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Discussione: Terra padana

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    Predefinito Re: Terra padana

    Il Vento indipendentista soffia anche a Varese
    di Alessandro Ciuti
    La provincia di Varese è stata, da subito, uno dei territori che più e meglio di altri ha accolto con vivo e sincero entusiasmo, l'inizio dell'avventura di Color44. Tante sottoscrizioni on-line e numerose richieste di contatto di persone, di lombardi, pronte a partecipare e a fornire il proprio supporto diretto e disinteressato. In fondo non è stata una sorpresa. Il nostro territorio è tradizionalmente patria di grandi lavoratori e di grande attivismo sociale. Il senso di comunità è qualcosa di ancora vivo nei paesi della provincia sorti intorno alle fabbriche, cresciuti attraverso lo spirito d'iniziativa di tanti uomini e donne che dal nulla hanno saputo creare realtà di prodigioso sviluppo economico. Gente libera, gente sana, che non ha mai chiesto nulla ma che ha sempre offerto, senza risparmiarsi, al prossimo, vicino e lontano, l'opportunità di essere parte di questo grande tessuto sociale ed economico che tutto il mondo ci invidia.
    Probabilmente la nostra iniziativa è scattata al momento giusto. Sin da subito abbiamo registrato l'interesse e l'amicizia, pienamente contraccambiata, da parte di realtà associative importanti come Terra Insubre che ci ha ospitati a Varese, all'interno della due giorni dedicata all'Insubria, permettendoci di presentare ufficialmente davanti ad un vasto pubblico la nostra iniziativa a favore del Dirittto di Voto per l'Indipendenza del popolo lombardo. Il comitato Color44 ha così debuttato godendo di una presentazione in grande stile grazie al grande lavoro ed alla grande passione di una realtà come Terra Insubre che da anni è già protagonista sul territorio varesino.
    Allo stesso tempo, negli stessi giorni, per la prima volta si riuniva un gruppo di amici, costituito su Facebook, che hanno dato vita ad una serie di serate a cui ho avuto l'onore ed il piacere di partecipare come rappresentante del Comitato Lombardo per la Risoluzione 44.
    Questo gruppo di persone, molti provenienti da esperienze politiche passate o ancora in essere, mi ha da subito colpito positivamente per il calore, la freschezza, la passione che hanno saputo far emergere spontaneamente in dibatitti serrati, sonore litigate e momenti di pura allegria e fragorosa fratellanza.
    Questo gruppo, che su Facebook potete trovare digitando 300 Lombardi per l'Indipendenza, ha continuato e continua a riunirsi e ad aggregare nuove persone. A questo punto urge una riflessione.
    In un momento in cui il sentimento dell'antipolitica pare essere maggioritario e qualsiasi partito tradizionale fatica a mettere insieme venti persone nella stessa stanza, come è possibile che da una innocua iniziativa nata quasi per scherzo su Facebook, si riescano poi a sviluppare 4/5 serate con più di sessanta persone sempre presenti e decine di altre in attesa di potersi liberare da impegni familiari e personali per non mancare all'incontro successivo?
    Pare una questione banale, riuscire a coinvolgere persone di chiara e cristallina fede indipendentista, ma chi ha un minimo di esperienza non può che riconoscere quanto sia al contrario impresa straordinaria e per nulla scontata, in questo contesto storico, in questa provincia, in questa ormai nicchia politica. In questi mesi di febbrile attività di Color44 abbiamo incontrato moltissime persone per bene, che ci hanno espresso simpatia ma anche disillusione, stanchezza, fragilità. Abbiamo osservato grandi potenzialità annichilite in un stato di totale apatia, sfiancate, dopo anni di lotte, battaglie sovrumane che sono sfociate regolarmente in un nulla di fatto. Queste forze, che sono fra le migliori che la terra d'Insubria abbia saputo esprimere, paiono ormai aver smarrito la strada, o peggio, paiono non aver più alcuna direzione verso cui rivolgersi.
    In questo contesto un gruppo come i 300 Lombardi sono una grande risposta ed una grande opportunità. Già il nome è di sicuro impatto! I 300 spartani, guidati da Leonida, nel supremo momento del bisogno, seppero rinnovare il proprio spirito combattivo e prontamente si ritrovano fianco a fianco, scudo su scudo, uniti nella falange come un sol uomo e scrissero la storia.
    I 300 lombardi hanno trovato a mio avviso la chiave per rinnovare lo spirito ideale che in molti pare essersi smarrito. Al di la delle appartenenze di partito, che nessuno chiede di rinnegare, questo gruppo che ora è divenuto ufficialmente associazione di promozione sociale, si è posto il problema di combattere una battaglia a cui in molti, erroneamente, hanno rinunciato, forse dandola per scontata: la battaglia culturale. Non esiste Indipendenza senza libertà e la libertà non viene graziosamente concessa da nessun sovrano. Mai. La libertà esiste fin tanto che gli uomini e le donne in schiavitù sanno riconoscere le catene ed i chiavistelli che ne mortificano ogni movimento. La libertà è raggiungibile nella misura in cui uomini e donne sappiano dove colpire per spezzare gli odiosi ceppi che ne lacerano le carni. La libertà non è solo una vuota rivendicazione di "autonomia amministrativa" ma è la rivendicazione del diritto naturale di poter essere veri protagonisti del proprio presente e del proprio futuro. La libertà è nella natura dell'uomo ma essa deve essere abbracciata, compresa, posseduta intimamente e per questo non può che essere il prodotto di una riflessione e non solo l'ululato istintivo di una qualsiasi bestia a cui sia stato imposto il giogo dal padrone.
    Ebbene io credo che gli amici 300 Lombardi per l'Indipendenza abbiano capito tutto questo. Color44 nasce esattamente con questo stesso spirito. Non per insegnare indipendentismo, non per giudicare il passato o il presente, non per essere soggetto politico. Color44 nasce strumento, a disposizione di tutte le donne e gli uomini di buona fede, attraverso cui scardinare il sistema. Il vessilo è la Libertà e chi crede nella Libertà può ritrovare un motivo concreto per spendere il proprio tempo e le proprie energie affinchè il dibattitto pubblico rimetta al centro le giuste ragioni di chi non si rassegna ad accettare l'illusione orwelliana a cui siamo stati da tempo abituati attraverso la frusta dei gabellieri di stato e la cioccolata di terz'ordine rifilataci da collaborazionisti prezzolati.
    I 300 nascono con un intento non dissimile e non possono che suscitare in tutti gli amanti della libertà che consenso e simpatia. In modo particolare da parte mia che ho avuto la fortuna di condividere una parte del percorso che ha portato alla nascita di questa nuova associazione, un augurio di buon lavoro è forse troppo formale. Più opportuno, dunque, salutare con la citazione di un grande rivoluzionario americano, Thomas Jefferson: "Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli". Facciamo sì che questa promessa divenga realtà.
    Il Vento indipendentista soffia anche a Varese - LaBissa.com

