LA NOSTALGIA DELL’EST
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Fu a questo punto che il movimento subì una significativa trasformazione: ai riformatori, che volevano migliorare il sistema, ma non certo voltargli le spalle, si affiancarono coloro che invece il regime volevano abbatterlo. Iniziarono a levarsi voci diverse: “Vogliamo uscire!” urlavano alcuni. “Noi restiamo qui!” gridavano altri. Questi ultimi avrebbero preferito che si procedesse ad una profonda ristrutturazione in senso democratico e dello Stato di diritto della DDR, e avrebbero voluto lottare per un “socialismo dal volto umano”, come la perestrojka e la glasnost gorbaceviana sembravano promettere. Ad ottobre, le marce erano ormai eventi di massa. Dopo gli avvenimenti di Piazza Tienammen a Pechino, però, il clima si faceva sempre più minaccioso, con polizia ed esercito allertati ed autorizzati all’intervento in caso di necessità. Con il discorso del 7 ottobre dell’allora segretario del partito Erich Honecker, in occasione del quarantesimo anniversario di fondazione della DDR, divenne finalmente chiaro che l’auspicata riforma non sarebbe mai avvenuta. I giorni a seguire furono un crescendo vorticoso di manifestazioni, a Berlino, a Lipsia, ed in tutte le grandi città: vi aderirono decine di migliaia di persone, nonostante il timore per una possibile escalation di violenza, eventualmente scatenata da provocatori infiltrati dai servizi segreti (la Stasi). La situazione era divenuta incontrollabile ed, infine, il 9 novembre il Muro crollò. Il 10 febbraio, in seguito al colloquio decisivo con Kohl, Gorbacev dichiarò che l’URSS non sarebbe intervenuta ad impedire la riunificazione della Germania.
Ciò che però nell’entusiasmo innovatore non era mai stato considerato era il “come” sarebbe avvenuta questa riunificazione ed, in effetti, essa assunse risvolti inaspettati. Da Ovest iniziarono ad arrivare i Wessis con l’atteggiamento dei colonizzatori: i vertici di industrie, istituzioni, enti, furono occupati dai Tedeschi occidentali, allo scopo di educare ed istruire all’economia di mercato, procedere alla privatizzazione, insegnare la “democrazia”. Le norme costituzionali ed il sistema giuridico della Repubblica Federale furono semplicemente estesi ad Est e non furono mai paventate ipotesi di dialogo per l’istituzione di una nuova Costituzione comune. La nuova “frontiera” dell’Est attirò anche molti speculatori, piombati come avvoltoi su beni immobili ed aziende, ed avventurieri in cerca di fortuna, intenzionati ad approfittare del nuovo “Far East” europeo. La maggioranza degli Ossis, di contro, abbagliati da una travisata immagine del benessere, stringendo in mano i pochi marchi donati come benvenuto, cercavano di recuperare il tempo perduto nella corsa all’acquisto dei simboli della nuova libertà: primi fra tutti le banane, le riviste di gossip, gli articoli da sex-shop, la cioccolata.
Come generalmente avviene per i cambi di sistema si è assistito al rifiuto di tutto ciò che ricordava il passato: non solo dal punto di vista politico e sociale, ma anche e soprattutto dal punto di vista economico e commerciale. I prodotti di bassa qualità dell’economia di piano socialista erano sostituiti dal marketing sgargiante del mondo delle multinazionali e da scintillanti catene di negozi. Sono passati quindici anni: la situazione si sta lentamente assestando. Le due parti del Paese sono oggi indistinguibili per strutture ed aziende; le differenze però sono ancora tangibili sul piano occupazionale e dirigenziale.
Passata la festa, sono in molti oggi ad Est a parlare di un Anschluss, un’annessione, e non una riunificazione; un’occupazione e non la costruzione di un nuovo Stato comune. Una sottile voglia di rivalsa si sta facendo strada fra i “colonizzati”: gli Ossis rincorrono, cercando di recuperare il terreno perduto, ricorrendo alla riqualificazione ed all’inventiva. Ma non negano di rimpiangere alcuni aspetti della DDR: la sicurezza dello stato sociale, il senso di appartenenza, la rete di solidarietà umana che si insinuava nelle intercapedini del sistema e permetteva una convivenza basata su condivisione e comprensione, soppiantati da individualismo, isolamento e frustrazione. Più liberi, più ricchi, ma anche più soli e spesso meno felici, perché non è rimasto neanche il sogno che “oltre il Muro sia tutto più bello”. Senz’altro le aspettative erano diverse dalla realtà che si è incontrata ed oggi, dopo aver quasi distrutto il precedente sistema economico-industriale, si vogliono indietro i vecchi prodotti ai quali si era tanto affezionati. Una sorta di rifugio dalle delusioni, un recupero di ciò che c’era di buono nel passato, per controbilanciare quello che di negativo si è trovato nel presente.
Ricominciano a spuntare nei negozi e sulle bancarelle del mercato gli oggetti della tradizione e gli alimenti di un tempo. E vai di cetriolini sottaceto dello Spreewald, Ampelmännchen (omini del semaforo), siti per collezionisti e nostalgici (ad es.
Osthits), ma anche di Trabant - le mitiche auto della DDR - ristrutturate e catalizzate. E film come GOOD BYE LENIN nel quale, pur di non dare un dispiacere alla propria mamma, appena uscita dal coma ed inconsapevole della svolta, i figli fingono che la DDR esista ancora, costruendo un mondo fittizio pieno di tutte le piccole e grandi cose che nell’ordinaria quotidianità fanno sentire ancora a casa.
Non è da fraintendere: nessuno vuole indietro il vecchio regime, o scambiare la ricca e libera precarietà di oggi, con la povera e chiusa sicurezza di ieri. Il Muro crollò perché i tempi erano maturi. E nessuno dubita della riunificazione come unica soluzione. Ciò su cui si recrimina è, piuttosto, il modo in cui essa è avvenuta: con grande fretta e precipitazione, senza lasciare spazio a soluzioni intermedie o a tentativi di preservazione di ciò che di buono c’era oltre la “cortina di ferro”. Ed è questo quello che oggi si fa nei Länder dell’Est: riprendersi i ricordi, recuperare le cose belle e le vecchie ciabatte, riconquistare il proprio spazio portando con sé frammenti della storia vissuta. In fondo, dopo un’indigestione di banane, è un vero piacere tornare alle mele.