costamagna, che aveva anche contribuito a scrivere la “Carta del Lavoro” (1927), ne sottolineò le deficienze e i difetti.
    Ciò non toglie, appunto, che vi fossero in esso non pochi (anzi, molti) aspetti positivi e che non risultasse incompatibile con i principi della dottrina sociale della Chiesa.

    E’ perfettamente inutile che tu imbottisca i tuoi messaggi di dichiarazioni di esponenti ecclesiastici riguardanti le corporazioni in particolare, o il fascismo in generale,
    È invece assai utile per ricordarti come la Chiesa Cattolica e il mondo cattolico italiano giudicassero non solo il Fascismo, ma in particolare la legislazione fascista in materia economico-sociale e corporativa, così come il modello teorico-ideale che essa presupponeva: pur individuando dei punti di criticità, evidenziati in maniera benevola e in senso costruttivo, venivano sottolineati adeguatamente anche gli aspetti positivi e i grandi vantaggi di essa.

    perché, come ho già più volte ricordato, solo alla fine della guerra, quando cioè la Chiesa e i fedeli cattolici non erano più ostaggi del regime autoritario-totalitario, e quando fu possibile constatare a quale disastro tale regime aveva condotto, quali erano stati i suoi “frutti” avvelenati, solo allora poté cominciare a svilupparsi un magistero credibile e autorevole su questo tema.
    Peccato che nel dopoguerra non esista atto del Magistero della Chiesa e dei Pontefici in cui si condanni esplicitamente il Fascismo, regime e partito, oltre che dottrina e prassi, in quanto tale ed in maniera definitiva.
    Come già ti ricordavo, nemmeno la “Mit Brennender Sorge” costituiva una condanna “definitiva” del nazionalsocialismo. In un’allocuzione del 1945, però, Pio XII esplicitamente dichiarava l’opposizione radicale tra Stato nazionalsocialista e la Chiesa Cattolica.
    Nulla di tutto questo accadde nei riguardi del Fascismo italiano. Eppure, secondo la tua tesi, la Chiesa – “libera dalla tirannia fascista” – avrebbe potuto benissimo esprimersi senza condizionamenti. Perché non lo fece? Perché Pio XII non disse chiaro e tondo, come ad esempio fece nel caso del comunismo, che il Fascismo era incompatibile con il Cattolicesimo?
    E soprattutto: perché non attribuì ad esso, in maniera definitiva e vincolante, quelle caratteristiche descritte nel Radiomessaggio natalizio del 1944, nel discorso del 18 marzo 1945, nel discorso del 2 ottobre 1945 e nel Radiomessaggio natalizio del 1945 in riferimento all’ “assolutismo di Stato”, al “cosiddetto totalitarismo” e al “cosiddetto autoritarismo”? Su questo punto non mi hai risposto e continui a non rispondermi. D’altronde, non potresti rispondermi, se non dandomi ragione, perché se, da un lato, esistono delle esplicite e definitive condanne di ideologie quali il “liberalismo”, il “socialismo” e il “comunismo”, vincolanti per tutti i fedeli e contenute nel Magistero infallibile di Santa Romana Chiesa, non altrettanto si può dire nel caso del Fascismo. A nulla vale ricorrere a spezzoni dei discorsi di Pio XII perché in nessuno di essi si fa esplicitamente riferimento al Fascismo e a nulla vale citare l’Enciclica “Non abbiamo bisogno” di Pio XI, giacché in essa il Papa si premurò di precisare che non aveva voluto condannare il regime e il partito in quanto tali, ma solamente “per accidens” e in maniera non definitiva. E tale condanna definitiva non s’è mai vista.

    E’ inutile quindi, ad esempio, tirare in ballo certe mirabolanti espressioni del cardinale Schuster riguardanti Mussolini o il fascismo, senza ricordarsi che poi lo stesso Schuster, al tempo delle leggi razziali, bollò il fascismo come statolatria pagana.
    È utile ricordarti come in quello stesso discorso a cui ti riferisci il cardinale Schuster ribadisse, nonostante le critiche, la sua fiducia in Mussolini.

    E’ inutile ripetere a pappagallo che per i conflitti tra fascismo e Chiesa alla fine si trovava una soluzione, visto che la Chiesa si trovava nella necessità di tutelare se stessa e i fedeli cattolici dalla violenza che il regime aveva esibito nel 1931.
    È utile ricordartelo, invece, perché troppo spesso sembri dimenticarlo. Così come sembri dimenticare che nell’Enciclica “Non abbiamo bisogno” il Papa si premurò di precisare che non aveva voluto condannare il regime e il partito in quanto tali, ma solamente “per accidens” e in maniera non definitiva. Del resto, si sapeva che, dopo la rottura e le polemiche, la diplomazia del regime lavorasse ad una soluzione del problema che accontentasse entrambe le parti. Soluzione che puntualmente arrivò, con la resipiscenza del peccatore (che non andava identificato in quanto tale con il peccato, commesso accidentalmente).

    Tornando al corporativismo, è inutile ricordare l’interesse, ma mai privo di critiche, mostrato inizialmente dalla Chiesa per esso, visto che tale interesse venne presto meno, constatando come il corporativismo fascista operasse (o meglio, non operasse…..).
    L’Enciclica “Quadragesimo anno” venne pubblicata nel 1931 e l’articolo di padre Brucculeri sul decennale della “Carta del Lavoro” nel 1937. Questo significa che sei anni dopo la pubblicazione dell’Enciclica sociale di Pio XI e dieci anni dopo la pubblicazione di un documento autorevole ed ufficiale del regime sui principi ispiratori della nuova legislazione nel mondo cattolico ancora si parlava del corporativismo fascista. Indi per cui hai detto l’ennesima inesattezza.
    Nel volume “La giustizia sociale”, padre Brucculeri scriveva: “Il corporativismo si erge sulla concezione organica della società, sul principio della fondamentale solidarietà delle categorie produttrici, sul postulato che disciplina ogni attività dell’economia in convergenza armonica coi fini della collettività, fini determinati da quella norma etica che impera ugualmente sugli individui e sullo Stato”.
    Principi che erano stati recepiti dal Fascismo italiano e a cui volle rifarsi nel tentativo di introdurre un nuovo ordinamento corporativo in Italia.
    Principi che invece NON erano (e non sono) recepiti nella legislazione statunitense. Motivo per cui, nel 1939, Pio XII esortò gli americani ad andare in quella direzione, che per altro mai hanno seguito.

    Ho già evidenziato come l’interesse della cultura cattolica verso il corporativismo fascista andò rapidamente scemando, tornando a volgersi versi gli scritti di pensatori democratici.
    Hai evidenziato malissimo, perché sei anni dopo la pubblicazione dell’Enciclica sociale di Pio XI e dieci anni dopo la pubblicazione di un documento autorevole ed ufficiale del regime sui principi ispiratori della nuova legislazione nel mondo cattolico ancora si parlava del corporativismo fascista in ambito cattolico.

    Lo stesso Pio XII, nella Enciclica "Longinqua oceani",
    “Longinqua oceani” era l’Enciclica di Leone XIII.
    “Sertum Laetitiae” era l’Enciclica di Pio XII.

    paratosi…..la schiena (il DVCE aveva detto che era pronto a spolverare i manganelli sulla groppa dei preti….) con la frasetta “per diversa indole dei popoli e per le diverse circostanze di tempo può variare” ribadì la dottrina tradizionale, secondo cui le corporazioni devono basarsi innanzitutto sul principio della sana libertà, e affermò che proprio grazie a tale principio nei secoli passati esse avevano procurato al cristianesimo gloria immortale, e alle arti inoffuscabile splendore:
    “Essendo poi la socievolezza bisogno naturale dell'uomo, ed essendo lecito con forze unite promuovere quanto è onestamente utile, non si può senza ingiustizia negare o diminuire come ai produttori, così alle classi operaie e agricole, la libertà di unirsi in associazioni le quali possano difendere i propri diritti e acquistare miglioramenti circa i beni dell'anima e del corpo, come pure circa gli onesti conforti della vita. Ma alle corporazioni di tal genere, che nei secoli passati hanno procurato al cristianesimo gloria immortale e alle arti inoffuscabile splendore, non si può imporre in ogni luogo una stessa disciplina e struttura, la quale perciò per diversa indole dei popoli e per le diverse circostanze di tempo può variare; però le corporazioni in parola traggano il loro moto vitale da principi di sana libertà, siano informate dalle eccelse norme della giustizia e dell'onestà e, ispirandosi a queste, agiscano in tal guisa che nella cura degli interessi di classe non ledano gli altrui diritti, conservino il proposito della concordia, rispettino il bene comune della società civile.”
    Con quella che tu, banalmente e stupidamente, liquidi come una “frasetta”, Pio XII ribadiva che il regime corporativo potesse assumere forme diverse a seconda dei contesti dei vari paesi. Il Sommo Pontefice, in virtù del suo nobile ufficio, deve indicare a tutti qual è il modello perfettamente e rettamente cristiano, ma al tempo stesso deve tenere conto delle diverse circostanze di tempo e di luogo che impongono dei condizionamenti ai governanti nella realizzazione di un determinato modello economico-sociale. Nell’Italia di allora, che ancora scontava le deficienze e gli errori madornali della politica liberale, le circostanze avevano “imposto” che venisse posta in essere una determinata realizzazione del corporativismo (e questa realizzazione, che purtroppo mai fu integrale, finché fu in corso d’opera venne incoraggiata e benvista).
    Negli Stati Uniti d’America la situazione era peggiore: se in Italia c’era un regime corporativo, per quanto suscettibile di miglioramenti e non pienamente realizzato, negli USA non vi era traccia di “corporazioni” – né “di Stato” né di altro genere - che avessero per fine la conciliazione delle istanze dei lavoratori e dei datori di lavoro in virtù del conseguimento del bene comune. Tant’è che a Pio XII toccò esortarli in quella direzione…che purtroppo mai seguirono.

    E nel dopoguerra Pio XII cercò di rianimare la dottrina del corporativismo, ma di quello DEMOCRATICO, e non ci riuscì propria per colpa dell’eredità del corporativismo fascista.
    Tanto per essere chiari, e per finirla con le tue sbrodolate di citazioni del periodo fascista, potresti citarmi dichiarazioni del magistero del dopoguerra che elogiano il corporativismo fascista?
    Che io sappia non ve ne sono, ma, comunque, non era più necessario che l’argomento venisse trattato in quanto il sistema che aveva posto in essere il Fascismo era venuto definitivamente meno con la sua caduta. Ormai i modelli economici e sociali prevalenti erano quelli del liberal-capitalismo americano e del socialismo collettivista sovietico.
    Sta di fatto che non si sentì affatto il bisogno di condannare, a livello magisteriale, quel sistema che, in precedenza, si era inequivocabilmente elogiato per quanto di positivo aveva realizzato e cercato di realizzare.

    Non so se fu nobile, so che il corporativismo fascista fu un tentativo sostanzialmente fallito, e già prima della fine guerra, come la Chiesa stessa dovette constatare.
    Certamente il corporativismo fascista non trovò realizzazione integrale e, ad un certo punto, fu a tutti evidente che necessitasse di correttivi e di cambiamenti. Tuttavia, nonostante tutto, questo tentativo comportò l’approvazione di una serie di leggi inerenti l’ambito economico, sociale e lavorativo che migliorarono le condizioni del popolo italiano e la cui validità venne universalmente riconosciuta.

    Se ti riferisci alle leggi relative alla legislazione del lavoro, alle 40 ore, all’assistenza e alle assicurazioni per i lavoratori, i malati, i disoccupati, i poveri, ecc. si trattava di provvidenze istituite nello stesso periodo in tutte le nazioni più avanzate. C’era però, in effetti, una differenza sostanziale: nelle altre nazioni non era stata sacrificata la libertà sindacale….e la libertà tout court. E i cittadini non vennero trasformati in carne da cannone utilizzata nell’illusione di edificare Imperi impossibili…
    Le altre nazioni erano le altre nazioni e non l’Italia, che aveva una sua particolare storia, condizionata dal fatto che per 60 anni era stata mal governata da forze politiche liberali che non avevano saputo essere all’altezza delle esigenze poste dall’unificazione del paese (condotta in maniera discutibile, per non dire errata, e senza tenere conto della realtà concreta di un’Italia frammentata o della sua tradizione religiosa cattolica). Nelle altre nazioni, inoltre, non vi fu, a guerra appena terminata, un vasto movimento operaio e contadino di natura socialista, spesso tendente al bolscevismo, che ricattava costantemente lo Stato liberale e commetteva innumerevoli violenze, tali da paralizzare la nazione. La libertà sindacale in Italia aveva portato al diffondersi della peste socialista, bolscevica ed anarcoide; aveva portato a violenze, a scioperi e a continui attacchi nei confronti non solo dei grandi proprietari terrieri e dei grandi industriali, ma anche dei piccoli proprietari terrieri e dei piccoli industriali; aveva favorito l’instaurarsi di un sistema ricattatorio che costringeva i “padroni” a cedere costantemente alle pretese inique del sindacalismo rosso e lo Stato ad assecondarne la delinquenza. Questo “caos” e questo clima da guerra civile strisciante aveva evidenziato come non fossero più adeguate le istituzioni dello Stato liberale e i principi su cui esse si fondavano. D’altronde, la libertà sindacale e la libertà non devono essere sinonimi di “libertà di fare ciò che si vuole, secondo il proprio arbitrio”, altrimenti si scade nell’anarchia e nel disordine. Esse devono avere dei limiti invalicabili, di natura etica e politico-sociale, che le rendano diverse ed opposte alla licenza ed all’arbitrio soggettivo. Di tale problema si fece carico il Fascismo, tramite il suo Duce, Benito Mussolini, mentre invece le altre forze politiche, democristiani inclusi, non erano state in grado di affrontarlo adeguatamente.

    L’IRI, immenso carrozzone statalista, è rimasta sul gobbo dell’Italia per più di 40 anni, accumulando alla fine più di 5000 miliardi di perdite.
    Ammesso e non concesso che l’IRI dovesse “salvare” proprio tutte le imprese di cui si occupò negli anni ’30, avrebbe dovuto restituire in tempi brevi al mercato le aziende che aveva assorbito. Invece il fascismo lo trasformò in ente pubblico permanente, e alla fine, come sempre, i cittadini italiani, nella eterna parte di Pantalone, dovettero pagarne le spese. C’è da dire che, sotto l’afascista Beneduce, fu meno dannosa di quanto divenne in seguito…
    L’IRI è divenuta un “carrozzone statalista” in epoca democristiana e, tuttavia, nonostante ciò, anche nel secondo dopoguerra ebbe un ruolo utile nello sviluppo industriale del nostro paese. Durante il Fascismo, anche grazie alla guida di Beneduce, da te citato, ebbe un benefico effetto sulla ripresa della nostra economia.

    Resta il fatto che la corruzione e l’inefficienza tipici dell’amministrazione pubblica italiana furono una eredità del fascismo. Gli statali fascisti riuscirono a lucrare non solo sulle committenze pubbliche a favore dei grandi industriali, ma persino dai procedimenti di “arianizzazione” inventati dopo il varo delle leggi razziali.
    A dire il vero, quello fascista, a differenza del regime precedente, cercò di contrastare la corruzione ed il malaffare e riformò la pubblica amministrazione, rendendola più efficiente rispetto a quanto avveniva durante l’età liberale. La corruzione e le inefficienze ovviamente non scomparirono del tutto, però anche da questo punto di vista il Fascismo riuscì ad attuare un certo miglioramento.


    La SOCIALizzazione delle imprese, imposta dall’alto, cioè dallo Stato, è una grande porcata SOCIALista; altra cosa è la promozione dal basso del cooperativismo, delle imprese sociali sussidiarie, e della partecipazione dei lavoratori alle imprese, attuata volontariamente.
    Lo Stato, in quanto arbitro e regolatore dei conflitti sociali ed in base al principio direttivo dell’economia, “può con maggior cura specificare, considerata la vera necessità del bene comune e tenendo sempre innanzi agli occhi la legge naturale e divina, che cosa sia lecito ai possidenti e che cosa no, nell'uso dei propri beni”.
    Entro questi limiti, quindi, lo Stato ha tutto il diritto di intervenire: “È necessario dunque con tutte le forze procurare che in avvenire i capitali guadagnati non si accumulino se non con equa proporzione presso i ricchi, e si distribuiscano con una certa ampiezza fra i prestatori di opera, non perché questi rallentino nel lavoro, essendo l'uomo nato al lavoro come l'uccello al volo, ma perché con la economia aiutino il loro avere, e amministrando con saggezza l'aumentata proprietà possano più facilmente e tranquillamente sostenere i pesi della famiglia, e usciti da quell'incerta sorte di vita, in cui si dibatte il proletariato, non solo siano in grado di sopportare le vicende della vita, ma possano ripromettersi che alla loro morte saranno convenientemente provveduti quelli che lasciano dopo di sé”.
    Non solo: “non può una classe escludere l'altra dalla partecipazione degli utili”.
    Il decreto sulla socializzazione, pur nella sua sostanziale velleità in quanto ormai le sorti del Fascismo erano compromesse e il tempo evidentemente mancava perché avesse una piena ed efficace attuazione, aveva il merito di voler dare, quanto meno nelle sue intenzioni, nuovo impulso a quello che era stato il regime corporativo durante il Fascismo-regime, promuovendo in maniera forte la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’azienda; una maggior rappresentanza delle categorie produttive; un progressivo demandare a società “inferiori” ciò che invece fino ad allora aveva ricevuto il sostegno diretto dello Stato; l’affermarsi di un sistema meritocratico che premiasse, nell’ambito del lavoro, chi veramente meritevole di avanzare socialmente ed economicamente; la responsabilizzazione del “capo dell’impresa” e la conseguente trasformazione di tale figura da semplicemente “economica” a “morale”, senza inutili verticismi ed imposizioni dall’alto; il capitale concepito non più mero ed ozioso accumulo di un privato ma come fecondo risparmio; il definitivo superamento della dialettica fra datori di lavoro e lavoratori in nome di un sempre più diffuso solidarismo etico e gerarchico.

    Il giudizio positivo riguardava o provvidenze attuate anche nei Paesi democratici, ma senza privazioni di libertà o irreggimentazioni belliche, oppure, e con esplicite riserve, istituzioni teoriche che si rivelarono fallimentari alla prova dei fatti.
    A dire il vero, non mi risulta proprio che nei paesi democratici all’epoca vi fosse una efficace repressione dei “conati socialisti” o il divieto di sciopero corrispondente al divieto di serrata o la pacifica collaborazione delle classi o un sistema corporativo in divenire (né dall’alto né dal basso). Così come non mi risulta che si fosse intesa la necessità di trovare un’efficace “terza via” al capitalismo liberale e al collettivismo marxista e ai suoi fratelli bastardi socialisti. Basti pensare poi al fatto che l’Italia, grazie al suo sistema economico-sociale e al suo ordinamento corporativo, pur non integralmente realizzato ed in fase di sviluppo, riuscì ad affrontare al meglio gli effetti della crisi economica mondiale, nonostante partisse svantaggiata rispetto a nazioni europee più sviluppate come Gran Bretagna e Francia per condizioni materiali ed economiche, nonché sviluppo industriale. A ciò si aggiunga che molte delle conquiste sociali del Fascismo trovarono attuazione in certe democrazie soltanto in una fase successiva alla loro introduzione in Italia. Ad esempio, le otto ore lavorative furono introdotte nel 1923 in Italia, mentre invece nella “democratica” Francia – figlia della Rivoluzione Francese - esse furono introdotte solamente durante il governo dell’ebreo socialista Leon Blum, nel 1936 (per essere poi revocate). Una compiuta legislazione sociale trovò attuazione in Gran Bretagna soltanto dopo il termine della seconda guerra mondiale, nonostante l’industrializzazione di antica data e i provvedimenti che erano già stati presi in passato (più per imitazione della legislazione bismarckiana che per altro e senza superare l’antitesi fra datori di lavoro e lavoratori).


    Caduto il fascismo la Chiesa e i cattolici non avevano più nulla da temere, e il magistero potè liberamente giudicare e condannare quel regime che aveva prodotto frutti tanto tragici e fallimentari.
    Non esiste alcuna condanna definitiva del Fascismo, in quanto tale, nel Magistero della Chiesa e dei Papi.
    Esistono delle riflessioni di carattere generale su forme del potere civile, senza riferimenti diretti al Fascismo, oltre tutto poste non dogmaticamente ed infallibilmente, come invece nel caso delle condanne delle ideologie liberali, massoniche, democraticiste, socialiste e comuniste.

