Lo spreco dei treni per la Sardegna costati 125 miliardi, fermi 30 anni
Adesso i convogli saranno demoliti
Il design
I treni erano stati disegnati dall’«Italdesign» di Giorgetto Giugiaro
LUISA BARBERIS, GIOVANNI VACCARO
Saranno definitivamente seppelliti nel cimitero savonese dei treni i 125 miliardi di lire che le Ferrovie dello Stato spesero negli Anni Ottanta per un intero gruppo di locomotive che non hanno mai viaggiato. Ordinate, progettate, costruite e acquistate, non sono mai entrate in servizio. I venticinque esemplari, diciannove E491 per treni passeggeri e sei E492 per trasporto merci, sono rimasti parcheggiati a Foligno e Livorno per quasi trent’anni. Ed ora, tramontata anche l’ultima speranza di rivenderle come macchine di seconda mano, pur essendo “a km zero”, le locomotive intraprendono in questi giorni il loro unico ed ultimo viaggio. Verso la demolizione nei capannoni della ditta “Vico” di Cairo, entroterra savonese.
Sembra una caccia al tesoro al contrario, in cui i dobloni si nascondono seppellendoli, invece di riportarli alla luce. La storia di un incredibile spreco di denaro pubblico sui binari ebbe origine nel 1983 ed oggi arriva al capitolo conclusivo. Quando furono costruite dalla Fiat Ferroviaria di Savigliano e dall’Ansaldo, fra il 1986 ed il 1990, erano modelli all’avanguardia e dotati di sofisticati apparati elettronici, un lusso all’epoca in Italia che giustificava il costo di cinque miliardi di lire per ciascuna locomotiva (oggi una macchina analoga costerebbe fra tre e quattro milioni di euro). In più il design era stato affidato nientemeno che alla firma di Giorgetto Giugiaro, “re” dell’Italdesign.
L’idea delle Ferrovie consisteva nel creare una flotta di locomotive, imparentate con le E633 ed E632 “Tigre”, da utilizzare nell’ambizioso progetto del Governo di Bettino Craxi di elettrificazione della rete ferroviaria della Sardegna. Ma, dopo che i locomotori furono costruiti e portati in Sardegna, i tagli ai finanziamenti e l’alternarsi dei governi tra Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti provocò nel 1989 l’abbandono del piano di ammodernamento delle linee dell’isola. Niente più elettrificazione, progetto cancellato per decreto e 125 miliardi di lire, già pagati, bruciati in un istante. Perché le locomotive, progettate per funzionare in corrente alternata a 25mila volts, non potevano essere riutilizzate dalle Fs, la cui rete sul continente era a corrente continua a tremila volt. Così, nuove di zecca, vennero riportate sul retro del deposito di Foligno, dove vennero parcheggiate e dimenticate. Senza aver mai trainato un vero treno, senza aver mai prestato servizio, salvo qualche corsa di prova e qualche uscita dimostrativa per tentare di venderle a compagnie ferroviarie straniere.
In effetti le Fs hanno tentato più volte di rivenderle in Francia, Turchia, Bulgaria, Ungheria e Serbia. Invano. E quest’anno anche l’ultimo bando, scaduto il 30 maggio, è andato deserto. Neppure il prezzo stracciato di centomila euro l’una, ossia di 1,6 milioni per tre lotti di 16 macchine (le nove che erano a Livorno sono già state demolite) ha catturato l’interesse di altri gestori ferroviari. Tra l’altro l’ultimo bando delle Fs per la vendita prevedeva clausole strettissime: impiego solo su reti estere, con esplicito divieto di viaggiare sui binari di Rfi, quindi per raggiungere la destinazione avrebbero dovuto essere caricate su camion per trasporti eccezionali viaggiando su strada.
Loro, le locomotive colorate di giallo vivo con strisce rosse, hanno cercato di resistere alla ruggine. Anche ora che sono arrivate al capolinea sfoggiano carrelli e ruote nero lucido che le fanno sembrare nuove di zecca. Persino i vandali, in tutti questi anni, le hanno in qualche modo risparmiate, forse proprio perché sembravano appena uscite di fabbrica.
