
Originariamente Scritto da
cocco27
Quando uno scienziato si occupa di brevettare un'invenzione, deve prima tenere conto dell'effetto e del fine che si propone tale invenzione.
L'ingeniere, che si occupa di costruire strutture il più adatte possibili all'uomo, nella sua progettazione si confà ai fini della sua materia. Così fa il chimico, il fisico,...
Ma non l'economista.
L'economia sembra godere di uno statuto di assolutezza, tanto da essere fine a sè stessa, al proprio buon funzionamento. Una teoria economica è buona se funziona. Ma merita effettivamente tale statuto?
Prima di perdere tanto tempo a discutere di teorie economiche, finanza, borsa e quant'altro converrebbe probabilmente comprendere cos'è l'economia.
Fino al ribaltamento avvenuto con l’affermarsi del capitalismo e dell’economia politica, il mercato non era altro che un meccanismo finalizzato a soddisfare i bisogni materiali degli individui.
In quanto sistema avente un suo specifico fine e inserito all’interno di un complesso più ampio, quello della comunità che si autodetermina, nell’antica Grecia ben chiara era la distinzione fra l’ “economia”, cioè l’arte di soddisfare i bisogni “casalinghi”, dalla “crematistica”, la vuota accumulazione di beni fine a sé stessa, considerata indegna dell’essere umano. Aristotele scrisse a tal proposito che “tutte le cose devono potersi misurare con una determinata unità [...]. Questa unità è in verità il bisogno”, bisogno che l’uomo determina e filtra socialmente. Il bisogno dell’ammalato della medicina non è lo stesso di quello del pedofilo delle foto pornografiche. La ricerca del mètron, la giusta misura, adeguata all’essere umano, è la base della cultura classica, mentre l’accumulazione di capitale, potenzialmente illimitata, è il fondamento del sistema moderno.
L’ideologia del capitalismo non si basa quindi che su un postulato ribaltamento dell’umanesimo, dove al centro, come unico telos non c’è più l’essere umano come totalità che si sviluppa socialmente, ma il mercato come soddisfazione del bisogno contingente.
La povertà e il degrado che questo ribaltamento, più falso e ideologico di ciò che spesso gode nel denunciare come tale, porta all’essere umano sono evidenti. Tanto che senza una comprensione teorica della necessità del suo completo superamento, penso ciò non potrà mai avvenire nemmeno in pratica, con buona pace di un certo positivismo marxista.
Hegelianamente, l’economia altro non è che una parte dell’articolazione dell’uomo nella società, cioè della sua oggettivizzazione. Ma, oltre ovviamente a non poter aspirare ad alcun contenuto assoluto, il quale spetta solo alla filosofia, alla religione e all’arte, essa è anche una parte molto subordinata del sistema sociale, che come tale viene superata nell’eticità e nello Stato come organismo comunitario e politico.
Il capitalismo invece fa del mercato l’Assoluto. Esso determina il merito, la giustizia e in ultima analisi il bene e il male, che altro non coincidono che con l’utile particolare e contingente.
“Nella società civile lo scopo è il soddisfacimento del bisogno; e cioè, insieme, trattandosi di bisogno dell’uomo, il soddisfacimento di esso in modo fisso ed universale; vale a dire l’assicurazione di questo soddisfacimento. Ma, nella meccanica della necessità sociale, si ha nel modo più vario l’accidentalità di questo soddisfacimento; così riguardo alla mutevolezza dei bisogni stessi, nei quali l’opinione e il capriccio soggettivo hanno gran parte, come gli errori e le illusioni che possono introdursi in parte dell’ingranaggio e metterlo in disordine.
Il processo di tale necessità sacrifica le particolarità, mercé cui esso viene effettuato; non contiene per sé lo scopo affermativo dell’assicurazione del soddisfacimento dei singoli, ma può riguardo a questo essere adeguato o no; e i singoli sono qui a sé lo scopo moralmente giustificato
La coscienza dello scopo essenziale, la conoscenza del modo di operare delle forze e degli ingredienti mutevoli di cui quella necessità è composta, e il mantenimento di quello scopo in essa e contro di essa, ha da una parte, verso la concretezza della società civile, la relazione di un’universalità esteriore. Questo ordinamento è lo stato esterno, come polizia di stato. D’altra parte, in questa sfera della particolarità, lo scopo dell’universalità sostanziale e della sua attuazione resta limitato agli affari di rami e di interessi speciali. Così si ha la corporazione, nella quale, per essa, esce fuori dal suo interesse singolo e privato e ha un’attività consapevole per uno scopo realmente universale.” (G.F.W. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio)
L’economia, quindi, è identificata e definita come “sistema del soddisfacimento di bisogni” Essa quindi “non è scienza utilitaristico meccanica della produzione e del consumo, ma sapere libero e concreto sui bisogni umani e sulla loro soddisfazione, che guarda a un uomo che non sia estensione di un modello precostituito, ma frutto di un impegnativo arricchimento interiore, in chiave universalistica. O se si preferisce di un processo sociale dove l’uomo abbia valore per quello che crea spiritualmente e storicamente di universale in senso etico, e non solo per quello che consuma, produce e guadagna”.
Tanto che la valenza più importante del lavoro non viene più ad essere quella pratica, la mera produttività, ma quella etica, la contribuzione al funzionamento del tutto sociale.