Pagina 217 di 456 PrimaPrima ... 117167207216217218227267317 ... UltimaUltima
Risultati da 2,161 a 2,170 di 4557
  1. #2161
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    22,425
     Likes dati
    46,241
     Like avuti
    21,159
    Mentioned
    159 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Bracalini rischia di diventare velocemente scomodo , spero per lui che abbia qualcuno che lo protegga .
    Questa sua frase è sublime .

    Un popolo che non legge, ma i libri di cucina sono in cima alle classifiche.
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  2. #2162
    Forumista senior
    Data Registrazione
    05 Oct 2010
    Messaggi
    2,810
     Likes dati
    331
     Like avuti
    472
    Mentioned
    3 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da Freezer Visualizza Messaggio
    Bracalini rischia di diventare velocemente scomodo , spero per lui che abbia qualcuno che lo protegga .
    Questa sua frase è sublime .
    Solo che non dice quali libri dovrebbe leggere il popolo.

    Perché quelli che contano sono pochi e di non facile reperimento. Per molti, forse non lui, i libri da leggere sono quelli dei vari vespa, costanzo, insomma libri reperibilissimi.

  3. #2163
    Lumbard
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Località
    Lach Magiùr
    Messaggi
    11,759
     Likes dati
    757
     Like avuti
    871
    Mentioned
    8 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da psico Visualizza Messaggio
    Solo che non dice quali libri dovrebbe leggere il popolo.

    Perché quelli che contano sono pochi e di non facile reperimento. Per molti, forse non lui, i libri da leggere sono quelli dei vari vespa, costanzo, insomma libri reperibilissimi.

    purtroppo "certi libri" sono relegati proprio alla nicchia... se non l'itaglia ti fa fuori (e non in senso metafisico)

  4. #2164
    Forumista senior
    Data Registrazione
    05 Oct 2010
    Messaggi
    2,810
     Likes dati
    331
     Like avuti
    472
    Mentioned
    3 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Se l’è andata a cercare”. Il paese volta le spalle alla ragazzina violentata

    ?Se l?è andata a cercare?. Il paese volta le spalle alla ragazzina violentata - La Stampa

    Storie di ordinario levantinismo nostrano.

    Qualche tempo fa una gambizzazione , vedasi qui: «Mio fratello mi ha sparato
    perché portavo la minigonna» http://27esimaora.corriere.it/16_agosto_21/mio-fratello-mi-ha-sparato-perche-portavo-minigonna-8c74b692-67d9-11e6-b2ea-2981f37a7723.shtml?refresh_ce-cp


    Certi modi di pensare, agire, sentire non europei uniti ad altri d'importazione islamica creano non pochi fardelli.

  5. #2165
    Lumbard
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Località
    Lach Magiùr
    Messaggi
    11,759
     Likes dati
    757
     Like avuti
    871
    Mentioned
    8 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    sembra che ci siano di mezzo persone legate ad organizzazioni innominabili ...

  6. #2166
    email non funzionante
    Data Registrazione
    16 Oct 2010
    Messaggi
    6,606
     Likes dati
    0
     Like avuti
    176
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Via XXII Luglio, finestrino dimenticato abbassato. Arriva la multa
    Parma - Stupore. C'era soprattutto quello in chi in via XXII Luglio ha visto infilare la multa sotto il tergicristallo. Auto parcheggiata regolarmente, tutto in regola, tranne quel piccolo particolare. Che a noi tutti fa venire in mente una dimenticanza, fa dire "accidenti" in caso di temporale, ma che il Codice della Strada sanziona con 41 euro di multa: lasciare abbassato un (o più di uno) finestrino dell'auto in sosta.
    E' la violazione del comma 4 dell’articolo 158, in base al quale «durante la sosta e la fermata il conducente deve adottare le opportune cautele atte a evitare incidenti ed impedire l’uso del veicolo senza il suo consenso». In pratica, c'è l'obbligo di custodire il proprio mezzo per evitarne il furto e l'utilizzo in modo improprio. Non solo sanzioni diffuse... ma accade. E stavolta è toccato a un parmigiano. E l'incredulità social si è levata.
    Via XXII Luglio, finestrino dimenticato abbassato. Arriva la multa - Foto 1 di 1 - Gazzetta di Parma