    San Pio X nella Singulari quadam aveva lodato le organizzazioni “puramente” cattoliche, ma aveva pure affermato la liceità della collaborazione con gli acattolici:
    “Perciò facciamo molto volentieri ogni elogio a tutte le associazioni operaie puramente cattoliche esistenti in Germania, desideriamo che ogni loro iniziativa in favore delle masse operaie abbia successo, e auguriamo ad esse sviluppi sempre più felici. Con questo tuttavia non intendiamo negare che sia lecito ai cattolici lavorare, con cautela, insieme con gli acattolici, per procurare all'operaio una sorte migliore e per una più equa retribuzione e condizione di lavoro, o per qualunque altro fine utile e onesto.”
    Collaborazione che veniva ammessa nel contesto di una nazione la cui multiconfessionalità aveva assunto, purtroppo, un carattere plurisecolare e consolidato. Ciò non cambiava il fatto che, di per sé, la libertà sindacale non fosse concepita come diritto di tutti, ma esclusivamente nel rispetto dei principi della dottrina sociale della Chiesa. Motivo per cui, ad esempio, nella Quadragesimo anno Pio XI elogiò la repressione dei “conati” socialisti da parte del Fascismo.
    Motivo per cui, quando si prospettò una convergenza antifascista tra il Partito Popolare Italiano e i socialisti italiani in seguito alla vicenda del delitto Matteotti, il Papa e la Chiesa ebbero modo di esprimere tutto il loro disappunto...

    Prima ancora Leone XIII nella Rerum novarum aveva proclamato la libertà associativa, che poteva essere limitata dallo Stato solo in casi eccezionali:
    “Ora, sebbene queste private associazioni esistano dentro la Stato e ne siano come tante parti, tuttavia in generale, e assolutamente parlando, non può lo Stato proibirne la formazione. Poiché il diritto di unirsi in società l'uomo l'ha da natura, e i diritti naturali lo Stato deve tutelarli, non distruggerli. Vietando tali associazioni, egli contraddirebbe sé stesso, perché l'origine del consorzio civile, come degli altri consorzi, sta appunto nella naturale socialità dell'uomo. Si danno però casi che rendono legittimo e doveroso il divieto. Quando società particolari si prefiggono un fine apertamente contrario all'onestà, alla giustizia, alla sicurezza del consorzio civile, legittimamente vi si oppone lo Stato, o vietando che si formino o sciogliendole se sono formate; è necessario però procedere in ciò con somma cautela per non invadere i diritti dei cittadini, e non fare il male sotto pretesto del pubblico bene. Poiché le leggi non obbligano se non in quanto sono conformi alla retta ragione, e perciò stesso alla legge eterna di Dio .”
    Infatti, in armonia con questi principi, nella “Quadragesimo anno” Pio XI lodò il fatto che il regime fascista avesse represso adeguatamente i conati socialisti, dando impulso ad una pacifica collaborazione fra le classi sociali e riconoscendo giuridicamente un sindacato non politicizzato il cui carattere sostanzialmente monopolistico non impediva la formazione di associazioni professionali di fatto.


    Nella Mater et magistra veniva poi fornita l’interpretazione autentica di quella enciclica, rilevando che la libertà sindacale era un diritto naturale dei lavoratori:
    “Ai lavoratori, si afferma ancora nell’enciclica [Rerum novarum] va riconosciuto come naturale il diritto di dar vita ad associazioni o di soli operai o miste di operai e padroni, come pure il diritto di conferire ad esse la struttura organizzativa che ritengono più idonea a perseguire i loro legittimi interessi economico - professionali e il diritto di muoversi autonomamente e di propria iniziativa all’interno di esse per il proseguimento di detti interessi.”
    Diritto che però non risulta essenziale in presenza di circostanze particolari che possono determinarne la sospensione o la limitazione, come ad esempio la necessità di reprimere i conati socialisti e il classismo marxista.

    Il regime fascista autoritario-totalitario, e intrinsecamente laicista,
    Siamo alle comiche! La Chiesa non volle attribuire in definitiva al regime e al partito in quanto tali certe tendenze e azioni che furono considerate incompatibili con la religione cattolica (Enc. Non abbiamo bisogno, 1931). Perciò, il Pontefice non insegnò, come invece ritieni tu, che il Fascismo fosse “intrinsecamente laicista” o “intrinsecamente statolatrico, neopagano e anticristiano”, ma insegnò che ‘per se’, cioè nella sua essenza (“come tale”), il Fascismo non era stato condannato né era condannabile. Ad essere oggetto di condanna erano state alcune sue azioni e tendenze, che si erano rivelate contrarie alla Fede e alla morale cattolica. Azioni e tendenze programmatiche (per altro desunte non direttamente da Mussolini, ma da esponenti del regime e del partito come l’ex massone Giovanni Giuriati, che dopo la bagarre venne allontanato dalla carica di segretario del Partito Nazionale Fascista) che trovarono una rettifica negli accordi tra Santa Sede e regime fascista, i quali soddisfarono sia le esigenze del Fascismo che del Cattolicesimo Romano.
    Perciò, se il comunismo era “intrinsecamente perverso” e il liberalismo un tentativo di “accordo fra Cristo e Belial”, il Fascismo invece non era condannabile “come tale” dal Magistero della Chiesa.
    Puerile ritenere e affermare che la Chiesa all’epoca non volle condannare il Fascismo “integralmente” (io direi più correttamente “nella sua essenza”) perché temeva ritorsioni dell’Italia fascista sul Vaticano: nulla avrebbe impedito a Papa Pio XII, successore di Pio XI, di formulare una netta condanna, ex cathedra, della “dottrina fascista”, come invece aveva fatto in passato la Chiesa per pestilenze ideologiche come il liberalismo, la massoneria, il socialismo e il comunismo, nel secondo dopoguerra.


    volle progressivamente colpire e smantellare tutti i corpi sociali intermedi e sussidiari
    Ennesima affermazione tendenziosa: infatti, banche cattoliche come il Banco di Roma rischiavano il fallimento e passarono sotto il controllo dello Stato per evitare che ciò avvenisse. La cosiddetta ‘occupazione’ e/o ‘ingerenza’ fascista avvenne perché l’alternativa era il fallimento. Perciò, in taluni casi, lo Stato ne prese il controllo diretto o indiretto non per distruggerle, ma per salvarle.

    Arturo Carlo Jemolo rileva che “Il partito fascista pretendeva di essere la vera chiesa, tutto doveva essere in esso compreso, ogni bisogno doveva trovare appagamento nella casa del fascio: un teatrino parrocchiale, un circolo diocesano di cultura, una associazione di studenti cattolici, erano manifestazioni di eresia, sottrazioni di credenti alla chiesa fascista.”
    Il “cattolico” (virgolette d’obbligo…) liberale azionista antifascista Jemolo non ha mai capito una mazza di Fascismo (né di Cattolicesimo), da questo punto di vista.

    La Chiesa, delle sue innumerevoli grandi associazioni di carattere sociale, potè salvare solo l’Azione cattolica,
    Non “poté salvare”, ma “volle salvare” solo l’Azione Cattolica, come, in maniera critica, rilevò Francesco Luigi Ferrari, da te ben conosciuto (immagino). È ben diverso.

    e comunque la dovette più volte difendere con le unghie e con i denti dagli attacchi del regime, il quale aveva preteso che essa non si potesse occupare di alcun ambito politico, economico o sociale(e nemmeno….sportivo!).
    Come già detto, dopo il 1931 gli attriti cessarono e la Chiesa accettò di buon grado l’accordo raggiunto tra le parti.

    A parte il fatto che l’”Osservatore romano”, che tiri spesso in ballo a sproposito, assieme a certi fantomatici “si dice”, non è il magistero cattolico,
    Mai scritto che fosse “fonte di magistero”. Se sostieni che io abbia scritto il contrario, ti inviterei a provarlo.

    nella frase che hai riportato non si parla affatto dell’autarchia.
    Infatti non la citavo per sottolineare l’approvazione dell’autarchia, ma il riconoscimento della benemerita politica sociale fascista. Era nella frase precedente che scrivevo che nemmeno l’autarchia trovò sfavorevole accoglienza nel mondo cattolico.
    Così proseguiva l’articolo de “L’Osservatore Romano”, all’epoca direttamente controllato dalla Segreteria di Stato: “Oltre alle ben note iniziative ed opere per il fervido incremento di ogni attività nel campo del lavoro, della previdenza, dello sviluppo agricolo, industriale, edilizio e per la sempre maggiore diffusione della cultura, leggi particolari, ordinanze reiterate, tendono apertamente, senza falsi timori e senza debolezze, a dar protezione all’infanzia, a ripristinare nel popolo la civile e cristiana dignità del linguaggio, a salvaguardare le sorti della famiglia con quelle della madre, a difendere il buon costume contro l’incessante dilagare dell’immoralità e dei suoi lenocinii, massime per la giovane età sempre tanto insidiata. Né si possono dimenticare le provvidenze, care ad ogni credente, e particolarmente apprezzate da quanti hanno cura di anime, dirette a reprimere l’empia propaganda – la quale altrove mena così grande strage, e non di anime soltanto – che attenta alle sorgenti stesse della vita e che, spingendo gli uomini a violare le più fondamentali leggi della natura, di questa più atrocemente offende l’Autore. I cattolici, che la Chiesa chiama ed educa a collaborare con la loro azione all’Apostolato Gerarchico, e che perciò stesso sono particolarmente impegnati a combattere tutte le correnti d’idee, le istituzioni, le concezioni che comunque avversano la morale e la religione, a favorire e promuovere la vita religiosa ed a procurare così le più alte sanzioni all’adempimento di tutti i doveri, non possono che salutare con schietto plauso tutto quello che lo Stato, in Italia, è venuto compiendo verso così alte mete”.

    Il “sociale” può riferirsi a quella legislazione previdenziale alla quale, nelle altre nazioni, non era stata però sacrificata la libertà sindacale….e la libertà tout court.
    Come già detto, l’Italia del 1922, anno della nomina a Presidente del Consiglio dei Ministro di Benito Mussolini, non partiva esattamente dalle stesse condizioni di paesi come Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e persino Germania. Determinati paragoni risultano, quindi, fuori luogo. Ma anche se si volessero fare bisognerebbe rilevare come, in realtà, la legislazione sociale fascista avesse dei punti molto avanzati. Si pensi al fatto che le otto ore lavorative in Francia furono introdotte solamente nel 1936 (per poi essere revocate). Mussolini le aveva introdotte in Italia dal 1923, cioè ben 13 anni prima!

    E i cittadini di queste altre nazioni non venivano trasformati in carne da cannone
    Dovresti ringraziare la tanto vituperata “carne da cannone” fascista se la Spagna non finì nelle mani degli atei bolscevichi senza Dio e delle peggiori forze sovversive, laiciste, anticristiane e demo-massoniche. Dovresti farlo così come fece Papa Pio XII il 7 giugno 1939: “Vi ringrazio per il contributo efficace e generoso, anche di sangue, da voi dato nella vittoriosa Crociata in terra di Spagna. Voi avete difeso e salvato la Civiltà cristiana e quella Nazione a Noi tanto cara. Vi ripeto il mio grazie e vi impartisco di cuore l'Apostolica Benedizione”. Se la Spagna cattolica avesse dovuto aspettare gli aiuti delle “democratiche” Francia, Inghilterra e Stati Uniti probabilmente avremmo avuto un oppressivo regime totalitario laicista-comunista repubblicano, ateo e anticattolico, nel bel mezzo del Mediterraneo! Del resto, è universalmente noto come la Francia del Fronte Popolare fosse solidale con la Spagna repubblicana, al pari dell’Unione Sovietica. Solo l’Inghilterra mantenne un atteggiamento più prudente, che però inizialmente propendeva in favore dei repubblicani. Gli stessi Stati Uniti d’America non si schierarono apertamente dalla parte dei repubblicani…esclusivamente perché Roosevelt, nonostante la sua personale simpatia verso la causa della repubblica spagnola, sapeva benissimo che se si fosse allineato a Stalin avrebbe fatto la figura, in patria e all’estero, del cripto-bolscevico. Ciò non toglie che le cosiddette “democrazie occidentali” ebbero la faccia tosta di rimproverare alla Germania, all’Italia e al Portogallo di indebite ingerenze e di violazione di una supposta neutralità obbligatoria, non rendendosi contro che la guerra civile spagnola non era solamente una contesa politica sfociata in un conflitto armato ma una vera e propria guerra santa contro il cancro ateo e laicista nelle sue innumerevoli sfaccettature e correnti.

    I conti si fanno alla fine, e i conti finali dell’”ordine nuovo” fascista sono risultati negativamente tragici, o tragicamente negativi. Brucculeri ha continuato a tessere le lodi dell’”ordine nuovo” fascista pure nel dopoguerra?
    Padre Brucculeri non ha continuato a tessere le lodi dell’ordine nuovo fascista nel dopoguerra perché tale ordine nuovo, che era in divenire e non si considerava “fatto e finito”, era venuto meno a causa delle democratiche bombe dei “liberatori” anglo-americani. Del resto, se nel dopoguerra si veniva sommersi di critiche al solo accennare alla parola “corporazione”, a causa della psicosi antifascista e al terrorismo – fisico e psicologico – delle forze social-comuniste e azioniste in tale direzione, figurati se fosse possibile anche solo minimamente accennare a quanto di buono avesse fatto il regime in materia economico-sociale.

    L’occhio del padrone ingrassa…il gregge di carne da cannone, destinato a crepare per soddisfare i sogni di gloria del novello Cesare di carta velina, spasmodicamente proteso a creare il nuovo impero romano…
    Vorresti forse negare le benemerite realizzazioni del Fascismo in materia economico-sociale?
    Vorresti forse riproporre la vetusta tesi storiografica marxista, per altro ormai del tutto abbandonata, del Fascismo come “mazziere del capitale”?
    Vorresti forse dirmi che: ‘gratta il “teoconservatore” americanofilo e troverai la zecca antifascista mili-tonta’? Spero proprio di no.

    E’ significativo il fatto che Mussolini queste amene scemenze, non avesse nemmeno il coraggio di dirle direttamente al senatore Agnelli!
    È significativo il fatto che Mussolini, ben lungi dalla vulgata marxista secondo cui il Fascismo sarebbe stato esclusivamente il “mazziere del capitale”, mandasse a dire al senatore Agnelli che doveva rispettare la dignità dei lavoratori e non trattarli come se fossero delle macchine senz’anima, in perfetta armonia con i principi della dottrina sociale della Chiesa.

    Ma è giusto così: il servo….serve. Mussolini era arrivato al potere soprattutto grazie all’appoggio e ai milioni dei grandi industriali, e aveva cominciato subito a saldare i suoi debiti. Il governo di Giolitti, appoggiato dai cattolici del Partito Popolare, aveva promosso leggi volte a confiscare i profitti bellici dei “pescicani”, a istituire una commissione di inchiesta sulle spese e sulle commissioni del periodo di guerra, ad aumentare l’imposta di successione, a imporre la nominatività dei titoli, tutti provvedimenti che colpivano i grandi industriali.
    Mussolini, giunto al potere, nel giro di pochi mesi non solo abrogò i suddetti provvedimenti, e fece insabbiare l’inchiesta sui profitti bellici, ma varò una serie di leggi favorevoli ai poteri forti economici…
    Solite bufale antifasciste che sottolineano solo unilateralmente la realtà dei fatti, mistificandola.

    La tematica corporativa democratica, sussidiaria, partente dal basso, non quella fascista, statalistica, autoritaria, governata dall’alto, che si era rivelata ridicola e fallimentare.
    Devo ancora spiegarti che le circostanze dell’epoca, dominate da un cieco e violento antifascismo, non permettevano di trattare serenamente l’argomento? Devo ancora spiegarti che – con la fine del regime fascista – era ovvio e naturale che la tematica corporativa venisse trattata sotto una diversa ottica?
    Che non si dovesse tutto stravolgere della legislazione passata in materia economico-sociale risultava evidente anche al Papa, il quale, pur non facendo riferimento diretto ed esplicito al regime fascista, così ammoniva: “Giovi a questo riguardo ricordare che non sempre la novità delle leggi è fonte di salute per il popolo: sovente anzi la precipitosa ricerca di radicali innovazioni è indice d’oblio della propria dignità e della propria storia e di facile resa ad estranei influssi e a non meditate idee” (19 ottobre 1945).

    Vero, era un peccato che avesse occupato militarmente, in modo autonomo, parte dell’Europa, e che avesse un peso politico e militare tale da rimanerne in possesso.
    Esilarante! Devo ricordarti che l’Unione Sovietica riuscì a resistere alle truppe dell’Asse anche e soprattutto grazie alle armi, alle materie prime e agli aiuti finanziari fornitile dagli Stati Uniti d’America?
    Grazie ai dollari americani venne impedito il collasso dell’economia sovietica…questo favorì la resistenza sovietica e sbarrò la strada agli eserciti dell’Asse. E portò Stalin alla vittoria.

    Nel discorso che richiami però non vedo nessuna critica agli americani e ai loro alleati in relazione a Yalta,
    La critica stava nel fatto che coi principi sbandierati nella Carta Atlantica gli Alleati si erano puliti amabilmente il culo in nome di una logica di spartizione del “bottino di guerra” fra di loro, dopo che avevano illuso i popoli con le classiche “belle parole” (prive di sostanza). Tale logica era stata sancita a Yalta. Ma del resto cosa ci si poteva aspettare dai “liberatori”, che pur di inseguire la loro gloria terrena erano disposti a distruggere tutto ciò che incontravano sulla loro strada, come ad esempio l’abazia di Montecassino? Pretendere poi che il Papa indicasse soluzioni pratiche, concrete e dettagliate è assurdo per il semplice fatto che nessuna delle parti in causa riconosceva realmente al Papa il ruolo di mediatore ed arbitro delle contese internazionali in virtù del suo essere il Vicario di Cristo.


    Intanto gli Alleati avevano
    …il demerito immenso di aver democraticamente bombardato senza ritegno e pietà l’Italia intera, così come la Germania, non solo colpendo obiettivi militari (cosa comunque legittima in guerra) ma anche civili. Roma venne bombardata più volte, nonostante gli appelli del Papa a Roosevelt in senso contrario. Da notare che i più accaniti sostenitori della “politica” dei bombardamenti sull’Italia furono proprio gli inglesi di Churchill…ovviamente, va ricordato che sarebbe stupido giustificare questo accanimento col fatto che gli Italiani, in numero per altro molto limitato, diedero il loro supporto all’alleato tedesco nel corso della “battaglia d’Inghilterra”, dal momento che quei bombardamenti furono una reazione ad eguale ed iniziale comportamento britannico.

    Ah sì, il “figlio” di Hitler, quello che sognava “Papà Pagàn per mille anni”. Degrelle era cattolico come don Gallo….
    A dire il vero, Degrelle non sognava affatto “Hitler per mille anni”. “Hitler per mille anni” è il titolo italiano di uno scritto di Degrelle il cui titolo originale era “Nous, les fascistes”. In realtà, il titolo riadattava una frase che aveva pronunciato il socialista Paul-Henri Spaak: “Hitler, ce n’è per mille anni!”
    In quel libro Degrelle precisa proprio l’estraneità del rexismo all’antisemitismo, il suo sostegno ad una politica di neutralità, la contrarietà alla guerra.

    Divennero carta straccia per i sovietici
    …ed anche per gli anglo-americani. Devi capire che per Pio XII la contrapposizione fra Occidente ed Oriente, nel corso della guerra fredda, era la contrapposizione tra due “imperialismi moderni”, dai quali era totalmente estranea la Chiesa.

    Vero: dava pure a Mussolini la colpa di averci fatto intervenire l’Italia,
    A dire il vero, il Papa sapeva benissimo degli sforzi fatti dal Duce per evitare sin dall’inizio lo scoppio di un conflitto europeo o addirittura mondiale. E tu lo sai bene.

    e a entrambi di averla voluta demenzialmente proseguire fino alla fine
    Mussolini non voleva proseguire la guerra ed è ormai storicamente provato. Accettò da Hitler il compito di costituire uno Stato fascista repubblicano per amor di patria e per evitare che i Tedeschi, inviperiti per la slealtà e la scorrettezza di Badoglio e di Re Vittorio Emanuele III, facessero dell’Italia una seconda Polonia. Nel corso della guerra civile, Mussolini fece tutti gli sforzi possibili, nonostante la viltà e la violenza dei partigiani antifascisti, per attenuare i rigori dell’occupazione tedesca e gli scontri fratricidi.

    Ingiustizie e storture che
    …erano state causate dalla miopia delle democrazie liberali e dal loro stolto egoismo.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  6. #36
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Citazione Originariamente Scritto da Melchisedec
    Rivendicazioni che non giustificavano affatto
    L’ho detto sin dall’inizio della discussione che Pio XII era contrario alla guerra. Logico che non ritenesse lecito, in casu, il ricorso alla guerra per risolvere le controversie internazionali sorte in quel periodo. Eguale disapprovazione avrebbero avuto Gran Bretagna e Francia se, per esempio, avessero attaccato la Germania per prevenire un ipotetico attacco alla Polonia. È comunque ben chiaro come il Papa non risparmiasse nessuno dalle sue responsabilità.

    “una così funesta guerra, scatenata da una ingiusta aggressione,
    Il Papa però si rendeva perfettamente conto che “chi mai avrebbe [avuto] il diritto di ritenersi senza colpa alcuna?”

    e continuata oltre i limiti del lecito, quando cioè essa appariva irreparabilmente perduta”
    Ma ciò era avvenuto perché gli Alleati avevano compiuto “atti, che, invece di incoraggiare la fiducia, riaccend[evano] piuttosto gli odi e rinsalda[va]no il proposito di resistenza”.

