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  1. #2261
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  2. #2262
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Inps, si dimette il direttore generale Cioffi: "Rapporto con il presidente Boeri irrimediabilmente deteriorato" - Il Fatto Quotidiano

    A febbraio si era autosospeso (salvo rientrare a fine marzo) in seguito alla notizia di un'indagine della procura di Nocera sul mancato pagamento di contributi previdenziali per 40 milioni da parte dell'Enel, di cui all'epoca dei fatti era capo del personale. Ora l'addio. Boeri, intervistato da Report, aveva parlato di "disappunto" per non essere stato informato dell'inchiesta. E il presidente commenta le dimissioni: "Coerente, non credeva nella riforma"
    di F. Q. | 22 novembre 2016

    Commenti (12)

    Più informazioni su: Giuliano Poletti, Inps, Tito Boeri


    A febbraio si era autosospeso, sulla scia di un’indagine della procura di Nocera sul mancato pagamento di contributi previdenziali per 40 milioni da parte dell’Enel. Gruppo in cui all’epoca dei fatti lavorava come capo del personale. A fine marzo però era regolarmente rientrato in servizio. Ora Massimo Cioffi, direttore generale dell’Inps, ha dato ufficialmente le dimissioni. Il motivo, come ha spiegato all’AdnKronos, è che “il rapporto con il presidente Tito Boeri si era irrimediabilmente deteriorato. Ormai si era determinata una situazione che se protratta rischiava di nuocere gravemente all’Istituto. Non c’erano più le condizioni per andare avanti. Il rapporto con Boeri si era rotto anche sul piano personale e alcune sue dichiarazioni a Report non mi erano piaciute”. La nota del ministro del Lavoro Giuliano Poletti, a cui Cioffi ha comunicato la decisione di rimettere l’incarico ricevuto il 27 febbraio 2015, è più diplomatica e fa riferimento alla necessità di “superare una situazione di ricorrente contrasto di opinioni con il presidente dell’Inps, che potrebbe, alla lunga, danneggiare la regolare funzionalità dell’Istituto”. Ora è il direttore vicario, Vincenzo Damato, ad assumere le funzioni del Direttore generale fino a nuova nomina.


    In serata Boeri ha commentato la scelta dell’ormai ex dg: “Ringrazio Massimo Cioffi per il lavoro svolto in 21 mesi alla Direzione generale dell’Istituto e apprezzo la sua sensibilità istituzionale e coerenza nel rimettere il mandato. Ha dichiarato in modo aperto le sue divergenze e non poteva essere chiamato ad attuare una riforma organizzativa in cui aveva mostrato di non credere“.
    Boeri aveva fortemente voluto Cioffi al suo fianco quando ha preso la guida dell’istituto che paga le pensioni. Ma i rapporti si sono incrinati dopo che, a fine 2015, è emerso che Cioffi era coinvolto in un’indagine per abuso d’ufficio relativa alla gestione di un’ispezione Inps in Enel che ha evidenziato mancati versamenti di contributi per 40 milioni di euro. Il 7 novembre, durante un servizio di Report dedicato al caso, Cioffi ha ammesso che al momento della nomina all’Inps non aveva informato Boeri “perché la consideravo chiusa (l’ispezione, ndr), mentre poi ne hanno aperta un’altra proprio quando io arrivo in Inps, ed è lì che nasce il conflitto d’interesse, ma non è un reato. E io”, aveva spiegato, “mi sono sempre astenuto sulle questioni che coinvolgono Enel”. La trasmissione di Rai3 ha poi ricostruito che, appena nominato in Inps, Cioffi incontrò il capo della Vigilanza Fabio Vitale per discutere della questione e gli disse: “Attenzione a quello che fai con l’attività di accertamento perché rischi di prendere una sportellata”. A febbraio, appunto, l’autosospensione, decisa per preparare una memoria da consegnare alla Procura campana.


    Poi il ritorno in pista. Che non ha suscitato gli entusiasmi di Boeri, il quale alla giornalista di Report ha parlato esplicitamente di “disappunto” nei suoi confronti per il fatto di non essere stato informato dell’indagine. Le dimissioni di Cioffi arrivano mentre Boeri si batte per far passare la sua riorganizzazione dell’Inps, che prevede tra l’altro il taglio di molte poltrone dirigenziali. I sindacati lo osteggiano e Cioffi, dal canto suo, in una recente audizione parlamentare aveva avvertito che se la “dialettica” tra gli organi fosse proseguita su questa linea ci sarebbe stato il “rischio di ricadute di carattere organizzativo”. Ora rincara la dose dicendo che “da un lato manca un adeguato coordinamento sui processi operativi tra le direzioni, dall’altro si affida ad una commissione di esperti esterna la selezione dei dirigenti”. Dunque “di fatto vengono azzerate le due leve principali a disposizione del direttore generale per gestire un Ente complesso come l’Inps: il coordinamento e la scelta dei dirigenti”. Come dire che il suo ruolo ne esce ridimensionato.
    Il governo Renzi, per ora, non ha preso posizione sulla vicenda. “Devo dire, nei fatti mi attendevo qualcosa di più, soprattutto dal ministro del Lavoro”, ha commentato Boeri intervistato dalla trasmissione di Milena Gabanelli.

  3. #2263
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Migranti, il ricatto di Alfano: carcere per chi si oppone alle requisizioni
    Secondo fonti del ministero dell'Interno il piano del Viminale prevede agenti e "misure detentive" per chi si oppone alle requisizioni di immobili per i migrantiIl ministero dell'Interno nella figura di Angelino Alfano si prepara a requisire gli immobili degli italiani per metterci i migranti.


    Lo farà, come spiegato su ilGiornale, solo a partire dal 4 dicembre, ovvero dopo la consultazione referendaria per evitare che le proteste dei cittadini possano influire sull'esito del voto.

    Perché sono proprio le rivolte a preoccupare Alfano. Le barricate di Goro e Gorino contro la requisizione di un hotel per metterci 15 profughe ha occupato per giorni le prime pagine dei giornali e messo in imbarazzo il governo. I servizi segreti avrebbero già realizzato una schedatura delle città dove è possibile che i cittadini si organizzino in comitati per ribellarsi ai profughi. Le requisizioni insomma andranno avanti, e secondo l'Opinione, che cita fonti del ministero dell'Interno, l'esecutivo sarebbe pronto a prendere misure drastiche contro quei cittadini che si opporranno alla consegna degli immobili privati ai migranti.
    Carcere per chi si oppone ai migranti
    "I servizi segreti - scrive il quotidiano - pare abbiano già allertato il Governo circa eventuali proteste violente da parte di italiani non disposti a farsi requisire l’immobile". Cosa significa? Secondo l'Opinione, il piano "vista l’eccezionalità dell’evento e la poca disponibilità degli italiani a collaborare all’accoglienza" sarebbe quello di inviare almeno 2mila poliziotti, carabinieri, finanzieri e soldati. Non solo: il ministero di Giustizia sarebbe pronto addirittura a garantire "processi rapidi e disponibilità detentiva" per chi si oppone al piano del Viminale. In sostanza: carcere per chi non è d'accordo.

