No, ma infatti non ho mai asserito il contrario. A mutate circostanze e condizioni politiche, economiche e sociali, mutano anche le possibili soluzioni in quegli stessi campi.
A parte il fatto che il Magistero ecclesiastico e pontificio non ha mai condannato il Fascismo né definitivamente né manifestamente, devi ricordarti che Mussolini, addirittura, decise di non condurre l’ultima resistenza del Fascismo repubblicano nella città di Milano ascoltando una precisa richiesta del cardinale Schuster in tal senso. Non solo: Mussolini era sul punto di portare a termine la mediazione con il CLNAI che il cardinale Schuster aveva favorito, facendo incontrare le due parti. A causa però dell’imminente firma della resa tedesca agli anglo-americani, che avrebbe consentito il ritiro delle truppe germaniche dal Nord, Mussolini si prese un’ora per deliberare e assicurò che avrebbe fatto ritorno in arcivescovado con una risposta definitiva. Una volta però che il Duce ebbe abbandonato l’arcivescovado, irruppero i membri estremisti del CLNAI, fra cui Sandro Pertini, che brandeggiò una pistola, osò insultare il cardinale ("noi non siamo figli suoi") e affermò perentoriamente che Mussolini sarebbe stato passato immediatamente per le armi, senza alcun margine di trattativa in merito. A questa scena assistette l’ex prefetto fascista Carlo Tiengo il quale, terrorizzato, raggiunse celermente corso Monforte per avvertire Mussolini del pericolo, raccontando tutto: "Duce, guardate che vogliono uccidervi! Uccidervi stasera!"
A quel punto il Duce, già deluso e furente per l’esito fallimentare del colloquio in Arcivescovado (incolpandone in parte, sembra, lo stesso Schuster), si decise definitivamente a lasciare Milano, convincendosi che ormai non vi fosse più alcun margine di trattativa col CLN.
La vicenda evidenzia quindi come il Duce fosse orientato a favore della trattativa, il ruolo estremamente negativo di Pertini, l’ adesione di Mussolini alla richiesta di Schuster di risparmiare Milano da una lotta fratricida, la volontà della Chiesa di salvare la pelle a Mussolini e il riconoscimento della stessa - a distanza di anni - per l'opera svolta dal Duce con la Conciliazione. Riguardo al colloquio in Arcivescovado, Schuster ha testimoniato che "gli assicur[ò] che la Chiesa in Italia non avrebbe dimenticato ciò che egli aveva promesso di fare con il Concordato Lateranense; se non se ne era colto tutto il frutto sperato, di dare cioé l'Italia a Dio e Dio all'Italia, lo si doveva in gran parte alla sventura d'essere stato assai male servito da molti suoi gerarchi".
Le versioni dell’incontro e dei dialoghi in quei concitati minuti in Arcivescovado sono innumerevoli ed hanno alcune rilevanti discrepanze. Secondo la testimonianza di Carradori, attendente del Duce, Mussolini avrebbe detto al cardinale Schuster - non si sa esattamente in quale contesto e, soprattutto, se in risposta ad una domanda dell’arcivescovo, magari su che cosa avrebbe fatto in caso di mancata accettazione delle proposte - che alle ore 20.00 avrebbe lasciato Milano per evitare un ulteriore spargimento di sangue. Ogni versione, però, è concorde su un fatto: il Duce era orientato favorevolmente alla trattativa. Nei resoconti, seppur con le discrepanze già rilevate, emerge il fatto che il Duce fosse decisamente orientato a percorrere la soluzione meno sanguinosa e la più indolore possibile, ma soprattutto come lui volesse porre fine alla guerra e alla violenza e fosse disposto al sacrificio della sua stessa vita pur di conseguire tal fine.
