

Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .




La memoria sporca di Calabresi
Il direttore di "Repubblica" non ha preso bene che gli abbiamo ricordato la cantonata presa dal suo giornale su Fini
Alessandro Sallusti
Mario Calabresi, direttore di La Repubblica, non ha preso bene che gli abbiamo ricordato la cantonata, per la penna di Giuseppe D'Avanzo, presa dal suo giornale ai tempi dello scandalo della casa di Montecarlo.
Tra la nostra documentata inchiesta e le bugie di Fini, La Repubblica e D'Avanzo infangarono la prima e spacciarono per buone le seconde. Incapaci, complici, in malafede, ossessionati? Chi può dirlo.
Ma la verità spesso irrita Calabresi, che ieri ha scritto un isterico corsivetto a difesa del suo eroe D'Avanzo (pace all'anima sua) rinnovando a me l'accusa di essere il capo della «macchina del fango». Si legga le carte dell'inchiesta su Fini - altro che fango - e si rassegni: D'Avanzo, e altri con lui, scrissero un mare di castronerie, cosa che peraltro non ci sorprese conoscendo i soggetti.
E dire che Calabresi di fango dovrebbe intendersi, dirigendo un giornale di un gruppo che sul fango ha costruito la sua fortuna. Fin dall'inizio, con la famosa inchiesta-campagna stampa de L'Espresso che costrinse l'allora presidente della Repubblica Giovanni Leone a dimettersi e che si rivelò poi la più grande bufala nella storia del giornalismo italiano. E che dire del fondatore di La Repubblica, Eugenio Scalfari, firmatario insieme a diversi colleghi del quotidiano stesso di un manifesto che infangò l'onorabilità di un commissario di polizia, tale Luigi Calabresi (storia che il direttore dovrebbe ben conoscere essendo il di lui figlio) al punto da provocarne l'assassinio? E che dire, in tempi più recenti, del fango con cui La Repubblica ha sommerso Silvio Berlusconi per un reato - il caso Ruby - che i tribunali hanno poi dichiarato «non sussistere» in maniera inequivocabile?
Siccome Calabresi è circondato dal fango, immagina che ogni giornale sia così. E invece non è così: qui al Giornale non abbiamo mandanti morali o politici di assassinii, noi su Fini avevamo scritto il giusto (per difetto) così come sul caso Boffo non abbiamo ricevuto neppure una querela. Perché noi quando commettiamo anche un solo piccolo errore anche se non inficia la sostanza lo ammettiamo e chiediamo scusa. Siamo fatti così, e al mattino non abbiamo problemi a guardarci allo specchio.
Noi.
La memoria sporca di Calabresi - IlGiornale.it
Per le multe non pagate arriva il prelievo diretto dal conto
Dal 1° luglio il Fisco potrà mettere mano direttamente nei conti di contribuenti e imprese
La multa non pagata? Dal 1° luglio diventerà ancora più a rischio. Tra qualche settimana, infatti, scatterà il possibile pignoramento del conto corrente di chi non ha pagato e seguirà il prelievo diretto dal conto della somma da saldare. Il tutto senza il via libera di un giudice. Il Fisco, insomma, potrà muoversi senza questo delicato passaggio e potrà mettere mano direttamente nei conti di contribuenti e imprese. Per le associazioni di consumatori la novità riguarderà decine di migliaia di soggetti. Quello della multa è soltanto un esempio, il nuovo corso arriva infatti a tutte le cartelle non pagate. Tra queste ci sono, per fare qualche esempio, quelle dei contributi Inps, i bolli auto mai saldati o le tante tasse ancora da versare.
Il nuovo meccanismo è figlio della «soppressione» di Equitalia, decisa da Matteo Renzi l’anno scorso. Equitalia non sarà però «smaterializzata» ma confluirà, dal 1° luglio, in Agenzia delle Entrate che diventerà anche riscossore. Questo passaggio permetterà a Equitalia di attingere dalle varie banche dati in possesso del Fisco e di poter quindi vedere anche le somme sui conti correnti del contribuente. Di conseguenza potrà decidere di pignorare il conto più sostanzioso (prima Equitalia poteva solo ricevere informazioni sul numero di conti correnti intestati al contribuente e per arrivare al suo obiettivo li pignorava tutti).
