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Discussione: Padania intraprendente

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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Sant’Isidoro, il paesino brianzolo dove gli imprenditori espongono il “drappo bianco listato a lutto”. «Basta tasse»
    Matteo Rigamonti
    In un paesino comasco è nata l’originale protesta di un marmista che non ne può più di una «pressione fiscale al 70 per cento». «Non vogliamo l’elemosina dello Stato, ma le condizioni per lavorare»
    Una pañolada silenziosa delle imprese brianzole e comasche. Una forma originale di protesta da parte di una fetta importante del tessuto produttivo lombardo e nazionale cui hanno aderito finora un centinaio di persone tra imprenditori, operai e dipendenti, e che presto dovrebbe abbracciare anche la città di Cantù con un evento.
    A inaugurarla è stato Giuseppe Caggiano, marmista di Sant’Isidoro, frazione di Carugo, paesino fino a pochi giorni fa sconosciuto alla grande stampa nazionale, che un giorno ha deciso di appendere al cancello del suo capannone un drappo bianco listato a lutto per protestare contro le tasse, incontrando fin da subito la solidarietà e il sostegno di colleghi e conterranei. Attirando così l’attenzione e l’interesse della stampa locale e non solo. Ora i drappi bianchi che si incontrano appesi alle case, ai capannoni e anche alle vie del paesino e dei dintorni sono molti di più.
    QUELLI DEL “DRAPPO BIANCO”. «La nostra è una rivoluzione pacifica – spiega a tempi.it Caggiano che non vuole gli sia affibbiata alcuna etichetta – e il drappo bianco è semplicemente un segno della nostra sofferenza». «Chiamateci quelli del “drappo bianco” e stop», aveva dichiarato solo qualche giorno fa al Corriere di Como. Caggiano, che non si vuole appoggiare alla rappresentanza delle varie associazioni di categoria che, a suo modo di vedere, sono pagate per un servizio che non sempre svolgono al meglio, vuole solo rappresentare gli interessi di imprenditori e artigiani.
    MENO TASSE SUL LAVORO. «Chiediamo solamente – puntualizza – che ci siano tagliate le tasse, a partire da un abbattimento serio del costo del lavoro», che ormai in Italia è divenuto insostenibile. «La pressione fiscale è al 70 per cento», prosegue, e «se un imprenditore vuole assumere qualcuno di nuovo in azienda gli aumentano l’Irap! Quando in realtà dovrebbero abbattergliela e fargli un monumento». L’elevato costo del lavoro getta Caggiano e tutti gli altri del “drappo bianco” nello sconforto: «In Italia un operaio che guadagna 1.300 euro al mese ne deve pagare 600 di contributi all’Inps; cominciamo – suggerisce – a mettergli 300 euro in più in tasca al mese, così che possa tornare a spendere».
    NON VOGLIAMO ELEMOSINE DAL GOVERNO. Sui benefici che l’abbattimento del cuneo fiscale proposto dal governo Letta dovrebbe comportare per i dipendenti, Caggiano aggiunge: «Personalmente ho suggerito ai miei operai di restituirli al mittente i 14 euro in più in busta paga». Perché «non chiediamo l’elemosina, ma che ci siano garantite le condizioni per poter lavorare».
    LE SIRENE DELLA SVIZZERA. Artigiani del Marmo Sas, l’azienda di Caggiano, non è che una delle tante imprese brianzole e comasche che fatturano tra i 500 mila e 1 milione di euro l’anno e che hanno meno di 15 dipendenti assunti. Imprese per le quali le sirene della Svizzera, paese dal fisco più amico, suonano forte dietro l’angolo di casa e la tentazione di fare il salto oltre confine è grande. Anche se «non è il mio caso», assicura Caggiano, che fortunatamente di lavoro ne ha ancora. Ma il problema è proprio quello: «In Italia manca il lavoro», asserisce.
    IN ALBANIA È MEGLIO. È degno di nota, infine, un aneddoto che l’artigiano del marmo confida a tempi.it e che ben fa capire come la partita che si sta giocando sull’abbattimento del carico fiscale sul lavoro non sia di poco conto. Tutt’altro. Oltre ad essere decisiva per la sopravvivenza della nostra impresa e industria, infatti, essa determina anche l’interesse, o meno, degli investitori esteri per il nostro Paese. Caggiano è appena tornato dall’Albania, dove ha fatto visita a un suo cliente cui ha montato un camino di marmo, un imprenditore edile che costruisce «ponti e strade» dando da lavorare a «900 dipendenti». Idajet Ismailaj, così si chiama, gli ha detto che non verrebbe «mai» a «investire» in Italia, perché «il fisco e la burocrazia stritolano le imprese» e «non si riesce a lavorare». E «il risultato finale» sarebbe quello di aver lavorato per nulla.
    Sant'Isidoro, il paese del drappo bianco anti-tasse | Tempi.it

    Vogliamo un redditometro anche per lo Stato
    Invece di sezionare come i cittadini usano il proprio denaro bisognerebbe controllare come gli enti pubblici spendono i nostri soldi. Così il sistema di controllo fiscale si trasformerebbe in uno strumento per affermare la superiorità dell'individuo sulla macchina burocratica
    di Matteo Borghi
    «Sulla base dei dati presenti in Anagrafe tributaria, le spese che Lei ha sostenuto nel 2009 risultano apparentemente non compatibili col reddito dichiarato. Per questo motivo […] La invitiamo a presentarsi presso questo ufficio […]. La sua collaborazione è particolarmente importante per acquisire dati e notizie che possono chiarire la Sua posizione e, quindi, di non procedere a ulteriori fasi di controllo».
    È questo il contenuto – vagamente minaccioso – della lettera che circa 34mila contribuenti italiani hanno ricevuto in questi giorni dall’Agenzia delle Entrate. Una missiva molto simile a quella che si sta approntando per il nuovo redditometro (ancora al vaglio del Garante della privacy) che chiede, sostanzialmente, una cosa: dimostrare di essersi potuti permettere ciò che si è acquistato. Una richiesta che, spesso, assume contorni palesemente assurdi. L’esempio classico è quello del genitore che, dopo aver risparmiato una vita, aiuta il figlio a comprarsi la prima casa: quest’ultimo, evidentemente, non ha un reddito tale da permettersela (altrimenti non avrebbe bisogno dell’aiuto paterno). Peccato che la legge non preveda questa casualità e, dunque, l’accertamento scatti comunque. È forse il caso del nostro Carlo (nome ovviamente fittizio) il cui caso è riportato da Corriere della Sera: lombardo, single, di età compresa tra i 35 e i 64 anni che nel 2009 ha acquistato un fabbricato di 108mila euro dichiarando un reddito di 11.200.
    Eppure il problema fondamentale non sono i molti errori e le molte assurdità del redditometro. Il punto sta nel concetto stesso alla base del redditometro: tu, cittadino, devi dimostrare cosa fai coi tuoi soldi. No, caro Stato: dovresti essere tu a dover dimostrare cosa fai con i miei soldi. È la semplice declinazione del principio liberale per cui ognuno ha diritto di fare ciò che vuole finché non lede la libertà altrui. Quindi io ho il pieno diritto di usare i miei soldi per acquistare le cose migliori o peggiori (e chi stabilisce che quali esse siano se non il singolo individuo?) mentre lo Stato, che prende i soldi grazie al mio lavoro e a quello di altri milioni di contribuenti, dovrebbe dimostrarmi che spende al meglio la liquidità che arriva nelle sue casse. Nella vicina Svizzera è una pratica che c’è da tempo. Non solo: in Svizzera i cittadini hanno la possibilità di votare direttamente, seppur entro certi limiti, l’entità delle imposte e la destinazione della spesa pubblica.
    Ciò che da loro è normale da noi sembra fantascienza. Da noi troppe persone preferiscono stare al gioco di uno Stato che fa leva sull’invidia sociale: va bene, sono disposto a pagare più di metà di quel che guadagno in tasse, basta che anche gli altri faccian lo stesso. Così guardo il mio vicino che ha comprato una macchina un po’ più bella, un cellulare hi-tech e un vestito nuovo per la prima comunione del figlio e lo segnalo a Equitalia ma poi non mi lamento dei 304mila euro l’anno di Befera o dei 495mila di Ignazio Visco. Finché non cambierà questa mentalità non potremo far altro che arrenderci ad una Belva (leggi: uno Stato) sempre più ipetrofica e vorace.


