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Discussione: Terra padana

  1. #21
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    Predefinito Re: Terra padana

    Citazione Originariamente Scritto da Erlembaldo Visualizza Messaggio
    Ed è questo che molti cittadini e turisti appassionati della città hanno deciso di denunciare, attaccando soprattutto il Comune di Venezia e il suo assessore alla Toponomastica, Tiziana Agostini che, a loro avviso, invece di tutelare i vecchi nomi, in alcuni casi li ha tradotti, modificati e "italianizzati".


    Trovare una donna identitaria non è facilissimo, diciamo, per non essere accusato di "femminicidio" .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

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  2. #22
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    Predefinito Re: Terra padana

    Citazione Originariamente Scritto da Freezer Visualizza Messaggio
    Trovare una donna identitaria non è facilissimo, diciamo, per non essere accusato di "femminicidio" .

    Che faccia!

    Guardandola bene origini del tacco sono bene evidenti.

    Date un' occhiata qui:

    https://www.facebook.com/SubRazzeBianche

    Tipologie europidi

  3. #23
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    Predefinito Re: Terra padana

    Citazione Originariamente Scritto da psico Visualizza Messaggio
    Che faccia!

    Guardandola bene origini del tacco sono bene evidenti.

    Date un' occhiata qui:

    https://www.facebook.com/SubRazzeBianche

    Tipologie europidi
    Il sangue non mente , il politicamente corretto sì .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  4. #24
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    Predefinito Re: Terra padana

    Come il genio ultrà si fa beffe della discriminazione territoriale
    di Marco Bassani
    L’altro giorno allo stadio di Bergamo, uno striscione esposto dalla curva nord recitava: «Discriminarvi deve essere la normalità. Interista figlio bastardo di ogni città». Ora voi direte, solite idiozie che si leggono in ogni stadio d’Italia. Non è così, qui è al lavoro un genio assoluto.
    Siamo, infatti, in presenza di un “paradosso discriminazionista” sicuramente a livello di quello famoso di Bertrand Russell che ebbe effetti devastanti su Gottlob Frege nel 1902. Il paradosso si vesuvio wash itconfigurava a questo modo: «In un villaggio in cui vive un unico barbiere è emanata un’ordinanza che vieta agli uomini di farsi crescere la barba e precisa che il barbiere, e soltanto lui, è autorizzato e obbligato a fare la barba, ma solo a coloro che non si radono da soli. Problema: chi fa la barba al barbiere?». Frege ne rimase folgorato e lo striscione, se ben compreso, potrebbe avere il medesimo effetto sul magistrato Gianpaolo Tosel. Il tifoso atalantino si proponeva, infatti, di mandare un messaggio di questo tipo non solo al giudice sportivo, ma a tutti i produttori di norme che vogliono addomesticare gli ultrà del calcio.
    Già qualche settimana fa, quando Platini ha chiarito in un’intervista che le norme internazionali si riferiscono alla discriminazione razziale e che la questione di quella “territoriale” è prettamente italiana, tanto che in Europa non sanno bene di cosa si tratta, il povero Tosel ha iniziato una retromarcia in attesa di riflessione maggiore. In effetti, proprio in quei giorni si stava per passare il segno: stavano per chiudere l’intero stadio del Milan per un coro – “noi non siamo napoletani” – che a qualcuno potrà apparire offensivo, ma solo partendo dal presupposto che essere napoletani non sia una bella cosa. Insomma, già il coro dei milanisti è un po’ paradossale: occorre, infatti, sposare proprio la becera idea di qualcuno per ritenerlo ingiurioso, altrimenti appare per quello che è, un dato di fatto. Il grido “noi non siamo viennesi” difficilmente potrebbe adontare gli abitanti della capitale austriaca...
    Ma non nascondiamoci dietro un dito, per come si è strutturato questo Paese, se uno dice «Milano fa schifo, non ci vivrei mai» si tratta di un giudizio, magari un po’ tranchant, se sostituite Napoli o Catania a Milano diventa automaticamente “discriminazione territoriale”. Ossia, i tifosi delle squadre del Sud sarebbero impossibilitati a commettere la fattispecie “discriminazione territoriale”. Il che, nella bizzarra mitologia delle curve, li renderebbe degli “eunuchi calcistici” e dei mezzi uomini, giacché per la curva “molte diffide, molte multe, molte chiusure, molto onore”. In breve, la fattispecie di “discriminazione territoriale” non è solo vaga, ma crea decine di discriminazioni territoriali nella sua applicazione.
    Come il genio ultrà si fa beffe della discriminazione territoriale | L'intraprendente

    Cartomanti e mariuoli, così una tv padana «gioca» con Napoli
    Lo sketch postato online da Tv7 Vertigo, attiva nel Triveneto
    Cartomanti e rapinatori. Lo stereotipo meridionale tiene duro. Soprattutto nel nordest italiano, tradizionalmente più ostico ai teròn. Un'emittente locale Tv7 Vertigo, attiva in Veneto e Friuli, ha diffuso sul canale YouTube lo sketch di un programma satirico. Satira a denti stretti. Ecco il siparietto: un improbabile inviato a Napoli consulta «la cartomante più famosa della città» che gli predice l'immediato futuro: «Verrai rapinato». Lui replica: «Impossibile». Lei insiste. Poi sbuca una specie di Diabolik in mephisto e lo «sequestra». Il filmato non è piaciuto a molti utenti del social network, che hanno tacciato gli autori di giocare su bassi stereotipi (superstizione, microcriminalità) del Mezzogiorno.
    «BRAVI LEGHISTI» - Francesco Magallo è ironico: «Un applauso a Tele Padania per aver un'altra volta fatto appello ai soliti luoghi comuni sui noi Napoletani.. Bravi leghisti così si fa!».[Il terrone non ha capito che in questo caso i leghisti e Telepadania non c'entrano nulla...] Daniele Coppola spende un'ardita metafora: «Simpatici come una pigna in c....! Squallidissimo». Un altro internauta, Belinda Costa, invece scrive: «Io non ci ho trovato nulla di offensivo nè volgare. Voi giovani d'oggi passate il tempo a guardare gli altri vivere! Svegliatevi qui va tutto a rotoli».
    TELEPADANIA E GIGGINO - Le emittenti locali settentrionali hanno il Sud sempre nei loro pensieri. Nell'ottobre 2011 scatenò polemiche a non finire la lezione didattica di Telepadania sulla raccolta differenziata. I conduttori si rivolsero direttamente al sindaco de Magistris: «Caro Giggino, vi diamo istruzioni per vetro e cartoni delle pizze».
    Cartomanti e mariuoli, così una tv padana «gioca» con Napoli - Corriere del Mezzogiorno

    Maledetta stabilità
    È il dogma dei nostri tempi, che in pratica vuol dire non disturbare il manovratore (democristiano). Quel che ci serve invece è l'instabilità, la messa in discussione di un sistema che non regge più. Ultima chiamata per i liberali, i federalisti, gli indipendentisti, e tutti i non rassegnati
    di Gilberto Oneto
    Il mantra più ripetuto è oggi “stabilità”. Ha sostituito quello che era il più gettonato fino a qualche tempo fa: “governabilità”. Se non è zuppa è pan bagnato, e la sostanza è sempre la stessa: non disturbare il manovratore, non intralciare una classe politica di irresponsabili e trusoni che sta con costanza e caparbietà portando lo stivale al tracollo economico e morale. “Stabilità” significa non agitarsi troppo, non spingere o tirare, non mettere in discussione assetti, alleanze e finte contrapposizioni, comporta il dover sventolare la bandiera e seguire disciplinati il corteo guidato da Napolitano e da tutti gli altri patriottici castaioli. La nave sta colando a picco e tutti i passeggeri devono starsene buoni e disciplinati per farla affondare in silenzio e senza agitarsi. In un funerale che si rispetti bisogna starsene tutti compunti, in fila e non si deve contestare l’officiante. Stiamo assistendo tutti a un grande funerale.
    Invece questo strano paese (minuscolo, please) avrebbe un gran bisogno di instabilità, di agitazione, di rovesciare bare e catafalchi, di prendere amorevolmente ma energicamente a schiaffi la gente come si fa per quelli che svengono, perdono i sensi o rischiano di soccombere al torpore. Questo paese (sempre minuscolo) avrebbe bisogno che i suoi abitanti si dessero una mossa. Jefferson diceva che quello della ribellione è il primo e più inalienabile dei diritti prepolitici, che la correttezza del governo deve essere periodicamente verificata con qualche salutare scossone perché – in ogni caso – l’anarchia e il disordine sono preferibili all’ordine del dispotismo. Insomma la libertà non può andare d’accordo con la stabilità intesa come principio di governo. La nostra vita pubblica è imbalsamata, le nostre comunità sono aggeggi impagliati e con gli occhi di vetro “stabilizzati” in uno sguardo ebete e senza speranza.
    La “stabilità” perfetta è il rigor mortis. Invece oggi serve vitale instabilità, serve che la gente ricordi a chi l’opprime che non intende concedere più la tranquillità di farlo. Un canto sessantottino, Contessa, diceva: «Voi gente per bene che pace cercate / La pace per fare quello che voi volete, / Ma se questo il prezzo vogliamo la guerra, / Vogliamo vedervi finire sottoterra». Il testo era un po’ truculento ma rendeva l’idea: questi oggi vogliono “stabilità” proprio solo per fare i comodacci loro. È il momento che i liberali si agitino, che sgroppino i federalisti, che si scuotano tutti quelli che vogliono salvare le comunità settentrionali. È ora che si agitino davvero gli indipendentisti. E per agitare meglio il baraccone, mandarlo in risonanza e rovesciarlo, è bene che si agitino tutti assieme con movimenti coordinati. Di “stabilità” si muore.
    Maledetta stabilità | L'intraprendente

  5. #25
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    Predefinito Re: Terra padana

    11 Novembre – Tirolo in lutto.
    Lunedì 11 novembre 2013 ricorre il 95° anniversario del giorno in cui le truppe italiane nel 1918 arrivarono al Brennero e nella zona di Toblach/Dobbiaco, con ciò completando la lacerazione del Tirolo.
    I confini della nostra Heimat furono eroicamente difesi nei precedenti anni di guerra: nessun lembo di terra tirolese poté essere conquistato in battaglia dall’alleato traditore italiano.
    Solamente ad armistizio concluso fu possibile per l’esercito italiano ed i suoi alleati entrare senza resistenza in Tirolo: quel giorno viene ora celebrato in Italia come festa della vittoria.
    Dal 1998, 80 anni dopo, il Südtiroler Schützen Bund ha proclamato l’11 Novembre Giorno del “Tirolo in Lutto”.
    In silenzioso ricordo dei caduti in guerra e di tutte le conseguenze per la popolazione tirolese e con la convinzione che nulla di ingiusto possa durare in eterno, in questo giorno verrà issato il vessillo tirolese listato a lutto.
    Tutti sono invitati ad innalzare il vessillo tirolese listato a lutto con un drappo nero lunedì 11 Novembre dalle ore 6 alle ore 18 in un luogo ben visibile.
    11 Novembre ? Tirolo in lutto. - Welschtirol







