
Originariamente Scritto da
Egomet
L'ossessione per l'egemonia permane nei secoli e mantiene inalterata la sua natura religiosa.
Tutto ciò ricorda molto le diatribe tra sciiti e sunniti.
A costo di tediare con l'ennesima ripetizione di concetti, debbo dire che osservando le due nature mitico-narrative, "ortodossia" e "autonomia", specie nelle differenti pratiche di conflitto con l'esistente, risulta palese una maggior aderenza della seconda ad un progetto di riconquista del quotidiano.
A prescindere dalle capziose, quanto imprecise, digressioni storiche, sarebbe opportuno valutare la presenza di elementi anche solo potenzialmente liberanti (e quindi intrinsecamente anti-mitici) in entrambe le visioni.
Da un lato abbiamo una stoica difesa dell'abnegazione, un'apologia del sacrificio "estetizzato", una patria, storica o meta-storica, e una folta schiera di rimandi narrativi vincolanti, sulla cui potenza pare superfluo soffermarsi.
Da ciò traggono origine numerosi imperativi categorici, iterazioni di atti di fede e una perenne rinuncia al quotidiano in favore di un progresso o di una rivalsa futura, attesa con trepidazione mistica (la fortuna dei predicatori di ogni foggia e colore).
Sebbene generata da una diversa matrice teorica, l'insieme di questi gesti sacri finisce per sedimentarsi in una prospettiva del tutto simile a quella "piccolo-borghese": si legittima l'ossequio delle regole, si vive secondo i dettami del presunto "bene comune", si delega la gestione della propria esistenza, nella quale lo "spettacolo"- con accezione debordiana- diviene il cronotopo privilegiato per le aspettative, i sogni, le istanze e i desideri, mentre nel frattempo la quotidianità viene erosa.
Sull'altro versante, l'"autonomia", assistiamo comunque al prolificare di simboli, spesso in modo più subdolo e insidioso, tanto che essi investono e condizionano anche aspetti apparentemente marginali dell'esistenza, quali, ad esempio, le modalità aggregative, la gestione di alcuni rapporti interpersonali, i gusti in fatto di arte, musica o qualsiasi altra esperienza estetica etc.
Purtuttavia, al fianco di questa pericolosa e infida selva di simboli, si presentano comportamenti e atti concreti, di volta in volta differenti a seconda del contesto storico e sociale, che fanno lievemente sperare in una potenziale liberazione dalle pastoie narrative.
Inutile dire che, finora, il mythos ha sempre prevalso, fagocitando ogni possibile barlume di azione in nome della fede.
Dunque, in ultima analisi, la natura mitico-narrativa di entrambe le visioni è fuori discussione, però, mentre la prima non si discosta mai dal granitico tracciato, la seconda offre talvolta spunti interessanti (salvo, poi, ripiombare nel baratro).
Un'ultima considerazione in merito ad un altro tema trattato in questa discussione; la purezza della visione marxista e i suoi legittimi discepoli.
Ebbene, non esistendo un documento notarile che attesti quali fossero le persone designate come eredi intellettuali ufficiali dal barbuto pensatore, si dovrebbe ammettere l'assoluta impossibilità di poter giudicare chi meglio incarni oggi tale profilo.
Non considero proficuo il metro filologico-esegetico, difficilmente impiegabile per un pensatore letto, commentato, travisato, edulcorato, esaltato, come Marx, quindi non credo resti altro da dire se non che il suo pensiero, così come quello di moltissimi altri filosofi e teorici, non possa essere appannaggio esclusivo di alcuno.
A riprova di ciò, si confrontino gli esiti speculativi delle diverse letture di Marx fatte da Preve, Vaneigem (per me il migliore) e Debord, Adorno, Benjamin, Lukacs, Sartre etc etc