

Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


La Boldrini studia da leader: patrimoniale e porte aperte
Il presidente della Camera all'evento di Pisapia propone il suo programma: "Ripristiniamo tassa sulla prima casa"
Franco Grilli
Laura Boldrini comincia a svestire i panni del presidente della Camera per indossare quelli di leader della sinistra.
La terza carica dello Stato ha infatti partecipato a "Diversa", un'iniziativa promossa dla Campo progressista di Giuliano Pisapia. Nel suo intervento ha parlato anche di fisco e ha proposto la sua ricetta per tassare ancora di più gli italiani: "Meno tasse incassate vuol dire meno servizi a cittadini e bisognosi. No alla flat tax, ingiusta perché fa parti uguali tra disuguali. Ripristiniamo, per chi ha grandi patrimoni, la tassa sulla prima casa. Come prevede la Costituzione, chi ha di più deve contribuire di più".
Nel suo programma ovviamente ha un ruolo centrale l'immigrazione e ancora una volta chiede il ripristino delle operazioni in mare da parte delle Ong: "Non ho condiviso quest’estate quella campagna scellerata contro le Ong. Tornino a salvare vite umane nel Mediterraneo". Concetto questo che già ieri aveva espresso in un altro intervento chiedendo di fatto un ritorno al passato con le navi delle organizzazioni non governative a presidiare il Mediterraneo per poi trasferire i migranti sulle nostre coste. Infine ha anache parlato delle alleanze: "Per ora non ci sono le condizioni per un accordo col Pd".
Insomma la Boldrini pensa già al futuro e prova a ritagliarsi un ruolo nella corsa a sinistra per la poltrona dal leader. La ricetta è sempre la stessa: tasse e porte aperte agli immigrati.
La Boldrini studia da leader: patrimoniale e porte aperte
Così i buonisti lavano il cervello ai bimbi a scuola
La crociata di Boldrini e Fedeli contro le fake news
Francesco Maria Del Vigo
Ci mancava solo questa. Ci mancava solamente che la presidenta della Camera Laura Boldrini e la ministra Valeria Fedeli si mettessero in testa l'idea di fare una crociata nelle aule di scuola per insegnare ai malcapitati alunni cosa è giusto e cosa non lo è.
Secondo loro. Ovviamente. Così è nato il decalogo che - secondo le due promotrici - dovrebbe aiutare i giovani virgulti a smascherare le notizie false.
Che la Boldrini avesse delle velleità pedagogiche lo avevamo già visto a Montecitorio, con la sua ossessione per la correzione al femminile di tutte le parole maschili e con il perpetuo tentativo di correggere tutte le idee che non avessero i colori del suo arcobaleno politicamente corretto. La Fedeli probabilmente vuole recuperare il tempo perduto e - avendo frequentato poco le aule in gioventù - coglie l'occasione. Ma la questione, ahinoi, è seria.
Combattere le fake news è giusto, ma farlo nel nome dell'ideologia è pericoloso. E farlo nelle scuole fa paura. Puzza di rieducazione e di regime. Anche perché, chi decide cosa è vero e cosa è falso, cosa si può dire e cosa non si può dire? La Boldrini? Quella degli immigrati risorse e dei profughi che sono i nuovi partigiani? Quella che vuole sbianchettare la scritta Dux dagli obelischi della Capitale? Ma per favore...
Inculcare nella testa dei bambini quello che - dati alla mano - non vuole la maggior parte dei cittadini adulti italiani è la nuova ossessione della sinistra. L'ultimo esempio è quello dello ius soli: insegnanti che fanno lo sciopero della fame per l'approvazione della legge, maestre che fotografano i bambini vicino ai loro compagni stranieri e le postano sui social, giornali e siti radical chic che vanno a intervistare i bambini delle elementari con domande del tipo: «Ma lo sai che il tuo vicino di banco non è italiano e non ha i tuoi diritti?» con zoomata compiaciuta sul broncio che si inarca sul volto del piccolo.
