
Originariamente Scritto da
Lars
Vicende giudiziarie e aspetti controversi Modifica
Nel 1947 venne condannato per collaborazionismo con le truppe naziste; per questo reato verrà emesso nei suoi confronti un provvedimento di confino di polizia.[52][53] Sempre nel 1947 viene accusato del reato di apologia del fascismo a seguito di un comizio tenuto a Piazza Colonna durante la campagna elettorale per le amministrative; il 4 novembre 1947 gli verrà inflitta una condanna ad altri 12 mesi di confino[12] poi annullata.
Il 5 maggio 1958 al termine di un comizio a Trieste, Almirante è denunciato dalla Questura per «Vilipendio degli Organi Costituzionali dello Stato»[54].
Il 16 giugno 1971 il Procuratore della Repubblica di Spoleto, Vincenzo De Franco, chiese[55] alla Camera dei Deputati l'autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante per i reati di "Pubblica Istigazione ad Attentato contro la Costituzione" e "Insurrezione Armata contro i Poteri dello Stato". L'autorizzazione venne concessa il 3 luglio 1974 dalla Camera dei deputati, con la contrarietà del solo MSI. Il segretario missino aveva infatti affermato durante il congresso del partito, con chiaro riferimento ai regimi di Salazar, Papadopoulos e Franco:
« I nostri giovani devono prepararsi all'attacco prima che altri lo facciano. Da esso devono conseguire risultati analoghi a quelli conquistati in altri paesi d'Europa quali il Portogallo, la Grecia e la Spagna.[senza fonte] »
Nel giugno 1972 l'allora Procuratore generale di Milano, Luigi Bianchi D'Espinosa[35], decise di chiedere alla Camera l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti per tentata ricostituzione del Partito fascista. Gravemente ammalato Bianchi d'Espinosa morì poche settimane dopo. Il Parlamento, nel maggio 1973, concesse l'autorizzazione a procedere ma tutto si arenò poco dopo e non proseguì oltre.
La vicenda del comunicato agli sbandati Modifica
Nell'estate del 1971 alcuni storici dell'Università di Pisa rinvennero negli archivi del comune di Massa Marittima la copia anastatica di un manifesto, a firma di Giorgio Almirante, che riportava quanto segue:[52]
« PREFETTURA DI GROSSETO
UFFICIO DI P. S. IN PAGANICO
COMUNICATO
Si riproduce testo del manifesto lanciato agli sbandati a seguito del decreto del 10 aprile.
"Alle ore 24 del 25 maggio scade il termine stabilito per la presentazione ai posti militari e di Polizia Italiani e Tedeschi, degli sbandati ed appartenenti a bande. Entro le ore 24 del 25 maggio gli sbandati che si presenteranno isolatamente consegnando le armi di cui sono eventualmente in possesso non saranno sottoposti a procedimenti penali e nessuna sanzione sarà presa a loro carico secondo quanto è previsto dal decreto del 18 Aprile. I gruppi di sbandati qualunque ne sia il numero dovranno inviare presso i comandi militari di Polizia Italiani e Tedeschi un proprio incaricato per prendere accordi per la presentazione dell'intero gruppo e per la consegna delle armi. Anche gli appartenenti a questi gruppi non saranno sottoposti ad alcun processo penale e sanzioni. Gli sbandati e gli appartenenti alle bande dovranno presentarsi a tutti i posti militari e di Polizia Italiani e Germanici entro le ore 24 del 25 maggio. Tutti coloro che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena. Vi preghiamo curare immediatamente affinché testo venga affisso in tutti i Comuni vostra Provincia."
p. il Ministro Mezzasoma - Capo Gabinetto
GIORGIO ALMIRANTE
Dalla Prefettura 17 maggio 1944 - XXII »
Il manifesto fu pubblicato il 27 giugno 1971 dal quotidiano l'Unità col titolo Un servo dei Nazisti. Come Almirante collaborava con gli occupanti tedeschi[56].
Almirante rispose con un consistente numero di querele, sostenendo che si trattava di «una vergognosa campagna stampa» e di «un'ignobile infamia».
Il procedimento principale, con sede a Roma, venne istruito dai pubblici ministeri Vittorio Occorsio e Niccolò Amato e si articolò lungo il corso di ben sette anni; Almirante oppose un gran numero di eccezioni, ma nel giugno del 1974 vennero rinvenute negli Archivi di Stato e prodotte in giudizio inequivocabili prove documentali attestanti la veridicità del documento:
il documento originale recante la firma di Almirante, la lettera della Prefettura che accompagnava l'invio dei manifesti e la missiva del Vicecommissario Prefettizio che dava conferma dell'affissione.
un telegramma risalente all'8 maggio 1944 firmato proprio da Almirante - all'epoca Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura Popolare - in cui si sollecitava l'affissione del manifesto in questione in tutti i comuni della provincia di Grosseto.
una circolare dello stesso periodo in cui Almirante disponeva - in quanto curatore della propaganda del Decreto Graziani (che disponeva, appunto, le modalità di repressione dei gruppi partigiani) - anche la divulgazione delle comunicazioni delle autorità tedesche in materia.
Il procedimento si concluse con il rigetto integrale delle pretese di Almirante nei confronti dei giornalisti de L'Unità, poiché risultava che i giornalisti avevano "dimostrato la veridicità dei fatti"[57] e che dunque il manifesto rivolto agli sbandati era da attribuirsi proprio ad Almirante.
Il processo per favoreggiamento a seguito della Strage di Peteano Modifica
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Lo stesso argomento in dettaglio: Strage di Peteano e Strategia della tensione.