    Perché era nelle mani di un pazzo, che, dopo aver cominciato una così funesta guerra, scatenata da una ingiusta aggressione, la continuava oltre i limiti del lecito, quando cioè essa appariva irreparabilmente perduta.
    …ma ciò avvenne perché chi avrebbe dovuto dare alle nazioni “la fondata speranza di una pace degna” si era lasciato andare ad “atti, che, invece di incoraggiare la fiducia, riaccend[evano] piuttosto gli odi e rinsalda[va]no il proposito di resistenza”.

    Ma….l’agganciamento al conflitto mondiale come era avvenuto?
    Era avvenuto grazie a quei “saggi governanti britannici” che, nonostante l’Italia avesse dichiarato la propria non belligeranza, avevano avuto la furrrrrrrba pensata di imporre lo strangolamento dell’Italia nel Mediterraneo attraverso un iniquo blocco navale, che stava arrecando non pochi danni ai commerci italiani. Devi sapere che prima della decisione di Mussolini di scendere in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente le relazioni fra Italia e Germania avevano subito una fase di stallo per diverse ragioni: l’attacco alla Polonia, di cui il governo italiano non era stato avvisato preventivamente ma a fatto compiuto; l’appoggio italiano alla Finlandia in lotta contro l’Unione Sovietica (nota bene: il Papa si pronunciò apertamente contro la vile aggressione sovietica ed in difesa del popolo finlandese…), con cui però la Germania di Hitler era legata da un patto di non aggressione (il famoso patto Molotov-Ribbentrop); la tardiva risposta di Hitler alla lettera di Mussolini in cui quest’ultimo chiedeva esplicitamente al Fuehrer di non riprendere le ostilità e di lasciare che fosse lui stesso a trovare una soluzione di mediazione tra le parti.

    Sì, il tradimento del coglione che avrebbe voluto uscire dalla guerra “nel rispetto però dei patti sottoscritti con la Germania”, ma che cinque giorni prima, incontrando Hitler a Feltre, si era cagato in mano, e non aveva avuto il coraggio di parlare di tale “uscita” con il Fuhrer…
    Il colloquio di Feltre venne interrotto dalla notizia del bombardamento alleato sulla città di Roma. Mussolini comunque volle prendere tempo perché era impegnato in una difficile manovra diplomatica che avrebbe comportato la cessazione delle ostilità sul fronte orientale, con l’aiuto della diplomazia giapponese e l’intesa dei paesi danubiani alleati dell’Asse (ad es.: Romania). Il Duce voleva convincere il Fuehrer che senza la cessazione delle ostilità sul fronte dell’Est gli Alleati sarebbero dilagati in tutta l’Italia meridionale. Di fronte ad una prospettiva del genere, all’Italia non sarebbe rimasta altra opportunità che quella di uno sganciamento dal conflitto mondiale e di un ritiro concordato delle truppe tedesche dalla penisola (un po’ come accadde, per lo meno inizialmente, nel caso della Finlandia) senza spargimenti di sangue. Se invece la Germania avesse concluso con la Russia una pace separata o quanto meno un armistizio, ciò avrebbe consentito una più efficace resistenza contro gli anglo-americani nella penisola e al tempo stesso avrebbe spaccato il fronte nemico in due, indebolendolo inevitabilmente. Il 25 luglio, nonostante il voto del Gran Consiglio, si ipotizzò di redigere, in tal senso, un ultimatum al leader tedesco. Il progetto, che non si realizzò, prevedeva un’uscita dell’Italia dal conflitto entro il 15 settembre.


    Il discorso è del 1949, e non si riferisce a Mussolini e ai gerarchi uccisi già nell’aprile del 1945. Esso accenna anche alle stragi del dopoguerra, ma ha come tema il comportamento dei pubblici poteri di allora, affinché contemperassero il dovere della retta amministrazione della giustizia, con l’esercizio della carità e della misericordia, ponendo fine a residui vendicativi di leggi straordinarie che erano ancora in vigore.
    Sbagliato, la tua è una visione unilaterale. Il discorso, pur essendo del 1949, faceva ANCHE riferimento alle esecuzioni sommarie dei gerarchi e, in particolar modo, al vilipendio di piazzale Loreto che aveva seguito la morte di Mussolini, oltre che a tutte le violenze commesse contro i fascisti e i loro familiari: “Quando in tempi recenti, prendendo a motivo una guerra sfortunata o colpe politiche, si scatenarono ondate di rappresaglie, sconosciute finora nella storia almeno per il numero delle vittime, il Nostro cuore fu invaso da acerbo dolore, non solo per la sventura che moltiplicava le sventure e gettava nel lutto migliaia di famiglie spesso innocenti, ma perché con sommo rammarico vi vedevamo la tragica testimonianza dell'apostasia dallo spirito cristiano”.
    Ci fu pure qualcuno che commentò: “Vangelo sanguinoso e implacabile”…

    La responsabilità della guerra sfortunata era di Mussolini, e Pio XII parla esplicitamente di errori e di colpe politiche (in riferimento a chi era ancora sottoposto a leggi straordinarie)
    Ma non parlava né di peccati né di “guerra ingiusta”. Non necessariamente una guerra sfortunata è una guerra ingiusta, così come non è necessariamente un peccato mortale una colpa politica.

    e pure di pene meritamente inflitte(delle quali disapprova solo gli ingiusti prolungamenti).
    A dire il vero, le pene meritamente inflitte alle quali si riferiva il Pontefice erano quelle per delitti comuni, no di certo quelle, dettate dalle leggi straordinarie, per “colpe politiche”: “Ispiri il Signore consigli di riconciliazione e di concordia a quanti sono investiti di pubbliche responsabilità, e, senza pregiudizio del bene comune, si ponga fine a quei residui di leggi straordinarie, che non riguardano i delitti comuni meritevoli di giusta punizione, e che, dopo lunghi anni dalla cessazione del conflitto armato, provocano in tante famiglie e in tanti individui sensi di esasperazione contro la società in cui sono costretti a soffrire”.

    Ma si rivolgeva pure in particolare all’Italia, e al fascismo, fautore della violenza e idolatra della nazione
    Questa è una tua arbitraria e discutibile opinione, non un fatto. Io non escludo che con tale espressione il Pontefice avesse voluto alludere a quei settori più violenti, ma minoritari, di quel che rimaneva del Fascismo, ma escludo che egli volesse riferirsi a tutti i fascisti italiani ed in particolare a Benito Mussolini. Allora i principali attori in gioco non erano più i fascisti o Mussolini, ma bensì altri. Lo sai perfettamente.
    Quando don Giusto Pancino chiese alla segreteria di Stato, tramite il Nunzio a Berna, le necessarie facoltà per assolvere, in caso di pentimento, Benito Mussolini durante la confessione sacramentale di cui aveva esplicitamente fatto richiesta, in quanto il sacerdote riteneva che il Duce del Fascismo avesse commesso dei peccati mortali la cui assoluzione fosse di stretta competenza della Santa Sede, cioè del Papa, così gli venne replicato dal Vaticano: “Benché non si veda di quali particolari facoltà possa trattarsi, Sua Santità le concede iuxta preces. Se Vostra Eccellenza Reverendissima è in grado di avere dal Rev. Pancino ulteriori precisazioni, veda di consigliarlo e di dirigerlo”.
    Difficile che una risposta del genere fosse data se si fosse considerato l’uomo in questione un “fautore di violenza” o addirittura un “persecutore della Chiesa” o il promotore di una concezione politica che di per sé attribuiva allo Stato “un’estensione indebita” (cioè un uomo palesemente e pubblicamente in stato di peccato mortale grave).


    Pio XII di solito allude al totalitarismo comunista mediante il concetto di “classe”, al totalitarismo nazista con quello di “razza” o “sangue”, all’autoritarismo-totalitarismo fascista con quello di “nazione”.
    Non tieni minimamente conto del fatto che il totalitarismo comunista riuscì ad amalgamare in sé, soprattutto all’epoca e per varie ragioni, non solo riferimenti alla classe e al popolo, ma anche ai concetti di nazione e di patria, sfoderando, seppur il più delle volte in senso strumentale, uno sciovinismo persino più brutale e violento di quello che viene storicamente attribuito al nazionalsocialismo o, spesso erroneamente od esageratamente, al Fascismo italiano.

    Di sicuro Pio XII non si riferiva a loro
    Come no: “E chi mai avrebbe il diritto di ritenersi senza colpa alcuna?”

    Americani, inglesi e francesi combattevano un “bellum iustum”.
    E poi ti sei svegliato tutto sudato?
    Il Papa mantenne sempre una stretta neutralità nei confronti dei belligeranti. Cosa che gli procurò non poche grane con gli Alleati e postume ed ingiuste accuse di “silenzi” durante la seconda guerra mondiale.

    “Apparentemente” un tubo!
    Apparentemente, perché il Papa sapeva benissimo che le “rovine” del paese erano state causate dai bombardamenti e dalle violenze degli Alleati anglo-americani e che senza una vera ricostruzione spirituale a nulla sarebbe servita una ricostruzione materiale. Infatti, il mondo uscito dalla seconda guerra mondiale, lungi dall’essere un mondo forgiato da una Fede viva e feconda nel Cattolicesimo, non ha fatto altro che procedere in maniera ancora più forte verso la secolarizzazione e la scristianizzazione. Pericoli che il Papa già all’epoca intuiva e che, nel corso degli anni, ebbe modo di riconoscere apertamente, giungendo ad affermare che quella fra Occidente liberalcapitalista e Oriente comunista non fosse altro che un’antitesi solamente apparente.

    Le Autorità italiane erano quelle del Regno d’Italia, che combatteva a fianco degli Alleati contro i nazifascisti. Infatti la Rsi non venne riconosciuta come Stato legittimo dal Vaticano. Il Papa, finalmente libero, non era più costretto a denominare Mussolini “eccellentissimo”….anche solo per ragioni strettamente diplomatiche….
    Il Vaticano non poté riconoscere ufficialmente la Repubblica Sociale Italiana per il semplice motivo che non è uso che paesi neutrali riconoscano stati sorti nel corso della guerra a conflitto non ancora terminato. Di fatto, il Vaticano ebbe comunque modo di rapportarsi, seppur in vario modo, con la RSI.
    Il 1 maggio 1944 il Papa ricevette in un’udienza privata il cappellano militare del “Barbarigo”, battaglione della Decima Flottiglia MAS. Secondo la testimonianza del cappellano, don Giuseppe Graziani, il Pontefice s’interessò della vita cristiana che conducevano i soldati del battaglione al fronte e addirittura, al termine del colloquio, lo incaricò di portare la benedizione pontificia ai soldati e al Comandante.
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  7. #37
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Citazione Originariamente Scritto da Melchisedec
    Oddio, il “mondo cattolico”: sei proprio alla frutta!
    A parte il fatto che la “Civiltà Cattolica” è solo una rivista, e non la succursale del magistero, Magister stesso scrive che nell’articolo “la guerra combattuta dagli Stati Uniti non è mai bollata come contraria alla fede e alla morale cristiana”.
    Mi sapresti indicare dove avrei scritto che “La Civiltà Cattolica”, soprattutto l’attuale “Civiltà Cattolica”, sarebbe una succursale del Magistero?
    Mi sapresti indicare dove avrei scritto che “La Civiltà Cattolica” è pregiudizievolmente anti-americana o che ha bollato come assolutamente ripugnanti alla Fede cristiana le guerre condotte dagli americani? No. Ho solamente detto che, anche recentemente, nel cosiddetto “mondo cattolico”, di cui è significativa espressione la rivista dei gesuiti, pur non godendo più dell’autorevolezza di una volta, vi è un atteggiamento fatto di molte riserve e fortissime perplessità, per non parlare di condanna, sul modello americano e sulla politica estera condotta dai presidente degli Stati Uniti d’America.
    …che conferma come “La Civiltà Cattolica” sia ormai solo una rivista come un’altra, anzi, a volte pure un po’ ideologizzata e poco informata….sulle opinioni del Papa.
    Credo che valga comunque la pena riportare per esteso l’articolo in questione, che rileva il dato oggettivo inconfutabile dell’esistenza di un vero e proprio nazionalismo americano, a sfondo messianico, democratico-umanitarista, con radici puritano-calviniste, che costituisce il tipico esempio di “religione della politica”.