Riguardo all'ignoranza teologica di Mussolini, che tu deridi stupidamente, era lo stesso Duce ad avere l'umiltà (virtù tipicamente cristiana) di ammetterla. In un colloquio con padre Eusebio, al secolo Sigfrido Zappaterreni, disse: "Sono ignorante per ciò che riguarda la liturgia, il dogma e le pratiche della vita cristiana; difetto dell'educazione in famiglia e dell'ambiente prettamente laico in cui vissi. Negli anni giovanili, il problema dello spirito passava in seconda linea, con mio enorme discapito, perché i vuoti dello spirito non si colmano con le frane della materia. L'ateo non esiste, perché negare l'esistenza di Dio è negare se stessi. Ho sempre creduto che l'anima sia immortale ed il culto dei morti per me è sacro. Esiste il problema del bene e del male; per necessità morale, dunque, deve esistere la sanzione oltretomba. Il vizio e la virtù, la depravazione e la rettitudine del pensiero, proiettate all'infinito come due parallele, non si incontreranno mai! Padre Eusebio, il problema dello spirito si impose seriamente alla mia coscienza durante la prigionia". E poi aggiunse: "A voi il compito di spiegarmi le incognite dello spirito e di trasformare gli interrogativi categorici in esclamativi razionali".
C'è da dire che in tal senso il Duce, che comunque, pur difettando nell'educazione religiosa e, soprattutto, nell'erudizione teologica, mai si era distaccato del tutto dalla religione cattolica dopo il suo abbandono dell'ateismo prima e dell'anticlericalismo poi, aveva fatto dei passi da gigante, come riportò Elsa Omodei.
Questa la testimonianza della professoressa: "Durante il colloquio, apertissimo e sincero, avevo gettato uno sguardo sul libro che il Duce teneva alla sua sinistra, sul tavolo. Era una edizione Laterza del Fedone di Platone. Allora a bruciapelo gli chiesi se credesse veramente a Dio o se la sua ostentazione di fede cattolica non fosse che l'attuazione pratica del dettame di Machiavelli (nel Principe: mostrare di credere per guadagnare favore presso il popolo). Mi rispose di no. Ed allora la conversazione diventò veramente interessante. Dai sofisti a Socrate, a Pitagora, a Platone cominciammo a disquisire sull'immortalità dell'anima e sull'esistenza di Dio. A sostegno dell'immortalità dell'anima portava il noto argomento di Platone, secondo cui non esiste una malattia specifica dell'anima se non l'ingiustizia che tuttavia non ha il potere di uccidere l'anima. Per l'esistenza di Dio si appoggiava alle cinque vie di San Tommaso. Aggiungeva che le anime individuali, essendo immortali, non potevano che procedere da un'essenza immortale. Alla mia obiezione che, forse, noi avremmo fatto parte di questa Essenza Universale, come elementi costitutivi ed integranti, mi addusse l'esempio della favilla che non può dirsi costitutiva del sole, ossia della Forza Prima, Intelligente e Incausata, la quale non può spezzettarsi in esseri limitati e creati. Non so quanto fossero giuste le sue convinzioni, ma le sue dimostrazioni erano vive, sentite, ricche di esempi, rispondevano di scatto all'incalzare delle mie obiezioni. Potei notare che era ferratissimo in storia antica, nella filosofia greca e nella filosofia scolastica e che respingeva a palme aperte l'idealismo".
Ad Edmondo Cione confessò: "Da parecchio tempo mi interesso di filosofia e leggo Platone: trovo sempre più suggestivo il problema religioso".
Ad alcuni sembrava essere diventato una specie di catechista.
Se è per questo, a Gesù Cristo è andata pure peggio: è finito inchiodato ad una croce!
Santo Stefano, il protomartire, è morto lapidato dai giudei.
Eppure...
Mussolini, se ha commesso degli errori o dei peccati mortali, li ha certamente espiati con l'accettazione della morte e, quindi, col sacrificio della sua stessa vita.
Lungi da me usurparti il ruolo!
Tu hai scritto che tale interesse andò RAPIDAMENTE scemando, il che non è vero se ci riferiamo agli anni ’30.
