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  1. #2241
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Lo spreco dei treni per la Sardegna costati 125 miliardi, fermi 30 anni
    Adesso i convogli saranno demoliti
    Il design
    I treni erano stati disegnati dall’«Italdesign» di Giorgetto Giugiaro
    LUISA BARBERIS, GIOVANNI VACCARO
    Saranno definitivamente seppelliti nel cimitero savonese dei treni i 125 miliardi di lire che le Ferrovie dello Stato spesero negli Anni Ottanta per un intero gruppo di locomotive che non hanno mai viaggiato. Ordinate, progettate, costruite e acquistate, non sono mai entrate in servizio. I venticinque esemplari, diciannove E491 per treni passeggeri e sei E492 per trasporto merci, sono rimasti parcheggiati a Foligno e Livorno per quasi trent’anni. Ed ora, tramontata anche l’ultima speranza di rivenderle come macchine di seconda mano, pur essendo “a km zero”, le locomotive intraprendono in questi giorni il loro unico ed ultimo viaggio. Verso la demolizione nei capannoni della ditta “Vico” di Cairo, entroterra savonese.
    Sembra una caccia al tesoro al contrario, in cui i dobloni si nascondono seppellendoli, invece di riportarli alla luce. La storia di un incredibile spreco di denaro pubblico sui binari ebbe origine nel 1983 ed oggi arriva al capitolo conclusivo. Quando furono costruite dalla Fiat Ferroviaria di Savigliano e dall’Ansaldo, fra il 1986 ed il 1990, erano modelli all’avanguardia e dotati di sofisticati apparati elettronici, un lusso all’epoca in Italia che giustificava il costo di cinque miliardi di lire per ciascuna locomotiva (oggi una macchina analoga costerebbe fra tre e quattro milioni di euro). In più il design era stato affidato nientemeno che alla firma di Giorgetto Giugiaro, “re” dell’Italdesign.
    L’idea delle Ferrovie consisteva nel creare una flotta di locomotive, imparentate con le E633 ed E632 “Tigre”, da utilizzare nell’ambizioso progetto del Governo di Bettino Craxi di elettrificazione della rete ferroviaria della Sardegna. Ma, dopo che i locomotori furono costruiti e portati in Sardegna, i tagli ai finanziamenti e l’alternarsi dei governi tra Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti provocò nel 1989 l’abbandono del piano di ammodernamento delle linee dell’isola. Niente più elettrificazione, progetto cancellato per decreto e 125 miliardi di lire, già pagati, bruciati in un istante. Perché le locomotive, progettate per funzionare in corrente alternata a 25mila volts, non potevano essere riutilizzate dalle Fs, la cui rete sul continente era a corrente continua a tremila volt. Così, nuove di zecca, vennero riportate sul retro del deposito di Foligno, dove vennero parcheggiate e dimenticate. Senza aver mai trainato un vero treno, senza aver mai prestato servizio, salvo qualche corsa di prova e qualche uscita dimostrativa per tentare di venderle a compagnie ferroviarie straniere.
    In effetti le Fs hanno tentato più volte di rivenderle in Francia, Turchia, Bulgaria, Ungheria e Serbia. Invano. E quest’anno anche l’ultimo bando, scaduto il 30 maggio, è andato deserto. Neppure il prezzo stracciato di centomila euro l’una, ossia di 1,6 milioni per tre lotti di 16 macchine (le nove che erano a Livorno sono già state demolite) ha catturato l’interesse di altri gestori ferroviari. Tra l’altro l’ultimo bando delle Fs per la vendita prevedeva clausole strettissime: impiego solo su reti estere, con esplicito divieto di viaggiare sui binari di Rfi, quindi per raggiungere la destinazione avrebbero dovuto essere caricate su camion per trasporti eccezionali viaggiando su strada.
    Loro, le locomotive colorate di giallo vivo con strisce rosse, hanno cercato di resistere alla ruggine. Anche ora che sono arrivate al capolinea sfoggiano carrelli e ruote nero lucido che le fanno sembrare nuove di zecca. Persino i vandali, in tutti questi anni, le hanno in qualche modo risparmiate, forse proprio perché sembravano appena uscite di fabbrica.
    Delle E491 ed E492 non verrà preservato neppure un esemplare per la Fondazione Fs o per qualche museo, segno che l’obiettivo è cancellare con la fiamma ossidrica ogni ricordo di un progetto ambizioso trasformato però nell’ennesima voragine di soldi pubblici sperperati dalla vanità e dall’inconcludenza della classe politica.
    Lo spreco dei treni per la Sardegna costati 125 miliardi, fermi 30 anni - La Stampa