L’accesso alle banche dati, che finora era garantito soltanto ad Agenzia delle Entrate, rappresenta una svolta sostanziale che darà un’accelerata a tutta la procedura di riscossione. Certo, il procedimento di «incasso» non è automatico. Il contribuente prima riceverà avvisi di pagamento. Dopodiché avrà 60 giorni di tempo per mettersi in regola. Trascorsi i 60 giorni, la nuova Equitalia passerà al recupero coattivo che può consistere anche nel pignoramento del conto corrente. «La norma sui pignoramenti senza ricorso al giudice è in vigore già dal 2005» ci tiene a ricordare Equitalia che comunque indica il pignoramento come ultima ratio. Aggiunge poi che grazie all’integrazione tra Equitalia e Agenzia delle Entrate, i pignoramenti saranno «mirati» e limitati al minimo. Vale a dire che, nel caso di più conti correnti, il Fisco punterà solo a quello che consente di soddisfare gli importi contestati. Le associazioni di consumatori sono sul piede di guerra. Per Elio Lannutti «siamo soltanto di fronte a un netto peggioramento delle garanzie dei contribuenti di fronte ai Dracula del Fisco».
Per le multe non pagate arriva il prelievo diretto dal conto - La Stampa
P.a., Cgia: Stato debitore con i fornitori per 46 miliardi nel 2016
Stato lumaca nei pagamenti: per la Cgia si tratta di un "malcostume tutto italiano"
I fornitori della P.a. non hanno incassato dallo Stato una cifra che oscilla tra un valore minimo di 32 miliardi fino a un massimo di 46 miliardi di euro per le prestazioni del 2016. E' la stima della Cgia di Mestre, secondo cui i saldi non stati effettuati a causa dei ritardi dei pagamenti e delle prassi inique praticate dai committenti pubblici ai propri fornitori.
L'importo, secondo la Cgia, è stato calcolato suddividendo in via puramente teorica i 160 miliardi di euro nell'arco dell'anno e "pesandoli" su 12 mensilità nel caso delle P.a. che pagano a 30 giorni e in 6 mensilità per quelle che invece saldano a 60 giorni (come la Sanità). Si ottiene così la cifra di 19 miliardi di debiti fisiologici non onorati nell'arco dell'anno perché non sono ancora scaduti i termini di pagamento previsti dalla legge.
In realtà, lo stock da onorare è molto superiore. Secondo l'Istat l'importo - riferito solo ai debiti di parte corrente che l'istituto ha notificato alla Commissione europea per l'anno 2016 - è di 51 miliardi di euro; la Banca d'Italia, invece, stima un importo pari a 65 miliardi di euro (anno 2015). Di conseguenza, l'ammontare dei debiti per i ritardi di pagamento che la P.a. dovrebbe saldare oscilla - secondo la stima della Cgia di mestre - tra un valore minimo di 32 miliardi (dato dalla differenza tra 51 e 19) e un valore massimo di 46 miliardi (importo risultante dalla differenza tra 65 e 19).
"Malcostume italiano" - Le principali cause che hanno dato origine a questo che la Cgia definisce un "malcostume tutto italiano" sono le seguenti: la mancanza di liquidità del committente pubblico; i ritardi intenzionali; l'inefficienza di molte amministrazioni a emettere in tempi ragionevolmente brevi i certificati di pagamento e le contestazioni.
Dall'inizio del 2015 ha fatto il suo "debutto" lo split payment. Questa novità obbliga le amministrazioni centrali dello Stato (e dal prossimo primo luglio anche le aziende pubbliche controllate dallo stesso) a trattenere l'Iva delle fatture ricevute e a versarla direttamente all'erario. L'obbiettivo di questa misura è stato quello di contrastare l'evasione fiscale, ovvero, evitare che una volta incassata dal committente pubblico, l'azienda fornitrice non la versi al fisco. Il meccanismo, sicuramente efficace nell'impedire che l'imprenditore disonesto non versi l'Iva all'erario, ha però provocato molti problemi finanziari a tutti coloro che con l'evasione, invece, nulla hanno a che fare. Vale a dire la quasi totalità delle imprese.
"I debiti hanno ormai assunto una dimensione surreale - segnala il coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo - da due anni, infatti, le imprese che lavorano per l'Amministrazione pubblica hanno l'obbligo di emettere la fattura elettronica, altrimenti non possono essere liquidate. Nella fase di ingresso, questo documento informatico transita in una piattaforma controllata dal Ministero dell'Economia e delle Finanze che lo smista all'ente o alla struttura pubblica a cui è indirizzata che, a sua volta, verifica se il pagamento è certo, liquido ed esigibile. Una volta che il destinatario della fattura dà l'ok, il saldo dovrebbe transitare per la piattaforma, consentendo al dicastero dell'economia di monitorare in tempo reale i tempi di pagamento e l'ammontare delle uscite.