A parte che questa tua asserzione è discutibile come tante, troppe, altre tue asserzioni, io stavo parlando del periodo compreso tra il 1919 e il 1922 e non del Fascismo-regime!
La libertà sindacale e la libertà non sono valori assoluti a cui tutto subordinare, ma hanno dei limiti nel bene comune, fatto che tu dimentichi spesso e volentieri, anzi, praticamente sempre, e pretendi pure di ignorare le circostanze concrete che portarono a determinati provvedimenti....quanto agli Imperi impossibili, inutile dire che la presenza italiana in Libia ed in Africa Orientale era un fatto, non un'opinione.
Dovresti rivedere le tue granitiche convinzioni da noioso e cervellotico topo di biblioteca antifascista e filo-americano: "Scriverà autorevolmente nel 1952 Pasquale Saraceno - con tesi poi accettate da Rosario Romeo - che l'IRI, con il sistema degli investimenti e dei salvataggi bancari, ha avuto 'un suo lato positivo di grande rilievo...a) di ricostruire i depositi dei piccoli risparmiatori perduti nel lancio delle nuove industrie e, b) di mantenere le linee maestre di un sistema bancario il cui crollo avrebbe avuto riflessi molto gravi sulla vita economica del paese...Il che ci permette di rilevare che l'IRI, ente il cui solo nome richiama una forma di massiccio intervento statale nell'economia, ha rappresentato, per effetto della sua sola costituzione, un istrumento di sviluppo e di tutela della media e piccola iniziativa privata a disposizione della quale lo Stato - con i risanamenti - ha di nuovo posto le grandi banche di interesse nazionale, le cui risorse erano state prima di allora monopolizzate da un gruppo limitato di aziende di grandi dimensioni'. Sarà anche, l'IRI, uno dei fattori della ripresa economica postbellica al pari del settore bancario - con la quasi totalità delle azioni costituita dai capitali sociali della Banca commerciale, della Banca di Roma e del Credito italiano, istituti posti sotto controllo pubblico nel 1936 come banche di interesse nazionale / BIN -, sino alle privatizzazioni degli anni Novanta" (Staglieno).
“Un giudizio in genere molto critico e duro e che si può così sintetizzare [è]: la burocrazia sarebbe stata negli anni del fascismo scarsamente efficiente, passivamente prona di fronte al potere politico, non di rado corrotta. Un giudizio così drastico è, a nostro avviso, da respingere in quanto in gran parte frutto, per un verso, della superficiale polemica antiburocratica che ha caratterizzato quasi un secolo della cultura italiana e tutt’ora la caratterizza largamente, per un altro verso, di mera faziosità politica e, per un altro verso ancora, di incomprensione delle peculiarità che contraddistinguono la storia degli apparati amministrativi rispetto a quella politica, in particolare per ciò che concerne i tempi dei mutamenti riguardanti tali apparati, più lunghi o, almeno, visibili solo su tempi più lunghi di quelli della storia politica. Negli anni del fascismo la burocrazia statale subì certamente un processo di degradazione qualitativa (tecnica e morale) e funzionale […] Questo processo fu però nel complesso lento – tant’è che i suoi effetti maggiori si fecero sentire soprattutto dopo la fine del fascismo – sia perché, salvo casi eccezionali, non riguardò tanto i vertici e gli stessi quadri intermedi di origine e formazione giolittiana, quanto i nuovi elementi entrati in carriera sotto il fascismo, sia perché la presenza di questi elementi divenne […] quantitativamente importante e qualitativamente più indiscriminata negli anni della seconda guerra mondiale, quando, per di più, la crisi del regime e le difficoltà materiali del momento costituirono altrettanti stimoli a sottrarsi ad una certa tradizione e ad un certo habitus burocratico tutt’altro che negativi che, sino allora, avevano ancora continuato a caratterizzare il comportamento della burocrazia italiana. Sicché si può affermare che sotto questo profilo Mussolini non sbagliava a fare affidamento nella burocrazia” (De Felice).