    CONTRO VENEZIA COME CONTRO IL SUDTIROLO
    Franco Rocchetta
    Si parte dallo sterilizzare “Tagiapiera” in “Tagliapietra”, a castrare “drio el” con “dietro il”, e si arriva a pervertire una “Ruga Piovega”, cioè un percorso pubblico, comunitario, nella “Via della Pioggia”. Stravolgere il patrimonio linguistico veneto equivale al distruggere i Veronese, i Tiepolo, i Tiziano; all’abbattere i Murazzi; al radere al suolo Palladio e Fra Giocondo; al fondere il Tesoro di San Marco per ricavarne lingotti; al bruciar biblioteche come ai tempi di Goebbels.
    Stravolgere il patrimonio linguistico del popolo veneto significa stravolgerne i più profondi valori civili e sociali. Le pelose argomentazioni dell’assessore Agostini ricalcano nello spirito e nella lettera quelle del boia Tolomei: non basta una coccarda del PD per nascondere un’anima nera e nazionalista.
    Tra le “grandi navi” e un’Assessore colonialista, coraggio sindaco Orsoni!
    Nel ’700, in ambiti particolarissimi e rarefatti, qualcuno scriveva anche “cattastico” e “cattasticco”, “catavveri” e “cattaaverri”, e “collona” e “salla”, ma nessuno si sarebbe sognato mai di imporre tali grafie stravaganti alla gente onesta. Occorreva aspettare una arrogante Figlia della Lupa, allevata nella Spagna di Franco o nell’Albania di Hoxha per arrivare a tanto!
    Il giudizio è sereno: nel suo saggio “Ritratto del colonizzato e del colonizzatore” Albert Memmi fotografa Tiziana Agostini a braccetto di Ettore Tolomei.
    CONTRO VENEZIA COME CONTRO IL SUDTIROLO | Plebiscito2013.eu



    In Svizzera si protesta per 50 euro di tasse in più l’anno
    di Matteo Borghi
    Della “vignetta” svizzera (il tagliando che permette di circolare liberamente su tutte le autostrade per un anno) abbiamo già parlato qualche tempo fa. Il motivo era la decisione del governo confederale di alzarla dalla modica cifra di 40 franchi all’anno a 100 franchi, ovvero da 32 a 81 euro secondo il cambio attuale (quindi meno di 50 euro). Un aumento importante in termini assoluti (+150%) ma assolutamente irrisorio se paragonato a quanto spendiamo abitualmente per viaggiare sulle autostrade italiane. Il paragone è presto fatto: col denaro che oltreconfine dà diritto a un anno di austostrada e chilometri illimitati, in Italia si fanno sì e no mille chilometri. Una bella differenza percepita, soprattutto, da agenti di commercio e autotrasportatori.
    La novità rispetto a quando ne abbiamo scritto la prima volta è che gli svizzeri non hanno per nulla digerito l’aumento. Così, navigando su molti siti del Canton Ticino (noi l’abbiam preso da liberatv.ch), si può trovare una protesta congiunta dei presidenti del Touring Club Svizzero (Peter Goetschi) e dell’Automobile Club Svizzero (Mathias Ammann) contro il rincaro. «Hanno diritto – scrivono i due – i fautori dell’aumento a insinuare che la vignetta a 100 franchi permetterà di ridurre gli ingorghi autostradali anche se ciò non è vero?»; «Può la Berna federale esigere un aumento della vignetta a 100 franchi mentre sta già pianificando dei massicci aumenti della benzina e del diesel?». E concludono: «Gli utenti della strada pagano ogni anno 9,5 miliardi di imposte e tasse. Solo un terzo di questa somma è realmente utilizzata per la strada. Rifiutiamo di conseguenza che la Confederazione e i Cantoni impongano questo progetto ingannevole al popolo». Lo slogan è: «Stufi di farci ingannare! Noi diciamo NO».
    Forse state pensando quando sarebbe stato bello se la nostra Aci e il nostro Touring Club avessero preso, almeno una volta, una posizione decisa contro la continua ed estenuante sfilza di aumenti delle autostrade e delle accise. Invece, mai nulla. La prova è semplice. se si digita su Google «touring club proteste rincaro autostrade» si ottengono solo risultati elvetici.
    Già perché, da quelle parti, vige una mentalità un po’ particolare, che in Italia è da tempo fuori moda: gli aumenti di tasse (che di solito si votano tramite referendum) devono servire a fornire servizi migliori, se così non è semplicemente non bisogna accettarli. Nella loro rampogna i due presidenti dicono una cosa semplice: le imposte sulla circolazione devono essere equee e servire interamente a interventi per la mobilità. Un principio che dovrebbe valere anche in Italia dove l’articolo 208 del Codice della strada prevede, ad esempio, che almeno il 50% degli introiti di multe e parcheggi vada reinvestito in attività a favore della sicurezza stradale. Cosa che, all’atto pratico, non avviene per quasi nessuna amministrazione: i soldi servono più che a colmare le buche servono a coprire i buchi, di bilancio.
    Eppure, da noi, nessuno denuncia e protesta. In Svizzera invece lo si fa eccome, e per molto meno. Forse è anche il motivo per cui da noi l’invadenza dello Stato è molto più pesante. In parte ce la meritiamo.
    Nella liberale Svizzera si protesta per 50 euro di tasse in più l?anno | L'intraprendente



    Esplode la rivolta in Bretagna: tutta la regione in piazza e situazione fuori controllo
    di Mauro Indelicato
    I bretoni non ci stanno: dopo anni di celata insofferenza e dopo un diffuso malcontento generalizzato, la regione più a nord della Francia ha detto basta ed è in questi giorni interamente in piazza.
    La goccia che ha fatto traboccare il vaso, ha riguardato l’aumento delle tasse sui prodotti agricoli, sui quali si regge gran parte dell’economia bretone; ma ben presto la protesta di una singola categoria, si è trasformata nell’esplosione di un malcontento dell’intera popolazione della regione, da sempre poco incline ad essere assoggettata al governo centrale di Parigi.
    Si perché in Bretagna il tricolore è quasi assente; chi va a visitare quei luoghi così stupendi che si affacciano sull’Atlantico, non chiami un cittadino del luogo con l’aggettivo francese o non si rivolga a lui in lingua francese, perché tutto ciò potrebbe passare addirittura come un’offesa. Tengono molto i bretoni alle proprie radici culturali e linguistiche, diverse da quelle del resto del paese e se poi Parigi impone scelte che condizionano la vita quotidiana e l’economia della regione, ecco che la bolla esplode e diventa quasi impossibile controllarla.
    Mentre i media tradizionali spacciavano per imponenti le manifestazioni di piccoli gruppi di studenti contro le presunte politiche anti immigrazione del governo Hollande, in sordina in Bretagna i “berretti rossi” davano il via ad una sommossa che coinvolge tutta la regione. I berretti rossi sono il simbolo scelto dagli agricoltori in protesta, i quali indossano per l’appunto dei copricapi rossi come segno distintivo; dalle campagne, i tumulti sono arrivati alle città: Brest, Rennes su tutte, ma anche altri importanti centri, sono paralizzati da quasi una settimana tra scioperi, occupazioni e scontri con le forze dell’ordine.
    Infatti, tutta la popolazione è scesa in piazza a dar manforte ai berretti rossi e la situazione sembra decisamente poco sotto controllo, anzi molte fonti locali affermano che è letteralmente sfuggita di mano a Polizia e Gendarmeria.
    Emblematico ciò che avviene nelle autostrade: gran parte delle nuove accise infatti, vengono riscosse dai caselli autostradali e così, diversi cittadini, dopo aver piazzato delle micro cariche sui caselli, li hanno tirati giù in modo che venga difficile se non impossibile riscuotere i pedaggi.
    Ben presto, una protesta di soli agricoltori, si è trasformata in una maxi mobilitazione di un’intera popolazione che ha subito anni di angherie e soprusi da parte del governo centrale e che vuole difendere con grinta le proprie radici culturali.
    A preoccupare l’Eliseo è anche un effetto domino che tutto ciò potrebbe avere in Francia e, perché no, in Europa: dopo aver cercato di nascondere la notizia, adesso però i media a seguito di 5 giorni di autentiche battaglie urbane, non possono più celare nulla e in un paese infastidito da governi che pensano più ai matrimoni gay che ad un’economia che non tira più, le immagini bretoni potrebbero dar manforte ad altri movimenti in altre regioni.
    Esplode la rivolta in Bretagna: tutta la regione in piazza e situazione fuori controllo | Il Faro Sul Mondo










  6. #26
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    Predefinito Re: Terra padana