Dopo 2 anni, invece, lo Stato non conosce ancora a quanto ammonta complessivamente il debito contratto con i propri fornitori, per il semplice fatto che una buona parte dei committenti pubblici, in particolar modo quelli periferici, effettuano i pagamenti senza transitare per la piattaforma e con scadenze ben oltre quelle stabilite per legge. Una vicenda che ha dell'incredibile".
P.a., Cgia: Stato debitore con i fornitori per 46 miliardi nel 2016 - Tgcom24


TERREMOTATO SI IMPICCA, LUI ERA ANCORA SENZA CASA: I PROFUGHI NELL’HOTEL ACCANTO
Terremotato si impicca, lui era ancora senza casa: i profughi nell?hotel accanto | Vox
Ma va tutto bene. L'importante che l'itaglia sia la prima per le opere culturali nel mondo, che il popolo stesso non conosce, e i primi nella moda e gastronomia. Tutto il resto non conta.


Colletta per Monica Cirinnà ed Esterino Montino
Monica Cirinnà vuole festeggiare l’anniversario di matrimonio con Esterino Montino in modo diverso da solito: andando al Gay Pride. A ribadire ancora una volta il suo appoggio al matrimonio gay e all’utero in affitto (per difendere il quale ha tanto lottato).
Non sappiamo se il caro coniuge Montino le dirà di sì. Sappiamo certamente che la coppia è assai affiatata, e che, oltre al Gay pride, può permettersi anche “il breve viaggio romantico, con una cenetta, con un regalino a sorpresa“.
Infatti Mario Giordano, nel suo Molto più che sanguisughe, vampiri (Mondadori), a pagina 60 ricorda che Montino, marito della Cirinnà, prende due ex vitalizi, uno da senatore (3408 euro al mese) e uno da ex consigliere regionale (5334 euro al mese).
Si aggiunga a ciò lo stipendio attuale di Montino, e quello della Cirinnà, entrata a suo tempo in Senato anche su raccomandazione del marito, finito in uno scandalo e costretto, per questo motivo, a non ricandidarsi.
Viene da chidersi: se Cirinnà invece che battaglie a favore del matrimonio gay, avesse fatto battaglie per aiutare la famiglia naturale, in che modo i grandi giornali avrebbero cucinato il curriculum, non proprio immacolato, suo e del suo Esterino?
Colletta per Monica Cirinnà ed Esterino Montino | Libertà e Persona
Quel che la Repubblica vuole per l'Italia
di Robi Ronza
A chi avesse ancora qualche dubbio sulla distanza siderale che separa le urgenze concrete del nostro Paese e quelle dell’élite borghese progressista oggi al potere, suggerisco la lettura e l’analisi di due articoli apparsi di recente su la Repubblica. Il primo è un editoriale dello stesso direttore del quotidiano, Mario Calabresi, dal titolo Sei riforme da non tradire (31.V.2017). "Approvarle prima di andare alle urne”, si spiega nel sommario, “sarebbe un atto di sensibilità oltre che segno di civiltà”.
Tenuto conto della situazione in cui siamo, uno penserebbe che il direttore de la Repubblica si stia riferendo agli irrisolti problemi cruciali che pesano sulla vita quotidiana di ognuno di noi: dalla crisi economica da cui, salvo l’Italia, tutto gli altri stanno uscendo fino al peso del debito pubblico; dall’inefficienza della macchina amministrativa dello Stato alla sua strutturale incapacità di affrontare in modo efficace qualsiasi emergenza, si tratti dell’afflusso incontrollato di immigranti irregolari o della ricostruzione delle aree dell’Italia centrale danneggiate dai terremoti del 2016.
Nient’affatto. Agli occhi di questa élite - sulla cui vita quotidiana d’altra parte tutti questi problemi pesano ben poco - questioni del genere meritano solo un cenno, non più di qualche riga: “Andiamo di corsa verso le elezioni accelerate, senza mostrare troppa preoccupazione di mettere in sicurezza i conti del Paese. Chi vuole portarci alle urne all'inizio dell'autunno ha innanzitutto il dovere di approvare la legge di stabilità prima dello scioglimento delle Camere. (…)”.
