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  1. #11
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    Predefinito Rif: Domanda per i cattolici

    In Luca, 6,35-36, si legge : "fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo".

    "Prestate senza sperarne nulla", vuol dire "senza aspettare e pretendere che il prestito venga restituito", oppure, come penso, è una condanna dei profitti derivanti dall'usura?

  2. #12
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    Predefinito Rif: Domanda per i cattolici

    Citazione Originariamente Scritto da Nazzareno Visualizza Messaggio
    In Luca, 6,35-36, si legge : "fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo".

    "Prestate senza sperarne nulla", vuol dire "senza aspettare e pretendere che il prestito venga restituito", oppure, come penso, è una condanna dei profitti derivanti dall'usura?
    Sembra più una condanna all'ipocrisia. Non dice: "prestate senza pretenderne nulla"
    "Per tutto il pensiero occidentale, ignorare il suo Medioevo significa ignorare se stesso" - Étienne Gilson


    "Se commettiamo ingiustizia, Dio ci lascerà senza musica" - Cassiodoro.

  3. #13
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    Predefinito Rif: Domanda per i cattolici

    Citazione Originariamente Scritto da Cuordileone Visualizza Messaggio
    Sembra più una condanna all'ipocrisia. Non dice: "prestate senza pretenderne nulla"
    Va aggiunta anche la considrazione del contesto.
    Gesù sta pronunciando un discorso sull'amore verso i nemici, ribaltando ed estendendo il concetto di amore rivolto al solo popolo di Israele.
    Il succo è: Fai del bene agli altri, e faglielo indipendentemente da chi essi siano e senza curarti di un tuo eventuale tornaconto, perchè è il bene in sè ad essere importante.
    questo filo conduttore viene ripreso più volte parlando di carità.
    In aggiunta il sistema di note della BJ riporta come assolutamente incerta la traduzione di questo passo, al punto di considerarla congetturale (!).
    prendere un versetto e trarne un insegnamento è quanto di più erroneo si possa fare. Con questo metodo la Bibbia può affermare tutto ed il contrario di tutto.
    Spesso chi urla lo fa perchè ha poco da dire.
    Quasi sempre chi insulta lo fa perchè da dire non ha proprio niente.

    Venite a trovarmi su http://www.artedelbijoux.it , la nostra officina di idee.

  4. #14
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    Predefinito Rif: Domanda per i cattolici

    Citazione Originariamente Scritto da Uncino Visualizza Messaggio
    Nella Scrittura (AT) trovi vari cenni riguardo all'usura e all'interesse verso i fratelli e gli indigenti, ma di fatto non mi pare vi sia un esplicito divieto del prestito ad interesse in sè.
    Se vuoi posso chiedere a qualche specialista di antico testamento, ma non penso di poter avere risposte differenti.
    Il nuovo Testamento mi pare che l'unico riferimento sia quello da te citato, riportato sia in Luca che in matteo, ma palesemente non indica una "sollecitazione alla speculazione finanziaria"

    Ergo, lascerei da parte la Scrittura e i rivolgerei altrove.
    Il fatto che poi il vaticano abbia lo IOR significa poco... a differenza del prestito con interesse, il Cristianesimo è piuttosto categorico quanto all'opportunità di accumulare ricchezze su questa terra, mi pare
    Domanda, sicuro he esistesse (o esiste tutt'ora?) tale divieto?
    Non ne sono sicuro, ma da quello che ricordo dalle lezioni di storia, maestri e professori dicevano così, "il cattolicesimo proibiva l'usura e quindi tale profesisone era praticata dagli ebrei".
    Ho chiesto lumi su questo forum per cercare di capire meglio la questione..
    La verità produce effetti anche quando non può essere pronunciata.

    L. von Mises

    SILENDO LIBERTATEM SERVO

  5. #15
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    Predefinito Rif: Domanda per i cattolici

    Alcuni cenni storici:

    Il baratto non si presta al credito - nel concludere un affare concordando un futuro pagamento di 300 polli, si può facilmente discutere sul valore del pollame dovuto: devono essere galline vecchie, galli o pollastre? Invece, il significato preciso del dovere a qualcuno 50 grammi d'oro è indubbio. In questo modo, le grandi proprietà ecclesiastiche, sempre più ricche, oltre a trasmettersi l'un l'altra crediti monetari iniziarono a prestare soldi con interessi, come fecero anche alcuni vescovi.