    Basta con gli scempi della toponomastica a Venezia
    di ENZO TRENTIN
    In questi giorni sono pervenute in redazione alcune e-mail che protestano contro la rivisitazione della toponomastica veneziana che ha peculiarità tutte proprie. Nel chiedere un intervento di questo quotidiano, vi si protesta l’azione di italianizzazione di molte denominazioni. Viene giustamente osservato che la sinistra italiota, similmente al fascismo, opera con un’azione di “colonizzazione” culturale, che per i veneziani, ed in veneti in genere, è assolutamente dissacratoria. E ciò malgrado la magniloquenza della delibera del Consiglio comunale veneziano datata 1° marzo 2012, che pretenderebbe di produrre un nuovo e corretto stradario rispettoso dei termini veneziani tramandati nei secoli.
    Il reo in questione è tutto il Consiglio comunale, ma in particolare l’Assessore Tiziana Agostini che, laureata in letteratura italiana si è poi specializzata in filologia italiana. Evidentemente non riesce a metabolizzare che prima della letteratura italiana c’era un umanesimo veneto assolutamente peculiare. La Agostini (classica esponente di una sinistra supponente quanto inaccettabile che da decenni domina incontrastata in laguna) sembra ignorare (volutamente?) il patrimonio culturale veneziano, poiché ha diffuso il documento con l’elenco completo del nuovo stradario del centro storico veneziano, ed attraverso il quale si possono individuare numerose storpiature.
    L’Assessore del PD sembra andare decisamente contro corrente alla tradizione che vedeva le famiglie aristocratiche che reggevano il governo della Serenissima, molto coscienti del fatto che la cristallizzazione della cultura entro schemi prestabiliti avrebbe portato alla chiusura della città anche nel campo politico ed economico, nei quali la Repubblica da secoli aveva acquisito una sua precisa autonomia. A ciò seguì, per esempio, lo sviluppo nell’arte figurativa poiché Venezia assunse un proprio stile architettonico gotico. Dal 1454, poi, si avvertì a Venezia la necessità di adeguare a questo Stato, sempre più raffinato e attento alle arti, la preparazione della sua classe dirigente. Su questa graduale conquista di pensiero che si attuò dal quattrocento al cinquecento, si pose la Scuola di retorica presso la Cancelleria di San Marco, nell’orbita quindi dello stesso governo, e la Scuola di Logica, filosofia naturale e delle matematiche, con sede nella chiesa di san Giovanni Elemosinario a Rialto, nel pieno centro quindi dell’attività commerciale di Venezia. Chi, invece, oggi regge le sorti della città lagunare non riesce nemmeno a trovare una soluzione adeguata al traffico della grandi navi in bacino di San Marco. Tsz!
    La toponomastica a Venezia varia notevolmente rispetto a quella delle altre città italiane. La configurazione della città, divisa in sei sestieri, non rende facile rintracciare i numeri anagrafici poiché essi sono progressivi: infatti i numeri non terminano con la fine della via (Calle), ma continuano per tutta l’estensione del Sestiere. Il Sestiere di Castello, il più grande e popolato di Venezia, ha un’abitazione con il numero 6828! La toponomastica quindi ci aiuta nel localizzare i luoghi che ci interessano. Ma attenzione, ci sono molte “Calli” che hanno lo stesso nome, come Calle della Madonna o del Magazen o del Cristo, esse si trovano in punti diversi della città. Per cui quando si chiede un’informazione ad un veneziano gli si dovrebbe almeno saper dire il nome della contrada in cui si trova il posto che si cerca. Per esempio: «Mi sa indicare la strada per arrivare al numero xxxx vicino a Santo Stefano?». Gli stessi veneziani, infatti, fissano gli appuntamenti a San Luca o a San Bartolomeo.
    I nomi delle Ca’: abbreviazione che i veneziani usavano per indicare casa, specialmente delle famiglie nobili; Calle: il nome comune che si dà in città per indicare le strade piuttosto lunghe e strette; Campo: che ha assunto nella toponomastica di Venezia il significato di piazza, eccetera, sono scritti su i “nizioletti” che sono una particolarità della città. Essi rappresentano la storia e la cultura. E di storia e cultura questa città che fu Stato, è traboccante. Storpiarne i nomi con l’introduzione di italianismi è quindi un’operazione che con la civiltà e la cultura non ha niente a che spartire. Se ad esempio il Campo, il Ramo, la Salizada di San Stae diventassero di sant’Eustachio, sarebbe un’operazione di colonialismo culturale insultante.
    Appare evidente il tentativo di annacquare, distorcere ed occultare la storia e le tradizioni veneziane (e venete in generale). Si veda – sempre come esempio – il colpo di mano operato di recente al Museo Correr con la rimozione permanente dei preziosi reperti appartenuti al Doge Francesco Morosini, detto il Peloponnesiaco. Che dire poi dell’operazione portata avanti nottetempo dall’allora Sindaco Paolo Costa (dal 2000 al 2005) sempre appartenente alla cosiddetta sinistra progressista, che collocò nello stesso museo una statua del distruttore della Repubblica di San Marco: Napoleone Bonaparte. È come se allo Yad Vashem - Centro Mondiale per la Ricerca, Documentazione, Educazione e Commemorazione dell’Olocausto – avessero collocato una statua di Adolf Hitler. Eppure i progressisti (Tsz!) italioti del PD a tanto sono giunti.
    Per coloro che desiderassero, invece, comprendere le peculiarità e la storia della toponomastica veneziana c’è il lavoro di riversamento su supporto informatico partendo dal supporto cartaceo che è stato svolto da Federico Perocco che lo ha rilasciato in pubblico dominio consultabile qui. Il testo cartaceo di partenza è costituito dall’opera «Curiosità veneziane – ovvero Origini delle denominazioni stradali di Venezia» di Giuseppe Tassini. VIII edizione, 1970 – Filippi Editore Venezia.
    Concludendo, vorremmo far nostro il suggerimento dell’architetto vicentino Nicola Busin, il quale sostiene che ci sia una possibilità precisa e concreta di bloccare lo scempio in corso, e cioè l’italianizzazione delle scritte. Dovrebbe, infatti, essere sufficiente inviare una e-mail certificata o una raccomandata alla Soprintendenza ai Beni Architettonici e Ambientali di Venezia, evidenziando con foto la situazione rinnovata e quella precedente. La Soprintendenza dovrebbe autorizzare con apposito provvedimento ogni rinnovo di “nizioleto” chiedendo obbligatoriamente al Comune un semplice “progetto” con la situazione esistente e la futura (coincidente). Eventualmente in molti casi per le scritte sostituite, la Soprintendenza può, oltre alle foto storiche, chiedere di scrostare le pitture recenti per evidenziare quelle originali. A parere del Busin, cambiare le scritte è come sostituire ad un palazzo una antica finestra con una nuova, o aggiungere una nuova apertura su una facciata, o per assurdo aggiungere una cupola alla Basilica di San Marco. È proprio un fatto prettamente culturale al di là degli aspetti di appartenenza locale o meno, è il rispetto della storia in senso lato: le mistificazioni per oscuri fini politico-sociali sono aberranti.
    Basta con gli scempi della toponomastica a Venezia | L'Indipendenza

    Cori anti Napoli: curva Juve verso chiusura per 2 turni
    E' finita con i cori di discriminazione territoriale da una parte e quattro persone all'ospedale dall'altra.
    Non era ancora iniziata la partita, ma i cori, quei cori, si sono già alzati dalla Curva Sud della Juventus. "Vesuvio lavali con il fuoco" è stato intonato un paio di volte già prima del riscaldamento delle squadre. A questo punto il rischio è che la curva bianconera venga chiusa per due turni, visto che il 28 ottobre il giudice sportivo aveva condannato la curva essere chiusa per un turno per i cori contro i napoletani scanditi il 27 nella partita casalinga contro il Genoa. Essendo la prima violazione, era stata sospesa l'esecuzione della sanzione per un anno con la condizionale. A questo punto - a rigor di regolamento - il giudice potrebbe chiudere per due turni la curva bianconera (partite contro l'Udinese il 1° dicembre e contro il Sassuolo il 14 dicembre).
    A partita in corso, verso il 35' del primo tempo, la curva sud ha esposto uno striscione con la scritta: "E ora ridiamoci su: oh Vesuvio lavaci con il fuoco" e la figura del vulcano. E quando lo speaker ha rinnovato l'invito a non scandire cori di discriminazione, è partito un "Noi facciamo quello che vogliamo. La Juve siamo noi".
    Nel frattempo da parte dei tifosi del Napoli venivano lanciati verso il settore nord e est, occupato da tifosi juventini, dei sacchetti pieni di escrementi, e anche altri oggetti, probabilmente divelti dai bagni del settore ospiti. Questo lancio ha ferito quattro persone che sono state portate all'ospedale.
    Cori anti Napoli: curva Juve verso chiusura per 2 turni - Juventus / Serie A / Calcio - Tuttosport



    La Bretagna ribelle dei Le Pen
    Max Ferrari
    Le fiamme che avvolgono i caselli autostradali bretoni hanno qualcosa a che fare con la fiamma simbolo del Front National? Per i kompagni del presidente Hollande, ossessionati e terrorizzati dall’avanzare di Marine Le Pen, sì. La rivolta popolare dunque è bollata e liquidata come rivolta “fascista”.
    Sì perchè la Bretagna alle ultime elezioni aveva regalato al socialista Hollande una solida maggioranza, relegando il Front ad un modesto risultato e quindi nessuno, a Palazzo, si aspettava che un feudo di sinistra si sarebbe ribellato così violentemente. Era passata l’idea che il “mulo bretone” avrebbe sopportato ogni carico, mugugnando e protestando al bar (in stile somaro lombardo) ma nulla più: da qui l’idea di spedire nella regione una marea di profughi o sedicenti tali, quella di non intervenire per salvare le industrie più importanti e, goccia che ha fatto traboccare il vaso, la proposta di una tassa sul trasporto pesante che darebbe la mazzata definitiva all’agricoltura che insieme alla pesca era la colonna portante dell’economia regionale.
    Dico “era” perchè prima la pesca poi l’agricoltura hanno ricevuto pesanti colpi di maglio da parte delle note e famigerate leggi europee e l’insulsaggine del governo socialista ha fatto il resto.
    Il risultato è stata la ribellione che ha preso la forma rabbiosa ma non violente dei 30.000 scesi piazza a Quimper e quella vigorosa degli esasperati che hanno fatto saltare in aria e incendiato i radar e le barriere del pedaggio autostradale. La risposta del governo è stata al contempo comica e insultante: “nessun cedimento con i violenti e, anzi, processi e condanne perchè chi rompe paga”.
    Che sfregio verso questa gente sfruttata, che insulto all’intelligenza una frase del genere detta da un governicolo che sempre si inchina di fronte alle violenze e alle pretese dei califfi delle banlieus, le periferie multietniche dove la legge è un optional.
    I due pesi e le due misure però stavolta non sono per nulla piaciuti e così la rivolta nata da motivazioni economiche ha preso una piega identitaria portando i manifestanti a sventolare la sola bandiera bretone, il glorioso Gwenn Ha Du, e a vestire il copricapo di colore rosso che fu il segno distintivo dei nazionalisti bretoni che, sempre per questioni di tasse e di identità, nel 1675 si ribellarono alla monarchia francese.
    Da allora Parigi ha lavorato molto per annacquare l’identità bretone e di fatto ci è riuscita se è vero che i movimenti autonomisti non vanno oltre il 5% dei voti, che la lingua nativa è quasi sparita e la cultura autoctona vivacchia sotto i colpi durissimi della multicultura. Il vento però è girato e la Bretagna si è risvegliata. I giornali di sinistra hanno notato con terrore che tra i berretti rossi sotto il drappo bretone c’erano tutti: autonomisti, centristi, gente di destra, ma soprattutto operai, pescatori e agricoltori che fino a ieri credevano ancora alla menzogna comunista.
    Perfino gli uomini del Front National che ha una impostazione nazionalista hanno sfilato orgogliosi con la sola bandiera nerobianca della Bretagna e hanno forse segnato il grande riavvicinamento dei Le Pen alla loro terra. Jean Marie, il fondatore del partito, nato a Trinité-sur-Mer da padre pescatore, ha sempre litigato con la Bretagna socialistizzata, ma ha sempre rivendicato le proprie origini ancestrali e in questi giorni, intervistato con il berretto rosso dei ribelli, ha più volte orgliosamente affemato: “Come potrei non appoggiare i rivoltosi? Sono figli della Bretagna, come me! Io sono bretone al 100%”. Anche la figlia Marine dopo qualche improvvida dichiarazione giovanile contro l’uso della lingua bretone ha sottolineato recentemente e con orgoglio l’origine del suo cognome derivante dal bretone “Ar Penn”, “il capo”.
    Piccole cose che però hanno toccato il cuore di molti visto che non erano pochi i trattori in rivolta con la foto di Marine sul parabrezza e i giornali locali raccontano stupiti che nella sua visita nella regione è stata accolta da folle festanti composte da operai cassintegrati, gente licenziata, pensionati alla canna del gas, disabili e altri categorie deboli che guardano a lei come all’ultima speranza. E’ la Francia dei dimenticati, di cui Marine parla e di cui è diventata la rappresentante odiatissima dalla sinistra che di identità, regionale o nazionale, non vuol sentir parlare.
    Ne ha fatto le spese un noto giornalista de “Le Figaro”, Ivan Rioufol, che ha osato scrivere del “risveglio dell’identità bretone”. Per tutta risposta l’illuminato “Le Monde” ha scritto un pezzone in cui si racconta che la rivolta bretone è influenzata dagli autonomisti del movimento Adsav accusati di essere di estrema destra e, fra le righe, sembra accusare Riouful di simpatizzare e fare da cassa di risonanza per questa gente che secondo “Le Monde” è poco raccomandabile.
    La risposta del giornalista “destrorso” è da leggere: “Cercando di diabolizzare la protesta Le Monde mostra come i benpensanti non han capito niente della crisi esistenziale che scuote il paese. Difendere le proprie radici non è un delitto…la crisi non è soltanto economica ma identitaria e la sinistra non lo capisce perchè ha perso il contatto col popolo. L’85% dei bretoni non ha più alcuna fiducia nel governo e potrebbe simbolizzare l’insurrezione della “Francia dei dimenticati”, quella Francia invisibile ai dirigenti di sinistra cui interessano soltanto i cosiddetti “quartieri difficili” delle grandi città e le nuove “diversità”. Per questo i moti di Bretagna non sono solo una rivolta contro le imposte ma anche il risveglio identitario contro il rullo compressore della mondializzazione”. Parole sacrosante che fino a poco fa osava pronunciare solo la Le Pen e oggi, pur contestate, campeggiano sul “Figaro”.
    E lei, Marine Le Pen cosa ha detto? Innanzitutto ha pubblicato il logo della protesta al posto della sua foto su Facebook e ha preso una posizione dura e coraggiosa dicendosi totalmente a fianco dei rivoltosi e ricordando che la crisi è uno degli effetti del mondialismo imposto dalla UE i cui risultati sono la libera circolazione delle merci e della manodopera extracomunitaria a basso costo che distruggono le economie nazionali. Al giornalista che le chiedeva se i bretoni che distruggono i pedaggi non sono da condannare Marine ha risposto: ”Comprendo la loro collera e aggiungo che se in casi isolati ci sono violenze contro le cose vedo anche una violentissima repressione della polizia come mai si è vista in Francia. Durante la rivolta delle banlieus quando gruppi di noti delinquenti picchiavano la gente, bruciavano le auto e attaccavano i commissariati, la polizia non reagiva, mentre ora contro questi nostri cittadini esasperati la reazione è violentissima. Sono sentimentalmente con loro.”
    La Bretagna ribelle dei Le Pen. | Max Ferrari