    Il reddito di cittadinanza ci renderà schiavi della politica
    È un’idea che guadagna sostenitori ogni giorno che passa, ma è molto pericolosa: perché disincentiva il merito e la formazione e lega i cittadini a un rapporto malsano e perverso con la politica. Piuttosto, servirebbe un fisco di cittadinanza
    di Lorenzo Castellani
    Nella storia di copertina dell’ultimo numero di Internazionale del 26 agosto, si racconta la necessità del reddito di cittadinanza come misura fondamentale per combattere la povertà: “se ognuno ricevesse dei soldi anche senza lavorare il mondo sarebbe migliore” recita il sottotitolo, in copertina. Mentre il titolo dell'articolo, pubblicato originariamente su De Corrispondent, recita “Reddito d’uguaglianza”. E in effetti uno stipendio minimo per tutti erogato dallo Stato, cioè pagato dalle tasse di altri cittadini, può sembrare un'idea suggestiva e progressista. Solo apparenza, purtroppo: perché il reddito di cittadinanza, in realtà, è un esperimento che riduce spazi di libertà e democrazia. Realizzare il reddito di cittadinanza, infatti, costituisce una misura politica profondissima le cui radici non poggiano solo sull'economia, ma sulla concezione etica e morale del sistema politica in cui vogliamo vivere.
    Già, perché il fondamento morale della democrazia poggia sulla partecipazione alla vita pubblica dell'individuo libero. In una società libera, il ruolo dello Stato, quindi della politica, non è quello di creare di sudditi né dei rentiers della cittadinanza. Il potere pubblico, e le regole da esso prodotte, devono alimentare un sistema entro il quale ciascun individuo normodotato è in grado di provvedere a se stesso. La capacità, derivante dalla libertà, di produrre ricchezza è il principio cardine intorno al quale si è sviluppata la civiltà.
    Il conflitto si articola intorno a due ragionamenti, il primo è che ricchezza e benessere non crescono sugli alberi e non si capisce perché dei soggetti abili a fornire un contributo alla loro produzione debbano essere esclusi a priori dal dovere di badare a se stessi e di contribuire allo sviluppo generale della società. Nemmeno la nostra Costituzione, che tanti cedimenti in nome dello Stato sociale ha consentito, si è mai spinta a prevedere un'assistenza indiscriminata per tutti, tanto è vero che ha previsto all’articolo 4 il dovere per ogni cittadino di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
    Il secondo è che il reddito di cittadinanza è uno strumento che rende gli individui ancora più dipendenti dalla politica riducendo gli incentivi delle persone, e dei giovani in particolare, ad accumulare titoli di studio, formazione ed esperienza lavorativa. Un individuo sussidiato è incentivato alla pigrizia e alla dipendenza dalla politica. In altre parole, il reddito di cittadinanza non è che l'istituzionalizzazione del clientelismo su scala nazionale. Cosa succederebbe se dopo qualche anno lo Stato fosse costretto a rimuovere il reddito di cittadinanza? Verosimilmente milioni di persone che nel periodo in cui hanno ricevuto il sussidio hanno rinunciato a formarsi, studiare o lavorare proprio perché imboccate dalla politica si ritroverebbero a essere "inoccupabili", cioè a non avere capacità e metodo per inserirsi nel mercato del lavoro. Per tutti la soluzione sarebbe correre dal politico più vicino a chiedere un'altra forma di assistenza. Insomma, si scivolerebbe sempre di più verso quelle forme di compravendita legalizzata del consenso che avvelenano la democrazia, distruggono le istituzioni e massacrano l'economia.
    Ciò che si potrebbe fare, per aiutare davvero i cittadini, è la creazione di un fisco di cittadinanza, semmai. Una proposta in cui non solo siano semplificati i meccanismi di pagamento delle imposte, ma che crei una no tax area in cui le tasse non siano pagate affatto. Per esempio, se si volessero aiutare giovani e redditi bassi, si potrebbe eliminare il prelievo fiscale per redditi inferiori ad una certa cifra, poniamo 15mila euro annui. Un meccanismo che premierebbe coloro che sono al primo impiego e le fasce di lavoratori più deboli a cui lo Stato non chiederebbe alcun contributo. Una misura di libertà e aiuto, senza alimentare gli effetti di "nullafacenza di Stato", disordine della casse pubbliche e arrembaggio clientelare del reddito di cittadinanza.
    Il reddito di cittadinanza ci renderà schiavi della politica - Linkiesta.it