    Nell'XI e nel XII secolo, Cluny prestò a vari nobili borgognoni ingenti somme di denaro con interessi. Nel 1071, il vescovo di Liegi prestò alla contessa delle Fiandre l'incredibile somma di 100 sterline d'oro e 175 marchi d'argento, e successivamente, di 1300 marchi d'argento e 3 marchi d'oro al duca della Bassa Lorena. Nel 1044, il vescovo di Worm prestò all'imperatore Enrico III 20 sterline d'oro e una grande (non specificata) quantità d'argento. Si trovano poi numerosi esempi simili a quelli appena citati; dai documenti giunti sino a noi risulta che in quell' epoca storica vescovi e monasteri erano le normali fonti di prestito alla nobiltà. Nel XII secolo i prestiti monastici presero la forma di ipoteche o mort-gage (dal francese medievale, «garanzia sulla morte»): il debitore impegnava la terra come garanzia e il creditore raccoglieva, nel periodo del prestito, tutte le rendite provenienti da quel terreno senza dedurle dalla cifra dovuta.

    I grandi monasteri cominciarono a utilizzare una forza lavoro assunta, certamente più produttiva dei monaci stessi, ma anche più degli affittuari ai quali venivano richiesti periodi di lavoro obbligatorio.
    Anzi, da molto tempo questi affittuari assolvevano ai loro obblighi lavorativi tramite pagamenti in denaro. Così, con lo sviluppo del capitalismo religioso, i monaci continuavano a svolgere il proprio dovere devotamente ma, tranne quelli che erano impegnati nella liturgia, ora lavoravano come responsabili e sovrintendenti. I monasteri medievali divennero simili a imprese straordinariamente moderne: ben amministrate e pronte ad adottare gli ultimi ritrovati tecnologici.

    tratto da: La vittoria della ragione.
    "Per tutto il pensiero occidentale, ignorare il suo Medioevo significa ignorare se stesso" - Étienne Gilson


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  6. #16
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    Predefinito Rif: Domanda per i cattolici

    Citazione Originariamente Scritto da -Duca- Visualizza Messaggio
    Non ne sono sicuro, ma da quello che ricordo dalle lezioni di storia, maestri e professori dicevano così, "il cattolicesimo proibiva l'usura e quindi tale profesisone era praticata dagli ebrei".
    Ho chiesto lumi su questo forum per cercare di capire meglio la questione..
    Dipende a quale periodo si riferivano: duemila anno son tanti.


    Nei secoli XII e XIII, i teologi cattolici, compreso san Tommaso d'Aquino, dichiararono la legittimità morale dei profitti e, pur aderendo formalmente alla lunga tradizione di opposizione all'usura, gli stessi teologi giustificarono il pagamento di interessi. In questo modo, molti secoli prima dell'avvento del protestantesimo.


    Il cristianesimo aveva ereditato l'opposizione al prestito con interessi (usura) dagli ebrei. Il Deuteronomio 23,20-21 mette in guardia: "Non farai al tuo fratello prestiti a interesse, né di denaro, né di viveri, né di qualunque cosa che si presta a interesse. Allo straniero potrai prestare a interesse, ma non al tuo fratello".
    Il fatto che si potessero far pagare interessi agli stranieri spiega il ruolo di prestatori di denaro svolto dagli ebrei nelle società cristiane, a volte imposto loro da cristiani che necessitavano di denaro.

    Naturalmente, la proibizione presente nel Deuteronomio non necessariamente vietava ai cristiani di far pagare interessi, dal momento che non erano fratelli israeliti. Le parole di Gesù in Luca 6,34-35 furono però interpretate come una proibizione: «E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai
    peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate bene e prestate senza sperarne nulla».

