Dipende a quale periodo si riferivano: duemila anno son tanti.
Nei secoli XII e XIII, i teologi cattolici, compreso san Tommaso d'Aquino, dichiararono la legittimità morale dei profitti e, pur aderendo formalmente alla lunga tradizione di opposizione all'
usura, gli stessi teologi giustificarono il pagamento di interessi. In questo modo, molti secoli prima dell'avvento del protestantesimo.
Il cristianesimo aveva ereditato l'opposizione al prestito con interessi (usura) dagli ebrei. Il Deuteronomio 23,20-21 mette in guardia: "Non farai al tuo fratello prestiti a interesse, né di denaro, né di viveri, né di qualunque cosa che si presta a interesse. Allo straniero potrai prestare a interesse, ma non al tuo fratello".
Il fatto che si potessero far pagare interessi agli stranieri spiega il ruolo di prestatori di denaro svolto dagli ebrei nelle società cristiane, a volte imposto loro da cristiani che necessitavano di denaro.
Naturalmente, la proibizione presente nel Deuteronomio non necessariamente vietava ai cristiani di far pagare interessi, dal momento che non erano fratelli israeliti. Le parole di Gesù in Luca 6,34-35 furono però interpretate come una proibizione: «E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai
peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate bene e prestate senza sperarne nulla».
L'interesse applicato al denaro dato in prestito venne così definito peccato d'usura e in linea di principio fu ampiamente condannato, anche se nella pratica venne per lo più ignorato. Di fatto, come già osservato, dalla fine del IX secolo alcune delle grandi case religiose si avventurarono in attività bancarie, e i vescovi divennero secondi solo alla nobiltà nel far affidamento sul denaro preso in prestito. Oltre a ricorrere al denaro messo a disposizione da ordini monastici, molti vescovi, infatti, si garantivano crediti da banche private italiane che godevano della piena approvazione del Vaticano.
Per questo quando, nel 1229, il vescovo di Limerick non riuscì a ripagare completamente un prestito a una banca romana, venne scomunicato dal papa finché non raggiunse un nuovo accordo per il quale pagò un interesse del 50% in ottant' anni.
Il bisogno di prestiti era spesso così grande e diffuso che le banche italiane aprirono filiali in tutto il continente.
Nel 1231 esistevano 69 banche italiane con sedi in Inghilterra e quasi lo stesso numero in Irlanda. Per quanto molti vescovi, ordini monastici e persino le gerarchie di Roma ignorassero la proibizione, l'opposizione teologica verso l'usura persisteva. Durante il Concilio Laterano II nel 1139,
la Chiesa «dichiarò l'usuraio non pentito condannato secondo l'Antico e il Nuovo Testamento e, per ciò stesso, indegno dei conforti ecclesiastici e di funerali cristiani».
La teologia del giusto prezzo e dell'interesse legittimo
Ovviamente, non ci si può aspettare che la gente regali i frutti del proprio lavoro, ma esiste un limite a quanto si dovrebbero far pagare? Come si può essere certi che il prezzo che si chiede non sia peccaminosamente alto?
Nel XIII secolo, in un suo scritto, Alberto Magno suggerì che il «giusto prezzo» fosse semplicemente ciò che «la merce vale secondo la stima del mercato nel momento della vendita». Ciò significa che un prezzo è giusto se corrisponde a quanto sono disposti a pagare gli acquirenti senza esservi costretti.