    A quanto pare le requisizioni non sarebbero retribuite. E questo perché l'Interno non ha i fondi per pagare i proprietari delle case, visto che i soldi sono già impegnati per l'accoglienza dei migranti nei centri gestiti da coop e onlus. Inoltre il proprietario dovrebbe anche continuare a pagare Imu e Tasi. In teoria si potrebbe ricorrere in giudizio per ottenere un risarcimento, ma in questo caso i tempi della giustizia sarebbero lunghissimi e dall'esito non scontato. Sempre secondo la fonte del ministero citata da l'Opinione, il provvedimento di Alfano sarebbe "temporaneo”, ma potrebbe "diverrebbe definitivo, e configurabile in esproprio, se nei riguardi del proprietario dell’immobile si configurassero reati eversivi in danno dello Stato". Ovvero: chi si oppone rischia di perdere per sempre la casa.

    Secondo indiscrezioni di dipendenti del Viminale il piano di requisizioni inizierebbe da Pescara, città che diventerebbe una sorta di banco di prova per tutto il resto d'Italia. L'obiettivo è quello di ridurre il ricorso ai centri di accoglienza delle coop, perché più dispendiosi e meno trasparenti rispetto al sistema degli Sprar. Ad essere interessate dovrebbero essere le seconde case sfitte.


    Migranti, il ricatto di Alfano: carcere per chi si oppone alle requisizioni - IlGiornale.it

    Ciao, sembra che vogliano arrivare allo scontro frontale.
    O forse no, data il totale rincoglionimento degli italiansky.
    Intanto amici, stanno però rimpinguando il tesoretto nell'armadio blindato.

  4. #2264
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  5. #2265
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta


    E' cosa inevitabile essendo il sistema tutto parte dell'elite la scarcerazione.

    Non dovrebbe più stupire un avvenimento del genere, d'altra parte il popolo deve essere testato il più possibile con fatti del genere.

  6. #2266
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  7. #2267
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Matrimoni e cognomi
    Elisabetta Longo
    Intervista all’avvocato Massimo Fiorin, esperto matrimonialista, autore di diversi libri sulla legislazione di coppia
    7 novembre 2016. La Corte Costituzionale dichiara illegittima l’attribuzione automatica del cognome del padre sulla prole, in seguito a un quesito sollevato dalla Corte di appello di Genova. Una coppia italobrasiliana residente a Genova ha chiesto di registrare il neonato con il doppio cognome, così come accade nello Stato di origine della madre. La richiesta della coppia è ovviamente stata respinta, vista la legge italiana, che permette un cognome diverso da quello paterno solo se ridicolo o offensivo, con richiesta fatta dal prefetto di competenza. E invece la Consulta ha dato risposta positiva.
    13 novembre 2016. Due amici di lungo corso, Gianni, 56 anni, e Piero, 70, stringono un’unione civile, secondo quanto ideato dalla legge Cirinnà. I due dichiarano di non essere omosessuali, ma di vivere nella stessa abitazione da tanti anni e raccontano al Giornale di Vicenza di prendersi cura l’uno dell’altro da anni, di sentirsi come fratelli, e voler avere i privilegi e i diritti che avrebbero se fossero uniti civilmente. Per esempio non pagare due canoni della televisione. Indignato il presidente di Equality Italia, Aurelio Mancuso: «Dal punto di vista morale è una truffa».
    14 novembre 2016. La Commissione Lavoro approva un emendamento nella legge di bilancio che allunga a 5 giorni il congedo di paternità alla nascita del figlio, attualmente di due giorni. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, nei giorni precedenti, si era detto favorevole ad estendere il congedo post nascita fino a 15 giorni, secondo quanto proposto dalla senatrice Valeria Fedeli, e caldeggiato dal presidente della Camera Laura Boldrini, che si interrogava sul concetto di condivisione di genitorialità sulle pagine del Corriere della Sera.
    Che cos’hanno in comune questi tre fatti con le nuove mutazioni della famiglia? Tempi.it ha posto questa domanda all’avvocato Massimo Fiorin, esperto matrimonialista, autore di diversi libri sulla legislazione di coppia.
    A proposito del cognome della madre, Repubblica ha scritto: «Hanno vinto le donne, hanno vinto le madri. Ora i figli potranno finalmente portare il loro cognome accanto a quello del padre dal giorno in cui vengono al mondo. Senza pratiche burocratiche, attese. Dopo secoli in cui le origini materne in nome del pater familias sono state ignorate, cancellate, perse, inesistenti nei registri delle parrocchie, nelle anagrafi, adesso cambia tutto». Avvocato Fiorin, è così?
    Il sistema patronimico italiano fa parte della nostra storia, ha il pregio della semplicità, oltre che espressione di valori simbolici. Togliendo questa abitudine si vuole scardinare la tradizione della famiglia e l’ordine stesso delle generazioni. Piuttosto che dare la possibilità di scelta su quale cognome utilizzare una volta nato il bambino, sarebbe stato meglio copiare la legislazione spagnola. Ogni figlio prende il cognome di entrambi i genitori, ma successivamente, se la donna si sposa, il nuovo nato non avrà quattro cognomi, ma solo il primo dei due cognomi genitoriali, cioè i paterni. Ribadendo in un certo senso l’importanza della tradizione del patronimico.
    Non è la prima volta che si discute di cognomi.
    Fino a qualche decennio fa, la moglie perdeva il proprio cognome e assumeva quello del marito. Questo rappresentava un privilegio, era per lei una garanzia, uno status, in quell’assunzione c’era insito il compito stesso che la donna aveva in famiglia. Occorre ricordare infatti che il termine matrimonio deriva dal latino “matris” “munus”, compito della madre. Una volta nati i figli, ricordiamo anche che il padre, nella società dell’epoca, dando il proprio cognome, dava loro dignità. Se compito della madre era la generazione dei figli, compito del padre era la trasmissione della cultura, del sapere, della salvaguardia della famiglia.
    E poi cosa è successo? Cosa è diventato il matrimonio?
    Il periodo di contestazione del Sessantotto è stato contraddistinto dalla negazione di ogni genere di autorità. Anche quella patriarcale, tipica della società italiana dell’epoca. Si voleva profondamente colpire la famiglia, che non veniva più vista come il luogo fondamentale per la formazione dei ragazzi, anzi, era diventata un luogo mostruoso, con padri dispotici, alla quale si doveva rispondere con la ribellione, per far emergere la propria identità. La conseguenza logica della situazione creata dal Sessantotto è stata la legge sul divorzio nel 1970, e poi la modifica del diritto di famiglia, avvenuta nel 1975.
    In questo quadro allora come si colloca l’estensione del congedo di paternità, dopo la nascita del figlio?
    A mio avviso non ha niente a che vedere con il reale bisogno del bambino, che nei primi giorni di vita ha principalmente necessità della vicinanza materna. Ci vedo più che altro l’esigenza di ribadire l’uguaglianza tra generi, visto che stando a casa dal lavoro il padre può aiutare la madre, ma senza spontaneità, la politica si interpone nella coppia a dire “padri dovete aiutare le madri”. In questa iniziativa intravedo solo un’idea politicamente corretta, che alla lunga si renderebbe necessaria se si diffondesse la genitorialità tra persone dello stesso sesso.
    A proposito di coppia dello stesso sesso, cosa pensa invece del caso dei due amici che vogliono contrarre un’unione civile, per avere i benefici che questa dà alla coppia? La stessa Monica Cirinnà ha dichiarato che non ci vede nulla di male, visto che ci sono altrettanti matrimoni eterosessuali costruiti sulla convenienza.
    Mi sembra il corto circuito ideologico definitivo. Aurelio Mancuso è stato il più scandalizzato da questa coppia di amici di Schio, perché hanno dichiarato di non essere una coppia gay, e quindi di non avere rapporti sessuali. Eppure proprio nel testo della legge Cirinnà, secondo quanto suggerito dal ministro Angelino Alfano, non è indicato il vincolo alla fedeltà, cioè se uno dei due partner decidesse di non avere rapporti sessuali all’interno della coppia, ma con altri, non ci sarebbe niente da obiettare legalmente. Quindi perché proprio Mancuso si scandalizza che il signor Gianni e il signor Piero dichiarino di non stare insieme? Nei giorni dei dibattiti, l’onorevole Paola Concia ha dichiarato che anche gli eterosessuali avrebbero dovuto ringraziare per l’abolizione dell’obbligo di fedeltà, come se questa fosse una norma desueta.
    Matrimoni e cognomi | Tempi.it