In seguito alle indagini sulla Strage di Peteano, il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra - reo confesso per la strage - rivelò nel 1982 come Almirante avesse fatto pervenire la somma di 35.000 dollari al terrorista Carlo Cicuttini, dirigente del MSI friulano e coautore della strage, affinché modificasse la sua voce durante la sua latitanza in Spagna mediante un apposito intervento alle corde vocali[58][59][60]: tale intervento si rendeva necessario poiché Cicuttini, oltre ad aver collocato materialmente la bomba assieme a Vinciguerra, si era reso autore della telefonata che aveva attirato in trappola i carabinieri e la sua voce era stata identificata mediante successivo confronto con la registrazione di un comizio del MSI da lui tenuto.[59] Nel giugno del 1986, a seguito dell'emersione dei documenti che provavano il passaggio del denaro tramite una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico[59], Giorgio Almirante e l'avvocato goriziano Eno Pascoli vennero rinviati a giudizio per il reato di favoreggiamento aggravato verso i due terroristi neofascisti.[61] Pascoli verrà condannato per il fatto; Almirante invece, dopo un'iniziale condanna[62], si fece più volte scudo dell'immunità parlamentare, all'epoca ancora riconosciuta a deputati e senatori[63], anche per sottrarsi agli interrogatori[64] fin quando si avvalse di un'amnistia grazie alla quale uscì definitivamente dal processo[59][65], nonostante la legge ne prevedesse già da molti anni la rinunciabilità proprio al fine di tutelare il diritto dell'imputato all'accertamento dei fatti.[66]
Le accuse di contiguità con ambienti dell'eversione nera e con la P2 Modifica
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Lo stesso argomento in dettaglio: Strategia della tensione, Golpe Borghese e P2.
Numerose accuse di contiguità col terrorismo nero vennero mosse ad Almirante, così come al MSI in generale, sin dagli albori della Strategia della tensione, a partire dalla fine degli anni sessanta[67]. I sospetti sugli appoggi ai tentativi di colpi di stato degli anni sessanta e settanta acquisirono ulteriore rilevanza in seguito alla scelta di inserire tra le file del partito alcuni generali dei servizi segreti militari come Giovanni De Lorenzo (eletto nel 1968 con il PDIUM che aderì nel 1971 al gruppo missino) che ebbe un ruolo nel Piano Solo del 1964, e Vito Miceli, iscritto alla P2 di Licio Gelli e all'epoca indagato per favoreggiamento al Golpe Borghese, reato per cui verrà successivamente assolto nel 1978.
Questo tipo di circostanza è stata recentemente confermata dalla testimonianza di Ernesto De Marzio, all'epoca capogruppo del MSI alla Camera; De Marzio ha sostenuto di aver presenziato, nel 1970, a un incontro tra Junio Valerio Borghese e Almirante nel corso del quale quest'ultimo, alle richieste di adesione all'imminente colpo di stato avanzate da Borghese, avrebbe risposto:
« Comandante, se parliamo di politica e tu sei dei nostri devi seguire le mie direttive: ma se il terreno si sposta sul campo militare allora saremo noi ad attenerci alle tue indicazioni[68][69] »
L'ammiraglio Gino Birindelli, presidente del MSI dal 1972 al 1974, (nel 1970 in contatto con membri di Ordine Nero quando era comandante delle forze navali alleate del Sud Europa)[70], esternò a più riprese insofferenza per l'atteggiamento di ambiguità e doppiezza tenuto dal partito nei confronti degli ambienti eversivi e del terrorismo nero[71], arrivando in seguito al punto di lasciare il partito per aderire a Democrazia Nazionale; in un'intervista del 2005 Birindelli ha ribadito il suo malumore per lo stato di cose che caratterizzava il MSI, additando l'atteggiamento di copertura tenuto dal partito nei confronti degli assassini dell'agente di polizia Antonio Marino tra le cause del suo abbandono.[72]
Le accuse continuarono anche negli anni anni ottanta con il caso del parlamentare Massimo Abbatangelo, deputato alla Camera nel 1979 e nel 1983 per il Movimento Sociale Italiano,[73], fu accusato di detenzione illegale di materiale esplosivo, e arrestato nel 1984[74], primo dei non eletti nel 1987 e di nuovo deputato nel 1989. Nonostante la condanna in primo grado all'ergastolo per aver fornito l'esplosivo utilizzato nella Strage del Rapido 904 del 1984, venne ricandidato ed eletto alla Camera nell'aprile 1992. Il 18 febbraio 1994 Abbatangelo fu assolto dalla Corte di Assise di Appello di Firenze per il reato di strage, ma venne mantenuta la condanna a sei anni di reclusione per la detenzione dell'esplosivo.[75][76]. Molte discussioni generò anche la sua espressione di solidarietà col golpe militare di Augusto Pinochet in Cile dell'11 settembre 1973, per la quale ricevette dei ringraziamenti dallo stesso Pinochet.[77]
L'ex deputato missino Giulio Caradonna, uno dei tre esponenti missini iscritti alla P2 e per questo sospeso dal MSI (ma ricandidato nel 1983), in un'intervista del 2009 rilasciata al Corriere della Sera ha sostenuto che Licio Gelli, maestro venerabile della Loggia P2, cominciò a finanziare il MSI proprio su sollecitazione di Almirante:
« Gelli è una bravissima persona. [...] Da lui mi aveva mandato Almirante: "vedi un po' di parlare con questo signore, perché senza il suo assenso i soldi ai partiti non arrivano". La missione ebbe successo, e Gelli aiutò Almirante. [...] Giorgio mi espresse la sua eterna gratitudine.[78] »
. Gelli confermò ai magistrati già nel 1995 di aver incontrato Almirante, "ma di avergli negato l'aiuto" [1].