    https://www.facebook.com/photo.php?v...type=2&theater


    Il Distretto Aerospaziale Lombardo alla kermesse internazionale di Torino
    Workshop, sessioni sulla politica in materia di acquisiti e di subfornitura, seminari sull’innovazione. Ma, soprattutto, incontri b2b (faccia a faccia) tra fornitori e grandi player del settore provenienti da tutto il mondo. Con uno scopo: creare i presupposti per nuovi rapporti commerciali. È ciò che ha rappresentato l’Aerospace & Defense Meetings di Torino 2013, una due giorni che si è chiusa ieri, alla quale ha partecipato anche il Distretto Aerospaziale Lombardo, con il supporto della Camera di Commercio di Varese. Nove, in particolare, le piccole e medie imprese presenti allo stand e protagoniste di una serie di appuntamenti con i big dell’aerospazio mondiale: Aermeccanica Srl di Lonate Pozzolo; Fonderia Maspero di Monza; Jointek Srl di Somma Lombardo; Merletti Srl di Arsago Seprio; OVS Villella Srl di Sesto Calende; Pantecnica Spa di Rho; RTM Breda Srl di Cormano; TXT E-Solutions Spa di Milano; Tecnologie Industriali & Aeronautiche Spa di Cologno Monzese. 600 imprese, 1.000 partecipanti, 8.000 meeting one to one, 25 Paesi rappresentati: questi i numeri di una kermesse strettamente operativa all’interno della quale erano presenti tutti i più grandi nomi del settore: Avic, Boeing, Casic, Embraer, General Electric, Saab, oltre ai principali gruppi italiani come Alenia Aermacchi, AgustaWestland, Avio Aero, Thales Alenia Space, Selex ES e Microtecnica Actuation Systems, A cui bisogna aggiungere i più importanti cluster industriali internazionali. Oltre a quello lombardo: Rhône-Alpes (Francia), bavAIRia e.V. (Germania) Forum Luft-und Raumfahrt Baden-Württemberg (Germania).
    Tra tutte queste presenze i nomi che hanno spiccato nell’agenda degli incontri istituzionali del Distretto Aerospaziale Lombardo ci sono quelli con il cluster britannico dell’aerospazio (UK Aerospace) e con i rappresentanti dell’ambasciata austriaca (paese dove le imprese lombarde del comparto hanno esportato, nel primo semestre dell’anno, prodotti per un valore di 281mila euro). I meeting che hanno coinvolto direttamente le Pmi lombarde sono stati invece circa 200. Con una media dunque di oltre 20 incontri a testa con potenziali futuri clienti o fornitori.
    Attori di fronte ai quali il Distretto Aerospaziale Lombardo si è presentato con le performance in crescita sui mercati internazionali. L’export è in forte aumento. Nei primi sei mesi del 2013 si è assistito a un balzo in avanti del 12,4% rispetto allo stesso periodo di un anno fa. In valore assoluto parliamo di esportazioni per un valore di 929,6 milioni di euro. I mercati di riferimento? Nella classifica dei primi 5 ci sono gli Stati Uniti, che con 104,45 milioni si piazzano al primo posto. Segue a ruota la Russia con 91,8 milioni. Poi Singapore (74,3 milioni), Regno Unito (64,2 milioni), Qatar (55,3 milioni).
    Per quanto riguarda i tassi di crescita, quelli più sostenuti si sono registrati a Singapore, in Mauritania, Irlanda e Australia. Buone le performance anche in Cina, Spagna, India, Russia e Panama. Da solo il Distretto Aerospaziale Lombardo, con le sue 185 imprese per 15mila addetti, ha generato, nei primi sei mesi del 2013, il 35,4% dell’export italiano del settore.
    “La congiuntura internazionale delle nostre imprese - ha commentato il Presidente del Distretto Aerospaziale Lombardo - è sicuramente positiva e fa del nostro un settore trainante per tutta l’economia lombarda. Un asset strategico sia occupazionale, sia tecnologico che può contare su un ruolo anticiclico importante. Mi chiedo quanti siano i comparti che oggi possono vantare una crescita dell’export a due cifre. Un risultato che non rappresenta la fine di un lavoro, ma una pietra sulla quale continuare a lavorare. La nostra costante presenza a tutte le più importanti kermesse nazionali e internazionali rappresenta un punto ormai fisso. Una certezza, non solo per le nostre imprese piccole, medie e grandi, ma anche per gli stessi operatori mondiali che ci incontrano perché siamo per loro un punto di riferimento e un appuntamento praticamente obbligato”.
    Il Distretto Aerospaziale Lombardo alla kermesse internazionale di Torino - LaBissa.com



    Olivetti, o il capitalismo italiano come doveva essere
    di Luca Negri
    Suo padre Camillo, il fondatore della fabbrica, lo aveva ammonito, in termini perentori: «Tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione dei nuovi metodi, perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia». E allora il figlio, Adriano Olivetti, si diede da fare e diventò non solo il più illuminato fra gli imprenditori della sua epoca, ma anche un intellettuale di respiro universale, quasi un alieno nell’Italia del secondo dopoguerra, soffocata dai dogmi e dai compromessi democristiani e comunisti. Ha molto da insegnare Olivetti, oggi ancor più di ieri, agli imprenditori di casa nostra, e ancor più ai politici che vivacchiano senza una straccio di un’idea e agli intellettuali che si illudono di pensare mentre stanno solo rimuginando pensieri morti da decenni.
    Un’ottima occasione per imparare da lui è rileggersi le sue opere, che da qualche mese, provvidenzialmente, la casa editrice da lui fondata, le “Edizioni di Comunità” sta riportando in libreria. Leggendo il pamphlet Democrazia senza partiti, i discorsi Ai lavoratori, il piccolo saggio Il cammino della Comunità si coglie tutta la grandezza di quest’uomo nato nell’estremo nord-ovest italiano, con un’idea dell’impresa e della società in estrema antitesi con quella, purtroppo vincente, monopolista e complice della peggiore politica italiana, nata nella vicina Torino.
    Fin dagli anni ’30, dopo aver imparato la tecnica dell’organizzazione industriale nelle grandi fabbriche statunitensi, Olivetti decise di non importare quel modello acriticamente, di non trascurare la qualità della vita e del lavoro degli operai a favore del profitto. E quest’ultimo doveva riversarsi nell’intera comunità territoriale locale intorno allo stabilimento, diventare occasione di arricchimento non solo materiale per tutti, ma anche culturale e (per usare una parola di cui non aveva paura) spirituale. Con la collaborazione di pubblicitari, architetti, designer all’avanguardia, inventò così “lo stile Olivetti” che diede forma alle macchine per scrivere, agli arredi d’ufficio, all’urbanistica, ai pionieristici servizi sociali per i lavoratori. Il mondo gli riconobbe questo talento visionario, tant’è vero che un esemplare della mitica “Lettera 22” ed uno della “Lexicon 80” entrarono a far parte della collezione permanente del Moma di New York. Non solo imprenditoria, dunque, ma arte contemporanea.
    Ma la vera arte è quella del vivere, del trasformare la società. E l’Olivetti politico è ancora più interessante ed urgente da riscoprire. Rifugiato in Svizzera perché antifascista, nel 1944 scrisse L’Ordine politico della Comunità, ben consapevole del fallimento dell’ideologia socialista, del fatto che la proposta politica dei democristiani avrebbe avuto molto poco di spirituale e di realmente democratico. E ancora più consapevole dei possibili esiti totalitari dello statalismo. I contenuti del volume vennero discussi durante la stesura con due grandi pensatori come Luigi Einaudi ed Ernesto Rossi, ma oseremmo affermare che Olivetti riuscì a superarli per coraggio ed intraprendenza.
    Il suo «stato secondo le leggi dello spirito» proponeva «una Comunità né troppo grande né troppo piccola, concreta, territorialmente definita, dotata di vasti poteri». Intimamente convinto che «nessun uomo, neanche il più povero, il più debole, può appartenere alla Stato», l’ingegnere di Ivrea voleva un federalismo radicale, con il potere statale ridotto al minimo, alla semplice tutela delle libertà fondamentali. «Contro lo Stato», scriveva, «non ho bisogno di spendere troppe parole. Lo Stato è troppo lontano fisicamente e moralmente dai nostri problemi e dai nostri interessi». Spettava invece alle forze dell’economia, di un’economia solidale e fraterna e a quelle della cultura la missione di far crescere la comunità locale.
    Dopo la sua morte prematura, nel 1960, quell’orizzonte venne tradito, diminuito e svenduto, anche con la complicità di quelli che erano i suoi avversari nel concepire il ruolo dell’impresa e delle forze produttive. Dimentico della lezione anche politica del grande piemontese, l’Italia piombò in tensione sociali che sfociarono nel terrorismo e nella peggiore partitocrazia d’Occidente. Ma forse non è troppo tardi per risolversi, per provare a costruire una paese fondato su comunità autonome, libere dall’invadenza statale e con lo sguardo rivolto ai valori dello spirito.
    Olivetti, o il capitalismo italiano come doveva essere | L'intraprendente











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  2. #12
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    mortuus est, non plus buligaribus.

  3. #13
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Citazione Originariamente Scritto da Erlembaldo Visualizza Messaggio
    Sant’Isidoro, il paesino brianzolo dove gli imprenditori espongono il “drappo bianco listato a lutto”. «Basta tasse»
    Matteo Rigamonti
    In un paesino comasco è nata l’originale protesta di un marmista che non ne può più di una «pressione fiscale al 70 per cento». «Non vogliamo l’elemosina dello Stato, ma le condizioni per lavorare»
    Una pañolada silenziosa delle imprese brianzole e comasche. Una forma originale di protesta da parte di una fetta importante del tessuto produttivo lombardo e nazionale cui hanno aderito finora un centinaio di persone tra imprenditori, operai e dipendenti, e che presto dovrebbe abbracciare anche la città di Cantù con un evento.
    A inaugurarla è stato Giuseppe Caggiano, marmista di Sant’Isidoro, frazione di Carugo, paesino fino a pochi giorni fa sconosciuto alla grande stampa nazionale, che un giorno ha deciso di appendere al cancello del suo capannone un drappo bianco listato a lutto per protestare contro le tasse, incontrando fin da subito la solidarietà e il sostegno di colleghi e conterranei. Attirando così l’attenzione e l’interesse della stampa locale e non solo. Ora i drappi bianchi che si incontrano appesi alle case, ai capannoni e anche alle vie del paesino e dei dintorni sono molti di più.
    QUELLI DEL “DRAPPO BIANCO”. «La nostra è una rivoluzione pacifica – spiega a tempi.it Caggiano che non vuole gli sia affibbiata alcuna etichetta – e il drappo bianco è semplicemente un segno della nostra sofferenza». «Chiamateci quelli del “drappo bianco” e stop», aveva dichiarato solo qualche giorno fa al Corriere di Como. Caggiano, che non si vuole appoggiare alla rappresentanza delle varie associazioni di categoria che, a suo modo di vedere, sono pagate per un servizio che non sempre svolgono al meglio, vuole solo rappresentare gli interessi di imprenditori e artigiani.
    MENO TASSE SUL LAVORO. «Chiediamo solamente – puntualizza – che ci siano tagliate le tasse, a partire da un abbattimento serio del costo del lavoro», che ormai in Italia è divenuto insostenibile. «La pressione fiscale è al 70 per cento», prosegue, e «se un imprenditore vuole assumere qualcuno di nuovo in azienda gli aumentano l’Irap! Quando in realtà dovrebbero abbattergliela e fargli un monumento». L’elevato costo del lavoro getta Caggiano e tutti gli altri del “drappo bianco” nello sconforto: «In Italia un operaio che guadagna 1.300 euro al mese ne deve pagare 600 di contributi all’Inps; cominciamo – suggerisce – a mettergli 300 euro in più in tasca al mese, così che possa tornare a spendere».
    NON VOGLIAMO ELEMOSINE DAL GOVERNO. Sui benefici che l’abbattimento del cuneo fiscale proposto dal governo Letta dovrebbe comportare per i dipendenti, Caggiano aggiunge: «Personalmente ho suggerito ai miei operai di restituirli al mittente i 14 euro in più in busta paga». Perché «non chiediamo l’elemosina, ma che ci siano garantite le condizioni per poter lavorare».
    LE SIRENE DELLA SVIZZERA. Artigiani del Marmo Sas, l’azienda di Caggiano, non è che una delle tante imprese brianzole e comasche che fatturano tra i 500 mila e 1 milione di euro l’anno e che hanno meno di 15 dipendenti assunti. Imprese per le quali le sirene della Svizzera, paese dal fisco più amico, suonano forte dietro l’angolo di casa e la tentazione di fare il salto oltre confine è grande. Anche se «non è il mio caso», assicura Caggiano, che fortunatamente di lavoro ne ha ancora. Ma il problema è proprio quello: «In Italia manca il lavoro», asserisce.
    IN ALBANIA È MEGLIO. È degno di nota, infine, un aneddoto che l’artigiano del marmo confida a tempi.it e che ben fa capire come la partita che si sta giocando sull’abbattimento del carico fiscale sul lavoro non sia di poco conto. Tutt’altro. Oltre ad essere decisiva per la sopravvivenza della nostra impresa e industria, infatti, essa determina anche l’interesse, o meno, degli investitori esteri per il nostro Paese. Caggiano è appena tornato dall’Albania, dove ha fatto visita a un suo cliente cui ha montato un camino di marmo, un imprenditore edile che costruisce «ponti e strade» dando da lavorare a «900 dipendenti». Idajet Ismailaj, così si chiama, gli ha detto che non verrebbe «mai» a «investire» in Italia, perché «il fisco e la burocrazia stritolano le imprese» e «non si riesce a lavorare». E «il risultato finale» sarebbe quello di aver lavorato per nulla.
    Sant'Isidoro, il paese del drappo bianco anti-tasse | Tempi.it