    Usavano il furgone della Caritas per oltraggiare i morti: l’ultima dei centri sociali
    Stefano Casagrande
    “Col trattore in tangenziale, andiamo a comandare” canta Rovazzi, in quello che senza ombra di dubbio è il tormentone dell’estate. “Con il furgone della Caritas, andiamo ad oltraggiare” invece potrebbe essere il ritornello dell’azione di 4 militanti NoBorder (centri sociali, ndr) che a metà agosto avrebbero tracciato scritte spray (“Diego Turra solita merda” e “- arresti + arresti cardiaci PSM”) riguardo il poliziotto del Sesto reparto Mobile di Genova stroncato da un infarto a Ventimiglia. I quattro risultano appartenere alla rete NoBorder e sarebbero stati identificati come Martino Gualzetti di 28 anni, Vincenzo Aiello di 35, Caterina Pedone di 25 e Clara Sistilii di 26. PSM sarebbe la sigla del centro sociale genovese Piazza Santa Maria.
    Molto significativo è invece come la Polizia sia riuscita a risalire agli autori delle scritte: secondo il Secolo XIX sarebbero stati identificati tramite la targa del furgone usato per l’azione. Furgone che risulta essere in utilizzo alla Caritas. Perché significativo? Perché Martino Gualzetti pare essere figlio del direttore della Caritas Ambrosiana.
    Insomma, il movimento NoBorder non si sta facendo mancare niente. Dopo aver permesso allo stupratore di una loro militante di scappare e dopo essere stati accusati da Libero di aver fatto partecipare alle loro iniziative anche lo stragista di Nizza adesso aggiungono all’elenco delle loro imprese anche l’insulto ai morti. Con il pullman del papà, dirigente della Caritas.
    Usavano il furgone della Caritas per oltraggiare i morti: l'ultima dei centri sociali, no border, scritte contro poliziotto morto


  7. #2167
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    22,425
     Likes dati
    46,241
     Like avuti
    21,159
    Mentioned
    159 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    sembra che ci siano di mezzo persone legate ad organizzazioni innominabili ...
    Rimarranno solo loro a comandare l'idaglia ,svaporato lo stato , per la gioia dei figli del sole .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  8. #2168
    Blut und Boden
    Data Registrazione
    03 Apr 2009
    Località
    Lothlorien
    Messaggi
    74,985
     Likes dati
    2,839
     Like avuti
    10,469
    Mentioned
    218 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    1866, i Veneti contro l’Italia. Viva Lissa!

    14 Sep 2016 · 1 Commento
    di ROMANO BRACALINI



    Era regola che anche nella sconfitta l’Italia ci guadagnasse sempre
    . Nel 1866, nella terza guerra d’indipendenza, l’Italia venne sconfitta due volte dall’Austria, a Custoza e Lissa, ed ugualmente, grazie all’alleata Prussia, ebbe “en cadeau” il Veneto. Il 21 ottobre dello stesso anno, dopo il trattato di pace di agosto tra Austria e Prussia, al quale con atto di supremo disprezzo l’Italia non venne nemmeno invitata, si svolse il plebiscito per dare all’annessione del nuovo territorio al regno d’Italia una parvenza di legittimità popolare. Secondo i dati ufficiali su 647.426 votanti (su una popolazione di 2.603.009 abitanti) i voti contrari sarebbero stati soltanto 69. La falsità di quel risultato era palese. Esso non si accordava con lo stato d’animo dei veneti che non s’erano mai segnalati per “patriottismo italiano” ed avevano anzi combattuto fedelmente sotto le insegne dell’Austria, anche nella campagna del 1866. Delle due sconfitte italiane, la più clamorosa era quella di Lissa proprio perché la flotta italiana vantava una superiorità schiacciante su quella austriaca.