In pratica, la burocrazia in epoca fascista aggravò la propria situazione quando…il regime entrò in crisi!
…nella pratica attuazione anche la politica autarchica seppe comunque conseguire dei risultati positivi: “Nonostante tutto ciò non si può negare che per il regime i risultati fossero positivi. Se – al di là delle affermazioni miracolistiche della propaganda e di certe interpretazioni totalitarie dell’autarchia prospettate da qualche fascista più esaltato – si tengono ben presenti i limiti insuperabili che ostavano alla realizzazione di una vera economia autarchica, è un fatto che […] alla vigilia della guerra l’apparato industriale si presentava certamente più vario e completo di un decennio prima e (salvo che per l’aspetto tecnologico e, ovviamente, per quello degli approvvigionamenti di materie prime) non inferiore a quello delle altre grandi potenze sia per l’efficienza degli impianti sia per la molteplicità della produzione. E questo non era un risultato di poco conto…” (De Felice).
Ennesima cantonata: la legge che introdusse la socializzazione non abolì né il diritto alla proprietà privata né la possibilità di trasmissione dei beni…
Se è per questo, a me non risulta nemmeno che vi sia alcuna condanna del Magistero, né esplicita né implicita, dei principi ispiratori della legge fascista che introdusse la socializzazione. Mi risulta però, invece, che non solo l’autore di tale legge si dichiarò ispirato, nella sua realizzazione, ai principi della dottrina sociale della Chiesa, ma addirittura si incontrò col cardinale Schuster, il quale, pare, non si oppose.
Sei talmente stolto da non ammettere una verità lapalissiana che all'epoca Eden riconobbe sinceramente: "Mussolini è il grande legislatore dei nostri tempi. Le leggi del Duce e dei suoi fedeli sono una pietra miliare nell'evoluzione mondiale".
E non ammetti nemmeno ciò che sosteneva pure il tuo amichetto Churchill: “Le grandi strade che egli tracciò rimarranno un monumento al suo prestigio personale e al suo lungo governo”.
Idolatra delle democrazie plutocratiche dell’Occidente, figlie bastarde della riforma protestante, dello scisma anglicano, dell’eresia calvinista, del liberalismo, dell’illuminismo, della massoneria….
Le otto ore lavorative erano state conseguite parzialmente dai lavoratori tedeschi nel 1919. In Gran Bretagna erano state ottenute solamente tramite accordi tra i sindacati e i datori di lavoro nel 1920, senza però alcun riconoscimento in sede legislativa, e con significative eccezioni.
Le disposizioni fasciste del 1923, invece, garantivano il rispetto delle otto ore lavorative per tutti i settori in via legislativa, imponevano delle forti limitazioni al lavoro minorile (ponendo fine allo sfruttamento) e uniformava una situazione in cui in alcuni settori vigevano dalle 10 alle 12 ore lavorative giornaliere. Le quaranta ore vennero sospese nel 1940 per esigenze legate alla guerra, mentre invece in Francia erano venute meno per un cambio di governo. Il sabato fascista aveva la funzione di: unire l’utilità individuale con quella pubblica; avvicinare ed integrare il popolo nella vita dello Stato; forgiare una coscienza patriottica e civile più viva e sentita; dare un’opportunità di elevazione fisica, morale, culturale e sociale anche alle persone appartenenti alle classi più umili. La domenica, secondo il R.D.L. 20 giugno 1935, n. 1010, era impostata in modo che non contrastasse con i doveri religiosi dei singoli fedeli. Infatti, durante la domenica erano possibili solamente limitate attività di carattere ludico-sportivo e ricreativo o manifestazioni culturali. Prima dell’istituzione del “sabato fascista”, la domenica mattina era spesso caratterizzata da un’adunata che si concludeva con la celebrazione della Messa domenicale. Ad esempio, lo scrittore Italo Calvino raccontava che i suoi genitori fecero di tutto per evitargli l’iscrizione all’Opera Nazionale Balilla perché, prima del 1935, l’adunata domenicale consisteva soprattutto nella celebrazione della Santa Messa nella cappella dei balilla. Quando, per obblighi scolastici, dovette iscriversi all’ONB, la madre cercò, senza successo, di farlo esonerare dalla Messa che, per ragioni di disciplina, era obbligatoria. L’unica cosa che riuscì ad ottenere dal cappellano e dai comandanti fu di non costringerlo ad atti esteriori di devozione.