Detto questo il direttore de la Repubblica passa ad altro, alle cose davvero importanti cui dedica tutto il resto del suo editoriale: “per essere decoroso questo finale di legislatura”, egli continua, “dovrebbe evitare di buttare all'aria i provvedimenti che attendono di essere varati da anni (…) soprattutto le leggi che riguardano i diritti dei cittadini, approvarle sarebbe un atto di sensibilità oltre che un segno di civiltà. Ne abbiamo individuate sei a cui manca il voto finale e da oggi le ricorderemo tutti i giorni, affinché lettori ed elettori possano valutare i comportamenti delle varie forze politiche che si preparano a chiedere il loro voto”.
Andando allora a vedere, con comprensibile ansia, di che cosa si tratti scopriamo che: “sono l'attesissima legge sul biotestamento; quella sulla cittadinanza, ferma al Senato dalla fine del 2015,(…); l'introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura; l'approvazione del nuovo codice antimafia; la legalizzazione della cannabis e infine la riforma del processo penale che introduce soprattutto le nuove norme sulla prescrizione, per diminuire il rischio che indagini e processi vengano vanificati dalla lentezza dei tempi della giustizia penale”. ”Gettare il lavoro fatto fin qui è un delitto e tutti ne sarebbero responsabili”, conclude Calabresi.
Già lascia di sasso solo il sentir definire “attesissima” la legge sul biotestamento, oppure sentir spacciare ancora una volta per necessarie e urgenti delle modifiche della prescrizione che scaricano sulle spalle degli imputati il peso dell’inefficienza della macchina della giustizia penale, di cui la magistratura è il primo responsabile. E lo stesso tanto più vale per quanto concerne la legalizzazione dell’uso della cannabis, ossia di una droga, e così pure progetti all’apparenza nobili ma in effetti molto ambigui come l’introduzione del “reato di tortura” e il “codice antimafia”. Innovazioni controproducenti - buone solo come solenni spunti per convegni e marce per la legalità - che in fin dei conti servirebbero solo a rendere più difficile la lotta contro il terrorismo e la delinquenza organizzata.
Passa qualche giorno e il 4 giugno sulle colonne del medesimo quotidiano scende in campo nientemeno che il presidente del Senato, Piero Grasso, seconda carica dello Stato. Alla domanda della cronista de la Repubblica, che lo coglie circondato da “famiglie vogliose di selfie” mentre “si concede ai bambini sorridente”, Grasso assicura: "Sì, condivido l'elenco di Repubblica. Io stesso ne feci uno molto simile in un'intervista del gennaio scorso. Alle vostre sei leggi vorrei aggiungere anche quella contro l'omofobia”.
Quel che la Repubblica vuole per l'Italia
Politicamente corretto grappa
Pubblicato da Berlicche
La persona diversamente giovane entrò nella rivendita di sostanze a contenuto alcolico variabile entro il limiti di legge, macchine per il giuoco severamente vietate ai minori nella fascia oraria 8-14 e bevande a base acquosa lievemente eccitanti.
Si avvicinò al bancone e si sedette pesantemente su uno sgabello. “Barista! Un caffè, corretto grappa!”
Tutti gli occhi nel locale si girarono verso di lui.
Il responsabile della vendita al dettaglio si chinò verso di lui. “Mi scusi, gentile avventore, lei forse intende chiedere un infuso a base acquosa contenente caffeina addizionato di bevanda DOP a tasso alcolico non inferiore ai quaranta gradi?” chiese ad alta voce.
“Eh?”
“Caffè corretto grappa“ sussurrò il barista, in maniera che solo l’anziano potesse sentire.
“Che ti piglia, ragazzo? E’ quello che ho detto no?”
Con pazienza, l’addetto dietro al bancone recitò “Sono tenuto ad avvertirla per legge che l’assunzione di sostanze eccitanti può essere dannosa, e che l’alcol ha effetti nocivi sul fegato e sulla soglia di attenzione. La guida…”
“Va bene, ve bene, portamelo, eh?” tagliò corto il diversamente giovane.
Il barista esitò. “Mi scusi, ma posso chiederle se il suo tasso alcolemico…”
“Eh?”
Il barista si avvicino ancora alla testa dell’uomo “Ha già bevuto, signore?”
“Certo che ho bevuto, ragazzo! Qualche cicchetto!”
Il ragazzo fece per dire qualcosa, spalancò la bocca, la richiuse, e si voltò verso la macchina del caffè.
“Eh, sì, che vita grama! Tu sei giovane, non conosci la vita! C’è questa mia nipote disgraziata…”
Gli altri avventore del locale si guardarono tra loro.
