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Discussione: Altrove

  1. #61
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    Predefinito Re:Altrove

    Il post che conteneva i miei link era in risposta ad un post di Lollo, il sesto in ordine di tempo. Parlava di mafia.
    Mi chiedo se qualcuno li ha letti gli articoli ai link.

    L'episodio, per comprenderlo e studiarlo, devi inserirlo nel suo contesto territoriale e sociale. Anche Perseo l'ha fatto, parlando di cadaveri infilati nei piloni di cemento.

  2. #62
    Maestrina Lisergica
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    Predefinito Re:Altrove

    Isa ha scritto:
    Il post che conteneva i miei link era in risposta ad un post di Lollo, il sesto in ordine di tempo. Parlava di mafia.
    Mi chiedo se qualcuno li ha letti gli articoli ai link.

    L'episodio, per comprenderlo e studiarlo, devi inserirlo nel suo contesto territoriale e sociale. Anche Perseo l'ha fatto, parlando di cadaveri infilati nei piloni di cemento.
    Emanuele Rallo ha scritto:
    Lanfranco ha scritto:
    già che siamo fra le schifezze
    qualcuno ha voglia di parlare del caso cucchi?

    io personalmente ne sono troppo schifato per esprimermi civilmente
    L'avevo già citato anch'io qualche post fa.

    Per carità, è molto più interessante l'ennesima infinita discussione sul mezzogiorno e i suoi problemi, di cui del resto non abbiamo mai discusso.

    Non sia mai che altrove le domande possano diventare, appunto, altre
    Amen.
    In hoc Silvio vinces.

  3. #63
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    Predefinito Re:Altrove

    In un paese del sud è stato freddato un uomo, da un fotogramma le persone sembrano apparentemente indifferenti. Il video è agghiacciante.

    Chi se ne frega se questo tipo di atteggiamento è dovuto ad anni e anni di criminalità organizzata che ha fiaccato la resistenza dei residenti, chi se ne frega di capire come opera e perchè chi commette questo genere di reati, come agisce sul territorio. Facciamoci le domande "altre".

    Io di fronte a certi fatti vorrei che si arrivasse al cuore del problema, che è un problema che ci riguarda tutti, perchè Quarto Oggiaro e altre zone del nord si avviano a diventare "altrove". Ma se non si può, perchè bisogna farsi le domande "altre", amen. Continuate pure voi.

  4. #64
    Superpol
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    Predefinito Re:Altrove

    A leggere certi commenti pare che un tizio sia passato di li e abbia sparato in faccia ad un altro tizio senza alcun motivo apparente.

    Sai che risate quando vi ritroverete l'altrove sotto casa.

    PS il volo dalle scale e' un triste topos letterario di questo paese, almeno dal volo dell'anarchico Pinelli

    PPSS di aldovrandi non mi pare si sia discusso granche' in questo forum, magari perche' non c'erano foto o magari perche' non c'era necessita' di sviare discussioni che avevano preso direzioni scomode

  5. #65
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    Predefinito Re:Altrove

    Mi sa che non si è capito il senso del mio intervento.

    Quando ho scritto delle domande altre intendevo che l'ennesima discussione sul mezzogiorno diventata onnicomprensiva e inconcludente mi sembrava inutile e stancante considerando gli altrove con cui ci dovremmo confrontare.

    Se si affronta il discorso del cancro della criminalità organizzata son contento, se lo si affronta parlando di tutto e del suo contrario per la (ventesima?) volta beh non ne vedo il senso.
    Fate vobis

    E scusate
    \"La Giustizia è il potere dei senza potere\"
    Vaclav Havel

  6. #66
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    Predefinito Re:Altrove

    Il filmato è agghiacciante, questo è peggio:

    Ci auguriamo solo - aggiunge - che questa tortura serva a qualcosa, aiuti ad identificare il killer di mio fratello, noi non possiamo fare niente per assicurargli giustizia, noi siamo gente semplice, queste cose sono superiori alle nostre forze. Hanno fatto passare mio fratello per un grande boss, un affiliato. Ma non era cosi. Non so perchè l'hanno ammazzato. Mio fratello era solo un rapinatore. Le mogli degli affiliati hanno uno stipendio quando il marito va in carcere, ma mia cognata non ha mai avuto una lira, ha mandato avanti la famiglia lavorando».

