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  1. #1701
    Klassenkampf ist alles!
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Oil Bankruptcies Hit Highest Level Since Crisis And There's "More To Come", Fed Warns

    http://www.zerohedge.com/news/2015-12-25/oil-bankruptcies-hit-highest-level-crisis-and-theres-more-come-fed-warns

  2. #1702
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Ormai sono arrivati al capolinea.


    Missione riuscita: la grave crisi dello scisto negli Stati Uniti

    DICEMBRE 26, 2015 LASCIA UN COMMENTO

    Philippe Grasset, Dedefensa, 26 dicembre 2015Da un anno il prezzo del petrolio è una delle variabili più importanti nella situazione economica, con notevole collasso e molteplici effetti generali che ovviamente aumentano l’instabilità del sistema finanziario, commerciale, economico e strategico in generale. Sappiamo che il processo attuale è iniziato nel dicembre 2014, secondo una decisione politica presa in coordinamento e in grande segreto, immediatamente vantato dalle autorità americaniste e saudite. L’obiettivo era il crollo della Russia. Un testo da Sputnik, riprendendo una notizia della Federal Reserve dello Stato del Texas, e vari commenti, annunciava che sua prima vittima (in ordine cronologico) è la grande operazione su gas e petrolio di scisto negli Stati Uniti, che interessa notevoli ambizioni economiche e strategiche (alcuni hanno lodato o finto di temere la recrudescenza dell’onnipotenza dell'”iperpotenza”, che sapete, in tale occasione). Il crollo industriale negli Stati Uniti non è una sorpresa dato che la grande maggioranza dei commentatori ha sottolineato tale rischio dell’offensiva del dicembre 2014, ma il verificarsi è ora abbastanza impressionante da essere un’importante realtà ancora da definire in termini strategici. Ripetiamo il testo di Sputnik del 25 dicembre. (È inoltre possibile visualizzare il testo di ZeroHedge del 25 dicembre, molto più dettagliato e tecnicamente ben descritto). “I fallimenti delle compagnie petrolifere e del gas degli Stati Uniti hanno raggiunto un livello record dalla Grande Depressione degli anni ’30, riporta la Federal Reserve Bank di Dallas. Almeno nove aziende statunitensi nel settore del petrolio e del gas, il cui debito congiunto superava i due miliardi di dollari, hanno avviato la procedura fallimentare nel quarto trimestre dell’anno in corso, ha riportato la banca. I movimenti più spettacolari si verificano sui prezzi del petrolio. I prezzi del petrolio in Europa e negli Stati Uniti sono in rotta, flirtando con i minimi del 2008 e 2004 rispettivamente. Il prezzo del gas naturale negli Stati Uniti è già al minimo da tredici anni, indicano gli analisti che parlano sempre più spesso del ritorno agli anni ’30. Una crollo prolungato del prezzo del petrolio potrebbe pregiudicare il finanziamento della ricerca sugli scisti bituminosi negli Stati Uniti entro il 2016. In realtà, il calo dei prezzi del petrolio schiaccia le aziende del settore, che non sono più redditizie a tali prezzi. Il tasso d’insolvenza nel settore potrebbe superare il 10% l’anno prossimo oltre Atlantico, secondo Fitch un record storico. Se il prezzo sarà di 50 dollari, un’intera sezione del petrolio di scisto non sarà più vantaggiosa, e sappiamo che con meno profitto, c’è meno investimento. Gli esperti si chiedono se davvero non sia la fine del famoso boom degli idrocarburi di scisto, certamente previsto da uno dei signori dell’energia di Wall Street, Andrew John Hall, che in particolare prevede una rapida fine del boom del petrolio di scisto e quindi il ritorno al petrolio convenzionale. Secondo lui, gli specialisti hanno commesso degli errori sulle specifiche degli scisti bituminosi, compresa durata e funzionamento dei mercati del gas e del petrolio. Ha spiegato, in particolare, che vi sono da un lato gli Stati Uniti produttori a pieno regime di idrocarburi di scisto da cinque anni, e dall’altro i Paesi dell’Organizzazione dei Paesi esportatori del Petrolio (OPEC) che detengono la maggior parte dei super-giganteschi giacimenti qualificati (riserve superiori a 700 miliardi di tonnellate) che producono per quote, esaurendo meno rapidamente le riserve. In tali condizioni, suppone John Andrew Hall, non si può che tornare al petrolio convenzionale negli anni a venire“. Questo era prevedibile e previsto, ma non preoccupava particolarmente l’amministrazione o gli ambienti finanziari washingtoniani, adusi ad operare nell’arco di tre mesi, rinchiusi in varie “bolle” di comunicazione completamente sigillate (“impraticabili”). Notizie varie venivano diffuse lo scorso anno sul peggioramento della situazione dei giacimenti di petrolio/gas di scisto, in diverse aree e diversi progetti (vedi ad esempio il caso polacco del febbraio 2014)).
