Il Vento indipendentista soffia anche a Varese
di Alessandro Ciuti
La provincia di Varese è stata, da subito, uno dei territori che più e meglio di altri ha accolto con vivo e sincero entusiasmo, l'inizio dell'avventura di Color44. Tante sottoscrizioni on-line e numerose richieste di contatto di persone, di lombardi, pronte a partecipare e a fornire il proprio supporto diretto e disinteressato. In fondo non è stata una sorpresa. Il nostro territorio è tradizionalmente patria di grandi lavoratori e di grande attivismo sociale. Il senso di comunità è qualcosa di ancora vivo nei paesi della provincia sorti intorno alle fabbriche, cresciuti attraverso lo spirito d'iniziativa di tanti uomini e donne che dal nulla hanno saputo creare realtà di prodigioso sviluppo economico. Gente libera, gente sana, che non ha mai chiesto nulla ma che ha sempre offerto, senza risparmiarsi, al prossimo, vicino e lontano, l'opportunità di essere parte di questo grande tessuto sociale ed economico che tutto il mondo ci invidia.
Probabilmente la nostra iniziativa è scattata al momento giusto. Sin da subito abbiamo registrato l'interesse e l'amicizia, pienamente contraccambiata, da parte di realtà associative importanti come Terra Insubre che ci ha ospitati a Varese, all'interno della due giorni dedicata all'Insubria, permettendoci di presentare ufficialmente davanti ad un vasto pubblico la nostra iniziativa a favore del Dirittto di Voto per l'Indipendenza del popolo lombardo. Il comitato Color44 ha così debuttato godendo di una presentazione in grande stile grazie al grande lavoro ed alla grande passione di una realtà come Terra Insubre che da anni è già protagonista sul territorio varesino.
Allo stesso tempo, negli stessi giorni, per la prima volta si riuniva un gruppo di amici, costituito su Facebook, che hanno dato vita ad una serie di serate a cui ho avuto l'onore ed il piacere di partecipare come rappresentante del Comitato Lombardo per la Risoluzione 44.
Questo gruppo di persone, molti provenienti da esperienze politiche passate o ancora in essere, mi ha da subito colpito positivamente per il calore, la freschezza, la passione che hanno saputo far emergere spontaneamente in dibatitti serrati, sonore litigate e momenti di pura allegria e fragorosa fratellanza.
Questo gruppo, che su Facebook potete trovare digitando 300 Lombardi per l'Indipendenza, ha continuato e continua a riunirsi e ad aggregare nuove persone. A questo punto urge una riflessione.
In un momento in cui il sentimento dell'antipolitica pare essere maggioritario e qualsiasi partito tradizionale fatica a mettere insieme venti persone nella stessa stanza, come è possibile che da una innocua iniziativa nata quasi per scherzo su Facebook, si riescano poi a sviluppare 4/5 serate con più di sessanta persone sempre presenti e decine di altre in attesa di potersi liberare da impegni familiari e personali per non mancare all'incontro successivo?
Pare una questione banale, riuscire a coinvolgere persone di chiara e cristallina fede indipendentista, ma chi ha un minimo di esperienza non può che riconoscere quanto sia al contrario impresa straordinaria e per nulla scontata, in questo contesto storico, in questa provincia, in questa ormai nicchia politica. In questi mesi di febbrile attività di Color44 abbiamo incontrato moltissime persone per bene, che ci hanno espresso simpatia ma anche disillusione, stanchezza, fragilità. Abbiamo osservato grandi potenzialità annichilite in un stato di totale apatia, sfiancate, dopo anni di lotte, battaglie sovrumane che sono sfociate regolarmente in un nulla di fatto. Queste forze, che sono fra le migliori che la terra d'Insubria abbia saputo esprimere, paiono ormai aver smarrito la strada, o peggio, paiono non aver più alcuna direzione verso cui rivolgersi.
In questo contesto un gruppo come i 300 Lombardi sono una grande risposta ed una grande opportunità. Già il nome è di sicuro impatto! I 300 spartani, guidati da Leonida, nel supremo momento del bisogno, seppero rinnovare il proprio spirito combattivo e prontamente si ritrovano fianco a fianco, scudo su scudo, uniti nella falange come un sol uomo e scrissero la storia.