Siamo a un passo dall'inserimento del politicamente corretto tra le materie di studio. E abbiamo avuto modo di prendere le dimensioni di questa nouvelle vague pochi giorni fa, quando un sussidiario è finito alla gogna per queste parole: «Molti (migranti, ndr) vengono accolti in centri di assistenza per i profughi e sono clandestini». Cioè per aver detto la verità. Ma il problema è «clandestini». Parola che non si può dire ai bambini.
In compenso l'Arcigay può spadroneggiare nelle scuole di Milano con le sue teorie pro gender e nello scorso fine settimana a Roma si è tenuta una tre giorni dal nome inquietante: «Festival della cultura critica dell'infanzia». Dove s'intende che la «cultura critica» i bambini non se la possono fare da soli, ma la devono subire, devono essere presi per mano e accompagnati verso il sol dell'avvenire del buonismo. E infatti i titoli dei seminari toccavano tutti i temi cari alla sinistra: «A che genere giochiamo? Esperienze di autocorrezione dei libri di testo», «Il mio nome è Amal una storia palestinese», «Un viaggio a fumetti tra storie migranti» e via dicendo.
Il politicamente corretto è una dittatura stomachevole e lo sapevamo. Ma cercare di fare politica nelle aule di scuola, utilizzando i bambini per portare avanti le proprie battaglie ideologiche, fa schifo. Giù le mani dai bambini. Lasciateli pensare e scoprire il mondo e la politica con la propria testa. Senza i paraocchi delle ossessioni altrui.
Così i buonisti lavano il cervello ai bimbi a scuola
La morte dei Morti. Antigone non abita più qui
di Roberto Pecchioli
Il cimitero genovese di Staglieno non è solo un grande camposanto. E’ un monumento d’arte visitato con stupore dal turismo di massa per i tesori d’arte che tante famiglie hanno voluto nelle loro tombe. Come i palazzi signorili dell’aristocrazia dell’antica repubblica e tante chiese di straordinaria ricchezza, esso testimonia un tratto singolare dell’anima della Superba. Da un lato la sua ritrosia leggendaria, il tenersi tutto dentro, dall’altro l’orgoglio, la bellezza esibita solo all’interno di luoghi privati, intimi, l’imponenza riservata a siti tanto particolari come appunto un cimitero. Un senso della vita alieno da trionfalismi, poiché la campana di Staglieno suona per tutti.
Così, almeno, era fino a qualche decennio fa. Visitare Staglieno nell’anno di grazia 2017, specialmente nel periodo della commemorazione dei defunti, aggiunge dolore alla tristezza del luogo ed alla malinconia della memoria, certifica che davvero siamo alla fine di un ciclo, probabilmente all’ultima tappa di una civiltà grande che fu la nostra. Non solo perché il cimitero appare come un museo d’arte fermo alla prima metà del XX secolo, giacché nessuno più costruisce grandi tombe per sé e la famiglia, ma soprattutto per il progressivo abbandono, la solitudine di interi campi anche tra i più recenti, pochi fiori, tante, tantissime tombe deserte, private anche del conforto di un fiore disseccato, scarsa partecipazione alle cerimonie davanti al grande monumento alla Fede alla confluenza dei viali, sotto la scalinata che conduce alla chiesa. Un tempo, nel periodo iniziale di novembre, la gente riempiva non solo il cimitero, ma anche le strade di accesso, si affollava davanti ai numerosi negozi di fiori, in migliaia percorrevano i viali di quel grande santuario del ricordo.
Nulla di tutto questo. Un’affluenza moderata, i fiorai rimasti sono pochi e chiamano i passanti come i fruttivendoli del mercato. Una visita frettolosa, e via, tutti tornano alle proprie abitudini. Ci sembra la morte dei Morti, certificata dall’ascesa di Halloween, scherzetto o dolcetto, immagini lugubri di mostri in fondo ridicole, al massimo grottesche. Non vogliamo rimpiangere il passato ad ogni costo, ma siamo abbastanza vecchi da ricordare quando il 2 novembre cinema e teatri rimanevano chiusi e la RAI a canale unico trasmetteva solo notiziari e musica classica. Nessuna famiglia trascurava di andare al cimitero con figli al seguito. Chi aveva i propri cari lontani dai luoghi di residenza utilizzava la giornata – allora festiva- per un fugace ritorno nei paesi d’origine, meta la visita al camposanto. Impensabile, anzi incomprensibile nel tempo del mercato misura di tutte le cose.
