
Originariamente Scritto da
Tular
Per quanto riguarda poi il post mortem io, che ho una forma mentis lontana dall’idea buddhista di anatta, vedo solo due possibilità alle quali è sempre possibile ricondurre tutte le altre:
Ipotesi A: noi siamo il nostro corpo, con la morte di esso finisce tutto.
Questa prospettiva in fondo è quella maggiormente consolatrice, perché se le cose stessero davvero così rientreremmo in una prospettiva epicurea (verso la morte) e quindi semplice e liberatoria; l’aspetto negativo a mio modo di sentire sarebbe che un elemento aleatorio reggerebbe la vita degli uomini, non ci sarebbe un vero perché, non ci sarebbe vera giustizia. Perché chi nasce supponiamo cieco dovrebbe vivere una vita così limitata rispetto a chi nasce sano? Perché chi nasce in un ambiente povero o limitato dovrebbe affrontare maggiori difficoltà rispetto a chi per caso (in questa visione delle cose) nasce in un ambiente ricco di denaro e di possibilità? Non ci sarebbe vera giustizia. E’ anche possibile che le cose stiano così, per altro, ma io non lo credo. Naturalmente non lo sappiamo.
Ipotesi B, la più complessa e meno consolatoria. Noi siamo in fondo la maschera di un quid immortale che non si disgregherà con la morte del corpo fisico; è il punto di vista sostenuto dalla maggior parte delle religioni e se fosse vero aprirebbe un mondo ignoto e probabilmente problematico. Intanto perché ogni religione affronta il problema a modo proprio e difficilmente concorda con le altre sul dettaglio di ciò che avverrebbe post mortem, poi perché per quel quid profondo che saremmo noi si aprirebbe davvero il mare aperto del grande ignoto dopo la morte; quasi tutte le religioni infatti concordano nel credere che il mondo sia retto da intrinseche leggi di giustizia, sia in questa vita che prima e dopo; questa ipotesi presenta infatti il grande vantaggio di offrire alla mente umana delle risposte ai molteplici perché dell’esistenza: perché un essere nasca uomo e uno donna, uno animale e uno vegetale, uno handicappato e uno sano, uno ricco e uno povero etc. Introduce insomma un criterio di giustizia, questo è il punto. Ma questo significa che dopo la morte ognuno navigherà nel mare magnum dell’ignoto con i mezzi che ha a disposizione e che si merita, che potrebbero essere un bel motoscafo ma anche una zattera mezza rotta, il che non è consolatorio.
Se è vera A tutto si risolve. Resta l’inspiegabilità di un mondo retto dal caso. Se è vera B tutto si complica enormemente, ma in compenso ci sarebbe la certezza di una superiore giustizia ed intelligenza ( nous ) reggente il mondo, il che per la verità non sarebbe una cosa da poco.
C'è poi la possibiltà che per qualcuno di noi diventi vera la A, per qualcun altro la B, io non credo affatto che gli uomini siano tutti uguali. Ma comunque ci si ricondurrebbe sempre o ad A o a B.
Non conosco molto il buddhismo, ma da quel poco che ho letto in merito al tema della morte da un punto di vista buddhista, ne ho ricavato l’impressione che il Theravada esageri nello spersonalizzare l’idea di morte e di rinascita, mentre invece il lamaismo sembra tendere verso una maggiore personalizzazione (anche se ha una gran paura di utilizzare parole come "anima" o "io" e preferisce "mente"), per lo meno a livello di approccio popolare alla faccenda.
A me personalmente non ha mai convinto la posizione: “non si può dire né che con la morte cesserò del tutto, ne che sarò io a rinascere”. Io sono per il tertium non datur.
Con la morte o ci sarò o non ci sarò più.
Se ci sarò ha senso parlare di destini post mortem, di giustizia etc, altrimenti no. Se fosse vero che l’essere che rinasce non sono più io in altra forma ma un altro essere distinto da me che nasce a partire da ciò che sono stato, allora il criterio di giustizia cade; cosa mi importa se quell’essere che non sono io avrà una buona o cattiva nascita? E perché io handicappato o intelligente dovrei pagare per le colpe o godere i meriti di un essere che non sono stato io in passato?
In definitiva, propendo per la verità dell’ipotesi B ma considero l’ipotesi A la più consolatoria.