    LA MOGLIE: ARRABBIATA? NO, PREGO PER LUI - La moglie della vittima, Enrichetta, invece, è stata avvicinata dai giornalisti di Studio Aperto. «Uccidono tanta gente, hanno ucciso anche mio marito. Qual è il problema?» ha detto la consorte di Bacioterracino, con voce tremante, un po' spaventata dalla telecamera, usando un'espressione - «Qual è il problema» - che rappresenta un tipico intercalare napoletano spesso usato gergalmente come espressione di difesa. «Era solo un rapinatore - ha proseguito - non è mai stato un affiliato».

    http://corrieredelmezzogiorno.corrie...36249371.shtml

    E ci si meraviglia per quella reazione?

  7. #67
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    Predefinito Re:Altrove

    Scusate, ma invece di litigare, basta dividere il discorso in due topic. Uno per la questione mafia nella sua globalità e uno per lo studio del caso specifico da cui si è partiti.
    Religione, Patria, Famiglia e Autogestione dei Mezzi di Produzione.

  8. #68
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    Predefinito Re:Altrove

    Come prevedevo si è arrivati alle solite parole d'ordine un po' benaltriste (sì vabbe' ma il problema non è questo, e poi la mafia c'è anche al Nord, e poi se il Sud ha dei problemi sono causati dal Nord, per non parlare degli imprenditori veneti che smaltiscono i rifiuti). Ora, proverei a metterla in modo un po' più brutale.

    Se quella scena fosse stata ripresa nella mia città io me ne vergognerei. Se da anni criminali mi intossicassero sversando indisturbati rifiuti tossici (provenienti dalla Campania, o dalla Danimarca o da chissà dove) nei campi io me ne vergognerei. Se spesso, troppo spesso, i miei vicini di casa scendessero in strada a solidarizzare con questi criminali, se ci fosse una cappa di piombo omertosa per le strade della mia città, io me ne vergognerei. Se continuassi a vedere che da cinquant'anni al potere locale c'è, confermata a furor di popolo, una classe dirigente collusa, io me ne vergognerei. Se la mia regione saziasse i suoi appetiti sbocconcellando i finanziamenti europei senza migliorare di un millimetro le infrastrutture io me ne vergognerei. Mi vergognerei di far pagare ai contribuenti di altre regioni la Salerno-Reggio Calabria. Mi vergognerei di dover pagare il pizzo per poter tenere aperto un negozio, e mi vergognerei anche se tutti gli altri dovessero farlo nella mia città.

    Mi farebbe un po' schifo, la mia città, se ogni giorno scorresse il sangue di qualcuno ammazzato per strada, se cadaveri venissero buttati a decine nei fossi o nelle cave, se non potessi frequentare liberamente le strade della mia città. Tutte le strade.

    Mi sentirei un verme se sui muri delle case non ci fossero insulti alla Juve ma insulti a Saviano, e scritte che inneggiano ai mafiosi. Non saprei che dire, se nella mia regione sparassero ai preti in chiesa, o se ci fosse il quadruplo degli omicidi rispetto al resto del Paese. Mi deluderebbe vedere che nessuno reagisce, che la mia gente sopporta da cinquanta, o trenta, o dieci anni lo stesso giogo. Che da decenni nella mia terra non può nascere niente di importante. Che il 30% del lavoro è in nero, o che gli ospedali cadono a pezzi, o che i donatori d'organi sono un terzo rispetto ad altre regioni del Paese.

    Invece vedo che tutto questo va bene a tutti; e poi, quando si parla di una di queste cose, tanto la causa è un'altra, il problema è un altro, la responsabilità è un'altra. Anzi, chi solleva questi argomenti in realtà è un segregazionista che vuole dimostrare la superiorità di qualcuno, e poi comunque sono tutti uguali, la mafia c'è dappertutto, le "dinamiche" sono le stesse. Mah.

  9. #69
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    Predefinito Re:Altrove

    Lorenzo Pregliasco ha scritto:
    Come prevedevo si è arrivati alle solite parole d'ordine un po' benaltriste (sì vabbe' ma il problema non è questo, e poi la mafia c'è anche al Nord, e poi se il Sud ha dei problemi sono causati dal Nord, per non parlare degli imprenditori veneti che smaltiscono i rifiuti). Ora, proverei a metterla in modo un po' più brutale.