    L'interesse applicato al denaro dato in prestito venne così definito peccato d'usura e in linea di principio fu ampiamente condannato, anche se nella pratica venne per lo più ignorato. Di fatto, come già osservato, dalla fine del IX secolo alcune delle grandi case religiose si avventurarono in attività bancarie, e i vescovi divennero secondi solo alla nobiltà nel far affidamento sul denaro preso in prestito. Oltre a ricorrere al denaro messo a disposizione da ordini monastici, molti vescovi, infatti, si garantivano crediti da banche private italiane che godevano della piena approvazione del Vaticano.

    Per questo quando, nel 1229, il vescovo di Limerick non riuscì a ripagare completamente un prestito a una banca romana, venne scomunicato dal papa finché non raggiunse un nuovo accordo per il quale pagò un interesse del 50% in ottant' anni.
    Il bisogno di prestiti era spesso così grande e diffuso che le banche italiane aprirono filiali in tutto il continente.
    Nel 1231 esistevano 69 banche italiane con sedi in Inghilterra e quasi lo stesso numero in Irlanda. Per quanto molti vescovi, ordini monastici e persino le gerarchie di Roma ignorassero la proibizione, l'opposizione teologica verso l'usura persisteva. Durante il Concilio Laterano II nel 1139,
    la Chiesa «dichiarò l'usuraio non pentito condannato secondo l'Antico e il Nuovo Testamento e, per ciò stesso, indegno dei conforti ecclesiastici e di funerali cristiani».

    La teologia del giusto prezzo e dell'interesse legittimo

    Ovviamente, non ci si può aspettare che la gente regali i frutti del proprio lavoro, ma esiste un limite a quanto si dovrebbero far pagare? Come si può essere certi che il prezzo che si chiede non sia peccaminosamente alto?
    Nel XIII secolo, in un suo scritto, Alberto Magno suggerì che il «giusto prezzo» fosse semplicemente ciò che «la merce vale secondo la stima del mercato nel momento della vendita». Ciò significa che un prezzo è giusto se corrisponde a quanto sono disposti a pagare gli acquirenti senza esservi costretti.
    Persino Adam Smith non avrebbe trovato errori nella definizione. Riprendendo il suo maestro, ma ampliando il discorso, san Tommaso d'Aquino formulò la sua analisi del giusto prezzo chiedendosi «se sia possibile che un uomo possa legalmente vendere qualcosa per un prezzo maggiore di ciò che vale». Rispose innanzitutto citando sant' Agostino, secondo cui è naturale e legale «desiderare di comprare per poco e vendere a caro prezzo». Poi, san Tommaso distingue la frode dalle transazioni legittime e infine riconosce che il valore di un oggetto non è in realtà un concetto oggettivo - «il giusto prezzo delle cose non è definito in modo assoluto» - ma è in funzione di quanto desideri l'oggetto chi acquista e di quanto chi lo vende sia disposto o riluttante a farlo, purché l'acquirente non venga ingannato o costretto. Un prezzo, perché sia giusto, doveva essere lo stesso per tutti i potenziali acquirenti in un dato momento, evitando in tal modo discriminazioni. Il rispetto nutrito da san Tommaso d'Aquino nei confronti delle forze che agiscono nel mercato è svelato al meglio dal suo racconto del mercante che porta grano in un paese in carestia e che sa che presto altri mercanti arriveranno nella zona con molto più grano. Commette peccato se lo vende all'alto prezzo di mercato? Dovrebbe forse informare gli acquirenti che presto arriverà più grano e il prezzo scenderà? San Tommaso concluse che il mercante poteva, in tutta coscienza, non dire nulla e vendere il grano al prezzo corrente.
    Invece, per quanto riguardava gli interessi sui prestiti il teologo era insolitamente ambiguo. In alcuni scritti, condannava ogni interesse come peccato di usura, ma in altri passaggi riconosceva il fatto che i prestatori meritassero un compenso, anche se non sapeva delineare con precisione la sua entità e le ragioni. Tuttavia, spinti dalle realtà di un' economia commerciale in rapida espansione, molti suoi contemporanei, in particolar modo i canonisti, non furono così cauti, ma cominciarono a delineare molte eccezioni per cui il pagamento d'interessi non era da considerarsi usura. Se, ad esempio, una proprietà produttiva come una tenuta era garanzia del prestito, allora colui che prestava il denaro poteva impossessarsi di tutta la produzione durante il periodo del credito senza detrarla dalla cifra dovuta. Le numerose altre eccezioni riguardavano i costi che doveva sostenere chi prestava il denaro per la mancanza di disponibilità finanziaria per altre opportunità commerciali, come comprare merce per rivenderla o acquisire nuovi terreni. Dal momento che queste opportunità di profitto alternative erano assolutamente lecite, era altrettanto lecito risarcire il prestatore per avervi rinunciato. Nello stesso spirito veniva considerato corretto far pagare gli interessi per merce comprata a credito. Le banche, quindi, in aggiunta alle eccezioni ora esaminate, non avviavano prestiti fiduciari a un tasso d'interesse fisso poiché ciò sarebbe stato considerato usura, non essendovi il «rischio del capitale». Vigeva !'idea che l'interesse fosse legittimo solo se la cifra prodotta era incerta in partenza, essendo soggetta a «rischio». Ai banchieri bastò un po' d'astuzia per sottrarsi a questa proibizione, utilizzando annotazioni commerciali, lettere di cambio o persino denaro in modi che sembravano rischiosi ma i cui ritorni erano del tutto prevedibili. Erano, quindi, prestiti che producevano l'equivalente di interessi. Di conseguenza, sui libri rimaneva come peccato, ma nella pratica il termine «usura» era divenuto privo di senso.
    Alla fine del XIII secolo, i principali teologi cristiani avevano ampiamente dibattuto gli aspetti fondamentali del nascente capitalismo: profitti, diritti di proprietà, credito, prestiti e simili. Come sintetizzò Lester K. Little: «In ogni caso emersero opinioni generalmente favorevoli e d'approvazione, in netto contrasto con gli atteggiamenti che avevano prevalso per sei o sette secoli fino alla precedente generazione».