    "LEPANTO - La Gran Bataja"
    Introduzione al Libro/Fumetto edito da Raixe Venete "LEPANTO - La Gran Bataja"
    Lorenzo Fogliata
    Chissà se Sebastiano Venier, mentre, calzando babbucce, fulminava i nemici dal ponte di comando della sua galera con l’arma dei padri, la balestra, immaginava quali cicli iconografici avrebbero narrato le gesta sue e dei suoi soldati e marinai. Lui che, pur vegliardo, non rinunciava a combattere con ardore con la balestra appunto, segno della tradizione, in un mondo in cui ormai le armi da fuoco la facevano da padrone.
    Poco prima dell’incessante saettare di Sebastiano, del resto, sei monumentali galeazze avevano scompaginato le linee nemiche con impressionanti bordate partite da una quantità di pezzi mai vista prima dall’ora, sistemati lungo i fianchi delle navi; prodigiosa invenzione di quei geniali artefici che furono i Proti dell’Arsenale. Non solo.
    Proprio nel contempo dello sforzo marziale del canuto Sebastiano, migliaia di soldati veneti e spagnoli scaricavano sul nemico tempeste di palle d’archibugio.
    Ma Sebastiano, lì e allora simbolo della maestà della Repubblica, saettava come al tempo di Lorenzo Tiepolo o Vettor Pisani, Pietro Mocenigo o Pietro Loredan.
    E combattendo e morendo a Lepanto, veneti, istriani, dalmati, consapevolmente difendevano la Patria, quella marciana, e la Cristianità, ma inconsapevolmente gettavano le basi di un’epopea vicina al mito dei grandi eroi omerici. Come non scorgere in Sebastiano Venier, in Agostin Barbarigo, in Francesco Duodo, gli Aiace, Achille, Ettore e tutti i combattenti che nello spiccare del loro valore individuale trasformano la battaglia in un duello di stile arcaico uomo a uomo? Non è forse questo il senso della balestra di Sebastiano?
    Come non riconoscere nello sterminato campo di battaglia, fatto di legno, sangue ed acqua marina, la piana e le spiagge di Troia e le rive dello Scamandro, luoghi in cui Marte si aggira emettendo urla agghiaccianti e seminando morte?
    Fu ed è naturale, dunque, che le Arti si cimentassero e si cimentino nel tentativo di rendere viva agli occhi dell’osservatore la bolgia infernale della battaglia, di fargli udire lo strepito dei combattenti, il cozzo delle navi e dei remi, le imprecazioni e le invocazioni, il crepitio delle armi da fuoco, il sibilo di quelle da lancio, di fargli ammirare il piè fermo dei principali protagonisti, di fargli comprendere la simbologia dei vessilli, che svela da sé le radici metafisiche dello scontro.
    Uno scontro in cui l’armata veneta sacrificò migliaia di uomini per una Patria rappresentata da una figura leonina alata, capace ancor oggi di richiamarci con forza ad un senso profondo di appartenenza che duecento anni non sono riusciti a spezzare od anche solo smorzare, una figura che ghermisce il nostro cuore con gli artigli, si imprime nelle nostre menti con il ghigno del muso, ci solleva dalle meschinità del quotidiano con le ali, ci addita le vie dello spirito con le parole scolpite nel libro. Una Patria millenaria che ci si ostina a negare, avviando le torme ad idolatrare altre aggregazioni artificiali, costruite con la violenza delle guerre nazionalistiche ed intrise di rivoltante retorica, nelle quali, defenestrato Dio, la dimensione del “sacro” è transitata verso idoli pagani: i “sacri confini”, il “sacro dovere di difesa”, le “sacre istituzioni”.
    Ma i moti dell’animo che mossero Tintoretto a dipingere la battaglia, che dovette sentire così profondamente radicata nel suo vissuto, non sono spenti. Nuovi mezzi di comunicazione sorgono tra gli uomini e, modestamente, nel mondo veneto del nuovo millennio, ad onta dell’oblio imposto dall’esterno. La vergogna indelebile degli attuali testi di storia scolastici italiani che relegano Venezia, perfino a Lepanto, al ruolo di comparsa, inizia a trovare emenda in un capillare lavoro di riscoperta delle radici.
    Dicevo all’inizio: chissà se Sebastiano avrebbe mai immaginato alcunché dei cicli iconografici che ne avrebbero immortalato le gesta! Certamente non avrebbe mai potuto preconizzare che la sua avventura militare, insieme al sacrificio di chi l’aveva preceduta – come la vicenda incredibile di Marcantonio Bragadin – sarebbe divenuta un giorno il soggetto di una storia a fumetti.
    Eppure, il giovane talentuosissimo che in quest’opera cristallizza l’epopea di Lepanto con i suoi disegni è un fiore di questa terra che primeggia nella propria arte figurativa; a suo modo, in fondo, egli non rifulge meno di quanto non spiccassero i grandi pittori veneti del passato: tutti loro, del resto, erano stati ragazzi di bottega, ma di tutti fu subito chiaro l’indiscusso talento.
    Questo talento, unito all’amor patrio raffigurato in un Leone Marciano che compare ovunque tra i segni tracciati dalle matite colorate, racconta una storia di amore e morte, eros e thanatos, che si intreccia con i grandi eventi per nulla compromettendone la solennità. E, finalmente, il tutto avviene facendo esprimere i veneti in veneto, com’è sicuro, in fondo, che parlassero i protagonisti dell’epoca soprattutto a bordo delle navi, laddove il veneto era l’unica lingua franca di buona parte del mediterraneo e la lingua ufficiale dell’Adriatico e dello Ionio, quando non dell’Egeo. Con buona pace degli innumerevoli dottor sottile (poeti, canzonieri e filosofi) che discettano sulla presunta dimensione casalinga di quello che si ostinano a nomare dialetto quale succedaneo di una lingua italiana, adducendo nobili argomenti, quale quello della parlata intimistica, e meno nobili, quale quello delle varianti locali che ne negherebbero la natura di vera e propria lingua; tutti asserti la cui unica conseguenza è il declassamento della cultura veneta e la condanna a morte della lingua di Goldoni e Ruzante, posto che ne ammettono unicamente una tradizione orale, contigua nulla più che al focolare.
    Il fumetto, dunque, è la benvenuta nuova frontiera di un dovere di tradizione al quale è ormai immorale sottrarsi, perché anche le nuove generazioni facciano sì che sia debellato il barbaro trace (chiunque opprima la millenaria tradizione vi si può riconoscere), sia trionfante del mare la Regina, sia placata l’ira divina, affinché Adria vivat et regnet in pace.
    'LEPANTO - La Gran Bataja' - Introduzione dell'Avvocato Lorenzo Fogliata






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  2. #12
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    Predefinito Re: Terra padana

    «Via le ultime tracce del villaggio di Asterix….»: il sindaco iconoclasta di Novara ripristina la toponomastica monolingue. “Loro” danno importanza ai simboli…
    Robert J.M. Novero
    «Via le ultime tracce del villaggio di Asterix….»: si crede anche spiritoso, il sindaco di Novara Andrea Ballarè, nel suo delirio iconoclasta antipiemontese e antinovarese. È vero, quei cartelli erano esteticamente sgradevoli, ma almeno cercavano di ricordare che «Noara» ha una sua identità. Adesso può essere soltanto una delle “cento città”, l’ennesima con un sindaco degno del peggior fascismo e del peggior socialismo reale, che manifesta così il suo disprezzo per tutto ciò che sono stati negli ultimi mille anni i Novaresi che parlavano noarés. Un altro emulo di Tolomei, uno di quei personaggi che ci fanno riflettere sul fatto che prima dei Novaresi si estinguerà l’intelligenza.
    Abbiamo ripreso la foto del suo profilo – che resterà nella storia della nostra lingua insieme al suo nome come paradigma di ottusità – affiancandola ad alcuni esempi di come vengono rispettate e rese visibili le identità in Europa. Anche Noara sta scivolando nel “baratro” della mediocrità e dell’uniformità. Vergogna. Vergogna.
    E poi c’è ancora qualcuno (pochi, a dire il vero) che fa demagogia sul nostro soffermarci sui simboli: come vedete c’è chi è più bravo di noi. Ma non lo invidiamo, lo compatiamo.
    «Via le ultime tracce del villaggio di Asterix?.»: il sindaco iconoclasta di Novara ripristina la toponomastica monolingue. ?Loro? danno importanza ai simboli? | Gioventura Piemontèisa