Secondo la dottrina tradizionale, la libertà associativa è un diritto naturale, ma essa incontra due limiti: il bene comune e l’adesione o meno ai principi cattolici. Quindi il problema era costituito esclusivamente dalla libertà d’associazione, in ambito sindacale, dei cattolici; un’impostazione tutt’altro che “democratica”, secondo l’uso corrente di questo aggettivo. Pio XI aveva messo in guardia soprattutto prima che venisse approvata la legge sindacale del 1926 e nel timore che il monopolio del sindacato fascista si concretizzasse in un monopolio a carattere fortemente politico. Al contrario di quanto si era temuto, la legislazione fascista fece del sindacato un organo dello Stato. “L’Osservatore Romano”, nel difendere la scelta dell’Azione Cattolica di far aderire i propri iscritti ai sindacati fascisti attivamente, scrisse: “La legge ha disciplinato il regime del lavoro, ha promosso istituti di lavoratori per il lavoro, li ha muniti di tutte le cautele perché nulla contro la Nazione e lo Stato e l’autorità e l’ordine si potesse ordire. Ma non inibisce all’operaio come al professionista di sentire la propria responsabilità di propugnare gli interessi di classe e di categoria, secondo la propria coscienza e la propria opinione, di valersi dei suoi diritti di cittadino e di lavoratore; di pensare insomma e di esprimere il proprio pensiero quale esso sia nell’interpretazione delle idee e nella soluzione dei problemi sociali” (18 marzo 1926).Ciò non cambiava il fatto che la Chiesa aveva ribadito che, sulla base della sua dottrina sociale, la libertà associativa era un diritto naturale; poi dovette adeguarsi, come in tanti altri campi, e cedere alla prevaricazione e alla violenza del regime autoritario-totalitario, che potè essere condannato solo quando la Chiesa fu di nuovo libera.
È altamente ingiurioso pensare che la Chiesa avesse avallato tali decisioni per mero calcolo di interesse terreno, venendo meno gravemente alla sua dottrina. Certamente avrebbe preferito che si riconoscesse libertà associativa anche ai sindacati non fascisti, ma si rese conto che tale mancanza avrebbe potuto esser ovviata dalla presenza dei cattolici nei sindacati riconosciuti giuridicamente e dalla stessa azione pastorale della Chiesa.
Il Fascismo non era intrinsecamente laicista. Sicuramente, vi erano al suo interno delle personalità che avevano mantenuto il vizietto dell’anticlericalismo e dell’avversione per la religione cattolica – eredità del liberalismo e del socialismo - , ma accanto ad altre che invece si muovevano in un’ottica opposta. L’abbandono della tendenza anticlericale nel Fascismo risaliva al 1920, allorquando un Mussolini che, all’epoca, si dichiarava ancora “fuori da ogni religione”, sottolineava che non solo bisognava rigettare l’anticristianesimo ma anche qualsiasi forma di anticlericalismo. Da quel momento in poi il Fascismo subì un processo di “cattolicizzazione” graduale che sfociò nel 1929 con la Conciliazione, per quanto tortuoso e non privo di contraddizioni. Anche l’antifascista Del Noce, nonostante considerasse il Fascismo una specie di “religione secolare”, riconobbe che “il rapporto tra fascismo e attualismo si intiepidì dopo la Conciliazione” e che “con la Conciliazione il fascismo rompeva col risorgimentalismo laico”.