    L’Italia sulla Nuvola
    Inaugura oggi l'opera romana di Fuksas (per lui costata 239 milioni, per altri 467). Già salvata dal fallimento dall'Inail (?!), ha visto dieci varianti in corso d'opera e dovrà incassare più di 200 milioni l'anno per stare in piedi (fantascienza). L'architetto non si fa vedere, la scena è tutta per Renzi...
    di Renato Besana
    È purtroppo una triste costante della storia italiana quella delle opere pubbliche realizzate per il solo gusto di farsi belli il giorno dell’inaugurazione, costi quel che costi. Un caso da manuale è il nuovo Centro congressi a Roma Eur, meglio noto come la Nuvola di Massimiliano Fuksas. Questa mattina mattina, con diretta su Rai Uno, sarà Renzi in persona a inaugurarla, contrabbandando un disastro assoluto per un successo di cui menar vanto.
    La storia della Nuvola comincia diciotto anni fa, nel giugno 1998, quand’era sindaco della capitale Francesco Rutelli. Il suo successore, Gianni Alemanno, avrebbe voluto chiudere il cantiere, ma i soldi già spesi erano così tanti che si trovò costretto a proseguire. Avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni, un’opera in concessione, affidata a Centro Congressi, un gruppo d’imprese che si era aggiudicato l’appalto, ma nel 2002 i conti scricchiolano, si apre un contenzioso e, di fatto, subentra la mano pubblica: il progetto è affidato a Fuksas e la realizzazione alla Società Condotte. I costi lievitano come un soufflé. Nel dicembre del 2014 si arriva alla richiesta di concordato al tribunale fallimentare di Roma. A salvare la baracca provvede l’Inail – ma non dovrebbe occuparsi d’infortuni sul lavoro? – che ci mette quasi trecento milioni di euro.
    In un lungo colloquio con Francesco Merlo, che somiglia più a una causa di beatificazione che a un’intervista e che occupa quasi due pagine di Repubblica, Fuksas sostiene che il costo finale ammonta a 238,9 milioni di euro. In un’audizione alla commissione bilancio, siamo nell’aprile dello scorso anno, il sottosegretario Paola De Micheli ha però affermato che l’investimento complessivo è di 467 milioni. Dieci le varianti in corso d’opera fino al 2013: uno sproposito, che significa aver più volte scaravoltato il progetto iniziale, tanto paga Pantalone. Per il conto finale, deciderà il giudice; la sentenza dovrebbe arrivare l’anno prossimo. Dal canto suo, l’archistar ha incassato 22 milioni, ma ne vorrebbe uno in più e ha per questo aperto un contenzioso. La Corte dei Conti, in una determinazione del 2012, ha definito la parcella “eccessiva e spropositata”.
    Non è finita: lo stesso progettista esprime dubbi sul futuro della struttura e si augura, provocatoriamente, che sia ceduta ai tedeschi, i soli capaci di farla funzionare; altrimenti, avverte, tra un paio d’anni si dovrà pensare ai restauri. Il futuro della Nuvola, nomen omen, è quanto mai nebuloso: per non franare nel dissesto, dovrebbe incassare più di 200 milioni l’anno. Fantascienza.
    Fuksas, non sappiamo se per decenza o per evitare contestazioni, ha annunciato che diserterà l’inaugurazione. Renzi non avrà dunque comprimari con cui condividere la scena, com’è giusto che sia per un’opera di regime.
    L'Italia sulla Nuvola - L'intraprendente | L'intraprendente



  2. #2242
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Uccide il figlio disabile e tenta il suicidio



    Piemonte.Tragedia la scorsa notte a Vespolate, in provincia di Novara: temeva che il ragazzo sarebbe rimasto solo se lui fosse morto

    Tragedia la scorsa notte a Vespolate, in provincia di Novara, dove un uomo ha ucciso nel sonno il figlio ventenne disabile, soffocandolo, poi ha tentato il suicidio con il gas.
    Secondo le prime informazioni Pietro Spina, di 52 anni, soffriva di depressione e temeva per il futuro del figlio, che sarebbe rimasto solo quando sarebbe mancato. Da quando era morta la moglie, un anno e mezzo fa, era rimasto infatti da solo ad occuparsi del giovane. Ha deciso quindi di uccidere il suo ragazzo e di farla finita. Ora ricoverato in gravi condizioni all'ospedale Maggiore di Novara: è grave, ma non in pericolo di vita.
    A dare l'allarme, nella tarda serata di ieri, sono stati alcuni parenti con i quali dovevano cenare. Non vedendoli arrivare, si sono recati presso la loro abitazione, un appartamento in una palazzina di Vespolate. Una volta dentro hanno sentito il forte odore di gas, con l'uomo esanime a terra e il figlio già morto, e hanno chiamato i carabinieri.



    Tipico episodio di disperazione di chi in concreto vive questi problemi sulla propria pelle.
    Senza sostegno alcuno, o peggio quando c'è di mezzo una qualche forma di assistenza sociale. Incapace, incompetente, deleteria.
    Questa è la norma in un paese dove il problema principale è la differenziazione di genere.