    Vogliamo un redditometro anche per lo Stato
    Invece di sezionare come i cittadini usano il proprio denaro bisognerebbe controllare come gli enti pubblici spendono i nostri soldi. Così il sistema di controllo fiscale si trasformerebbe in uno strumento per affermare la superiorità dell'individuo sulla macchina burocratica
    di Matteo Borghi
    «Sulla base dei dati presenti in Anagrafe tributaria, le spese che Lei ha sostenuto nel 2009 risultano apparentemente non compatibili col reddito dichiarato. Per questo motivo […] La invitiamo a presentarsi presso questo ufficio […]. La sua collaborazione è particolarmente importante per acquisire dati e notizie che possono chiarire la Sua posizione e, quindi, di non procedere a ulteriori fasi di controllo».
    È questo il contenuto – vagamente minaccioso – della lettera che circa 34mila contribuenti italiani hanno ricevuto in questi giorni dall’Agenzia delle Entrate. Una missiva molto simile a quella che si sta approntando per il nuovo redditometro (ancora al vaglio del Garante della privacy) che chiede, sostanzialmente, una cosa: dimostrare di essersi potuti permettere ciò che si è acquistato. Una richiesta che, spesso, assume contorni palesemente assurdi. L’esempio classico è quello del genitore che, dopo aver risparmiato una vita, aiuta il figlio a comprarsi la prima casa: quest’ultimo, evidentemente, non ha un reddito tale da permettersela (altrimenti non avrebbe bisogno dell’aiuto paterno). Peccato che la legge non preveda questa casualità e, dunque, l’accertamento scatti comunque. È forse il caso del nostro Carlo (nome ovviamente fittizio) il cui caso è riportato da Corriere della Sera: lombardo, single, di età compresa tra i 35 e i 64 anni che nel 2009 ha acquistato un fabbricato di 108mila euro dichiarando un reddito di 11.200.
    Eppure il problema fondamentale non sono i molti errori e le molte assurdità del redditometro. Il punto sta nel concetto stesso alla base del redditometro: tu, cittadino, devi dimostrare cosa fai coi tuoi soldi. No, caro Stato: dovresti essere tu a dover dimostrare cosa fai con i miei soldi. È la semplice declinazione del principio liberale per cui ognuno ha diritto di fare ciò che vuole finché non lede la libertà altrui. Quindi io ho il pieno diritto di usare i miei soldi per acquistare le cose migliori o peggiori (e chi stabilisce che quali esse siano se non il singolo individuo?) mentre lo Stato, che prende i soldi grazie al mio lavoro e a quello di altri milioni di contribuenti, dovrebbe dimostrarmi che spende al meglio la liquidità che arriva nelle sue casse. Nella vicina Svizzera è una pratica che c’è da tempo. Non solo: in Svizzera i cittadini hanno la possibilità di votare direttamente, seppur entro certi limiti, l’entità delle imposte e la destinazione della spesa pubblica.
    Ciò che da loro è normale da noi sembra fantascienza. Da noi troppe persone preferiscono stare al gioco di uno Stato che fa leva sull’invidia sociale: va bene, sono disposto a pagare più di metà di quel che guadagno in tasse, basta che anche gli altri faccian lo stesso. Così guardo il mio vicino che ha comprato una macchina un po’ più bella, un cellulare hi-tech e un vestito nuovo per la prima comunione del figlio e lo segnalo a Equitalia ma poi non mi lamento dei 304mila euro l’anno di Befera o dei 495mila di Ignazio Visco. Finché non cambierà questa mentalità non potremo far altro che arrenderci ad una Belva (leggi: uno Stato) sempre più ipetrofica e vorace.


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    Il Distretto Aerospaziale Lombardo alla kermesse internazionale di Torino
    Workshop, sessioni sulla politica in materia di acquisiti e di subfornitura, seminari sull’innovazione. Ma, soprattutto, incontri b2b (faccia a faccia) tra fornitori e grandi player del settore provenienti da tutto il mondo. Con uno scopo: creare i presupposti per nuovi rapporti commerciali. È ciò che ha rappresentato l’Aerospace & Defense Meetings di Torino 2013, una due giorni che si è chiusa ieri, alla quale ha partecipato anche il Distretto Aerospaziale Lombardo, con il supporto della Camera di Commercio di Varese. Nove, in particolare, le piccole e medie imprese presenti allo stand e protagoniste di una serie di appuntamenti con i big dell’aerospazio mondiale: Aermeccanica Srl di Lonate Pozzolo; Fonderia Maspero di Monza; Jointek Srl di Somma Lombardo; Merletti Srl di Arsago Seprio; OVS Villella Srl di Sesto Calende; Pantecnica Spa di Rho; RTM Breda Srl di Cormano; TXT E-Solutions Spa di Milano; Tecnologie Industriali & Aeronautiche Spa di Cologno Monzese. 600 imprese, 1.000 partecipanti, 8.000 meeting one to one, 25 Paesi rappresentati: questi i numeri di una kermesse strettamente operativa all’interno della quale erano presenti tutti i più grandi nomi del settore: Avic, Boeing, Casic, Embraer, General Electric, Saab, oltre ai principali gruppi italiani come Alenia Aermacchi, AgustaWestland, Avio Aero, Thales Alenia Space, Selex ES e Microtecnica Actuation Systems, A cui bisogna aggiungere i più importanti cluster industriali internazionali. Oltre a quello lombardo: Rhône-Alpes (Francia), bavAIRia e.V. (Germania) Forum Luft-und Raumfahrt Baden-Württemberg (Germania).
    Tra tutte queste presenze i nomi che hanno spiccato nell’agenda degli incontri istituzionali del Distretto Aerospaziale Lombardo ci sono quelli con il cluster britannico dell’aerospazio (UK Aerospace) e con i rappresentanti dell’ambasciata austriaca (paese dove le imprese lombarde del comparto hanno esportato, nel primo semestre dell’anno, prodotti per un valore di 281mila euro). I meeting che hanno coinvolto direttamente le Pmi lombarde sono stati invece circa 200. Con una media dunque di oltre 20 incontri a testa con potenziali futuri clienti o fornitori.
    Attori di fronte ai quali il Distretto Aerospaziale Lombardo si è presentato con le performance in crescita sui mercati internazionali. L’export è in forte aumento. Nei primi sei mesi del 2013 si è assistito a un balzo in avanti del 12,4% rispetto allo stesso periodo di un anno fa. In valore assoluto parliamo di esportazioni per un valore di 929,6 milioni di euro. I mercati di riferimento? Nella classifica dei primi 5 ci sono gli Stati Uniti, che con 104,45 milioni si piazzano al primo posto. Segue a ruota la Russia con 91,8 milioni. Poi Singapore (74,3 milioni), Regno Unito (64,2 milioni), Qatar (55,3 milioni).
    Per quanto riguarda i tassi di crescita, quelli più sostenuti si sono registrati a Singapore, in Mauritania, Irlanda e Australia. Buone le performance anche in Cina, Spagna, India, Russia e Panama. Da solo il Distretto Aerospaziale Lombardo, con le sue 185 imprese per 15mila addetti, ha generato, nei primi sei mesi del 2013, il 35,4% dell’export italiano del settore.
    “La congiuntura internazionale delle nostre imprese - ha commentato il Presidente del Distretto Aerospaziale Lombardo - è sicuramente positiva e fa del nostro un settore trainante per tutta l’economia lombarda. Un asset strategico sia occupazionale, sia tecnologico che può contare su un ruolo anticiclico importante. Mi chiedo quanti siano i comparti che oggi possono vantare una crescita dell’export a due cifre. Un risultato che non rappresenta la fine di un lavoro, ma una pietra sulla quale continuare a lavorare. La nostra costante presenza a tutte le più importanti kermesse nazionali e internazionali rappresenta un punto ormai fisso. Una certezza, non solo per le nostre imprese piccole, medie e grandi, ma anche per gli stessi operatori mondiali che ci incontrano perché siamo per loro un punto di riferimento e un appuntamento praticamente obbligato”.
    Il Distretto Aerospaziale Lombardo alla kermesse internazionale di Torino - LaBissa.com