    Il nazionalismo americano

    È difficile comprendere gli Stati Uniti senza tener conto che il nazionalismo americano è diverso dagli altri, perché è di matrice ideologica. La sua è una storia separata, che non accetta paragoni con gli altri, e per questo è stata la più nazionalista tra le nazioni più importanti. Non solo i politici e gli uomini pubblici ma la stessa gente comune ribadisce costantemente la propria superiorità su tutti gli altri, come se la qualità della Costituzione statunitense fosse la dimostrazione di un successo nazionale permanente. A riprova del fatto che quest’ultimo si è indebolito, le rivendicazioni nazionaliste hanno assunto toni sempre più aspri. George Keenan parla di «sventolio di bandiere, retorica sentenziosa, interminabili reminiscenze della grandezza della nazione, religioso incantamento del giuramento di fedeltà, atmosfera pseudoreligiosa e sommessa della cerimonia nazionale […], intolleranza farisaica nei confronti di coloro che rifiutano di partecipare a questi vari eventi rituali» (1). E tuttavia il nazionalismo degli Stati Uniti si è sviluppato relativamente tardi, negli ultimi 150 anni, in un Paese in cui originariamente le persone promettevano lealtà ai singoli Stati ed erano unite come nazione soprattutto in virtù del loro impegno nei confronti di un principio di governo.
    L’influenza che gli Stati Uniti hanno esercitato sullo sviluppo delle società politiche in altri luoghi del mondo, durante il XIX e il XX secolo, deriva dal fatto che questa nazione — come le Repubbliche latino-americane create successivamente — era nata da idee politiche. Gli Stati Uniti non erano una società che si trovava già «lì», bensì una società costituita deliberatamente. La sua era, ed è, una popolazione composta soprattutto da immigrati. Come la maggior parte degli aborigeni vittime dell’espansione europea, gli indiani d’America non si sono mai completamente integrati nella civiltà che è stata loro imposta, e tuttavia erano troppo deboli per costringere gli invasori a adattarsi culturalmente ad essi.
    Il motivo dell’esistenza degli Stati Uniti
    La ragione dell’esistenza degli Stati Uniti è il principio e la pratica dell’autogoverno, come sancito nella Dichiarazione d’Indipendenza e nella Costituzione. In questo essi differiscono in modo fondamentale dagli Stati che li hanno preceduti. Le altre nazioni coloniali di lingua inglese — Canada, Australia e Nuova Zelanda — non hanno fondamenta ideologiche. Esistono perché furono create per esistere; non furono esse a scegliere di esistere, per quanto possano affermare un’indipendenza ideologica: in Australia esiste un movimento repubblicano, mentre il Canada è ancora alla ricerca di una definizione della propria identità. La Rivoluzione americana ebbe una notevole influenza sulla successiva Rivoluzione francese, la quale, a sua volta, esercitò un forte influsso sulle rivoluzioni latinoamericane del XIX secolo e sulla nascita delle Repubbliche a cui esse diedero vita.
    L’impatto degli Stati Uniti sull’Europa e sull’America Latina all’inizio del XIX secolo (e più tardi sull’Asia) è dovuto soprattutto, come scrisse Tocqueville nel 1848, alla dimostrazione da parte del popolo americano che il principio dell’uguaglianza poteva essere attuato e la democrazia realizzata con successo (2). La nazione americana è nata per caso, e per molti anni la sua peculiarità come singola nazione è stata messa in dubbio. Una popolazione coloniale di oltreoceano, che si considerava odiosamente soggetta a un monarca lontano e alla sua sovranità, si era opposta alla tassazione senza essere rappresentata nel governo che imponeva le tasse. Da questo derivò la ribellione, la cui giustificazione era fondata su princìpi che costituirono il fondamento delle grandi idee politiche dell’epoca, quelle dell’Illuminismo: gli uomini sono uguali, e lo scopo dei governi è assicurare gli «inalienabili» diritti dell’uomo ottenendo il consenso di coloro che da essi sono governati. Apparentemente si trattava di un atto di estrema temerarietà, in quanto la popolazione non era affatto unita nel sostegno ai ribelli, e in molti Stati prevaleva una diffusa indifferenza verso la Dichiarazione d’Indipendenza e una decisa simpatia nei confronti degli inglesi. New York, la Carolina del Sud e la Georgia si trovarono alla fine in una situazione di guerra civile. L’idea americana all’epoca era radicale e continua anche oggi ad avere implicazioni radicali, comprese alcune che non sono state del tutto recepite negli stessi Stati Uniti.
    Tuttavia questa esperienza, per quanto si dimostrasse fondamentale per l’Occidente di allora, impedì alla nazione americana la piena partecipazione alla più ampia storia internazionale dopo il 1783, poiché gli Stati Uniti si realizzarono completamente sin dall’inizio. Nulla di ciò che seguì fu ritenuto davvero in grado di accrescere o alterare l’ordine creato dalla ratifica della Costituzione. Essa doveva soltanto essere difesa e interpretata, e la nazione difesa contro le divisioni interne e le minacce esterne. Di conseguenza hanno coesistito fianco a fianco un conservatorismo politico immobilista profondo e crescente, e un enorme cambiamento nella società e nell’economia.
    Le condizioni degli inizi del XVIII secolo sono mutate da tempo, eppure l’idea e gli ideali sopravvivono, preservati, grazie a un successivo riesame, dal loro essere necessari alla stessa esistenza degli Stati Uniti. Quella che inizialmente era una società cristiana protestante bianca, nordeuropea e illuminata, formalmente impegnata nei confronti di un insieme di valori intellettuali e politici storicamente identificabile è diventata qualcosa di molto differente, non solo come risultato del passaggio del tempo, ma sempre più come conseguenza delle scelte fatte: quelle relative al secolarismo e al materialismo, un test di mercato per i valori, un’educazione non direttiva, l’immigrazione non europea, e più recentemente (comunque a titolo di prova) lo sforzo di adottare un sistema sociale multiculturale e multirazziale. Tutte scelte di natura ideologica. L’impegno ideologico di fondo rimane, ma avulso dalla cultura delle origini, un fatto poco rassicurante in vista del futuro.
    All’inizio gli Stati Uniti, più che una nazione, erano una confederazione indeterminata di insediamenti distanti uno dall’altro, preoccupati degli interessi locali e afflitti dalla piaga morale e regionale della schiavitù. Nel 1800 nel Paese c’erano 5.308.483 persone censite, un quinto delle quali era costituito da schiavi di colore. A ciascuno di essi successivamente, per ragioni legate alla rappresentanza al Congresso degli Stati in cui vivevano, fu attribuita la grottesca condizione di tre quinti di uomo libero. Gli adulti maschi, bianchi e liberi, erano alcuni milioni e si occupavano degli affari della Repubblica. La maggior parte degli americani viveva sulla costa atlantica.
    Il grande esperimento repubblicano prese l’avvio con la ratifica della Costituzione, ma persino Thomas Jefferson, il terzo presidente, non credeva che la nuova nazione potesse sopravvivere come singola nazione, né era del tutto convinto che avrebbe dovuto. Egli riteneva che la base giuridica dell’associazione degli Stati consistesse nel loro potere di esercitare il diritto di recesso. Da parte di molti si riteneva che la libertà dipendesse dall’esistenza di un’élite, e i conservatori americani ritenevano che essa fosse messa a repentaglio dalla democrazia, rappresentata dagli ideali di T. Jefferson. La Rivoluzione francese era presa come esempio del teorema democrazia uguale tirannia. Di conseguenza, l’elezione di Jefferson nel 1800 fu considerata una vittoria della rivoluzione. Egli era convinto di essersi trovato di fronte a un tentativo di restaurazione della monarchia negli Stati Uniti.
    La guerra del 1812 fece compiere agli Stati Uniti un ulteriore passo avanti verso l’unità nazionale, ma non condusse alla nascita di una nazione vera e propria. In fondo si trattò di una faccenda determinata dalle ripercussioni oltremare della lotta condotta dalla Gran Bretagna contro la Francia rivoluzionaria e napoleonica. Quando la guerra scoppiò, alcuni americani con mire espansionistiche ritennero che il Canada potesse essere conquistato senza alcuna difficoltà, mentre la Gran Bretagna era impegnata altrove. Ma le battaglie che seguirono si rivelarono una serie di insuccessi per gli Stati Uniti, tanto che sia il Campidoglio sia la Casa Bianca furono incendiati da una spedizione inglese. Le truppe americane che avevano invaso il Canada furono sconfitte da un contingente militare canadese numericamente inferiore nella battaglia di Detroit. Su una popolazione di sette milioni di abitanti, solo settemila americani partirono volontari per la guerra.
    La guerra civile (1861-65) pose fine al periodo in cui gli Stati Uniti non erano altro che una confederazione di Stati dai poteri autonomi e in competizione tra loro, dando vita a un’unione federale con un governo centrale: una nazione. Il Sud aveva come motivazione cruciale della secessione la conservazione della schiavitù, anche se questa non era l’unica ragione, ma esso era anche convinto di agire secondo i termini dell’accordo originario tra le colonie, che dai sudisti confederati era inteso come un’associazione volontaria di Stati dotati di poteri uguali e indipendenti.
    Anche se alla Confederazione fosse stato permesso di andare per la sua strada, è difficile immaginare che la schiavitù avrebbe potuto sopravvivere fino al XX secolo. Il Sud stesso avrebbe dovuto porle fine, in quanto le motivazioni etiche avrebbero trovato un sostegno nella inevitabile meccanizzazione dell’agricoltura meridionale. Se così fosse stato, forse le ripercussioni sarebbero state meno gravi di ciò che invece si è verificato: le aspre lotte della Ricostruzione, con i suoi sudisti e avventurieri, seguite da una nuova imposizione dell’oppressione nei confronti della popolazione di colore attraverso il meccanismo di Jim Crow (3). Tale situazione durò fino alla legislazione sui diritti civili degli anni Sessanta del secolo XX. Questo permise finalmente alla popolazione di colore di ottenere l’uguaglianza giuridica con i bianchi.
    L’imperialismo
    Prima del 1865, il nazionalismo negli Stati Uniti era qualcosa che riguardava i singoli Stati, soprattutto quelli nei quali l’economia agraria meridionale e la predominanza della religione calvinista (arminiano-metodista) inglese e anglo-scozzese avevano creato una cultura americana distinta, piuttosto indifferente nei confronti di un’immigrazione che non fosse angloceltica in altri luoghi. La sconfitta e l’umiliazione subite dalla popolazione bianca durante il periodo della Ricostruzione rafforzarono questo nazionalismo meridionale, dando origine a una esacerbata produzione di miti che durò per buona parte del secolo seguente, senza però mai essere politicamente determinante. Il Sud fu prostrato dalla guerra del 1861-65, un’esperienza che gli lasciò una consapevolezza di fallimento e di tragedia che il resto del Paese non conobbe mai.
    Il nazionalismo dei nuovi Stati Uniti, dopo la guerra civile, fu alimentato dal grande flusso migratorio della metà del Novecento e del periodo successivo. Gli immigranti si recavano in America, nei suoi territori occidentali e nordoccidentali che garantivano occasioni a tutti, e non nei singoli Stati, dei quali non sapevano praticamente nulla prima del loro arrivo.
    Nel 1890 il capitano Alfred Thayer Mahan pubblicò L’influenza del potere marittimo sulla storia, un’opera di enorme influsso sulla trasformazione degli Stati Uniti da impero continentale a uno con mire espansionistiche nel Pacifico. Mahan sosteneva che la sicurezza nazionale non si fondava più sulla difesa del continente e sull’isolamento, ma sul possesso di colonie e sulla protezione delle rotte marittime, attraverso le quali passava il commercio internazionale. Mahan rappresentò la principale influenza intellettuale sullo sviluppo della nuova ideologia espansionistica statunitense. Essa si manifestò in pieno nei confronti dell’impero spagnolo nel 1898: questo fu distrutto in una sola notte, subendo quello che nei libri di storia spagnoli è noto come «il Disastro», con la conquista da parte degli americani dei principali possedimenti spagnoli nei Carabi e nell’Oceano Pacifico: Cuba, Portorico, Wake Island e le Filippine. Furono annesse anche le Hawai.
    Il nuovo imperialismo statunitense aveva anche un’altra, e più semplice, motivazione. Il Paese, dopo la guerra civile, era in pieno boom economico. La sua industria aveva rapidamente superato quella dell’Europa occidentale. La filosofia storica dominante era quella del darwinismo sociale, i cui presupposti apparivano evidenti nell’affermazione di Theodore Roosevelt (presidente negli anni 1901-09) che l’espansione nazionale in Europa era sempre avvenuta perché la razza era una grande razza. Era un segno e una manifestazione di grandezza in una nazione in espansione.
    Il successo di Roosevelt non fu dovuto tanto alle sue capacità di riformatore quanto a quelle di predicatore di virtù virili e militari, che egli avvertiva minacciate dal materialismo di una società mercantile in espansione. Roosevelt riteneva che le classi mercantili fossero troppo propense a considerare ogni cosa dal punto di vista del denaro. Egli era l’uomo giusto per l’era dell’imperialismo americano, con le sue qualità di nazionalismo romantico, il disprezzo per i fini materialistici, il culto della forza e della leadership personale, il richiamo ai componenti intermedi della società, l’idea di essere al di sopra delle classi e degli interessi di classe, un senso grandioso del destino e anche un pizzico di razzismo.
    Il nuovo imperialismo americano non ammise mai di essere ciò che era, in quanto sia Cuba sia le Filippine furono occupate con il pretesto di liberare i loro abitanti, benché essi manifestassero ben presto il desiderio di essere liberi dal dominio americano come da quello spagnolo. Il moralismo che caratterizzava il modo di vedere statunitense rese più agevole la sostituzione dell’internazionalismo riformista con l’espansionismo nazionale del periodo imperialista. Il darwinismo sociale era una dottrina dura, in virtù della quale come molti persero — e furono umiliati —, altri vinsero. L’internazionalismo liberale di Woodrow Wilson (1913-21) fornì un’espressione di quella forma di nazionalismo americano più correttamente descritto come «eccezionalismo». Esso ritiene che le virtù americane non abbiano paragone in nessun altro luogo e rappresentino una forma del più alto grado di perfezione della società umana, che il resto del mondo si sforza di raggiungere. Tale convincimento si fonda sul semplice assunto che tutto ciò che è accaduto nel passato era finalizzato alla realizzazione di questa società, che oggi è più avanzata, se non migliore, di qualsiasi cosa esistita prima (4).
    La politica estera americana sotto la presidenza di Wilson, e ancora dopo la seconda guerra mondiale, costituì un tentativo di estendere alla società internazionale i valori e le istituzioni degli Stati Uniti. Di qui la reazione preoccupata degli americani nei confronti di ogni difesa di principio del nazionalismo in altri Stati (come nella Francia di de Gaulle). Nel 1991-92, la politica dell’Amministrazione statunitense nei confronti della disintegrazione dell’Unione Sovietica e della Iugoslavia fu segnata negativamente da tale convinzione, secondo la quale era non solo un errore da parte di qualsiasi Paese frantumarsi nelle sue varie componenti, ma un tentativo votato al fallimento, in quanto la tendenza «naturale» e progressiva delle entità politiche è federarsi, evolvendo verso aggregazioni più vaste, come era accaduto per gli Stati Uniti.
    L’«eccezionalismo» statunitense
    La prima fonte dell’eccezionalismo statunitense è stata un’altra tendenza intellettuale che si sviluppò nel XIX secolo, una corrente di pensiero protestante denominata Vangelo Sociale. Essa sosteneva che l’essere umano sconfigge progressivamente il male man mano che la natura umana progredisce, e implicava che negli Stati Uniti, grazie ai meriti delle istituzioni politiche, la natura umana stava raggiungendo un livello di perfezione più rapidamente che altrove. Di conseguenza, l’America aveva il dovere di estendere i benefici di tale sistema.
    L’influenza di tale teologia millenarista, o premillenarista («stiamo vivendo gli ultimi giorni») sulla politica americana è stata più incisiva negli anni della guerra fredda («dobbiamo affrontare il male assoluto; se non vinciamo in Vietnam, Nicaragua ecc. le nostre difese contro il disordine e il male si sgretoleranno in ogni luogo»). Lo gnosticismo politico del Vangelo Sociale esercitò un’influenza dominante nel periodo che va dal 1916 alla guerra fredda e condiziona ancora oggi il pensiero americano. Wilson si recò alla Conferenza di Pace di Parigi con la visione gnostica che gli Stati Uniti potessero portare pace, libertà e giustizia al mondo grazie a un atto di volontà. Durante e dopo la seconda guerra mondiale, fu questa visione che informò la retorica di molte grandi figure pubbliche, da Roosevelt a Wendell Wilkie, a Henry Luce.
    Si tratta di una convinzione annunciata sin dall’inizio nei discorsi della politica americana. La costruzione di una copia della Statua della Libertà nella piazza Tiananmen di Pechino nel 1989 fu considerata dagli Stati Uniti un’ulteriore conferma che la causa americana è quella di tutta l’umanità. Durante le amministrazioni di Reagan e George Bush senior era opinione comune che il desiderio del resto del mondo di emulare gli Stati Uniti fosse dimostrato dalla grande richiesta di emigrare in America. In questo modo non si riconosceva che le cause principali dell’emigrazione sono la povertà e l’oppressione politica nel Paese di provenienza e che la scelta di dove andare dipende in genere dal luogo dove le persone possono arrivare e da chi permette loro di entrare. Il trionfalismo americano del periodo gnostico contrastava in modo considerevole con la modestia del tempo delle origini, quando Lincoln pregava umilmente che la nazione potesse trovare se stessa compiendo la volontà di Dio.
    Nei primi due anni della prima guerra mondiale, come potenza neutrale, gli Stati Uniti si considerarono unici e al di sopra delle parti, moralmente diversi, custodi dei sani e giusti valori del tempo di pace ed esponenti della pace senza vittoria. Tuttavia, tale convinzione della distanza e della superiorità morale americana, a partire dal 1917, fu trasformata in una campagna volta ad annientare i signori della guerra tedeschi grazie alla «guerra che avrebbe messo fine alla guerra». Si riteneva infatti che gli Stati Uniti non solo avessero motivazioni superiori a quelle dei loro alleati, ma anche la missione morale di riformare l’Europa.
    L’idea di Wilson che gli altri leader nazionali presenti alla Conferenza non rappresentassero i loro popoli esprimeva la sua convinzione di essere lui, il leader dell’America, a rappresentarli veramente, poiché i valori fondamentali e gli interessi generali dell’umanità erano quelli già raggiunti o realizzati negli Stati Uniti, alla cui condizione gli altri non potevano che aspirare. Questo fu il nazionalismo più alto del periodo Wilson, che è prevalso a partire dalla seconda guerra mondiale. Sia la Società delle Nazioni sia le Nazioni Unite sono state create per riorganizzare la società internazionale secondo i valori degli Stati Uniti, per mobilitare la coscienza e l’energia dell’umanità contro l’aggressione, abolire i Governi autoritari e rendere le persone capaci di scegliere la sovranità sotto la quale risiedere.
    A questa forma più alta di nazionalismo si accompagnò una recrudescenza di quello più basso. Il trauma provocato dalla guerra mondiale e certamente quello determinato dal senso di tradimento vissuto dall’America quando la Rivoluzione russa si trasformò nella Rivoluzione bolscevica produssero un’ondata di politica favorevole agli abitanti locali contro gli immigrati (nativismo), chauvinismo e razzismo. A questo non era estranea la convinzione che il comunismo straniero e l’anarchia minacciassero il Paese. Il rapporto degli americani con la rivoluzione è sempre stato difficile e ambiguo, e il colpo di Stato bolscevico a Mosca rappresentò uno shock per i pregiudizi americani. Nel XVIII secolo c’era stato un acceso dibattito per stabilire se il Paese dovesse oppure no entrare in guerra per sostenere la Rivoluzione francese, che inizialmente era stata considerata un’imitazione della Rivoluzione americana.
    Nel 1917, la Rivoluzione di Ottobre in Russia fu salutata nello stesso modo. Sette giorni dopo l’abdicazione dello zar, gli Stati Uniti furono il primo Paese a riconoscere il nuovo governo russo di Aleksandr Kerensky. Il presidente Wilson dichiarò che la Russia era una nazione idonea per la Società delle Nazioni. Ma quando i bolscevichi presero il potere, dichiararono che la loro rivoluzione non aveva nulla in comune con tutto ciò che era venuto prima e rappresentava una strada completamente nuova nella storia mondiale. Questa volta gli Stati Uniti furono l’ultima potenza a riconoscere il nuovo Governo. L’ostilità americana nei confronti dei bolscevichi dipendeva molto dal fatto che l’Unione Sovietica minacciava di prendere il posto degli Stati Uniti all’avanguardia della storia. Ora erano i russi — e non gli americani — che rivendicavano il ruolo di guida nella strada verso il futuro. La risposta data al problema fu di affermare che la Rivoluzione bolscevica era una falsa rivoluzione, che usurpava la vera rivoluzione democratica, l’opera di una minoranza di cospiratori guidata dall’interesse personale, impostasi grazie alla propaganda e alla sovversione. Analoghe argomentazioni furono utilizzate nei confronti delle rivoluzioni cinese, cubana e vietnamita e della maggior parte degli altri movimenti del Terzo Mondo che nacquero contro i poteri costituiti in nome della rivoluzione proletaria. Ma gli Stati Uniti si ritrovarono sempre più isolati nel sostenere la tesi che essi soli erano gli autentici custodi dei valori rivoluzionari.
    Il nazionalismo localista, che prevalse per un certo periodo dopo la grande guerra, esprimeva qualcosa di più che la disillusione nei confronti del fallimento della riforma internazionalista americana. Negli Stati Uniti era sempre stata presente una schietta vena di nativismo ed esclusivismo verso «gli ultimi arrivati» da parte di coloro che erano già americani. La trasformazione, intorno al 1920, dell’«americanismo» da un’ideologia del divenire — quella dell’assimilazione degli immigrati — in un’ideologia dell’essere significò che quello che in un’altra epoca era patriottismo divenne intolleranza e aggressività retorica. L’abitudine di suonare l’inno nazionale agli eventi sportivi e scolastici e la recita del Giuramento di fedeltà a scuola furono tutte innovazioni che risalgono al periodo successivo al 1919.
    L’Atto di Immigrazione del 1924 stabilì un tetto massimo di 150.000 persone alle quali era permesso ogni anno l’ingresso nel Paese, imponendo quote nazionali legate alla composizione nazionale esistente negli Stati Uniti. Il redivivo Ku Klux Klan nel 1920 contava poche centinaia di aderenti, mentre nel 1924 i suoi membri erano quattro milioni e mezzo. Il suo scopo era quello di unire i maschi bianchi, cittadini «gentili» nati negli Stati Uniti, che non dovevano alcuna fedeltà a nessun Governo, nazione, istituzione, sètta, sovrano, persona o popolo straniero, al fine di preservare la supremazia dei bianchi e conservare, proteggere e mantenere le istituzioni, i diritti, i privilegi, i princìpi, le tradizioni e gli ideali distintivi dell’americanismo puro.
    La xenofobia di matrice nativista e populista del periodo successivo alla grande guerra assomigliava al maccartismo degli anni Cinquanta, quando il Paese fu di nuovo messo sottosopra dalla ricerca di presunti sovversivi. Tuttavia esisteva una differenza. Il nazionalismo nativista del primo periodo aveva trovato un terreno di coltura nella classe operaia protestante di origine anglosassone e celtica, il ceppo originario del Paese, che si credeva minacciata dall’immigrazione cattolica ed ebraica proveniente dal Sud e dall’Est europeo. Il maccartismo, invece, era un fenomeno che riguardava gli immigrati da poco integrati, spesso quindi non cattolici, che intendevano dimostrare che la purezza del loro «americanismo» era superiore a quella dei protestanti anglofili, da maggior tempo insediati ma liberali e cosmopoliti. Perciò il Dipartimento di Stato divenne il principale bersaglio dei maccartisti, insieme alle istituzioni scolastiche private orientali, alla stampa orientale e al servizio pubblico. La natura ideologica della cittadinanza americana apparve ancora una volta evidente nell’affermazione che tali persone e gruppi praticavano attività «antiamericane». Attività antifrancesi o antisvedesi sarebbero inconcepibili, in quanto l’essere francese o svedese è una condizione, non un impegno politico.
    Conclusione
    Il periodo del nazionalismo difensivo degli Stati Uniti terminò con la seconda guerra mondiale. Quello che seguì fu un fenomeno diverso, né isolazionista né xenofobo, ma liberale e internazionalista e anche, sempre più, ideologico. Alcuni statunitensi degli anni Quaranta considerarono la sfida totalitaria dell’Unione Sovietica in termini metafisici: la Libertà contro il Male. Il linguaggio metafisico continuò a essere usato anche durante i mandati di Ronald Reagan e George Bush senior. Nel periodo che va dagli anni Cinquanta sino alla fine della guerra fredda si assistette a un rapido declino dell’influenza della principale religione e ad una crescente immigrazione di asiatici, ai quali le convenzioni e i simboli — la religione civile — della tradizione nazionale americana erano estranei. La seconda guerra mondiale aveva prodotto un forte sradicamento a livello popolare, e la trasformazione economica postbellica del Paese comportava l’effettiva perdita delle identità regionali della nazione, che erano state determinanti per il suo sviluppo storico, ancorando gli americani a determinati luoghi e a una solida autosufficienza rispetto a ciò che avveniva altrove. Nell’ultima metà degli anni Quaranta, il Sud ancora esisteva come regione e cultura a sé stante, con una letteratura vigorosa e originale, in un certo modo ancora esso stesso una nazione. A questo misero fine il cambiamento fisico e sociale, la mobilitazione e la mobilità, imposti dalla guerra e dall’economia postbellica. Anche la civiltà locale del rivale New England era scomparsa. La tradizionale cultura alta della Nuova Inghilterra era passata da un rigido calvinismo all’unitarismo e al trascendentalismo sino a una pallida scienza cristiana. La letteratura del New England cessò di esistere con l’espatrio di Henry James.
    La classe dirigente del New England e di New York, che aveva gestito le istituzioni finanziarie e industriali degli Stati Uniti dai tempi della guerra civile fino all’amministrazione Nixon, fu annientata come classe politica dalla catastrofe del Vietnam, della quale era stata uno dei principali responsabili. I suoi membri, che occupavano posti chiave nelle amministrazioni Kennedy e Johnson (come in quelle dei loro predecessori), avevano maturato la convinzione che esistesse una stretta relazione tra il comunismo sovietico, quello vietnamita, cinese e cubano e il radicalismo del Terzo Mondo, ed erano ben decisi a non scendere a patti con il totalitarismo e tanto meno a sacrificare un alleato. La loro incapacità di riconoscere la specificità storica del Vietnam negli anni Sessanta, e la loro disinvolta adesione alla visione di un mondo ideologizzato, hanno condotto gli Stati Uniti a una crisi dalla quale non sono ancora del tutto emersi.
    La vecchia America era quella degli Stati originari e dell’apertura dell’Ovest. L’America degli immigrati aveva il problema (non sempre risolto con successo) di mettere nuove radici nei ghetti urbani, nei quartieri e nelle città degli Stati centrali e del Middle West. Era l’America del «sogno americano», che oggi notoriamente non esiste più se non nei film degli anni Trenta e Quaranta. Gli Stati Uniti contemporanei sono figli della guerra del Vietnam, prodotto dell’ottimismo liberale e della fede nel valore universale dei princìpi democratici americani. Per giustificarla si argomentava che il movimento comunista nel Vietnam del Sud era l’agente di una politica deliberata e provocatoria di aggressione internazionale da parte della Cina, mirata a ribaltare l’equilibrio del potere mondiale tramite la mobilitazione del radicalismo del Terzo Mondo, ovvero il «mondo rurale» contro il «mondo urbano» dei poteri democratici occidentali.
    Il Governo statunitense aveva piena fiducia nella propria presunta missione di insediare la democrazia in Asia in contrapposizione al comunismo, e pochi a Washington potevano immaginare che gli Stati Uniti non avrebbero prevalso. L’intervento nella rivoluzione nazionale del Vietnam ricordava in modo evidente gli interventi imperialisti degli Stati Uniti nelle rivolte coloniali di Cuba e delle Filippine del 1898. L’ambizione era la stessa che aveva ispirato la crociata di Wilson nel 1917-19. Essa rifletteva la stessa fiducia nell’applicabilità della democrazia americana in un’Asia in rivolta che aveva spinto Roosevelt a farsi garante per la Cina del Kuomintang, affinché fosse uno dei «Cinque Grandi» della seconda guerra mondiale, con un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e il potere di veto conferitole nel 1945.
    L’intervento in Vietnam fu l’espressione di un’assoluta fiducia nazionale dell’America, il culmine di un periodo in cui gli Stati Uniti erano non solo l’economia e la potenza militare più forti del mondo, ma il leader riconosciuto del mondo libero. Il presidente, senza smettere di essere il presidente degli Stati Uniti, nell’immaginario collettivo degli americani era diventato il presidente della democrazia internazionale, e di altro ancora. I Paesi dell’Europa Occidentale e il Giappone non solo accettarono passivamente questo stato di cose, ma risolsero alcuni importanti problemi interni diventando satelliti americani. La politica americana divenne la loro politica; la resistenza al consolidarsi di tale situazione fu incredibilmente debole: soltanto Charles de Gaulle vi si oppose creando qualche problema. Il mondo libero non era esterno agli Stati Uniti, bensì un’estensione o un’irradiazione della nazione americana. Il nazionalismo statunitense era dunque una forma intermediaria di patriottismo, o almeno così era considerato dagli americani.
    Ma la guerra si rivelò un fallimento. Il Vietnam fu una sconfitta. Gli americani, in una situazione di confusione generale, si trovarono non solo frustrati nel proseguire la campagna militare, ma anche costretti ad affrontare il fatto che non erano inequivocabilmente dalla parte del bene. La guerra che gli Stati Uniti avevano intrapreso era sempre più macchiata di atrocità e terrore, tanto che tra i militari di leva serpeggiava una certa scontentezza e nel Paese si diffuse un’improvvisa reazione politica nei confronti di ciò che stava accadendo, abbastanza forte da provocare la caduta di un presidente.
    L’incertezza che ha segnato gli Stati Uniti a livello nazionale a partire dalla crisi del Vietnam consisteva nel timore di perdere contenuto e di tradire un’eredità morale, accompagnato da ciò che sembrava la perdita di quella capacità o volontà di lavorare e sacrificarsi insieme che in passato aveva rappresentato la migliore qualità del popolo americano. La presidenza Reagan rappresentò un intermezzo di finta ripresa, durante il quale il nazionalismo del Paese raggiunse toni quasi deliranti, mentre la vera minaccia nei confronti degli Stati Uniti declinava rapidamente. L’Unione Sovietica non rappresentava più un reale pericolo. Malgrado questo, gli Stati Uniti la consideravano con eccessiva preoccupazione e conseguivano surrogati di «vittorie» su Granada, Libia e Panama, accompagnati da celebrazioni della potenza americana caratterizzati da un trionfalismo così ipertrofico da mostrare in maniera eclatante il dubbio interiore che attanagliava la nazione. La realtà era invece che la leadership militare americana non accettava più alcuna sfida senza un risultato garantito, mentre gli americani sapevano che la vita di ogni giorno stava peggiorando, invece di migliorare.
    L’epoca si è chiusa con il Paese gravemente indebitato, l’industria in crisi, lo standard di vita individuale impoverito, la prospettiva di un futuro in cui i figli avrebbero vissuto peggio dei propri genitori, e quindi una contraddizione del caratteristico ottimismo nazionale. George Bush pagò il prezzo politico di tale situazione nelle elezioni presidenziali del 1992, quando Bill Clinton si assunse la responsabilità di cercare di invertire la tendenza al declino.
    Il primo ed espansivo nazionalismo degli Stati Uniti — dal 1848 al suo acme durante la guerra fredda — si fondava sulla fede nell’assunto «uno da molti» (ex pluribus unum) e sulla sua realizzazione: la nazione che non era un popolo, ma un’ideale incarnato. La nazione del 1900 era un luogo diverso e più diviso rispetto a prima, con il suo narcisismo, la sua ossessione con le gratificazioni di ordine materiale e i suoi standard educativi in declino, la sua nuova immigrazione e l’eredità irrisolta della schiavitù, evidente nei ghetti neri e nella retorica e nella realtà dell’odio razziale.
    La questione di fondo rimane aperta. Esiste un nazionalismo americano che si è dimostrato capace di grande altruismo ma anche di spietata violenza nei confronti dei nemici inermi. La forma che assumerà in futuro dipenderà dall’assetto interno: se il tentativo di far rinascere l’idea nazionale fallirà o avrà successo e quindi se il Paese riconquisterà la fiducia in se stesso. In mancanza di questo, l’indubbia potenza degli Stati Uniti potrebbe essere utilizzata in una ricerca al di fuori di essi di quelle rassicurazioni che non sono riusciti a trovare al loro interno.
    ********
    1 G. F. Keenan, American Diplomacy: 1900-1950, Chicago, University Press, 1951.
    2 Cfr A. de Tocqueville, Democracy in America, New York, Vintage, 1954.
    3 Personaggio protagonista di una canzone nata tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, emblema del modello di nero da combattere per emanciparsi.
    4 Lo storico di Cambridge H. Butterfield chiamava questa «l’interpretazione liberale della storia», benché sia facilmente identificabile nella sua forma naturalizzata americana, secondo la quale tutta la storia aveva come punto di arrivo la nascita degli Stati Uniti e della società americana.
    John Navone S.I., professore emerito all’Università Gregoriana