    Nasce la BurocRenzy
    di Giovanni Torelli
    E dalla sintesi di Burocrazia, Pazzia (la Buro-crazy) e Renzismo nacque infine la Burocrenzy. Un sistema folle e malato che mantiene intatto l’apparato elefantiaco della Pubblica amministrazione, aggiungendoci però come requisito la fedeltà assoluta al premier.
    Come fa notare infatti Sarina Biraghi su La Verità, la riforma della Pubblica Amministrazione targata ministro Madia porterà a uno spoils system, per cui il governo potrà scegliere e promuovere dirigenti pubblici e amministratori locali a lui “graditi”, bypassando la via tradizionale del concorso e demansionando persone magari con titoli e incarichi adeguati, ma percepite come ostili.
    Una perfetta occupazione della macchina pubblica in chiave politica, in barba sia alla meritocrazia (il metodo del concorso viene di fatto rottamato) che alla trasparenza (non si capisce in base a quale criterio verrà selezionata la classe dirigente della Pa, se non in base all’approvazione del governo). A ciò si aggiunge anche un potenziale aumento dei costi, dal momento che per ogni dirigente demansionato o spodestato ci sarà verosimilmente un contenzioso giuridico, con conseguenti spese da parte dello Stato.
    Un bel pasticcio, dunque, che non eliminerà la farraginosità della macchina pubblica, ma servirà soltanto a mettere l’amministrazione pubblica alla mercé della politica: ciò va a detrimento dell’esperienza acquisita sul campo, della continuità del lavoro, dell’indipendenza di un corpo dello Stato e anche (per i puristi della legge) in controtendenza rispetto alla Costituzione che prevede la separazione dell’amministrazione pubblica dalla politica.
    Manca invece il riferimento a un taglio netto di dirigenti e dipendenti, un’azione, per intendersi, che snellisca la macchina pubblica e la renda al contempo più trasparente e più efficiente. È tutto come prima, con la differenza che adesso il Leviatano avrà un nuovo volto: il faccione di Renzi. Tu chiamala, se vuoi, renzizzazione dello Stato.
    Nasce la BurocRenzy - L'intraprendente | L'intraprendente





    Referendum, un cattolico dovrebbe dire NO
    di Peppino Zola
    Caro direttore,
    penso che quando si va al voto, qualunque esso sia, ognuno dovrebbe rifarsi ai criteri fondamentali che sostengono la propria esistenza e la vita dell’intera società, in quanto l’espressione di un voto dovrebbe indicare la direzione che si vorrebbe dare alla comune convivenza. Ho l’impressione che ciò non stia accadendo con riferimento al prossimo referendum. Soprattutto in casa cattolica, mi sembra che ciascuno discuta (quando lo fa…) sulla base di fattori estrinseci alla concezione di persona e di società che deriva dalla dottrina sociale della Chiesa. E’ un peccato, perché i cattolici sono gli unici che hanno a disposizione un enorme patrimonio di esperienze e di idee, sulla base delle quali assumere una decisione ponderata circa il quesito (falsato) che ci verrà posto il prossimo 4 dicembre (neve permettendo).
    Due sono le questioni che mi sembrano importanti. La prima riguarda il fatto che la riforma proposta da Renzi&Boschi sposta decisamente l’asse del nostro impianto istituzionale da una concezione autonomista a quella accentuatamente statalista, svuotando, in pratica, della maggioranza assoluta degli attuali loro poteri legislativi le Regioni. Non mi sembra che questa direzione possa star bene a chi ha sempre guardato con preoccupata diffidenza lo svuotamento delle funzioni dei poteri decentrati, cioè di quelli più vicini al popolo. La cultura cattolica ha sempre guardato con simpatia alla valorizzazione delle esperienze popolari provenienti “dal basso”, come espressioni di un popolo vivo e libero. Riaffermare, in modo perentorio, la “supremazia” indiscutibile dello Stato nei confronti delle autonomie, contraddice in modo clamoroso l’impostazione tradizionale e mai smentita della concezione cattolica. Nel nostro caso, poi, la situazione si aggrava se si pensa che la riforma, come ha giustamente osservato Robi Ronza, elimina anche le Province, ma mantiene le Prefetture, che finiranno con l’essere la vera autorità (non eletta) sul territorio, come espressione, di tradizione napoleonica, di un potere centralista e statalista.
    La seconda questione è una diretta e immediata conseguenza della prima. Indebolire le autonomie locali significa anche indebolire definitivamente i corpi intermedi, in primis la famiglia, che normalmente trovano nelle autorità locali gli interlocutori attraverso i quali dare il proprio contributo al bene comune della società. Attraverso il meccanismo che si vuole mettere in atto, in sostanza viene dato un colpo mortale al principio si sussidiarietà, che, insieme a quello di solidarietà, costituisce una delle colonne portanti della concezione insita nella dottrina sociale della Chiesa, proclamata da tutti i Pontefici da Leone XIII in poi. Ho sentito sorprendentemente proclamare dal Premier scout un concezione al contrario del principio di sussidiarietà, sulla base della quale sarebbe lo Stato a sostituirsi sussidiariamente a ciò che potrebbe essere messo in atto dalla base sociale. Penso sinceramente che sia difficile per un cattolico accettare questa concezione, anche e soprattutto in questa circostanza.
    Referendum, un cattolico dovrebbe dire NO