    Libertà e Indipendenza: se non vogliamo morire, i tempi stringono
    di GIANLUCA MARCHI
    Tre modi per declinare la battaglia per l’indipendenza delle comunità territoriali del Nord: 1) la Padania come “massa critica” per contrastare lo Stato Italiano e costringerlo alla resa (Gilberto Oneto); 2) la dimensione regionale con i referendum per l’indipendenza celebrati regione per regione, perché l’istituzione Regione è ben definita e ha un proprio parlamento (Carlo Lottieri – Color44); 3) la macroregione, attuabile a Costituzione invariata, come strumento per ingaggiare nelle istituzioni il braccio di ferro con lo Stato (Stefano Bruno Galli - Lista Maroni Presidente).
    Sono i percorsi emersi dall’interessante dibattito svoltosi sabato sera a Cologno Al Serio (Bergamo) in occasione della “Serata Indipendentista” voluta dal consigliere comunale leghista di Spirano, Luca Sonzogni, con l’appoggio di Simona Danesi, Tiziana Merlini e Gianfrancesco Ruggeri e con la collaborazione di CoLoR44, il Comitato Lombardo per la Risoluzione 44, alla quale hanno partecipato oltre 250 persone e i rappresentanti di diverse forze politiche: Alessio Morosin, presidente onorario di Indipendenza Veneta; Andrea Robbiani, sindaco di Merate e responsabile Enti locali della Lega Lombarda,; Gianantonio Arnoldi, Pdl; Mario Barboni, consigliere regionale del Pd; Dario Violi, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle; Giulio Arrighini, consigliere provinciale di Brescia di Indipendenza Lombarda.
    Sono tre modi di approcciare una questione unica: le regioni del Nord sono morte se non troveranno il modo di liberarsi dal loro problema più grande, quello di essere rinchiuse nella gabbia-Italia. Lo Stato Italiano le rapina da sempre se è vero, come è vero, che ogni anno quattro Regioni, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte, versano a Roma a fondo perduto un obolo che si aggira oggi come oggi intorno ai 95 miliardi di euro (residuo fiscale) per il mantenimento del resto del Paese. “E’ una cosa che non può più essere sopportata – ha rimarcato Oneto – e fra poco tempo i nostri territori non avranno più niente da dare, perché saranno morti”.
    Perché la liberazione dalle catene italiche possa avvenire, serve ovviamente il consenso della gente, e qui le gradazioni di consapevolezza da parte delle popolazione sono diverse a seconda dei territori. In Veneto la situazione è più avanzata e Alessio Morosin, galvanizzando anche una platea prettamente lombarda, ha rivendicato il ruolo di Indipendenza Veneta che, partita con la Risoluzione 44 (avvio del processo verso il referendum), oggi “sta letteralmente travolgendo l’agenda politica del Veneto”. Il presidente onorario di IV non sembra affatto preoccupato dalla parziale battuta di arresto subita in Consiglio regionale dal progetto di legge 342 (indizione del referendum consultivo per l’indipendenza), con il rimando in Commissione, perché nel frattempo hanno raggiunto quota 106 i Consigli comunali che hanno votato l’ordine del giorno da inviare in Regione per il sostegno al referendum: “Nelle prossime settimane altre decine di Comuni si aggiungeranno e quando il pdl 342 tornerà in Aula ai consigliere regionali non resterà che votare sì. A quel punto si farà il referendum e se vinceranno i sì noi veneti dichiareremo unilateralmente l’indipendenza” ha chiosato Morosin, il quale ha rivendicato la via tutta veneta all’indipendenza, perché è ormai noto come in Veneto non vogliano più sentir parlare di Padania, dopo le delusioni causate dalla Lega e il nulla ottenuto a Roma. “Sinceramente non crediamo nemmeno alla Macroregione – ha aggiunto -, non si sa cosa sia, non ci crede nemmeno Luca Zaia e spero di non metterlo in difficoltà dicendo questa cosa. Di trattare con lo Stato italiano a noi non interessa nulla”.
    All’obiezione che il referendum veneto sarebbe solo consultivo e per di più non legittimano dalla legislazione vigente, Morosin ha replicato appellandosi all’art. 10 della Costituzione che stabilisce come l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale: “Finché l’Italia rimane nell’Onu noi abbiamo il diritto di esercitare un diritto sovranazionale com’è quello di autodeterminazione. Quindi non noi ma sarebbe l’Italia a essere fuorilegge se non ci consente di esercitare tale diritto”. Sul carattere consultivo del referendum, Morosin si è limitato a dire: “Rispondo ai formalisti dicendo che una volta che il popolo si è espresso, chi si azzardasse a contraddire l’esito di una votazione popolare compierebbe un abuso”.
    Il professor Stefano Bruno Galli, capogruppo in Regione Lombardia della Lista Maroni Presidente, ha rivendicato un percorso di realismo politico, lavorando da dentro le istituzioni per accelerare il collasso dello Stato attraverso iniziative che costringano lo Stato stesso a “venire al Nord per trattare la resa”. Un percorso dentro le istituzioni ribadito anche dal leghista Robbiani, soluzione verso la quale la platea indipendentista crede poco o nulla, perché dovrebbe scontrarsi comunque con un Parlamento italiano dove la maggioranza resta e resterà centro-meridionale. Galli ha pure risposto alla domanda naturale che gli viene rivolta: perché non è lui a presentare nel Consiglio regionale della Lombardia un progetto di legge per il referendum? “Io potrei farlo – ha detto – ma la Lombardia è l’unica regione in Italia dove l’approvazione di un referendum consultivo richiede non la maggioranza del 50% più uno dei consiglieri, ma dei 2/3, un traguardo che oggi non raggiungeremmo. Mi si potrebbe obiettare allora che la strada sarebbe quella di cambiare lo statuto lombardo per uniformarlo agli altri, ma è un percorso quasi più difficile di quello dei 2/3. Questo è il lascito che abbiamo ricevuto da chi ha governato la Lombardia per 17 anni…”.
    Carlo Lottieri ha sottolineato come CoLoR44 (comitato apartitico che sta raccogliendo firme in maniera trasversale), in pratica punti a ripetere in Lombardia il percorso seguito da Indipendenza Veneta, cioè la celebrazione del referendum per l’indipendenza: “Col consenso si può fare tutto, le istituzioni non possono resistere contro la volontà della gente. Per ora in Lombardia non c’è ancora un consenso attivo, ma la gente si deve rendere conto che deve agire per prendesi la propra libertà. A tutti, indistintamente, chiediamo il diritto di voto, la possibilità di scegliere fra Italia e Lombardia”.
    A questo appello ha risposto il consigliere regionale grillino Dario Violi: “Personalmente non sono d’accordo con l’indipendenza, ma i cittadini devono avere la possibilità di esprimersi e dunque assicuro che ci impegneremo per il referendum”. Portare invece oggi Pdl e Pd su un discorso di referendum sembra un’ipotesi lunare. Arnoldi (Pdl) ha parlato al massimo di forte autonomia, mentre Barboni ha ammesso come nel Pd siano questi discorsi assenti e al massimo si può perlare di federalismo a piccoli passi.
    Giulio Arrighini, segretario di Indipendenza Lombarda, è stato l’artefice dell’approvazione, da parte del Consiglio provinciale di Brescia, della mozione a sostegno di CoLoR44. Da ex parlamentare leghista del 1994 ha rimarcato come fin da allora nel movimento non sia mai stato creato un clima di fratellanza e i veleni di ieri ancora circolano nel mondo indipendentista (sebbene con una certa attenuazione negli ultimi mesi), e ciò non aiuta a rendere maggioritarie le tesi indipendentiste.
    La chiusura della serata è toccata a Gilberto Oneto, il quale non ha taciuto un suo cruccio, cioè la responsabilità della Lega di non aver fatto nulla, in un quarto di secolo, per diffondere la cultura indipendentista: “Adesso siamo in emergenza e la gente deve rendersi conto che il nostro problema è l’Italia. Qualsiasi strumento ci aiuti in questo senso va benissimo, ma dobbiamo sapere che se non sapremo creare il consenso in tempi rapidi, sarà meglio chiuderla lì e non pensarci più”.
    La conclusione onetiana è amara, ma molto realistica: i tempi stringono e non è più tempo di pestare l’acqua nel mortaio.
    Libertà e Indipendenza: se non vogliamo morire, i tempi stringono | L'Indipendenza