“…Che si è messa con ‘sto negher che arriva dall’Africa…”
A un cliente che stava bevendo andò di traverso, e cominciò a tossire e sputacchiare. Una coppia si alzò di scatto, gettò i soldi sul tavolino e si diresse quasi di corsa verso l’uscita.
“…ma tra che l’è negher e che è un po’ zoppo…”
“Mi scusi, mi scusi” disse rapidamente il barista guardandosi attorno “intendeva dire che proviene da paesi sottosviluppati ed è svantaggiato fisicamente, vero?”
“No, l’è proprio zoppo e negher” continuò imperterrito il vecchio “e così non trova un lavoro che è uno. Il fatto è che mia nipote è rimasta incinta, e adesso vorrebbe abortire…”
Un altro avventore lasciò il proprio tavolo e uscì in fretta.
“La prego…dica interruzione di gravidanza, almeno…” supplicò il barista.
“…Ma io dico no! I bambini sono bambini!…” disse il vecchio alzando un dito e la voce.
“La prego! La prego! Feto, grumo di cellule…”
“…E la mamma è sempre la mamma!” esclamò l’avventore.
“Genitore uno oppure due…” mugulò il barista.
“…Bisogna essere ciechi e sordi per non vederlo!…”
“Non vedenti, non udenti…la prego, la prego…” Il ragazzo dietro il banco sudava profusamente.
“Va bene che non credi in Dio, in Nostro Signore, ma…”
Il ragazzo sbiancò. “Ssshhh! Non si dice, non si dice!”
“…E dico io, si sposassero, che adesso si sposano pure i ricchioni!”
Altri due tavoli furono lasciati precipitosamente liberi. Il barista non tirava neanche più il fiato. “Persone omosessuali…”
“…che non c’ho niente io contro i ricchioni, avevo pure un zio che…”
“Il suo caffè!” Interruppe con voce disperata il barista.
Il vecchio prese la tazzina e mandò giù il contenuto d’un colpo solo. “Ah, buono! Quanto le devo?”
In lontananza si sentivano delle sirene. “Niente, niente, offre la casa! Ma adesso come di consueto dobbiamo serrare per il fine turno! Buona serata, è stato un piacere!”
“Allora grazie, neh! Ritornerò!” ed uscì dal locale.
Quando fu uscito il barista lasciò andare un lungo sospiro. Le sirene si avvicinavano. Il solo altro avventore rimasto scosse la testa. “Ma non conosceva la legge, quello? Lo sa cosa gli faranno adesso? E chi era, poi?”
Il barista fissava ancora la porta. “Non lo so. Una persona non politicamente modificata, forse. Uno genuino” aggiunse, portandosi poi la mano alla bocca come qualcuno che ha detto qualcosa di imperdonabile.
https://berlicche.wordpress.com/2017...rretto-grappa/


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Il fallimento della scuola dei burocrati
I nostri studenti semi-analfabeti e l'eredità del buonismo
Alessandro Gnocchi
Sono cinquant'anni che la scuola dei burocrati produce teorie astruse e cattiva istruzione.
All'inizio del millennio, il programma scolastico delle scuole superiori suggeriva di non imporre le regole della grammatica ma di far nascere nello studente la consapevolezza delle stesse. Risultato: errori di ortografia da quinta elementare nei temi della maturità. Simili sciocchezze hanno condotto la scuola italiana nel baratro.
Non ci credete? Il Giornale presenta oggi un'indagine condotta da Massimo Arcangeli e Claudia Colafrancesco sulla padronanza del lessico da parte degli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. Di fronte ai risultati, è impossibile decidere se mettersi a ridere o a piangere. Il brutto è che non si vede chi possa risolvere il problema. La politica in generale e il ministero dell'Istruzione in particolare sono pozzi di creatività che rigurgitano purtroppo idee bizzarre. Indicazioni metodologiche improbabili su socializzazione, problem solving, multitasking. Elucubrazioni kafkiane su «conoscenze», «competenze», «abilità» e «complessità». Ridicolaggini sul «successo formativo garantito». Propaganda sulla «buona scuola». Una montagna di chiacchiere dietro alla quale si intravede un filo conduttore: farla finita con la trasmissione tradizionale della cultura.