  8. #2268
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Black Friday: siamo uomini o consumatori?
    di Roberto Pecchioli
    Le peggiori sciocchezze destinate a trasformarsi in riti di massa arrivano dagli Stati Uniti e vengono inevitabilmente accolte con entusiasmo dai popoli assoggettati all’Impero, e da esso decerebrati. La religione del consumo, come ogni credenza, ha bisogno dei suoi riti per alimentare la devozione dei fedeli. Il cosiddetto Black Friday è la nuova festività del gregge globale dei consumatori compulsivi. Il Venerdì Nero degli sconti generalizzati prenatalizi è l’imbarazzante anticipo del paradiso per il bestiame umano con carta di credito, homo consumens, e naturalmente, per sfuggire l’accusa di sessismo, foemina consumens.
    Per un giorno, al suono della campanella di apertura dei santuari, pardon, degli outlet, degli ipermercati e dei magazzini di grande superficie, milioni di cani di Pavlov sbavano pregustando la gioia di acquistare qualcosa, qualsiasi cosa, con lo sconto, anzi a prezzi stracciati. Commessi e cassieri sono i chierici della nuova religione, ed il venerdì è nero, pensate, perché elimina i bilanci in rosso dei venditori. I giganti del commercio online, in testa Amazon, pretendono la loro parte, per cui iniziano i riti con qualche giorno di anticipo, una sorta di novena per gli adepti di questa surrettizia religione new age, l’età dell’Acquario & del Pos. La nuova fede si diffonde rapidamente come un’epidemia, molti sono i missionari ed i conversi, ed anche nelle più remote province dell’impero di Babilonia si può adorare il nuovo Vitello d’Oro, il Dio Consumo, seconda persona della nuova Trinità, formata con il Denaro e la Merce. Simulacro del Paradiso è il Centro Commerciale, il pellegrinaggio giubilare è la coda con gli altri fedeli.
    Il Vecchio Testamento sono gli scritti di Thorsten Veblen sui “consumi vistosi”, che garantiscono l’appartenenza, o l’apparenza, che è poi lo stesso, ai ceti affluenti, ipermoderni ed alla moda. I Vangeli sono i depliants distribuiti dalla Chiesa Consumista con la descrizione dei prodotti, i relativi codici a barre, le foto patinate, ritoccate al photoshop e gli sconti naturalmente, le nuove indulgenze del secolo XXI. Occorrerebbe, stavolta sì, un nuovo Lutero che smascherasse le simonie postmoderne, ed appendesse, all’ingresso di qualche centro commerciale, diciamo un Wal-Mart, le nuove tesi protestanti di Wittenberg.
    Invece, prosegue a passo spedito la trasformazione della specie umana in animale d’allevamento in batteria, da soddisfare ormai con i soli circenses, il consumo compulsivo associato alle finte svendite, da conquistare sottraendolo al pane, antiquato e screditato gemello. Alcuni anni fa, chi scrive arrivò al lavoro con alcune ore di ritardo in quanto la stazione ferroviaria prossima ad un noto outlet era bloccata dalla polizia che fronteggiava una folla tumultuante per accaparrarsi i primi posti di entrata al mercato, che davano diritto agli sconti più cospicui. Erano in vendita capi di vestiario “griffati” di alcune notissime marche, un’occasione imperdibile per migliaia (!!!) di persone di ogni età e condizione.
    Poco tempo dopo, si lesse, e vennero diffusi i video in rete, di un centro commerciale alla cui inaugurazione un certo numero di clienti sarebbero stati vestiti gratuitamente da capo a piedi se si fossero presentati nudi. Anche in quel caso, dovette intervenire la forza pubblica, non per rivestire gl’ignudi, ma per disciplinarne gli accessi ed impedire le risse tra i convenuti.
    Le folle contemporanee di devoti del cretinismo consumistico sarebbero capaci di mettersi in fila per un farmaco salvavita, o magari per donare sangue in caso di bisogno? Ne dubitiamo, soprattutto per l’individualismo grottesco e disgustoso di cui danno prova, la competitività incredibile per conquistare, affermare, rivendicare e difendere il proprio posto di preminenza nella fila, destinata a consegnare il portafogli o la carta di credito alla cassa in cambio di una spregevole eucarestia consumista. Il cervello è stato già da tempo consegnato al sistema, anzi offerto in sacrificio al clero secolare della nuova religione, pubblicitari, operatori dei media, piazzisti di ogni risma.
    I Borbone napoletani sostenevano che il popolo dovesse essere governato con le tre effe, feste, farina e forca. Reazionari e privi di fantasia, non immaginavano che, nel progredito evo postmoderno, i detentori del potere potessero direttamente guadagnare sulla fedeltà dei sudditi, felici di consegnare il portafogli per ostentare un abito con quel certo ologramma, una borsa munita di un segno distintivo, che, da solo, triplica o quadruplica il costo del “preziosissimo” prodotto, reliquia contemporanea confezionata in genere nel Terzo e Quarto Mondo presso aziende delocalizzate (perbacco, ecco perché non troviamo lavori stabili!) con materie prime e sistemi di produzione del tutto simili a quelle dell’odiata merce senza griffe, indegna persino dello sconto del Black Friday.
    Il problema, anzi il dramma, è che il trucco funziona, e milioni di nostri contemporanei sono soddisfatti di godere dei finti sconti, senza domandarsi, ad esempio, dov’è l’imbroglio, se oggi ed in tempo di saldi, le cose costano la metà degli altri giorni. Al cardinale Carrafa, cinque secoli fa, venne attribuito un detto che divenne popolarissimo,“populus vult decipi, ergo decipiatur”, il popolo vuole essere ingannato, dunque, che sia ingannato.
    I vari Black Friday assolvono allo scopo di ricondurre le plebi alla seconda delle loro funzioni: dopo quella di produrre (a basso costo), consumare, possibilmente a debito. Poi si crepa, ma senza piantare grane, tanto è pronta una nuova fila, ed il marchio che acquisteranno al finto basso prezzo sarà, una volta di più, quello della Bestia, come sapeva l’evangelista Giovanni, portavoce di una religione tramontata. Non di solo pane vive l’uomo, affermava il suo collega Matteo. E’ proprio così: la nuova religione offre un sacco di opportunità migliori. Basta consegnare cuore, cervello e, beninteso, portafogli, al Mefistofele dei nostri tempi. Si chiama Mercato, il suo Natale è la presentazione periodica dei nuovi prodotti, Fatima e Lourdes sono i centri commerciali, la Pasqua i ricorrenti Black Friday. Venerdì Santo al contrario, la Bestia al potere.
    Black Friday: siamo uomini o consumatori? ? di Roberto Pecchioli | Riscossa Cristiana

    Un’altra surreale giornata dell’ipocrisia. La “Giornata mondiale contro la violenza sulle donne”
    di Paolo Deotto
    Anzitutto bisognerebbe dare un’occhiata alle cifre, ma forse la matematica è “fascista”. Sta di fatto che se leggiamo gli ultimi dati forniti dalla Direzione Centrale di Polizia criminale (fonte: Ministero degli interni), scopriamo che i due terzi delle vittime di omicidio sono di sesso maschile



