Il lariosauro, il "mostro di Loch Ness" d'Insubria
di Maria Vittoria Sala
Il mostro di Loch Ness ha un cugino in Insubria: si chiama lariosauro e se venite sul lago di Como, prestate bene attenzione perché potreste avvistarlo. Il lariosauro appartiene ad un gruppo di rettili marini vissuti nel periodo Triassico. Classificato come appartenente alla famiglia dei Notosauri, era un predatore lungo circa un metro che cacciava prevalentemente in ambiente acquatico. Resti appartenenti al lariosauro sono stati ritrovati in numerose nazioni, dall’Europa all’Estremo Oriente, ma le due località che fino ad ora hanno dato il numero più consistente di individui in uno stato di notevole integrità sono, però, i giacimenti di Perledo-Varenna (LC) e del Monte San Giorgio (Valceresio e Canton Ticino).
La prima segnalazione della presenza di fossili di vertebrati a Perledo si deve al paleontologo milanese Giuseppe Balsamo Crivelli, che nel 1839 pubblica sulla rivista “Politecnico di Milano” un articolo in cui si dà notizia, caso unico in Italia fino a quel momento, del ritrovamento “sopra Varenna, sul Lago di Como” di un rettile e di due pesci fossili. Egli non dà alcun nome scientifico al nuovo rettile: è Giulio Curioni nel 1847 a battezzarlo lariosaurus balsami, nome che significa “sauro del Lario dedicato a Balsamo”.
Nel corso delle attività di cava nel calcare nero di Perledo-Varenna vengono alla luce nuovi esemplari, il più completo dei quali fu rinvenuto nel 1877. Questo esemplare viene venduto per 1.000 lire al Museo di Monaco di Baviera e viene illustrato dal grande paleontologo tedesco Karl Von Zittel, nel 1887, nel suo celebre “Manuale di Paleontologia”.
La meccanizzazione del taglio della pietra a partire dagli anni '20 del secolo scorso e la cessazione definitiva dei lavori di cava nel secondo dopoguerra, hanno comportato la fine dei ritrovamenti fossili di Perledo.
Nel 1946 un mostro appare nelle acque del Lago di Como e la sua immagine subito ricorda il rettile ritrovato qualche decennio prima nelle cave di Perledo. I giornali dell’epoca riportano con scalpore la notizia dell’avvistamento, coinvolgendo per giorni l’attenzione dell’opinione pubblica. Da questa storia prende spunto tutta una serie di leggende che hanno visto il lariosauro protagonista in fantastici avvistamenti nel Lago lariano, tra cui un racconto di Giovanni Galli in cui il protagonista, Panàn - operaio e partigiano del cotonificio Cantoni di Bellano (LC) - incontra il mostro nel lago e con esso rimane coinvolto in un’epica lotta.
Anche la musica si è occupata di questo mito e il cantautore Davide Van De Sfroos nel 1999 gli ha dedicato una canzone intitolata “El mustru”.
Attualmente, esemplari fossili del lariosauro delle Grigne sono presenti al Museo di Storia Naturale di Lecco, nonché nelle collezioni dei Musei di Milano, Roma, Francoforte e Monaco di Baviera.
Il lariosauro, il "mostro di Loch Ness" d'Insubria - La Bissa de l'Insubria
Parlumm mea de barbera,
nel buceer gh'è la dencéra
che la riid senza di me
e sun ché cun l'infermiera
setaa giò sö na cadréga
che la viàggia de par lee
e anca el suu nel curiduur me paar piö lüü,
el vöör parlàmm
dumandi al laagh, da la finestra,
se'l se regorda chi è che sun
per questa geent che vee a truvamm cun scià i
biscott sun piö nagott
dumanda ai pèss, dumanda ai sàss,
che luur la sànn quel che ho vedüü
Perchè adess g'ho sö el pigiama
ma regordes che una volta
seri el re di pescaduu,
ho vedüü sguaràss el laagh,
ho vedüü quatàss el cieel
e la loena burlà giò,
l'era faa cumè un'anguila,
l'era gross cume un batèll
e'l majava tücc i stell,
una bissa incatramata,
cun la buca sbaratada
e cui öcc dell'oltrummuund...
un mustru, ma l'era mea el film de l'uratori
un mustru, vegnüü'n de un teemp che l'era piö el sò
ho vedüü el mustru, ho vedüü el mustru...