I 300 lombardi hanno trovato a mio avviso la chiave per rinnovare lo spirito ideale che in molti pare essersi smarrito. Al di la delle appartenenze di partito, che nessuno chiede di rinnegare, questo gruppo che ora è divenuto ufficialmente associazione di promozione sociale, si è posto il problema di combattere una battaglia a cui in molti, erroneamente, hanno rinunciato, forse dandola per scontata: la battaglia culturale. Non esiste Indipendenza senza libertà e la libertà non viene graziosamente concessa da nessun sovrano. Mai. La libertà esiste fin tanto che gli uomini e le donne in schiavitù sanno riconoscere le catene ed i chiavistelli che ne mortificano ogni movimento. La libertà è raggiungibile nella misura in cui uomini e donne sappiano dove colpire per spezzare gli odiosi ceppi che ne lacerano le carni. La libertà non è solo una vuota rivendicazione di "autonomia amministrativa" ma è la rivendicazione del diritto naturale di poter essere veri protagonisti del proprio presente e del proprio futuro. La libertà è nella natura dell'uomo ma essa deve essere abbracciata, compresa, posseduta intimamente e per questo non può che essere il prodotto di una riflessione e non solo l'ululato istintivo di una qualsiasi bestia a cui sia stato imposto il giogo dal padrone.
Ebbene io credo che gli amici 300 Lombardi per l'Indipendenza abbiano capito tutto questo. Color44 nasce esattamente con questo stesso spirito. Non per insegnare indipendentismo, non per giudicare il passato o il presente, non per essere soggetto politico. Color44 nasce strumento, a disposizione di tutte le donne e gli uomini di buona fede, attraverso cui scardinare il sistema. Il vessilo è la Libertà e chi crede nella Libertà può ritrovare un motivo concreto per spendere il proprio tempo e le proprie energie affinchè il dibattitto pubblico rimetta al centro le giuste ragioni di chi non si rassegna ad accettare l'illusione orwelliana a cui siamo stati da tempo abituati attraverso la frusta dei gabellieri di stato e la cioccolata di terz'ordine rifilataci da collaborazionisti prezzolati.
I 300 nascono con un intento non dissimile e non possono che suscitare in tutti gli amanti della libertà che consenso e simpatia. In modo particolare da parte mia che ho avuto la fortuna di condividere una parte del percorso che ha portato alla nascita di questa nuova associazione, un augurio di buon lavoro è forse troppo formale. Più opportuno, dunque, salutare con la citazione di un grande rivoluzionario americano, Thomas Jefferson: "Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli". Facciamo sì che questa promessa divenga realtà.
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"LEPANTO - La Gran Bataja"
Introduzione al Libro/Fumetto edito da Raixe Venete "LEPANTO - La Gran Bataja"
Lorenzo Fogliata
Chissà se Sebastiano Venier, mentre, calzando babbucce, fulminava i nemici dal ponte di comando della sua galera con l’arma dei padri, la balestra, immaginava quali cicli iconografici avrebbero narrato le gesta sue e dei suoi soldati e marinai. Lui che, pur vegliardo, non rinunciava a combattere con ardore con la balestra appunto, segno della tradizione, in un mondo in cui ormai le armi da fuoco la facevano da padrone.
Poco prima dell’incessante saettare di Sebastiano, del resto, sei monumentali galeazze avevano scompaginato le linee nemiche con impressionanti bordate partite da una quantità di pezzi mai vista prima dall’ora, sistemati lungo i fianchi delle navi; prodigiosa invenzione di quei geniali artefici che furono i Proti dell’Arsenale. Non solo.
Proprio nel contempo dello sforzo marziale del canuto Sebastiano, migliaia di soldati veneti e spagnoli scaricavano sul nemico tempeste di palle d’archibugio.
Ma Sebastiano, lì e allora simbolo della maestà della Repubblica, saettava come al tempo di Lorenzo Tiepolo o Vettor Pisani, Pietro Mocenigo o Pietro Loredan.
E combattendo e morendo a Lepanto, veneti, istriani, dalmati, consapevolmente difendevano la Patria, quella marciana, e la Cristianità, ma inconsapevolmente gettavano le basi di un’epopea vicina al mito dei grandi eroi omerici. Come non scorgere in Sebastiano Venier, in Agostin Barbarigo, in Francesco Duodo, gli Aiace, Achille, Ettore e tutti i combattenti che nello spiccare del loro valore individuale trasformano la battaglia in un duello di stile arcaico uomo a uomo? Non è forse questo il senso della balestra di Sebastiano?
Come non riconoscere nello sterminato campo di battaglia, fatto di legno, sangue ed acqua marina, la piana e le spiagge di Troia e le rive dello Scamandro, luoghi in cui Marte si aggira emettendo urla agghiaccianti e seminando morte?