  3. #13
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    Predefinito Re: Terra padana

    si dice Noara anche in veneto.



  4. #14
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    Predefinito Re: Terra padana

    Lepanto, battaglia epica. Intitoliamo una via di ogni Comune
    Il 7 ottobre è stato l’anniversario della grande battaglia navale di Lepanto (1571) nella quale la flotta cristiana (col fondamentale apporto degli uomini e delle navi della Repubblica Veneta) sconfisse la flotta ottomana. Una battaglia violentissima, dove ci furono ben 30.000 morti da parte degli ottomani (che chiamarono “Capo insanguinato” il teatro della battaglia) e 7.500 i cristiani dei quali ben 4.700 veneti guidati da due straordinari eroi, Sebastiano Venier e Agostino Barbarigo.
    Una battaglia determinante per le sorti dell’intera Europa, per le sorti della cultura e della civiltà europee. E per celebrare degnamente la vittoria di Lepanto il grande Andrea Palladio progettò in piazza dei Signori a Vicenza la Loggia del Capitaniato (o Loggia Bernarda). Ecco cosa si legge su “Vicenza città bellissima” (R. Schiavo, B. Chiozzi, foto di T. Cevese) a propositi dell’opera palladiana: “Negli intercolumni sono poste due statue allegoriche ricordanti l’ultima vittoria navale veneziana. ….Sulla base, è scolpita una duplice iscrizione: – Palman genuere carinae – e – Belli secura quiesco -. Il significato è da comprendersi interpretando le due figure: la prima rappresenta la dea della vittoria navale, mentre la seconda la pace ormai ottenuta. Il piano superiore presenta altro quattro statue: la prima, verso la piazza è la Virtù secondo il significato classico; la seconda, di misura minore, la Fede; la terza, simile alla precedente, la Pietà; la quarta di grandezza uguale alla prima, l’Onore. L’interpretazione di questi simboli è sufficientemente chiara: la Virtù e l’Onore seguendo la Fede e la Pietà ottengono la Vittoria e la Pace. Venezia ha vinto i turchi unendo questi valori”.
    La grandiosità della Loggia è un segno inequivocabile di quale importanza veniva attribuita, all’epoca, alla battaglia di Lepanto. Ai giorni nostri, purtroppo, è ben diverso; e allora, perché non intitolare una via o una piazza dei nostri comuni alla battaglia di Lepanto? E’ possibile che nella toponomastica veneta si trovi anche la più insignificante battaglia garibaldina e non ci sia un riferimento a una delle battaglie fondamentali per le sorti del Veneto e dell’intera Europa?
    Lepanto, battaglia epica. Intitoliamo una via di ogni Comune | Raixe Venete



    Cari Lombardi, guardate quanto lo Stato italico vi ruba minuto per minuto
    di GIANLUCA MARCHI
    In questi quasi due anni di vita de L’Indipendenza ho scritto più volte che “noi lombardi siamo dei veri coglioni”. Non c’è altro termine per definire una popolazione che, a fronte di una crisi economica che sta desertificando interi territori un tempo considerati il Giappone d’Europa (si pensi alla mia Brianza: basta percorrere la statale dei Giovi per fare una collezione visiva di cartelli vendesi apposti su capannoni ed ex esposizioni mobiliere), continua imperterrita a versare a fondo perduto allo Stato italico la somma incredibile di 6 mila euro a testa. Parliamo del cosiddetto “residuo fiscale”, una definizione ostica ma che i nostri lettori hanno imparato a identificare: si tratta della differenza, a danno di ciascun lombardo ovviamente, fra il totale delle tasse che paga a Roma e il valore dei servizi che riceve in cambio.
    CoLoR44, il Comitato Lombardo per la Risoluzione 44, ha intrapreso da alcuni giorni una lodevole iniziativa: sul suo sito, www.CoLoR44.org, ha inserito due contatori che aggiornano altrettante cifre impressionanti: dall’inizio dell’anno a oggi ogni famiglia lombarda ha perso oltre 18mila euro; nello stesso periodo tutti i cittadini lombardi hanno invece perso la bellezza di oltre 43,7 miliardi di euro. Da un paio di giorni questi stessi contatori sono riprodotti anche nella home page de L’Indipendenza, in modo tale che ciascuno di noi si ricordi di quanto è pirla: lo Stato italico ci depreda, ci tratta a pesci in faccia, spesso e volentieri ci considera pure dei delinquenti. Ma noi nulla, imperterriti a subire…
    Gli amici di CoLoR44, un comitato apartitico e dunque trasversale, stanno mettendo tutto il loro sforzo per sensibilizzare i lombardi che devono rivendicare il diritto di decidere del proprio futuro, cioè scegliere fra Lombardia e Italia. Per questo raccolgono firme a favore della celebrazione in Lombardia di un referendum consultivo per l’indipendenza. Insomma, hanno sposato la strada perseguita da Indipendenza Veneta, la quale è partita nel settembre 2012 con la presentazione della famosa Risoluzione 44 (approvata nel successivo novembre dal Consiglio regionale nonostante IV non sia rappresentata) e adesso è arrivata al punto di terremotare la politica veneta con il progetto di legge regionale 342 per l’indizione del referendum, che prima o poi tornerà in Consiglio accompagnato, ad oggi, dal pronunciamento di 106 Comuni che si sono espressi per lo svolgimento della consultazione.
    In Lombardia, purtroppo, siamo un bel pezzo più indietro. Come dice Carlo Lottieri, “da noi non c’è ancora un consenso attivo”: la gente è per lo più incazzata ed esasperata, ma non si rende conto che il futuro dipende dalle decisioni che saprà prendere, perché nessuno ci toglierà mai le castagne dal fuoco, anzi ce le farà bruciare. Ciascuno di noi, se ci crede, prenda i dati inesorabili dei contatori di CoLoR44 e faccia capire a un parente, a un amico, a un conoscente come stanno le cose, che il residuo fiscale non è uno scherzo e lo conduca a capire come sia arrivato il momento che i cittadini lombardi possano decidere del proprio destino con un voto democratico. Prendiamo atto che Matteo Salvini ha impegnato pubblicamente la Lega Lombarda a mobilitarsi per la raccolta firme di CoLoR44 e risulta che il settore Enti Locali del movimento stia preparando la delibera standard con cui i consigli comunali a maggioranza leghista saranno chiamati a sostenere il referendum.
    Insomma, c’è bisogno di tutti, perché se aspettiamo i grandi giornali e peggio ancora le televisioni, moriremo insieme alle fabbriche che stanno cadendo come mosche. Dopo di che, sia quel che sia.
    Cari Lombardi, guardate quanto lo Stato italico vi ruba minuto per minuto | L'Indipendenza