Il professore, da fonte della conoscenza, è stato follemente declassato a specialista nella gestione dell'istruzione. Insomma, è un tipo malpagato che dà una mano a trovare le informazioni. Gli studenti, meglio se in gruppo, si costruiscono da sé le famose «competenze». Ciascuno secondo le proprie potenzialità, ci mancherebbe, e tanti saluti a un metro di giudizio per quanto possibile oggettivo. A tutto questo bisogna aggiungere il culto acritico della Rete, enciclopedia universale del sapere (non verificato). Le nozioni sono già on line, a portata di tablet, dunque è inutile studiare. Via anche i libri. Meglio una connessione wi-fi. Anche perché se dovesse mancare, torneremmo all'età della pietra: presto pochi sapranno accendere un fuoco senza consultare Wikipedia. In quest'ottica, i programmi sono da semplificare. Non a caso è stato ridotto lo spazio di materie come latino, greco, storia antica, grammatica, geografia, matematica.
L'università ha seguito lo stesso percorso. Lauree sempre più brevi e sempre meno utili. I corsi un tempo considerati fondamentali sono diventati «da specialisti». In nome del «successo formativo garantito» a tutti, o se preferite dell'istruzione di massa, si è abbassato il livello al punto che ormai siamo arrivati rasoterra. La realtà, soprattutto nel mondo del lavoro, provvede ad azzerare ogni discussione pedagogico-didattica: chi non sa leggere, scrivere e fare di conto parte con un gravissimo svantaggio. Con buona pace degli egualitari della domenica, il primo compito della scuola, dalla notte dei tempi, è il seguente: insegnare la grammatica e l'aritmetica. Proprio quello che non fa più. Come mostra l'inchiesta di Arcangeli e Colafrancesco, la demagogia, in campo scolastico, ha prodotto danni forse irreparabili. Sarebbe il caso di tornare ai fondamentali ma sarà difficile in una società che venera il «progresso» ovunque conduca, anche alla rovina.
Il fallimento della scuola dei burocrati - IlGiornale.it
L'inutile porcata dell'educazione sessuale a scuola
di Giuliano Guzzo
«Contra factum non valet argumentum», sentenziavano i latini a rammentare il primato della realtà sulla narrazione. Un ammonimento antico, perfino banale forse, ma che varrebbe la pena tenere a mente, quando leggiamo di lezioni di sesso esplicito impartite alle elementari o ascoltiamo l’esperto di turno enfatizzare l’utilità per non dire la straordinaria importanza dell’educazione sessuale a scuola, iniziativa in verità di chiara connotazione ideologica – il primo a proporla per legge in Italia, nel 1975, fu non a caso il Partito Comunista – ma, soprattutto, di manifesta inutilità se non persino controproducente.
A suffragarne l’inutilità ci ha però pensato un vastissimo e direi definitivo studio con il quale, esaminando i dati provenienti da più di 55.000 giovani 14-16enni sottoposti a programmi di salute sessuale e riproduttiva provenienti dall’Africa sub-sahariana, dall’America Latina e dall’Europa, seguendoli da uno a 7 anni i ricercatori hanno concluso che detti corsi scolastici «non hanno alcun effetto sul numero di giovani persone infette da HIV ed altre malattie sessualmente trasmissibili» (Cochrane Database of Systematic Reviews, 2016).
Basterebbe già l’imponenza di una simile ricerca, a ben vedere, a chiudere la questione. Tuttavia un recentissimo studio, andando oltre, ha confermato quanto già gli esperti del campo, come il prof. Renzo Puccetti, evidenziano da tempo: l’educazione sessuale a scuola non è solo inutile – cosa che già dovrebbe allarmare, pensando ai quattrini spesso e volentieri pubblici con cui viene promossa – ma addirittura un boomerang. Trattasi di uno studio che, prendendo in esame il caso dell’Inghilterra, ha messo in rilievo un passaggio semplice ma assai eloquente.
Il fatto, in breve, è che a più educazione sessuale – strano ma vero – corrispondono più gravidanze tra le giovanissime; viceversa ad un calo d’intensità dell’osannata iniziativa, le cose migliorano. Esagerazione? Per nulla: nel 1999, in Inghilterra appunto, quando le iniziative di sensibilizzazione sulle pratiche sessuali toccavano economicamente il loro culmine, si contavano oltre 40.000 di under-18 incinte. Poi, probabilmente anche perché la cosa non dava i frutti sperati, dal 2010 i fondi per l’educazione sessuale hanno iniziato a calare e così pure le ore scolastiche dedicatevi. Ebbene, che è accaduto?