Chi scrive ricorda tuttora l’impressione profondissima che provò, bambino di forse 10 anni, apprendendo da coetanei figli di profughi istriani che loro non potevano andare al cimitero a trovare i nonni perché la Jugoslavia comunista di Tito non lo permetteva, e addirittura che diversi cimiteri erano stati distrutti dopo l’esilio degli istriani. Tutto finito: neppure nei giorni d’inizio novembre si va più a Staglieno. Eppure, non è certo abolito il dolore per la perdita di familiari o amici, e la Morte è sempre lì, muta sorella in attesa.
Quel che è cambiato è il senso generale della vita, la corsa insensata e soggettiva che prescrive la rimozione del dolore, del male, della sofferenza, e, tabù massimo, della morte. Non è solo la secolarizzazione assoluta della nostra società, poiché un senso laico della morte è sempre esistito con la sua nobiltà, né, crediamo, sia unicamente la cattiva coscienza di generazioni che hanno abbandonato la memoria, di cui i defunti sono il simbolo più persistente. Non sapremmo esprimere un giudizio complessivo o formulare diagnosi o prognosi. Sappiamo, siamo certi che è un altro segnale, un sintomo tra i mille di un intera visione del mondo che abbandona il campo, si congeda dalla storia senza fare troppo rumore. Insepolta, o racchiusa in una piccola urna cineraria, come è diventato l’uso più comune per il congedo degli umani.
Antigone non abita più qui. La tragedia di Sofocle rappresentò per oltre due millenni uno degli archetipi più profondi della civiltà nostra. Nel conflitto tra il potere e il sangue, tra la legge e la pietà, vinceva il rispetto, l’umanità, il riscatto del corpo privo di vita, ma ricco di significato ed ancora degno dell’amore dei parenti. Antigone sfidò il re Creonte che aveva ordinato di gettare il cadavere di suo fratello Polinice, sconfitto dopo aver provocato la guerra dei Sette, fuori dalle mura di Tebe, destinato a finire preda degli animali selvatici. La fanciulla seppellì come poté i resti di Polinice, scatenando l’ira del re, accettando le conseguenze tragiche della sua ribellione in nome del sangue e dell’intenso significato morale del suo gesto.
Al contrario, adesso i resti di chi fino ad un attimo prima era un essere umano non sono che detriti ingombranti, rifiuti da smaltire, ingombri, materiali, cose. Tra gli impresari di onoranze funebri c’è chi offre fuochi d’artificio alimentati dalle ceneri del de cuius, dispersione dei resti in mare o dove piaccia agli interessati, ed altre diavolerie di importazione americana. E’ il Mercato, rigorosamente scritto con la maiuscola, unito allo Spettacolo, che non si ferma di fronte a nulla e, dicono, deve continuare.
Il lutto, il senso dell’assenza, il dolore per chi abbiamo perduto possono aspettare, e comunque, come ogni espressione morale e spirituale, devono essere rigorosamente confinati nel privato, lontani dallo spazio pubblico, riservato alle luci del varietà, alla pubblicità interrotta dalle ultime notizie, agli affari. Business, as usual, si vantano i pragmatici anglosassoni. Il dubbio, allora, si fa più lancinante: siamo davvero alla fine di un ciclo, come direbbero in India, viviamo nel pieno del Kali yuga, l’ultima oscura fase del declino? Respingere il culto dei morti, in fin dei conti, è mancare di rispetto a se stessi, ridurre l’umanità e l’esperienza della vita umana ad un accidente, il corpo ad un fardello di cui disfarsi in fretta e dimenticare che è esistito, tutt’al più accettare che diventi un magazzino di ricambio per la chirurgia. Forse c’è qualcosa di ancora più profondo, e ci troviamo nel pieno di una definitiva regressione civile.