    Se quella scena fosse stata ripresa nella mia città io me ne vergognerei. Se da anni criminali mi intossicassero sversando indisturbati rifiuti tossici (provenienti dalla Campania, o dalla Danimarca o da chissà dove) nei campi io me ne vergognerei. Se spesso, troppo spesso, i miei vicini di casa scendessero in strada a solidarizzare con questi criminali, se ci fosse una cappa di piombo omertosa per le strade della mia città, io me ne vergognerei. Se continuassi a vedere che da cinquant'anni al potere locale c'è, confermata a furor di popolo, una classe dirigente collusa, io me ne vergognerei. Se la mia regione saziasse i suoi appetiti sbocconcellando i finanziamenti europei senza migliorare di un millimetro le infrastrutture io me ne vergognerei. Mi vergognerei di far pagare ai contribuenti di altre regioni la Salerno-Reggio Calabria. Mi vergognerei di dover pagare il pizzo per poter tenere aperto un negozio, e mi vergognerei anche se tutti gli altri dovessero farlo nella mia città.

    Mi farebbe un po' schifo, la mia città, se ogni giorno scorresse il sangue di qualcuno ammazzato per strada, se cadaveri venissero buttati a decine nei fossi o nelle cave, se non potessi frequentare liberamente le strade della mia città. Tutte le strade.

    Mi sentirei un verme se sui muri delle case non ci fossero insulti alla Juve ma insulti a Saviano, e scritte che inneggiano ai mafiosi. Non saprei che dire, se nella mia regione sparassero ai preti in chiesa, o se ci fosse il quadruplo degli omicidi rispetto al resto del Paese. Mi deluderebbe vedere che nessuno reagisce, che la mia gente sopporta da cinquanta, o trenta, o dieci anni lo stesso giogo. Che da decenni nella mia terra non può nascere niente di importante. Che il 30% del lavoro è in nero, o che gli ospedali cadono a pezzi, o che i donatori d'organi sono un terzo rispetto ad altre regioni del Paese.

    Invece vedo che tutto questo va bene a tutti; e poi, quando si parla di una di queste cose, tanto la causa è un'altra, il problema è un altro, la responsabilità è un'altra. Anzi, chi solleva questi argomenti in realtà è un segregazionista che vuole dimostrare la superiorità di qualcuno, e poi comunque sono tutti uguali, la mafia c'è dappertutto, le "dinamiche" sono le stesse. Mah.

    Ite missa est

  10. #70
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    Predefinito Re:Altrove