    Il cambiamento fu notevole. Dopotutto si trattava di teologi che si erano allontanati dalle cose di questo mondo.
    La maggior parte di loro aveva fatto voto di povertà e i loro predecessori avevano disprezzato i mercanti e le attività commerciali.
    La rivoluzione teologica fu il risultato di un'esperienza diretta delle necessità terrene.

    La Chiesa non si oppose alla trasformazione, piuttosto la giustificò e svolse un ruolo attivo nella Rivoluzione commerciale dei secoli XII e XIII. Se ciò non fosse avvenuto, l'Occidente avrebbe avuto una sorte molto simile a quella delle nazioni islamiche.
    "Per tutto il pensiero occidentale, ignorare il suo Medioevo significa ignorare se stesso" - Étienne Gilson


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  7. #17
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    Predefinito Rif: Domanda per i cattolici

    Manca il link alla fonte.

  8. #18
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    Predefinito Rif: Domanda per i cattolici

    Citazione Originariamente Scritto da Aganto Visualizza Messaggio
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  9. #19
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    Citazione Originariamente Scritto da Cuordileone Visualizza Messaggio
    Dipende a quale periodo si riferivano: duemila anno son tanti.


    Nei secoli XII e XIII, i teologi cattolici, compreso san Tommaso d'Aquino, dichiararono la legittimità morale dei profitti e, pur aderendo formalmente alla lunga tradizione di opposizione all'usura, gli stessi teologi giustificarono il pagamento di interessi. In questo modo, molti secoli prima dell'avvento del protestantesimo.


    Il cristianesimo aveva ereditato l'opposizione al prestito con interessi (usura) dagli ebrei. Il Deuteronomio 23,20-21 mette in guardia: "Non farai al tuo fratello prestiti a interesse, né di denaro, né di viveri, né di qualunque cosa che si presta a interesse. Allo straniero potrai prestare a interesse, ma non al tuo fratello".
    Il fatto che si potessero far pagare interessi agli stranieri spiega il ruolo di prestatori di denaro svolto dagli ebrei nelle società cristiane, a volte imposto loro da cristiani che necessitavano di denaro.