    Olivetti, o il capitalismo italiano come doveva essere
    di Luca Negri
    Suo padre Camillo, il fondatore della fabbrica, lo aveva ammonito, in termini perentori: «Tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione dei nuovi metodi, perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia». E allora il figlio, Adriano Olivetti, si diede da fare e diventò non solo il più illuminato fra gli imprenditori della sua epoca, ma anche un intellettuale di respiro universale, quasi un alieno nell’Italia del secondo dopoguerra, soffocata dai dogmi e dai compromessi democristiani e comunisti. Ha molto da insegnare Olivetti, oggi ancor più di ieri, agli imprenditori di casa nostra, e ancor più ai politici che vivacchiano senza una straccio di un’idea e agli intellettuali che si illudono di pensare mentre stanno solo rimuginando pensieri morti da decenni.
    Un’ottima occasione per imparare da lui è rileggersi le sue opere, che da qualche mese, provvidenzialmente, la casa editrice da lui fondata, le “Edizioni di Comunità” sta riportando in libreria. Leggendo il pamphlet Democrazia senza partiti, i discorsi Ai lavoratori, il piccolo saggio Il cammino della Comunità si coglie tutta la grandezza di quest’uomo nato nell’estremo nord-ovest italiano, con un’idea dell’impresa e della società in estrema antitesi con quella, purtroppo vincente, monopolista e complice della peggiore politica italiana, nata nella vicina Torino.
    Fin dagli anni ’30, dopo aver imparato la tecnica dell’organizzazione industriale nelle grandi fabbriche statunitensi, Olivetti decise di non importare quel modello acriticamente, di non trascurare la qualità della vita e del lavoro degli operai a favore del profitto. E quest’ultimo doveva riversarsi nell’intera comunità territoriale locale intorno allo stabilimento, diventare occasione di arricchimento non solo materiale per tutti, ma anche culturale e (per usare una parola di cui non aveva paura) spirituale. Con la collaborazione di pubblicitari, architetti, designer all’avanguardia, inventò così “lo stile Olivetti” che diede forma alle macchine per scrivere, agli arredi d’ufficio, all’urbanistica, ai pionieristici servizi sociali per i lavoratori. Il mondo gli riconobbe questo talento visionario, tant’è vero che un esemplare della mitica “Lettera 22” ed uno della “Lexicon 80” entrarono a far parte della collezione permanente del Moma di New York. Non solo imprenditoria, dunque, ma arte contemporanea.
    Ma la vera arte è quella del vivere, del trasformare la società. E l’Olivetti politico è ancora più interessante ed urgente da riscoprire. Rifugiato in Svizzera perché antifascista, nel 1944 scrisse L’Ordine politico della Comunità, ben consapevole del fallimento dell’ideologia socialista, del fatto che la proposta politica dei democristiani avrebbe avuto molto poco di spirituale e di realmente democratico. E ancora più consapevole dei possibili esiti totalitari dello statalismo. I contenuti del volume vennero discussi durante la stesura con due grandi pensatori come Luigi Einaudi ed Ernesto Rossi, ma oseremmo affermare che Olivetti riuscì a superarli per coraggio ed intraprendenza.
    Il suo «stato secondo le leggi dello spirito» proponeva «una Comunità né troppo grande né troppo piccola, concreta, territorialmente definita, dotata di vasti poteri». Intimamente convinto che «nessun uomo, neanche il più povero, il più debole, può appartenere alla Stato», l’ingegnere di Ivrea voleva un federalismo radicale, con il potere statale ridotto al minimo, alla semplice tutela delle libertà fondamentali. «Contro lo Stato», scriveva, «non ho bisogno di spendere troppe parole. Lo Stato è troppo lontano fisicamente e moralmente dai nostri problemi e dai nostri interessi». Spettava invece alle forze dell’economia, di un’economia solidale e fraterna e a quelle della cultura la missione di far crescere la comunità locale.
    Dopo la sua morte prematura, nel 1960, quell’orizzonte venne tradito, diminuito e svenduto, anche con la complicità di quelli che erano i suoi avversari nel concepire il ruolo dell’impresa e delle forze produttive. Dimentico della lezione anche politica del grande piemontese, l’Italia piombò in tensione sociali che sfociarono nel terrorismo e nella peggiore partitocrazia d’Occidente. Ma forse non è troppo tardi per risolversi, per provare a costruire una paese fondato su comunità autonome, libere dall’invadenza statale e con lo sguardo rivolto ai valori dello spirito.
    Olivetti, o il capitalismo italiano come doveva essere | L'intraprendente










    A me piace ricordare l'Olivetti per questa più che per le macchine da scrivere:



    Davvero una genialità assoluta....

  4. #14
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Citazione Originariamente Scritto da mirkevicius Visualizza Messaggio
    A me piace ricordare l'Olivetti per questa più che per le macchine da scrivere:



    Davvero una genialità assoluta....
    Certo, ma l'articolo riguardava Adriano Olivetti, che è morto nel 1960...

  5. #15
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Citazione Originariamente Scritto da Erlembaldo Visualizza Messaggio
    Certo, ma l'articolo riguardava Adriano Olivetti, che è morto nel 1960...
    Si sai essendo amante dell'informatica non perdo occasione per parlarne

  6. #16
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Venezia insegue Trieste e Rijeka
    Marco de' Francesco
    VENEZIA
    L'idea è quella di ridefinire l'agenda strategica del Napa (Associazione dei porti del Nord Adriatico; riguarda Ravenna, Venezia, Trieste, Capodistria e Fiume) per portarla all'approvazione dell'assemblea generale dell'ente, che si terrà il 16 novembre. Si tratta di armonizzare normative europee e nazionali, per incrementare le forme di cooperazione e efficienza dell'ente. Di qui gli incontri tra il presidente di turno dell'associazione Paolo Costa e le singole autorità portuali; si parla, anche, di un masterplan comune sull'uso dell'Lng (gas liquefatto liquido). Ma benché nei primi sei mesi del 2013 i porti Napa abbiano fatto segnare un andamento positivo dei traffici container, non tutti sono avanzati alla stessa velocità: Trieste e Rijeka si sono dimostrati capaci di crescite rispettivamente del 13,6% e 12%, mentre Venezia segna un +4 percento. I dati confermano trend positivi anche negli altri settori: Koper ha aumentato i traffici di general cargo del 20%, Venezia ha incrementato i traffici di rinfuse liquide con un +4,5% e a Trieste sono aumentati del 33 percento.
    Secondo il segretario veneto della Uil Trasporti Umberto Zerbini, le cose starebbero così: «Rispetto ai porti sloveni, Venezia sconta un 30% in più di costi di energia; la spesa del personale è più elevata, e il costo dei servizi tecnico-nautici (alcuni dei quali sono obbligatori) è fra i più alti d'Europa. Inoltre, benché il canale di navigazione sia profondo 15 metri, all'entrata non si superano i 12 metri. Ciò esclude Venezia dal traffico di importante tonnellaggio: da noi le navi da 18-20mila teu (container) non arrivano; ma solo quelle da 6-10mila». Secondo Zerbini «già parte del traffico di rinfuse solide ha preso la strada di Rotterdam o di Capodistria».
    Venezia insegue Trieste e Rijeka - Il Sole 24 ORE

    PADOVA: "Trovato impiccato nel bosco: il suicida è un commercialista rimasto disoccupato". Ma se non è gay ai telegiornali fotte un cazzo....

    Potere operaio: le aziende in crisi salvate dai dipendenti
    Vincenzo Iozzino
    Quando le banche non aiutano le aziende, sono i dipendenti che decidono di investire sulle imprese per cui lavorano. In Italia sono 36 i casi di questo genere, un fenomeno che ha ridato vita a numerose piccole realtà imprenditoriali. Stiamo parlando del 'workers buy out' un sistema nato negli Stati Uniti ma utilizzato anche nel nostro paese. Proprio in questi ultimi anni, dove i problemi di successione nelle piccole e medie imprese italiane si sono moltiplicate a causa della crisi economica e finanziaria. Tale tipo di operazione è caratterizzata da un forte impatto sociale e può rappresentare un’alternativa alla chiusura definitiva dell’attività ed al salvataggio di molti posti di lavoro.
    In Italia si contano già 36 casi di piccole aziende salvate e rimesse in carreggiata dai dipendenti. La maggioranza sono imprese inserite nel settore del manifatturiero e dei servizi, localizzate per lo più in Toscana, in Emilia e in Veneto.
    Come funziona. L’azienda – Srl o Spa che sia – fallisce, i suoi dipendenti uniscono le forze formando una 'cooperativa' e successivamente la rilevano dalla liquidazione, utilizzando il Tfr e l’indennità di mobilità. Il passo successivo sarà quello di attivare attorno alla nuova impresa un 'cordone' di banche che vegliano almeno sulla prima navigazione. Sarà poi compito dei dipendenti dare prova di maturità selezionando al loro interno le figure dirigenziali che dovranno garantire una sana continuità alla Cooperativa.
    Come dicevamo in Italia sono molti i casi di successi e per ogni realtà realizzata cambiano anche i nomi delle aziende, come ad esempio la Ottima di Scandiano (ceramiche) è diventata Greslab e la Maflow di Trezzano sul Naviglio è stata ribattezzata Ri-Maflow. A differenza delle metodologie utilizzate negli anni 70 ed 80, le nuove realtà hanno bisogno di idee e soluzioni innovative, ma anche solidità e valori, elementi indispensabili per poter reggere il passo della domanda e l'impatto della crisi.
    Bianco Lavoro Magazine - Potere operaio: le aziende in crisi salvate dai dipendenti

    Per il tessile ossigeno dopo l'apnea
    Carlo Andrea Finotto
    Per costituire una prova manca ancora un elemento, ma due indizi già esistono: per la seconda volta consecutiva il settore del tessile-abbigliamento fa registrare un andamento della produzione in crescita, in controtendenza rispetto al dato generale. L'Istat ha rilevato ad agosto un progresso dello 0,9% congiunturale e del 10,5% tendenziale (su agosto 2012). A luglio le variazioni erano state +4,4% rispetto a giugno e +2,3% su luglio 2012.
    L'indizio mancante potrebbe essere quello rappresentato dall'analisi di Sistema moda Italia (Smi): «I dati vanno letti con prudenza - dice il presidente Claudio Marenzi –. Tuttavia la crescita mette in evidenza alcuni aspetti incoraggianti. Il primo è la conferma di quanto registrato nei mesi precedenti: un'inversione del trend rispetto ai primi mesi del 2013 che erano risultati negativi come fatturato ed export. Il secondo, che il risultato è trascinato dalla ripresa delle esportazioni. Il terzo, che il nostro comparto, forse, sta trovando nuovi spazi di flessibilità». La buona notizia, se troverà riscontro nei dati di qui a fine anno, avrà ricadute per l'intera economia del Paese, considerato che il sistema moda vale oltre 51 miliardi, di cui più della metà realizzati oltreconfine, per 423mila addetti e più di 50mila aziende, dalle multinazionali alle realtà tascabili. E anche la dislocazione territoriale copre buona parte della penisola, dal Piemonte alla Toscana, passando per Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. [La "penisola" quindi non c'entra proprio un cazzo: è la Padania più la Toscana, cioè la classica Longobardia major dei nostri antenati celti e germanici....]