    Les années FLB
    Les années FLB - Vidéo Dailymotion





    Io sono tendenzialmente favorevole alle iniziative volte a liberare la Padania o qualunque parte di essa dal giogo di Fognitaglia, quindi mi auguro che anche la seguente iniziativa abbia successo, anche se non mi sono ben chiare le sue modalità e i suoi obiettivi ultimi...

    Lucio Chiavegato: “Il 9 dicembre sarà rivolta, è l’inizio della fine”
    di LUCIO CHIAVEGATO
    A partire dal giorno 9 dicembre l’italia si fermerà tutta per dire basta allo scempio quotidiano che ci viene mostrato da anni.
    Politici corrotti, collusi con la mafia, sperpero di denaro pubblico, distruzione del territorio, distruzione della grande capacità produttiva e lavorativa, aziende che falliscono o che fuggono in altri paesi dove lavorare non è reato. Si ormai l’italia è il paese adatto solo a chi viene a delinquere o a farsi mantenere dal nostro lavoro.
    Questa politica è ormai arrivata al capolinea e questo stato è prossimo al fallimento. Loro lo sanno ma ci vogliono tenere buoni, con false promesse mentre loro si riempiono le tasche con le ultime rapine fatte nei confronti delle famiglie e delle aziende.
    La collusione tra stato e mafia ha raggiunto ormai il suo apice e nessuna istituzione è in grado di fermare questo degrado.
    Ogni giorno ci mostrano nuovi casi di corruzione e di sperpero del denaro pubblico e secondo loro noi dovremo starcene buoni ad aspettare che loro facciano l’ennesima truffa politica di un finto cambiamento con le primarie. I politici sono sempre quelli e dietro loro ci sono sempre i soliti galoppini paraculati che hanno vissuto e vivono del nostro lavoro e dei nostri sacrifici.
    Ebbene noi non siamo più disposti ad accettare tutto questo. Ora fermiamo l’italia. Ora dovranno scendere loro e andare a lavorare come abbiamo fatto noi per anni per mantenere questi parassiti che hanno portato la tassazione a livelli insostenibili e che hanno portato le paghe dei lavoratori a livelli da terzo mondo.
    Il 9 Dicembre, tutti uniti, senza nessuna bandiera di partito tutti in strada a fermare questo scempio.
    State in contatto con noi attraverso i siti internet e i vari social network.
    Il 9 Dicembre non ci sono più scuse, non ci si lamenta più. I ladri sono loro e se ne devono andare via.
    E’ dovere di tutti fare questo, altrimenti tutti noi, i nostri figli, le nostre aziende non avranno futuro. Non dividiamoci come hanno fatto per anni loro dividendoci in categorie, per meglio controllarci. Il nemico è comune a tutti e si chiama stato –ladro-mafioso italiano.
    Sono anni che ci chiedono sacrifici, sono anni che le banche truffano le aziende e le famiglie e nessuna inversione di tendenza è stata fatta. Questo è significativo per dire che lo stato non c’è più ma esiste una sola kasta fatta di politici, banchieri, giudici, industriali, centri di potere che vogliono la nostra morte.
    Non possiamo più tollerare la repressione che viene fatta dalle forze di stato che, nascoste da leggi ipocrite non permettono alla gente di lavorare e di produrre. Leggi inapplicabili che fanno fuggire le aziende all’estero o fatte fallire. Leggi fatte apposta per coprire inutili posti di burocrati strapagati mentre la gente non ha un reddito.
    Una spesa statale che ha raggiunto livelli scandalosi e che nessuno vuole tagliare perché vorrebbe dire colpire i loro stessi amici, parenti e leccapiedi pagati per produrre nulla, anzi per fare danni ulteriori.
    Ora le cose devono cambiare. Non ci facciamo più fregare da questo o quel partito, da falsi nuovi profeti che vivono di politica ormai da vent’anni. Ora il popolo decide da solo e la decisone è che se ne devono andare loro.
    Quindi aggregatevi, parlate con la gente, non sperate nei mezzi d’informazione gestiti dal potere che li finanzia per dire solo quello che fa comodo loro.
    State in contatto con noi. Esiste un solo volantino ufficiale, e per il 9 dicembre tutti in strada, che si fermino tutte le attività per far vedere loro che non siamo più disposti ad accettare di essere loro sudditi.
    Siamo la maggioranza silenziosa che ha detto BASTA, loro invece sono la minoranza parassita che vive del nostro lavoro e delle nostre tasse.
    Forza, tutti insieme ce la faremo.
    Lucio Chiavegato: ?Il 9 dicembre sarà rivolta, è l?inizio della fine?! | L'Indipendenza



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    Predefinito Re: Terra padana

    Savona, niente tv e dieci figli
    “Ma siamo più felici di altri”
    Lui bancario, lei casalinga: a casa Bruzzone arriva Davide, l’ultimo nato
    “Dieci figli e siamo più felici di altri”
    «Abbiamo due cani e due gatti perché mamma si sentiva sola». Ride Immacolata, e con lei tutta la famiglia. Una famiglia che si stringe nella camera del reparto di ginecologia e fa sembrare impresa da poco il parto della vicina di letto, una giovane sudamericana al terzo figlio. Perché mamma Cristina, 48 anni, genovese di Sestri Ponente felicemente trasferita da qualche anno nella tranquillità di Sassello, neanche 2 mila abitanti in provincia di Savona, ieri mattina alle 4 ha dato alla luce Davide, il decimo figlio. Quattro chili di paciosa serenità, venuto alla luce in acqua, come prima di lui Sofia, che ha sei anni e ha cominciato la prima elementare.
    Intorno alla culla ci sono tutti: il papà Andrea Bruzzone, 53 anni, direttore dell’agenzia Carige di Varazze, e gli altri figli nati tra il 1995, nove mesi dopo il matrimonio, e appunto il 2007.
    E se la giovane vicina di letto dice che dopo tre bambini basta, Cristina e Andrea non pongono limiti. «Non abbiamo mai programmato nulla, fin da quando ci siamo sposati. Avremmo accettato quello che il buon Dio ci avrebbe dato». «Ne manca uno per fare una squadra di calcio da 11 - dice Guglielmo, 18 anni, ultimo anno del liceo classico e l’intenzione di iscriversi alla facoltà di Medicina per diventare non ginecologo ma forse pediatra -. Ma se giochiamo a 5 possiamo già contare su parecchie riserve».
    Ludovico, classe 1996, è al penultimo anno anche lui del liceo classico di Savona; Immacolata ha 16 anni ed è in terza al liceo delle scienze umane; Maddalena, 15 anni, nello stesso istituto frequenta però la seconda liceo linguistico ed è appassionata di cucina, tanto da aiutare il papà, la mattina, a preparare la teglia di focaccia per la colazione e la merenda a scuola; Sebastiano, quattordicenne, è in terza media. Poi ci sono Angelica, in seconda media, Emanuele in quinta elementare, Stella in terza e Sofia, che per venire a trovare la mamma in ospedale (per lei è la prima volta, gli altri sono abituati) si è messa la maglietta gialla con scritto «Grazie madre con tutto il cuore» e il volto della Madonna.
    «Siamo molto devoti alla madre di Gesù», dice il papà, che sotto la polo lilla porta al collo il rosario. «Siamo andati cinque o sei volte tutti insieme a Medjugorje ed eravamo al santuario della Madonna della Guardia in occasione della visita di Papa Benedetto XVI».
    Gelosie tra fratelli? «Non hanno fatto in tempo, perché ognuno è diventato subito il fratello maggiore di qualcun altro», spiega la mamma.
    La famiglia Bruzzone vive in una casetta indipendente, con giardino e orto coltivato dal papà. «L’estate scorsa non abbiamo fatto altro che mangiare pomodori» protestano i figli. «L’orto ci fa comunque risparmiare un po’», spiega la mamma, che non ha aiuti né per i lavori domestici né per i bambini. «Ognuno pensa alla sua camera e io chiudo gli occhi per non vedere». Comunque non si perde d’animo: «Sono stata contenta di trasferirmi a Sassello, dove passavo le vacanze da bambina e ci siamo sposati, perché finalmente abbiamo una casa grande e i ragazzi possono portare i loro amici».
    Sette camere da letto, i figli più grandi da soli e gli altri in due per stanza, una grande sala da pranzo-salotto con due tavoli uniti ad angolo per ritrovarsi tutti la sera. «A mezzogiorno i più piccoli restano a scuola, grazie al tempo pieno».
    C’è un enorme divano per stare insieme, ma niente tv. «Quando si è rotta quella vecchia, abbiamo pensato di risparmiare quella cifra per altro», dice la mamma. «Tanto litigavamo sui programmi da vedere», aggiunge il primogenito. Però da un paio d’anni è entrato il computer per motivi di studio: «Ma i più piccoli spesso ce lo rubano per guardare i cartoni animati». E se nascono baruffe ci sono punizioni? La mamma assicura di no: «Cerchiamo sempre di farli ragionare, perché le punizioni portano sempre a reazioni di ribellione».
    La spesa tocca al papà, ogni quindici giorni al discount con la lista fatta dalla moglie. «Compriamo la carne all’agriturismo e poi la teniamo nel congelatore», racconta mamma Cristina. Ogni giorno si consumano tre litri di latte per colazione, un chilo di carne per la cena, due chili di pane. Per non parlare di pasta, olio, zucchero.
    «Ci aiuta la Provvidenza. Sacrifici? No, qualche rinuncia. I ragazzi sanno che non possono avere regali costosi». «Certamente non ci sogniamo di chiedere l’iPhone 5», dice Maddalena.
    Una vecchia auto da nove posti «che ora non basterà più», prende atto il padre un po’ preoccupato, niente scooter per i ragazzi, «tanto qui a Sassello si va in bicicletta. Per i più piccoli c’è lo scuolabus, gli altri prendono la corriera fino a Savona».
    «Confesso, io quando vado a lavorare in banca tutto sommato mi riposo», scherza il papà orgogliosissimo dei suoi bellissimi figli. Nel fine settimana gli tocca anche cucinare. E ora deve tornare a casa senza Cristina per qualche giorno. «Sono stanco solo al pensiero».
    «Questa è la dimostrazione che si può anche avere una famiglia numerosa con qualche sacrificio», commenta il primario del reparto, professor Salvatore Garzarelli. «Purtroppo ormai nascono più figli a Stoccolma che da noi, siamo nell’inverno demografico: -10% di nascite qui a Savona, -25% a Milano, -20% a Torino. C’era un piano nazionale per la famiglia, varato nel giugno del 2012, che si sarebbe potuto rivelare uno strumento vincente per incrementare la natalità. Purtroppo la legge di stabilità lo ha ammazzato».
    La Stampa - Savona, niente tv e dieci figli ?Ma siamo più felici di altri?

    Le insorgenze in Lombardia
    di Giuan Gudhjohnsen
    Il nome di questa iniziativa - L'insorgente - ha un significato storico e profondo: si riferisce alle rivolte popolari antigiacobine denominate proprio "insorgenze". Essendo ciò sconosciuto ai più, abbiamo deciso di affrontare la tematica, dividendola in diversi articoli, vista la vastità dell'argomento. Il primo, che leggerete oggi, parla delle insorgenze lombarde; seguiranno quelli sulle insorgenze venete, piemontesi, trentine, sudtirolesi, liguri, emiliane, romagnole. Abbiamo affidato la ricerca ad una delle nostre "penne" più aprezzate, il vichingo lombardo Giuan Gudhjonsen.
    Buona lettura.
    La redazione
    Le insorgenze, in particolare quelle contro l'occupante francese, furono rivolte popolari scoppiate negli anni tra il 1796 e il 1814. Le ribellioni ebbero luogo nei territori occupati dalle armate francesi che, con l'aiuto dei collaborazionisti dell'epoca, avevano creato la Repubblica Cispadana e la Transpadana che, in seguito, divennero la Repubblica Cisalpina.
    Le insorgenze iniziarono durante la prima calata di Napoleone in Padania - periodo che va dal 1796 al 1799 - e terminarono nel 1814, dopo la sconfitta su vasta scala dell'esercito napoleonico e la conseguente abdicazione dello stesso imperatore.
    Ad onor del vero a far data dal 1789, in numerose città italiane, si era sviluppato, per effetto della propaganda francese e con l'aiuto organizzativo delle logge massoniche, un movimento giacobino che, con gli anni, aumentò notevolmente le proprie dimensioni e si diffuse in tutta la penisola. Massoni e collaborazionisti dei francesi furono i promotori e i governatori delle cosiddette "Repubbliche giacobine", predecessori della Repubblica Cispadana, Transpadana e Cisalpina, staterelli indipendenti sorti scimmiottando l'esperienza francese.
    Siccome la Convenzione francese il 15 dicembre 1792 stabiliva che i popoli "liberati" dall'esercito transalpino dovessero contribuire al mantenimento dei soldati occupanti, i governatori filogiacobini aumentarono qui da noi imposte e tasse: ciò creò enorme malcontento in tutte le zone occupate.
    A causa di ciò, i popoli insorsero in quasi tutti i luoghi della penisola italica in cui erano presenti le truppe francesi che, nonostante fossero mantenute con le tasse dei residenti, si rendevano spesso protagoniste di razzie, saccheggi e violenze sulla popolazione civile. Vi furono, nel 1796, delle insorgenze in Lombardia perché i nostri antenati, a differenza di quanto accade oggi, avevano coraggio e si ribellavano.
    Nel maggio del 1796, Napoleone Bonaparte fece il suo ingresso a Milano, ma pochi giorni dopo scoppiò la prima insorgenza in città, cui fecero seguito le rivolte antinapoleoniche di Pavia, Varese, Como, Lodi e dei paesi limitrofi.
    Per quanto riguarda la ribellione avvenuta a Milano bisogna dire che a fine maggio vi furono tumulti immediatamente sedati dal Generale Despinoy. Solo con l’arresto di alcuni rivoltosi che avevano fatto oggetto di lancio di pietre alcune guardie francesi e tentato di abbattere l’albero della libertà eretto dai Francesi nella Piazza del Duomo, la gente intimorita si era ritirata nelle proprie case e i sediziosi nascosti nell’ombra. Già, perché anche a Milano, come in tutte le città europee occupate dai francesi, venne piantato l'albero della libertà, una sorta di palo addobbato con ghirlande e nastri, simboli della Rivoluzione francese. Sotto questi "alberi" la gente era invitata a ballare al suono di musiche patriottiche francofone. Si trattava di balli improvvisati, ai quali venivano obbligate, dai soldati, ragazze a ballar nude prima di venir violentate. A tali balli, inoltre, partecipava soprattutto la fascia di popolazione più indigente, spesso composta da scamiciati e straccioni seminudi: da qui l'appellativo balabiòtt.
    Tornando alla rivolta milanese, a fine maggio, le Truppe Francesi pattugliarono le strade perquisendo chiunque incontrassero e, oltre a numerosi arresti, venne condannato a morte e fucilato nei pressi di porta Ticinese il giovane rivoltoso Domenico Pomi.
    Bonaparte, che in quel momento si trovava a Lodi, venuto a conoscenza dei moti sediziosi che stavano scoppiando a Binasco e a Pavia, decise di agire prontamente e soffocare sul nascere la sommossa prima che prendesse più gravi proporzioni.
    I rivoltosi, per niente intimoriti, si radunarono a Binasco armati di forche, bastoni, poche sciabole, fucili e di 2 cannoni inservibili in quanto mancanti di proiettili, prelevati dal Castello della famiglia Belgioioso. Lo scontro fu violento ma i francesi, meglio armati e organizzati, ebbero ben presto il sopravvento e dopo averlo saccheggiato, incendiarono il villaggio. La presa di Binasco provoca più di cento morti, tra di essi anche vari francesi (che saranno seppelliti nel cimitero del paese).
    I soldati sono autorizzati al saccheggio e allo stupro, abbattono le porte ed incendiano le case. Si desume, anche dall’interpretazione dei dipinti dell’epoca realizzati sul campo, che gran parte della popolazione innocente sia stata trucidata. Lannes in seguito confesserà: “Si sono fatte cose raccapriccianti sulla popolazione”.
    Anche Bergamo e a Brescia diventarono dominio francese tanto che i giacobini, dopo aver dichiarato decaduto il governo veneziano (che a Bergamo durava dal lontano 1428), iniziarono una “guerra” contro le vestigia del passato, con la distruzione di simboli, statue e colonne. Numerosi villaggi insorsero. Nelle valli bresciane si distinsero i paesi di Lonato, Castenedolo e tutta la Val Trompia. Anche la Valtellina e la Valchiavenna si ribellarono e le rivolte furono sedate solo con l’ausilio dell’esercito.
    Che il coraggio dei nostri antenati e il tanto sangue versato per la libertà, possa aiutarci a rialzare la testa.
    News - Le insorgenze in Lombardia - Centro Studi l'Insorgente

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  8. #28
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    Predefinito Re: Terra padana

    Nemici dichiarati dell’identità piemontese
    A Torino il Comune chiude le gallerie di Pietro Micca
    «Il consiglio comunale ha deciso di chiudere alle visite il complesso di gallerie della fortezza di Torino, risalente ai secoli XVI – XVIII, per intenderci dove avvenne il sacrificio di Pietro Micca. La scusa addotta è per causa di infiltrazioni che le renderebbero pericolanti.
    Quello che i consiglieri comunali e il sindaco vogliono ignorare e tenere nascosto è il serio danneggiamento dei preziosissimi manufatti subìto per i lavori di interramento della stazione di Porta Susa e la costruzione del mostruoso grattacielo San Paolo.
    Inoltre tacciono sul progetto di un parcheggio sotterraneo che cancellerebbe i rami di mina e contromina tra corso Galileo Ferraris e corso Matteotti, dove esiste ancora un intero fortino (Forte Pastiss).
    Nemici dichiarati dell?identità piemontese | A Torino il Comune chiude le gallerie di Pietro Micca | Gioventura Piemontèisa



    Verso il Disastro
    di Moreno Catto e Edoardo Rubini
    Di solito la “Grande Guerra” è presentata come una vittoria italiana, ma si trattò di una rovinosa sconfitta militare, maturata nel più crudele scontro militare della storia veneta, appena dissimulata dall’essersi l’Italia schierata per tempo dalla parte del vincitore. Le battaglie combattute sul campo costarono alle truppe italiane centinaia di migliaia di perdite; nei primi due anni di combattimento, il Capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna lanciò una serie di assalti inconcludenti, che fruttarono conquiste territoriali irrisorie ed inutili.
    Le prime undici battaglie dell’Isonzo furono tragedie che spesso ricalcavano lo stesso copione, la notte prima degli assalti si usava ubriacare la truppa, per dare loro all’alba il coraggio di avanzare di corsa in spianate senza riparo, ma il fuoco delle mitragliatrici nemiche non lasciava scampo. Il comando austriaco, invece, ottenuto un successo parziale con la Strafexpedition sull’Altipiano di Asiago, nell’autunno 1917, progettò una micidiale manovra in combinazione con quello tedesco, le cui truppe erano affluite dal fronte orientale, abbandonato dai Russi a seguito della Rivoluzione d’ottobre.
    La battaglia di Caporetto fece crollare il fronte italiano, entrando negli annali della storia militare come esempio di collasso fulminante di un intero esercito moderno. Sorpresi dalla tempesta di fuoco, i contingenti italiani presto perdettero i contatti ed il coordinamento così, una volta accerchiati, buona parte degli effettivi schierati sul fronte carsico e su quelle retrovie fu catturata con le proprie dotazioni.
    Per salvarsi, i soldati sopravvissuti si sbandarono, vagando assieme ad una marea di profughi civili sotto la pioggia battente: solo alcune colonne poterono raggiungere il Veneto, in condizioni disperate. Se non fossero intervenute le truppe inglesi e francesi di rinforzo e non fossero affluiti rifornimenti dagli Stati Uniti, sarebbe stato impossibile fermare l’avanzata asburgica. Ad ogni modo, la guerra che iniziò nell’attuale territorio sloveno, si concluse sulla linea del Piave, a un tiro di schioppo da Venezia, che infatti fu evacuata d’urgenza.
    Il Regno d’Italia entra nella guerra in corso da un anno
    La guerra esplose a seguito dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono della Corona d’Austria-Ungheria, e di sua moglie Sofia, durante una visita ufficiale a Sarajevo. L’attentato avvenne 28 giugno 1914 e fu organizzato da una società segreta, la Mano Nera, una setta gnostica e rivoluzionaria pilotata dai servizi segreti serbi, che infatti contava numerosi affiliati tra gli ufficiali militari ed i funzionari di quel governo.
    Gli agenti sovversivi erano stati inseriti in un gruppo dal nome mazziniano di Mlada Bosna, cioè Giovane Bosnia, che aveva la funzione di staccare la Bosnia dall’Austria-Ungheria per farla annettere al Regno di Serbia. Gli attentatori dovevano sparare addosso alla coppia principesca mentre passava a bordo della propria automobile, durante un giorno di festa nella capitale bosniaca.
    Il “gruppo di fuoco” degli attentatori era composto da sette individui armati con quattro rivoltelle e sei bombe a mano ed erano in combutta con altri terroristi, che nel contempo provocarono disordini nei dintorni; la gente della Bosnia era in massima parte fedele agli Asburgo, tanto che cercò di linciare gli attentatori. Le trame internazionali fecero in modo che a dichiarare guerra fosse una potenza che in realtà era stata aggredita con la feroce esecuzione degli eredi al Trono.
    Quando il conflitto deflagrò nel 1914, la Corona dei Savoia si dichiarò neutrale (Vittorio Emanuele: “l’Italia di fronte al conflitto desidera rimanere in pace con tutti”) e stette ad osservare l’incendio che divampava con l’intento di trarne profitto per espandersi ed emergere come potenza mondiale. Essendo questi i suoi scopi, non mantenne gli impegni internazionali assunti dal 1882 nella Triplice Alleanza (Austria-Prussia-Italia).
    Il Re Vittorio Emanuele III fece aprire canali diplomatici e trattative con le potenze belligeranti. Già nel mese di ottobre il Ministero degli Esteri, barone Sidney Costantino Sonnino, aveva cominciato a tastare il terreno per capire dove conveniva buttarsi; il 5 novembre 1914 Vittorio Emanuele III preparò il terreno ai futuri sviluppi con l’affidamento dell’incarico per il nuovo governo ad Antonio Salandra.
    Si comincia il 9 dicembre, quando si aprono le trattative segrete tra l’Italia, affamata di acquisti territoriali, e l’Austria, disponibile a concessioni, a patto che Roma se ne stia fuori dal conflitto. In quella sede l’Italia pretende il Trentino, l’intero Litorale del Nord Adriatico, parte della Dalmazia e altri possedimenti austriaci. L’ Austria-Ungheria, da parte sua, sa che qualcosa dovrà cedere, ma le richieste dell’Italia vanno oltre: smembrare i territori dell’Austria-Ungheria rischierebbe di mettere fine all’Impero.
    L’Italia non si ritiene soddisfatta e il 16 febbraio 1915 a Roma apre le trattative con l’Intesa (Francia, Inghilterra, Russia) per verificare la possibilità di unirsi agli alleati, purché questi le facciano ottenere ingenti guadagni territoriali. Il 26 aprile il governo arriva a firmare il Trattato di Londra all’insaputa del parlamento. Con esso l’Italia s’impegna ad entrare in guerra a fianco delle potenze occidentali – entro un mese e non oltre il 26 maggio – con il patto che i nuovi alleati, a guerra conclusa, appoggeranno l’Italia nelle sue pretensioni. La Francia e l’Inghilterra facevano un’altra concessione politica di gran importanza: riconoscevano all’Italia il diritto di estendere i suoi possedimenti in Eritrea, Somalia e Libia.
    Fu adottata una dichiarazione che impegnava Francia, Inghilterra e Russia a sostenere l’Italia nel frapporre tutti gli ostacoli possibili alla Santa Sede, quando quest’ultima avesse sviluppato un’azione diplomatica per metter fine al conflitto. Così, si tacitava in partenza la Chiesa Cattolica, unica voce che avrebbe potuto fermare i massacri: infatti, il patto con l’Intesa impegnava gli stati firmatari a non concludere una pace separata durante tutto il conflitto. Il “sacro egoismo” (così lo chiamava Salandra) andava ben oltre le zone “irredente” che l’Italia rivendicava, poiché parecchi di questi territori non erano neppure di lingua italiana.
    Dal 26 aprile al 20 maggio il parlamento fu tenuto all’oscuro delle decisioni concordate tra Vittorio Emanuele III, Salandra e Sonnino. Solo il 4 maggio 1915, con i crismi dell’ufficialità, l’Italia abbandonava a sorpresa la Triplice Alleanza. A Roma molti parlamentari allarmati dalla denuncia degli accordi spinsero, infatti, Giolitti a produrre tentativi per tener fuori l’Italia dall’inferno bellico. Giolitti si muove ed il 9 maggio incontra Salandra ed il Re; fa notare loro l’ostilità popolare alla guerra ed il fatto che “l’esercito e i suoi generali non sono all’altezza della situazione, inoltre la guerra sarebbe stata lunga, non vittoriosa”, mentre con la neutralità si poteva ottenere “parecchio”.
    Con un astuto stratagemma, il 13 maggio 1915 il capo del Governo, Salandra, si fa beffe dell’ostilità parlamentare dimettendosi di fronte alle camere. Il Re a questo punto dovrebbe prendere atto che la maggioranza è per la neutralità: per sondarne la disponibilità ad un incarico come Primo Ministro, infatti, convoca Giolitti, al quale nel frattempo era giunta voce del Patto segreto di Londra. Giolitti subito propone di liberare l’Italia dagli impegni con gli anglo-francesi; vuol far votare al Parlamento la ripresa delle trattative con l’Austria, che stava avanzando nuove proposte, ma fin dal giorno del suo arrivo scoppiano ovunque le violenze degli interventisti, che indignano parecchi tra i parlamentari.
    La sera stessa, circa 320 onorevoli e 100 senatori sottolineano pubblicamente la loro adesione alla linea giolittiana neutralista, lasciando a casa di Giolitti il proprio biglietto da visita. Vedendo il re irremovibile (la nomina del governo dipendeva da lui) e i guerrafondai che agitavano la piazza, Giolitti capisce che non contavano nulla i vantaggi territoriali che si potevano ottenere senza sparare un colpo, perché nel gioco internazionale l’Italia si era ritagliata il ruolo di pedina manovrata da altre forze.
    Giolitti dignitosamente rifiuta l’incarico per non rendersi complice di un atto politico abnorme; a quel punto, il sovrano reincarica proprio Salandra: è 16 maggio. Protestare contro l’intervento significa rischiare la vita: a Palermo i nazionalisti aggrediscono i manifestanti contro l’entrata in guerra, la forza pubblica spara e c’è un morto, mentre a Torino la Camera del Lavoro proclama lo sciopero generale. Risultato: tumulti, barricate e scontri, con un morto e parecchi feriti.
    Il Re d’Italia ignora la decisa contrarietà popolare e l’opposizione del parlamento; respinge le dimissioni di Salandra e conferisce poteri speciali al Governo. Il parlamento è esautorato quel tanto che basta per scavalcarlo: l’Italia può finalmente entrare in guerra. Il governo austriaco visse momenti di panico nell’apprendere che l’Italia abbandonava la Triplice Alleanza ed il 17 maggio 1915 Vienna promise a Roma non solo il Trentino, ma fece anche altre concessioni, con Trieste città libera.
    Era troppo tardi, a nulla valse la proposta austriaca contro i disegni del grande architetto internazionale: il giorno 20 il Parlamento fu riaperto in un clima d’assedio, dato che sin dai giorni precedenti il governo aveva dato libero sfogo alle teste calde (Giacomo Matteotti denunciò che per ingrossare le manifestazioni interventiste furono mandati in strada persino i dipendenti ministeriali) fino all’episodio del 14 maggio 1915, quando la colonna dei dimostranti, dopo aver percorso le vie centrali di Roma, fu lasciata marciare su Montecitorio, dove sotto il naso dei carabinieri mandò in frantumi con lanci di pietre le vetrate dei portoni facendo irruzione alla Camera, per intimorire i deputati che volevano la pace.
    La Camera era riunita il 20 maggio 1915: il discorso di Salandra faceva appello all’unità nazionale, propinando quella truffaldina ricostruzione dei fatti in seguito abbracciata dalla storia ufficiale. Ottenne così la ratifica della Camera sul suo operato: il Re conferiva al Governo poteri straordinari in caso di guerra, si esautorava il Parlamento per tutto il 1915 e si autorizzava il Governo ad emanare decreti senza bisogno di convertirli in legge.
    Qualche studioso ha analizzato la decisione a favore dell’intervento e gli avvenimenti dal 13 al 20 maggio 1915 come un golpe ordito dalla Monarchia: così Luigi Salvatorelli nel suo saggio del 1950, “Tre colpi di stato”. Il 23 Maggio 1915, all’ambasciatore italiano a Vienna è dato mandato di informare che da quel momento i due Stati si trovano in “istato di guerra”.
    In Italia la notizia viene salutata con esplosioni di entusiasmo da parte degli interventisti. Sin dal gennaio 1915 Benito Mussolini, espulso dal partito socialista, aveva chiamato a raccolta un’organizzazione di nazionalisti bellicosi, noti come Fasci di azione rivoluzionaria, potendo contare su un suo giornale, Il Popolo d’Italia, finanziato con fondi occulti dal governo francese per fare propaganda interventista. I suoi articoli incitavano i lettori del quotidiano a rivoltarsi contro il governo, invitando letteralmente a sparare alla schiena dei parlamentari pacifisti.
    Si sprecano minacce ed intimidazioni contro chiunque, cattolico o socialista, cerchi di opporsi. Questo clima proseguiva dal tempo della riunificazione politica italiana, in una situazione di feroce repressione interna, contestuale alle continue guerre d’aggressione esterne, combattute nell’esperienza coloniale contro popoli semi-indifesi.
    Incontro al disastro
    Impressionano i dati del bilancio del Regno savoiardo all’alba dell’intervento bellico: l’esercizio annuale contava un miliardo e 671 milioni di lire, di cui un terzo è dilapidato in spese per armamenti, mentre circa 700 milioni di lire sono impiegati per pagare alle banche gli interessi sul debito pubblico; di tutto il pubblico erario, ai servizi per i cittadini sono riservati appena 400 milioni di lire (circa il 20%).
    L’Italia era immersa nell’acre sapore del sogno imperiale, che si traduceva in uno stato di belligeranza pressoché permanente, con il popolo ridotto a carne da cannone. A mattanza conclusa, nel centro delle cittadine di tutto il Veneto, furono subito piazzati monumenti dedicati al milite italiano, dove spesso sta scritto “caduti per la libertà”: anziché ricordare con pietà cristiana le vittime, si è inteso edificare un culto laico, destinato a sancire per l’eternità un orrendo patto di sangue nazionalista.
    L’entrata in guerra dell’Italia fece ribollire l’Austria nella rabbia e nello sdegno. I soldati dell’Impero asburgico e le genti alpine (anche nelle zone di Trento e Bolzano) si sentirono oltraggiate dall’ex-alleato, che ora li pugnalava alle spalle. Le zone austro-tedesche minacciate risposero alle manovre espansioniste di Roma con un’ondata di arruolamenti volontari, soprattutto a difesa del Tirolo, della Carinzia, della Stiria e della Carnìola.
    Gli Sloveni e altre genti di lingua slava, pur in crisi con la dinastia asburgica per la difesa dei propri diritti nazionali, misero l’uniforme austriaca e difesero risolute le loro case sul fronte che congiungeva le Alpi con l’Isonzo ed il Carso: tutti erano spaventati dall’idea dell’occupazione italiana sul proprio territorio, viste anche le lunghe persecuzioni etniche ai danni delle comunità slovene del Friuli a partire dal 1866.
    ITALIA : LA GRANDE GUERRA PER LA LIBERTÀ Attuazione del Golpe della Monarchia | Vivere Veneto



    LA INDIPENDENSA LA FEMO PAR EL BEN DEA TALIA
    de Silvio Fracasso
    Noaltri indipendentisti masa volte se ghemo sentii dire ca simo egoisti e ca non “pensemo a quei che i sta pexo de noialtri” …. Gninte de pì falso!!
    Ti te sentito egoista?
    …..mi gnanca na scianta, xe deceni ca mantegnemo parasiti ca noi ga voia de far un casso!
    Noaltri Veneti a ghemo tanto a core la Italia, par quelo ca volevo la Indipendensa del Veneto!
    Intanto bisogna ricordarse che el Veneto el xera una tra le pi fiorenti Nasion de l’Europa fin sirca el 1867, quando xe rivà la dominasion Italiana a simo sta trasformà tra le pì poarete e disastrà, semo diventà tera de emigrasion tanto pi de tante altre zone.
    I nostri Parenti invese de nar domandare la carità in giro e aiuto alo stato Talian, invese de perder tempo a pianzerse doso, i se ga da da fare! (par quelo ca simo sicuri de avere un Dna diverso noaltri)
    Deso simo qua ca volemo parlar dele Nostre bone intension: ghemo ormai capio che lo stato talian non l’è riformabile, deso ghemo proprio voia de provedere, de iutarlo…..ma come ?
    Noaltri divertaremo prima posibile uno Stato Veneto Indipendente par el ben dela Italia!
    No no, non semo mia mati e manco che manco a simo drio schersar, parlemo solo de dinamiche naturali: qualsiasi esere uman fin ca te ghe de da magnar in boca nol imparerà mai a rangiarse, a ciapar su el cuciaro da solo… pareciarse da magnare o….nar a laorar…ecc….ecc…
    Eco lora che noaltri deso volemo iutar sto benedetto “bel Paese”, sarisimo contenti ca el trovase la so strada, la so vocasion, chel sfrutase le so benedete ecelense che i continua a dirne che i ga!
    El Veneto fin deso el ghe ga fato tanto mal a sta Italia, purtropo bisogna che lo ametemo siori, a ghemo sbaglià noaltri ca ghemo continuà a darghe da magnare, pensando che el fuse un bocia, che el fuse ancora xovane, ma deso xe ora che la Italia la diventa GRANDE E FORTE!
    A chiunque sa te ghe cavasi el cuciaro de boca el protestaria, el dizaria ca xe fadiga rangiarse, el cuciaro par lu el ghe someiaria tanto tanto pesante ….. ma dopo el te ringrasierà, el te dixarà grasie de averghe lasà che el impara a rangiarse!
    Fin ca continuemo a darghe da magnar ai Parasiti, sti qua i prolifera, noi va mia via da l’organismo che li ospita!
    E si Italia, noialtri Veneti te volemo ben, par quelo ca deso a te domandemo de rangiarte, se stachemo da ti, se AUTODETERMINEMO, volemo o non volemo far morire i parasiti ca te ghe?
    Magari all’inisio te someiarà difisile, un sbrego forte, ma dopo a te ghi-na-va-rè sol che benefici, dopo te sarè felise e orgolisa de non farte pi mantegner da sto Veneto chi (ca te definisi sempre polenton!)
    Invese de 1 stato unico de xente trista, depresa e quasi falia come deso …. ne vien prospetà, te proponem 2 Nasioni Forti e Solide, Felisi de vardare al Futuro con Positività,
    UN VERO AFAR PAR TUTE E DO LE NASION!
    N.B.: tra qualche decenio se spetemo ca te ne ringrasi publicamente ;-)
    LO FEMO PAR EL BEN DELA TALIA ?. | Vivere Veneto

    Questa è la quarta parte del filmato relativo al convegno svoltosi a Magenta, dal titolo "Lombardia prossimo stato in Europa?". E' il momento delle domande e degli interventi del pubblico. Mi sembra si dicano alcune cose molto interessanti.


  9. #29
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    Predefinito Re: Terra padana

    [Anonimo] a Vittorio Emanuele III di Savoia, re d'Italia
    [s.l.], 17 agosto 1917
    17.8.17
    Maestà
    Inviamo a V.M. questa lettera per dirvi che è tempo che finite questo macello inutile. Avete ben da dire voi, che è glorioso il morire per la Patria. E a noi sembra invece che siccome voi, e i Vostri, porchi ministri che avete voluto la guerra che in Iª linea potevate andarci Voi, e Loro. Ma invece Voi e i vostri mascalzoni Ministri, restate indietro, e ci mandate avanti noi poveri diavoli, con moglie e figli a casa, che ormai causa questa orribile guerra da voi voluta soffrono i poverini la fame! Viliacchi, asassini spudurati, Ubriaconi, Impestati, carnefici di carne umana, finitela che è tempo li volete uccidere tutti?
    Al fronte sono stanchi, nell'interno soffrono la fame, dunque cosa volete? Vergognatevi schifosi, ma non vedete che non avanzate, ma volete che vadino avanti lo stesso per ucciderli. Non vedete quanta strage di giovani, e di padri di famiglia avete fatto, e non siete ancora contenti?
    Andateci voi o vigliacchi col vostro corpo a combattere per la vostra patria, e poi quando la vostra vita la vedete in pericolo, allora o porchi che siete tutti, concluderete certamente la pace ad ogni costo.
    Avete capito assassino che siete? Noi per la patria abbiamo sofferto abbastanza, e infine, la nostra patria, è la nostra casa le nostre famiglie, le nostre nostre mogli, i nostri bambini. Quando ci avete uccisi tutti, siete contento di vedere centinaia di migliaia di bambini privo di padre? E perché? Per un vostro semplice ambizioso, e spudorato capriccio.
    Che cosa abbiamo ottenuto noi dalla guerra di Libia? Altro che delle tasse. E così sarà di questa guerra.
    E quando avrete condotto il paese alla completa ruina, sarete poi contento. Vi avertiamo inoltre, che se entro poco tempo non concludete la pace, certamente Voi, Vostro figlio, e Vostra moglie, e qualche vostro porco Ministro, non dubitate farete la morte di Vostro padre Umberto I.
    Uccideremo anche vostro filio che così verrà stirpata la vostra razza e così pure vostra moglie, che così vi mandiamo pari. Certamente vi succederà, non dubitate. Abbiamo fatto una congiura, la quale non potrà fallire. Colui che di noi si macchierà le mani di regicida, siamo certi che subirà la morte, ma almeno avremo una soddisfazione.
    Vi preghiamo anche di fare avertito i vostri Mascalzoni Ministri.
    M.stà scegliete
    F.to La Congiura
    A S.M. Vittorio Emanuele III Ré d'Italia
    Roma
    Missiva autografa.
    ((?) - S.Anna di Valdieri 20.8.17)



    Cismon del Grappa (VI) sostiene il Plebiscito 2013
    Cismon del Grappa (VI): il consiglio comunale ha approvato il 4 Novembre 2013 il sostegno alla proposta di legge referendaria, per la convocazione del Plebiscito 2013 per l’indipendenza del Veneto.
    Cismon del Grappa è il 128° comune Veneto che registriamo ad aver approvato la legge referendaria.

    Cismon, nelle ombre della Storia
    di Paolo L. Bernardini
    Sono particolarmente felice che il comune di Cismon abbia dato in questi giorni l’approvazione alla legge referendaria per l'indipendenza del Veneto. Lo sono perché Cismon, come tutti gli altri comuni veneti, del resto, affonda la propria storia nel passato remoto. Ma allo stesso tempo, in questo caso, siamo di fronte ad un comune che afferma la propria presenza, in modo deciso, durante la guerra civile italiana. E nelle pieghe, e piaghe, non risolte mai dalla coscienza né veneta, né “italiana”, posto che quest’ultima esista, di quei tempi oscuri. E dunque Cismon, e la sua vicenda, ci offre motivo profondo di riflessione; su temi a cui qui non posso che accennare, soltanto. Cismon per prima cosa è roccaforte della storiografia che ha da sempre esaltato l’imprese partigiane. A ragione, del resto: qui si svolge il celeberrimo sabotaggio del Tombion, avvenuto tra il 6 e il 7 giugno 1944, una delle azioni partigiane più clamorose, e note al mondo, nonché più efficaci. Azione eroica, coronata da successo, senza dubbio.
    Ma è anche giusto, ormai, e doveroso, concedere spazio all’altra faccia della guerra partigiana, anche e proprio in Veneto, che è stata anche guerra sordida di massacri e violenze private, di vendette e faide personali, spesso risolte in modo cruentissimo. Di questo ha parlato in abbondanza Pansa, nei suoi libri di successo, ma è bene ricordare che prima di Pansa ne aveva con dovizia di particolari parlato uno storico, che è anche un politico italiano, che potrebbe forse in futuro dare una sterzata indipendentistica al proprio pensiero, proprio per grande coerenza con esso. Si tratta di Antonio Serena, padovano, classe 1948. Nei suoi libri Serena, docente alle superiori, aveva sempre parlato, forse con eccesso di enfasi, ma non con difetto di fonti, degli eccidi partigiani in Veneto, e nel Bellunese in particolare (ma anche nel Trevigiano). Insomma, libri degli anni Novanta (I giorni di Caino) ma anche più recenti (I fantasmi del Cansiglio; La strage di Oderzo), mostrano tante verità scomode.
    Cismon è uno dei tanti piccoli paesi contesi prima che dalla geografia – tra Veneto e Trentino – dalla Storia stessa. Ora che la Storia presenta il conto, non possiamo dimenticarci di pagarlo.
    Sta accadendo quel che è purtroppo accaduto da tempo per i protagonisti della I guerra mondiale: anche quelli della II stanno morendo tutti e presto non avremo più testimonianze orali di quelle vicende. Dunque forse le stesse dispute tra storici “di regime” (che non metterebbero mai in programma libri come quelli di Pansa, ma meno che mai quelli di Serena), e storici “revisionisti”, avranno meno peso e si esauriranno.
    Ma resta un fatto, incontrovertibile: l’Italia non è mai stata capace di affrontare serenamente la propria storia. Chi non affronta serenamente il proprio passato non può affrontare serenamente il proprio presente. I nodi della guerra civile italiana si sono forse risolti? No, ma almeno opere come quelle di Serena prima e di Pansa poi li hanno portati al pettine.
    I tempi sono maturi per un Veneto indipendente anche per questo. Perché poi alla fine se l’Italia nata nel 1948 non soddisfaceva certo i reduci del Fascismo, ancor meno molti dei reduci partigiani: nell’Italia partigiana si creano ad esempio tante micro-repubbliche che aspirano a qualche utopica indipendenza: Alba è la più famosa perché la cantò Beppe Fenoglio. Molti gruppi partigiani chiedono, da sinistra, l’abolizione di province e prefetti e il calo di peso dello Stato centrale (ad esempio i gruppi toscani legati a Carlo Lodovico Ragghianti, grande storico dell’arte). Trionfa una costituzione che doveva essere la celebrazione dell’antifascismo, ma che diviene la continuazione legalizzata del centralismo fascista stesso.
    Solo l’indipendenza del Veneto garantirà quell’approccio disteso verso il proprio passato che la veemenza ideologica della storiografia italiana dell’una, ma anche dell’altra parte, ci hanno sempre fieramente negato, dando per scontate verità che invece erano menzogne, o, dal fronte opposto, ponendo tanta enfasi su verità vere (negate dagli storici ufficiali) da correre il rischio di farle credere, di nuovo, menzogne.
    L’Italia è paese malato dal 1861, dalla nascita, e questa sua malattia la trasmette a tutto, perfino alla storiografia. Ora che muoiono tutti i protagonisti, nel bene e nel male, di quegli anni, possiamo dire veramente, alla Leopold von Ranke, di sapere, “wie es eigentlich gewesen”, “come e cosa è veramente accaduto”? Non credo. E non possiamo aspettare, per avere un approccio giusto, moderato, equilibrato nei confronti del passato, che muoiano tutti i protagonisti e che il documento scritto si sostituisca a quello orale, che la memoria morta tolga spazio a quella viva.
    La libertà del Veneto implica la libertà in tante, tante altre sfere. Del sapere, della storiografia, ma prima di tutto della coscienza. Non è solo la battaglia per “residui fiscali” o “flat tax”. E’ una battaglia dove la posta in gioco, morale prima che economica, è molto, molto più alta.
    Cismon, nelle ombre della Storia | Plebiscito2013.eu


  10. #30
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    Predefinito Re: Terra padana

    A Pregnana gli indipendentisti si organizzano. Nascono i L.U.P.I.
    Dopo la giornata indipendentista tenutasi a Pregnana Milanese (MI) lo scorso 17 novembre, abbiamo raggiunto Giuseppe Longhin, presidente della Associazione 300Lombardi e promotore, tra gli altri, di questa iniziativa, per chiedergli impressioni e bilanci della manifestazione.
    Traspare subito orgoglio e soddisfazione per il successo della iniziativa, per aver coinvolto tante persone e tante associazioni e gruppi indipendentisti. Senza dimenticare però l’antefatto, ossia “l’amministrazione locale ha tentato fino all’ultimo di mettere i bastoni fra le ruote agli organizzatori, ma invano. La falange lombarda, composta da ben 13 associazioni differenti con i propri gonfaloni (Alpi Insubria, Brescia Patria, Color44, Confederazione Ribelle, Domà Nunch, Identità Pavese Lomellina Oltrepò, Identità Ticinese, Indipendenza Lombarda, Movimento Autonomista Valsesiano Novara, Pro Lombardia Indipendenza, Tea Party Lombardia, Terre Libere, Unione Indipendentista Lombarda Autodeterminazione), si è infatti schierata compatta e unita nel manifestare la propria solidarietà verso la cittadinanza di Pregnana e verso 300Lombardi, vittime della discriminante negazione, da parte dell’amministrazione Pregnanese, al diritto di confrontarsi liberamente sul tema “indipendenza della Lombardia”, ribadendo con la propria partecipazione il sentimento comune del popolo lombardo nel reclamare la propria indipendenza in tutto il suo territorio”.
    Con questo spirito di fratellanza le associazioni presenti in piazza, si sono successivamente riunite privatamente nell’assemblea denominata L.U.P.I. (Lombardi Uniti Per l’Indipendenza) avviando un primo franco confronto sull’indipendenza della Lombardia, in tutte le sue declinazioni economiche, culturali e politiche, rinnovando infine l’impegno ad incontrarsi nuovamente con scadenze periodiche per individuare punti di convergenza e pianificare una comune azione e future collaborazioni.
    Conclude Longhin: “dopo l’esperienza di Pregnana i Lombardi hanno dimostrato di poter marciare uniti a testa alta e di saper mettere da parte le differenze di fronte al tentativo di ostacolare la circolazione del pensiero indipendentista in Lombardia".
    Lombardi uniti per l?indipendenza. | IL GIORNALE DELLA LOMBARDIA INDIPENDENTE



    LA CHIESA VENETO DALMATA E LA “DEMOCRAZIA DIRETTA”
    di Millo Bozzolan
    Oggi che si fa un gran parlare di questo sistema, invidiando la Svizzera in specie, perché in quel modo è in buona parte governata, e fa piacere scoprire che in molti ambiti la prassi delle decisioni prese tramite assemblee era una pratica comune anche da noi già secoli fa, persino nell’ambito ecclesiale, dove magari non te lo aspetteresti.
    Ma i Veneti sono fatti così, amano e amavano un ruolo attivo nella gestione della società, fino ad imporre la scelta dei parroci alle somme autorità ecclesiali. Ne parla in un suo saggio Vittorio Frajese, intitolato “Venezia e la chiesa durante i decenni galileiani”.
    “Durante i secoli XV e XVI, l’organizzazione della diocesi veneziana era costituita da 70 parrocchie, governata da pievani eletti dalle comunità locali oppure servite da gruppi di chierici costituiti in capitoli o collegiate.
    Sul principio del ‘500, il patriarca Gerolamo Querini aveva cercato di avocare le nomine dei pievani, ma il conflitto che ne era derivato si era risolto a favore delle parrocchie, così che papa Leone X aveva dovuto infine sanzionare la soluzione di fatto, concedendo una bolla dove si riconosceva ai parrocchiani delle diverse contrade veneziane il diritto di designare i propri parroci…
    Se questa era la situazione veneziana, il sistema delle elezioni comunitarie, magari col sistema del ballottaggio e della periodica conferma, era ancora presente, con notevole frequenza, in tutto il territorio veneto…
    Per comprendere il clima delle terre venete, basta ricordare come il seguente episodio riferito da Bolognetti (nunzio apostolico) fosse del tutto ordinario e largamente diffuso. Durante la sua permanenza a Venezia, gli abitanti di Cittanuova, che prima pagavano le decime ai canonici della cattedrale, decisero di istituire un curato locale al quale conferire le decime. Non solo la decisione fu convalidata da L’avogaria de Comun, ma il cardinale Valier, visitatore in Dalmazia, giudicò la consuetudine di eleggere i cappellani così radicata, da rendere più opportuno non estirparla del tutto, bensì correggerla stabilendo che gli abitanti di Cittànuova avessero la facoltà di presentare due cappellani, che però fossero perpetui e non amovibili (infatti in genere venivano sottoposti a nuove votazioni per il rinnovo, dopo qualche anno). Ma gli abitanti di Cittànuova rifiutarono il compromesso”.
    LA CHIESA VENETO DALMATA E LA ?DEMOCRAZIA DIRETTA? | Vivere Veneto

    L’ITALIA È MATRIX !
    di Silvio Fracasso
    Pillola Azzurra o Pillola Rossa ?
    Illusione o Verita’?
    Fallimento o Rinascita Strepitosa ?
    Italia o VENETO ?
    Morpheus: “…Sei qui perchè intuisci che c'è qualcosa che non riesci a spiegarti, senti solo che c’è, è tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra nel mondo, non sai bene di cosa si tratta ma la avverti, è un chiodo fisso nel cervello, da diventarci matto….
    E’ questa sensazione che ti ha portato da me, tu sai di cosa si sta parlando ? “
    Neo:”Di MATRIX / DELL’ITALIA !!! “
    Ricordiamo Tutti benissimo il bivio di fronte al quale il protagonista Neo si trovò: Pillola Azzurra o Pillola Rossa ?
    ”Ti sto offrendo semplicemente la verita’, niente di più.“



    Pillola Azzurra era il mondo finto perfetto nel quale la gente aveva l’illusione, la finta percezione di vivere, tutto ricreato al computer. Una illusione dalla quale tante persone non volevano nemmeno uscire, convinti che tutto potesse sempre continuare cosi’…
    Pillola Rossa il mondo reale, un mondo nel quale le persone sono sfruttate da esseri Alieni/Estranei collegate a delle strutture, in un mondo bestiale e pauroso, persone sfruttate da esseri alieni come fossero piante da raccolto o animali da allevamento.
    Per carità sì sì, (finchè conviene) mantenute in vita dagli Italiani ….ops…. dagli esseri alieni, ma che in effetti non lasciavano alcuna libertà e possibilità d’esser veramente felici.
    Matrix è l’illusione della bella Italia.
    E’ il Lavaggio del cervello che han fatto alla maggioranza di noi fin da piccoli!
    Quanti Veneti si incontrano ancor oggi convinti d’esser nella favola….di viver la loro bella vita e che tutto possa continuare così:
    ** Perché son pensionati (finché ci saran soldi, poi le pensioni salteranno)
    ** perché sono dipendenti pubblici (finchè il sistema terrà, sappiamo che sono in troppi e i soldi non ci sono dunque prima o dopo si dovrà licenziare o dimezzare gli stipendi)
    ** perché han lavoro in ditta grossa (finché non si trasferirà all’estero, meno tasse e costo del lavoro inferiore sono sirene troppo allettanti)
    ** perché han la loro casetta(finché lo stato non metterà altre tasse che non si riusciranno più pagare, in caso di crisi e insolvenza dello Stato anche gli immobili crollano di valore)
    ** perché hanno il loro bella aziendina (finche si resiste, molte/tutte stan chiudendo)
    ** perché han gruzzoletto (finché non verrà messa una grossa patrimoniale e/o fallirà l’Italia con conseguente rimborso azzerato titoli di Stato, vedi Argentina e svalutazione di tutti gli immobili e proprietà)
    ** perché…. perche’… perche’…ormai il tempo delle giustificazioni è finito!!!
    Pillola Rossa===> si subisce questa italietta rassegnati e sicuramente si morirà.
    Pillola blu ===> ci si prepara e si agisce, si prende atto dell’inevitabile fallimento Italiota e si attuano soluzioni importanti. Si COSTRUISCE IL VENETO !
    Pillola Azzurra ( o Pillola Rossa ? )
    Fallimento (o Rinascita?)
    Italia (o Veneto?)
    ORA POSSIAMO SCEGLIERE, NON POTRETE, NON POTREMO DIRE DI NON AVER SAPUTO.
    Saremo responsabili del nostro futuro, responsabili della possibilità di gestire la nostra vita e non di subirla!
    Pillola Azzurra o Pillola Rossa?
    http://venetostatofederale.files.wor...alix.jpg?w=474

 

 
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