    Intervista al regista genovese Giuliano Montaldo, che negli anni '50 andò a lavorare a Roma.
    "Mi trasferii a Roma. Era una città ancora in divenire, con limiti e confini ben definiti. Per arrivare a Cinecittà o al Centro Sperimentale di Cinematografia attraversavi la campagna. Il tram passava tra pecore, pastori e prati verdi."
    Come fu l'impatto?
    "Abituarsi fu un'impresa. Roma era già piena di buche e una mattina vedo un bambino in triciclo pedalare rapidissimo con serio rischio per la sua incolumità. Gli grido "stai attento" con accento vergognosamente cispadano, e quello si gira di scatto e mi dice: "Fatti li cazzi tua!"."

  5. #15
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    Predefinito Re: Terra padana

    L’ultima fiamma di Loria: un’altra storia veneta
    Paolo L. Bernardini
    Nell’emozione di questo autunno di fermenti donde germinerà una primavera di libertà, dalle sponde del Lario, osservo felice il succedersi di vittorie, il numero crescente di comuni veneti che abbracciano la scelta referendaria. Ma mentre in macchina sulla A4 — la spina dorsale luminosa della Padania produttiva che mantiene milioni di parassiti, tante formiche mobili mentre le cicale in numero assai più alto gongolano dal loro ozio senza vergogna – transitavo da Milano a Padova, riflettevo anche sul Comune numero 100.
    Loria, Loria…Ma perché questo nome mi richiamava qualcosa del passato ed anzi del mio secolo preferito, il Settecento? Ho dovuto attendere il mio ritorno a casa perché le ombre della mia memoria fossero acquietate dal rapido scorrere elettronico che sazia quasi sempre la mia curiosità divorante, un vero e proprio verme solitario. E allora tutto si fa chiaro. Ne parlò Scipione Maffei. Di cosa? Di Loria, e della sua mirabile vicenda.
    I fuochi fatui del 1754. Scriveva uno scrittore del secolo scorso: “E se a ciò s’aggiunge la vista dei fuochi fatui, che specialmente nelle notti calde ed oscure splendono di tanto in tanto nei lontani cimiteri, e dei vapori condensati negli strati dell’atmosfera, che sembrano spesse volte figure soprannaturali, e delle ombre che l’imaginazione di leggieri trasforma in corpi animati e dell’idea del diavolo”. I fuochi fatui. Ecco come si spiegano le tre fiammelle nello stemma del comune di Loria. Quale mirabile intreccio di storie nei millenni di vita della Venetia. Unico al mondo. Proviamo a riassumere la storia.
    Siamo dunque nel pieno secolo dei Lumi. Nel 1754 un’ondata di fuochi fatui investe parte del Veneto, ma in particolare Loria, piccolo paesino d’agricoltura povera. Si parla di ottanta fuochi. Qualcosa di mirabile. Ma anche di pernicioso: s’incendiano campi, fienili, perfino case.
    La popolazione è inquieta, tanto che la notizia giunge a Venezia. Il Procuratore di San Marco Giovanni Emo, di una famiglia di recente nobiltà, ma che aveva dato a Venezia l’ultima grande e geniale ammiraglio, Angelo (forse su wikipedia definirlo “italiano” è un poco azzardato, ma pazienza…) ordina un’inchiesta, non sono cose da prendere alla leggera. Da dove vengono quei fuochi? Nessuno a Venezia credeva alla magia, certamente non il senatore Emo. Ma se si trattasse di incendi dolosi? Se qualche criminale avesse voluto incendiare Loria? E per qual fine? E poi, pur dando per scontato che fossero alla fine fenomeni naturali, di quali fenomeni veramente si trattava? Microeruzioni vulcaniche? Esalazioni di gas naturale? O qualche altra cosa?



    Emo incarica dunque un medico di Crespano del Grappa. Non più giovanissimo, aveva passato la cinquantina, Giovanni Larber, formatosi a Padova con personaggi come Morgagni, aveva fatto una brillante carriera a Frascati e a Roma, per poi tornare a Crespano in seguito alla morte del padre. La ricerca lo porta a Loria. E lo riporta a Venezia con un memoriale, poi pubblicato in forma di epistolario scientifico: i Discorsi epistolari sopra i fuochi di Loria, pubblicati a Bassano nel 1756. 30 paginette, che daranno modo al grande Scipione Maffei di dire la sua sull’argomento.
    Niente demoni ctoni. Neanche vulcani. Biogas, derivato soprattutto dagli escrementi animali. Larber diceva dunque la sua su di un tema discusso in tutta Europa da molto tempo. Anche a Padova, lo scienziato da Riva vi aveva scritto trent’anni prima. Bruciava il fosforo e il nitro. Larber non si pose il problema, ma aveva compreso la chiave delle bioenergie. Le “fiammelle erranti incendiarie” di Loria, dunque, hanno anticipato la storia. I biogas rappresentano ad esempio una fonte importante di energia in Danimarca. Ma anche in molte altre parti del mondo che avanza, non di quello che arretra. Speriamo che lo siano anche nel Veneto libero del (prossimo) futuro.
    Ma intanto Loria ha acceso la centesima fiamma della libertà. E per citare il Peter Gabriel che mi è così caro, “you can blow out a candle, but you can’t blow out a fire…When the flame begins to catch, the wind will blow it higher”. La centesima fiamma di Loria.
    Nessun nodo nella trama della storia è mai intessuto a caso. O invano.
    L?ultima fiamma di Loria: un?altra storia veneta | Plebiscito2013.eu