    Una conferma arriva dal Biellese, tra i principali distretti tessili d'Italia: «Il trend positivo della produzione industriale è un segnale più che incoraggiante per tutta la filiera – commenta Marilena Bolli, presidente dell'Unione industriale Biellese –. Per quanto riguarda i lanifici biellesi, dalle nostre ultime rilevazioni emergono prospettive di crescita del fatturato 2013 fra il 3 e il 5 per cento. È evidente che il traino dei settori più a valle rispetto a quelli a monte potrà generare ricadute su tutta la filiera: finalmente un po' di ossigeno dopo mesi di apnea».
    Per il tessile ossigeno dopo l'apnea - Il Sole 24 ORE


  7. #17
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Il Nord-Est ritorna in fabbrica
    di Barbara Ganz
    Ritornano – seppure a macchia di leopardo – gli ordini e le aziende a Nord-Est si riorganizzano, con l'accordo dei dipendenti. L'occupazione resta stabile, ma la contropartita è spesso la stabilizzazione dei lavoratori precari, e alcune intese prevedono una verifica dopo alcuni mesi, per capire se ci sia la possibilità di nuove assunzioni. Sembra tutto un altro clima rispetto alla vertenza che, la scorsa estate, aveva spaccato la Fincantieri di Marghera, Venezia: a fronte della commessa Viking per sei navi passeggeri l'azienda aveva chiesto l'orario flessibile. Alla fine di agosto movimentato un referendum aveva segnato il sì (66% del votanti) all'accordo, della durata di quattro mesi, con l'equiparazione del sabato a un giorno feriale.
    Gli ultimi accordi mostrano invece una conflittualità praticamente assente. Alla Permasteelisa di Vittorio Veneto, settore edilizia e facciate per costruzioni – che lo scorso maggio non aveva rinnovato circa 60 contratti a termine – una commessa da evadere in tempi rapidi comporterà per i prossimi sabati turni di nove ore, con un premio di 35 euro oltre alle maggiorazioni previste al contratto. Non è una questione di ordini dell'ultimo minuto, ma di metodo, l'accordo pronto per la firma, probabilmente già nei prossimi giorni, alla Carraro group di Padova: il testo prevede per le lavorazioni meccaniche anche il lavoro nei notturni e festivi. «Per mantenere la competitività negli stabilimenti italiani abbiamo necessità di capitalizzare i macchinari già in funzione, e l'unica via è saturare gli impianti – spiegano in azienda – Così potremo mantenere, e anzi incrementare, gli investimenti in Italia, dove abbiamo 1.900 dipendenti sui 4.100 totali: si tratta di 40 milioni destinati proprio agli stabilimenti italiani della meccanica».
    Stesso andamento in Friuli VG. Alla Automotive Lighting di Tolmezzo (gruppo Magneti Marelli), 800 dipendenti per la produzione di fanali di ultima generazione, il buon andamento dell'export porta a sperimenta un nuovo orario, dagli attuali 15 a 18 turni; l'intesa prevede una sperimentazione senza aumento di organici fino a gennaio. Il coinvolgimento in ogni fase della trattativa dei lavoratori è stata centrale anche a Udine: qui a marzo, dopo l'acquisto di una partecipazione Flai, si è insediata la Nwl Production Italy Srl, della multinazionale americana Newell Rubbermaid, produzione di lame circolari.
    Agli operai è stato chiesto subito di lavorare anche di notte, e loro – una ventina, più 10 impiegati, età media 30 anni - hanno detto sì. Prima dell'estate è stata raggiunta un'intesa con la Fim Cisl che comprendeva la stabilizzazione dei precari e un incremento delle retribuzioni (con maggiorazioni dal 5 al 50% in più rispetto a quelle definite dal contratto nazionale). Ora l'orario è su 18 turni e permette l'utilizzo degli impianti sei giorni alla settimana rispettando il riposo domenicale. In questi mesi la direzione aziendale ha verificato i risultati della nuova organizzazione: valutazione positiva, al punto che la multinazionale di Atlanta ha già autorizzato l'ampliamento dello stabilimento.
    Il Nord-Est ritorna in fabbrica - Il Sole 24 ORE

    Vince a Parigi i Mondiali di cioccolateria: è il baby maestro Davide Comaschi
    di Francesco Prisco
    Anche l'arte della cioccolateria ha i suoi Mondiali, e oggi li ha vinti un italiano[rectius, un padano...]. Davide Comaschi classe 1980, ha mosso i primi passi alla Pasticceria Martesana di Milano e a gennaio scorso si è laureato campione d'Italia per la seconda volta in carriera al Sigep di Rimini.
    Per la finale ha dovuto lavorare per otto consecutive, alternandosi nelle prove di torta multistrato, dolce al piatto, pralina a immersione, pralina stampata e pezzo artistico da esposizione.
    Ha sorpreso giudici e pubblico utilizzando ben sette diversi timer durante la creazione delle proprie specialità. Intervistato ieri sera, a poche ore dalla vittoria, parla del suo lavoro e del «peso fortissimo» che esercitano competizioni di questo genere nella determinazione del successo di un maestro: la vittoria e il titolo rappresentano «un aiuto nella ricerca del lavoro, nell'apertura di una nuova attività e, non da meno, contano tantissimo dal punto di vista del prestigio personale».
    Per aspirare ad arrivare in alto, devi cominciare presto: «Ho iniziato la mia carriera quando avevo 13 anni, – racconta Comaschi - perché fin da bambino sono sempre stato affascinato dal mondo del cioccolato. Per prima cosa ho frequentato un corso professionale di pasticceria, dopodiché, grazie a uno stage, sono entrato a tutti gli effetti come membro del laboratorio della Martesana. Devo però ammettere di essermi davvero innamorato perdutamente di questa professione grazie a un concorso nel 2007, la "Coupe du Monde de la Patisserie"».
    Il titolo ha un valore importante nel settore: «Significa che le tue creazioni sono prodotti di assoluta qualità, che utilizzi le migliori materie prime e, in generale, che sei un valido professionista».
    Ma qual è il percorso per chi oggi intenda intraprendere questa strada? Comaschi risponde sicuro: «Prima di tutto corsi specializzati, quindi studiare molto sia la lavorazione, sia l'utilizzo del cioccolato, come temperarlo e le diverse tecniche di temperaggio da impiegare nelle proprie creazioni». Quindi occorre «molta pratica», serve «sporcarsi letteralmente le mani di cioccolato, entrandoci in contatto fino a conoscerlo nel profondo».
    Quanto può arrivare a guadagnare un maestro del cioccolato? Secondo Comaschi «è tutto legato al tipo di attività che si decide di mettere in piedi, quindi dipende molto dal tipo di produzione che il singolo cioccolatiere o il singolo laboratorio decide di praticare, dal target e quindi dalla clientela che consuma i prodotti proposti».
    Il lavoro secondo il campione c'è, «per chi ha veramente voglia di lavorare ed è davvero portato per questo mestiere». Ma occhio alla crisi: «Anche il nostro settore ne ha risentito». Non troppo, però: la vita è già amara di suo. Senza cioccolato lo sarebbe ancora di più.
    Vince a Parigi i Mondiali di cioccolateria: è il baby maestro Davide Comaschi - Il Sole 24 ORE






    Accredia: cresce del 292% il numero delle imprese liguri che investono nelle certificazioni in materia di salute e sicurezza
    Genova - Cresce il numero delle imprese liguri che investono nelle certificazioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.
    Più in particolare in Liguria, a maggio 2013, sono stati certificati sotto accreditamento 933 siti produttivi in conformità allo standard OHSAS 18001 (norma che regola i sistemi di gestione per la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro) in forte crescita del 292% rispetto ai 238 siti certificati nello stesso periodo del 2012.
    La sola regione Liguria rappresenta l’8,6% dell’intero mercato italiano - che nel 2013 ha registrato circa 10.800 siti produttivi certificati sotto accreditamento, cresciuti del 37% rispetto ai al 2012 - ed è la terza regione dopo Lombardia e Veneto; a riprova della forte industrializzazione del territorio ligure e della particolare propensione delle imprese ad investire sulla sicurezza.
    Accredia: cresce del 292% il numero delle imprese liguri che investono nelle certificazioni in materia di salute e sicurezza - Città di Genova

    VENETO
    Agroalimentare: gioiello del sistema economico
    L'agroalimentare è uno dei 4 settori noti con la definizione di 4 A: secondo i dati Unioncamere del Veneto cresce bene e supera la crisi, però è necessario aumentare sia la dimensione che il fatturato.
    Come? Lavorando di più in filiera, attraverso la creazione di aggregazioni internazionali sia verticali che orizzontali e investendo di più sulla comunicazione e sul brand. Lo ha affermato Ferdinando Azzariti, presidente di Salone d'Impresa commentando quanto emerso dall' incontro che si è tenuto nello stabilimento della Latteria Montello, a Giavera del Montello (Treviso). Qui Salone d'Impresa ha riunito alcuni tra i maggiori imprenditori del comparto agroalimentare trevigiano e veneto.
    Il comparto agroalimentare si conferma un "gioiello" del sistema economico del Veneto ed è il settore che nel territorio meglio sta fronteggiando la crisi economica. Così secondo i dati forniti da Unioncamere Veneto, partner nel progetto di Salone d'Impresa, in un'indagine che offre una fotografia del comparto che vede attive nella regione 3.650 imprese, concentrate soprattutto nelle province di Treviso (780), Padova (685) e Verona (683).
    Le imprese agroalimentari attive in Veneto rappresentano il 6,5% delle imprese manifatturiere regionali, mentre a livello nazionale l'incidenza è dell'11,3%. Questo perché, rispetto alla media italiana, le imprese agroalimentari venete sono maggiormente strutturate e hanno una dimensione media maggiore: le microimprese (2-9 addetti) sono circa l'80% a fronte di un dato nazionale del 93%.
    "L'industria agroalimentare è quella che sta fronteggiando meglio la crisi economica - ha spiegato Serafino Pitingaro, responsabile Area Studi e Ricerche Unioncamere Veneto - Dal 2009 l'andamento del fatturato è stabile o crescente. Le imprese agroalimentari del Veneto hanno una forte propensione all'internazionalizzazione: dal 2002 al 2012 le esportazioni di prodotti alimentari in valore sono raddoppiate, superando i 4 miliardi di euro. Solo nel 2012 le esportazioni sono cresciute del 9,7% rispetto all'anno precedente".
    Che il settore debba però affrontare qualche cambiamento è confermato da Erika Andreetta, Retail & Consumer Goods Consulting Leader di PwC. "Secondo un recente studio PwC le aziende del set-tore Retail & Consumer Goods stanno vivendo profondi cambiamenti, guidati da tre scenari evolutivi: adattamento dell'offerta, innovazione e nuovi equilibri di filiera. Proprio sulla revisione degli assetti di filiera si dovrà investire nei prossimi anni per sfruttare la condivisione di mezzi, risorse e competenze. Infine lo sviluppo della multicacalità e del mobile rafforzeranno il coinvolgimento del consumatore e la brand identity delle nostre eccellenze alimentari."
    Per una volta in veste di relatori, gli imprenditori hanno portato le loro esperienze aziendali e le nuove metodologie per crescere e innovare anche in questo periodo di crisi economica globale. Sono intervenuti Gianluca Bisol (direttore generale dell'azienda vinicola Bisol Desiderio e Figli di Valdobbiadene) Bruno Veronesi (presidente Veronesi Holding Spa), Andrea Rigoni (amministratore delegato Rigoni di Asiago, con una videointervista), Silvia e Alessandro Lazzarin, rispettivamente responsabile marketing e produzione di Latteria Montello. "Genuinità, tradizione e qualità sono le parole chiave che da sempre guidano la nostra famiglia", hanno spiegato Silvia e Alessandro Lazzarin, "l'azienda è stata fondata nel 1947 da Giovanni Lazzarin, Nonno Nanni, che è poi diventato anche il marchio dei nostri formaggi freschi conosciuti con il marchio Nonno Nanni. Oggi l'azienda, che dà lavoro a oltre 200 dipendenti e produce più di 43 milioni di pezzi di formaggi, è leader in Italia nel segmento premium del mercato stracchini ed è presente, tra gli altri Paesi, in Germania, Austria, Svizzera, Inghilterra e Belgio".
    VENETO-Agroalimentare: gioiello del sistema economico