    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #2243
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Terremoto, Doglioni (Ingv), la sequenza durerà a lungo - Terra e Poli - Scienza&Tecnica - ANSA.it

    Lo scopritore dell'acqua calda aveva un cognome MOLTO simile, ma sicuramente non sono parenti...
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  4. #2244
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Donald Trump vince e su Twitter impazza #Renziportasfiga
    Sui social network si scherza sul ruolo del presidente del consiglio per l'esito delle elezioni presidenziali statunitensi
    Michele Ardengo
    L'elezione di Donald Trump a 45esimo presidente degli Stati Uniti è l'argomento di discussione che oggi va per la maggiore sul web e sui social network, in particolar modo Facebook e Twitter.
    Se in alcuni casi c'è chi ha usato l'esito elettorale per farne uno strumento di marketing pubblicitario, a far sorridere è un hashtag che sta rimbalzando su Twitter e che prende di mira Matteo Renzi, "colpevole" di aver portato sfortuna ad Hillary Clinton.
    In tanti sul social network dei 140 caratteri, infatti, si stanno divertendo con l'hashtag #Renziportasfiga, pubblicando fotografie, video e frasi con prove "inconfutabili" dell'influenza negativa che il premier avrebbe avuto sull'esito delle elezioni per la candidata democratica.
    Tra i vari messaggi pubblicati dagli utenti su Twitter si può leggere: "Ultime parole di #Renzi alla #clinton durante il suo viaggio #USA2016 :"Hilary stai serena,vincerai"", "La #Clinton sapeva di perdere da quando #Renzi ha detto che tifava per lei", "Renzi decide di sfruttare la sua patente di iettatore e si schiera per il NO al #referendum!".
    Donald Trump vince e su Twitter impazza #Renziportasfiga - IlGiornale.it

    Il gesto della Boschi alla Gruber: così il governo pilota i media?
    In un video su Facebook si nota il ministro fare un gesto alla giornalista. Un segnale perché la Gruber non facesse parlare troppo il costituzionalista?
    Chiara Sarra
    Il governo pilota i media? Un'accusa gravissima che stavolta sembra avere una conferma in un video pubblicato dal deputato Girgis Giorgio Sorial sulla sua pagina Facebook. Un breve spezzone tratto dall'intervista che Maria Elena Boschi ha rilasciato ieri sera a Otto e Mezzo su La7. Ospiti di Lilli Gruber sono il ministro, relatore della riforma costituzionale oggetto del referendum del prossimo 4 dicembre, e il costituzionalista Valerio Onida, strenuo difensore del No e soprattutto colui che ha presentato ricorso contro il quesito referendario al tribunale di Milano.
    Durante la puntata il giurista parla dei poteri della Corte Costituzionale e dei tempi richiesti per l'esame di un ricorso. Un punto che forse la Boschi non voleva toccare. O forse Onida si stava dilungando troppo... Fatto sta che la regia manda in onda un campo largo dello studio e si nota chiaramente il ministro - spazientito - che dice qualcosa alla giornalista. Il labiale suggerisce un "Taglia" o un "Dai".
    Il gesto della Boschi alla Gruber: così il governo pilota i media? - IlGiornale.it


  5. #2245
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  6. #2246
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    I figli potranno avere il cognome della madre. San Martino, aiuto!
    San Martino, aiutaci tu. Nei giorni in cui l’America si revirilizza, l’Italia continua imperterrita a castrare i suoi uomini: la Corte costituzionale ha deciso che i figli potranno avere il cognome della madre. E così i maschi, già svogliati, avranno un motivo in più per non impegnarsi. Perché corteggiare, copulare e infine venire dentro se il figlio eventuale non avrà il tuo nome? Per il piacere di mantenerlo fino al master? Stanno distruggendo il padre e allora bisogna ricorrere al Padre con la P maiuscola, attraverso di te.
    Non sapevo (me l’ha raccontato un amico veneto) che a Col San Martino, nella Marca trevigiana, in una chiesa a te dedicata si pratica la devozione della “levata dei nomi”. Le donne che non riescono a rimanere incinte vi si recano e dopo apposito rito officiato dal parroco estraggono un nome dall’apposita urna, impegnandosi insieme al marito ad assegnarlo al figlio che verrà. Col mio amico ha funzionato ma non credo funzioni sempre. Dunque ti prego di esaudirli più spesso, i desideri dei tuoi devoti, e che Col San Martino diventi famosa per la frequenza di tanto prodigio: il doppio miracolo di un bambino e di un’onomastica non decisa dalla Corte costituzionale.
    I figli potranno avere il cognome della madre. San Martino, aiuto!