    Perché non possiamo liberarci dalla mafia

    Luigi Cavallaro - 24 Luglio 2009

    È un esperimento mentale che mi è già accaduto di suggerire tempo addietro, e immutato essendo rimasto il contesto vale forse la pena di riproporlo.
    Immaginate d’essere a Palermo, nella piazza dove si erge l’imponente Palazzo di Giustizia, e da lì di risalire per il corso Olivuzza, uno degli assi principali del popolare quartiere Zisa-Noce. Non avrete percorso nemmeno cinquanta metri dal luogo dove si amministra la giustizia civile e penale che vi sembrerà d’esserne mille miglia lontano. Vi trovate infatti in una zona in cui non c’è alcuna forma di controllo né per il commercio, né per l’edilizia, né per il traffico, né per altro: chiunque può allestire una bancarella e vendere quel che vuole, chiunque può occupare lo spazio pubblico con un gazebo, sedie e tavolini, chiunque può parcheggiare come e dove crede, chiunque può piazzarsi ad un incrocio con una motoape (“a lapa”, come si chiama qui) e smerciare frutta e verdura, pesce, pane, perfino ricci appena pescati.
    Le autorità pubbliche non si curano di questo proliferare di attività “autogestite”, cioè fuorilegge: negli ultimi otto anni, i residenti del quartiere – tra cui chi scrive – hanno contato sei interventi della polizia municipale, cessati i quali (cioè andati via i vigili) tutto è tornato come prima. Non parliamo della polizia tributaria o dei nuclei antisofisticazioni dell’azienda sanitaria locale: gli “ambulanti-stanziali” del luogo non sanno nemmeno chi siano, come non sanno dell’obbligo di emettere gli scontrini fiscali o di regolarizzare i rapporti di lavoro. Perfino l’azienda municipalizzata che cura (così dice) la pulizia rispetta lo status quo e si guarda bene dal rimuovere nottetempo le cassette di frutta vuote di cui tutti si avvalgono per delimitare il loro “posto di lavoro”.
    Essendo Palermo retta da una giunta di centro-destra, si potrebbe essere tentati di non stupirsene: fenomeni del genere non sono forse espressione di quel laissez faire, laissez passer che la destra reca inscritto nel proprio dna? E cosa è in fondo il “mercato” se non codesto brulichio di iniziative autonome, ciascuna espressione della “soggettività” di chi la realizza e sempre insofferente nei confronti dei “lacci e lacciuoli” della regolamentazione pubblica?
    Sennonché, ogni medaglia ha il suo rovescio e il “lasciar fare” dell’amministrazione palermitana non fa eccezione. Il motivo sta nel fatto che nessuna attività economica può prender piede se non vi è una qualche forma di garanzia dei diritti di proprietà. Nessuno, per dirla altrimenti, può guadagnare qualche soldo pulendo i vetri ad un semaforo o vendendo chincaglierie sul marciapiede o facendo il posteggiatore abusivo se non è sicuro che nessun altro (indigeno o migrante che sia) gli toglierà quel posto. Un ordine, una “legalità”, deve dunque pur sempre emergere; la differenza semplicissima è che, in mancanza di quella assicurata dalle istituzioni pubbliche, che certo non possono ergersi a protettrici di situazioni contrarie alla legge, ne emerge una privata, basata – non meno semplicemente – sulla legge del più forte.
    La mafia siciliana, la camorra napoletana, la ’ndrangheta calabrese, le triadi cinesi, la yakuza giapponese, le loro non meno temibili “consorelle” balcaniche e, più in generale, tutte le “istituzioni” di questo genere, alla cui genesi assistiamo là dove i pubblici poteri chiudono un occhio (o tutti e due) sull’osservanza della legalità costituita, assolvono primariamente a questo compito: proteggere le transazioni che si svolgono nel circuito economico extralegale, si tratti di un posto da lavavetri, di una partita di eroina o di un appalto truccato. È per questo che il variegato e multicolore suq che si inscena quotidianamente nei quartieri popolari di Palermo non degenera mai in caos: nonostante le apparenze, c’è sempre chi controlla, assegna posti, garantisce pagamenti, dirime controversie (e riscuote tributi). Ed è per questo che è sbagliato credere che la mafia sia puramente e semplicemente un’organizzazione criminale: se così fosse, ce ne saremmo sbarazzati già da un pezzo.
    Ora, c’è un fatto che non è quasi mai posto in correlazione con il quadro macroeconomico sparagnino già impostoci da Maastricht e ora dai tempi di crisi e che però, a ben guardare, ne è un figlio naturale, ed è lo sviluppo delle attività economiche illegali. È un fenomeno che ha interessato anche quelle economie periferiche su cui, anni addietro, si sono abbattute le famigerate misure di “aggiustamento strutturale” dell’Fmi, e ha alla base una semplicissima motivazione: se si prosciuga l’acqua per l’economia legale, i pesci debbono trovarne altra, più sporca, in cui nuotare. Insomma, debbono “arrangiarsi”.