Persino Adam Smith non avrebbe trovato errori nella definizione. Riprendendo il suo maestro, ma ampliando il discorso, san Tommaso d'Aquino formulò la sua analisi del giusto prezzo chiedendosi «se sia possibile che un uomo possa legalmente vendere qualcosa per un prezzo maggiore di ciò che vale». Rispose innanzitutto citando sant' Agostino, secondo cui è naturale e legale «desiderare di comprare per poco e vendere a caro prezzo». Poi, san Tommaso distingue la frode dalle transazioni legittime e infine riconosce che il valore di un oggetto non è in realtà un concetto oggettivo - «il giusto prezzo delle cose non è definito in modo assoluto» - ma è in funzione di quanto desideri l'oggetto chi acquista e di quanto chi lo vende sia disposto o riluttante a farlo, purché l'acquirente non venga ingannato o costretto. Un prezzo, perché sia giusto, doveva essere lo stesso per tutti i potenziali acquirenti in un dato momento, evitando in tal modo discriminazioni. Il rispetto nutrito da san Tommaso d'Aquino nei confronti delle forze che agiscono nel mercato è svelato al meglio dal suo racconto del mercante che porta grano in un paese in carestia e che sa che presto altri mercanti arriveranno nella zona con molto più grano. Commette peccato se lo vende all'alto prezzo di mercato? Dovrebbe forse informare gli acquirenti che presto arriverà più grano e il prezzo scenderà? San Tommaso concluse che il mercante poteva, in tutta coscienza, non dire nulla e vendere il grano al prezzo corrente.
Invece, per quanto riguardava gli interessi sui prestiti il teologo era insolitamente ambiguo. In alcuni scritti, condannava ogni interesse come peccato di usura, ma in altri passaggi riconosceva il fatto che i prestatori meritassero un compenso, anche se non sapeva delineare con precisione la sua entità e le ragioni. Tuttavia, spinti dalle realtà di un' economia commerciale in rapida espansione, molti suoi contemporanei, in particolar modo i canonisti, non furono così cauti, ma cominciarono a delineare molte eccezioni per cui il pagamento d'interessi non era da considerarsi usura. Se, ad esempio, una proprietà produttiva come una tenuta era garanzia del prestito, allora colui che prestava il denaro poteva impossessarsi di tutta la produzione durante il periodo del credito senza detrarla dalla cifra dovuta. Le numerose altre eccezioni riguardavano i costi che doveva sostenere chi prestava il denaro per la mancanza di disponibilità finanziaria per altre opportunità commerciali, come comprare merce per rivenderla o acquisire nuovi terreni. Dal momento che queste opportunità di profitto alternative erano assolutamente lecite, era altrettanto lecito risarcire il prestatore per avervi rinunciato. Nello stesso spirito veniva considerato corretto far pagare gli interessi per merce comprata a credito. Le banche, quindi, in aggiunta alle eccezioni ora esaminate, non avviavano prestiti fiduciari a un tasso d'interesse fisso poiché ciò sarebbe stato considerato usura, non essendovi il «rischio del capitale». Vigeva !'idea che l'interesse fosse legittimo solo se la cifra prodotta era incerta in partenza, essendo soggetta a «rischio». Ai banchieri bastò un po' d'astuzia per sottrarsi a questa proibizione, utilizzando annotazioni commerciali, lettere di cambio o persino denaro in modi che sembravano rischiosi ma i cui ritorni erano del tutto prevedibili. Erano, quindi, prestiti che producevano l'equivalente di interessi. Di conseguenza, sui libri rimaneva come peccato, ma nella pratica il termine «usura» era divenuto privo di senso.
Alla fine del XIII secolo, i principali teologi cristiani avevano ampiamente dibattuto gli aspetti fondamentali del nascente capitalismo: profitti, diritti di proprietà, credito, prestiti e simili. Come sintetizzò Lester K. Little: «In ogni caso emersero opinioni generalmente favorevoli e d'approvazione, in netto contrasto con gli atteggiamenti che avevano prevalso per sei o sette secoli fino alla precedente generazione».
Il cambiamento fu notevole. Dopotutto si trattava di teologi che si erano allontanati dalle cose di questo mondo.
La maggior parte di loro aveva fatto voto di povertà e i loro predecessori avevano disprezzato i mercanti e le attività commerciali.
La rivoluzione teologica fu il risultato di un'esperienza diretta delle necessità terrene.
La Chiesa non si oppose alla trasformazione, piuttosto la giustificò e svolse un ruolo attivo nella Rivoluzione commerciale dei secoli XII e XIII. Se ciò non fosse avvenuto, l'Occidente avrebbe avuto una sorte molto simile a quella delle nazioni islamiche.