    Attacco alle radici
    di Costanza Miriano
    Adesso, che sia io a difendere l’importanza, il valore, la sacralità del nome è davvero surreale. Io i nomi me li dimentico qualche decimo di secondo dopo averli sentiti, senza battere ciglio. A volte non li sento neanche mentre me li stanno dicendo, tutta presa come sono dall’osservare le facce, per cercare di carpire i segreti più profondi – sarà felice? – da una piega della palpebra, dalla postura. Non mi ricordo un generale, un presidente, una città neanche se mi pagano; attraverso sale piene di gente con un sottile senso di panico, studiando formule generiche e il più possibile vaghe – “eh, che bello, era tanto che mi chiedevo come stessi”; “ti ho pensata” – per prendere tempo nella speranza di ricordarmi come cavolo si chiama quella persona che lo so, ne sono certa, io conosco bene, benissimo.
    Eppure anche io, che non me ne ricordo uno neanche per sbaglio, riconosco quanto sono importanti i nomi. Nomina sunt numina rerum. I nomi racchiudono il valore simbolico. I nomi servono a ordinare il nostro mondo culturale. Che il nome non sia semplicemente un nome, una composizione casuale di lettere dell’alfabeto, lo sanno anche i promotori della legge appena passata al vaglio di un preconsiglio dei ministri, che vuole rendere più facile per i genitori aggiungere al proprio figlio il cognome della madre, oltre a quello del padre. Lo sanno così bene che è chiaro che il loro obiettivo non è attaccare il nome, ma quello che rappresenta. Chi sostiene – come per esempio sul Corriere della sera Maria Laura Rodotà – che la scelta del cognome dovrebbe essere libera e fatta di comune accordo tra i genitori, in realtà ne fa una questione di patriarcato, di comando, di presunto dominio da sovvertire. Insomma, sostiene la Rodotà, e molte femministe con lei, il piccolo Kevin deve potersi chiamare sia Rossi come la mamma, che Bianchi come il babbo. O magari tutti e due. Rossi Bianchi. O anche Bianchi Rossi. Parità ovunque, nel lavare i piatti e sui documenti.
    Ad essere attaccata, diciamo la verità, è l’autorità paterna, l’obbedienza, il senso della gerarchia.
    Come tutte le costruzioni ideologiche, anche questa prescinde dalla realtà. Quando non raccogliamo i dati reali e partiamo con le nostre teorie basate solo sulle idee, prendiamo facilmente sonore cantonate. Mi chiedo, tanto per cominciare, come si potrebbe poi, soprattutto a distanza di tempo, mettere ordine nelle parentele, nelle genealogie. Come andare a ritroso nelle generazioni e cercare di ricostruire i legami familiari magari sbiaditi nel tempo. Sarebbe inutile persino andare a cercare i cari tra le lapidi del cimitero, o all’anagrafe della parrocchia, tra i battesimi di tanti decenni fa. Sarebbe una complicazione burocratica, poi, senza fine. Se un Rossi Bianchi si sposa con una Verdi Neri, poi, il figlio come si chiamerà? Quattro cognomi? Ma prima la nonna materna? E se mia suocera si offende? E tutto per che cosa, poi? Per dare l’ennesima picconata alla figura paterna, come se ne avesse ancora bisogno.
    Qui non è questione di essere cattolici, che sia chiaro. Gli ambiti in cui noi credenti siamo liberi sono spesso più grandi e vasti di quanto pensiamo, e la questione del cognome non è certo un dogma di fede. Stiamo parlando di non complicare le cose. L’ideologia è talmente accecata nella sua foga – distruggere tutto quello che rimanda a un’autorità – che diventa stupida.
    Quanto a me, sono molto orgogliosa di avere contribuito a generare quattro persone che portano il cognome di mio marito. Due di loro, maschi, lo tramanderanno ai loro figli, spero. Anche se quando cerco di vaticinare le somiglianze, e ovviamente mi sembra chiarissimo che tutti i pregi i miei bambini li hanno presi da me, mentre i difetti li attribuisco ai geni di mio marito, io in realtà sono contenta che i miei figli, ai quali ho prestato il mio sangue e il corpo, ho dato il latte, abbiano preso insieme al patrimonio genetico il nome del loro padre. Sono contenta anche per loro: così sanno chi sono, da dove vengono. Sanno chi è il padre che al momento di uscire dal nido li spingerà nel viaggio più importante della vita, quello verso il Padre.
    https://costanzamiriano.com/2011/07/...o-alle-radici/