  8. #18
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Veneto, Rete di imprese: un contratto per innovare Pmi
    Nella regione 85 contratti di rete che coinvolgono 426 imprese
    Un nuovo tipo di contratto che unisce esperienze imprenditoriali diverse per renderle più competitive con minori costi e rischi, godendo di agevolazioni creditizie e prodotti finanziari dedicati a tale modello di aggregazione. Circa 200 imprenditori provenienti da tutto il Nordest hanno partecipato al convegno “Il contratto di rete di imprese: aggregarsi per crescere e innovare – Agevolazioni creditizie, rating e internazionalizzazione”, svoltosi oggi ed organizzato da Unioncamere del Veneto, Veneto Promozione e Università Ca’ Foscari, in collaborazione con Banco San Marco – Gruppo Banco Popolare – e UniCredit. “Piccolo è bello” era il refrain che una decina d’anni fa caratterizzava il successo di un sistema imprenditoriale come quello Veneto, dove la colonna portante sono le piccole e medie imprese e la loro flessibilità produttiva. Un sistema che l’economia globalizzata ha messo in discussione. La soluzione, oggi, è fare squadra e mettere insieme risorse ed idee per salvaguardare e far crescere il patrimonio imprenditoriale. Questo sono le reti d’imprese.
    Attualmente la struttura produttiva del Veneto consta di oltre 457mila aziende, il 90% delle quali con meno di 10 addetti. In Veneto – dati InfoCamere al 29 luglio 2013 – i contratti di rete sono 85 e coinvolgono 426 imprese mentre, a livello di Nordest, le aggregazioni sono 297 per complessive 1.396 imprese aderenti. “L’attuale crisi obbliga a fare sistema e lavorare in squadra - sottolinea Gian Angelo Bellati, segretario generale Unioncamere del Veneto –. Questo soprattutto quando imprese ed enti devono internazionalizzarsi e svolgere attività di ricerca e sviluppo tecnologico. Il convegno che abbiamo promosso voleva proprio offrire idee, servizi e strumenti finanziari per l'importante obiettivo di “fare rete” fra le nostre imprese». Il convegno ha infatti illustrato il quadro delle novità introdotte dalla normativa sul contratto di rete, le importanti agevolazioni creditizie e i prodotti finanziari dedicati a questo modello d’aggregazione.
    Veneto, Rete di imprese: un contratto per innovare Pmi - ilVelino/AGV NEWS

    Arredobagno, holding unica per Samo e Inda
    Barbara Ganz
    Nasce fra il Veneto e la Lombardia una realtà da 100 milioni di fatturato atteso, che punta alla leadership nel settore dell'arredobagno. La "combinazione aziendale" è il frutto dell'accordo fra le famiglie Venturato (marchio Samo, nel 2012 il gruppo ha realizzato un fatturato consolidato di 41 milioni) e Fantoni (Inda, fondato da Aras Frattini nel 1944 e da allora presente in Italia e in Europa nel canale idrotermosanitario e nelle forniture alberghiere e navali): unendosi danno vita a un gruppo integrato che spazia dalle cabine doccia, nelle quali Samo è ai primi posti, agli accessori, di cui Inda è fra i maggiori produttori europei, fino ai mobili.
    L'operazione di acquisizione si è compiuta tramite la creazione di una holding, Samo Industries, che possiede il 100% dei due gruppi e che sarà controllata dalla famiglia Venturato. Per garantire la realizzazione dell'operazione Inda, lo scorso gennaio, aveva depositato la domanda di concordato al Tribunale di Busto Arsizio; il forte supporto ricevuto dagli azionisti e la determinazione del gruppo hanno permesso di realizzare un'operazione in bonis, cioè senza sacrificio per i fornitori e il sistema bancario.
    «In un contesto di mercato difficile – commenta Donata Fantoni, rappresentante degli azionisti di Inda – la combinazione con Samo rappresenta un nuovo inizio. Contiamo di poter rappresentare una leva di sviluppo importante per Samo in un momento in cui i mercati esteri sono lo sbocco naturale di marchi di alta qualità».
    La firma prevede che Denis Venturato, attuale presidente e ad di Samo, assuma la guida operativa del nuovo gruppo: «L'efficienza industriale – spiega – e l'attenzione al cliente, intesa come servizio all'avanguardia, che hanno caratterizzato la storia di Samo, rappresenteranno il motore per il rilancio del marchio Inda. Il nuovo gruppo, che si posiziona tra i primi a livello europeo, vuole essere un interlocutore primario del mondo dell'arredobagno».
    Fra le leve che hanno spinto Samo verso la combinazione aziendale con Inda c'è la forte presenza di quest'ultima nei mercati esteri, in particolare Francia, Belgio, Svizzera e Germania: qui l'azienda ha una quota di export pari al 70% mentre Samo, molto più radicata nel mercato Italia, arriva al 20%: l'acquisizione permetterà a Samo di rafforzarsi sui mercati internazionali e di aumentare la sua quota di esportazione sia a livello di marchio che di gruppo.
    La sede aziendale e produttiva di Samo rimarrà a Bonavigo (Verona), dove è nata 53 anni fa; a questa si aggiungeranno la sede Inda, che verrà trasferita a gennaio 2014 da Vizzola Ticino (Varese) allo stabilimento di Bergamo, e lo stabilimento produttivo di Treviso. Il nuovo gruppo Samo Industries darà occupazione a 500 persone, con la previsione di nuovi posti di lavoro che saranno creati entro la fine dell'anno.
    Arredobagno, holding unica per Samo e Inda - Il Sole 24 ORE





    Trentino, il miglior posto dove lavorare
    Lombardia ideale per i manager
    ​“Nel panorama economico attuale non conta tanto cosa fai e chi conosci, ma dove vivi”. Questo dice La nuova geografia del lavoro, il libro dell’economista e docente a Berkley Enrico Moretti, diventato il best seller economico dell’anno.
    E questo dicono i dati Istat elaborati da Manageritalia sulla disoccupazione in Italia. Per quanto riguarda tutti i lavoratori la disoccupazione è più bassa in Trentino Alto Adige: 5,1% in totale, 4,6% per gli uomini e 5,8% per le donne e qui è anche minima la differenza tra la disoccupazione dei due sessi -1,2% in favore degli uomini. In verità, in ragione delle Province autonome, in questa regione Bolzano fa ancora meglio: 4,1% la disoccupazione totale, 3,6% quella maschile, 4,8% quella femminile e -1,2% la differenza vantaggio degli uomini. A seguire in questa particolare classifica troviamo il Veneto (6,6% la disoccupazione totale), il Friuli Venezia Giulia (6,8%), la Valle d’Aosta e l’Emilia e Romagna (7,1%) e la Lombardia (7,5%). Agli ultimi posti Sicilia (18,6%), Campania e Calabria (19,3%).
    Poco cambia per quanto riguarda i giovani 15-24enni. La disoccupazione è sempre minima in Trentino Alto Adige: 15,2% in totale, 14,7% per gli uomini e 15,9% per le donne e la differenza vede gli uomini meno disoccupati delle donne (-1,2%). Bolzano svetta sempre: 11,6% la disoccupazione totale, 11,5% quella maschile, 11,7% quella femminile e -0,2% la differenza a vantaggio degli uomini che sono meno disoccupati. A seguire troviamo il Veneto (23,7%), la Valle d’Aosta (25,8%), l’Emilia e Romagna (26,4%) e la Lombardia (26,6%). Agli ultimi posti Basilicata (44,4%), Sicilia (51,3%) e Calabria (53,5%).
    Da notare che le regioni più virtuose sono anche quelle dove la differenza tra disoccupazione totale e giovanile è minima: -10,1% a svantaggio dei giovani in Trentino Alto Adige (-7,5% nella più virtuosa Bolzano), -17,7% in Veneto, -19,1% nella Lombardia.
    Tutt’altro discorso per i manager. I dirigenti hanno una maggior presenza tra gli occupati dipendenti in Lombardia dove ci sono 1,6 dirigenti ogni cento lavoratori dipendenti, a seguire Lazio (1,36%), Piemonte (0,96%), Emilia e Romagna (0,82%) e Liguria (0,8%). A fondo classifica Basilicata e Sardegna (0,18%) e Calabria (0,17%) dove fare il dirigente è più unico che raro. La classifica anche considerando globalmente i manager, dirigenti e quadri, non cambia: Lombardia (4,7%), Lazio (4,5%), Piemonte (3,6%) e in coda Sardegna (1,4%), Calabria e Basilicata (1,3%).
    Trentino, il miglior posto dove lavorare Lombardia ideale per i manager* | Occupazione | www.avvenire.it