    Come già accennato, tale sequenza è di origine politica, iniziata nel dicembre 2014 con la collusione tra Stati Uniti e Arabia Saudita, dove Washington voleva mettere “in ginocchio la Russia”. L’Arabia Saudita, che vive al ritmo di piani totalmente destrutturati e avventurosi rispetto alla tradizionale cauta politica seguita, li ha visti come modo per privare la Siria di Assad del suo principale alleato, facendo credere al momento (dicembre 2014), agli analisti del settore del sistema, con i loro commenti regolarmente “copiati e incollati” sui loro pezzi fin dal 2011, che Assad “non aveva che un paio di settimane”. Nel frattempo, un anno dopo, la stessa grande manovra strategica che scatenava il crollo dei prezzi del petrolio, prepara la seconda vittima (in ordine cronologico) dopo lo scisto degli Stati Uniti, cioè l’Arabia Saudita stessa. (E con sempre lo stesso presidente in Siria…) Un articolo molto interessante di Daniel Lazare di ConsortiumNews, del 22 dicembre, descrive la cosa. “… In cima alla lista dei guai del regno c’è l’economia. Con il suo tasso di disoccupazione ostinatamente elevato e il crescente divario tra ricchi e poveri, l’Arabia Saudita è stata a lungo il malato del Golfo Persico. Anche se i pianificatori parlano di diversificazione economica dal 1970, il regno è in realtà più dipendente dal petrolio nel 2013 che 40 anni prima. La “saudizzazione” della forza lavoro è un altro mantra, eppure il mercato del lavoro rimane polarizzato tra un settore privato dominato da lavoratori ospiti stranieri, soprattutto dall’Asia del Sud, e un settore pubblico pieno di “divani umani” sauditi che trascorrono le loro giornate sdraiati negli uffici governativi. Riyadh vuole che i giovani lavorino negli alberghi, raffinerie e simili, ma la maggior parte preferisce aspettare una costosa sinecura dal governo, uno dei motivi per cui il tasso di disoccupazione tra i giovani è al 29 per cento. Data tale combinazione di dipendenza dal petrolio e disoccupazione, un calo di due terzi del prezzo del greggio da metà 2014 non poteva essere più dolorosa. Ma ciò che è ancora più spaventoso è la crescente consapevolezza che, con la riduzione della domanda causata dal rallentamento globale e dal crescente eccesso di offerta dovuta alla rivoluzione del fracking, i prezzi bassi saranno un fatto comune nei prossimi anni. Tale prospettiva non fa ben sperare a un Paese dipendente dal petrolio per il 91 per cento del fatturato estero, che attualmente brucia le riserve in valuta estera al tasso di 10 miliardi di dollari al mese…
    Naturalmente, la decisione di Stati Uniti-Arabia Saudita del dicembre 2014 non è la sola causa di tale situazione generale (crollo del prezzo del petrolio), ma è detonatore, chiave strategica, incentivo psicologico che innesca il collasso torrenziale. (Con le operazioni collaterali nella stessa direzione del crollo-disturbo del mercato dell’energia, favorite da un’antipolitica dagli adeguati standard demenziali del blocco BAO e della coppia Stati Uniti-Arabia Saudita, con il potere washingtoniano impotente, esausto e paralizzato, completamente dissolto nella follia. Si pensi allo sfruttamento petrolifero dello SIIL, la nebulosa terrorista perfettamente allineata al capitalismo autodistruttivo). Comunque, indipendentemente da ciò, il risultato è qui: la crisi del prezzo del petrolio è completamente scatenata, senza freni e termini grazie a tale impulso politico iniziale. Naturalmente, la Russia ne è anche necessariamente influenzata, come tutti i produttori di energia. Questo caso illumina ciò che costituisce una debolezza politica, non del Paese, ma della posizione di Putin che continua a dipendere dalle regole economiche e finanziarie del sistema con cui certamente non ha completamente rotto. Tale aspetto merita uno studio separato della situazione in cui si trova, grazie a fattori importanti e specifici della Russia. Ma capiamo che l’attuale debolezza russa non ha assolutamente nulla a che fare con il risultato atteso da Stati Uniti e Arabia Saudita nella loro grande operazione geo-energetica, che si prefiggeva nientemeno che la liquidazione della Russia come Stato indipendente e sovrano nel giro di poche settimane, e senza ridere…
    Il risultato della manovra USA-Arabia Saudita non è geopolitico o economico-finanziario, od energetico, anche se è tutto questo, naturalmente, in effetti; né fornisce alcun vantaggio a qualcun altro provocando il generale peggioramento della situazione, non uniformemente distribuito tra i tre attori. Il risultato è escatologico, introducendo un nuovo fattore di disordine universale, un componente straordinario dello squilibrio destabilizzante, della dissoluzione della situazione generale e del sistema stesso, di conseguenza. È escatologica nel senso che rafforza il carattere assolutamente sfuggente e incontrollabile alle forze umane della situazione, rendendo la crisi generale se possibile ancor più indipendente dell’azione umana.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