  7. #2247
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Rai
    Di peggio di più
    di Andrea Zambrano
    Che la crisi della Rai sia irreversibile è un po’ che lo andiamo dicendo. Ma che si arrivasse a promuovere tra le vocazioni del servizio pubblico pagato dai cittadini anche i reati peggiori è un’involuzione preoccupante che indigna. Le ultime chicche di questa ingloriosa galleria degli orrori vengono dalla fiction Rai Rocco Schiavone interpellata da Marco Giallini e terminata ieri sera su Rai 2.
    Schiavone è il personaggio di alcuni romanzi polizieschi dello scrittore Antonio Manzini. E’ un vicequestore che odia il suo lavoro e che non esita a infrangere le regole per arrivare al suo scopo. La mattina la inizia facendosi una canna, poi prosegue la giornata corrompendo e facendosi corrompere, ma anche procacciando prostitute e utilizzando una violenza da recupero crediti della Mala.
    Nulla da dire sul genere, ma se si voleva fare il verso ad un anti Serpico in salsa romanesca, beh, il tentativo è piuttosto malriuscito. Oltre che grave dato che il personaggio tratteggiato nella fiction compie tanti di quei reati da far impallidire un galoppino di Gomorra.
    Infatti la miniserie finirà davanti al Parlamento dopo che i senatori Carlo Giovanardi e Gaetano Quagliariello hanno denunciato la vergognosa operazione pagata dai contribuenti due volte dato che la fiction ha ricevuto anche il placet preventivo della Polizia di Stato, evidentemente in piena sindrome Tafazzi.
    «La fiction Rai Rocco Schiavone è una vergogna che ridicolizza gli sforzi di milioni di educatori nelle scuole, nelle parrocchie, nelle famiglie, che indicano ai giovani la necessità di rispettare la legalià e coltivare stili di vita non pericolosi», è la critica di Giovanardi mentre il sindacato di Polizia Co.i.s.p. chiede la cancellazione della miniserie dal palinsesto.
    Ma la crisi della Rai non si ferma qui, anzi per certi versi sta emergendo solo ora nella sua candida evidenza.
    Mentre paghiamo fiction che rovesciano il cliché che ha retto per oltre 80 anni di cinematografia del bene che combatte il male, assistiamo ad un’altra curiosa epifania del servizio pubblico: la definitiva morte dell’imparzialità del giornalismo targato Rai.
    E’ curioso che nessun giornalista di mamma Rai si sia sentito in dovere di rispondere alla collega Giovanna Botteri, caporedattrice di Rai 3 e corrispondente da New York per la già fu “Telekabul”. Ma in fondo è stato meglio così, perché che molti giornalisti Rai fossero al soldo del potere di turno è sempre stato il segreto di Pulcinella, ma che ce lo dicessero esplicitamente in un moto di delusione post elettorale, beh, anche questa è una chicca della quale ci ricorderemo quando ci toccherà obtorto collo di pagare la vergognosa tassa chiamata Canone Rai.
    Nella "funesta" (per loro) notte elettorale che ha sancito la vittoria di Donald Trump, la Botteri ha così commentato: «Non si è mai vista una stampa così compatta ed unita contro un candidato…evidentemente la stampa non ha più forza e peso nella società americana. Le cose che sono state scritte, le cose che sono state dette evidentemente non hanno contato su questo risultato e non hanno influito su questo risultato».
    Non male per una giornalista che sta ammettendo come tutta la stampa, dunque lei stessa, facesse il tifo per la Clinton con lo scopo di orientare non tanto il voto degli americani, quanto l’opinione degli italiani in patria in religioso ascolto nei tg. Non male davvero. La Botteri potrebbe trovare posto in uno dei tanti corsi per giornalisti organizzati in questi mesi dall’Ordine professionale per una lezione sui cartelli di cronisti.
    Chi fa il nostro mestiere li conosce: si lavora tutti insieme, perché è decisamente più comodo, ci si copia a vicenda perché tanto nell’informazione mainstream le sfumature di pensiero sono già una pericolosa concessione. Ma quel che è penoso, è che queste cose le subodoravamo, sentircele dire in faccia dalla Botteri, che tra l’altro prenderà lautamente lo stipendio, pagato da noi, per il suo servizio da ultrà della Clinton, ci fa sentire un po’ come cornuti e mazziati.
    Chissà che cosa si inventeranno la prossima volta. Noi un’idea ce l’avremmo. Un bello spot: «Rai, di peggio, di più».
    Rai Di peggio Di più

    L'Italia che si premia addosso per non piangere
    di Rino Cammilleri
    Di presidenti della repubblica ne abbiamo avuti tanti e di tutti i tipi e colori. Onest’uomini fatti passare per Antelope Kobbler, antiberlusconiani in sciarpa tibetana, partigiani mai ex, picconatori, perfino un emerito bi-eletto che ancor non si rassegna al tramonto del sol dell’avvenire. Ma uno così grigio, monotono e tedioso anche quando legge i discorsi non si era ancora visto. Mancava alla panoplia.
    Renzi pigliatutto, Renzi ghe pensi mì, Renzi ma-da-dove-è-spuntato, il caporalesco Renzi è come se avesse preso uno, il più anonimo possibile, e gli avesse detto: tu mettiti lì e fa’ la parte del capo (?) dello stato. Spero che non mi accusino di vilipendio, perché, sommessamente, ho solo espresso le sensazioni che provo quando lo vedo in tivù. I tiggì gli dedicano il doveroso spazio, per esigenze istituzionali, ma il dito mi va da solo sul telecomando, tanto sono certo di non perdermi niente.
    Non ci saranno colpi di scena, deviazioni dalla solita retorica, neanche un pertiniano «bando al cerimoniale!», nemmeno un esilarante Spadolini che, da ministro della difesa, usava i generali di stato maggiore per distribuire i suoi libri di saggistica storica ai giornalisti venuti a intervistarlo su tutt’altro. Il presidente rappresenta l’unità nazionale, recita la Costituzione, e oggi, per rappresentare la medesima, si richiede un profilo così basso da dover ricorrere alla livella, anche, ma sì, quella famosa di Totò. O a un altimetro di precisione.
    Perciò non stupisce che i premi assegnati dal presidente ai quaranta «eroi italiani» esprimano la quintessenza del politicamente corretto. Almeno, di quello momentaneamente corrente. Sì, perché se c’è qualcosa di labile e fluttuante è la vague, perciò oggi va forte l’accoglienza al migrante e la denuncia del caporalato (sempre ai danni del migrante). Un poliziotto vicequestore te lo aspetti premiato perché si è preso una pistolata mentre sventava una rapina a mano armata con ostaggi, mica perché dà il biberon alla negretta salvata dalle acque e perciò lo chiamano «mamma Maria».
    L’immagine complessiva (andare a vedere foto e motivazioni) è bergogliana, buonista à sense unique, catto&comunista, perfetto ritratto di un Paese che si premia addosso per non piangere.
    Viene in mente, chissà perché, la citazione che circola in rete a proposito della ricostruzione post-terremoti. E’ di Mussolini, che si congratula con Crollalanza che dormiva sui luoghi terremotati per provvedere alla svelta. E lo fece anche in anticipo sui tempi, e spendendo meno di quel che era stato stanziato. L’encomio recitava suppergiù: non mi congratulo per quel che avete eseguito, perché era vostro dovere, bensì perché avete fatto risparmiare denaro allo Stato.
    Naturalmente mi si darà del nostalgico, perché i cattocomunisti sono così: non discutono con argomenti, ma insultano con slogan da loro stessi confezionati e imposti. Non sanno governare, non sanno fare niente di utile, ma nella propaganda sono maestri indiscussi. Con quella comandano, con quella si mantengono al comando.
    Se qualche interstizio resta scoperto, niente paura: ci sono le leggi che loro stessi hanno fatto, le sentenze creative e, se neanche questo bastasse, i centri sociali. Il Manifesto di Marx (giustamente, non) reca come sottotitolo: l’arte di prendere il potere e tenerlo per sempre. E gli italiani, poveracci, che fanno? Quel che facevano i disgraziati di oltrecortina: votano coi piedi. Meglio fare il cameriere a Londra o il pizzarolo in Australia.
    L'Italia che si premia addosso per non piangere