    Naturalmente, la proibizione presente nel Deuteronomio non necessariamente vietava ai cristiani di far pagare interessi, dal momento che non erano fratelli israeliti. Le parole di Gesù in Luca 6,34-35 furono però interpretate come una proibizione: «E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai
    peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate bene e prestate senza sperarne nulla».

    L'interesse applicato al denaro dato in prestito venne così definito peccato d'usura e in linea di principio fu ampiamente condannato, anche se nella pratica venne per lo più ignorato. Di fatto, come già osservato, dalla fine del IX secolo alcune delle grandi case religiose si avventurarono in attività bancarie, e i vescovi divennero secondi solo alla nobiltà nel far affidamento sul denaro preso in prestito. Oltre a ricorrere al denaro messo a disposizione da ordini monastici, molti vescovi, infatti, si garantivano crediti da banche private italiane che godevano della piena approvazione del Vaticano.

    Per questo quando, nel 1229, il vescovo di Limerick non riuscì a ripagare completamente un prestito a una banca romana, venne scomunicato dal papa finché non raggiunse un nuovo accordo per il quale pagò un interesse del 50% in ottant' anni.
    Il bisogno di prestiti era spesso così grande e diffuso che le banche italiane aprirono filiali in tutto il continente.
    Nel 1231 esistevano 69 banche italiane con sedi in Inghilterra e quasi lo stesso numero in Irlanda. Per quanto molti vescovi, ordini monastici e persino le gerarchie di Roma ignorassero la proibizione, l'opposizione teologica verso l'usura persisteva. Durante il Concilio Laterano II nel 1139,
    la Chiesa «dichiarò l'usuraio non pentito condannato secondo l'Antico e il Nuovo Testamento e, per ciò stesso, indegno dei conforti ecclesiastici e di funerali cristiani».