    Ergo, sarebbe legittimo dire che, se c’è un’emergenza, questa è l’emergenza uominicidio. Sì, lo so, questa parola non esiste, ma se è per questo non esiste neanche “femminicidio”. Prima che fosse felicemente avviato il massacro dell’italiano, si parlava solo e unicamente di “omicidio”. La mania dei neologismi cretini sta trasformando la lingua di Dante in un mix di lingua-Basaglia con grugniti primordiali. Ma poi, visto che l’inarrestabile progresso ci ha svelato che esistono innumerevoli varianti al vecchio e stantio schema uomo/donna, sarebbe il caso di parlare anche di frocicidio, lesbocidio, queercidio e così via pazzerellando.
    Lasciamo perdere. Oggi, dunque, è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne e quindi tutti, allineati e coperti, devono proclamare che questo è un problema terribile. Beninteso, finché continueremo ad esempio a portarci in casa torme di maomettani, uomini violenti e perlopiù primitivi (inevitabile, considerando le loro fonti educative – si fa per dire e culturali – si fa sempre per dire), questo problema diventerà sempre più serio. Però se una donna è violentata o uccisa da uno di questi bei soggetti, non si scatenano i deliri femministi, perché l’islamico è, lo sanno tutti, buono e mite. Erano buoni e miti anche gli islamici che lo scorso Capodanno trasformarono in incubo la festa, facendo la festa a moltissime donne a Colonia. In occasione di quello stupro di massa, la stampa laica-progressista-democratica-ecosìvia fu molto nell’imbarazzo…
    Ma lasciamo perdere anche questo. Restiamo a casa nostra, che già basta e avanza. Dunque, violenza sulle donne. Anche quest’anno le solite stucchevoli paraliturgie. Inutile tediarvi riportando le dichiarazioni tutte uguali. I vari telegiornali vi avranno già saturato e vi satureranno ancora stasera e domani. L’orgia del conformismo organizza manifestazioni varie e poi tutti a casa, tutti contenti. Ciò che francamente dà il voltastomaco è vedere che, come sempre, gli stessi soggetti che hanno demolito la nostra civiltà, già cristiana, ora hanno la spudoratezza di deprecare la violenza.
    Le prodi paladine e paladini dei “diritti della donna”, che a partire dal sessantotto hanno trasformato la donna in un oggetto sessuale, che hanno sfasciato la famiglia, che hanno “lottato” per il diritto all’omicidio del più innocente tra gli innocenti, il bimbo nel grembo materno, hanno la faccia di bronzo di parlare di violenza e di deprecarla.
    Questi personaggi hanno dedicato la loro vita alla creazione di una società malata di violenza e ora, poverini, sono tutti turbati dalla violenza che esplode nella società. Non sanno che la lunga convivenza col male porta solo malvagità? Non si ricordano che il dottor Jekyll, avendo giocato troppo con il male, a un certo punto perde il controllo della situazione e si trasforma nel malvagio mister Hyde, anche senza bere la pozione che lui stesso aveva inventato?
    Guardiamo alcune di queste persone, solo alcune. Sono più che sufficienti. Ecco la signora Bonino, ccco la signora Cirinnà, che dopo tanti anni passati a battersi per i diritti degli animali, ha pensato bene di adoperarsi per imbestialire le persone e ha posto la sua firma sulla legge che ha introdotto anche nell’Italia ex-cattolica il frociomatrimonio. Violenti contro le persone e violenti contro Dio. E ora, facce di bronzo che parlano contro la violenza.
    Basta, per favore, basta con questi stomachevoli festival della più demente ipocrisia, o della più ipocrita demenza. Signori e signore progressisti, guardate l’immagine qua sotto. È un morto assassinato. È di sesso maschile o femminile? Non si sa. L’unico dato certo è che è morto ammazzato, ma è altrettanto certo che i suoi assassini non conosceranno mai la galera, perché hanno agito sotto l’ombrello della legge che garantisce alla donna il “diritto” di abortire. Quella legge che voi avete voluto e che difendete a spada tratta, facendo ora il possibile e l’impossibile per abolire anche l’obiezione di coscienza dei medici.
    Questa è la realtà che voi avete creato. Una realtà omicida. Un incubo che si ripete ogni giorno, al ritmo di circa trecento, ripeto trecento, vittime al giorno. State almeno zitti e zitte; non avete alcun titolo per deprecare la violenza.
    Un?altra surreale giornata dell?ipocrisia. La ?Giornata mondiale contro la violenza sulle donne? ? di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana



    Mr Family Day spiega il suo No al referendum
    Rodolfo Casadei
    «Non è un voto contro Renzi. Ma contro la deriva di un governo che ha riscritto ideologicamente l’antropologia della famiglia». Parla Massimo Gandolfini
    Instancabile, Massimo Gandolfini, coordinatore del Family Day e presidente del Comitato Difendiamo i nostri figli, percorre l’Italia animando incontri per il No al referendum del 4 dicembre. Tempi lo ha intervistato.
    Gandolfini, perché il Comitato Difendiamo i nostri figli ha sentito il bisogno di creare un Comitato per il No al referendum costituzionale e perché lei sta girando l’Italia tenendo comizi per il No? È una rappresaglia contro Renzi che non ha mai voluto parlare con voi?
    Non è una rappresaglia contro la persona del presidente del Consiglio, anche se amareggia profondamente che lui non cerchi un’interlocuzione con i rappresentanti di milioni di cittadini italiani che si sono espressi attraverso i Family Day. Si ha l’impressione che il presidente del Consiglio sia molto più interessato a intessere rapporti lobbistici che a conoscere e interpretare il comune sentire delle persone. La decisione di votare No non è una vendetta, ma la logica conseguenza di due fatti: il governo ha mostrato una vocazione autoritaria per il modo con cui ha voluto riscrivere ideologicamente l’antropologia della famiglia italiana con due voti di fiducia, impedendo il dibattito parlamentare e senza ascoltare le voci del popolo; la lettura del testo della riforma mostra che il filo rosso che la attraversa è l’accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo. Un esecutivo che ha già mostrato la sua vocazione autoritaria nell’approvazione della legge sulle unioni civili e che preannuncia di voler approvare le adozioni per tutti, l’educazione gender nelle scuole, la legalizzazione della cannabis, l’eutanasia, eccetera, va contrastato e non assecondato. La riforma darebbe al premier più poteri per fare tutto questo. Per contrastare questa deriva abbiamo costituito il Comitato per il No.
    Il premier Renzi doveva misurarsi con lei in un dibattito pubblico sulla riforma costituzionale. A quando l’appuntamento?
    La proposta era nata dal premier stesso: all’indomani della nostra manifestazione del 30 gennaio disse: «Mi confronterò parrocchia per parrocchia con Mr Family Day». Mi sono dichiarato disponibile al confronto, ma sto ancora aspettando l’invito. Ne deduco che il premier non ha nessuna intenzione di mantenere fede alla parola data. Cosa che fa un po’ parte delle sue abitudini.
    Cosa sta succedendo nelle scuole italiane? Cosa c’è di pericoloso nell’educazione al gender? Non si tratta di un provvedimento mirato esclusivamente a prevenire il bullismo?
    La legge sulla Buona scuola contiene, fra le altre cose, la previsione di introdurre in tutte le scuole corsi contro la violenza sessuale e contro la discriminazione di identità di genere e di orientamento di genere. Questa è una denominazione terribilmente ambigua, attraverso la quale si può introdurre nell’educazione dei nostri figli l’ideologia di genere. Se il vero scopo è introdurre una sana educazione contro ogni forma di bullismo e di discriminazione, è sufficiente che i ragazzi siano aiutati ad approfondire l’articolo 3 della Costituzione, che dice che nessun cittadino italiano può essere discriminato per condizioni personali o sociali. Per fugare ogni dubbio, togliamo di mezzo la parola genere, che evoca l’ideologia gender secondo cui non esistono solo due generi, il maschile e il femminile, ma 56 generi diversi. E stabiliamo che i genitori debbano essere coinvolti: devono conoscere il contenuto dei corsi, devono dare un consenso informato preventivo. I contenuti poi devono essere specificati in modo dettagliato nel Piano di offerta formativa e fare parte di un percorso extracurricolare, quindi facoltativo.
    Se le proposte di legge lesive della famiglia e della dignità della persona umana alle quali prima ha accennato saranno approvate, voi cosa farete? Organizzerete atti di disobbedienza civile, chiederete l’introduzione dell’obiezione di coscienza rispetto ai contenuti delle leggi?
    Certamente non staremo con le mani in mano, siamo attentissimi ai lavori parlamentari. Se passeranno proposte di legge sull’utero in affitto o sull’adozione di bambini da parte di coppie dello stesso sesso, faremo sentire di nuovo la nostra voce, magari con una nuova convocazione a Roma di cittadini che condividono le nostre preoccupazioni.
    Il premier è cattolico. Secondo lei come si schiererà su temi come l’eutanasia, la cannabis legalizzata, le adozioni per le coppie dello stesso sesso?
    Se per cattolico si intende una persona che dovrebbe fare riferimento con chiarezza e rigore al magistero millenario della Chiesa, non c’è dubbio: qualsiasi tipo di legge che vada contro la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale e alla famiglia formata da padre, madre e figli, società naturale fondata sul matrimonio, dovrebbe essere dal cattolico immediatamente rigettata. Ma stiamo assistendo a un film diverso. Stiamo assistendo ad una narrazione nella quale, invocando una pretesa libertà personale, ognuno tira la coperta corta del magistero cattolico dalla propria parte, finendo per smentirne i cardini stessi, perché non esistono nel magistero cattolico l’omogenitorialità, la fecondazione assistita, l’utero in affitto, l’eutanasia, ecc.
    Quanto spazio hanno le vostre iniziative sui media? Siete soddisfatti del trattamento che vi riserva la stampa cattolica?
    No, per nulla. Abbiamo la sensazione di trovarci di fronte a una congiura del silenzio. Quello che facciamo viene ignorato dai media secolari, perché contrastiamo il loro politically correct. Ma in larga parte la stampa cattolica fa la stessa cosa. In più, alcuni ci danno dei cattofascisti, bigotti, fondamentalisti, integralisti, sanfedisti, anche se le nostre iniziative ricalcano semplicemente il magistero della Chiesa.
    Gandolfini: No a referendum Costituzione | Tempi.it