Non è vano ricordare i Sepolcri, il capolavoro di un grande poeta romantico, Ugo Foscolo, in cui culto e rispetto per i defunti, e gli stessi luoghi fisici della sepoltura diventano un segno volto ad imitare le azioni dei grandi uomini. Foscolo, tuttavia, va oltre, polemizzando con una legge napoleonica, l’editto di Saint Cloud, che obbligava a seppellire i morti lontano dalle città e dai luoghi abitati. Non è certo un caso che la postmodernità concluda un ciclo iniziato con la Rivoluzione Francese e la sua lugubre Ragione: la morte come un problema di igiene e nettezza urbana, i cimiteri come spreco di aree edificabili.
“Dal dì che nozze, tribunali ed are/diero alle umane belve esser pietose/ di se stesse e d’altrui, toglieano i vivi/ all’etere maligno ed alle fere/ i miserandi avanzi che Natura / con veci eterne a sensi altri destina”, scrive il poeta, ed è una magistrale lezione di filosofia della storia. Il rispetto per i morti è cominciato con il sorgere della civiltà degli uomini, ne è stato anzi una delle prime e fondamentali manifestazioni, insieme con l’istituto matrimoniale, le leggi e la religione. Corre un brivido, pensando alla decadenza irrimediabile di tutti e tre questi segnali di civiltà. Il matrimonio è ridotto ad un contratto a termine che prescinde persino dal sesso (domani anche dal numero) dei contraenti, la religione è un lontano ricordo del passato, le sue ricorrenze sopravvivono come semplici giorni di vacanza dal lavoro o dalla scuola, le leggi sono manipolate, calpestate, derise, continuamente modificate secondo le cangianti, temporanee maggioranze numeriche legate allo spirito dei tempi.
G.B. Vico, il filosofo della Scienza Nuova, scriveva: “Osserviamo tutte le nazioni custodire questi tre umani costumi: che tutte hanno qualche religione; tutte contraggono matrimoni solenni; tutte seppelliscono i loro morti. Da queste tre cose cominciò l’umanità; e perciò si devono santissimamente custodire da tutte perché il mondo non si infierisca e rinselvi di nuovo”. Di qui il rigetto del Foscolo per lo “stato di natura” che entusiasmava Rousseau. Esso non significa altro, come capì il Vico, che barbarie e ferinità primitiva. L’uomo realizza se stesso solo nella vita associata e comunitaria, attraverso le tre istituzioni citate e le leggi, nonché nel rispetto della tradizione, attraverso la quale riconosce il senso della continuità della vita e della storia.
Dio di se stesso, schiavo delle pulsioni (il nome moderno che Freud diede agli istinti più bassi), alieno dagli impegni a lungo termine, talmente terrorizzato dalla propria fine da averla rimossa, il civilissimo, illuminato europeo del nostro tempo è impegnato da generazioni a segare tutti i rami l’albero su cui è appollaiato. La “nuova” morte igienizzata e celata corrisponde all’editto di Saint Cloud del Bonaparte: lontana dagli occhi per nasconderla al cuore, allontanarla dal pensiero di un’umanità nuova che ha terrore del Nulla, ma non sa sperare nel totalmente Altro, nell’Oltre. Senza più fede, liberato da tutti quelli che considera tabù di età oscure, divenuto adulto nella modernità dopo millenni di infanzia, come proclama l’orgogliosa Ragione, l’uomo resta ostaggio della morte. Forse perciò la nega con tanto accanimento, e insieme la circonda di nuovi tabù.
Le leggi non fanno eccezione, a cominciare da quelle tributarie. Le spese funerarie sono detraibili in misura assai limitata, ed il governo sta per assoggettarle ad imposta. Tenue simbolo di un residuo rispetto per la morte e la dignità della sepoltura, i costi funerari sono esenti da IVA. Presto cadrà anche questo ultimo velo di reverenza per il passo estremo del nostro cammino umano e dovremo pagare l’imposta sul valore aggiunto anche per i servizi funerari. Valore aggiunto…
In cambio, possiamo detrarre dall’imposta sul reddito alcune spese veterinarie. E’ un paragone che strappa un sorriso amaro, e mostra sino a quale punto i valori sono stati invertiti. Davvero, al tempo della morte dei Morti, Antigone non abita più qui. Meglio avrebbe fatto a lasciare che gli animali selvatici dilaniassero i resti del fratello: avrebbe sposato il figlio del re, un giorno sarebbe stata regina. Non volle essere sovrana in un mondo di belve; pensava che un uomo è un uomo, anche da morto.