    Persano aveva tutto per prevalere sul nemico: una flotta numerosa e potente con navi di ferro all’avanguardia.Viceversa il suo rivale, il giovane ammiraglio Tegetthoff, comandava una flotta composta di navi di legno. Ma dalla sua aveva equipaggi composti da abili marinai veneti, triestini, dalmati, affiatati tra loro e che parlavano lo stesso dialetto. Gli equipaggi italiani erano formati prevalentemente da marinai napoletani, con qualche elemento toscano e sardo, impreparati, divisi dal dialetto e dalle rivalità regionali. Gli ammiragli in seconda Albini, sardo, e Vacca, napoletano, non stimavano il loro comandante e tramavano contro di lui: la perfetta metafora dello spirito di divisione italiano; un quadro che preannunciava il disastro imminente. Forse Persano non ignorava il detto di Nelson: ”Gli uomini combattono, non le navi”. Ed è per questo che era preoccupato. Tegetthoff, invece, poteva contare sulla fedeltà e sulla concordia dei suoi uomini. In un certo senso, Lissa diventerà il simbolo del fallimento unitario italiano. Lissa nei calcoli del ministro della Marina, Agostino Depretis, avrebbe dovuto pareggiare il conto con Custoza. A questo scopo tempestava l’ammiraglio Persano di telegrammi ingiungendogli di uscire dal porto di Ancona e di occupare Lissa, una piccola isola fortificata in prossimità della costa dalmata. Ma Persano covava parecchi dubbi; e trovava ogni scusa per rinviare la partenza. Anche il generale Lamarmora inviò un ultimatum a Persano deplorando il fatto che la flotta non avesse ancora trovato l’occasione di agire energicamente contro il nemico. Così il 16 luglio Persano fu quasi costretto a uscire da Ancona. Il 18 cominciò il bombardamento di Lissa. Tegetthoff, avvertito telegraficamente, lasciò la base di Pola e si presentà nelle acque di Lissa il 20 luglio su linea di fronte ”avvolto in una burrasca di maestrale”. Persano disponeva di dodici corazzate su ventotto unità in parte di legno, Tegetthoff soltanto di sette. All’apparizione della flotta nemica, Persano ordinò la linea di fronte per giovarsi della sua superiorità di fuoco. Manovra che Tegetthoff neutralizzò schierandosi a triplo cuneo.
    All’improvviso Persano lascia la Re d’Italia, nave ammiraglia, e sale sull’Affondatore, nuovissima unità dotata di sperone d’acciaio. La scomparsa dell’insegna di comando provoca lo scompiglio nella flotta italiana. La Re d’Italia dovette fermarsi per consentire a Persano di trasbordare. La linea si spezzò e Tegetthoff si inserì a cuneo nel varco facendo contemporaneamente fuoco sui due tronconi. Vacca, comandante la seconda squadra, perse i contatti e si allontanò. Albini, al comando di sette fregate e cinque cannoniere, con quattrocento cannoni a disposizione, fu per tutta la battaglia “ozioso spettatore”. La Re d’Italia, attaccata dall’Erzherzog Ferdinand Max, colò a picco. La Palestro saltò in aria con tutto il suo equipaggio. La Kaiser attaccata dall’Affondatore si allontanò malconcia.
    A Lissa gli italiani si mostrarono, al solito, deboli, e non mancarono episodi di bassezza e viltà. Non era stata una sconfitta rovinosa; da parte sua Tegetthoff parlò di grande vittoria solo quando vide che tale era ritenuta in Italia. Persano si ritirò quando avrebbe potuto contrattaccare. Il 31 luglio di fronte all’Alta Corte di Giustizia fu accusato di viltà, imperizia, negligenza. Privato del grado e della pensione. Gli austriaci avevano vinto una battaglia ardua e difficile. I veneti avevano combattuto nel segno di San Marco per poi diventare sudditi degli sconfitti. L’epitaffio della battaglia l’aveva dettato lo stesso Tegetthoff: ”Uomini di ferro su navi di legno hanno sconfitto uomini di legno su navi di ferro”.

