Impianto di Taranto
Nel 2001 il Tribunale di Taranto ha dichiarato Emilio Riva, il figlio Claudio ed altri dirigenti Ilva colpevoli di tentata violenza privata, per avere demansionato un gruppo di impiegati dell'Ilva nel 1998. La sentenza è stata confermata nel 2006 dalla corte di Cassazione[3].
Nel febbraio del 2007 Emilio Riva è stato condannato a tre anni di reclusione e Claudio Riva a 18 mesi per omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro e violazione di norme antinquinamento, con riferimento alla gestione della cokeria dell'impianto di Taranto. [4]. Tale condanna è stata confermata in secondo grado: il 10 ottobre 2008 la sezione distaccata di Taranto della Corte d'appello di Lecce ha condannato alla pena di due anni di reclusione il presidente dell’Ilva, Emilio Riva, e ad un anno e otto mesi il direttore dello stabilimento tarantino, Luigi Capogrosso. I due erano accusati di getto pericoloso di cose, danneggiamento aggravato, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro nel reparto cokerie.
Nel dicembre 2008, la Regione Puglia approva a maggioranza una legge regionale contro le diossine. La norma impone limiti alle emissioni industriali a partire da aprile 2009: l'Ilva, come le altre aziende, dovrà scendere a 0,4 nanogrammi per metrocubo entro il 2010[5]. Nel febbraio 2009, una modifica alla legge regionale ha però allungato i tempi per il primo taglio dei limiti di diossina a 2,5 nanogrammi per metrocubo, spostando dal primo aprile al 30 giugno l'entrata in vigore del limite stesso[6].
Il 7 agosto 2012 il tribunale del Riesame di Taranto conferma il provvedimento di sequestro degli impianti dell'area a caldo dell'Ilva predisposto dal gip di Taranto Patrizia Todisco, sequestro vincolato alla messa a norma dell'impianto. Conferma inoltre gli arresti domiciliari per Emilio Riva, per suo figlio Nicola e per l'ex dirigente dello stabilimento Luigi Capogrosso. «Chi gestiva e gestisce l'Ilva, ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza», scriveva il gip di Taranto Patrizia Todisco.
Impianto di Genova
Nel 2006 un processo di primo grado condanna Emilio Riva e i figli Fabio Arturo e Claudio ad un anno e 4 mesi d’arresto (pena condonata) e al risarcimento delle parti civili Legambiente, l'"Associazione per Cornigliano" e il partito della Federazione dei Verdi (da definire con un giudizio separato), per l’inquinamento ambientale provocato dagli impianti. Il 19 gennaio 2009 la Corte d'appello dichiara prescritti i reati relativi all'inquinamento dovuto alla cokeria, mentre rimanda alla procura gli atti relativi all'altoforno, a causa di un "vizio giuridico" (reati questi ultimi che comunque risulterebbero prescritti nel 2010). Assolti in appello anche il figlio Nicola e altri dirigenti dello stabilimento (di cui alcuni per prescrizione), mentre sono stati negati i rimborsi alle parti civili, a due delle quali (Legambiente e Associazione per Cornigliano) sono state riconosciuti 2500 euro come rimborso per le spese legali.[7][8][9]
Impianto di Novi Ligure
Nel 1996 136 dipendenti dello stabilimento di Novi Ligure vennero sospesi in attesa di cassa integrazione, stipendiati con il denaro prelevato illegalmente dal loro TFR. Gli stessi dipendenti nell'aprile del 1997 furono licenziati nonostante l'accordo firmato dalla proprietà e dai sindacati prevedesse un loro rientro. Gli operai a questo punto intentarono causa al Gruppo Riva per il licenziamento senza giusta causa. Nonostante la sentenza a favore del rientro sul posto di lavoro datata aprile 1999, ai dipendenti toccò una sorte diversa. Gli operai vennero spediti in un sito abbandonato a Genova, senza alcuna mansione; gli impiegati furono assegnati all'inesistente ufficio marketing privo di computer e linea telefonica, con sede sempre a Genova in Via Corsica. In questo ufficio erano già stati collocati 24 impiegati di Genova definiti dalla proprietà "cattivi". Dopo un mese con un provvedimento d'urgenza il Tribunale dichiara nullo il trasferimento e ribadisce che il rientro deve essere in quel di Novi Ligure. Dei 136 dipendenti iniziali alcuni beneficiarono della pensione, altri si licenziarono e solo 10 operai nel 1999 rientrarono effettivamente nello stabilimento pur con mansioni dequalificanti. Nel 2001 seguirono gli unici 3 impiegati rimasti a cui fu assegnato un ufficio privo di finestre con l'esterno, senza luce naturale e posto sopra un locale caldaia con le conseguenti temperature; a questo va aggiunto la totale mancanza di compiti da svolgere. Forgia Giovanni e Zaffiro Paolo, intentarono causa di mobbing dopo aver più volte sollecitato la proprietà a renderli operativi a tutti gli effetti. La sentenza favorevole agli impiegati fu emessa dopo 6 lunghi anni trascorsi sempre all'interno del suddetto ufficio. Tale sentenza condannava il Gruppo Riva a un risarcimento per danni morali e fisici di 320.000 euro più il pagamento delle spese processuali.





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