Duemilacinquecento anni dopo, è un rifiuto da raccolta differenziata: smaltire, pagare l’imposta, dimenticare in fretta, riprendere la corsa a perdifiato. Questa sì che è civiltà!
https://www.riscossacristiana.it/la-...rto-pecchioli/
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Macron invita Renzi a fare Goldrake e distruggere il male grillino. E se Scalfari sceglie il Cavaliere…
Di Mauro Bottarelli , il 22 novembre 2017 0 Comment
Non so se ci avete fatto caso ma da qualche giorno, Matteo Salvini e Giorgia Meloni sono spariti dalle cronache politiche. Nonostante la sua candidata fosse in lizza per la presidenza del municipio di Ostia (poi sconfitta dalla contendente grillina), la leader di Fratelli d’Italia si è eclissata. Idem per l’onnipresente numero uno leghista. Scelta di basso profilo strategica? No, cordone sanitario. Non scelto ma subìto: il Cavaliere ha fatto partire la censura. Con sommo piacere di tutti, PD in testa. Ho la netta impressione che il patto del Nazareno 2.0 sia non solo già nato ma, di fatto, operativo. Il governo Gentiloni arranca nelle ultime settimane di legislatura, si scapicolla in iniziative raffazzonate ed elettoralistiche come quella del tavolo negoziale sulle pensioni (vedendosi esplodere in faccia la bomba CGIL, classica mina anti-uomo piazzata con perizia assoluta da MDP) ma sa di essere una trottola che gira a vuoto, giusto per intrattenere gli astanti in attesa del grande show.
Come i trailers al cinema prima che inizi al film: magari li guardi ma se anche ti distrai, sai di non perdere nulla. Cosa voglio dire, in estrema sintesi? Che è inutile andare a votare, il futuro del Paese è già stato scelto: un patto Berlusconi-Renzi che già opera. Con i due protagonisti che, infatti, sembrano fregarsene bellamente di quanto gli accade attorno e già si muovono su altre piattaforme. Il Cavaliere da oggi avrà un unico pensiero, rivolto a Strasburgo: capire se la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo gli restituirà l’eleggibilità che la legge Severino gli ha tolto. Formalmente, potrebbero volerci nove mesi per una sentenza finale ma entro pochi giorni dovrebbe capirsi l’orientamento dei giudici: se sarà favorevole al Cav, prepariamoci a vedere Arcore tramutata in West Wing. Ovviamente e segretamente, sia Salvini che Meloni sperano in cuor loro che da Strasburgo arrivi un “no” per poter depotenziare, senza colpo ferire, l’ingombrante alleato. Bei presupposti per un’alleanza, non c’è che dire. Insomma, sono passati oltre 20 anni ma siamo allo stesso punto di prima: tutto ruota attorno a Berlusconi.
E lo fa in maniera tale da arrivare alle soglie della fantascienza. Ieri sera, intervistato da Giovani Floris a “Di martedì”, il fondatore di “Repubblica”, Eugenio Scalfari, ha scoperchiato il vaso di Pandora e, contemporaneamente, varcato il Rubicone della ragion di Stato: a domanda su chi avrebbe votato fra Di Maio e Berlusconi, ha risposto quest’ultimo. Insomma, anni e anni di attacchi, inchieste, editoriali al vetriolo e ora il quotidiano di De Benedetti si schiera, de facto, al fianco dei Caimano, pur di arginare il rischio populista del Movimento 5 Stelle. E quale tratto distintivo del Cavaliere ha sottolineato Scalfari per rendere meno clamorosa la sua presa di posizione? L’europeismo. Di fatto, un tratto che lo pone anni luce lontano dagli esiliatici mediatici Salvini e Meloni. Oltretutto, con un PPE che di colpo ha deciso di anticipare la Corte di Strasburgo, riabilitando Berlusconi in grande stile. E con quale motivazione? E’ l’unico argine credibile contro i populismi.