Il Fascismo, con i Patti Lateranensi, restaurò i diritti della Chiesa. Grazie ad essi, la Chiesa ottenne: il riconoscimento della Chiesa quale societas perfecta (“L’Italia riconosce la sovranità della Santa Sede nel campo internazionale come attributo inerente alla sua natura, in conformità alla sua tradizione ed alle esigenze della sua missione nel mondo” e “L’Italia, ai sensi dell’art. 1 del Trattato, assicura alla Chiesa Cattolica il libero esercizio del potere spirituale, il libero e pubblico esercizio del culto, nonché della sua giurisdizione in materia ecclesiastica in conformità alle norme del presente Concordato; ove occorra, accorda agli ecclesiastici per gli atti del loro ministero spirituale la difesa da parte delle sue autorità”) e del carattere sacro di Roma, l’esenzione da pignorabilità degli stipendi e degli assegni dei sacerdoti (nella stessa misura dei dipendenti statali), il divieto di insegnamento per i preti apostati e irretiti da censura, il riconoscimento dell’inviolabilità del segreto confessionale, il divieto di occupazione e requisizione di edifici aperti al culto cattolico (salvo casi estremi, da concordarsi con l’Ordinario del luogo), il riconoscimento delle festività religiose, il riconoscimento degli effetti civili del matrimonio religioso cattolico e della sua indiscutibile indissolubilità, abolizione dell’exequatur e del placet regio, rinuncia al patronato reale e alla regalia su benefici maggiori e minori, l’esenzione dei chierici dal servizio militare e dall’ufficio di giurato, riconoscimento della personalità giuridica alle associazioni religiose approvate dalla Santa Sede, dei corpi ecclesiastici che erano stati soppressi e dell’insegnamento della “dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica” come fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica.
Se sia durante il regime fascista che nel secondo dopoguerra la Chiesa, in particolar modo i Papi, hanno elogiato il contenuto degli accordi del Laterano e la loro applicazione vuol dire, in maniera evidente, che essi non soddisfarono solamente la “forma”, ma anche la “sostanza”.
Non dimentichiamoci che, accanto all’idealismo e all’attualismo di Giovanni Gentile, vi erano anche il ruralismo cattolico di Arnaldo Mussolini, il cattolicesimo autoritario di Alfredo Rocco, che, col tempo, andò sempre più abbandonando quell'interpretazione grettamente nazionalista della religione, il progressivo distaccarsi dall'idealismo gentiliano di Giuseppe Bottai e di Camillo Pellizzi, l'interpretazione - alla luce della filosofia tomista - della concezione plenaria dello Stato fascista di Carlo Costamagna, il Fascismo intransigente, monarchico e anti-idealista del cattolico e squadrista Giuseppe Attilio Fanelli, il "futur-fascismo" di Volt (anch’egli cattolico), la Scuola di Mistica Fascista di Niccolò Giani, l'interpretazione vichiana della dottrina del Fascismo fatta da Nino Tripodi, la filosofia cattolica di Francesco Orestano, la politica educativa di De Vecchi - criticata da Gentile perché troppa prona ad una visione confessionale della Romanità -, il cattolicesimo reazionario de “Il Frontespizio”, ecc.
Il Fascismo aveva rotto con la statolatria del risorgimentalismo laico tramite una nuova impostazione dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato ed aveva superato il vecchio nazionalismo, facendo suo “un fortissimo senso della comunità […] proiettata nell’universale, come missione, e un altrettanto fortissimo populismo; il tutto inscritto in una cornice contraddistinta da un acceso e intransigente spiritualismo e da una concezione della rivoluzione intesa a sua volta come radicale trasformazione del modo di vivere, della qualità della vita e, dunque, della civiltà” (De Felice). La civiltà contro cui si opponeva il Fascismo era quella figlia della Rivoluzione Francese, delle ideologie liberali, egualitarie, democratiche, socialiste, comuniste e, genericamente, materialiste.