  9. #19
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Una cartolina dai “paradisi d’impresa” per Zanonato
    di Federica Dato
    L’ha detto Flavio Zanonato, quindi imprenditore faresti bene a rilassarti e credere nel tuo Stato. D’altro canto se te lo dice il ministro allo Sviluppo che in Italia è ancora possibile fare impresa ci puoi credere, mica chiacchiera a vuoto, senza mettere sul piatto proposte concrete, Zanonato.
    I virgolettati sono freschi di un incontro tenutosi a Busto Arsizio. Lui e una platea di gente che sulle spalle porta capannoni, dipendenti e tasse a palate. “Non fuggite, non portate all’estero i vostri capitali, restate qui, in larghe-intese-land”, parafrasiamo noi. Mentre a lui chiediamo una sola cosa: perché? Perché chi fa impresa dovrebbe restare in un Paese in cui mediamente viene percepito come evasore, furbo e losco soggetto? Che poi, o prima, vengono le tasse, troppe, su qualsiasi cosa. Quelle che ti mangiano il 70% del mestiere sudato, che ti inibiscono gli investimenti e castrano assunzioni, crescita, futuro. Perché deve restare qui, un imprenditore? Dove il costo dell’energia è il più alto d’Europa e il Patto di stabilità arresta ogni genere di intervento strutturale e la burocrazia parassitaria e inefficente sarebbe in grado di ammazzare un’azienda enorme quanto sana, che infatti da queste parti non si sogna neanche d’investire.
    Perché, Zanonato, non dovrebbero guardare ai “paradisi industriali”, come la Carinzia o i Cantoni svizzeri? Magari il motivo sta nel fatto che lì, tra il Friuli e la Slovenia, ti offrono incentivi fino al 45% per progetti di ricerca e sviluppo e fino al 20% per stabilimenti produttivi, istituti di ricerca, personale qualificato e immobili commerciali perfettamente infrastrutturati in ottima posizione, taluni con raccordo ferroviario, a partire da 25 euro/mq? O perché, sempre in Carinzia, il sistema tributario prevede un’imposta sulle società pari al 25% e premi fiscali? O per l’assenza dell’Irap?.
    Niente Svizzera, infine, ché anche lì le procedure amministrative sono addirittura efficienti. Inoltre la proporzionalità di un sistema contributivo che non foraggia in maniera abnorme la macchina burocratica clientelare dello Stato, l’aliquota Iva al 7.6%, le agevolazioni fiscali e gli incentivi per insediamenti produttivi sono poi inaccettabili.
    Il ministro Zanonato l’ha detto: «Dateci fiducia», restate in Italia. Eppure non vediamo grandi riforme all’ordine del giorno, defiscalizzazioni, incentivi, accesso al credito stimolato. L’Imu ancora c’è (lo chiamino come gli pare), così come le tasse sulla proprietà, sulla pubblicità, concessioni per le frequenze, sul contributo di riciclaggio, sul risanamento ambientale e carte di credito; sulle donazioni, le imposte catastali, quelle ipotecarie e di fabbricazione, sugli intrattenimenti, di registro, sulle successioni, le imposte di bollo, sulla Camera di commercio, le imposte sugli oneri bancari passivi. E ancora: l’Inps, l’Inail, l’Iva, la Tosa, il Cimp, l’Ires, l’Irap e l’Irpef.
    Ministro, questo paio di “cartoline” sono per lei. Magari ci pensi un po’ su.
    Una cartolina dai ?paradisi d?impresa? per Zanonato | L'intraprendente

    Viva lo sciopero fiscale (purché sia serio)
    di Matteo Borghi
    Dopo anni di sopportazioni e vessazioni i commercianti di Torino (in particolare ambulanti) hanno deciso di ribellarsi al fisco, e in particolare contro l’odiata Tares per cui si prepara una nuova stangata (e si pagherà anche l’Imu). L’hanno fatto, ahinoi, nel modo peggiore possibile paralizzando per ore il centro città e la stazione, alla maniera dei peggiori black block o, per rimanere nel luogo, dei No Tav.
    Una modalità che ha indignato il giornalista del quotidiano torinese La Stampa che, nel narrare la cronaca della giornata, non ha risparmiato critiche ai protestanti, che ha fatto apparire come evasori egoisti. Noi la vediamo in maniera diametralmente opposta: pensiamo che la loro sia una protesta genuina, con una motivazione valida. Non sfugge a nessuno come nell’Italia del 2013 i nuovi veri proletari siano i piccoli e medi imprenditori, i commercianti, gli ambulanti, i giovani precari e disoccupati. Categorie su cui si abbatte l’ingenerosa mannaia del fisco che, dalle loro tasche, preleva sempre più denaro per mantenere le proprie categorie di privilegiati, che dall’inizio della crisi non hanno avuto altro che benefici: i dipendenti pubblici con contratto a tempo indeterminato e aumento di stipendio annuo superiore alla soglia dell’inflazione. Quella burocrazia che fa letteralmente impazzire i lavoratori autonomi quando questi hanno bisogno di un’autorizzazione o un certificato, aggiungendo il danno alla beffa.
    Quindi i lavoratori in proprio hanno tutto il diritto di ribellarsi al fisco oppressivo. Peccato che non lo sappiano fare, come abbiam visto a Torino. Se ciò accade è perché non sono abituati a concepirsi come una categoria con dei diritti – in particolare quello a non essere vessati – e non abbiano mai creato delle efficaci strutture di auto-difesa. Le stesse associazioni di impresa e commercio agiscono ancora, troppo spesso, come organi politici inclini a non rompere i rapporti di cortesia col Palazzo anche quando quest’ultimo li tratta come schiavi (quella fiscale è a tutti gli effetti una forma di servitù). Tutto il contrario di quanto fanno i sindacati che, non a caso, a Torino si sono palesemente dissociati dalla manifestazione: loro protestano in modo duro ed efficace, bloccando le fabbriche, domandando “diritti” per chi ce ne ha già troppi. Difendono i dipendenti a contratti a tempo indeterminato, specie in via d’estinzione, all’insegna di slogan fuori dal tempo come il sempreverde (non più attuale dagli anni ’50) «più salario meno orario».
    Eppure ci sarebbe un modo, semplicissimo, con cui i commercianti potrebbero risolvere il problema: uno sciopero fiscale serio e coordinato, che costringa lo Stato a trattare la resa coi territori produttivi e, soprattutto, coi produttori di ricchezza. Sarebbe un modo per ribadire un principio di giustizia secondo cui dovrebbero essere i cittadini a decidere la pressione fiscale che sono disposti ad accettare in cambio di servizi (come accade nella civile Svizzera col referendum) e non lo Stato a imporre le tasse come pare e piace. La protesta otterrebbe il suo obiettivo a patto di esser condivisa: come diceva Churchill «Se due persone fumano sotto il cartello “divieto di fumare” gli fai la multa, se venti persone fumano sotto il cartello “divieto di fumare” chiedi loro di spostarsi, se duecento persone fumano sotto il cartello “divieto di fumare” togli il cartello».
    Allo stesso modo se qualche persona non paga le tasse lo si multa; viceversa se a farlo sono migliaia o milioni, si rivede quantomeno la normativa tributaria. Quando lo Stato ci avrà portati alla fame, anche i più perbenisti avvalleranno questa soluzione. E c’è da giurare che prima o poi accadrà.
    Viva lo sciopero fiscale (purché sia serio) | L'intraprendente

    A Treviso la crisi e il futuro si affrontano con un telaio a mano
    Sergio Paleologo
    La soluzione ideale, quella che fa svoltare il fatturato di un’azienda o di un intero comparto, non contiene in sé alcuna ricetta descrivibile. Altrimenti saremmo tutti imprenditori e tutti di successo. Il segreto è uno solo. Una volta divulgata, l’idea alla base della svolta deve produrre su concorrenti e clienti la stessa impressione, la medesima analisi: «semplice, perché non ci ho pensato prima io!». Qui sta il segreto insondabile della fucina del business plan di successo. Il problema è che individuata l’idea esistono numerose (a volte infinite) strade per realizzarla. Esattamente quello che sta accadendo a Treviso. Dove si cercano sentieri per tornare a tecniche produttive del passato senza abbandonare tecnologie d’attualità. Recuperare la manualità artigiana e unirla a materiali e prodotti avveniristici.
    TESSITURA
    A Badoere c’è un caso da manuale. Il Paese è la frazione di Morgano, provincia di Treviso. Ha una particolarità. Si sviluppa tutto attorno a una piazza semicircolare. Viene costruita a metà del 1600 dal nobile della zona. L’intento da subito è mettere a disposizione uno spazio che raccolga imprese artigiane (sotto ogni arcata della barchessa c’è una bottega) e un luogo per accogliere i clienti. Alle spalle della barchessa nord nasce una filanda.







    All’inizio degli anni ’20 del secolo scorso un tumulto socialista distrugge la villa del nobile e lascia intatta solo la piazza e la filanda. L’edificio ospita oggi “Tessitura La Colombina”, un’azienda specializzata in filati pregiati che lancia due sfide. La prima sta nel tornare addirittura ai telai a mano. Abbandonati da anni, lasciati impolverare ma per fortuna conservati intatti in un angolo. «Dopo aver incontrato alcuni clienti intenzionati a sviluppare prodotti estremamente costosi e di qualità», commenta il titolare Mario Colombo «abbiamo capito che l’unica strada era nel recuperare quelle capacità e quelle manualità che nessun altro al mondo sarebbe in grado di fornire. Non sarà semplice. I restauri dei telai sono costosi e anche il mantenimento. Inoltre pochissime persone li sanno usare e serviranno tante ore di formazione».
    Per fortuna l’azienda ha mantenuto anche collaboratori storici (per esempio è stata riassunta part time una dipendente di 73 anni) in grado di tramandare ai giovani quell’esperienza che non si apprende in nessuna scuola. «In questo modo potremo lavorare con tecniche antiche, materiali e prodotti estremamente nuovi». Denim lavorato come fosse un pantalone di lino. O tessuti con fili di rame e altre sperimentazioni. Il che significa portare in alto i prezzi e i margini. Ma l’azienda ha capito che è necessario fare un altro salto.
    La seconda sfida è infatti tornare alle origini di Badoere. Una nuova forma di internazionalizzazione che fa perno attorno alla piazza. Clienti vengono invitati da diverse parti del mondo per vedere il Paese, toccare con mano l’azienda, vedere i dipendenti e se necessario conoscere tutto il network. «La nostra azienda», spiega Mario Colombo, «che opera con il marchio “Nicki Colombo”, conta 8 tra dipendenti e collaboratori diretti, ma se applichiamo il concetto di rete, il nostro numero diventa piramidale. Se vogliamo fare un calcolo veloce, lavoriamo con minimo 15 aziende, ciascuna da almeno 10 dipendenti». Il mercato estero dovrà conoscere non solo il singolo artigiano, ma anche il territorio. Chi viene in visita, grazie ai progetti di rete sviluppati assieme alla Confartigianato Treviso, potrà conoscere anche altri show room, assaggiare il cibo del posto, il vino e tutto ciò che fa di Treviso un luogo diverso da tutti gli altri. Non più il timore che la concorrenza rubi il lavoro. Ma al contrario impegno di gruppo per ampliare il fatturato.
    Quando la famiglia Colombo acquista la Filanda di Badoere negli anni ’30 assume più di 120 persone e diventa la prima realtà industriale della zona. La tragedia della guerra ha lasciato in eredità un nuovo mercato della seta. Tutto però sbilanciato a favore del Lontano Oriente. I contadini e i bachi da seta in poco tempo diventano anacronismo puro. Così il titolare e la moglie Erina Gianola ricominciano a lavorare tutto a mano Dalle coperte per neonato in lana e fibre nobili, a guanti, a berretti. Poi si passa alla Vigogna e altri tessuti destinati alle sartorie emergenti d’Italia. Il prodotto confezionato ancora di là da venire. Nei primi anni ‘70, quando prende il timone la terza generazione dei Colombo, l’azienda si porta in casa nuovi telai per spingere il piede sulla produzione artigianale. Esattamente l’opposto di ciò che fa la maggioranza dei produttori tessili. La nicchia va coltivata e i Colombo si specializzano negli accessori. Poi nei filati pre tinti e accoppiati. Prima di passare la mano alla quarta generazione, l’azienda riprende i contatti con Como e con il mondo della seta. Punta al tempo stesso al cachemire e investe liquidità su un proprio marchio (Nicki Colombo) e su una rete di distribuzione. Oggi tiene intatta la filosofia ma lancia come detto sopra le due nuove sfide. Perché pur avendo un buon mercato interno, oltre cinquecento clienti stabili italiani, all’estero (Germania, Austria, Svizzera, USA, Francia, Giappone) c’è tanto da fare per crescere.
    Ovviamente il cambio di strategia non sarebbe avvenuto senza la batosta del tessile che ha visto un 2012 in cui la mortalità aziendale ha messo a repentaglio migliaia di posti di lavoro. In uno studio di Intesa Sanpaolo sui distretti industriali relativo al 2012, si prende il tessile-abbigliamento di Treviso (114 aziende, 2,3 miliardi di fatturato) come metro di paragone. Si scopre infatti che ci sono zone che, anziché giovarsi dell’internazionalizzazione, hanno sofferto le decisioni di alcune grandi aziende di trasferire buona parte delle produzioni all’estero.
    Le aziende del territorio hanno scoperto a loro spese l’internazionalizzazione senza export. Col risultato che il saldo commerciale del distretto si è sfilacciato fino a diventare negativo. Sono numeri attuali, ma incompleti perché non colgono il cambiamento in atto. Che si è sviluppato dopo l’addio al territorio da parte di un grande committente come Benetton. Lo choc è stato necessario alla filiera per fare il necessario esame di coscienza. La prima selezione è stata infatti la capacità di lavorare sui propri errori, poi è arrivata la volontà di condividere con altre aziende subfornitori, sinergie e obiettivi. Infine, su tutto il comparto è cominciato a passare un immaginario setaccio. Cresce solo chi trova il proprio spazio nel proprio mercato. L’idea della svolta è appunto quella di recuperare strumenti e metodi del passato. Alcuni tentativi andranno a buon fine. Altre sfide si scontreranno con la realtà. Ma questo è il mercato.
    A Treviso la crisi e il futuro si affrontano con un telaio a mano | L'intraprendente






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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Citazione Originariamente Scritto da Erlembaldo Visualizza Messaggio


    TESSITURA
    A Badoere c’è un caso da manuale. Il Paese è la frazione di Morgano, provincia di Treviso. Ha una particolarità. Si sviluppa tutto attorno a una piazza semicircolare. Viene costruita a metà del 1600 dal nobile della zona. L’intento da subito è mettere a disposizione uno spazio che raccolga imprese artigiane (sotto ogni arcata della barchessa c’è una bottega) e un luogo per accogliere i clienti. Alle spalle della barchessa nord nasce una filanda.

    All’inizio degli anni ’20 del secolo scorso un tumulto socialista distrugge la villa del nobile e lascia intatta solo la piazza e la filanda. L’edificio ospita oggi “Tessitura La Colombina”, un’azienda specializzata in filati pregiati che lancia due sfide. La prima sta nel tornare addirittura ai telai a mano. Abbandonati da anni, lasciati impolverare ma per fortuna conservati intatti in un angolo.

    «Dopo aver incontrato alcuni clienti intenzionati a sviluppare prodotti estremamente costosi e di qualità», commenta il titolare Mario Colombo «abbiamo capito che l’unica strada era nel recuperare quelle capacità e quelle manualità che nessun altro al mondo sarebbe in grado di fornire. Non sarà semplice. I restauri dei telai sono costosi e anche il mantenimento. Inoltre pochissime persone li sanno usare e serviranno tante ore di formazione».

    Per fortuna l’azienda ha mantenuto anche collaboratori storici (per esempio è stata riassunta part time una dipendente di 73 anni) in grado di tramandare ai giovani quell’esperienza che non si apprende in nessuna scuola. «In questo modo potremo lavorare con tecniche antiche, materiali e prodotti estremamente nuovi». Denim lavorato come fosse un pantalone di lino. O tessuti con fili di rame e altre sperimentazioni. Il che significa portare in alto i prezzi e i margini. Ma l’azienda ha capito che è necessario fare un altro salto.

    La seconda sfida è infatti tornare alle origini di Badoere. Una nuova forma di internazionalizzazione che fa perno attorno alla piazza. Clienti vengono invitati da diverse parti del mondo per vedere il Paese, toccare con mano l’azienda, vedere i dipendenti e se necessario conoscere tutto il network. «La nostra azienda», spiega Mario Colombo, «che opera con il marchio “Nicki Colombo”, conta 8 tra dipendenti e collaboratori diretti, ma se applichiamo il concetto di rete, il nostro numero diventa piramidale. Se vogliamo fare un calcolo veloce, lavoriamo con minimo 15 aziende, ciascuna da almeno 10 dipendenti».

    Il mercato estero dovrà conoscere non solo il singolo artigiano, ma anche il territorio. Chi viene in visita, grazie ai progetti di rete sviluppati assieme alla Confartigianato Treviso, potrà conoscere anche altri show room, assaggiare il cibo del posto, il vino e tutto ciò che fa di Treviso un luogo diverso da tutti gli altri. Non più il timore che la concorrenza rubi il lavoro. Ma al contrario impegno di gruppo per ampliare il fatturato.

    Quando la famiglia Colombo acquista la Filanda di Badoere negli anni ’30 assume più di 120 persone e diventa la prima realtà industriale della zona. La tragedia della guerra ha lasciato in eredità un nuovo mercato della seta. Tutto però sbilanciato a favore del Lontano Oriente. I contadini e i bachi da seta in poco tempo diventano anacronismo puro. Così il titolare e la moglie Erina Gianola ricominciano a lavorare tutto a mano Dalle coperte per neonato in lana e fibre nobili, a guanti, a berretti. Poi si passa alla Vigogna e altri tessuti destinati alle sartorie emergenti d’Italia.

    Il prodotto confezionato ancora di là da venire. Nei primi anni ‘70, quando prende il timone la terza generazione dei Colombo, l’azienda si porta in casa nuovi telai per spingere il piede sulla produzione artigianale. Esattamente l’opposto di ciò che fa la maggioranza dei produttori tessili.

    La nicchia va coltivata e i Colombo si specializzano negli accessori. Poi nei filati pre tinti e accoppiati. Prima di passare la mano alla quarta generazione, l’azienda riprende i contatti con Como e con il mondo della seta. Punta al tempo stesso al cachemire e investe liquidità su un proprio marchio (Nicki Colombo) e su una rete di distribuzione. Oggi tiene intatta la filosofia ma lancia come detto sopra le due nuove sfide. Perché pur avendo un buon mercato interno, oltre cinquecento clienti stabili italiani, all’estero (Germania, Austria, Svizzera, USA, Francia, Giappone) c’è tanto da fare per crescere.

    Ovviamente il cambio di strategia non sarebbe avvenuto senza la batosta del tessile che ha visto un 2012 in cui la mortalità aziendale ha messo a repentaglio migliaia di posti di lavoro. In uno studio di Intesa Sanpaolo sui distretti industriali relativo al 2012, si prende il tessile-abbigliamento di Treviso (114 aziende, 2,3 miliardi di fatturato) come metro di paragone. Si scopre infatti che ci sono zone che, anziché giovarsi dell’internazionalizzazione, hanno sofferto le decisioni di alcune grandi aziende di trasferire buona parte delle produzioni all’estero.

    Le aziende del territorio hanno scoperto a loro spese l’internazionalizzazione senza export. Col risultato che il saldo commerciale del distretto si è sfilacciato fino a diventare negativo. Sono numeri attuali, ma incompleti perché non colgono il cambiamento in atto. Che si è sviluppato dopo l’addio al territorio da parte di un grande committente come Benetton. Lo choc è stato necessario alla filiera per fare il necessario esame di coscienza.

    La prima selezione è stata infatti la capacità di lavorare sui propri errori, poi è arrivata la volontà di condividere con altre aziende subfornitori, sinergie e obiettivi. Infine, su tutto il comparto è cominciato a passare un immaginario setaccio.
    Cresce solo chi trova il proprio spazio nel proprio mercato. L’idea della svolta è appunto quella di recuperare strumenti e metodi del passato. Alcuni tentativi andranno a buon fine. Altre sfide si scontreranno con la realtà.
    Ma questo è il mercato.

    A Treviso la crisi e il futuro si affrontano con un telaio a mano | L'intraprendente



    belle e lodevoli iniziative, dettate più dalla disperazione,
    che non da una adeguata strategia, utile per cambiare
    strutturalmente la crisi in atto.

    le cose sono di una semplicità straordinaria;
    se la concorrenza avviene tra sistemi in cui, da una parte
    si lavora e produce in regime schiavistico, mentre dall'altra
    lo si fa rispettando i livelli di retribuzioni e welfare di una realtà
    sviluppata occidentale, non c'è storia su chi sarà
    il vincente.

    se aggiungiamo poi, che il complesso del nord che produce,
    è gravato da tasse e costi impropri che si aggiungono per
    manifesta inefficienza dello stato, nemmeno a livello europeo
    troviamo uno spazio per una decente competitività.

    le strade per uscire dall'impasse sono sostanzialmente due;
    il nord produttivo se ne va e si aggrega come regione autonoma
    ai paesi del centro europa,

    l'europa dei banchieri si dissolve e ritornano gli stati,
    con le relative frontiere, sovranità monetaria, dazi doganali,
    e ogni altro strumento utile a fronteggiare situazioni
    contingenti in ambito economico e politico, come è
    avvenuto fino al 1989.

    fuori da questi schemi, ci sarà solo una lenta ma
    inesorabile caduta verso i livelli di ricchezza, o meglio
    di povertà, dei nostri attuali competitors, residenti
    attualmente nel terzo e quarto mondo, nonché nei
    paesi emergenti, quelli con aumenti annui di pil a due cifre.

 

 
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