  3. #1703
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Metabo Metabo.. coem al solito ti fari prendere troppo dall' entusiasmo delle affermazioni dei megafantablogs, oramai avresti dovuto imparare che questi piu' che altro scrivono cosa vorrebbe che accadesse e non cosa accade, non a caso.. non ci beccano mai...

    Vedi sono "saltate" 9 aziende... si svariate centinaia... oh madonna... finisce il mondo.... nel mentre la consolidazione aumenta, aumenta il fracklog ecc ec.c.

    DIFATTI.. nonostante i megafantablogs ti raccontano (da quando il barile era a 110$..e tu ci crede i come un pesce lesso) che lo shale e' finito... la OPEC guarda che ti dice:

    OPEC revises U.S. shale durability upward

    World Oil Outlook finds U.S. shale output by 2040 better than previous estimates.

    VIENNA, Dec. 23 (UPI) -- Oil production from inland shale basins in the United States is expected to be more robust than previously thought, OPEC said in its global outlook.
    The Organization of Petroleum Exporting Countries released its much-watched World Oil Outlook report for 2015, outlining its expectations for the global energy sector. OPEC has defended its market share during the past year as higher U.S. oil production pushed sector dynamics heavily toward the supply side. Coupled with weak global economic growth, crude oil prices have plummeted from above the $100 per barrel mark in mid 2014 to below $40 per barrel.