Nella sua azione pastorale, la Chiesa aveva manifestato preoccupazioni per “lo stile manesco e militaresco”, per il “machismo” e la “retorica ipernazionalista e imperialista”, ma “prevalevano largamente, per altro, apprezzamenti positivi per i tanti innegabili indirizzi costruttivi” (don Innocenti), vedendo così nel regime delle enormi potenzialità per una restaurazione della società e dello Stato in senso cattolico e cercando di armonizzare i messaggi del regime con i principi della religione cattolica. Va pur detto, riguardo alle accuse di “idolatria” per il Duce, che il “mito di Mussolini” non era stato costruito a tavolino dal Duce stesso, ma si era venuto a creare a causa degli stessi successi che il Fascismo aveva conseguito e alla sempre più vasta popolarità di cui godeva Mussolini, anche tra i cattolici. Non raramente il Duce manifestò una certa insofferenza verso le forme esagerate di adulazione e personalmente nutriva un forte scetticismo sull’adorazione delle masse verso il capo. Prova ne sia questo telegramma che spedì a tutti i prefetti il 29 dicembre 1934: “In questi ultimi anni sono stati intitolati al mio nome stadi, ospedali, scuole, bacini portuari, campi sportivi, piazze, vie, ecc. Desidero che anche e soprattutto nei miei riguardi sia applicata la legge e invito quindi a far sostituire il mio nome con quello di Caduti in guerra o per la Rivoluzione aut con una delle seguenti date 23 marzo, 21 aprile, 24 maggio, 28 ottobre, 4 novembre. Nei casi dubbi telegrafare e dare conferma”.
Arnaldo Mussolini, finché fu in vita, si oppose strenuamente a tutti gli sproloqui adulatorii nei confronti del fratello ed evitò, per quanto gli competeva, qualsiasi eccesso di irreggimentazione della stampa, che in realtà avvenne solamente a partire dal 1935 a causa del susseguirsi di contesti sostanzialmente bellici (guerra d’Etiopia, guerra civile spagnola e seconda guerra mondiale).
È sommamente ridicolo prendere per oro colato certe citazioni apocrife, oltre tutto riportate da delatori che avevano l’interesse a screditare, agli occhi del regime fascista, padre Gemelli per motivi di rancore personale.
Non c’è nessuna condanna definitiva del Fascismo in quanto tale nel Magistero della Chiesa.
La vicenda del Banco di Roma c’entra nella misura in cui tu accusi il Fascismo di aver voluto strangolare le banche cattoliche per odio verso il Cattolicesimo e i suoi principi, mentre invece certe misure furono prese il più delle volte per motivi di interesse pubblico e nazionale.
Quando si considerano le vicende legate ai sindacati “bianchi” e alle cooperative non si deve mai dimenticare che spesso molte di queste associazioni avevano un carattere politico democristiano, la cui impostazione antifascista fondamentalmente contrastava con la nuova forma di Stato e di governo. La stessa politica fascista riguardo alle mutue assicurazioni e alle casse di risparmio seguì, in linea di massima, esigenze di carattere funzionale. Le opere pie non furono sostanzialmente toccate, anche grazie alle disposizioni del Concordato, nonostante sembrasse inizialmente che il governo stesse percorrendo la strada di un inasprimento della legislazione introdotta da Crispi. Durante il Ventennio, come sottolinea Jemolo, molte opere cattoliche che in precedenza sarebbero state considerate “laiche” vennero riconosciute come “ecclesiastiche”, rendendole sostanzialmente immuni da eventuali ingerenze statali. Gli studi storiografici più recenti, oltre tutto, ridimensionano notevolmente la precedente visione di un Fascismo oppressore delle cooperative.





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