Fu ed è naturale, dunque, che le Arti si cimentassero e si cimentino nel tentativo di rendere viva agli occhi dell’osservatore la bolgia infernale della battaglia, di fargli udire lo strepito dei combattenti, il cozzo delle navi e dei remi, le imprecazioni e le invocazioni, il crepitio delle armi da fuoco, il sibilo di quelle da lancio, di fargli ammirare il piè fermo dei principali protagonisti, di fargli comprendere la simbologia dei vessilli, che svela da sé le radici metafisiche dello scontro.
Uno scontro in cui l’armata veneta sacrificò migliaia di uomini per una Patria rappresentata da una figura leonina alata, capace ancor oggi di richiamarci con forza ad un senso profondo di appartenenza che duecento anni non sono riusciti a spezzare od anche solo smorzare, una figura che ghermisce il nostro cuore con gli artigli, si imprime nelle nostre menti con il ghigno del muso, ci solleva dalle meschinità del quotidiano con le ali, ci addita le vie dello spirito con le parole scolpite nel libro. Una Patria millenaria che ci si ostina a negare, avviando le torme ad idolatrare altre aggregazioni artificiali, costruite con la violenza delle guerre nazionalistiche ed intrise di rivoltante retorica, nelle quali, defenestrato Dio, la dimensione del “sacro” è transitata verso idoli pagani: i “sacri confini”, il “sacro dovere di difesa”, le “sacre istituzioni”.
Ma i moti dell’animo che mossero Tintoretto a dipingere la battaglia, che dovette sentire così profondamente radicata nel suo vissuto, non sono spenti. Nuovi mezzi di comunicazione sorgono tra gli uomini e, modestamente, nel mondo veneto del nuovo millennio, ad onta dell’oblio imposto dall’esterno. La vergogna indelebile degli attuali testi di storia scolastici italiani che relegano Venezia, perfino a Lepanto, al ruolo di comparsa, inizia a trovare emenda in un capillare lavoro di riscoperta delle radici.
Dicevo all’inizio: chissà se Sebastiano avrebbe mai immaginato alcunché dei cicli iconografici che ne avrebbero immortalato le gesta! Certamente non avrebbe mai potuto preconizzare che la sua avventura militare, insieme al sacrificio di chi l’aveva preceduta – come la vicenda incredibile di Marcantonio Bragadin – sarebbe divenuta un giorno il soggetto di una storia a fumetti.
Eppure, il giovane talentuosissimo che in quest’opera cristallizza l’epopea di Lepanto con i suoi disegni è un fiore di questa terra che primeggia nella propria arte figurativa; a suo modo, in fondo, egli non rifulge meno di quanto non spiccassero i grandi pittori veneti del passato: tutti loro, del resto, erano stati ragazzi di bottega, ma di tutti fu subito chiaro l’indiscusso talento.
Questo talento, unito all’amor patrio raffigurato in un Leone Marciano che compare ovunque tra i segni tracciati dalle matite colorate, racconta una storia di amore e morte, eros e thanatos, che si intreccia con i grandi eventi per nulla compromettendone la solennità. E, finalmente, il tutto avviene facendo esprimere i veneti in veneto, com’è sicuro, in fondo, che parlassero i protagonisti dell’epoca soprattutto a bordo delle navi, laddove il veneto era l’unica lingua franca di buona parte del mediterraneo e la lingua ufficiale dell’Adriatico e dello Ionio, quando non dell’Egeo. Con buona pace degli innumerevoli dottor sottile (poeti, canzonieri e filosofi) che discettano sulla presunta dimensione casalinga di quello che si ostinano a nomare dialetto quale succedaneo di una lingua italiana, adducendo nobili argomenti, quale quello della parlata intimistica, e meno nobili, quale quello delle varianti locali che ne negherebbero la natura di vera e propria lingua; tutti asserti la cui unica conseguenza è il declassamento della cultura veneta e la condanna a morte della lingua di Goldoni e Ruzante, posto che ne ammettono unicamente una tradizione orale, contigua nulla più che al focolare.
Il fumetto, dunque, è la benvenuta nuova frontiera di un dovere di tradizione al quale è ormai immorale sottrarsi, perché anche le nuove generazioni facciano sì che sia debellato il barbaro trace (chiunque opprima la millenaria tradizione vi si può riconoscere), sia trionfante del mare la Regina, sia placata l’ira divina, affinché Adria vivat et regnet in pace.
'LEPANTO - La Gran Bataja' - Introduzione dell'Avvocato Lorenzo Fogliata





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