    Il Gran Maestro della Massoneria per il sì
    Da Libertà e Persona
    Intervistato da Corriere di Alessandria il Gran maestro della Massoneria Stefano Bisi ha espresso con la cautela e la furbizia di un uomo che guida una associazione segreta, il suo parere sul referendum, affermando che la Costituzione va aggiornata come un telefonino. Poichè per aggiornarla, oggi come oggi, occorre votare sì, è evidente quale sia la scelta del massimo rappresentate della Massoneria italiana:
    A proposito di Costituzione, e di referendum: il Grande Oriente d’Italia ha una sua posizione ufficiale sul tema?
    No: la Massoneria non fa politica, e ogni fratello muratore può ovviamente votare come crede, a questo referendum come alle elezioni. Personalmente, dico volentieri come la penso: per fare un paragone al passo coi tempi, pensiamo ad un moderno telefonico, sul quale puoi aggiornare determinate funzioni o applicazioni scaricate dalla rete. Ma l’oggetto quello resta: e l’importante è che continui a fare telefonate, e a riceverne. Ecco, la nostra Costituzione, bellissima e preziosa, oggi è quel telefonino.
    Il Gran Maestro della Massoneria per il sì | Libertà e Persona


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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  10. #2270
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    MPS: dall'assemblea via libera al salvataggio, ma comunque vada sarà un disastro
    Marta Panicucci
    Comunque vada a finire, sarà un disastro. L’assemblea straordinaria degli azionisti ha dato il via libera al piano di salvataggio di MPS, un puzzle di delicati passaggi che per andare in porto dovrà trovare la collaborazione dei soci e l’interesse del mercato. Se qualcosa dovesse andare storto, la strada per la risoluzione delle banca senese e il bail-in è già segnata.
    Ma anche se il piano per la cessione delle sofferenze e l’aumento di capitale andasse in porto come previsto, la vicenda MPS sarebbe comunque un disastro. I soci, nonostante la rabbia e la frustrazione, hanno dovuto votare a favore del terzo aumento di capitale in tre anni. Cinque miliardi, più tre miliardi, più altri cinque miliardi: negli ultimi 36 mesi, la banca senese ha deliberato aumenti di capitale per 13 miliardi di euro. Una cifra mostruosa, soprattutto considerando che ad oggi, la capitalizzazione dell’intera banca vale intorno ai 500 milioni di euro.
    Comunque vada sarà un disastro
    Il piano di risanamento di MPS sarà un disastro per i dipendenti: l’assemblea ha aperto la pratica per la prima tranche da 600 esuberi, ma il piano industriale prevede la chiusura o l’accorpamento di decine di filiali e il licenziamento di 2.900 persone. Sarà un disastro per i soci attuali, persone che hanno investito quando le azioni MPS valevano molto più dei due spiccioli attuali: il raggruppamento delle azioni ordinarie votato ieri prevede il riconoscimento di una nuova azione ordinaria ogni 100 azioni esistenti e l’aumento di capitale avrà un effetto iper-diluitivo sul loro investimento.
    E sarà un disastro, a maggior ragione, se dopo tutti gli sforzi e le spese per mettere in sicurezza il Monte, alla fine il piano dovesse saltare. Se l’aumento di capitale non dovesse andare a buon fine la banca dovrebbe rivolgersi alle autorità di vigilanza (Bankitalia e BCE) per capire come procedere, ma la risoluzione sarebbe l’unica strada possibile. In caso di bail-in, ha spiegato ieri l’amministratore delegato MPS, le passività della banca soggette al bail-in sarebbero pari a 13 miliardi di euro su un complesso di passività potenzialmente interessate pari a 64,8 miliardi. In caso di risoluzione sarebbe un disastro per l’intero comparto bancario italiano, perché l’incertezza e la volatibilità si diffonderebbero a macchio d’olio su tutti gli altri istituti italiani.
    Questa drammatica situazione dovrebbe insegnarci qualcosa. MPS, che ci ostiniamo a chiamare terza banca del Paese, non è arrivata a questo punto perché il mondo è brutto e cattivo, ma perché è stata guidata per anni da un manipolo di delinquenti che l’ha gestita come fosse un bancomat personale e merce di scambio per interessi politici.
    Ad oggi, udite udite, banca MPS è una banca “sana”, che funziona, se non fosse per un piccolo problema: la montagna di sofferenze messe a bilancio con scarse coperture. Gli stress test della BCE hanno evidenziato che in caso di nuovo shock dell’economia, MPS non sarebbe in grado di reggere il colpo perché sommersa dalle sofferenze che altro non sono che i prestiti dati agli amici degli amici e mai restituiti. Al netto di una quota fisiologica di crediti incagliati (presenti in tutte le banche), i miliardi di sofferenze che appesantiscono MPS sono il risultato di una gestione scellerata del credito e della banca da parte di gestioni precedenti e della politica che non ha mai vigilato come si deve sul loro operato.
    MPS: dall'assemblea via libera al salvataggio, ma comunque vada sarà un disastro

    Roma, Napolitano non riesce a salire in auto e provoca un ingorgo
    L'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non riusciva a salire in auto. E gli autisti dei taxi non l'hanno presa bene
    Claudio Cartaldo
    Gli automobilisti del centro di Roma non l'hanno presa bene. L'attesa, l'ingorgo, le auto bloccate senza capire il perché.
    L'altra mattina l'accesso da via del Corso di via Fontanella Borghese era bloccato. Ma non per colpa di un incidente o di un semaforo impazzito. No: a causa di Giorgio Napolitano.
    Giorgio Napolitano causa il traffico
    L'ex presidente della Repubblica, infatti, si trovava in zona e stava cercando di salire sulla sua auto blu. Ma non ci riusciva. Inutili i tentativi degli uomini della scorta di farlo salire davanti e dietro. Alla fine il senatore a vita, come riporta il quotidiano Libero, è riuscito a mettersi a sedere e a far ripartire l'auto. Permettendo così alla viabilità romana di riprendere la quotidiana "scorrevolezza".
    A quanto si apprende, però, quei lunghi minuti di attesa mentre Napolitano cercava invano di entrare in auto non sono stati ben accolti dagli automobilisti. Che non l'hanno presa benissimo. In coda c'erano un autobus e alcuni taxi.
    Roma, Napolitano non riesce a salire in auto e provoca un ingorgo - IlGiornale.it