Delle E491 ed E492 non verrà preservato neppure un esemplare per la Fondazione Fs o per qualche museo, segno che l’obiettivo è cancellare con la fiamma ossidrica ogni ricordo di un progetto ambizioso trasformato però nell’ennesima voragine di soldi pubblici sperperati dalla vanità e dall’inconcludenza della classe politica.
Lo spreco dei treni per la Sardegna costati 125 miliardi, fermi 30 anni - La Stampa
L’Italia sulla Nuvola
Inaugura oggi l'opera romana di Fuksas (per lui costata 239 milioni, per altri 467). Già salvata dal fallimento dall'Inail (?!), ha visto dieci varianti in corso d'opera e dovrà incassare più di 200 milioni l'anno per stare in piedi (fantascienza). L'architetto non si fa vedere, la scena è tutta per Renzi...
di Renato Besana
È purtroppo una triste costante della storia italiana quella delle opere pubbliche realizzate per il solo gusto di farsi belli il giorno dell’inaugurazione, costi quel che costi. Un caso da manuale è il nuovo Centro congressi a Roma Eur, meglio noto come la Nuvola di Massimiliano Fuksas. Questa mattina mattina, con diretta su Rai Uno, sarà Renzi in persona a inaugurarla, contrabbandando un disastro assoluto per un successo di cui menar vanto.
La storia della Nuvola comincia diciotto anni fa, nel giugno 1998, quand’era sindaco della capitale Francesco Rutelli. Il suo successore, Gianni Alemanno, avrebbe voluto chiudere il cantiere, ma i soldi già spesi erano così tanti che si trovò costretto a proseguire. Avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni, un’opera in concessione, affidata a Centro Congressi, un gruppo d’imprese che si era aggiudicato l’appalto, ma nel 2002 i conti scricchiolano, si apre un contenzioso e, di fatto, subentra la mano pubblica: il progetto è affidato a Fuksas e la realizzazione alla Società Condotte. I costi lievitano come un soufflé. Nel dicembre del 2014 si arriva alla richiesta di concordato al tribunale fallimentare di Roma. A salvare la baracca provvede l’Inail – ma non dovrebbe occuparsi d’infortuni sul lavoro? – che ci mette quasi trecento milioni di euro.
In un lungo colloquio con Francesco Merlo, che somiglia più a una causa di beatificazione che a un’intervista e che occupa quasi due pagine di Repubblica, Fuksas sostiene che il costo finale ammonta a 238,9 milioni di euro. In un’audizione alla commissione bilancio, siamo nell’aprile dello scorso anno, il sottosegretario Paola De Micheli ha però affermato che l’investimento complessivo è di 467 milioni. Dieci le varianti in corso d’opera fino al 2013: uno sproposito, che significa aver più volte scaravoltato il progetto iniziale, tanto paga Pantalone. Per il conto finale, deciderà il giudice; la sentenza dovrebbe arrivare l’anno prossimo. Dal canto suo, l’archistar ha incassato 22 milioni, ma ne vorrebbe uno in più e ha per questo aperto un contenzioso. La Corte dei Conti, in una determinazione del 2012, ha definito la parcella “eccessiva e spropositata”.
Non è finita: lo stesso progettista esprime dubbi sul futuro della struttura e si augura, provocatoriamente, che sia ceduta ai tedeschi, i soli capaci di farla funzionare; altrimenti, avverte, tra un paio d’anni si dovrà pensare ai restauri. Il futuro della Nuvola, nomen omen, è quanto mai nebuloso: per non franare nel dissesto, dovrebbe incassare più di 200 milioni l’anno. Fantascienza.
Fuksas, non sappiamo se per decenza o per evitare contestazioni, ha annunciato che diserterà l’inaugurazione. Renzi non avrà dunque comprimari con cui condividere la scena, com’è giusto che sia per un’opera di regime.
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