    È questa la ragione principale per cui l’illegalità endemica in cui vivono Palermo e il Mezzogiorno non può essere efficacemente contrastata da alcuna azione repressiva. Il problema, infatti, è che oggi le classi dirigenti possono continuare a godere del consenso dei “governati” soltanto se, in cambio dei diritti che prima erano tenute ad assicurare, sono disposte a “lasciar fare”. Detto altrimenti, esse possono evitare che i governati si ribellino alla mortificazione della loro cittadinanza sociale imposta da bilanci pubblici in costante contrazione solo garantendogli l’impunità sul versante del “sommerso” o dell’“abusivismo di necessità”.
    Sta qui la vera ratio della “tolleranza” delle istituzioni nei confronti delle piccole (e spesso nemmeno piccole) illegalità di cui al Sud siamo quotidianamente testimoni; si spiega così la crescita esponenziale delle zone – quartieri, sobborghi, talora interi paesi – letteralmente sottratte all’imperio della legge. E sta qui, specularmente, la ragione del persistente (e verosimilmente duraturo) successo della mafia, della camorra e della ’ndrangheta: organizzazioni come queste, per quanto paradossale possa sembrare, svolgono un’importante funzione di mediazione sociale e di composizione delle controversie nel territorio eslege in cui operano e proprio su tale ruolo fondano quel consenso sociale diffuso che è indispensabile per la buona riuscita delle loro attività criminali. Non a caso Giovanni Falcone disse che, essendo in Sicilia la struttura statuale del tutto deficitaria, la mafia aveva saputo riempire questo vuoto a suo vantaggio, ma tutto sommato aveva contribuito a evitare per lungo tempo che la società siciliana sprofondasse nel caos. Perché mai, altrimenti, l’80% degli imprenditori siciliani pagherebbe il pizzo?
    Un ruolo del genere, discreto, lontano dai clamori delle stragi, “invisibile” ma non per ciò meno significativo e lucroso, candida peraltro le organizzazioni mafiose a interlocutori privilegiati delle classi dirigenti nei loro rapporti con le classi medie e, soprattutto, con i ceti popolari. Non è certo nuova la capacità delle classi dirigenti meridionali di utilizzare la forza paramilitare delle organizzazioni mafiose come strumento di controllo capillare del territorio, da impiegare ora in funzione anticentralista ora antipopolare, ora innalzando il vessillo del “meridionalismo” ora quello dell’ordine costituito, ma è certo che, nel quadro attuale, non c’è patto elettorale coi ceti popolari che possa reggere senza una “garanzia” mafiosa: la “fine delle ideologie”, che poi è la fine di appartenenze politiche segnate da idealità e valori, rende l’elettorato erratico e ancor più diffidente che in passato verso i “politici”, e non si dà per questi ultimi alcuna possibilità di controllarlo se “qualcuno” non si fa garante che le loro promesse – per quanto miserabili – saranno mantenute.
    Si obietterà che in quanto detto non c’è nulla di nuovo, ché storicamente è stato questo il rapporto fra governanti, governati e mafia nel Mezzogiorno. In certa misura è vero, purché non si dimentichi la differenza fondamentale: oggi l’illegalità diffusa è in certa misura necessitata, perché, se volessero realmente procedere lungo la strada della repressione, le classi dirigenti dovrebbero fare qualcosa che il quadro macroeconomico non consente più, cioè accordare in forma di diritti quei beni e servizi di cui i governati non dispongono e che attualmente conseguono ricorrendo ai circuiti illegali; altrimenti, scoppierebbe una rivolta. (Che poi le classi dirigenti abbiano solo da guadagnare, in termini di potere e denaro, dalla criminalità dei diseredati, e anzi storicamente abbiano usato quest’ultima come paravento per i propri crimini, è fatto ben noto e sul quale non vale certo immorare.)
    Un “continuum” fra organizzazione mafiosa, concorrenti “esterni” e semplici conniventi assai simile a quello qui descritto è alla base del concetto di “borghesia mafiosa”, elaborato una quarantina d’anni fa da un marxista siciliano ormai dimenticato, Mario Mineo. In quel tempo, Leonardo Sciascia ammoniva che la “linea della palma” era salita già oltre Roma. Oggi che, complice l’incipiente desertificazione, la palma è giunta fino a Modena (e a Duisburg), quel concetto spiega l’ostilità diffusa verso il tentativo della magistratura di impiegare il “concorso esterno” per attrarre nell’ambito della rilevanza penale pratiche bipartisan che il senso comune giudica quasi “necessitate” (per fare un solo esempio: se il mafioso o il camorrista controlla voti ci debbo pur parlare, no?). Giustifica lo iato persistente fra i proclami bellicosi dei governi che si alternano a Palazzo Chigi e la realtà di un territorio che sempre più si auto-organizza secondo le uniche logiche disponibili (quelle mafiose, appunto). Conferma che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono morti ancora invano.

    http://www.economiaepolitica.it/inde...i-dalla-mafia/

 

 
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