    I Sessantottini per il Sì. Un altro motivo per votare No
    Sono 68 tra militanti e dirigenti della contestazione studentesca e di organizzazioni extraparlamentari come Avanguardia Operaia e Lotta Continua. Lanciano un appello pro-Referendum e annunciano battaglia. Eccole le truppe di Renzi, da cui fuggire
    di Federica Dato
    Esami di gruppo, autovalutazione e 27 sempre garantito. Lo specchio di quel che è stato il Sessantotto, dell’eredità che ha consegnato a noi, sta quasi tutto in un sistema universitario azzoppato. Le rivoluzioni, è nelle cose, concedono sempre le doppie letture ma a bocce ferme si può dire con relativa certezza che quegli anni, genia del sangue che ha annaffiato le nostre città in seguito, non furono foriera di progresso e libertà. Matteo Renzi non sappiamo come la pensi in merito ma chi è in dubbio sul da farsi in merito al Referendum costituzionale le idee può schiarirsele qui, ora: a sostenere il Sì ci sono i sessantottini, per la precisione alcuni tra dirigenti del ’68 e di organizzazioni extraparlamentari. Il loro slogan è “la democrazia non è solo rappresentanza ma anche governo”.
    Avanguardia operaia (a firmare l’ex dirigenza Emilio Genovesi e Giovanni Lanzone), organizzazione che fu di Pier Luigi Bersani, e ancora pezzi di Lotta Continua (Carlo Panella e Giuseppina Pieragostini), Movimento studentesco (con Renzo Canciani, Sergio Vicario, Giovanni Cominelli, Agnese Santucci, Aldo Tropea, Mario Martucci, Franco Origoni), Movimento Lavoratori per il Socialismo. Stralci del loro appello pro-referenzum recitano così: “Lungo gli anni di un mai cessato impegno pubblico, abbiamo appreso che la democrazia non è un tram che si prende e dal quale si scende alla fermata improbabile di qualsiasi tipo di rivoluzione; non significa solo gridare nelle piazze, nelle assemblee, sui social-media le proprie ragioni; non è soltanto rappresentanza, ma anche governo; non è solo popolo, ma anche istituzioni”. A metterci la faccia anche altri, il perché lo spiegano ribadendo l’ovvio, “la Costituzione è bella, ma anche perfettibile. Il tempo presente richiede decisioni tempestive, apparati leggeri, eliminazione di doppioni inutili e costosi e l’allineamento istituzionale con le democrazie più avanzate. Ecco perché noi voteremo Sì e invitiamo a votare Sì nel referendum costituzionale del 4 Dicembre 2016”.
    L’Huffigton Post ha definito questi sì “preziosi per il Premier”. Per noi sono il bacio della morte perché corrispondono alla certificazione di ciò che non è e non sarà il Governo Renzi per questo Paese, giacché il suo leader altro non potrà fare se non propaganda da chiacchiera toscana. L’era del Matteo non riformerà le istituzioni, non cancellerà il peso di una spesa pubblica improduttiva insostenibile, non avrà il coraggio di fare giustizia rispetto al residuo fiscale che affligge il Nord. Non liberalizzerà il mercato, non abbasserà le imposte e vedrà il debito schizzare all’insù. Non avrà la credibilità per fermare le ingerenze europee né di rompere i baronati. Lascerà intatto l‘apparato romano, ovvero buona parte dei guai nostrani, e non tratterà mai neppure di sviluppo territoriale, non potrà farlo imbrigliato in cavilli capaci di imbrigliare fin chi oltre la capacità verbale ha più sostanza del Nostro.
    Come si fa a dirlo ora? Perché ha incassato l’appoggio di chi i mali italiani li ha figliati, di chi schiavo di ideologie desuete non è ancora stato in grado di ammettere ad alta voce che il Sessantotto è stato tutto sbagliato. Protetti da una cappa di accondiscendenza mediatica, che altro non fa che ubbidire alla benevolenza palazzinara, storica, democristiana nel senso peggio, a quel patto di sindacato che sta tutto nel Corriere della Sera e che s’è mangiato lo Stivale. Renzi non sarà nulla più di una delusione che per implosione dell’opposizione vera, mica quella ridicola e fin tenera per ingenuità del Pd, ci terremo sul groppo per anni. Ma a prescindere da questo, se non basta l’appoggio dei sessantotto sessantottini a convincervi che al Referendum è il No a dover non sappiamo quale miglior spot ci si possa inventare.
    I Sessantottini per il Sì. Un altro motivo per votare No - L'intraprendente | L'intraprendente