Ormai la filastrocca è quella, c’è poco da fare: dopo il Brexit e Trump, quando c’è da garantire la cosiddetta governabilità, si gioca la carta del populismo. Vero o presunto, poco cambia. E in tal senso, la gente si fa infinocchiare con poco. Così come i media. Non vi paiono strane tutte queste interviste a Berlusconi, nessuna delle quali mette più in evidenza processi o puttane ma, anzi, lo dipingono come un saggio statista attorniato da una nuvoletta azzurrina di salvifico buon senso? L’Italia ha bisogno di inciucio, ha bisogno di Nazareno 2.0. E, in tal senso, lo strappo consumato in seno ai sindacati sulle proposte del governo in ambito pensionistico, portano acqua al mulino della restaurazione: un bello sciopero a dicembre della CGIL è ciò che ci vuole per agitare fantasmi di instabilità e disordine, oltretutto posti in essere da un bersaglio fra i preferiti sia da Renzi che di Berlusconi: il sindacato. Anzi, la CGIL. Ovvero, il braccio di piazza di MDP e pulviscoli sinistrorsi vari che Renzi non vuole vedere nemmeno con il lanternino e che invece tentano la minoranza PD e Gentiloni. Regalo più grande non si poteva fare al dinamico due della politica italiana.
Perché i due leader si muovono in tandem. Intervistato da Bruno Vespa, Matteo Renzi ieri sera a detto che spera in una sentenza positiva da Strasburgo e, anzi, vorrebbe scontrarsi contro il Cavaliere nel collegio di Milano 1. Ha ricominciato a sparare minchiate e a fare lo spavaldo, significa che è più tranquillo. D’altronde, la narrativa è speculare a quella del centrodestra. Guardate qui la prima pagina de “La Stampa” di oggi:
non vi sembra la sigla di “Goldrake” che invitava il super-eroe a distruggere il male? Attenti a dare per morto il cazzaro di Rignano, perché mentre Gentiloni faceva il lavoro sporco per suo conto con i sindacati e l’UE, guadagnandosi la guerra aperta di Camusso e Landini – pessimi clienti – e la bordate di Katainen, Renzi volava a Parigi per una visita lampo ad Emmanuel Macron, nuovo salvatore delle sorti europee in attesa di capire se la Germania precipiterà nel caos di un ritorno alle urne entro 60 giorni. Apparentemente, il presidente Karl-Walter Steinmeier sarebbe pronto all’estremo azzardo, ovvero utilizzare l’arma dell’indicazione di un suo premier incaricato per cercare di formare un governo e questo qualcuno sarebbe nientemeno che Wolfgang Schaeuble. Ma questo significherebbe chiudere con un taglio netto dieci anni di incontrastato potere – soprattutto in ambito UE – di Angela Merkel: il fallout politico potrebbe essere devastante, a partire dal risultato di Alternative fur Deutschland e Liberali in caso di secondo fallimento e voto anticipato a gennaio-febbraio.
Goldrake – sigla completa
Ora è Parigi a dare le carte, tanto che i giornali e i tg hanno evitato con cura di dare notizia dei violentissimi scontri e delle decine di arresti seguiti alle manifestazioni sindacali anti-governative di lunedì. Ormai in Francia è regime assoluto, nessuno può disturbare in alcun modo il manovratore di casa Rothshield. Il quale, stando alla narrativa, avrebbe insignito Renzi del compito di fido scudiero nella lotta contro i populismi europei: vai e distruggi i grillini, quasi fosse un moderno Lancillotto. E lo stesso vale nel centrodestra, ancorché senza la benedizione dell’Eliseo: se Renzi deve domare Di Maio, Berlusconi deve tenere a bada – e, se possibile, depotenziare del tutto – la Lega e Fratelli d’Italia. In questo caso, su mandato PPE.
