
Originariamente Scritto da
primahyadum
Pagine e pagine di inutili chiacchiere a vuoto.
Questa non è la sezione dei cattolici, tantomeno degli evangelici con le rispettive elucubrazioni settoriali. E’ se mai so spazio della Tradizione.
E se proprio si voglia citare qualcosa di cristiano direi di restare su Francesco d’Assisi, il quale nel suo “Cantico delle creature” dice tra l’altro a proposito dell’Altissimo: “ ..Et nullu homo ene dignu te mentovare….” Questo cosa significa? Che, per rimanere nell’ambito, chi si riempie la bocca di Dio incorre nel peccato del “nominare il nome di Dio invano”, poiché questa interdizione comandamentale non si riferisce affatto alla bestemmia, come comunemente inteso, bensì proprio al vano, sterile, inutile discettare su qualcosa (la divinità) che non si conosce, di cui nulla si sa, e il cui nome è trascinato senza costrutto, senza scopo per strade polverose che non portano da nessuna parte, svilendo, banalizzando, contaminando di sciocca inutilità ciò che per sua natura è ineffabile e inconoscibile, inaccessibile nella sua natura profonda.
Nulla c’è che possa spiegare la natura del divino rendendola accessibile alla mente comune, razionale. Si tratta di una categoria sconosciuta, non agita, non concepita. Non a caso nemmeno quei pochissimi che abbiano assaggiato un’infinitesima briciola di esperienza di “propaggini” di assoluto sanno riportarla, riferirla, verbalizzarla. Ne sono semplicemente annichiliti.
Dunque nessuno può dire alcunché. E poi non c’è alcunché da dire. Meister Eckart, la punta più eccelsa del cristianesimo, tocca il vertice del vero con l’apofatismo: non si può dire che cosa sia, ma solo ciò che NON E’, esaurendo via via ogni categoria, ogni attributo, ogni positiva considerazione per giungere alla conclusione dell’inconoscibilità e incomprensibilità del divino da parte della mente razionale, impotente ad afferrarne l’occulta e misteriosa natura. Essa può rivelarsi unicamente all’asceta che, accentrato nel profondo di sé, dimentico del mondo esteriore e degli strumenti atti a conoscerlo, si rende vaso vuoto pronto a riempirsi di un quid misterioso e trascendente ogni esperienza conosciuta. Ma ovviamente ben prima di Eckart questa verità fu enunciata altrove e fu, è e sarà fondamento di Tradizione trasversale a luoghi, tempi, persone.
Ogni altra descrizione, catalogazione, espressione, tentativo di definizione della divinità è FALSO. Se puoi concepirlo, parlarne, renderlo oggetto NON E’ DIO, ma una mera proiezione dell’uomo.
Ma l’uomo ha bisogno di appoggiare la sua mente su qualcosa, immaginare qualcosa, avere qualcosa: un frammento, un barbaglio, una luce qualunque. E così si consumano tomi e tomi di dissertazioni, dispute, opposizioni, chiarificazioni, asserzioni. Inutili e dannose.
Silenzio e ricerca interiore le uniche armi.
Davanti al Deus absconditus la lingua non può che tacere. E allora, davanti al grandioso affresco della creazione come si porrà l’uomo? Dalla creatura non si conoscerà il creatore? Qualcosa si intuirà. Ma si entra in un caleidoscopio infinito di realtà e possibilità, in una fantasmagoria di elementi, concezioni, oggetti che non solo non esauriscono mai la conoscenza, ma altresì non conducono a svelare il profondo mistero della natura del creatore, il quale resta immanente e assolutamente trascendente al tempo stesso, ingannando la mente ed ogni tentativo di giungere alla reductio ad unum. Perché nell’Unum c’è TUTTO. E NULLA al tempo stesso. E la nostra mente è inesorabilmente duale.
Tanto dovevo.