    La L.I.F.E. si ritrova e lancia la “fratellanza veneta”
    di PATRIZIA BADII
    Sabato 12 ottobre scorso, all’Hotel Venice di Grisignano (Vicenza), si e’ tenuto il convegno della L.I.F.E. intitolata “SOLIDARIETA’ VENETA”. Hanno preso parte quasi 200 persone, tra imprenditori, piccoli artigiani e molta gente comune.
    Il Presidente Lucio Chiavegato ha aperto la giornata spiegando ai presenti cosa è la L.I.F.E. (Liberi Imprenditori federalisti Europei), e che cosa, da ora in avanti, avrebbe fatto questa organizzazione storica: da oggi parte una battaglia a muso duro contro tutti i soprusi e tutte le vessazioni compiute dallo stato italiano a spese del popolo veneto. Una battaglia che va condotta “facendo fratellanza”. Come si fa fratellanza? “Fratellanza la si fa, stando attenti a ciò che accade al nostro vicino, all’imprenditore che abbiamo accanto al nostro capannone, all’artigiano. Fratellanza la fa l’imprenditore con i suoi operai, perché bisogna capire che l’azienda dove lavoriamo è una famiglia e solo se si rimane uniti si vince”, ha sostenuto Chiavegato.
    Hanno preso la parola anche Daniele Quaglia, presidente L.I.F.E. Treviso e Geremia Agnoletto, ma gli stessi veneti presenti in sala hanno chiesto la parola e dal palco hanno voluto raccontare le loro storie di ordinaria tragedia, della solitudine e delle loro azienda chiuse, degli imbrogli e del ladrocinio subito dalle banche e dagli enti di Stato italiani che governano il territorio. Alcuni operai hanno raccontato della loro vergogna (che vergogna non è) nel non riuscire più a mantenere la famiglia e di come con disperazione, tutte le volte aprono la cassetta della posta, temono qualche cartella da pagare, di come si sentono oramai fuori, esclusi dall’ambiente del lavoro.
    Alla fine della giornata, tutti i presenti hanno voluto aderire al patto di fratellanza, lasciando i loro nominativi al fine di far parte dei gruppi d’azione che si stanno organizzando per intervenire al grido di “aiutiamoci a vicenda”. Gruppi d’azione che non si comporteranno certo come delle ”dame della carità”. Anzi, saranno gruppi attivi e determinati a bloccare qualsiasi attacco da parte degli enti statali e dello Stato italiano ai danni dei veneti.
    La mission, ora, è quella che di fare in modo che altri veneti aderiscano all’iniziativa, affinché vengano organizzati gruppi in ogni provincia, così da costitutire lo zoccolo duro della fratellanza, che “non permetterà più a nessuno di estirpare sangue dalle nostre vene e che più nessun imprenditore veneto e nessun operaio debba suicidarsi. La giornata s’è proprio chiusa con un appello forte: “Non suicidatevi, ma venite a combattere. Vinceremo, perché uniti si vince sempre”.
    La L.I.F.E. si ritrova e lancia la ?fratellanza veneta? | L'Indipendenza





    E poi dicono che la Padania non esiste....

    Milan-Udinese, ultras uniti dai cori antinapoletani
    Ignorati gli inviti dello speaker del Meazza ad evitare manifestazioni di discriminazione territoriale: i tifosi friulani hanno emulato quelli di casa con ripetute offese anti partenopee
    MILANO - Ultras uniti contro le norme anti cori, che vietano la discriminazione razziale e territoriale. Il simbolo della protesta è sempre quello: l'offesa ai napoletani, senza se e senza ma.
    Anche stasera a San Siro, durante Milan-Udinese, la curva sud milanista ha intonato "Noi non siamo napoletani" e 'Senti che puzza scappano anche i cani..." attorno al 15'. A nulla è valso il dietrofront della Corte di giustizia federale, che ha sospeso la sanzione della chiusura del Meazza dopo le ripetute violazioni del divieto anti discriminazione. La riforma della norma in senso meno restrittivo ha anzi alimentato la voglia di sfida. Lo speaker dello stadio è intervenuto per invitare il pubblico ad astenersi da cori e comportamenti che possono cauare la sospensione della partita. E a quel punto un coro 'Noi non siamo napoletani' e' stato scandito nel settore occupato dai tifosi dell'Udinese: missione compiuta.
    Milan-Udinese, ultras uniti dai cori antinapoletani


  6. #16
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    Predefinito Re: Terra padana

    tra i fuochi fatui c'è la "umassa" in italiano sarebbe "luce cattiva" se ne vedi una devi distogliere lo sguardo altrimenti una notte potrebbe entrarti in camera e toglierti un braccio o una gamba e posartela sul comodino.



  7. #17
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    Predefinito Re: Terra padana

    Citazione Originariamente Scritto da Quayag Visualizza Messaggio
    tra i fuochi fatui c'è la "umassa"
    ....messa in musica dal gruppo veneto The Beard, del quale posto alcuni brani nel thread "Musica padana".

    Biscotti ossa di morto
    I biscotti ossa di morto sono dei dolcetti di Halloween realizzati con una pasta frolla leggera e aromatizzata al vino bianco dalla tipica forma di osso. Questi biscotti si preparano per l’occasione in molte regioni d’Italia, come il Veneto, la Liguria e l’Emilia Romagna dove possono assumere una forma circolare e schiacciata e profumare di spezie e frutta secca.
    Ricetta Biscotti ossa di morto - Le ricette di Paciulina



    Biscotti tipici della tradizione: Pan di mort
    Ermanno Niada
    Il Pan di mort - pane dei morti o pan dei morti - è un'antica ricetta lombarda, diffusasi poi in tutta l'Italia settentrionale, e anche in Toscana. È tipica del periodo della festa di Ognissanti e della ricorrenza dei defunti: il pan dei morti, infatti, lo mangiamo per rendere omaggio alle persone care scomparse. Senza burro, a base di frutta secca e canditi, ora questi dolcetti tipici sono anche legati alla festa di Halloween. Ecco la ricetta originale:
    Ingredienti:
    ½ kg di biscotti secchi
    300 gr di zucchero
    250 gr di farina 00
    100 gr di uvetta
    100 gr di fichi secchi
    50 gr di canditi
    50 gr di mandorle
    4 uova
    1 bicchiere di vino rosso
    1/2 bustina di lievito
    cannella
    zucchero a velo.
    Sbriciolare i biscotti e tritare le mandorle, i fichi e i canditi. Unire il tutto in una ciotola.
    Fare ammorbidire l'uvetta in un bicchiere d’acqua tiepida per un quarto d’ora, poi aggiungere lo zucchero, la farina, il lievito e la cannella.
    A questo punto, prendere le uova, separare gli albumi, i quali vanno aggiunti al composto secco insieme al vino rosso, che va versato poco a poco. Mescolare per amalgamare; se l’impasto vi sembra troppo solido bisogna aggiungere ancora un po' di vino.
    Cominciare a riscaldare il forno. Con l'impasto, si possono formare dei piccoli pani e schiacciarli con le mani, facendo sì che non superino il cm di altezza e dando loro una forma allungata. Cuocerli in forno a 180° per mezz'ora. Infine, spargere sopra un po' di zucchero a velo.


  8. #18
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    Predefinito Re: Terra padana