    © La Civiltà Cattolica 2008 I 349-362 quaderno 3784
    Fonte: IL NAZIONALISMO AMERICANO


    [continua]
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Un altro articolo degno di considerazione risulta una risposta che il teologo cattolico don Ennio Innocenti rivolse al compianto don Gianni Baget Bozzo, sostenitore di una posizione filo-americana e giustificata in nome della difesa dell’Occidente e della Cristianità.
    Don Innocenti confuta con precisione e competenza le posizioni espresse dal defunto sacerdote:

    Gianni Baget Bozzo è un intellettuale di prima fila. Adesso don Gianni ha affidato al lancio di Mondadori uno strano libro che vorrebbe coniugare teologia e politologia, al fine di presentare la bandiera statunitense come rappresentativa della cristianità, il titolo "Io credo" si carica, così, di due significati: uno è l'assenso di fede cattolica suggerito dallo Spirito Santo, l'altro è l'opinione di uno sciolto mattatore. Il libro, infatti, è diviso in due parti: nella prima si espone un commento alla formulazione niceno-costantinopolitana della professione di fede (il Credo della Messa), nella seconda si usa l'espediente della "lettera aperta" (rivolta a un vescovo peraltro ignoto), per avanzare critiche alla politica della Santa Sede, rea di non essersi recentemente allineata in più occasioni con la politica statunitense (sposata senza riserve da don Gianni).

    Intanto il tempismo ha causato all'autore, supponiamo, il dispiacere di vedere il libro mondadoriano infarcito di mende (perfino grammaticali, tanto che mi è sorta l'ipotesi che l'autore abbia dettato al registratore e non abbia poi corretto le bozze). Qualcuno avrà avuto il sospetto che le due parti del libro siano state messe insieme per vendere meglio la "lettera al vescovo" (che da sola sarebbe scivolata senza essere pesata), ma io ritengo che esse siano funzionali (e non solo per accreditare meglio l'ortodossia che ispira il politologo).

    Così, vediamo che, nel bel mezzo del commento teologico sulle formule escatologiche del Credo della Messa, don Gianni prospetta (p. 105) una speciale fase (che'egli definisce decisiva) dell'apocalisse novecentesca, segnata dal combattimento tra Cristo e i poteri totalitari: questa volta l'Avversario, il Satana, essendo la religione totalitaria islamica (incapace di assicurare il progresso civile e tecnologico realizzato nel mondo cristiano). Don Gianni sostiene (p. 106) che la conclusione gloriosa della storia è "l'essenza dell'occidente, della civiltà nata dal Cristianesimo", la quale sarebbe inesplicabile senza questo miraggio. L'identificazione del concetto di occidente con quello di civiltà cristiana non l'imbarazza:

    "L'occidente ha perduto la fede ma non la sapienza e la speranza della fede... le radici cristiane dell'occidente appaiono proprio quando esse non sono più riconosciute" (p. 107).

    Tale è il ponte che lega la prima con la seconda parte del libro; in quest'ultima il concetto di occidente viene precisato come oppositore del mondo antitotalitario e quindi lo strumento cristiano (di Cristo) contro il Satana:

    "L'occidente, il concetto nato nella lotta contro il nazismo e il comunismo... è la versione laica e liberale della Cristianità soprattutto grazie agli Stati Uniti... opponendosi agli Stati Uniti a tutti i livelli la Chiesa lotta contro la Cristianità di cui l'occidente è il frutto" (p. 144).

    Infatti "l'opposizione al concetto stesso di occidente è vivo nella cultura cattolica" (p. 135).

    Come si vede la connessione tra le due parti c'è ed è essenziale. Prescindiamo, per adesso, dalla debolezza del fraseggio riportato, perché c'interessa di più esporre le ragioni della nostra perplessità circa due argomentazioni (la prima più teologica, la seconda più politologica) dell'autore. Siamo rimasti anzitutto inquietati dall'evidente insistenza con cui l'autore nella prima parte ribadisce la formula "coincidenza degli opposti" (cfr. p. 9, 72, 85, 90, 95, 98, 103, 104, 109); abbiamo tirato un sospiro di sollievo soltanto alla fine (p. 123), quando abbiamo letto:

    "La fine è un ordine diverso da quello creaturale... La coincidenza dei contrari è sostituita dalla loro perfetta unione nella Unità dell'Essenza Divina"

    .

    Il lettore deve sapere che la formula sopra citata non è del tutto innocente: cara al cabalista Reuchlin, ancor più cara allo gnostico Böhme, era amata da quella buona lana di Giordano Bruno, e fu ripresa gnosticamente da Schelling. È vero che la formula fu preferita anche dal Cusano (solo dopo il suo viaggio in Oriente!), ma anche quest'autore marcia sul filo del rasoio [1].

    Purtroppo nelle pagine di Baget Bozzo si legge anche qualcos'altro di inquietante, quando egli tratta del rapporto tra Dio e il nulla. Sia chiaro: l'autore rifiuta di considerare il nulla come una dimensione intrinseca a Dio, però dice che l'amore di Dio ha avuto come oggetto il nulla (p. 79), Dio ha amato il nulla, Dio ama qualcosa che non è in quanto non è, ama ciò che non è come se fosse... Questo, francamente, non è tranquillizzante, specialmente quando egli ne fa discendere la seguente conclusione: "Dio poteva assumere in Sé incarnandosi il suo puro contrario, il Nulla" (p. 97). Siamo sul filo dell'equivoco più che del paradosso. Come quando egli rifiuta che Dio sia "creatore solo del bene" (p. 51), perché altrimenti, egli dice, "il male fisico, morale, spirituale, così centrale nella tradizione cristiana, viene espunto dalla teologia e dalla pietà". Dunque: bisognerebbe dire che Dio sia creatore anche del male? Ma allora non proverrebbe proprio da Dio il male? Lo dicono certi gnostici e Baget Bozzo è temerario quando cita con ammirazione Margherita Poreta (p. 104), nota beghina, bruciata sul rogo nel 1310, di inequivocabile stampo gnostico.

    Come si vede, don Gianni non si accredita - nella prima parte del suo libro - come teologo del tutto affidabile. Ma è forse in questo libro più affidabile come politologo? Certo egli è preciso e puntuale quando spiega - in fatto e in diritto - l'inadeguatezza dell'ONU a garantire la pace e, quindi, la verificata necessità di intervento armato al di fuori del quadro legittimante dell'ONU. Anche quando egli spiega, in linea di fatto e in linea di principio, la necessità di disporre della minaccia di esercitare un intervento armato preventivo (che in effetti potrebbe essere realmente difensivo), ha ragione.

    Ma tutta questa costruzione apologetica a favore degli USA cade nel caso dell'Iraq, frantumata dalla essenziale condizione ch'egli stesso esplicitamente pone:

    "Evidentemente occorre che ci sia un vero pericolo mondiale causato da uno Stato" (p. 131).

    Ora ciò che era evidente prima dell'intervento USA in Iraq era questo: gli osservatori dell'ONU, indagando con piena libertà, avevano dichiarato l'inadeguatezza di tale pericolo mondiale e avevano ottenuto prove incontestabili di buona volontà di collaborazione da parte dell'Iraq con la società degli Stati. Lo sforzo della Santa Sede era tutto diretto a valorizzare questo possibile spazio di collaborazione, che dagli USA non è stato concesso. Dopo l'intervento fu subito chiara la verifica che lo strombazzato pericolo era inesistente e "l'esagerazione" è stata ufficialmente ammessa.

    Ma don Baget Bozzo non si è limitato ad un'imprudente applicazione di pur giusti principi. Egli si è esposto in una critica alla Santa Sede che non pare affatto sufficientemente fondata. Secondo lui la Santa Sede, con i suoi interventi antibellicisti, avrebbe superato i giusti limiti d'intervento segnati dalla dottrina tradizionale, riformulata da Bellarmino, e avrebbe deciso un'indebita e pregiudizievole intrusione nella sfera di competenza dello Stato. Qui non ci sentiamo di dargli ragione, c'è un documento dogmatico, che è miglior testo delle formulazioni giuridiche di questo o quel dottore: il documento occupa lo spazio di una pagina, ma il principio dogmatico che afferma è costituito da una sola riga; eccola: ogni azione umana è soggetta al giudizio del Pontefice ratione peccati, ossia sotto il profilo morale: è l'Unam Sanctam di Bonifacio VIII.

    È proprio il caso di ripetere "verbum Dei non est alligatum": non c'è barba di giurista, anche se teologo, che possa interdire al Pontefice di esprimere il suo giudizio su qualsivoglia azione umana, sotto il profilo morale. Il suo giudizio potrà essere più o meno vincolante per i cattolici, ma il Pontefice può sentirsi, comunque, in dovere di manifestarlo e nessuna autorità politica può presumere un'assoluta immunità nei confronti della libertà pontificia.

    Nel caso dell'Iraq, poi, il giudizio pontificio, espresso con circospetta cautela, si è dimostrato, col senno di poi, del tutto ben fondato, sicché appaiono ingiuste le insinuazioni di "tradimento della Cristianità" (a favore dei musulmani) azzardate da Baget Bozzo.

    Tuttavia, non è questo il difetto maggiore del politologo Baget Bozzo. Egli va proprio fuori strada quando fa l'apologia storica degli USA, esaltando - soprattutto - un concetto di libertà "liberale" e non cattolico. Secondo il nostro autore gli USA (pp. 137-138) sono il centro della Cristianità e "l'Europa ha ricevuto dagli Stati Uniti nella libertà l'impronta della Cristianità". L'Europa, nella sua visione, sarebbe stata succube dei totalitarismi, la Chiesa sarebbe stata incline al compromesso con questi; il ritorno della libertà viene dagli USA, un "ritorno avvenuto non in dimensione laicista, come nel nazionalismo liberale, ma come principio universale".

    Naturalmente Baget Bozzo sa benissimo che gli USA sono una fondazione statuale massonica che, per prima, abolì nella propria costituzione ogni riferimento al cristianesimo; ammette che essi rappresentano la "versione liberale" della cristianità; ma è proprio sul concetto di libertà che egli basa la sua equivalenza tra Cristianità e USA. Anche dove l'influsso culturale della Chiesa è emarginato, domina l'idea della libertà della persona: questa è l'impronta del cristianesimo, dice Baget Bozzo. Egli, qui, non si domanda se l'idea originaria cristiana sia stata stravolta dal liberalismo. Anzi, procede in modo vizioso.

    Il suo primo argomento è fideistico.

    "Il primato della libertà personale - scrive don Gianni riferendosi all'ordinamento sociale - indica la trascendenza della persona sulla società... questa idea è un'eredità cristiana: è la vita divina comunicata alla persona dal Verbo Incarnato, Gesù Cristo: ogni persona è divenuta un fine rispetto alla società in ragione del primato di Gesù Cristo come persona che vive nelle altre persone" (p. 136).

    Tale argomento fideistico è completamente estraneo non solo ai "padri fondatori" degli USA (tutti massoni), ma anche ai maestri statunitensi che hanno forgiato la teologia protestante, in USA, tutti essendo succubi del soggettivismo immanentistico europeo [2], tutti essendo negatori del dogma cristologico calcedonense [3].

    Massoneria e protestantesimo americani sono perfettamente solidali nel negare la divinità di Gesù Cristo (e anche la stessa trascendenza di Dio libero creatore). Pertanto, tale argomento (essendo irricevibile dalla cultura che ha posto i fondamenti ideali degli USA) è del tutto impertinente. Ma tra le righe di Baget Bozzo si dà per scontato un altro argomento: che l'esaltazione americana della libertà personale sia coincidente con l'insegnamento della Chiesa Cattolica. Eppure Baget Bozzo sa che il concetto cattolico di libertà è radicato nel potere di riconoscere la verità, l'ordine obiettivo del bene; sa, altresì, che il concetto cattolico di persona è fondato su un'antropologia metafisica che ha un equilibrio delicato (corrispondente all'equilibrio altrettanto delicato dell'antropologia teologica e del rapporto grazia/natura). Come può dunque asserire (p. 137) che la libertà "è valore superiore a ogni confessione"? Come può asserire (p. 141) che "l'individuo e la sua dimensione concreta è ciò che la Chiesa Cattolica, nel suo linguaggio, definisce persona"?

    Non è l'unica sbalorditiva "semplificazione" che Baget Bozzo esprime in queste pagine, ma essa è troppo scopertamente funzionale all'avallo della "versione liberale" della cristianità. Avendo insegnato dottrina sociale per 14 anni, so bene quello che dico: il liberalismo è il principale avversario della dottrina sociale della Chiesa, mentre il socialismo (nelle sue varie versioni) è solo una reazione sbagliata a quell'erronea sua matrice, originata dal rifiuto della metafisica cristiana e dalla folle soggettivistica esaltazione d'una irresponsabile libertà, donde l'individualismo es lege (coerentemente anarchico).

    Concludiamo, invitando il lettore a ripensare criticamente la storia degli USA [4], delle sue decine e decine di guerre aggressive e prevaricatrici, del suo disegno geopolitico, palese fin dai tempi della guerra dell'oppio, del suo liberalismo economicistico che induce una mentalità nettamente materialistica e corruttrice nelle popolazioni, delle corrotte oligarchie che orchestrano la sua falsa e astensionista democrazia, del perdurante spettacolo di disuguaglianza e di avvilimento che offre la sua società, del continuato sfruttamento mondiale operato dall'imperialismo del dollaro5: basterà questo ripensamento per dubitare seriamente dell'avallo che Baget Bozzo vorrebbe dare al supposto cristianesimo della dirigenza USA.

    1 Per una inquadratura generale cfr. E. INNOCENTI, "La Gnosi Spuria", Roma 2003;

    2 Sull'evoluzione immanentistica della teologia protestante dopo la Riforma Luterana, cfr. B. GHERARDINI, "Theologia Crucis", Roma 1978;

    3 Cfr. L. GIUSSANI, "Teologia Protestante Americana", Genova 2003;

    4 Questa triste storia è ormai al capolinea: cfr. C. JOHNSON, "Gli ultimi giorni dell'impero americano", Garzanti, Milano 2001;

    5 Per questi ultimi aspetti cfr. E. TODD, "Dopo l'impero. La dissoluzione del sistema americano", Tropea, Milano 2003; H. ZINN, "Disobbedienza e democrazia. Lo spirito della ribellione", Il Saggiatore, Milano 2003; S.J. PHARR E R. PUTNAM, "Disaffected Democracies", Princeton University Press, 2000.

    Fonte: critica teologica a Don Gianni Baget Bozzo
    C’era la constatazione che
    …non bastava contribuire alla ricostruzione materiale, dopo aver bombardato senza pietà l’intera nazione, ma era necessario anche procedere verso una ricostruzione spirituale.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  9. #39
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Citazione Originariamente Scritto da Melchisedec Visualizza Messaggio
    A parte il fatto che esiste una gerarchia nelle fonti del magistero,
    Ho forse scritto che non esiste una gerarchia nelle fonti del Magistero?

    e quella era una semplice lettera, relativa a una polemica politica contingente, indirizzata a Schuster e poi resa pubblica secondo la tattica “parlo a suocera perché nuora intenda”,
    Ho per caso scritto che non era una lettera relativa ad una polemica contingente?

    il problema è di sostanza, cioè di contenuto.
    Il problema è che tu, siccome si trattava di una “semplice” lettera, supponi che essa non valesse nulla, mentre invece essa rientrava esattamente nell’esercizio delle funzioni magisteriali del Papa.
    Devi sapere che, anche se il Papa non si esprime attraverso una Lettera Enciclica, qualora parli in quanto Papa, e non come teologo privato o semplice persona, in maniera ufficiale, allora significa che sta esercitando le sue funzioni. Pertanto quella lettera pubblica faceva e fa parte del Magistero di Pio XI.

    La lettera da te riportata è dell’aprile del 1931, quando il regime doveva ancora sviluppare pienamente la sua aspirazione al totalitarismo;
    A dire il vero, il Fascismo già si definiva totalitario durante gli anni ’20, soprattutto in funzione polemica nei confronti degli antifascisti, e le leggi fondamentali che garantiranno la solidità e la stabilità del regime furono varate prima del 1931.

    La parola “totalitarismo” era un nome vuoto, un concetto astratto privo di un referente concreto: Hitler non era ancora giunto al potere in Germania, e in Russia Stalin non aveva ancora attuato le purghe e gli stermini di massa.
    Così dicendo, al limite, confermi il fatto che, nel giudizio sul cosiddetto totalitarismo, Pio XII si riferiva allusivamente ma principalmente al nazionalsocialismo hitleriano e al socialismo reale staliniano.


    Ciò che scrive Pio XI in quella lettera riguardo al totalitarismo non ha proprio nessun valore. Un magistero credibile e autorevole sul tema comincerà solo alla fine della seconda guerra mondiale, appunto con Pio XII.
    Siccome stiamo parlando del Fascismo, è credibile ed autorevole citare ciò che insegnava il Papa proprio nei riguardi di esso ed egli diceva che, se era ammissibile una aspirazione ad una “totalità soggettiva”, non poteva essere altrettanto lecita una aspirazione ad una “totalità oggettiva”. Motivo per cui nel 1938 Pio XI disse che solo la Chiesa poteva considerarsi un “vero regime totalitario”, di fatto e di diritto. Pio XII nel secondo dopoguerra non si riferì direttamente ed esplicitamente al Fascismo, ma parlò in termini generali riguardo al totalitarismo e all’autoritarismo, per altro senza fissare dogmaticamente questi due concetti, anche perché si trattava e si tratta di termini che, essendo vaghi e generali, possono spesso assumere significati differenti a seconda del contesto nel quale vengono utilizzati. Le interpretazioni possono avere due diverse sfumature: se interpretiamo in senso “ideologico” i discorsi di Pio XII sul tema, possiamo dire che il Pontefice si riferiva principalmente al nazionalsocialismo e al comunismo, i quali avevano dato per davvero vita a regimi compiutamente totalitari, assolutisti ed autoritaristi nel senso indicato; se interpretiamo i discorsi pontifici come riguardanti forme del potere civile possiamo dire che in essi venivano considerate quelle forme incompatibili nella pratica con il diritto naturale e con i diritti della Chiesa. Va pure aggiunto che una interpretazione non esclude affatto l’altra. Ciò non toglie che in ogni caso Pio XII riprese per condannare il cosiddetto autoritarismo e il cosiddetto totalitarismo gli stessi argomenti che Pio XI aveva utilizzato per condannare qualsiasi aspirazione e realizzazione di un “totalitarismo oggettivo”.
    Così come non si può negare che quelle caratteristiche non vennero attribuite, nemmeno nel dopoguerra, in definitiva al Fascismo in quanto tale. Se anche ammettessimo, pur non concedendola, la validità della tua obiezione secondo cui in realtà il Pontefice si riferiva anche al regime fascista, andrebbe comunque sottolineato che, trattandosi di discorsi riguardanti forme del potere civile, non necessariamente andrebbero intesi come una condanna delle idee del Fascismo, ma se mai alla forma di potere che il regime aveva assunto in maniera contingente.