    1866, i Veneti contro l?Italia. Viva Lissa! | L'Indipendenza Nuova



    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  9. #2169
    email non funzionante
    Data Registrazione
    16 Oct 2010
    Messaggi
    6,606
     Likes dati
    0
     Like avuti
    176
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Il banchiere amato dai comunisti: Ciampi, una vita contro la sovranità
    Adriano Scianca
    Per molti italiani, giovani, sprovveduti, o entrambe le cose insieme, Carlo Azeglio Ciampi era una sorta di vecchio nonnetto, di quelli che ti raccontano le loro storie di guerra e si commuovono quando passa la bandiera. Si trattava, invece, proprio come nelle favole, del lupo cattivo travestito da anziano docile e buono. O, nel suo caso, di uno sciacallo. L’uomo politico che più ha fatto, negli ultimi anni, per riproporre un immaginario nazionale (la bandiera, l’inno, le parate) è anche quello che sempre, nell’arco della sua intera vita, si è trovato dalla parte dei nemici della nostra libertà, sovranità e indipendenza.
    Il tutto sin da quando, sottotenente stanziato in Albania, approfittò bellamente di un permesso, capitato durante l’8 settembre, per voltare le spalle ai propri commilitoni e diventare “resistente”. Ben presto entrò nei ranghi del Partito d’azione, corrente minoritaria della Resistenza ma con le maggiori aderenze negli ambienti oligarchici di estrazione anglosassone e la cui influenza si dipanerà lungo la storia repubblicana in modo discreto ma profondo, fino ai giorni nostri.
    Nel dopoguerra, Ciampi entra alla Banca d’Italia, di cui sarà governatore dal 1979 al 1993. In questo periodo avviene la famosa e famigerata separazione consensuale fra Bankitalia e Stato. Sul finire del suo mandato, Ciampi farà in tempo a farsi sbeffeggiare da George Soros, che con la sua speculazione sulla Lira attaccò frontalmente la nostra sovranità, trovando di fronte l’incompetenza di un istituto centrale che bruciò la bellezza di 48 miliardi di dollari in una difesa inutile. Dopo tale capolavoro, Ciampi venne premiato con la presidenza del Consiglio, per la prima volta nella nostra storia affidata a un non parlamentare. Erano i famigerati anni ’90, in cui si susseguivano governi tecnici, privatizzazioni, scandali politici pilotati da una magistratura connivente. Ciampi succedeva al già tristemente noto governo presieduto da Amato. Il suo fu quello che venne chiamato il “governo dei banchieri”, ma fu anche il primo governo dal 1947 a partecipazione (sia pure per pochi giorni) di post-comunisti. Il che è emblematico. Risale peraltro a quella stagione radiosa, la cui agenda fu definita poco tempo prima a bordo del Panfilo Britannia, il principale reato d’opinione introdotto nel nostro ordinamento.
    Ministro degli Interni era, all’epoca, quel galantuomo di Nicola Mancino. Le cronache dell’epoca erano infatti agitate dall’emergere del fenomeno “naziskin” e il solerte esecutivo non perse tempo, varando la legge che prende ancora oggi il nome dall’allora inquilino del Viminale. E anche questa contemporaneità di governo oligarchico e revival antifascista è piuttosto emblematica.
    Di una sua affiliazione alla massoneria si parlerà a più riprese e insistentemente, ma egli smentirà sempre categoricamente. Divenuto presidente della Repubblica nel 1999 per volere soprattutto, di Massimo D’Alema, lascerà come testamento politico del suo settennato la nomina di senatori a vita del calibro di Rita Levi-Montalcini, Emilio Colombo, Giorgio Napolitano, suo erede al Quirinale e prosecutore in assoluta continuità del suo messaggio. L’operato di un banchiere proseguito da un comunista: un’altra, ennesima, coincidenza significativa.
    Il banchiere amato dai comunisti: Ciampi, una vita contro la sovranità, resistenza, Bankitalia, svendita, euro