    Antica e nuova toponomastica del centro di Brescia: tra colonialismo italiano e identità lombarda
    di Alfredo Gatta
    Le finalità di Pro Lombardia Indipendenza non si riducono, attraverso un’azione di carattere democratico e politico, alla ricerca delle modalità e del consenso per lo svolgimento di un referendum popolare, che renda la nostra comunità indipendente dalla Stato italiano. Per un movimento che si vuol definire autenticamente indipendentista è anche prioritaria, e diremmo quasi propedeutica a tutto il resto, la difesa e la riscoperta dell’identità del suo territorio.
    Solo in questo modo noi possiamo essere in grado di dare ai nostri connazionali delle risposte corrette a delle fondamentali domande: Chi sono i Lombardi? Che cosa vogliono? Che lingua parlano? Che problema hanno con lo Stato italiano? Che vantaggi porterebbe l’indipendenza della Lombardia? Parlare di colonialismo italiano non è un’esagerazione? In fondo la Lombardia non fa parte di un regime democratico comparabile con quello di qualsiasi Paese europeo?
    Vorremmo focalizzarci proprio sulle ultime due domande per spiegare il motivo per il quale riteniamo la nostra Lombardia colonia dello Stato Italiano.
    Lo storico Pablo Gonzales Casanova sostiene che il dominio coloniale non si esprime solamente nelle forme dello sfruttamento economico e della sottrazione delle risorse naturali, ma anche nei termini della discriminazione giuridica, politica, culturale e linguistica.
    In effetti lo Stato italiano non si è solo limitato nei nostri confronti ad una colossale rapina fiscale, oltreché ad un continuo depauperamento delle nostre risorse naturali, lavorative ed umane, ma ha proceduto - quasi a voler prevenire e sterilizzare ogni possibile tentativo futuro di affrancamento del sentimento lombardo e di rivendicazione indipendentista - ad un progressivo annullamento della nostra identità linguistica e culturale, al fine di omologarci nell’artificiale comunità italiana.
    Una cartina al tornasole molto interessante di quello che stiamo sostenendo, ci viene offerta dalla toponomastica bresciana, ovvero lo studio storico dei nomi che noi, o chi per noi, diamo al nostro territorio. Difatti, prima dell’occupazione italiana, le strade, i vicoli e gli incroci conservavano le antiche denominazioni medioevali di contrada, tresanda e cantoni. Le vie cittadine che ora portano un’unica denominazione, erano allora suddivise in vari tratti, ognuno con il proprio nome.
    In origine era il popolo ad attribuire al suo territorio e alle strade che lo costituivano nomi che nascevano spontaneamente da qualcosa che le distingueva, poteva essere un monumento, un edificio pubblico o un rudere: ad esempio, Torre d’Ercole, Arsenale, Fontana Coperta, Prigioni; oppure da una famiglia che vi abitava come i Calzavellia, i Rizzardo, i Soncino o da una corporazione che vi aveva i laboratori, infatti c’erano i cappellai, gli orefici ed i mercanti, oppure da un’ arte o da un mestiere che vi si esercitava ovvero Bombassari, Bottai, Confettori. Numerosi i nomi dovuti alle caratteristiche strutturali della strada (larga, pendente, declivio) o alle caratteristiche climatiche e idrauliche (frigido e cantarane). Molti i nomi di una chiesa, di una cappella o di un santo: Santa Giulia, San Desiderio, San Martino, San Benedetto. Anche la fantasia contribuì alle denominazioni: Sardella, Gioiosa, Coppa Mosche, della Quiete, delle Lucertole, dei Mille Fiori; e infine l’astronomia: del Sole, della Luna, delle Stelle.
    La prima svolta nella nostra toponomastica risale al 1797 a seguito dell’invasione militare di Brescia da parte dei Francesi, che assaltarono, grazie ai loro collaborazionisti giacobini, il Broletto il 18 marzo di quell’anno. Tuttavia dobbiamo precisare che nonostante i giacobini, con furore iconoclasta, distrussero e rimossero numerosi leoni marciani marmorei che ricordavano la precedente dominazione veneziana presenti sugli edifici pubblici e nelle piazze della città, per quanto riguarda la denominazione di strade e vicoli apportarono di fatto solo un ammodernamento senza entrare nel merito dei nomi dati ai luoghi dai Bresciani. Anche gli anni successivi, con il passaggio di Brescia prima alla Repubblica Cisalpina sempre sotto il controllo napoleonico e poi definitivamente all’Austria dopo il Congresso di Vienna del 1814-1815, non portarono grosse novità dal punto di vista toponomastico.
    Il vero stravolgimento e massacro della nostra identità lo assistemmo a partire dal 1862 ad opera, superfluo precisarlo, degli invasori rappresentanti dello Stato italiano. Una “damnatio mamoriae”, un’arroganza colonialista che può essere compresa probabilmente solo da chi la visse direttamente sulla propria pelle.
    Cosa successe? Semplicemente, il primo gennaio 1862 il Consiglio Comunale deliberò che gran parte delle denominazioni tradizionali di contrade e piazze venissero cancellate e ribattezzate con nomi di avvenimenti, personaggi e località della storia, la cui scelta però seguisse un criterio di “interesse nazionale italiano”.
    Concretamente, dal 1862 fino al 1909 i termini di contrada, rue, tresanda e cantone scomparvero per lasciare spazio ai termini via e vicolo; i sagrati delle chiese, dette allora piazzette e luoghi di ritrovo per i cittadini bresciani, vennero inglobate con poche eccezioni nella strada che le attraversavano. Con il riassetto della nuova toponomastica del 1909 molti nomi vennero eliminati e sostituiti con quelli dei “patrioti del nazionalismo italiano”, oltreché con quelli imposti dalla allora dominante cultura massonica.
    Ci vorrebbe un libro intero per descrivere tutti i cambiamenti avvenuti, ma tanto per rendere l’idea: chi abitava in contrada del Ruotone si ritrovò in via Nino Bixio (efferato assassino protagonista della fucilazione di massa ai danni di civili inermi a Bronte), chi camminava in, per l’appunto, contrada del Passeggio si ritrovò in via dei Mille, chi aveva il suo laboratorio in contrada degli Orefici dovette dire ai suoi clienti che ora lavorava in corso Goffredo Mameli.
    Tutto questo può fare alla fine sorridere e sembrare una cosa futile, ma se tutti noi Bresciani ormai riteniamo naturale parlare di corso Garibaldi invece che di corso della Pallata o di corso Zanardelli invece che di contrada dei Portici, possiamo intuire la profondità del lavaggio identitario che è stato fatto ai nostri danni.
    Riteniamo quindi sia auspicabile che ognuno di noi, rivendicando il sacrosanto diritto all’autodeterminazione per la nostra terra, la smetta di pensare da Bresciano italiano e inizi invece a pensare da Bresciano lombardo, intraprendendo un percorso di “resistenza e rivendicazione culturale” che vada oltre la superficialità leghista del banale cartello bilingue Brescia/Brèsa o Rivoltella/Riultèla.
    La strada non è semplice e richiede impegno e conoscenza. La sezione bresciana di Pro Lombardia Indipendenza ha setacciato gli archivi dello Stato italiano presenti in città e continua a farlo, cercando di mettere in salvo documenti prima che qualche mano ministeriale italiana li stracci definitivamente nel nome di qualche “spending review”. Il nostro studio della toponomastica locale è un piccolo passo in avanti, ci ha infatti permesso di venire a conoscenza dell’antico nome di qualsiasi via del centro bresciano, un risultato culturale concreto che vogliamo divulgare e mettere a disposizione di qualunque Bresciano che, una volta sensibilizzato sull’argomento, fosse interessato.
    In caso contrario potremo continuare a ritrovarci per festeggiare le vittorie della nostra squadra calcistica del cuore, magari la selezione statale italiana tanto cara a molti, in piazzale della Repubblica, dimenticandoci definitivamente che i nostri avi l’avevano battezzata e la chiamavano Porta san Nazaro; avremmo allora la conferma che la vittoria dei “risorgimentalisti “è stata completa.
    Antica e nuova toponomastica del centro di Brescia: tra colonialismo italiano e identità lombarda - LaBissa.com