E’ successo che le gravidanze tra le giovanissime, anziché aumentare, hanno preso a ridursi drasticamente, tanto che nel 2015 si sono registrati solo 20.000 casi. Meno della metà di quelli registrati sedici anni prima. Questo perché, secondo i ricercatori occupatisi della questione, chi segue corsi di educazione sessuale, rispetto agli altri, tende ad anticipare l’età del primo rapporto, ad averne con maggiore frequenza e ad adottare comportamenti sessualmente maggiormente a rischio (cfr. Journal of Health Economics, 2017). Il perché poi questo accada, a sua volta, non risulta affatto difficile da comprendere.
La quasi totalità dei corsi di educazione sessuale, infatti, si risolve in apologia della contraccezione e lezioncine hot, riducendo il fare l’amore a robetta da manuale delle istruzioni, della serie più conosci i dettagli e più vai pure sul sicuro. In sostanza l’educazione sessuale a scuola non educa affatto, anzi fa opposto rispetto a giovani assetati come non mai di ideali grandi, delusi come sono dal vuoto tutto intorno. Morale della favola per bocciare certi corsi scolastici – penso ai genitori preoccupati che strani “insegnamenti” possano essere proposti ai loro figli – non occorre essere cattolici, ma un po’ informati. E vedrete che gli “esperti”, a scuola, non li si vedrà più manco col binocolo.
L'inutile porcata dell'educazione sessuale a scuola ~ CampariedeMaistre


L’ACCUSA DELLA CORTE DEI CONTI: AI TEMPI DI MONTI REGALATI 4,1 MILIARDI ALLE BANCHE D’AFFARI USA
La Corte dei Conti sospetta che ai tempi del Professor Monti presidente del Consiglio e ministro dell’Economia la delega all’Economia, ci sia stato un bel saccheggio delle casse dello Stato. Questo mentre veniva imposta al Paese la politica di austerità a cominciare dalla riforma delle pensioni del ministro Elsa Fornero. La vicenda di cui parliamo è quella che, tra il 2011 e il 2012, ha portato lo Stato italiano a versare alla banca d’affari, Morgan Stanley, 3,1 miliardi per chiudere quattro contratti derivati e rinegoziare due coperture sulle valute. La Corte dei Conti porta il salasso definitivo a 4,1 miliardi. A maggio la Guardia di Finanza ha fatto dei sequestri al Ministero dell’Economia creando anche un bel cortocircuito istituzionale perché le Fiamme Gialle hanno rovistato fra le carte degli uffici da cui dipendono. Un elemento di riflessione che si aggiunge al fatto che Morgan Stanley resta fra le banche d’affari di riferimento del Tesoro. L’anno scorso sono state cancellate Credit Suisse e Commerzbank.
Ma vediamo come sono andate le cose, secondo la Corte dei conti. Nel 2011 Morgan Stanley aveva 19 contratti derivati aperti con lo Stato italiano, in diverse valute pari a oltre 10 miliardi di euro, 2,2 miliardi di sterline, 1,1 miliardi di franchi svizzeri e 2 miliardi di dollari, con durata da 10 a 40 anni. La banca Usa aveva la possibilità, a certe condizioni, di recedere. Una clausola molto favorevole ai banchieri e molto sfavorevole all’Italia. Nel 2011 la banca decide di utilizzare la clausola e chiude tutti i contratti: «Ha commesso», scrive la Corte, «palesi violazioni dei principi di correttezza e buona fede». Morgan Stanley si è giustificata con il repentino aumento dello spread, che portò alla caduta di Silvio Berlusconi e all’arrivo di Monti. Secondo l’accusa è solo una scusa per incassare venendo meno all’impegno contrattuale di “gestore del debito”. La contestazione ai responsabili del Tesoro è quella di essere stati negligenti e di non aver fatto gli interessi dello Stato. Vedremo come andrà a finire.
Nel frattempo non possiamo dimenticare la scala mobile che lega ministri e presidenti del consiglio alle grandi banche d’affari internazionali. Morgan Stanley ha ingaggiato l’ex direttore generale del Tesoro e poi ministro delle Finanze Domenico Siniscalco. Jp Morgan ha fatto lo stesso con Vittorio Grilli (un altro ex direttore generale del Tesoro e poi ministro). Gianni Letta, Romano Prodi e Mario Monti sono stati consulenti di Goldman Sachs. Come diceva Giulio Andreotti, a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.
L?ACCUSA DELLA CORTE DEI CONTI: AI TEMPI DI MONTI REGALATI 4,1 MILIARDI ALLE BANCHE D?AFFARI USA - Un'Europa diversaUn'Europa diversa
Donare il sangue è politicamente scorretto?