    La Consulta stoppa il centralismo
    di Robi Ronza
    In quattro suoi punti-chiave (selezione dei dirigenti, organizzazione del lavoro, società partecipate, servizi pubblici locali) la legge di riforma della pubblica amministrazione, nota come “riforma Madia” dal cognome del ministro proponente, è stata bocciata dalla Corte costituzionale. Senza alcun dubbio la nostra pubblica amministrazione ha urgente bisogno di venire riorganizzata e riformata, ma la strada che il governo Renzi aveva scelto per farlo va contro la Costituzione.
    E pure contro il buon senso e l’efficienza, aggiungiamo noi: perciò la sua bocciatura è un’ottima notizia e anche una bella sorpresa. Sin qui la Corte Costituzionale era stata un baluardo del centralismo, sempre pronta per questo ad acrobazie giuridiche non di rado ardimentose. Che questa volta, in risposta a un ricorso della Regione Veneto, abbia invece sancito che con tale riforma lo Stato entra in ambiti riservati all’autonomia regionale, segna una svolta che il governo era il primo a non aspettarsi.
    In un’intervista apparsa ieri sul Corriere della Sera il ministro Marianna Madia ha parlato costernata di un inatteso “mutato orientamento” della Corte. “Siamo circondati da una burocrazia opprimente”, è stato invece l’indispettito commento di Renzi, velocissimo come sempre, senza entrare nel merito delle questioni, ad additare chi lo contraddice al vituperio delle genti (per dirla con le parole di un suo illustre antico concittadino).
    Sarebbe però un errore liquidare la vicenda come uno scontro interno alla classe politica, o come una questione tecnica lontana dagli interessi e dalla capacità di comprensione del comune cittadino. Alla base di tutto c’è un problema di fondo che non è affatto “tecnico”, e che è poi il medesimo in ballo al referendum del 4 dicembre: se cioè per uscire dall’attuale crisi dello Stato e delle altre istituzioni si debba puntare sull’autonomia responsabile, insomma sulla sussidiarietà, oppure su una sempre maggiore centralizzazione del potere e del controllo. Renzi e i suoi hanno puntato a tutta forza sulla seconda delle due possibili risposte, ossia sulla centralizzazione del potere e quindi del controllo.
    In democrazia il vero controllo lo fanno gli elettori molto prima degli ispettori e dei pubblici ministeri; purché abbiano modo di farlo. E lo possono fare solo se, nel quadro di un sistema basato sull’autonomia responsabile, le responsabilità di ciascun livello di governo sono chiare e inequivocabili. La centralizzazione è invece il “marchio di fabbrica” non solo della riforma costituzionale ma anche di ogni altro provvedimento-chiave del governo, quindi pure della riforma Madia. Tanto per fare un esempio, a norma di tale riforma lo Stato avrebbe potuto interferire nella struttura interna delle amministrazioni regionali con proprie norme riguardo alle quali alle Regioni era concesso di dare soltanto un parere non vincolante. Inoltre le Regioni sarebbero state tenute a scegliere i loro dirigenti entro elenchi nazionali di aspiranti redatti a cura del governo centrale.
    A qualcuno potrebbe sembrare che così si metterebbero magari gli ospedali al riparo dal rischio di nomine di incompetenti scelti perché amici della giunta regionale in carica. Nella realtà invece diventerebbe molto più facile il contrario: la responsabilità politica e morale dell’eventuale nomina dell’”amico” incompetente non sarebbe più chiara e facilmente individuabile. La Regione potrebbe trincerarsi dicendo di essere stata condizionata dalle scelte dello Stato e viceversa.
    Non c’è dubbio che in Italia ci sono Regioni che funzionano bene e altre che funzionano meno bene, e anche male e malissimo. In termini di popolazione e di capacità economica però le prime non sono affatto un’esigua minoranza. Non dimentichiamo infatti che ad esempio la popolazione della Lombardia è pari a cinque volte quella della Calabria. E che, per fare un altro esempio, la massima parte del passivo della sanità si deve a due sole Regioni, ossia il Lazio e la Campania. La strada da battere per venirne fuori non è pertanto quella del centralismo, fatalmente inefficace, della riforma Madia, bensì quella appunto dell’autonomia responsabile.
    In forza di tale criterio ogni livello di governo locale, Regione o Comune che sia, raccoglie le sue imposte e paga le sue spese. Con la certezza che quando ha finito i soldi non c’è nessun babbo natale che gliene regala degli altri. Se tale criterio venisse affermato e difeso senza eccezioni magari ci sarebbe qualche momento di difficoltà, ma poi anche certi comuni disastrati finirebbero per fare invidia a quello di Zurigo.
    Ben venga dunque non solo l’abolizione delle sue varie norme dichiarate incostituzionali, ma anzi il crollo totale della riforma Madia, nonché l’avvio di una nuova riforma della pubblica amministrazione su altre basi. Una riforma con cui innanzitutto lo Stato, prima di pretendere di fare ordine nelle Regioni e nei Comuni, faccia ordine in casa sua.
    Quando infatti Renzi e i suoi proclamano grandi riforme, il grande e quasi esclusivo obiettivo del loro zelo riformatore non è mail lo Stato, dove si concentra il grosso dell’inefficienza e degli sprechi, ma sono le autonomie. Tra l’altro non si è avuta sin qui notizia alcuna di un’eventuale riforma di Palazzo Chigi, della Presidenza del Consiglio, che ha un organico di quasi 2300 dipendenti più un nugolo di consulenti e di personale comandato da altre amministrazioni, mentre ad esempio i dipendenti della Casa Bianca, della Presidenza degli Stari Uniti sono circa 150. Quando Renzi riuscisse, con una riforma a chilometro zero, a ridurre i dipendenti di Palazzo Chigi non diciamo a 150, ma almeno a non più di 500, il suo zelo riformatore potrebbe allora diventare più credibile.
    La Consulta stoppa il centralismo

    "Renzi, ci ricorderemo". Le famiglie non dimenticano
    di Marco Guerra
    “Renzi ci ricorderemo” recitava uno striscione al Circo Massimo lo scorso gennaio, nella piazza che contestava l’imminente approvazione della unioni civili. “Renzi ti ricorderai di noi” è l’auspicio del movimento di popolo guidato da Massimo Gandolfini che dallo scorso maggio ha organizzato centinaia di incontri in tutta Italia per illustrare e promuove un NO ragionato alla riforma costituzionale Renzi/Boschi.
    In poco più di sei mesi i vertici del Comitato famiglie per il No, diretta espressione della realtà del Family day, hanno incontrato centinaia di migliaia di famiglie in ogni angolo della penisola rispondendo al guanto di sfida lanciato dal premier che promise di andare a spiegare le modifiche della Carta in ogni parrocchia del Paese.
    Del segretario del Pd non si è vista traccia, ma nel frattempo Gandolfini e i suoi sodali hanno calcato le sale degli oratori, dei cinema e dei teatri di quartiere, dei paesi e dei piccoli borghi, concludendo il loro tour sabato a Verona, a piazza della Cittadella, in un comizio partecipato da diverse migliaia di persone.
    Il messaggio lanciato non lascia spazio alle mistificazioni della stampa che tira la volata al pensiero unico. Gandolfini ha di nuovo sgombrato il campo da ogni strumentalizzazione: “La decisione di votare No non è una vendetta, ma la logica conseguenza davanti ad un governo che ha portato avanti a colpi di fiducia leggi contro la vita e la famiglia e tramite una riforma che indebolisce la rappresentanza popolare vuole riscrivere l’antropologia della società italiana”.
    Obiettivo dichiarato è fermare la deriva centralista che l’attuale governo sta promuovendo. “L’accentramento del potere in un'unica direzione nega di fatto la democrazia e del bilanciamento dei poteri – ha spiegato ancora Gandolfini nella città scaligera -. L’annullamento dei corpi intermedi, primo fra tutti la famiglia, allontana la partecipazione del popolo alle decisioni che lo riguardano”.
    Inutile infatti girarci intorno, leggi liberticide, come il ddl Scalfarotto sull’omofobia e le linee guida della buona scuola che rendo obbligatoria l’educazione di genere in tutte le scuole di ogni ordine e grado, attendo dormienti solo l’approvazione della riforma per essere approvate alla velocità della luce nelle aule parlamentari senza alcun margine di discussione.
    “Il nuovo assetto istituzionale, anche a causa alle riforma elettorale, accentra il potere nella figura del premier e verrà utilizzato, come dicono pubblicamente i vertici del Pd, per completare la trasformazione del tessuto sociale italiano – ha aggiunto Gandolfini -. Le unioni civili sono infatti solo il capo fila di una politica tesa all’approvazione delle adozioni per tutti; del suicidio assistito; dell’estensione della procreazione artificiale a coppie gay e single; della regolamentazione dell’utero in affitto, delle leggi sulla omo-fobia e della legalizzazione delle droghe”. Un programma indicato pubblicamente dalla stessa senatrice Cirinnà: con un parlamento monocamerale e controllato, grazie all’Italicum, da un solo partito, ogni mozione sul matrimonio egualitario passera' nell’arco di 70 giorni.
    Il meccanismo della globalizzazione forzata e della disintermediazione che appiattisce popoli e identità e decostruisce l’umano si è infranto – oltre ogni aspettativa - sulla Brexit e sul fenomeno Trump. Il 4 dicembre può essere la data di una nuova disfatta dei gendarmi del progressismo a senso unico.
    Gandolfini ha concluso l’evento veronese chiedendo un ultimo sforzo ad un popolo che dal giugno del 2015 si è sempre mobilitato a proprie spese: “Non date retta ai sondaggi il risultato del voto dipende da tutti noi, parlate con gli indecisi e motivate la ragioni del nostro impegno”.
    "Renzi, ci ricorderemo". Le famiglie non dimenticano

    Il video del Comitato difendiamo i nostri figli su Renzi e referendum


    Bello FiGo - Referendum Costituzionale (SWAG NeGri) ft Don Capucino



    Marpionne.....

 

 
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