    «Immigrazione incontrollata, servono le pistole».
    Rocca Pietore, appello choc del sindaco
    «Immigrazione senza regole, bisogna armarsi»
    ROCCA PIETORE (BELLUNO) – Il sindaco di Rocca Pietore, Andrea De Bernardin, osserva preoccupato i frequenti raid di furti che stanno caratterizzando l’Agordino. E invita i cittadini a installare un allarme e a farsi il porto d’armi. «Alla gente onesta che vive nelle nostre valli – sottolinea – non posso che dire di iniziare a difendersi da soli, appunto con un impianto domestico antifurto e facendosi il porto d’armi. Non resta che questo se ci sta a cuore la nostra incolumità e quella delle nostre famiglie».
    «Io stesso – racconta – sono stato vittima di questi furti: i ladri hanno sfondato la prima porta che conduce al mio museo di passo Fedaia, per poi fermarsi davanti a una seconda porta, probabilmente perché hanno visto che c’era il sistema di allarme. Comunque se fossero entrati io avrei difeso la mia persona e la mia proprietà senza pensarci due volte. Ma che paese è, mi chiedo, quello che non tutela i propri cittadini lasciando scorrazzare queste bande di malviventi senza dare alle forze di polizia gli strumenti essenziali per intervenire? C’è poi il paradosso che se queste scorribande avvengono in casa mia e io mi difendo c’è il rischio che ad andare in galera sono io piuttosto che il malvivente. Ma siamo impazziti?».
    http://paesimontani.megghy.com/archi...a-armarsi/5343

  9. #19
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    Predefinito Re: Terra padana

    Venezia "italianizza" i nomi di calli e campielli: è bufera
    "Sotoportego" diventa "sottoportico", "terà" trasformato in "terrà". Insorgono i puristi per le modifiche sui "nizioleti"
    di Paolo Navarro Dina
    Di sicuro Giuseppe Boerio, celebre compilatore del Dizionario del Dialetto veneziano nel 1826, se lo sapesse, si rivolterebbe nella tomba. Di certo andrebbe all’attacco per evitare l’"italianizzazione" degli antichi "nizioleti", ovvero i "fazzoletti" bianchi che a Venezia stanno ad indicare i nomi di calli e campi. Già. Anche qui segno dei tempi: si è arrivati all’omologazione e, in molti casi, si è giunti a stravolgere non solo il "toponimo", ma - udite udite - a tradurlo anche in italiano. Ed è questo che molti cittadini e turisti appassionati della città hanno deciso di denunciare, attaccando soprattutto il Comune di Venezia e il suo assessore alla Toponomastica, Tiziana Agostini che, a loro avviso, invece di tutelare i vecchi nomi, in alcuni casi li ha tradotti, modificati e "italianizzati".



    E' il caso, ad esempio, del toponimo "Rio terà degli Assassini", storpiato con l’uso bizzarro della parola "terrà" che, ovviamente non va più a far intendere la parola "interrato", ma lo fa provenire dal verbo "tenere" declinato al futuro... Piccole follie.
    Venezia "italianizza" i nomi di calli e campielli: scoppia la bufera

    L’italianizzazione della toponomastica veneziana
    di ETTORE BEGGIATO
    L’identità di un popolo è come un mosaico composto da tante tessere: dalla lingua alla cultura, alla storia, al modello economico, al folklore, all’arte, alla religione, alla toponomastica ecc. E la toponomastica non è certo meno importante delle altre componenti: nei regimi totalitari l’hanno capito benissimo e così a ogni cambio di regime si cambiano i nomi delle città, delle vie e delle piazze, basta vedere cosa è successo qualche anno fa in Russia e nei paesi dell’Est Europa.
    Anche in Italia questo aspetto è sempre stato tenuto nella dovuta considerazione: nel Sud Tirolo il buon Tolomei italianizzò migliaia di toponimi in poche settimane con traduzioni, il più delle volte, francamente patetiche. In altre regioni l’italianizzazione fu meno spettacolare ma più subdola, costante, quotidiana. E’ il caso di Venezia, storica Capitale dei Veneti; al turista frettoloso sembra che la toponomastica veneziana sia “originale”, decisamente caratteristica e suggestiva, da “Rio terà barba frutariol” (Rio interrato dello zio fruttivendolo in italiano) a Campo San Stae (piazza San Eustacchio), a Campo San Zan Degolà (piazza San Giovanni decollato, nel senso di collo tagliato…) e via discorrendo.
    Osservando attentamente i “ninzioleti” (targhe) veneziani ci si accorge invece che l’italianizzazione è continua, implacabile e così “Parochia” diventa “Parrocchia”, “sestier de” viene scritto “Sestiere di”, “rio terà” diventa “rio terrà” per non parlare di come non si perda occasione “a ogni man de bianco” di aggiungere doppie a destra e a manca, o addirittura si stravolge completamente il “ninzioleto” come nel caso di “calle del curame” (cuoio in italiano) che ho fortunatamente fotografato finchè era… in vita e che oggi è diventato “calle de la donzella”.
    Andrea Gloria il grande studioso dell’Ateneo Patavino, così scriveva all’inizio del secolo scorso contro la proposta di cambiare i nomi delle vie di Padova “proposta che fecero persone molto stimabili per altri riguardi e argomenti, ma non certo edotte e pratiche in questo”. I nomi antichi di vie, afferma il Gloria “sono veri storici documenti, che non possiamo alterare, per non falsare la storia”; “veri storici documenti” chissà se lo capirà anche l’assessore alla toponomastica del Comune di Venezia, prof. Tiziana Agostini…
    A quando uno studio serio e rigoroso sulla toponomastica veneziana? Il fascino di Venezia, città unica al mondo, ha varie sfaccettature e la toponomastica veneziana è una di queste, non snaturiamola per non snaturare l’intera città…
    L?italianizzazione della toponomastica veneziana | L'Indipendenza



    COME MAI IN AUSTRIA (QUASI) NESSUNO POSSIEDE UNA CARTA DI IDENTITÀ?
    In Italia il possesso della carta di identità è una cosa normale, direi quasi ovvia, mentre se provate a chiedere a qualche amico o conoscente austriaco di mostrarvi la sua quasi sicuramente vi guarderà con occhi stupiti. In Austria infatti pochissime persone posseggono una carta di identità (e alcuni nemmeno sanno cosa sia o a cosa serva). Questo è dovuto principalemente al fatto che in Austria – al contrario dell’Italia – non sussiste l’obbligo di riconoscimento (Ausweispflicht). In Italia invece in base alle leggi di pubblica sicurezza ogni cittadino è obbligato ad esibire un documento che lo identifichi univocamente, e si è quindi affermato l’uso di avere una carta di identità sempre con sè.
    Un’altro motivo per cui l’uso della carta di identità non si è mai diffuso in Austria è dato dal fatto che sulle carte di identità austriache non è mai stato presente l’indirizzo di residenza, mentre fino al 2006 questo veniva riportato sia sul passaporto che sulla patente. Nei rari casi in cui fosse stato necessario dimostrare il proprio luogo di residenza sarebbe quindi stato necessario avere con sè oltre al documento di riconoscimento anche il proprio Meldezettel.
    Per questi motivi in Austria al momento, in base alle statistiche, solamente un decimo della popolazione possiede una carta di identità. E’ interessante sapere che l’obbligo di riconoscimento e quindi la carta di identità non è obbligatoria anche in molti altri Stati, come per esempio la Svizzera, gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, in base all’idea che questo implichi un controllo eccessivo da parte dello stato nella sfera privata dei cittadini.
    Come mai in Austria (quasi) nessuno possiede una carta di identità? | QuiVienna

  10. #20
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    Predefinito Re: Terra padana

    l'itaglia è uno stato dittatoriale (ci sarebbero milioni di esempi da fare), nato con l'imposizione e perpetrato a forza di decreti, qualsiasi paragone con i paesi civili, democratici e liberali è INUTILE ... se ne esce sempre con le ossa rotte

 

 
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