Ieri, per la “Giornata mondiale del donatore di sangue”, i quotidiani hanno lanciato l’allarme: i giovani sembrano punto interessati alla faccenda tanto da mettere a rischio il “ricambio generazionale” tra i volontari. Il Ministero ha poi promesso chissà quale “campagna di sensibilizzazione”, che probabilmente è passata completamente inosservata non avendo urtato la suscettibilità dei paladini di chissà quale minoranza (ricordiamo i deliri contro la “campagna per la fertilità”).
Pur facendo parte della sparuta schiera 18-35, di quelli che forse potrebbero permettersi di “festeggiare” due volte, ho trovato in generale l’iniziativa un po’ imbarazzante, sia perché non sopporto più queste “giornate mondiali” che si moltiplicano di anno in anno (che da qualche tempo sembra siano dedicate solo agli immigrati), sia soprattutto perché mi pare che ci sia troppa ipocrisia intorno all’argomento, non solo da parte della stampa (questo è prevedibile), ma anche da tutti quelli che hanno voluto intervenire a vario titolo (dai rappresentanti delle associazioni ai donatori stessi).
Le scuse accampate sono imbarazzanti: c’è chi dice che è colpa “del precariato” e “della tempistica”, perché i giovani non riescono a far coincidere l’orario di lavoro (che non hanno) con quello degli ospedali (puoi andare ogni mattina di qualsiasi giorni dell’anno, ma forse non è abbastanza); c’è chi invece afferma che le famigerate “campagne” (ancora) non siano troppo accattivanti eccetera.
Qualcuno ha timidamente avanzato un problema concreto: per donare è necessario non drogarsi. Per fortuna è stato detto tra le righe, confondendo droghe leggere con anabolizzanti, così i giornalisti non sono andati fuori di testa. Perché la verità è che ormai donare il sangue sta diventando una cosa “politicamente scorretta”, a partire dal primo passo, cioè il famigerato “questionario anamnestico”. Lì non si scappa: ti fai le canne? Non puoi donare. Sei un alcolizzato? Niente da fare. Fai sesso non protetto? Arrivederci (no, non ti do il numero di telefono). Ti fai un tatuaggio o un piercing all’anno? Ne riparliamo, forse. Sono domande molto dirette; in effetti una cosa che mi stupisce è che non ci sia stata ancora una manifestazione anti-sessista o roba del genere davanti agli ospedali, magari sollecitata dagli stessi giornali che oggi fanno la sceneggiata. Non voglio passare per il “solito stronzo”, ma se tra i donatori ci fossero tanti “professionisti dell’informazione”, probabilmente la sicurezza sanitaria verrebbe compromessa, perché diventerebbe appunto “sessista” (oppure “omofobo” nel caso di un uomo), chiedere se si ha mai avuto “rapporti occasionali e non protetti” con altri individui. E il divieto di donare al povero ragazzo che non resiste all’idea di farsi scarabocchiare compulsivamente la pelle, non si configurerebbe come una gravissima violazione dei diritti umani?
Si scherza fino a un certo punto: è già un miracolo che in Italia non sia ancora giunta da oltreoceano la paranoia del fat-shaming, cioè l’idea che quando un dottore dice al paziente di dimagrire in realtà lo sta insultando e umiliando psicologicamente. A me capita spesso di essere rimproverato per il mio (leggero) sovrappeso (ma sì, è leggero!) alla visita prima del prelievo: devo dire che non mi sono mai sentito offeso, nonostante talvolta i toni usati siano stati drastici (“Se non dimagrisce ora tra qualche anno sarà costretto a prendere pillole su pillole per pressione e colesterolo”). Questo solo per dire che non mi sto vantando di non fare sesso occasionale o non avere nemmeno un tatuaggio: del resto, chi si vanterebbe oggi di roba del genere? Come scrive Guareschi in uno dei sui racconti postumi, dall’eloquente titolo È di moda il ruggito della pecora: «È la nuova ipocrisia: un tempo i disonesti tentavano disperatamente d’essere considerati onesti. Oggi gli onesti tentano disperatamente d’essere considerati disonesti».
Certo, l’idea che il mio (leggero) sovrappeso possa diventare un motivo per considerarmi una “minoranza oppressa” finora non mi è mai passato per la mente, anche se ormai chi non riesce a presentarsi come “vittima” difficilmente ottiene la possibilità di parlare: tuttavia a questo punto è sempre meglio esser grasso che frocio, dico bene?
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O il plotone o le forche.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


Maturità: Le 'traccie' con una 'i' di troppo sul sito del Miur - Politica - ANSA.it
non sanno nemmeno la loro lingua...