    Non c’è bisogno di nominare esplicitamente ciò che ricade evidentemente in un determinato concetto che si è concretizzato,
    Invece ti sbagli, visto che le condanne della Chiesa, per essere tali, devono essere esplicite e quindi constare manifestamente come tali.

    Era una condanna, ed era riferita al fascismo:
    Ti risulta per caso che in tale frase il Sommo Pontefice affermasse: “Con la Nostra Apostolica Autorità riproviamo, proscriviamo e condanniamo come assolutamente inumane e contrarie alla religione cattolica le massime del Fascismo italiano e vogliamo e comandiamo che esse siano tenute per riprovate, proscritte e condannate da tutti i figli della Chiesa”?
    Ti risulta per caso che in tale frase il Sommo Pontefice affermasse: “Il Fascismo è intrinsecamente perverso e non si può ammettere in nessun campo la collaborazione con esso da parte di chiunque”?

    Chi dice “si dice” non sa proprio più cosa dire.
    E di certo la “Civiltà cattolica” non è fonte di magistero….
    Dove ho scritto che la Civiltà cattolica sarebbe fonte di Magistero?

    Tipico sragionamento degno della mentalità infantilmente e ossessivamente antiamericana di chi, in preda a invidia e frustrazione, deve suo malgrado prendere atto che il Kathechon americano ha distrutto, con la sua spada lucente (gesta Dei per Statunitenses…) in due epiche e provvidenziali “guerre giuste” mondiali, prima la barbarie totalitaria nazi-fascista, poi la barbarie totalitaria comunista.
    Ed è un dato di fatto che, se sei qui a ticchettare tranquillamente sulla tastiera, anche per il venir meno del pericolo del totalitarismo comunista, devi ringraziare le cosiddette “democrazie occidentali”, anzi, in particolare una democrazia occidentale, gli Stati Uniti d’America, e particolarissimamente un Presidente degli Stati Uniti d’America, il conservatore Ronald Reagan.
    Forse dovresti leggerti meglio cosa insegnava Pio XII riguardo al tuo amato Occidente americano o americanizzato...

    "Se si vuole veramente impedire la guerra, si deve innanzi tutto cercare di sovvenire all'anemia spirituale dei popoli, alla inconsapevolezza della propria responsabilità, dinanzi a Dio e agli uomini, per la mancanza dell'ordine cristiano, che solo vale ad assicurare la pace. A ciò sono rivolti ora gli sforzi della Chiesa. Ma essa urta qui in una difficoltà particolare, dovuta alla forma delle presenti condizioni sociali : la sua esortazione in favore dell'ordine cristiano, in quanto fattore principale di pacificazione, è al tempo stesso uno stimolo alla giusta concezione della vera libertà. Perché infine l'ordine cristiano, in quanto ordinamento di pace, è essenzialmente ordine di libertà. Esso è il concorso solidale di uomini e di popoli liberi per la progressiva attuazione, in tutti i campi della vita, degli scopi assegnati da Dio all'umanità. È però un fatto doloroso che oggi non si stima o non si possiede più la vera libertà. In queste condizioni la convivenza umana, come ordinamento di pace, è interiormente snervata ed esangue, esteriormente esposta ogni istante a pericoli. Coloro, per esempio, che nel campo economico o sociale vorrebbero tutto riversare sulla società, anche la direzione e la sicurezza della loro esistenza; o che attendono oggi il loro unico nutrimento spirituale quotidiano, sempre meno da loro stessi, — vale a dire dalle loro proprie convinzioni e conoscenze, — e sempre più, già preparato, dalla stampa, dalla radio, dal cinema, dalla televisione; come potrebbero concepire la vera libertà, come potrebbero stimarla e desiderarla, se non ha più posto nella loro vita? Essi cioè non sono più che semplici ruote nei diversi organismi sociali; non più uomini liberi, capaci di assumere e di accettare una parte di responsabilità nelle cose pubbliche. Perciò, se oggi gridano : Mai più la guerra!, come sarebbe possibile fidarsi di loro? Non è infatti la loro voce; è la voce anonima del gruppo sociale, nel quale si trovano impegnati. Questa è la condizione dolorosa, la quale inceppa anche la Chiesa nei suoi sforzi di pacificazione, nei suoi richiami alla consapevolezza della vera libertà umana, elemento indispensabile, secondo la concezione cristiana, dell'ordine sociale, considerato come organizzazione di pace. Invano essa moltiplicherebbe i suoi inviti a uomini privi di quella consapevolezza, ed anche più inutilmente li rivolgerebbe ad una società ridotta a puro automatismo. Tale è la pur troppo diffusa debolezza di un mondo, che ama di chiamarsi con enfasi « il mondo libero ». Esso s'illude o non conosce sé stesso : nella vera libertà non risiede la sua forza. È un nuovo pericolo, che minaccia la pace e che occorre denunziare alla luce dell'ordine sociale cristiano. Di là deriva altresì in non pochi uomini autorevoli del cosiddetto « mondo libero » una avversione contro la Chiesa, contro questa ammonitrice importuna di qualche cosa che non si ha, ma si pretende di avere, e che, per uno strano invertimento di idee, si nega ingiustamente proprio a lei : vogliamo dire la stima e il rispetto della genuina libertà. Ma l'invito della Chiesa trova anche minor risonanza nel campo opposto. Qui infatti si pretende di essere in possesso della vera libertà, perché la vita sociale non ondeggia sospesa sulla inconsistente chimera dell'individuo autonomo, né rende l'ordine pubblico il più possibile indifferente a valori presentati come assoluti, ma tutto è strettamente legato e diretto alla esistenza e allo sviluppo di una determinata collettività. Il risultato però del sistema di cui ora parliamo non è stato felice, nè è divenuta più facile l'azione della Chiesa, perché qui è anche meno tutelato il vero concetto della libertà e della responsabilità personale. E come potrebbe essere diversamente, mentre Dio non vi tiene il suo posto sovrano, la vita e l'attività del mondo non gravitano intorno a Lui, non hanno in Lui il suo centro? La società non è che una enorme macchina, il cui ordine non è che apparente, perché non è più l'ordine della vita, dello spirito, della libertà, della pace. Come in una macchina, la sua attività si esercita materialmente, distruggitrice della dignità e della libertà umana. In una tale società il contributo della Chiesa alla pace e la sua esortazione all'ordine vero nella vera libertà si trovano in condizioni assai sfavorevoli. I pretesi valori sociali assoluti possono, tuttavia, entusiasmare una certa gioventù in un momento importante della vita, mentre nell'altro campo non di rado un'altra gioventù, prematuramente delusa per amare esperienze è divenuta scettica, stanca e incapace d'interessarsi alla vita pubblica e sociale".

    Radiomessaggio natalizio 1951

    "Chi pertanto vuole arrecare soccorso ai bisogni degl'individui e dei popoli non può attendere la salvezza da un sistema impersonale di uomini e di cose, anche se fortemente sviluppato sotto l'aspetto tecnico. Ogni disegno o programma deve essere ispirato dal principio che l'uomo, come soggetto, custode e promotore dei valori umani, è al di sopra delle cose, anche al di sopra delle applicazioni del progresso tecnico, e che occorre soprattutto preservare da una malsana « spersonalizzazione » le forme fondamentali dell'ordine sociale, che abbiamo or ora menzionate, e utilizzarle per creare e sviluppare le relazioni umane. Se le forze sociali saranno dirette a questo scopo, non solo adempiranno una loro naturale funzione, ma arrecheranno un potente contributo al soddisfacimento delle presenti necessità, perché ad esse spetta la missione di promuovere la piena solidarietà reciproca degli uomini e dei popoli. Sulla base di questa solidarietà Noi invitiamo ad edificare la società, e non su vani e instabili sistemi. Essa richiede che spariscano le sproporzioni stridenti e irritanti nel tenore di vita dei diversi gruppi di un popolo. Per questo urgente scopo, alla esterna costrizione si preferisca l'azione efficace della coscienza, la quale saprà imporre i limiti alle spese di lusso, e parimente indurrà i meno abbienti a pensare innanzi tutto al necessario e all'utile, e poi a risparmiare, se ve ne è, il resto".

    Radiomessaggio natalizio 1952

    "A questi uomini delle tenebre desideriamo additare la «gran luce » irradiata dal presepe, invitandoli, prima di ogni altra cosa, a riconoscere la causa odierna che li fa ciechi ed insensibili al divino. Essa è la soverchia, talora esclusiva stima, del cosiddetto «progresso tecnico ». Questo, sognato dapprima quale mito onnipotente e dispensatore di felicità, poi promosso con ogni industria fino alle più ardite conquiste, si è imposto sulle comuni coscienze quale fine ultimo dell’uomo e della vita, sostituendosi pertanto a qualsiasi genere d’ideali religiosi e spirituali. Oggi si vede con sempre maggior chiarezza che la sua indebita esaltazione ha accecato gli occhi degli uomini moderni, ha reso sorde le loro orecchie, tanto che si avvera in essi ciò che il Libro della Sapienza flagellava negli idolatri del suo tempo; essi sono incapaci d’intendere dal mondo visibile Colui che è, di scoprire il lavoratore dalla sua opera; e anche più oggi, per coloro che camminano nelle tenebre, il mondo del soprannaturale e l’opera della Redenzione, che trascende tutta la natura ed è stata compiuta da Gesù Cristo, restano avvolti in una totale oscurità.

    […]

    Tuttavia sembra innegabile che la stessa tecnica, giunta nel nostro secolo all’apogeo dello splendore e del rendimento, si tramuti per circostanze di fatto in un grave pericolo spirituale. Essa sembra comunicare all’uomo moderno, prono davanti al suo altare, un senso di autosufficienza e di appagamento delle sue aspirazioni di conoscenza e di potenza sconfinate. Con il suo molteplice impiego, con l’assoluta fiducia che riscuote, con le inesauribili possibilità che promette, la tecnica moderna dispiega intorno all’uomo contemporaneo una visione così vasta da esser confusa da molti con l’infinito stesso. Le si attribuisce per conseguenza una impossibile autonomia, la quale alla sua volta si trasforma nel pensiero di alcuni in una errata concezione della vita e del mondo, designata col nome di « spirito tecnico ». Ma in che cosa questo esattamente consiste? In ciò, che si considera come il più alto valore umano e della vita trarre il maggior profitto dalle forze e dagli elementi della natura; che si fissano come scopo, a preferenza di tutte le altre attività umane, i metodi tecnicamente possibili di produzione meccanica, e che si vede in essi la perfezione della coltura e della felicità terrena.
    Vi è innanzi tutto un inganno fondamentale in questa distorta visione del mondo, offerta dallo « spirito tecnico ». Il panorama, a prima vista sconfinato, che la tecnica dispiega agli occhi dell’uomo moderno, per quanto esteso esso sia, rimane tuttavia una proiezione parziale della vita sulla realtà, non esprimendo se non i rapporti di questa con la materia. È un panorama perciò allucinante, che finisce per rinchiudere l’uomo, troppo credulo nella immensità e nella onnipotenza della tecnica, in una prigione, vasta sì, ma circoscritta, e pertanto insopportabile, a lungo andare, al genuino suo spirito. Il suo sguardo, ben lungi dal prolungarsi sulla infinità realtà, che non è solo materia, si sentirà mortificato dalle barriere che questa necessariamente gli oppone. Da qui la recondita angoscia dell’uomo contemporaneo, divenuto cieco per essersi volontariamente circondato di tenebre. Ben più gravi sono i danni che derivano dallo « spirito tecnico » all’uomo, che se ne lascia inebriare, nel settore delle verità propriamente religiose e nei suoi rapporti col soprannaturale. Sono anche queste le tenebre a cui allude l’Evangelista S. Giovanni, che l’Incarnato Verbo di Dio è venuto a dissipare e che impediscono la comprensione spirituale dei misteri di Dio. Non che la tecnica in se stessa esiga il rinnegamento dei valori religiosi in virtù della logica — la quale, come abbiamo detto, conduce anzi alla loro scoperta, — ma è quello « spirito tecnico » che pone l’uomo in una condizione sfavorevole per ricercare, vedere, accettare le verità e i beni soprannaturali. La mente, che si lascia sedurre dalla concezione di vita effigiata dallo « spirito tecnico », resta insensibile, disinteressata, quindi cieca dinanzi a quelle opere di Dio, di natura del tutto diversa dalla tecnica, quali sono i misteri della fede cristiana. Il rimedio stesso, che consisterebbe in un raddoppiato sforzo per estendere lo sguardo oltre la barriera di tenebre e per stimolare nell’anima l’interesse per le realtà soprannaturali, è reso inefficace già in partenza dal medesimo « spirito tecnico », poiché esso priva gli uomini del senso critico a riguardo della singolare irrequietezza e superficialità del nostro tempo; difetto che anche coloro, i quali approvano veramente e sinceramente il progresso tecnico, debbono pur troppo riconoscere come una delle sue conseguenze. Gli uomini impregnati dello « spirito tecnico » difficilmente trovano la calma, la serenità e interiorità richieste per poter riconoscere il cammino che conduce al Figlio di Dio fatto uomo. Essi arriveranno fino a denigrare il Creatore e la sua opera, dichiarando la natura umana una costruzione difettosa, se la capacità d’azione del cervello e degli altri organi umani, necessariamente limitata, impedisce l’attuazione di calcoli e di progetti tecnologici. Ancor meno sono atti a comprendere e stimare gli altissimi misteri della vita e dell’economia divina, quale, ad esempio, il mistero del Natale, in cui l’unione del Verbo Eterno con la natura umana attua ben altre realtà e grandezze che quelle considerate dalla tecnica. Il loro pensiero segue altri cammini ed altri metodi sotto la unilaterale suggestione di quello « spirito tecnico » che non riconosce e non apprezza come realtà se non ciò che può esprimersi in rapporti numerici e in calcoli utilitari. Credono così di scomporre la realtà nei suoi elementi, ma la loro conoscenza rimane alla superficie e non si muove che in una sola direzione. È evidente che chi adotta il metodo tecnico come unico strumento di ricerca della verità deve rinunziare a penetrare, ad esempio, le profonde realtà della vita organica, e ancor più quelle della vita spirituale, le realtà viventi dell’individuo e della umana società, perché non possono scomporsi in rapporti quantitativi. Come si potrà pretendere da una mente così conformata assenso ed ammirazione dinanzi alla imponente realtà, alla quale noi siamo stati elevati da Gesù Cristo, mediante la sua Incarnazione e Redenzione, la sua Rivelazione e la sua grazia? Anche a prescindere dalla cecità religiosa che deriva dallo « spirito tecnico », l’uomo che n’è posseduto resta menomato nel suo pensiero, precisamente in quanto per esso è immagine di Dio. Dio è la intelligenza infinitamente comprensiva, mentre lo « spirito tecnico » fa di tutto per coartare nell’uomo la libera espansione del suo intelletto. Al tecnico, maestro o discepolo, che vuole salvarsi da questa menomazione, non occorre soltanto augurare una educazione della mente informata a profondità, ma soprattutto una formazione religiosa, la quale, contrariamente a quanto si è talora affermato, è la più atta a proteggere il suo pensiero da influssi unilaterali. Allora la ristrettezza della sua conoscenza sarà spezzata; allora la creazione gli apparirà illuminata in tutte le dimensioni, specialmente quando dinanzi al presepe si sforzerà di comprendere « quale sia la larghezza, la lunghezza, e l’altezza, e la profondità, e la conoscenza della carità di Cristo ». In caso contrario l’era tecnica compirà il suo mostruoso capolavoro di trasformare l’uomo in un gigante del mondo fisico a spese del suo spirito ridotto a pigmeo del mondo soprannaturale ed eterno.
    Ma non si arresta qui l’influsso esercitato dal progresso tecnico, accolto che sia nella coscienza come qualche cosa di autonomo e di fine a se stesso. A nessuno sfugge il pericolo di un « concetto tecnico della vita », cioè il considerare la vita esclusivamente per i suoi valori tecnici, come elemento e fattore tecnico. Il suo influsso si ripercuote sia sul modo di vivere degli uomini moderni, sia sulle loro reciproche relazioni. Guardatelo per un momento, in atto nel popolo, tra cui già si diffonde, e particolarmente riflettete come ha alterato il concetto umano e cristiano del lavoro, e quale influsso esercita nella legislazione e nell’amministrazione. Il popolo ha accolto, a buon diritto, con favore il progresso tecnico, perché allevia il peso della fatica e accresce la produttività. Ma bisogna pur confessare che se tale sentimento non è mantenuto nei retti limiti, il concetto umano e cristiano del lavoro soffre necessariamente danno. Parimente, dal non equo concetto tecnico della vita, e quindi del lavoro, deriva il considerare il tempo libero come fine a se stesso, anziché riguardarlo e utilizzarlo come giusto sollievo e ristoro, legato essenzialmente al ritmo di una vita ordinata, in cui riposo e fatica si alternano in un unico tessuto e si integrano in una sola armonia. Più visibile è l’influsso dello « spirito tecnico » applicato al lavoro, quando si toglie alla domenica la sua dignità singolare come giorno del culto divino e del riposo fisico e spirituale per gl’individui e la famiglia, e diviene invece soltanto uno dei giorni liberi nel corso della settimana, che possono essere altresì differenti per ciascun membro della famiglia, secondo il maggior rendimento che si spera di ricavare da tale distribuzione tecnica dell’energia materiale e umana; ovvero quando il lavoro professionale viene talmente condizionato e assoggettato al « funzionamento » della macchina e degli apparecchi, da logorare rapidamente il lavoratore, come se un anno di esercizio della professione gli avesse esaurito la forza di due o più anni di vita normale. Rinunziamo ad esporre più distesamente come questo sistema, ispirato esclusivamente da vedute tecniche, cagioni, in contraddizione alla aspettativa, uno sperpero di risorse materiali, non meno che delle principali fonti di energia — tra le quali bisogna certo includere l’uomo stesso, — e come per conseguenza deve a lungo andare rivelarsi quale un peso dispendioso per l’economia globale. Non possiamo tuttavia omettere di attirare l’attenzione sulla nuova forma di materialismo che lo « spirito tecnico » introduce nella vita. Basterà accennare che esso la svuota del suo contenuto, poiché la tecnica è ordinata all’uomo e al complesso dei valori spirituali e materiali che spettano alla sua natura e alla sua dignità personale. Dove la tecnica dominasse autonoma, la società umana si trasformerebbe in una folla incolore, in qualche cosa di impersonale e schematico, contrario pertanto a ciò che la natura ed il suo Creatore dimostrano di volere. Senza dubbio grandi parti della umanità non sono state ancora toccate da siffatto «concetto tecnico della vita »; ma è da temere che dovunque penetri senza cautele il progresso tecnico, non tardi a manifestarsi il pericolo delle denunziate deformazioni. E pensiamo con ansia particolare al pericolo incombente sulla famiglia, che nella vita sociale è il più saldo principio di ordine, in quanto sa suscitare tra i suoi membri innumeri servigi personali quotidianamente rinnovantisi, li lega con vincoli d’affetto alla casa e al focolare, e desta in ciascuno di essi l’amore della tradizione familiare nella produzione e nella conservazione dei beni di uso. Là invece ove penetra il concetto tecnico della vita, la famiglia smarrisce il legame personale della sua unità, perde il suo calore e la sua stabilità. Essa non rimane unita se non nella misura che sarà imposta dalle esigenze della produzione di massa, verso la quale sempre più insistentemente si corre. Non più la famiglia opera dell’amore e rifugio di anime, ma desolato deposito, secondo le circostanze, o di mano d’opera per quella produzione, o di consumatori dei beni materiali prodotti. Il « concetto tecnico della vita » non è dunque altro che una forma particolare del materialismo, in quanto offre come ultima risposta alla questione dell’esistenza una formula matematica e di calcolo utilitario. Per questo l’odierno sviluppo tecnico, quasi conscio d’essere avvolto da tenebre, manifesta inquietudine ed angoscia, avvertite specialmente da coloro che si adoperano nella febbrile ricerca di sistemi sempre più complessi, sempre più rischiosi. Un mondo così guidato non può dirsi illuminato da quella luce, né animato da quella vita, che il Verbo, splendore della gloria di Dio, facendosi uomo, è venuto a comunicare agli uomini.
    Ed ecco che al Nostro sguardo, costantemente ansioso di scoprire all’orizzonte segni di stabile schiarita, (se non di quella luce piena di cui parlò il Profeta), si offre invece la grigia visione di un’Europa tuttora inquieta, ove quel materialismo, di cui abbiamo discorso, non che risolvere, esaspera i suoi fondamentali problemi, strettamente legati con la pace e con l’ordine dell’intiero mondo. In verità esso non minaccia questo continente più seriamente che le altre regioni della terra; crediamo anzi che siano maggiormente esposti agli accennati pericoli, e particolarmente scossi nell’equilibrio morale e psicologico, i popoli che vengono raggiunti tardivamente e all’improvviso dal rapido progredire della tecnica, giacché l’importata evoluzione, non scorrendo con moto costante, ma saltando con balzi discontinui, non incontra valide dighe di resistenza, di correzione, di adeguamento, né nella maturità dei singoli, né nella tradizionale cultura. Tuttavia le Nostre gravi apprensioni a riguardo dell’Europa sono motivate dalle incessanti delusioni in cui vanno a naufragare, ormai da anni, i sinceri desideri di pace e di distensione accarezzati da questi popoli, anche per colpa della impostazione materialistica del problema della pace. Noi pensiamo in modo particolare a coloro che giudicano la questione della pace come di natura tecnica, e guardano la vita degli individui e delle nazioni sotto l’aspetto tecnico-economico. Questa concezione materialistica della vita minaccia di divenire la regola di condotta di affaccendati agenti di pace e la ricetta della loro politica pacifista. Essi stimano che il segreto della soluzione stia nel dare a tutti i popoli la prosperità materiale mediante il costante incremento della produttività del lavoro e del tenore di vita così come, cento anni or sono, un’altra simile formula riscoteva l’assoluta fiducia degli Statisti: Col libero commercio la eterna pace. Ma nessun materialismo è stato mai un mezzo idoneo per instaurare la pace, essendo questa innanzi tutto un atteggiamento dello spirito, e, soltanto in second’ordine, un equilibrio armonico di forze esterne. È dunque un errore di principio affidare la pace al materialismo moderno, che corrompe l’uomo alle sue radici e soffoca la sua vita personale e spirituale. Alla medesima sfiducia conduce, del resto, l’esperienza, la quale dimostra, anche ai nostri giorni, che il dispendioso potenziale di forze tecniche ed economiche, quando sia distribuito più o meno egualmente tra le due parti, impone un reciproco intimorimento. Ne risulterebbe quindi soltanto una pace della paura; non la pace, che è sicurezza dell’avvenire. Occorre ripetere e senza stancarsi, e persuaderne coloro, tra il popolo, i quali si lasciano facilmente allucinare dal miraggio che la pace consiste nell’abbondanza dei beni, mentre essa, la sicura e stabile pace, è soprattutto un problema di unità spirituale e di disposizioni morali. Essa esige, sotto pena di rinnovata catastrofe per l’umanità, che si rinunzi alla fallace autonomia delle forze materiali, le quali, ai nostri tempi, non si distinguono gran che dalle armi propriamente belliche. La presente condizione di cose, non migliorerà, se tutti i popoli non riconosceranno i comuni fini spirituali e morali della umanità, se non si aiuteranno ad attuarli, e per conseguenza se non s’intenderanno mutuamente per opporsi alla dissolvente discrepanza che domina fra di loro riguardo al tenore di vita e alla produttività del lavoro.