    In its latest world oil report, the Organization of Petroleum Exporting Countries says it expects U.S. shale oil production will be more resilient than previously expected. File photo by Gary C. Caskey/UPI| License Photo





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    VIENNA, Dec. 23 (UPI) -- Oil production from inland shale basins in the United States is expected to be more robust than previously thought, OPEC said in its global outlook.
    The Organization of Petroleum Exporting Countries released its much-watched World Oil Outlook report for 2015, outlining its expectations for the global energy sector. OPEC has defended its market share during the past year as higher U.S. oil production pushed sector dynamics heavily toward the supply side. Coupled with weak global economic growth, crude oil prices have plummeted from above the $100 per barrel mark in mid 2014 to below $40 per barrel.
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    In its latest outlook, OPEC said it expects U.S. crude oil production from shale deposits to increase from 3.8 million barrels per day in 2014 to 4.9 million bpd by 2023. By 2040, the trend will start to reverse as U.S. shale output falls to 4.2 million bpd.
    "Although the updated forecast for the 2015 outlook shows that U.S. tight crude [oil production] will decline gradually over the long-term to 4.2 million bpd in 2040, in the 2014 outlook, it was projected at only 2.8 million bpd in 2040," the report said.
    From the U.S. perspective, a drilling productivity report from the U.S. Energy Information Administration found that, of the seven inland shale basins that accounted for domestic oil production growth, few are expected to report gains next year. Only the Permian shale basin that straddles the border of Texas and New Mexico and the Utica shale in the U.S. Midwest are expected to report increased in production from November.
    A full-year 2014 profile from the EIA found total U.S. proved oil reserves of 39.9 billion barrels marked a 9 percent increase from the previous year. Total reserves for that year where their highest since 1972.


    OPEC sees U.S. shale oil production in better position than before - UPI.com


    Dai che hai da qui al 2040 per contnaure a dire che e' finito, oggi in questo istante un istante che va dal 2015 al 2040..
    Globalizzazione..... si grazie.

  4. #1704
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  5. #1705
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking


    Peccato che in Alaska vivono 700mila persone.

    Nel resto degli USA 320 milioni, e quando il petrolio crolla l'economia ci guadagna alla grande.


  6. #1706
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da paulhowe Visualizza Messaggio
    Peccato che in Alaska vivono 700mila persone.

    Nel resto degli USA 320 milioni, e quando il petrolio crolla l'economia ci guadagna alla grande.

    I canadesi sono un po' di più di 700 mila, e quando il petrolio crolla....OPS...
    Canada: l'Alberta, la recessione e la petroleconomia - Il Fatto Quotidiano

  7. #1707
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da amaryllide Visualizza Messaggio
    I canadesi sono un po' di più di 700 mila, e quando il petrolio crolla....OPS...
    Canada: l'Alberta, la recessione e la petroleconomia - Il Fatto Quotidiano

    Pensa un po' quindi nei PetroStati... che succede... del resto il Petrilio rpapresenta la prima voce Export del Canada (27% delle esportazioni), ovvio che avra' conseguenza, cosi come appunto ed ancora di piu' per paesi i cui export sono per oltre il 50% Greggio e 68% idrocarburi in genere.
    Globalizzazione..... si grazie.

  8. #1708
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da Amati75 Visualizza Messaggio
    Pensa un po' quindi nei PetroStati... che succede... del resto il Petrilio rpapresenta la prima voce Export del Canada (27% delle esportazioni),.
    ma con la logica di palluovo ("tutto quello che non è petrolio ci guadagna perchè viene pagato meno"), il rimanente 73% avrebbe dovuto crescere molto di più del calo relativo al 27% di petrolio, e invece...

  9. #1709
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da amaryllide Visualizza Messaggio
    ma con la logica di palluovo ("tutto quello che non è petrolio ci guadagna perchè viene pagato meno"), il rimanente 73% avrebbe dovuto crescere molto di più del calo relativo al 27% di petrolio, e invece...

    Direi che la tua ribattuta e' po' troppo supericciale, il 27% delle esportazioni (e come da articolo da te postato il 10% del PIL del paese) ha un peso relativo considerevole, questo 27% poi e' per il Canada, per l' economia dell' Alberta, tale dato cresce esponenzialmente, essendo esso il centro del settore del paese.