    La teologia del giusto prezzo e dell'interesse legittimo

    Ovviamente, non ci si può aspettare che la gente regali i frutti del proprio lavoro, ma esiste un limite a quanto si dovrebbero far pagare? Come si può essere certi che il prezzo che si chiede non sia peccaminosamente alto?
    Nel XIII secolo, in un suo scritto, Alberto Magno suggerì che il «giusto prezzo» fosse semplicemente ciò che «la merce vale secondo la stima del mercato nel momento della vendita». Ciò significa che un prezzo è giusto se corrisponde a quanto sono disposti a pagare gli acquirenti senza esservi costretti.
    Persino Adam Smith non avrebbe trovato errori nella definizione. Riprendendo il suo maestro, ma ampliando il discorso, san Tommaso d'Aquino formulò la sua analisi del giusto prezzo chiedendosi «se sia possibile che un uomo possa legalmente vendere qualcosa per un prezzo maggiore di ciò che vale». Rispose innanzitutto citando sant' Agostino, secondo cui è naturale e legale «desiderare di comprare per poco e vendere a caro prezzo». Poi, san Tommaso distingue la frode dalle transazioni legittime e infine riconosce che il valore di un oggetto non è in realtà un concetto oggettivo - «il giusto prezzo delle cose non è definito in modo assoluto» - ma è in funzione di quanto desideri l'oggetto chi acquista e di quanto chi lo vende sia disposto o riluttante a farlo, purché l'acquirente non venga ingannato o costretto. Un prezzo, perché sia giusto, doveva essere lo stesso per tutti i potenziali acquirenti in un dato momento, evitando in tal modo discriminazioni. Il rispetto nutrito da san Tommaso d'Aquino nei confronti delle forze che agiscono nel mercato è svelato al meglio dal suo racconto del mercante che porta grano in un paese in carestia e che sa che presto altri mercanti arriveranno nella zona con molto più grano. Commette peccato se lo vende all'alto prezzo di mercato? Dovrebbe forse informare gli acquirenti che presto arriverà più grano e il prezzo scenderà? San Tommaso concluse che il mercante poteva, in tutta coscienza, non dire nulla e vendere il grano al prezzo corrente.
    Invece, per quanto riguardava gli interessi sui prestiti il teologo era insolitamente ambiguo. In alcuni scritti, condannava ogni interesse come peccato di usura, ma in altri passaggi riconosceva il fatto che i prestatori meritassero un compenso, anche se non sapeva delineare con precisione la sua entità e le ragioni. Tuttavia, spinti dalle realtà di un' economia commerciale in rapida espansione, molti suoi contemporanei, in particolar modo i canonisti, non furono così cauti, ma cominciarono a delineare molte eccezioni per cui il pagamento d'interessi non era da considerarsi usura. Se, ad esempio, una proprietà produttiva come una tenuta era garanzia del prestito, allora colui che prestava il denaro poteva impossessarsi di tutta la produzione durante il periodo del credito senza detrarla dalla cifra dovuta. Le numerose altre eccezioni riguardavano i costi che doveva sostenere chi prestava il denaro per la mancanza di disponibilità finanziaria per altre opportunità commerciali, come comprare merce per rivenderla o acquisire nuovi terreni. Dal momento che queste opportunità di profitto alternative erano assolutamente lecite, era altrettanto lecito risarcire il prestatore per avervi rinunciato. Nello stesso spirito veniva considerato corretto far pagare gli interessi per merce comprata a credito. Le banche, quindi, in aggiunta alle eccezioni ora esaminate, non avviavano prestiti fiduciari a un tasso d'interesse fisso poiché ciò sarebbe stato considerato usura, non essendovi il «rischio del capitale». Vigeva !'idea che l'interesse fosse legittimo solo se la cifra prodotta era incerta in partenza, essendo soggetta a «rischio». Ai banchieri bastò un po' d'astuzia per sottrarsi a questa proibizione, utilizzando annotazioni commerciali, lettere di cambio o persino denaro in modi che sembravano rischiosi ma i cui ritorni erano del tutto prevedibili. Erano, quindi, prestiti che producevano l'equivalente di interessi. Di conseguenza, sui libri rimaneva come peccato, ma nella pratica il termine «usura» era divenuto privo di senso.
    Alla fine del XIII secolo, i principali teologi cristiani avevano ampiamente dibattuto gli aspetti fondamentali del nascente capitalismo: profitti, diritti di proprietà, credito, prestiti e simili. Come sintetizzò Lester K. Little: «In ogni caso emersero opinioni generalmente favorevoli e d'approvazione, in netto contrasto con gli atteggiamenti che avevano prevalso per sei o sette secoli fino alla precedente generazione».

    Il cambiamento fu notevole. Dopotutto si trattava di teologi che si erano allontanati dalle cose di questo mondo.
    La maggior parte di loro aveva fatto voto di povertà e i loro predecessori avevano disprezzato i mercanti e le attività commerciali.
    La rivoluzione teologica fu il risultato di un'esperienza diretta delle necessità terrene.

    La Chiesa non si oppose alla trasformazione, piuttosto la giustificò e svolse un ruolo attivo nella Rivoluzione commerciale dei secoli XII e XIII. Se ciò non fosse avvenuto, l'Occidente avrebbe avuto una sorte molto simile a quella delle nazioni islamiche.
    bello questo pezzo, conoscevo il fatto che gli scolastici fossero molto avanti con la comprensione delle leggi economiche, la scuola austriaca di economia dopotutto deriva da loro!
    La verità produce effetti anche quando non può essere pronunciata.

    L. von Mises

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  10. #20
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    Predefinito Rif: Domanda per i cattolici

    L'usura è semplicemente un prestito ad alto tasso di interesse ed è immorale e condannata dalla Chiesa.
    E' vero che nel passato spesso (ma non sempre, la stessa Chiesa ha preso prestiti con interesse) era considerata usura il prestito a qualunque tasso di interesse, cosa che comportava anche un odioso antisemitismo.
    Adesso questa concezione dell'usura è fortunatamente superata tanto che esistono numerosissimi banchieri cattolici.
    Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)



 

 
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