    […] Senza dubbio la democrazia vuole attuare l’ideale della libertà; ma ideale è soltanto quella libertà che si allontana da ogni sfrenatezza, quella libertà che congiunge con la consapevolezza del proprio diritto il rispetto verso la libertà, la dignità e il diritto degli altri, ed è cosciente della propria responsabilità verso il bene generale. Naturalmente questa genuina democrazia non può vivere e prosperare che nell’atmosfera del rispetto verso Dio e della osservanza dei suoi comandamenti, non meno che della solidarietà o fraternità cristiana".

    Radiomessaggio natalizio 1953

    "Chi, in questa epoca industriale, con diritto accusa il comunismo di aver privato della libertà i popoli su cui domina, non dovrebbe omettere di notare che anche nell’altra parte del mondo la libertà sarà un ben dubbio possesso, se la sicurezza dell’uomo non sarà più derivata da strutture che corrispondano alla sua vera natura. La errata credenza che fa riporre la salvezza nel sempre crescente processo della produzione sociale, è una superstizione, forse l’unica del nostro razionalistico tempo industriale, ma è anche la più pericolosa, perché sembra stimare impossibili le crisi economiche, che sempre portano in sé il rischio di un ritorno alla dittatura. Inoltre quella superstizione non è neppure atta ad erigere un saldo baluardo contro il comunismo, perché essa è condivisa dalla parte comunista ed anche da non pochi della non comunista. In questa errata credenza le due parti s’incontrano, stabilendo in tal modo una tacita intesa, tale, da poter indurre gli apparenti realisti dell’Ovest al sogno di una possibile vera coesistenza.
    Nel Radiomessaggio natalizio dello scorso anno esponemmo il pensiero della Chiesa su questo argomento, ed ora intendiamo ancora una volta di confermarlo. Noi respingiamo il comunismo come sistema sociale in virtù della dottrina cristiana, e dobbiamo affermare particolarmente i fondamenti del diritto naturale. Per la medesima ragione rigettiamo altresì l’opinione che il cristiano debba oggi vedere il comunismo come un fenomeno o una tappa nel corso della storia, quasi necessario « momento » evolutivo di essa, e quindi accettarlo quasi come decretato dalla Provvidenza divina. Ma Noi, al tempo stesso, ammoniamo i cristiani dell’era industriale, nuovamente e nello spirito dei Nostri ultimi Predecessori nel supremo ufficio pastorale e di magistero, di non contentarsi di un anticomunismo fondato sul motto e sulla difesa di una libertà vuota di contenuto; ma li esortiamo piuttosto a edificare una società in cui la sicurezza dell’uomo riposi su quell’ordine morale, del quale abbiamo già più volte esposto la necessità e i riflessi e che rispecchia la vera natura umana".

    Radiomessaggio natalizio 1955

    "Per adempire questo dovere con illuminata carità, è opportuno che il cristiano conosca più concretamente il modo di pensare dell'uomo detto moderno, tutt'altro che realistico, riguardo al peccato. Coloro, infatti, che non tollerano negli schemi del loro mondo il concetto della colpa originale e dei peccati personali con le loro conseguenze; non potendo, d'altra parte, trascurare l'esperienza che l'uomo è predisposto anche moralmente a cadere; ascrivono le perverse inclinazioni soltanto a morbosità, a debolezza funzionale, per sé sanabili. Ed assicurano che, non appena saranno conosciute pienamente le leggi, alle quali l'uomo è sottoposto nei suoi rapporti col mondo circostante e fin nelle profondità della sua anima, si giungerà al completo risanamento delle presenti deficienze. Occorrerà perciò — essi soggiungono — attendere il giorno, in cui dalla piena conoscenza del meccanismo interiore dell'uomo sorgerà l'arte terapeutica atta a guarire le sue morali disposizioni morbose. Come il moderno potere sulla natura esteriore, frutto della conoscenza approfondita delle leggi che la governano, rende possibile ogni costruzione tecnica, così non vi è ragione di dubitare che altrettanto successo sarà ottenuto nel regolare il complesso morale dell'uomo. Perché mai — essi si domandano — soltanto l'uomo dovrebbe rimanere la sola costruzione invincibilmente falsa e irriducibile? Di tal modo di falsare la realtà, già fin da ora si raccolgono le deplorevoli conseguenze. La mollezza generalmente lamentata nell'educazione, la eccessiva indulgenza di fronte al delitto, il silenzio sulla colpa e l'avversione all'idea della pena anche giusta, sono le immediate conseguenze di una concezione dell'uomo, nella quale tutto è in sé buono, e tutte le mancanze si afferma — derivano dal non saper adattare rettamente l'uomo nell'ingranaggio di funzioni, a cui egli col suo mondo circostante è soggetto. Il medesimo schema viene dagli stessi fautori applicato altresì alle questioni della vita sociale. Nei problemi angosciosi della moderna democrazia non occorre — a loro avviso — chiamare in causa la coscienza ed il senso morale degli uomini, bensì la loro temporanea incapacità costruttiva, a sua volta frutto della ignoranza e del rifiuto di prendere in seria considerazione la bontà dell'uomo, che è alla fin fine propria di tutti. Pertanto — essi aggiungono — approfondendo sempre più la conoscenza delle norme naturali che dominano l'uomo e il suo mondo, le buone qualità di tutti saranno realmente messe in valore e l'autorità e la responsabilità distribuite su molti, anzi propriamente su tutti. Ciò nondimeno, come comportarsi di fronte alle deficienze che la vita sociale e statale presenta, quali l'anonimità del potere, l'assorbimento dell'individuo nella massa, l'incerto equilibrio tra le forze in giuoco nella società? I seguaci del cosiddetto realismo assicurano che, per escludere tali inconvenienti, basterà inserire il principio della responsabilità personale e dell'equilibrio delle energie nel complesso in certo modo macchinale e puramente funzionale della vita associata. E ripetono : come la più diffusa conoscenza delle leggi e delle funzioni della natura esteriore ha conseguito le più ardite attuazioni tecniche, così, nel campo delle strutture sociali, sarà sufficiente un'accresciuta cognizione delle leggi, che regolano il loro meccanismo, per venire a capo di una perfetta società. Ma possono veramente giustificarsi le aspettative fondate sopra una concezione che, mentre si vanta d'essere realistica, dimostra di ignorare la vera natura dell'uomo? È proprio vero che le sue cosiddette predisposizioni al male non sono più che sanabili difetti di un corso normale, non altro che guasti di una macchina o di un apparecchio, che si rimuovono mediante un accresciuto sapere tecnologico? Anche ammettendo, come è vera, che l'uomo risente l'impulso di molti svolgimenti naturali e di complessi funzionali, egli resta tuttavia, ben altrimenti che la materia, la pianta e l'animale, al di sopra di essi, e, pur riconoscendone il senso e l'importanza, sarà sempre il loro signore, che in libera causalità in un modo o in altro li inserisce nel corso degli eventi. L'uomo domina quegli svolgimenti e complessi, perché è soprattutto una sostanza spirituale, una persona, un soggetto di libera azione ed omissione, e non soltanto il punto d'intreccio nello svolgersi di quei processi naturali. In ciò consiste la sua dignità, ma anche il suo limite. Perciò egli è capace di fare il bene, ma anche il male; capace di attuare tutte le possibilità e disposizioni positive del suo essere, ma anche di metterle in pericolo. Orbene, appunto questo cimento, che, a causa dei grandi valori in giuoco, ha assunto nel ventesimo secolo proporzioni molto ampie, crea e spiega l'angosciosa contraddizione avvertita dai contemporanei. Non vi è altro rimedio per superarla che il ritorno al vero realismo, al realismo cristiano, che abbraccia con la medesima certezza la dignità dell'uomo, ma anche i suoi limiti, la capacità di superarsi, ma anche la realtà del peccato. Non così quel falso realismo, di cui desideriamo di accennare qualcuna delle infauste applicazioni. E' cosa chiara che esso mina alla radice la privata e pubblica moralità, svuotando di ogni loro valore positivo i concetti di coscienza e di responsabilità, e indebolendo quello del libero arbitrio. Parimente dannose le conseguenze nel campo dell'educazione, come già fin d'ora si può rilevare là ove questa risente l'influsso, più o meno larvato, del falso realismo : scuole che non si propongono affatto, o soltanto subordinatamente, l'intento pedagogico; genitori ridotti all'incapacità morale di educare rettamente i figli con l'esempio e con la guida; tutto ciò è anche maggiormente causa del fallimento, oggi apertamente deplorato, nella educazione, che i difetti e gli sbagli, egualmente non trascurabili, dei figli stessi. Come l'uomo maturo, così gli educatori e i fanciulli nella preparazione alla vita, dovrebbero tornare a confessare la realtà del peccato e della grazia, non prestando l'orecchio alle parole di pure e semplici predisposizioni, da cui guarirebbero la medicina e la psicologia. Una più larga applicazione trova il falso realismo nella odierna struttura democratica, la cui insufficienza, come accennammo, dipenderebbe da semplici difetti delle istituzioni, da attribuirsi alla ancora manchevole conoscenza dei processi naturali e del complesso delle funzioni del meccanismo sociale. Ora anche lo Stato e la sua forma dipendono dal carattere morale dei cittadini, specialmente oggi che lo Stato moderno, nell'alto sentimento delle possibilità tecniche e organizzative, è pur troppo inclinato a sottrarre al singolo, mediante pubbliche istituzioni, il pensiero e la responsabilità per la sua vita. Una democrazia moderna così costituita dovrà dunque fallire dovunque essa non si rivolge più, o non può più rivolgersi, alle singole responsabilità morali dei cittadini. Ma anche se volesse, non sarebbe in grado di farlo con positivo successo, poiché non troverebbe risposta dovunque il senso della vera realtà dell'uomo, la coscienza della dignità della natura umana e dei suoi limiti, non sono più vivi nel popolo. Si cerca di riparare con l'intraprendere grandi riforme istituzionali, non di rado dalle dimensioni troppo ampie o poste su falsi fondamenti; ma la riforma delle istituzioni non è così urgente come quella dei costumi. La quale, a sua volta, non può essere compiuta che sulla base della vera realtà dell'uomo, quale si apprende con religiosa umiltà dinanzi alla culla di Betlemme. Anche nella vita degli Stati la forza e la debolezza morale degli uomini, i peccati e la grazia, hanno una parte definitiva. La politica del secolo ventesimo non può ignorarlo, né tollerare che s'insista nell'errore di voler separato lo Stato dalla religione, in nome di un laicismo che non ha potuto essere giustificato dai fatti".

    Radiomessaggio natalizio 1956
    Ultima modifica di Giò; 03-04-12 alle 01:58
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Innanzitutto, qui si parla solo del totalitarismo, mentre, come ho più volte ripetuto, Pio XII condanna il fascismo sia sotto la categoria dell’autoritarismo, sia sotto quella del totalitarismo…
    Ripeto, sono tue arbitrarie opinioni, non fatti. Non sta scritto da nessuna parte che Pio XII si riferisse al Fascismo italiano nel suo complesso e nella sua integrità. Ad esempio, Paolo VI definì il regime comunista un regime pesantemente autoritario e tendenzialmente totalitario. In effetti, la scissione tra “dominatori” (l’avanguardia del proletariato…) e “dominati” è tipica di una mentalità fondata sull’odio di classe.

    In secondo luogo, qui Pio XII appare riferirsi in modo più specifico proprio al fascismo. Infatti sia il comunismo ateo che il nazismo pagano vedevano la Chiesa come una nemica, e avevano l’obiettivo finale di distruggerla.
    Ti faccio notare che Pio XII utilizzò il plurale, perciò è poco plausibile che si riferisse esclusivamente al Fascismo, ammesso e non concesso che si riferisse anche al regime fascista (non concesso ovviamente perché il Fascismo mai tentò veramente di sottomettere la Chiesa allo Stato, visto che, come fu autorevolmente riconosciuto, esso contribuì a ridare Dio all’Italia e l’Italia a Dio).


    Il fascismo?
    Cosa c’entra il fascismo?
    “Ma in singolar modo Ci sentiamo mossi dall'animo Nostro a far palese l'intima Nostra gratitudine per i segni di riverente omaggio pervenutiCi da sovrani, da capi di stato e da pubbliche autorità di quelle nazioni, con le quali la Santa Sede si trova in amichevoli rapporti. E a particolare letizia si eleva il Nostro cuore nel potere, in questa prima enciclica indirizzata a tutto il popolo cristiano sparso nel mondo, porre in tal novero la diletta Italia, fecondo giardino della fede piantata dai prìncipi degli apostoli, la quale, mercè la provvidenziale opera dei Patti Lateranensi, occupa ora un posto d'onore tra gli stati ufficialmente rappresentati presso la sede apostolica. Da quei Patti ebbe felice inizio, come aurora di tranquilla e fraterna unione di animi innanzi ai sacri altari e nel consorzio civile, la «pace di Cristo restituita all'Italia»; pace, per il cui sereno cielo supplichiamo il Signore che pervada, avvivi, dilati e corrobori fortemente e profondamente l'anima del popolo italiano, a Noi tanto vicino, in mezzo al quale respiriamo il medesimo alito di vita, invocando e augurandoci che questo popolo, così caro ai Nostri predecessori e a Noi, fedele alle sue gloriose tradizioni cattoliche, senta sempre più nell'alta protezione divina la verità delle parole del Salmista: «Beato il popolo, che per suo Dio ha il Signore» (Sal 143,15)” (Summi Pontificatus, 1939).

    “Senza dubbio anche qui non vogliamo tacere la lode dovuta alla saggezza di quei Governanti, che o sempre favorirono o vollero e seppero rimettere in onore, con vantaggio del popolo, i valori della civiltà cristiana nei felici rapporti fra Chiesa e Stato, nella tutela della santità del matrimonio, nella educazione religiosa della gioventù” (Radiomessaggio natalizio 1941).

    Non sei tu quello che dice che ci deve essere sempre la citazione esplicita?
    Ma quando ti fa comodo….non ce n’è più bisogno, vero?
    Non ti scaldare solo perché sei in torto. Io ti chiedo la citazione esplicita quando molto discutibilmente parli di condanne del Fascismo da parte del Magistero della Chiesa e dei Papi, laddove non è possibile ricavarne, se non arbitrariamente. Siccome entri in un campo che è eminentemente teologico, allora è giusto ragionare secondo quelle che sono, per così dire, le “regole” della teologia cattolica. Colpa mia non è, invece, se il regime fascista, stipulando il Concordato, regolò felicemente i rapporti tra Stato e Chiesa rinunciando a qualsiasi forma deleteria di giurisdizionalismo o di separatismo indifferentista, riconobbe la validità del matrimonio cattolico e fece dell’insegnamento della religione cattolica il fondamento e il coronamento dell’istruzione pubblica.

    Quei due partiti appartengono alla categoria del totalitarismo, è il fascismo italiano che rientra nella categoria dell’”autoritarismo di un solo partito”.
    Non è affatto così scontato, come pretendi tu. Ad esempio, Paolo VI definì il regime comunista un regime pesantemente autoritario (cioè autoritarista) e tendenzialmente totalitario.

    Su questo sono d’accordo
    Bene! Ricorda pure che Franco definì quello spagnolo uno Stato “totalitario”.

    Giuanìn è inutile che la meni con il Concordato: anche un criminale può fare qualcosa di buono, anche un regime autoritario-totalitario può fare qualcosa di apprezzabile; ma la condanna finale è inevitabile, dopo che si sono visti i “frutti” disastrosi che ha prodotto il fascismo.
    Anche con il regime nazista è stato stipulato un concordato, che la Chiesa ha giudicato positivo, e che è sopravvisuto alla seconda guerra mondiale, ma questo non ha certo potuto evitare la condanna del nazismo….
    Riguardo poi al Concordato italiano, bisogna distinguere il suo aspetto oggettivo da quello soggettivo. Dal punto di vista oggettivo rappresentò un risultato lodevole, che ancora oggi viene apprezzato dalla Chiesa (anche se lo stesso Pio XI lo giudicava “tra i migliori”, ma non il migliore….). Dal punto di vista soggettivo invece, cioè dell’individuazione dei meriti da attribuire ai soggetti coinvolti, Pio XI attribuisce a sé stesso, Papa alpinista e Papa bibliotecario, con il consueto plurale maiestatis, il merito fondamentale: “E’ con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio”. Fermo restando poi che non è vero che Pio XI definì Mussolini “l’uomo della Provvidenza”, il Papa, al momento della stipulazione, volle riconoscergli un merito di collaborazione. Aggiungeva però una significativa postilla: “Le favorevoli condizioni nelle quali si è svolto il Nostro dialogo non Ci lasciano ragione alcuna di dubitare che sarà pure assicurata altrettanto lealmente, generosamente, nobilmente, l’esecuzione di tutte le misure di comune accordo deliberate.” La speranza del Papa fu però delusa: non solo vi furono subito dure polemiche e contrasti riguardo all’interpretazione del Concordato, ma il fascismo dapprima, con la violenza, attaccò l’Azione Cattolica e impose di limitarne le funzioni, in seguito violò apertamente e definitivamente le norma concordatarie varando le leggi razziali (il cardinale Schuster commentò icasticamente che il Concordato risultava ormai “vaporizzato” dalla statolatria esibita dal fascismo…).
    In realtà Pio XI era stato lucidissimo sin dall’inizio: nel discorso tenuto ai docenti e studenti della Università cattolica del Sacro Cuore del 13 febbraio 1929 chiarì il significato della stipulazione dei patti lateranensi: “Saremmo andati a trattare con Belzebù in persona!”. L’affermazione fu stralciata per motivi di opportunità dal discorso ufficiale, ma pochi mesi dopo il Papa ribadì: “Quando si trattasse di salvare qualche anima, di impedire maggiori danni alle anime, ci sentiremmo il coraggio di trattare con il diavolo in persona!”
    Pio XI non aveva bisogno di aspettare di udire Mussolini proclamante che bisogna fare dell’odio l’ultima essenza di se stessi: aveva già capito di avere a che fare con il demonio…
    Inutile che riproponi questa fuffa. Il Papa non disse che aveva trattato con Belzebù in persona, ma che, per l’articolo 34 del Concordato riguardante il matrimonio, sarebbe andato (condizionale) a trattare con il diavolo in persona. Ed è inutile che riproponi la fuffa secondo cui il Papa non avrebbe indicato in Mussolini l’Uomo della Provvidenza…in effetti l’espressione “Uomo della Provvidenza” è una semplificazione, ma sottende un concetto sostanzialmente vero ed effettivamente espresso da Pio XI: “Dobbiamo dire che siamo stati anche dall’altra parte nobilmente assecondati. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e, proprio come i feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi. E con la grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l’incontro di molti e nobili assecondamenti, siamo riusciti « tamquam per medium profundam eundo » a conchiudere un Concordato che, se non è il migliore di quanti se ne possono fare, è certo tra i migliori che si sono fin qua fatti; ed è con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio.”
    Mussolini era descritto da Pio XI come l’uomo che la Provvidenza Divina gli aveva fatto incontrare e che, cosa ancora più importante, non aveva avuto le preoccupazioni della scuola liberale in materia religiosa! Diceva pure che, nello stipulare il Concordato, “l’altra parte” – cioè lo Stato etico ed organico fascista – aveva “nobilmente” ed “abbondantemente” assecondato la Chiesa. Il Concordato era visto non come il migliore in assoluto, ma quanto meno come il migliore fra quelli fatti sino ad allora (mica poco!). Senza quei “nobili assecondamenti”, non sarebbe stato possibile “ridare Dio all’Italia e l’Italia a Dio”. Ma tu continua pure a fuffeggiare…dimenticando che il Papa aveva pure definito pubblicamente Mussolini come l’uomo “il quale con tanta energia governa le sorti del paese” (allocuzione in concistoro del 20 dicembre 1926) e non era affatto nuovo a complimenti ed elogi nei confronti di Mussolini.