    Paul faceva riferimento agli USA (non al Canada), le cui esportazioni di petrolio sono appena state approvate. Negli USA il settore ENERGIA, nella sua totalita' (il settore del petrolio e' una parte di tale settore) pesa per il 5.9%:

    ? Energy industry: share of GDP by country | Statistic

    Ovvero, un abssamento dei prezzi albarile, per la gran maggiorparte della popolazione USA porta dei benefici, economici per uno stato il cui principale motore o spinta economica deriva dal poter vendere il petrolio a prezzi elevati, ovviamente il calo del greggio implica impatti negativi (esempio appunto l' Alaska):


    http://247wallst.com/special-report/...ing-economies/
    Globalizzazione..... si grazie.

  10. #1710
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Il crollo del prezzo del barile colpisce duramente Riyadh e l’industria del ‘Fracking’

    Di Paolo Marcenaro - dic 27, 2015

    L’Arabia Saudita non solo si è sparata in un piede, ma è anche riuscita a far rimbalzare il proiettile fino agli Usa e ‘impallinare’ con quello uno dei “pet project” preferiti di Obama, cioè l’industria dell’estrazione del petrolio di scisto, che avviene tramite la controversa procedura di fratturazione idraulica, detta “fracking” in lingua anglosassone. È infatti dall’estate del 2014 che Riyadh ha iniziato a inondare i mercati mondiali di inusitate quantità di greggio, con l’intenzione (che incontrava la piena approvazione della Casa Bianca) di schiantare l’economia russa, percepita sulle rive del Potomac come un traballante carrozzone totalmente legato alla continua esportazione di idrocarburi: una volta abbassata la redditività di quel cespite, teorizzavano le Teste d’Uovo washingtoniane, l’intero edificio si sarebbe sgretolato esattamente come accadde nella seconda metà degli anni ’80 con l’URSS, che aveva la sua massima fonte di reddito nell’export petrolifero e che la vide soffocata dal ‘glut’ generato da Iran e Irak impegnati nelle ultime, sanguinose, costosissime fasi della Guerra del Golfo, che forzavano entrambe i contendenti a esportare enormi quantità di greggio anche oltre e al di fuori di qualunque sistema di quote OPEC. Anche in questo caso si nota come al di là dell’Atlantico non sia mai stato fatto nessun vero passo avanti per uscire dalla mentalità “da Guerra Fredda”, visto che una pedissequa riproposizione di quello scenario di trent’anni fa era totalmente inapplicabile alla realtà attuale per diversi ottimi motivi: a) Il fatto che nel 1985 al
    Cremlino sedesse l’ondivago travicello Gorbachev e oggi invece sia insediato Vladimir Putin, b) il differente ruolo geopolitico della Cina, c) la ben diversa situazione economica odierna della Russia rispetto a quella dell’URSS degli Ottanta. Come scrivevamo molti mesi fa negli anni ’80 gli Usa beneficiavano ancora di quel vero e proprio ‘asso pigliatutto’ politico e strategico lasciato loro in eredità da Henry Kissinger che era il perdurante “Sino-Soviet Split”, con Beijing se non propriamente ‘alleata’ di Washington, quantomeno fortemente e fermamente antisovietica, mentre oggi le relazioni tra i due ‘Giganti d’Oriente’ sono ottime, come confermato dalla gran massa di accordi bilaterali Mosca-Beijing ratificati anche solo negli ultimi mesi e dalla scelta della Repubblica Popolare di eleggere la Russia a suo fornitore privilegiato di petrolio sia per le necessità interne di un’economia che, sola al mondo, “tira” ancora con ritmi di crescita superiori al 5 per cento annuo (e che in termini di valore monetario assoluto genera più sviluppo oggigiorno che negli anni della crescita ‘a doppia cifra’ di un decennio addietro) e per la costituzione di una ciclopica “riserva di emergenza” che dovrebbe consentire al Regno di Mezzo di continuare a funzionare economicamente per alcuni anni persino in caso di catastrofiche distruzioni dei normali sistemi di approvvigionamento energetico. I responsabili dell’industria