    Il ritorno dell’uomo scimmia: un’ideologia subdola
    di Giovanni Fighera
    La scuola del materialismo seminata in tre secoli da Illuminismo, Positivismo e correnti affini è stata introdotta in maniera subdola e sottile proprio laddove il valore dell’educazione dovrebbe essere più affermato, ovvero nelle istituzioni scolastiche, già fin dagli ordini più bassi. Basti pensare ai manuali scolastici che presentano l’uomo come una scimmia un po’ più evoluta. Invece, l’immagine della scimmia che a poco a poco «avanza verso la stazione eretta», seppur ancora diffusa tra i manuali, ormai non è più considerata una rappresentazione adeguata della storia evolutiva degli uomini dalla maggior parte dei paleontologi e dei biologi evolutivi.
    Come ha scritto uno dei più autorevoli fra loro, Stephen Jay Gould, «noi non siamo evoluti da alcun primate che somigliasse alle forme adulte di scimpanzé o gorilla. Le grandi scimmie, nella loro ontogenesi, sviluppano molti caratteri ristretti unicamente a esse e che hanno poco a che vedere con fasi scimmiesche della ascendenza umana […]. L’immagine oggi maggiormente accettata è quella di una comune discendenza di uomini e scimmie da un antico antenato comune, i cui caratteri sarebbero più vicini a quelli dell’uomo che a quelli delle scimmie antropomorfe […]. All’immagine di una evoluzione graduale e costante si è sostituita quella del cespuglio, una serie di linee evolutive differenti, alcune delle quali sono giunte fino a noi, altre sono scomparse».
    Eppure nella maggior parte delle scuole il bambino apprende fin dalla primaria che l’uomo deriva dalle scimmie. Viene presentata come dato di realtà un’ipotesi che la maggior parte degli studiosi oggi non ritiene veritiera. In maniera subdola e surrettizia viene insinuata nei ragazzi l’idea che l’uomo non abbia alcuna differenza rispetto alle scimmie se non per il fatto di essere più avanti nella linea evolutiva. La conseguenza naturale di queste affermazioni o, forse meglio, l’assunto pregiudiziale da cui partono queste considerazioni è che l’uomo sia soltanto materia, corporeità priva di anima, derivata in maniera deterministica dalle componenti organiche. Certe considerazioni, più che scaturite da atteggiamenti di ricerca scientifica nascono da presupposti ideologici, di carattere scientista, positivista e materialista, quasi sempre mascherati sotto la parvenza di mode pedagogiche purtroppo accettate dai più e, anzi, considerate come altamente educative.
    Il ritorno dell?uomo scimmia: un?ideologia subdola