    Perché l’ambasciatore americano non si occupa dei fatti suoi
    di Paolo Deotto
    C’è un livello di volgarità che solo gli americani riescono a raggiungere. Ripeto: volgarità. Uso questa parola perché non saprei come definire, se non volgare, la sparata dell’ambasciatore degli Stati Uniti, John R. Phillips (vedi su ANSA e sul Giornale), sul referendum che si terrà in autunno per decidere la sorte della riforma costituzionale che porta la firma della prestigiosa coppia Matteo Topolino Renzi ed Elena Etruria Boschi.
    Gli americani sono e restano, inguaribilmente, americani. Costruirono il loro Grande Paese sterminando una decina di milioni di pellirossa, portarono la democrazia e la libertà nel mondo, con accompagnamento di bombardamenti e sperimentazioni dal vivo di armi nucleari, e hanno proseguito e proseguono la loro festosa attività. Naturalmente dobbiamo loro eterna gratitudine.
    Sono militarmente ed economicamente forti, almeno per ora, e lo fanno pesare. L’ambasciatore Phillips non ha certo usato quel linguaggio che una volta si usava chiamare “diplomatico”. No, è andato giù duro, come un bombardiere “Liberator”: “Molti ceo di grandi imprese Usa guardano con grande interesse al referendum. Il sì sarebbe una speranza per l’Italia, mentre se vincesse il no sarebbe un passo indietro…”
    E a rincarare la dose ha provveduto un’altra mostruosità, un’agenzia di rating (in questo caso la Fitch): “Una eventuale vittoria del no sarebbe negativo per l’economia del Paese e per il suo merito di credito”.
    Il ricatto è vergognosamente chiaro. Cari italiani, votate ciò che volete, ma sappiate che se vince il no ve la faremo pagare. Seguono sperticate lodi, al limite dell’umoristico, per quello che è forse il peggior governo che l’Italia abbia finora subìto.
    Certo, si potrà obiettare: Ma perché ti agiti? Scopri solo ora che siamo zerbini degli Stati Uniti?
    No, non lo scopro solo ora. Lo so, lo sappiamo tutti benissimo. E sappiamo a quali stupendi traguardi ci abbia portato il vassallaggio con questo Grande Paese, guidato da un uomo che ha preso storiche decisioni come l’istituzione alla Casa Bianca di gabinetti appositi per i pervertiti che devono decidere di che sesso sono. E tante tante altre, una più bella dell’altra.
    Ci sono solo due cose che infastidiscono profondamente: da una parte la smaccata e volgare protervia con cui l’ambasciatore, la Voce del Padrone, s’immischia negli affari nostri. Senza ormai ritegno, senza alcun stile. Un comportamento da Pol Pot, non da “diplomatico”. Ma dall’altra parte, il silenzio rispettoso e ossequiente della caricatura di governo che abbiamo a Roma. D’accordo, è il “Capo” che parla, ma vogliamo almeno far finta di avere ancora un briciolo di dignità nazionale?
    No, la dignità nazionale è morta. Il cosiddetto governo assiste muto e sorridente, baciando la pantofola, alla prepotenza del cow boy che ci spiega cosa dobbiamo fare. Il Topolino va in estasi perché il cow boy riferisce le lodi del capobanda della Casa Bianca e così il piccolo parvenu fiorentino è appagato nel suo disperato desiderio di essere “qualcuno”. È troppo piccino per capire che, quando non servirà più, anche lui sarà cacciato a calci nel sedere e lasciato solo, come è successo a innumerevoli “amici” degli Stati Uniti.
    Perché l?ambasciatore americano non si occupa dei fatti suoi? ? di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana


  10. #2170
    email non funzionante
    Data Registrazione
    16 Oct 2010
    Messaggi
    6,606
     Likes dati
    0
     Like avuti
    176
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Le buone maniere non sono più di moda
    Oggi sei un cafone se non dici parolacce
    Il galateo alla rovescia di Cesare Marchi irride i costumi scostumati del tempo
    Cesare Marchi
    Cambia il mondo e con esso il galateo. In tram non si cede più il posto alle signore, avendo esse ottenuto, assieme ai diritti dell'uomo, anche i doveri, compreso quello di stare in piedi.
    Nemmeno ai vecchi si cede più il posto, essendo per costoro ingiurioso affronto l'essere considerati tali, anzi ci sono dei vegliardi che vestono abiti giovanili, a tinte sgargianti, per camuffare l'inesorabile carta d'identità, mentre a loro volta i giovani, per distinguersi da questi pseudo coetanei, si invecchiano artificialmente con zazzere beethoveniane e barbe mosaiche.
    Ci si dà subito del tu. Chissà come esulterà nella tomba l'anima di Achille Starace apprendendo che è stato finalmente abolito il «lei», traguardo che una volta si raggiungeva solo dopo anni di guardinga, reciproca conoscenza, e reciproche, discrete indagini, presso i carabinieri o il parroco, l'uno all'insaputa dell'altro, per scoprire eventuali macchie del reciproco passato. E il fatto che dopo trent'anni di matrimonio i nostri nonni, i nostri genitori, usassero anche nell'intimità il lei, era la prova che quegli accertamenti non si erano ancora conclusi.
    Per abituare i ragazzi a mangiare composti, senza appoggiare i gomiti al tavolo, si infilavano sotto le loro ascelle due monetine. Se alla fine del pranzo non erano cadute, diventavano loro proprietà. I bambini parlavano solo se interrogati. I grandi avevano sempre ragione. Nei collegi-bene certi vocaboli erano proibiti, una educanda fu punita per aver scritto, nel tema, che il cavallo rinculò.
    Frequenti cartelli intimavano vietata la bestemmia e il turpiloquio, cose oggi tollerate se non addirittura incoraggiate. Un teologo ha scritto che la bestemmia è una, sia pur rabbiosa, invocazione al cielo, una sorta di «preghiera capovolta» (alla stessa stregua si potrebbe affermare che quel teologo è «ateo travestito»). Abbattuti i tabù puritani, il turpiloquio è entrato nella conversazione di tutti i giorni, e le signore nei salotti gli hanno spalancato le braccia, con l'entusiasmo dei neofiti, e le parolacce da trivio, fino allora costrette a rifugiarsi nei cessi, quasi non volevano credere ai loro occhi vedendo correre verso di sé, e accoglierle da pari a pari, letterati, intellettuali, poetesse, capintesta Cesare Zavattini, quello che si firma con due zeta.
    Una volta chi diceva le parolacce era un anticonformista, oggi lo è chi non le dice. Ma, ancora una volta, l'inflazione ha rovinato tutto. Pessimi amministratori del nostro patrimonio turpiloquente, lo abbiamo dilapidato col dissennato abuso; le parolacce che, ai tempi del proibizionismo, avevano lo stordente e raro profumo dei fiori del male, si sono svuotate di significato. Si sono, come dicono i semiologi, desemantizzate. Tornasse a vivere il grande Cambronne, visto lo spreco che si è fatto del suo vocabolo, al nemico che intima di arrendersi griderebbe «ciclamino».
    Le buone maniere non sono più di moda Oggi sei un cafone se non dici parolacce - IlGiornale.it