estrattiva russa non hanno alcun timore di ulteriori abbassamenti di prezzo fino ai venti dollari Usa per barile e, stando a simulazioni effettuate di recente, potrebbero essere in grado di ricavare ancora utile persino se il greggio si svalutasse ancora fino a costare nove dollari per barile; certo, non ne sarebbero entusiasti (l’ideale sarebbe un barile prezzato attorno ai 50-60 dollari), ma il fatto che dopo il tentativo di ‘attacco al rublo’ portato tra dicembre 2014 e gennaio 2015 la divisa nazionale russa, pur recuperando molto, si sia mantenuta un po’ più debole rispetto alle altre monete internazionali aiuterebbe ulteriormente Mosca, che si fa pagare il petrolio in monete straniere e poi le converte in rubli per finanziare le proprie spese interne (avendone quindi a disposizione una quantità non poi troppo diversa contro un minor valore in valuta straniera). Chi invece ha subito per intero le conseguenza del rischioso e avventato ‘blitz’ da sovrapproduzione petrolifera é stato in primo luogo il suo diretto responsabile, il reame saudita, che, dissanguato dagli ingenti costi del mantenimento dell’aggressione terroristica alla Siria, dalle spese e dalle perdite derivanti dal proprio avventato intervento militare in Yemen, e dai crescenti costi per garantire la quiescenza sociale interna, ha per la prima volta dovuto far ricorso al mercato internazionale del debito per coprire un deficit interno del 20% per le spese preventivate dal budget 2015 (e chi sa rivelatesi superiori di quanto, visto che le previsioni negative spesso e volentieri peccano per ottimismo). In secondo luogo, il ‘boomerang’ lanciato da Riyadh, ha colpito, e ha colpito duro anche Oltreoceano, “falciando” 70mila posti di lavoro e costringendo nell’ultimo trimestre del 2015 ben nove compagnie americane di ‘fracking’ a portare i libri in tribunale, rivelando perdite per oltre 2 miliardi di biglietti verdi. La natura dell’industria del petrolio di scisto é infatti tale che una volta che si é iniziato a pompare acqua in un ‘giacimento’ l’operazione non possa mai e poi mai venire messa in pausa o interrotta, pena la penetrazione di agenti estranei negli strati di terreno fratturati che si mescolano agli idrocarburi intrappolati corrompendoli e rendendone impossibile il successivo recupero: quindi, se io sono una compagnia estrattiva del petrolio di scisto e ho iniziato ad “attaccare” un giacimento da cui estrarre un barile di petrolio costava 80 dollari di costi vivi quando il prezzo internazionale del greggio era 120 dollari per barile (circa nel 2009) io avevo un guadagno netto di 40 dollari per unità estratta, ma, appena il costo del barile internazionale ha iniziato a precipitare sotto gli 80$ (grossomodo dall’anno scorso), non solo non posso smettere di estrarre (e la mia produzione contribuisce direttamente a deprimere sempre più il prezzo del barile), ma con 40 e passa dollari di costi incompribili per barile estratto, tutto il mio ‘business’ si trova tra l’incudine e il martello, una scomoda posizione da cui solo un tempestivo rialzo dei prezzi globali potrebbe riscattarlo. Ora si sa che tale rialzo non vi sarà, non solo nel corso del 2016, durante il quale anzi, si potrebbe avere un’ulteriore discesa, ma quasi sicuramente nemmeno entro il 2020, anno per cui sarà già tanto se verrà mantenuta, dollaro più o dollaro meno, l’attuale asticella del prezzo. Usando una metafora vetusta e persino “orientalistica” si può concludere che Riyadh abbia fatto uscire dalla folkloristica lampada un ‘genio’ che non sa più controllare e che, per di più, ha anche gravissimamente danneggiato chi di Riyadh stessa si compiace di considerarsi ‘controllore’, mentre il loro bersaglio principale, cioè Mosca, pur non completamente incolume, é riuscita finora a negoziare le secche più pericolose di una situazione che avrebbe dovuto schiantarla e distruggerla.

 

 
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