    500 buone ragioni per dire no al bonus cultura
    Se fossi un minatore della Ruhr, un operaio della Volkswagen di Wolfsburg, ma anche un negoziante di Amburgo, una casalinga di Francoforte o un pensionato di Monaco, e se venissi a sapere che il governo di un Paese che ha un debito pubblico pari a 133 punti rispetto al Pil ha deciso di dare una paghetta ai diciottenni, mi incazzerei come una iena. Se fossi un qualsiasi cittadino tedesco, s’intende, non uno di quegli “ottusi euro-burocrati” acquattati a Bruxelles o “il terribile ministro delle finanze” Wolfgang Schaeuble. Capirei quelli che alzano gli occhi al cielo sconsolati quando il capo del governo italiano fa il gradasso chiedendo più “flessibilità” e agitando strumentalmente la tragedia del terremoto e l’eterna emergenza degli immigrati. D’altronde, qualcuno dovrà pur ricordare a Matteo Renzi – visto che l’opposizione, in Italia, non lo dice – che l’autorizzazione a una maggiore “flessibilità” equivale alla licenza di aumentare il nostro debito, a far pagare più tasse ai contribuenti e a caricare altri pesi sulle spalle delle giovani generazioni.
    Altro che la mancia di cinquecento euro una tantum. Data esclusivamente ai nati nel 1998. Invece, se hanno visto la luce nel ’97 o nel ’99, sono cavoli loro. Potranno acquistare “e-book e biglietti per teatro, musei e concerti, anche di musica rock”, come sintetizza il sito del Pd. Forse anche entrare nelle discoteche, si immagina. Naturalmente, collegare l’ennesimo bonus con il fatto che nei sondaggi i giovani sembrino propendere nettamente per il NO al referendum sarebbe solo un sospetto infondato. Come lo speculare riconoscimento della quattordicesima ad alcune categorie di pensionati.
    Dell’antico panem et circenses come strumenti per raccogliere il consenso sono rimasti solo i ludi. Ai giovani che avrebbero bisogno di un’Italia che riprenda a crescere e a fornire opportunità vere di formazione e di lavoro, si risponde con una misura che, comunque la si consideri, riguarda la dimensione dello svago. Contribuendo, nel suo piccolo, a far crescere ancora un debito che rappresenta la strozzatura più seria – insieme con la scarsa produttività – per qualsiasi prospettiva di sviluppo. Ma il tentativo di replicare lo scoop degli ottanta euro che, agli albori del governo Renzi, favorì il boom delle elezioni europee finisce per lanciare un segnale negativo anche sul piano simbolico: stornare l’attenzione da un mercato del lavoro che, anche dopo – e forse anche per – il Jobs act, continua ad essere ostile all’inserimento reale dei giovani, mettendo invece l’accento sul diritto alla triste felicità di una marginalità sociale spesa sul mercato di un’ idea di cultura in cui entrano tutto e il contrario di tutto.
    E non si dica che questo è keynesismo. Roosevelt buttava soldi per rilanciare il sistema ma almeno investiva per creare centrali elettriche e bonificare la Tennessee Valley e, se anche faceva scavare buche da riempire il giorno dopo, quello che offriva non era una distrazione dai problemi ma lavoro. Qui, invece, prima ancora di ricostruire gli edifici abbattuti dal terremoto e prima ancora di innalzare il ponte di Messina come è nei sogni (o nelle promesse) di Renzi, il debito è già scattato in avanti e la marcia inarrestabile promette di non fermarsi nemmeno nel 2017. Senza che se ne vedano i benefici per il nostro futuro.
    Con buona pace della fastidiosa retorica delle “colpe di quelli che c’erano prima” e delle virtù salvifiche del governo Renzi-Verdini-Achille Lauro (alla memoria), vale la pena di dare qualche numero. Il rapporto tra debito e Pil, che oggi si attesta attorno al 133 percento, è in crescita dello 0,6% dal 2014. Solo nei primi sette mesi del 2016 – Renzi regnante – lo stock del debito è cresciuto di otto miliardi di euro. Il rapporto tra il debito e il Pil nel 2007, quando c’erano “gli altri” al governo, era del 103,62 percento. Se proprio vogliamo farci del male, potremmo ricordare che nel 1966 era del 38,31 per cento. Incredibile: c’erano un Senato elettivo, le Provincie, il sistema proporzionale, persino il Cnel e i partiti politici. Le mance, le clientele, gli sprechi e l’inerzia della pubblica amministrazione non mancavano neanche allora, certo. Ma praticate con juicio. Più o meno in linea con gli standard internazionali.
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  8. #2248
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Il ritorno dell’uomo scimmia: un’ideologia subdola

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  9. #2249
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Il ritorno dell’uomo scimmia: un’ideologia subdola


    Incarnano il modo di vedere del mondo di oggi, dei liberal made in usa, di quelli che votano obama e la femminista. Guerra secondo loro al razzismo, al maschilismo, poi tutti uniti con le femministe più livorose e le pantere nere. La nuova gioventù idolatrata dai media.