    Sangue, insulti, risate. Ecco il "film" dell'orrore di Piazzale Loreto
    Rino Cammilleri
    «Voi italiani esto brava gente», dice il partigiano sovietico al colonello Sermonti nel film del 1965. Sarà. L'attuale buonismo cattocomunista confermerebbe l'immagine, ma la verità è che abbiamo il Peccato originale pure noi.
    Come tutti. L'intellettuale romeno Mircea Eliade, viste le foto di piazzale Loreto, ci qualificò di «servi» e «traditori». Non aveva visto la fotina pubblicata poco tempo fa su queste stesse colonne a corredo di un articolo di Matteo Sacchi sulla «pista americana». Data 28 aprile 1945 e mostra gli abitanti del borgo di Azzano in posa, sorridenti, donne e bambini compresi, accanto alla larga macchia di sangue che colava dal camion pieno di cadaveri di fascisti crivellati. Cioè, quelli ammazzati a Dongo con Mussolini e la Petacci. Quando i corpi furono portati a Milano e appesi per i piedi alla pompa di benzina di Piazzale Loreto, qualcuno aveva già provveduto a togliere le mutande alla Petacci, così che lo spettacolo risultasse più suggestivo. Fu un prete, don Giuseppe Pollarolo, a fermare pietosamente con una spilla di sicurezza la gonna di Claretta, interrompendo lo strip-show. Un teatrino tra lo splatter e il burlesque che fece schifo perfino all'antifascista e capo partigiano Ferruccio Parri, il quale coniò il celebre termine «macelleria messicana». Indro Montanelli, invece, ebbe a dire che se lui fosse stato messicano avrebbe rigettato tale definizione. Lui l'aveva vista, quell'expo milanese, con gente che sputava sui morti e ci orinava sopra. E aggiunse, molti anni dopo, di ancora vergognarsi di «appartenere a gente capace di simili infamie». Cioè, italiani. Perché quella, disse, «fu una classica giustizia di piazza italiana».
    Fu un altro prete, il Beato cardinale arcivescovo di Milano, Ildefonso Schuster, a intervenire affinché quei quarti di carne appesi fossero tolti alla vista. Dovette insistere più volte, arrivando a minacciare di farlo di persona.
    Due giornalisti, Luciano Garibaldi e Emma Moriconi, rievocano l'episodio in un libro pieno di foto e particolari inediti o poco noti, Mussolini. Sangue a Piazzale Loreto (Herald Editore, pagg. 200, euro 18).
    Perché proprio là? La storia è risaputa. In quel luogo un vecchio graduato tedesco veniva con un furgoncino a distribuire latte alle mamme milanesi, nonché farina e qualcosa da mangiare a gente che stringeva la cinghia da ormai troppo tempo. Lo chiamavano «il Carlùn» e i rifocillati avevano avuto l'umanissimo torto di affezionarsi a quel tedesco pacioccone che strideva con l'immagine dell'occupante straniero e spietato. Così, l'8 agosto 1944 una bomba stile via Rasella mandò all'altro mondo lui, il latte e tutti quelli che in quel momento si affollavano attorno al suo furgone. Theodor Saewecke, colonnello della Gestapo, andò in bestia e pretese l'applicazione della prevista rappresaglia decimale: quindici morti, centocinquanta fucilati. Mussolini si appellò a Hitler, e questi consentì a ridurre la proporzione alla scala 1:1.[Hitler era proprio un mostro!]
    Due giorni dopo, nel medesimo piazzale, 15 partigiani vennero passati per le armi dagli uomini della Brigata Muti. Ma il Cln Alta Italia se la legò al dito. Preso e sparato Mussolini, 15 gerarchi dovevano accompagnarlo, in ricordo dei 15 di Piazzale Loreto. E vendetta fu fatta, come sappiamo, il 29 aprile 1945. Solo che dei «quindici gerarchi» solo alcuni erano gerarchi. Uno, per esempio, era un aviatore, il capitano Pietro Calistri, a cui era stato dato uno strappo sul camion dell'ex Duce. E poi c'erano il fratello di Claretta, Marcello, nonché l'ormai pensionato Achille Starace.
    Sangue, insulti, risate. Ecco il "film" dell'orrore di Piazzale Loreto - IlGiornale.it

 

 
Pagina 217 di 456 PrimaPrima ... 117167207216217218227267317 ... UltimaUltima

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito