Sant’Isidoro, il paesino brianzolo dove gli imprenditori espongono il “drappo bianco listato a lutto”. «Basta tasse»
Matteo Rigamonti
In un paesino comasco è nata l’originale protesta di un marmista che non ne può più di una «pressione fiscale al 70 per cento». «Non vogliamo l’elemosina dello Stato, ma le condizioni per lavorare»
Una pañolada silenziosa delle imprese brianzole e comasche. Una forma originale di protesta da parte di una fetta importante del tessuto produttivo lombardo e nazionale cui hanno aderito finora un centinaio di persone tra imprenditori, operai e dipendenti, e che presto dovrebbe abbracciare anche la città di Cantù con un evento.
A inaugurarla è stato Giuseppe Caggiano, marmista di Sant’Isidoro, frazione di Carugo, paesino fino a pochi giorni fa sconosciuto alla grande stampa nazionale, che un giorno ha deciso di appendere al cancello del suo capannone un drappo bianco listato a lutto per protestare contro le tasse, incontrando fin da subito la solidarietà e il sostegno di colleghi e conterranei. Attirando così l’attenzione e l’interesse della stampa locale e non solo. Ora i drappi bianchi che si incontrano appesi alle case, ai capannoni e anche alle vie del paesino e dei dintorni sono molti di più.
QUELLI DEL “DRAPPO BIANCO”. «La nostra è una rivoluzione pacifica – spiega a tempi.it Caggiano che non vuole gli sia affibbiata alcuna etichetta – e il drappo bianco è semplicemente un segno della nostra sofferenza». «Chiamateci quelli del “drappo bianco” e stop», aveva dichiarato solo qualche giorno fa al Corriere di Como. Caggiano, che non si vuole appoggiare alla rappresentanza delle varie associazioni di categoria che, a suo modo di vedere, sono pagate per un servizio che non sempre svolgono al meglio, vuole solo rappresentare gli interessi di imprenditori e artigiani.
MENO TASSE SUL LAVORO. «Chiediamo solamente – puntualizza – che ci siano tagliate le tasse, a partire da un abbattimento serio del costo del lavoro», che ormai in Italia è divenuto insostenibile. «La pressione fiscale è al 70 per cento», prosegue, e «se un imprenditore vuole assumere qualcuno di nuovo in azienda gli aumentano l’Irap! Quando in realtà dovrebbero abbattergliela e fargli un monumento». L’elevato costo del lavoro getta Caggiano e tutti gli altri del “drappo bianco” nello sconforto: «In Italia un operaio che guadagna 1.300 euro al mese ne deve pagare 600 di contributi all’Inps; cominciamo – suggerisce – a mettergli 300 euro in più in tasca al mese, così che possa tornare a spendere».
NON VOGLIAMO ELEMOSINE DAL GOVERNO. Sui benefici che l’abbattimento del cuneo fiscale proposto dal governo Letta dovrebbe comportare per i dipendenti, Caggiano aggiunge: «Personalmente ho suggerito ai miei operai di restituirli al mittente i 14 euro in più in busta paga». Perché «non chiediamo l’elemosina, ma che ci siano garantite le condizioni per poter lavorare».
LE SIRENE DELLA SVIZZERA. Artigiani del Marmo Sas, l’azienda di Caggiano, non è che una delle tante imprese brianzole e comasche che fatturano tra i 500 mila e 1 milione di euro l’anno e che hanno meno di 15 dipendenti assunti. Imprese per le quali le sirene della Svizzera, paese dal fisco più amico, suonano forte dietro l’angolo di casa e la tentazione di fare il salto oltre confine è grande. Anche se «non è il mio caso», assicura Caggiano, che fortunatamente di lavoro ne ha ancora. Ma il problema è proprio quello: «In Italia manca il lavoro», asserisce.
IN ALBANIA È MEGLIO. È degno di nota, infine, un aneddoto che l’artigiano del marmo confida a tempi.it e che ben fa capire come la partita che si sta giocando sull’abbattimento del carico fiscale sul lavoro non sia di poco conto. Tutt’altro. Oltre ad essere decisiva per la sopravvivenza della nostra impresa e industria, infatti, essa determina anche l’interesse, o meno, degli investitori esteri per il nostro Paese. Caggiano è appena tornato dall’Albania, dove ha fatto visita a un suo cliente cui ha montato un camino di marmo, un imprenditore edile che costruisce «ponti e strade» dando da lavorare a «900 dipendenti». Idajet Ismailaj, così si chiama, gli ha detto che non verrebbe «mai» a «investire» in Italia, perché «il fisco e la burocrazia stritolano le imprese» e «non si riesce a lavorare». E «il risultato finale» sarebbe quello di aver lavorato per nulla.
Sant'Isidoro, il paese del drappo bianco anti-tasse | Tempi.it
Vogliamo un redditometro anche per lo Stato
Invece di sezionare come i cittadini usano il proprio denaro bisognerebbe controllare come gli enti pubblici spendono i nostri soldi. Così il sistema di controllo fiscale si trasformerebbe in uno strumento per affermare la superiorità dell'individuo sulla macchina burocratica
di Matteo Borghi
«Sulla base dei dati presenti in Anagrafe tributaria, le spese che Lei ha sostenuto nel 2009 risultano apparentemente non compatibili col reddito dichiarato. Per questo motivo […] La invitiamo a presentarsi presso questo ufficio […]. La sua collaborazione è particolarmente importante per acquisire dati e notizie che possono chiarire la Sua posizione e, quindi, di non procedere a ulteriori fasi di controllo».
È questo il contenuto – vagamente minaccioso – della lettera che circa 34mila contribuenti italiani hanno ricevuto in questi giorni dall’Agenzia delle Entrate. Una missiva molto simile a quella che si sta approntando per il nuovo redditometro (ancora al vaglio del Garante della privacy) che chiede, sostanzialmente, una cosa: dimostrare di essersi potuti permettere ciò che si è acquistato. Una richiesta che, spesso, assume contorni palesemente assurdi. L’esempio classico è quello del genitore che, dopo aver risparmiato una vita, aiuta il figlio a comprarsi la prima casa: quest’ultimo, evidentemente, non ha un reddito tale da permettersela (altrimenti non avrebbe bisogno dell’aiuto paterno). Peccato che la legge non preveda questa casualità e, dunque, l’accertamento scatti comunque. È forse il caso del nostro Carlo (nome ovviamente fittizio) il cui caso è riportato da Corriere della Sera: lombardo, single, di età compresa tra i 35 e i 64 anni che nel 2009 ha acquistato un fabbricato di 108mila euro dichiarando un reddito di 11.200.
Eppure il problema fondamentale non sono i molti errori e le molte assurdità del redditometro. Il punto sta nel concetto stesso alla base del redditometro: tu, cittadino, devi dimostrare cosa fai coi tuoi soldi. No, caro Stato: dovresti essere tu a dover dimostrare cosa fai con i miei soldi. È la semplice declinazione del principio liberale per cui ognuno ha diritto di fare ciò che vuole finché non lede la libertà altrui. Quindi io ho il pieno diritto di usare i miei soldi per acquistare le cose migliori o peggiori (e chi stabilisce che quali esse siano se non il singolo individuo?) mentre lo Stato, che prende i soldi grazie al mio lavoro e a quello di altri milioni di contribuenti, dovrebbe dimostrarmi che spende al meglio la liquidità che arriva nelle sue casse. Nella vicina Svizzera è una pratica che c’è da tempo. Non solo: in Svizzera i cittadini hanno la possibilità di votare direttamente, seppur entro certi limiti, l’entità delle imposte e la destinazione della spesa pubblica.
Ciò che da loro è normale da noi sembra fantascienza. Da noi troppe persone preferiscono stare al gioco di uno Stato che fa leva sull’invidia sociale: va bene, sono disposto a pagare più di metà di quel che guadagno in tasse, basta che anche gli altri faccian lo stesso. Così guardo il mio vicino che ha comprato una macchina un po’ più bella, un cellulare hi-tech e un vestito nuovo per la prima comunione del figlio e lo segnalo a Equitalia ma poi non mi lamento dei 304mila euro l’anno di Befera o dei 495mila di Ignazio Visco. Finché non cambierà questa mentalità non potremo far altro che arrenderci ad una Belva (leggi: uno Stato) sempre più ipetrofica e vorace.
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Il Distretto Aerospaziale Lombardo alla kermesse internazionale di Torino
Workshop, sessioni sulla politica in materia di acquisiti e di subfornitura, seminari sull’innovazione. Ma, soprattutto, incontri b2b (faccia a faccia) tra fornitori e grandi player del settore provenienti da tutto il mondo. Con uno scopo: creare i presupposti per nuovi rapporti commerciali. È ciò che ha rappresentato l’Aerospace & Defense Meetings di Torino 2013, una due giorni che si è chiusa ieri, alla quale ha partecipato anche il Distretto Aerospaziale Lombardo, con il supporto della Camera di Commercio di Varese. Nove, in particolare, le piccole e medie imprese presenti allo stand e protagoniste di una serie di appuntamenti con i big dell’aerospazio mondiale: Aermeccanica Srl di Lonate Pozzolo; Fonderia Maspero di Monza; Jointek Srl di Somma Lombardo; Merletti Srl di Arsago Seprio; OVS Villella Srl di Sesto Calende; Pantecnica Spa di Rho; RTM Breda Srl di Cormano; TXT E-Solutions Spa di Milano; Tecnologie Industriali & Aeronautiche Spa di Cologno Monzese. 600 imprese, 1.000 partecipanti, 8.000 meeting one to one, 25 Paesi rappresentati: questi i numeri di una kermesse strettamente operativa all’interno della quale erano presenti tutti i più grandi nomi del settore: Avic, Boeing, Casic, Embraer, General Electric, Saab, oltre ai principali gruppi italiani come Alenia Aermacchi, AgustaWestland, Avio Aero, Thales Alenia Space, Selex ES e Microtecnica Actuation Systems, A cui bisogna aggiungere i più importanti cluster industriali internazionali. Oltre a quello lombardo: Rhône-Alpes (Francia), bavAIRia e.V. (Germania) Forum Luft-und Raumfahrt Baden-Württemberg (Germania).
Tra tutte queste presenze i nomi che hanno spiccato nell’agenda degli incontri istituzionali del Distretto Aerospaziale Lombardo ci sono quelli con il cluster britannico dell’aerospazio (UK Aerospace) e con i rappresentanti dell’ambasciata austriaca (paese dove le imprese lombarde del comparto hanno esportato, nel primo semestre dell’anno, prodotti per un valore di 281mila euro). I meeting che hanno coinvolto direttamente le Pmi lombarde sono stati invece circa 200. Con una media dunque di oltre 20 incontri a testa con potenziali futuri clienti o fornitori.
Attori di fronte ai quali il Distretto Aerospaziale Lombardo si è presentato con le performance in crescita sui mercati internazionali. L’export è in forte aumento. Nei primi sei mesi del 2013 si è assistito a un balzo in avanti del 12,4% rispetto allo stesso periodo di un anno fa. In valore assoluto parliamo di esportazioni per un valore di 929,6 milioni di euro. I mercati di riferimento? Nella classifica dei primi 5 ci sono gli Stati Uniti, che con 104,45 milioni si piazzano al primo posto. Segue a ruota la Russia con 91,8 milioni. Poi Singapore (74,3 milioni), Regno Unito (64,2 milioni), Qatar (55,3 milioni).
Per quanto riguarda i tassi di crescita, quelli più sostenuti si sono registrati a Singapore, in Mauritania, Irlanda e Australia. Buone le performance anche in Cina, Spagna, India, Russia e Panama. Da solo il Distretto Aerospaziale Lombardo, con le sue 185 imprese per 15mila addetti, ha generato, nei primi sei mesi del 2013, il 35,4% dell’export italiano del settore.
“La congiuntura internazionale delle nostre imprese - ha commentato il Presidente del Distretto Aerospaziale Lombardo - è sicuramente positiva e fa del nostro un settore trainante per tutta l’economia lombarda. Un asset strategico sia occupazionale, sia tecnologico che può contare su un ruolo anticiclico importante. Mi chiedo quanti siano i comparti che oggi possono vantare una crescita dell’export a due cifre. Un risultato che non rappresenta la fine di un lavoro, ma una pietra sulla quale continuare a lavorare. La nostra costante presenza a tutte le più importanti kermesse nazionali e internazionali rappresenta un punto ormai fisso. Una certezza, non solo per le nostre imprese piccole, medie e grandi, ma anche per gli stessi operatori mondiali che ci incontrano perché siamo per loro un punto di riferimento e un appuntamento praticamente obbligato”.
Il Distretto Aerospaziale Lombardo alla kermesse internazionale di Torino - LaBissa.com
Olivetti, o il capitalismo italiano come doveva essere
di Luca Negri
Suo padre Camillo, il fondatore della fabbrica, lo aveva ammonito, in termini perentori: «Tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione dei nuovi metodi, perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia». E allora il figlio, Adriano Olivetti, si diede da fare e diventò non solo il più illuminato fra gli imprenditori della sua epoca, ma anche un intellettuale di respiro universale, quasi un alieno nell’Italia del secondo dopoguerra, soffocata dai dogmi e dai compromessi democristiani e comunisti. Ha molto da insegnare Olivetti, oggi ancor più di ieri, agli imprenditori di casa nostra, e ancor più ai politici che vivacchiano senza una straccio di un’idea e agli intellettuali che si illudono di pensare mentre stanno solo rimuginando pensieri morti da decenni.
Un’ottima occasione per imparare da lui è rileggersi le sue opere, che da qualche mese, provvidenzialmente, la casa editrice da lui fondata, le “Edizioni di Comunità” sta riportando in libreria. Leggendo il pamphlet Democrazia senza partiti, i discorsi Ai lavoratori, il piccolo saggio Il cammino della Comunità si coglie tutta la grandezza di quest’uomo nato nell’estremo nord-ovest italiano, con un’idea dell’impresa e della società in estrema antitesi con quella, purtroppo vincente, monopolista e complice della peggiore politica italiana, nata nella vicina Torino.
Fin dagli anni ’30, dopo aver imparato la tecnica dell’organizzazione industriale nelle grandi fabbriche statunitensi, Olivetti decise di non importare quel modello acriticamente, di non trascurare la qualità della vita e del lavoro degli operai a favore del profitto. E quest’ultimo doveva riversarsi nell’intera comunità territoriale locale intorno allo stabilimento, diventare occasione di arricchimento non solo materiale per tutti, ma anche culturale e (per usare una parola di cui non aveva paura) spirituale. Con la collaborazione di pubblicitari, architetti, designer all’avanguardia, inventò così “lo stile Olivetti” che diede forma alle macchine per scrivere, agli arredi d’ufficio, all’urbanistica, ai pionieristici servizi sociali per i lavoratori. Il mondo gli riconobbe questo talento visionario, tant’è vero che un esemplare della mitica “Lettera 22” ed uno della “Lexicon 80” entrarono a far parte della collezione permanente del Moma di New York. Non solo imprenditoria, dunque, ma arte contemporanea.
Ma la vera arte è quella del vivere, del trasformare la società. E l’Olivetti politico è ancora più interessante ed urgente da riscoprire. Rifugiato in Svizzera perché antifascista, nel 1944 scrisse L’Ordine politico della Comunità, ben consapevole del fallimento dell’ideologia socialista, del fatto che la proposta politica dei democristiani avrebbe avuto molto poco di spirituale e di realmente democratico. E ancora più consapevole dei possibili esiti totalitari dello statalismo. I contenuti del volume vennero discussi durante la stesura con due grandi pensatori come Luigi Einaudi ed Ernesto Rossi, ma oseremmo affermare che Olivetti riuscì a superarli per coraggio ed intraprendenza.
Il suo «stato secondo le leggi dello spirito» proponeva «una Comunità né troppo grande né troppo piccola, concreta, territorialmente definita, dotata di vasti poteri». Intimamente convinto che «nessun uomo, neanche il più povero, il più debole, può appartenere alla Stato», l’ingegnere di Ivrea voleva un federalismo radicale, con il potere statale ridotto al minimo, alla semplice tutela delle libertà fondamentali. «Contro lo Stato», scriveva, «non ho bisogno di spendere troppe parole. Lo Stato è troppo lontano fisicamente e moralmente dai nostri problemi e dai nostri interessi». Spettava invece alle forze dell’economia, di un’economia solidale e fraterna e a quelle della cultura la missione di far crescere la comunità locale.
Dopo la sua morte prematura, nel 1960, quell’orizzonte venne tradito, diminuito e svenduto, anche con la complicità di quelli che erano i suoi avversari nel concepire il ruolo dell’impresa e delle forze produttive. Dimentico della lezione anche politica del grande piemontese, l’Italia piombò in tensione sociali che sfociarono nel terrorismo e nella peggiore partitocrazia d’Occidente. Ma forse non è troppo tardi per risolversi, per provare a costruire una paese fondato su comunità autonome, libere dall’invadenza statale e con lo sguardo rivolto ai valori dello spirito.
Olivetti, o il capitalismo italiano come doveva essere | L'intraprendente
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