  10. #2250
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Italia Messico d’Europa, in testa al peggio del peggio

    15 Nov 2016 · 0 Commenti
    di ROMANO BRACALINI



    messico


    “L’Italia è il Messico d’Europa”, ripeteva don Giustino Fortunato, meridionalista onesto, senza tacere che il Sud della penisola, di cui lui stesso era originario, contribuiva da par suo alla realizzazione della profezia. Nella classifica delle qualità peggiori, dei disservizi pubblici, della corruzione, delle tangenti, dei ritardi statali siamo, com’è giusto, in compagnia degli ultimi. Lo dice, se mai ce ne fosse bisogno, il rapporto annuale della Confcommercio: c’è in Italia una eccessiva burocrazia che tratta il cittadino da suddito angariato. Lo Stato che spreme il cittadino e gli manda i carabinieri se ritarda un pagamento, se la prende comoda quando a pagare tocca a lui e nella classifica dei ritardati pagamenti e delle mazzette, su 26 paesi l’Italia occupa i primi posti dopo Slovacchia, Messico e Grecia. Ma ce n’é anche per la magistratura italiana le cui lentezze e incongruenze sono universalmente note al punto che sui giornali americani si scrive “giustizia italiana” tra virgolette, come di un’avvertenza necessaria, come di un’altra curiosità o stranezza del “caso italiano”. Nel 2008 un tribunale siciliano ha finalmente chiuso una causa civile che durava da 192 anni. Gli avvocati, in un paese tradizionalmente litigioso e indisciplinato, pullulano. Nella sola Roma ce ne sono più che nella Francia intera. Napoli è una città di avvocati. Le scaciate e improvvisate università del Sud (sono sorte come funghi in pochi anni) sfornano paglietti e mozzaorecchi più dell’Italia intera. Nel mondo giuridico internazionale le richieste di estradizione italiane sono famose per le motivazioni insufficienti, approssimative e poco chiare dal punto di vista linguistico.
    E’ scaduto il livello culturale delle professioni. Un tempo si accedeva alla facoltà di giurisprudenza unicamente dal liceo classico: era necessario conoscere il latino e il greco per studiare i classici originali e i principi basilari del diritto. Oggi è sufficiente avere un diploma di istituto tecnico. Meraviglia che l’italiano sia un mistero per parecchi magistrati? La lingua si è impoverita, quando non è infarcita di errori elementari, massimo ai livelli della burocrazia di stato. Da Roma in giù non si ha nozione del congiuntivo. Dirigenti che arrivano a scrivere nei documenti ufficiali: ”I parenti della salma”.
    Dal dopoguerra la partitocrazia ha invaso ogni settore dell’amministrazione pubblica nazionale e regionale. Il malcostume è un fatto ancestrale; l’arricchimento attraverso la carica pubblica è un criterio accettato. Dichiara un burocrate siciliano: ”Amministratori incompetenti, autoritari, ignoranti… abbiamo ottanta automobili che servono a portare in giro le cameriere degli assessori”. In Francia c’è la famosa “Ecole nationale d’Administration” dalla quale escono i “commis” (commessi), come si chiamano gli alti funzionari dello Stato. In Inghilterra i funzionari pubblici si chiamano “Civil servant”. Sono al servizio del cittadino. In Italia sono il braccio armato dello stato che vessa i cittadini. Il concorso pubblico non esclude i trucchi e le raccomandazioni politiche,sia per entrare in magistratura che nell’amministrazione statale.
    Il Sud ha invaso lo Stato che forse, proprio per questo, è il più costoso e il peggio amministrato d’Europa. A Napoli c’è un netturbino ogni 375 abitanti; a Milano, più grande e più pulita, il rapporto è di uno ogni 520 abitanti. Più di mille giardinieri a Palermo,250 a Torino (La Stampa,13 ottobre 2008). I tecnici informatici nei tribunali pugliesi sono 32, quanti tutti quelli di tutto il Settentrione. Nel Nord-Est sono solo 9. Più addetti non garantiscono un miglior servizio. Perché le assunzioni al Sud non si fanno per rendere un servizio migliore ma per ripagare un favore,assicurarsi il voto.Nella classifica dei ritardi burocratici l’Italia è al 143° posto su 181 paesi (Corriere della Sera,12 aprile 2010). In Italia per progettare e affidare i lavori di una grande opera occorrono in media 900 giorni: si va dai 583 giorni della Lombardia ai 1.100 della Campania, ai 1.582 della Sicilia. Più di quattro anni. E ancora: 257 per l’autorizzazione a costruire un semplice capannone o un piccolo magazzino. Negli Stati Uniti bastano 40 giorni, in Gran Bretagna 95, in Germania 100, in Francia 137.
    Al Sud è tutto più difficile e precario. L’autostrada Salerno-Reggio Calabria, cominciata nel 1962 non è ancora terminata,dopo mezzo secolo. Si prevede che i lavori finiranno nel 2013. Costo finale previsto: 10 miliardi di euro. Sulle autostrade siciliane Palermo-Messina, Messina-Catania, Siracusa-Gela, in tutto 299 chilometri, vi sono 22 caselli con 348 casellanti: ai quali vanno aggiunti 150-200 casellanti stagionali. Su circa il 40% delle autostrade meridionali non si paga il pedaggio. Doveva essere un incentivo allo sviluppo. Invece ha significato bassi livelli di servizio e di efficienza. Il personale c’è (e anche in soprannumero) ma è come se non ci fosse. L’Italia come il Messico (persino i colori della bandiera sono eguali). Se fai le previsioni peggiori, le azzecchi tutte!

    Italia Messico d?Europa, in testa al peggio del peggio | L'Indipendenza Nuova



    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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