    Ma come, ma cosa dici?
    Guarda che in quella frase il Papa non cita il fascismo!
    Anzi, in tutto quanto il radiomessaggio non cita mai il fascismo!
    “Senza dubbio anche qui non vogliamo tacere la lode dovuta alla saggezza di quei Governanti, che o sempre favorirono o vollero e seppero rimettere in onore, con vantaggio del popolo, i valori della civiltà cristiana nei felici rapporti fra Chiesa e Stato, nella tutela della santità del matrimonio, nella educazione religiosa della gioventù”.
    Capito? I felici rapporti fra Chiesa e Stato: “Innanzi ad ogni altra considerazione si presenta la fausta circostanza che in quest'anno si è compiuto il decennio dalla conclusione di quei Patti Lateranensi, i quali, nella coscienza del popolo italiano, significarono e portarono il provvidenziale raggiungimento di una pace ansiosamente attesa da molti anni di doloroso dissidio, che turbava gli animi e inceppava nell'opera le energie di molti fra i migliori figli di questa gloriosa e privilegiata terra d'Italia; mentre nella coscienza del mondo cattolico quei medesimi auspicati Patti rappresentarono il nuovo e solenne e aperto riconoscimento della reale ed effettiva sovranità ed indipendenza del Capo Supremo della Chiesa” (7 dicembre 1939).
    La tutela della santità del matrimonio: “Pertanto, vivamente esortiamo nel Signore quanti hanno la suprema potestà civile ad entrare in concorde amicizia, e sempre più rafforzarla, con questa Chiesa di Cristo, affinché mediante la collaborazione e la solerte opera della duplice potestà si allontanino i danni enormi che, per le irruenti e procaci libertà contro il matrimonio e la famiglia, minacciano non solo la Chiesa, ma la stessa civile società. A questo gravissimo compito della Chiesa possono infatti giovare assai le leggi civili, se nei loro ordinamenti terranno conto di ciò che prescrive la legge divina ed ecclesiastica, e stabiliranno pene contro i violatori. Non mancano infatti persone che stimano essere loro lecito, anche secondo la legge morale, quanto dalle leggi dello Stato è permesso o almeno non è punito; oppure, anche contro la voce della coscienza, compiono queste azioni poiché né temono Dio, né vedono esservi alcunché da temere dalle umane leggi; donde non di rado e a se stessi e a moltissimi altri sono causa di rovina. Né poi è da temere alcun pericolo o menomazione dei diritti e dell’integrità della società civile da questo accordo con la Chiesa. Sono insussistenti e del tutto vani siffatti sospetti e timori, come ebbe già a mostrare eloquentemente Leone XIII: «Non v’è dubbio — egli dice — che Gesù Cristo, fondatore della Chiesa, abbia voluto la potestà sacra distinta dalla civile, e che l’una e l’altra avessero nell’ordine proprio libero e spedito l’esercizio del proprio potere, ma con questa condizione tuttavia, che torna bene all’una ed all’altra e che è di molta importanza per tutti gli uomini, che cioè fossero tra loro unione e concordia… Se l’autorità civile va in pieno accordo con la sacra potestà della Chiesa, non può non derivarne grande utilità ad entrambe. Dell’una infatti si accresce la dignità, e sotto la guida della religione il suo governo non riuscirà mai ingiusto; all’altra poi si offrono aiuti di tutela e di difesa per il comune vantaggio dei fedeli ». E, per portare un esempio recente e illustre, così appunto è avvenuto, secondo il retto ordine e del tutto secondo la legge di Cristo, che nelle solenni convenzioni felicemente stipulate tra la Santa Sede e il Regno d’Italia, anche rispetto ai matrimoni fossero stabiliti un pacifico accordo ed una amichevole cooperazione, quali si addiceva alla gloriosa storia ed alle vetuste memorie sacre del popolo italiano. Così infatti si legge decretato nei Patti Lateranensi: « Lo Stato italiano, volendo ridonare all’istituto del matrimonio, ch’è base della famiglia, la dignità conforme alle tradizioni cattoliche del suo popolo, riconosce al Sacramento del matrimonio, disciplinato dal diritto canonico, gli effetti civili ». A tale norma fondamentale sono aggiunte ulteriori determinazioni del mutuo accordo. Questo può a tutti essere di esempio e di argomento, onde anche nella nostra età nella quale, purtroppo, così di frequente si va predicando una assoluta separazione dell’autorità civile dalla Chiesa, anzi da qualsiasi religione, possano le due supreme potestà, senza alcuno scambievole detrimento dei propri diritti e poteri sovrani, congiungersi ed associarsi con mutua concordia e patti amichevoli, per il bene comune dell’una e dell’altra società, e possa aversi dalle due potestà una comune cura per ciò che spetta al matrimonio, in modo che siano rimossi dalle unioni coniugali cristiane pericoli perniciosi, anzi la già imminente rovina” (Casti connubii, 1930).
    Educazione religiosa della gioventù: “in Italia saggezza di governanti [ha] riconosciuto l’insegnamento religioso nelle scuole elementari e medie come fondamento e coronamento della istruzione pubblica” (4 settembre 1940).

    Quel “se mai” significa “piuttosto”, ed è ridicolo anche solo pensare che il Vicario di Cristo in terra voglia fare delle concessioni a un sacerdote, soprattutto in un tema etico.
    Il Papa voleva dire che era assolutamente inammissibile considerare il neofascismo il “pericolo numero uno” e che, al limite, se proprio lo si voleva additare come “male” o “pericolo”, tutt’al più lo si poteva relegare all’innocuo ruolo di “male minore”.

    Quindi, secondo te, ciò che lui afferma riguardo ai leader neofascisti, e a Borghese, non sono fatti, ma invenzioni?
    E poi, tu non dovresti essere dalla parte di Vinciguerra, che esalta la purezza dell’Ideale fascista e si ispira a Giani, mentre condanna le compromissioni con l’Occidente, gli Stati Uniti, il Patto Atlantico, la CIA, ecc.?
    Il discorso è lungo, diciamo che di Vinciguerra non condivido affatto l’attribuzione alla destra radicale di collusioni indimostrabili e soprattutto dell’accusa di stragismo. Essendo notoriamente un risentito, una volta preso, ha deciso di gettare merda sull’ambiente di cui in precedenza faceva parte, rivendicando discutibilmente per sé l’esclusività della purezza rivoluzionaria, ed alimentando tutti i peggiori cliché dell’antifascismo sinistroide comunista.
    Quanto ai compromessi con l’Occidente, gli Stati Uniti, il Patto Atlantico, la CIA, ecc., ammesso che ve ne siano effettivamente stati – cosa, ripeto, molto discutibile e secondo me difficilmente verificabile - , furono fatti in una mera ottica di difesa e di sopravvivenza da un pericolo più impellente ed urgente e comunque nel tentativo, quasi sempre velleitario, di agire seguendo logiche autonome e indipendenti.

    Certo, lo riporta pure Petacco nel suo libro, e tanti siti internet, ma finchè si limitano a citare la frase, senza indicare riferimenti, non ha alcun valore. Non è presente nella serie degli “Scritti e discorsi di S. S. Pio XII”?
    Non hai capito. Non si trattò di un discorso pubblico (mai ho detto una cosa del genere). Si trattò di una testimonianza che il settimanale cattolico “Orizzonti” raccolse in un numero dedicato alla morte del Pontefice.
    “La sensibilità umana di Mussolini era stata del resto riconosciuta dal Pontefice Pio XII, quando una personalità del giornalismo romano si recò dal Santo Padre nell’agosto 1943 per pregarlo di prendere in mano i destini di un’Italia abbandonata e sfinita. Il Papa – come narrò il protagonista di quell’incontro – rispose subito: ‘Non possumus’, soggiungendo: ‘La Conciliazione ha chiuso un periodo che non può e non deve essere riaperto’. Continuando il colloquio, il Pontefice Romano passò a parlare degli uomini ed eventi che si succedevano sulla scena politica italiana ed occupandosi di Mussolini – che allora, giova ricordarlo, non era più al potere, ma prigioniero di Badoglio – disse: ‘È il più grande uomo da me conosciuto ed è senz’altro uno dei più fondamentalmente buoni’. Poiché l’interlocutore si dimostrava sorpreso da quelle esplicite parole, il Santo Padre confermava con un sorriso: ‘Ho troppe prove in mano che lo dimostrano’” (tratto da “La perestroika dell’ultimo Mussolini. Dalla dittatura cesariana alla democrazia organica” di Primo Siena, ed. Solfanelli, p. 202).
    Del resto, anche in precedenza Pio XII aveva mostrato la sua sollecitudine per Mussolini. Durante un colloquio con il francescano minore Vittorino Facchinetti, vescovo di Tripoli, quest’ultimo disse: “È un’anima che mi sta tanto a cuore e per la quale prego sempre”. E Pio XII soggiunse: “Anche Noi lo ricordiamo sempre nelle nostre preghiere”.


    Ma tu hai scritto:
    “Più controverso il caso dell'augurio di Pio XII, mandato in occasione del suo primo congresso nazionale, alla Giovane Italia, che "L'Osservatore Romano" cercò di giustificare dicendo che il Papa credesse che si trattasse di un'organizzazione legata all'Azione Cattolica, nonostante i più tutt'oggi garantiscano che Pacelli sapesse perfettamente cosa fosse la Giovane Italia.”
    Allora secondo te ha torto “L’Osservatore Romano”….
    Insomma, l’”Osservatore Romano”, che pure dovrebbe essere ancora più autorevole della “Civiltà cattolica”, non è, come non lo è quest’ultima, né una fonte magisteriale, né la “voce del Papa”…
    Non so se “L’Osservatore Romano” avesse torto o meno, anche se una smentita ufficiale da parte delle autorità ecclesiastiche non avvenne. Per questo ho scritto che il caso è controverso.
    In ogni caso, visto che ti piace puntualizzare, puntualizzo a mia volta che non ho mai definito né “L’Osservatore Romano” né “La Civiltà Cattolica” come fonti magisteriali, come invece tu indebitamente e scorrettamente mi attribuisci.


    Giuanìn, quello era semplicemente un motto concepito da padre Gemelli per coglionare i fascisti, e i termini (dai quali egli aveva significativamente espunto il “combattere”) andavano intesi in senso spirituale e interiore, non bellico e esteriore.
    Li coglionava talmente che non solo non si accontentava di “combattere”, ma voleva pure “vincere”…comunque, riguardo a padre Gemelli non ti dò del tutto torto, in quanto effettivamente il “Magnifico Terrore”, come lo soprannominavano, fu sempre molto spregiudicato nel difendere gli interessi e i diritti dell’Università Cattolica, senza badare troppo a quale colore politico appartenessero i reggenti della nazione in carica e mantenendo rapporti più o meno con chiunque potesse servirgli a tale scopo. Certe sue affermazioni risalenti al Ventennio sono comunque testimonianza di un clima durante il quale il consenso verso il regime fu massiccio e reale, per quanto a volte dettato da conformismo.


    “Sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.
    Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.”
    RADIOMESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PIO XII AI POPOLI DEL MONDO INTERO- Domenica, 24 dicembre 1944

    “Ascoltate dunque oggi la voce di Dio, non indurite il vostro cuore. Quella voce vi dice: «Che l’empio lasci la sua via e l’uomo iniquo i suoi propositi, e ritorni al Signore» .
    A chi vuol essere sordo agli inviti divini, a chi vuole irrigidirsi contro la voce persuasiva dei pastori delle anime, contro la voce severa e pungente della coscienza, un’altra voce, una voce selvaggia, quella degli avvenimenti crudeli, dell’atroce realtà, si leva ad annunziare e ad ammonire che la guerra è il frutto e il salario del peccato. Il peccatore può ben cercare di stordirsi, l’empio potrà ben ostinarsi a camminare nei sentieri del male, lontano da Dio; la voce tragica si farà sempre più sonora, sempre più terribile, e al di là delle cause e delle responsabilità immediate dell’immane conflitto, al di là degli atti esterni e delle parole sensibili, penetrerà nel fondo silenzioso dei cuori per scrutare e svelare la causa profonda che ha destato e alimentato l’orribile incendio, lo spirito che ha suscitato e inasprito la discordia, che è lo spirito di orgoglio, di ambizione e di cupidigia. È lo spirito del male che si erge contro lo spirito di Dio, che vuol bandire dalla terra il regno di Cristo per divinizzare la forza materiale, per abolire nella vita dei popoli, e ancor più nei rapporti internazionali, ogni distinzione essenziale tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto.
    A coloro che si sono lasciati sedurre dai fautori della violenza e che, dopo averli inconsideratamente seguiti, cominciano alfine a risvegliarsi dalla loro illusione, costernati nel vedere fin dove la loro docilità servile li ha condotti, non rimane altra via di salvezza che di ripudiare definitivamente la idolatria dei nazionalismi assoluti, gli orgogli di stirpe e di sangue, le brame di egemonia nel possesso dei beni terreni, e di volgersi risolutamente verso lo spirito di sincera fraternità, che è fondato nel culto del Padre divino di tutti gli uomini, e in cui le nozioni, da troppo lungo tempo opposte, di diritti e di doveri, di vantaggi e di pesi, si armonizzano nella giustizia e nella carità.”
    DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII «LA DEVOTA PRESENZA» - 18 marzo 1945

    “È incontestabile che una delle esigenze vitali di ogni umana comunanza, quindi anche della Chiesa e dello Stato, consiste nell'assicurare durevolmente la unità nella diversità dei suoi membri.
    Ora il «totalitarismo» non è mai che possa provvedere a quella esigenza, perchè esso dà al potere civile una estensione indebita, determina e fissa nel contenuto e nella forma tutti i campi di attività, e in tal modo comprime ogni legittima vita propria - personale, locale e professionale - in una unità o collettività meccanica, sotto l'impronta della nazione, della razza o della classe.
    Noi abbiamo già nel Nostro Radiomessaggio del Natale 1942 additato particolarmente le tristi conseguenze per il potere giudiziario di quella concezione e di quella prassi, che sopprime la eguaglianza di tutti dinanzi alla legge e lascia le decisioni giudiziarie in balìa di un mutevole istinto collettivo.
    Ma a quella esigenza fondamentale è ben lungi dal soddisfare anche l'altra concezione del potere civile, che può essere designata col nome di «autoritarismo», perchè esclude i cittadini da qualsiasi efficace partecipazione od influsso nella formazione della volontà sociale. Esso scinde per conseguenza la nazione in due categorie, quella dei dominatori e quella dei dominati, i cui reciproci rapporti vengono ad essere puramente meccanici, sotto l'impero della forza, ovvero hanno un fondamento meramente biologico.
    Ora chi non vede come in tal guisa la vera natura del potere statale rimane profondamente sconvolta? Questo infatti, e per se stesso e mediante l'esercizio delle sue funzioni, deve tendere a ciò che lo Stato sia una vera comunità, intimamente unita nello scopo ultimo, che è il bene comune. Ma in quel sistema il concetto del bene comune diviene così labile e si palesa così chiaramente come un ingannevole manto dell'unilaterale interesse del dominatore, che uno sfrenato «dinamismo»legislativo esclude ogni sicurezza giuridica, e quindi sopprime un elemento fondamentale di ogni vero ordine giudiziario.”
    DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
    AL TRIBUNALE DELLA SACRA ROMANA ROTA - 2 ottobre 1945

    “Si dia il debito valore alla vera e grande maggioranza, formata da tutti quelli che onestamente e tranquillamente vivono del loro lavoro in mezzo alle loro famiglie e vogliono fare la volontà di Dio. Ai loro occhi le contese per più favorevoli confini, la lotta per i tesori della terra, anche se non sono necessariamente e a priori immorali in se stesse, costituiscono pur sempre un giuoco pericoloso, che non si può affrontare se non a rischio di cagionare un cumulo di rovine e di morte. È la vasta maggioranza dei buoni padri e madri di famiglia, che vorrebbero proteggere e difendere l’avvenire dei propri figli contro la pretesa di ogni politica di pura forza, contro gli arbitri del totalitarismo dello Stato forte.
    La forza dello Stato totalitario! Crudele e sanguinante ironia! Tutta la superficie del globo, rossa del sangue versato in questi anni terribili, proclama altamente la tirannia di un tale Stato.“
    “Nei confini di ciascuna Nazione particolare, come in seno alla grande famiglia dei popoli, il totalitarismo dello Stato forte è incompatibile con una vera e sana democrazia. Come un pericoloso bacillo, esso avvelena la comunità delle Nazioni e la rende incapace di essere la garante della sicurezza dei singoli popoli. Esso rappresenta un continuo pericolo di guerra. La futura opera di pace vuol bandire dal mondo ogni uso aggressivo della forza, ogni guerra offensiva. Chi potrebbe non salutare di cuore un tale proposito, e specialmente la sua efficace attuazione? Se però questo non deve essere soltanto un bel gesto, occorre escludere ogni oppressione e ogni arbitrio dal di dentro e dal di fuori.”
    DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII «NEGLI ULTIMI SEI ANNI» - 24 dicembre 1945

    “Certo, le cose terrene e quelle che, nella condizione umana, superano questo mondo, sono strettamente unite, e la Chiesa stessa si serve di strumenti temporali nella misura in cui la propria missione lo richiede. Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall'autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all'esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni.”
    “Ai tempi nostri, la complessità dei problemi obbliga i pubblici poteri ad intervenire più frequentemente in materia sociale, economica e culturale, per determinare le condizioni più favorevoli che permettano ai cittadini e ai gruppi di perseguire più efficacemente, nella libertà, il bene completo dell'uomo. Il rapporto tra la socializzazione, l'autonomia e lo sviluppo della persona può essere concepito in modo differente nelle diverse regioni del mondo e in base alla evoluzione dei popoli. Ma dove l'esercizio dei diritti viene temporaneamente limitato in vista del bene comune, si ripristini al più presto possibile la libertà quando le circostanze sono cambiate. È in ogni caso inumano che l'autorità politica assuma forme totalitarie, oppure forme dittatoriali che ledano i diritti della persona o dei gruppi sociali.”
    CONCILIO ECUMENICO VATICANO II - COSTITUZIONE GAUDIUM ET SPES
    ….“con tutto quello che siamo venuti finora dicendo Noi non abbiamo voluto condannare il partito ed il regime come tale”.

    Se si tengono presenti
    …la personalità di Mussolini e l'umoralità di certe sue reazioni [...] Più che di odio, ci pare si debba parlare di una sorta di delusione per l'incomprensione che - a suo avviso - Londra aveva mostrato verso la sua situazione e i suoi veri propositi".

    R. De Felice "Mussolini l'alleato" p. 173.

    Ovviamente, di gran lunga preferibile quando il Duce propose di sostituire il classico “Credere, Obbedire e Combattere” con “Fede, Speranza e Carità”…

    Grazie a Dio, alla proclamazione fascista dell’odio si contrappone la proclamazione della Civiltà dell’Amore da parte del tuo Beato preferito…

    In effetti, potrei rivalutare Giovanni Paolo II almeno per la sua condanna delle inique guerre americane del Kosovo, dell’Afghanistan e dell’Iraq… :sofico:
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

 

 
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