Insomma, nel giorno in cui Mugabe dice addio al potere in Zimbabwe dopo 37 anni, l’Italia si ritrova in pieno 1994. Ma con una novità strutturale: il Cavaliere non è più l’alternativa ontologica al pericolo comunista, è l’architrave di realtà e buon senso politico al populismo dei suoi alleati, mentre Matteo Renzi – formalmente i suo competitor – è chiamato al gioco sporco di affondare la nave corsara dei 5 Stelle, non fosse altro per una questione di baldanzosità anagrafica rispetto a Luigi Di Maio. I “comunisti”? Stanno annientandosi da soli nella lotta fratricida interna al PD, non serve nemmeno combatterli.
Dopodiché, se servirà, ci penserà l’Europa – magari minacciando una procedura di infrazione, l’invio di commissari o con uno po’ di shakerata allo spread – a dare una mano. E tutti contenti, compresi Alfano e Verdini che saranno certamente parte integrante del governo inciucista che verrà. Durerà? Poco importa, entrambe i leader avranno chiuso i conti all’interno dei loro recenti e decideranno cosa fare da grandi, una volta che l’instabilità facesse precipitare a Palazzo Chigi un Mario Draghi divenuto per allora ex governatore BCE. Non a caso, Silvio Berlusconi vorrebbe tirare in lungo ancora un po’ l’agonia degli altri partiti, optando per il voto a maggio, scelta contro cui Matteo Renzi non ha nulla a che ridire ma che ha già fatto andare su tutte le furie sia la sinistra PD che Lega e Fratelli d’Italia.
La motivazione ufficiale è risparmiare soldi pubblici, accorpando legislative e regionali ma quella ufficiosa è chiara a tutti: stremare a tal punto gli avversari da tramutare il voto in una passeggiata nel parco a primavera. Mano nella mano con Matteo Renzi. E’ già tutto deciso, votare non servirà a un cazzo: ce lo chiede l’Europa. Toccherà tifare, nel mio caso con i conati di vomito, per la spallata a Cinque Stelle? Temo che l’annuncio dell’amatissimo Alessandro Di Battista di non ricandidarsi, prediligendo la vita da papà e scrittore giramondo, si ripercuoterà pesantemente sulle sorti politiche del Movimento. Davvero pesantemente. E, casualmente, Beppe Grillo è sparito di nuovo dalla circolazione. Il caravanserraglio del web e dell’onestà-onestà ha compiuto il suo compito pro-restaurazione e ora può dissolversi? Scusate ma a me il dubbio comincia a sorgere. Sempre di più.
https://www.rischiocalcolato.it/2017...cavaliere.html
Dubbio che per me, come ho DA SEMPRE scritto, è una certezza assoluta.
Sono sempre più convinto dell'utilità di andare a votare e votare il M5S come divertimento per vedere l'effetto che fa.
Che ovviamente fa schifo, ma che qualora dovesse prevalere, farebbe saltare il banco dei poteri forti, i quali hanno creato i grillini per scopi precisi ma con il chiaro progetto di non far loro MAI vincere le elezioni.
Sai che ridere se vincessero!
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


Scalfari ... come montanelli e biagi.
Tutte le etichette, tutti i padroni, pur che se magna.
Italiano vero.
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


berluskoni ha sostenuto ogni nefandezza fatta negli ultimi decenni
renzi, alfano, casini e verdini sono sue "creature"
perché stupirsi che facciano un governo ufficiale tutti assieme
... l'unico problema è come farlo capire ai vecchi e nuovi militonti della lega.... a già ma quelli sono ormai abituati a tutto


Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


A meno che si facciano vincere i grillini.![]()
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .


I destroidi, vedasi la meloni, salvini e il liberal opportunista in realtà sono minati da intifade interne, tra loro prevale solo una voglia incommensurabile di potere. Poi, dico poi, se dovessero vincere, dico sempre se dovessero vincere, si adegueranno al sistema come si è sempre fatto, e tutto sarà come prima.