E i m'hann truvaa luungh e tiraa
cunt i öcc de indemuniaa
e che parlavi de par me
Vardii el re di pescaduu,
stravacaa in so la sua barca,
che'l se sbatt cumè un cagnott!”
m'hann dii che el mustru l'era el diabete
per mea dimm che seri màtt
quand che passavi me salüdaven,
quand se giràvi sentirvi riid
vegniven tücc a crumpà el pèss
per ghignà un zicc o per cumpatìmm
gnanca i fiöö m'hann mai credüü
e seri el re di rembambii
Adess g'ho sö el pigiama ma sun che sura un puntiil
a specià che'l solta fö,
sunn piee de medesèn,
me parlen tücc de arterio,
ma sun che per fala fö,
te speci setaa giò cun in man dumà una frosna
e sun propi mea stremii,
facch vede a'sti tòcc de merda se te seet deent
in del laagh
o nel coo de un rembambii...
un mustru, senza i me occ el ghe sariss mai staa.
GIORGIO CASTIGLIONI
ZOOLOGIA E DINTORNI TRA ITALIA E SVIZZERA
Oggi parliamo di animali di confine e intendiamo la parola "confine" in due sensi: il confine geografico tra Italia e Svizzera, ma anche quello tra la scienza e la leggenda.
Il lariosauro, che ha ispirato la tesi di Sofia e Chiara, attraversa entrambi questi confini. Attraversa quello tra Italia e Svizzera perché ci sono stati ritrovamenti di lariosauri in entrambi i paesi (e poi in altri ancora). Attraversa il confine tra scienza e leggenda perché il lariosauro è un rettile realmente esistito nel triassico, ma è anche il nome dato al presunto mostro del lago.
Cominciamo con il lariosauro della scienza. Nell'immagine qui sotto vediamo un modello della testa di questo rettile, realizzato da Giancarlo Colombo, appassionato studioso del lariosauro.
Testa di Lariosaurus balsami
(modello di Giancarlo Colombo)
"Lariosauro" significa "rettile del lago di Como". Questo non va inteso come "rettile che viveva nel (o nei pressi del) lago di Como": a quei tempi il lago di Como neppure c'era e questa zona era coperta dal mare. Va letto invece come "rettile i cui resti fossili sono stati trovati presso il lago di Como".
Il primo ritrovamento di fossili di lariosauro (o almeno il primo conosciuto alla scienza) ha infatti avuto luogo a Perledo, dalle parti di Varenna, sul lago di Como. Ne parlò il naturalista Giuseppe Balsamo Crivelli in un suo articolo al quale unì un disegno del fossile. Non diede un nome all'animale, perché riteneva che prima bisognasse essere sicuri che si trattasse davvero di una specie ancora sconosciuta. Qualche anno più tardi un altro naturalista, Giulio Curioni, stabilì che si trattava certamente di una nuova specie e la chiamò Lariosaurus balsami (del significato di Lariosaurus abbiamo già detto, balsami è un omaggio a Balsamo Crivelli). Nello stesso articolo Curioni descriveva anche un altro esemplare che attribuì ad una nuova specie. La chiamò Macromirosaurus plinij. Poi però lo stesso Curioni si rese conto che si trattava di un altro esemplare di Lariosaurus balsami.
Sono stati trovati esemplari del genere Lariosaurus anche in Svizzera, come il cucciolo trovato in Val Mara che vediamo raffigurato qui sotto:
Fossile di Lariosaurus trovato in Val Mara (Svizzera)
(da "L'Ordine", 6 dicembre 1973, p.6)
Passiamo ora nel campo della leggenda. "Lariosauro" è anche il nome dato al mostro del lago inventato dal "Corriere comasco" nel novembre del 1946. Ci sono poi state altre notizie su presunti mostri lacustri lariani. Nel 1954 il quotidiano "L'Ordine" proponeva questo titolo: "Visto ad Argegno uno strano animale nelle acque del lago?" Il giornale dava una descrizione molto vaga, ma si è potuto saperne di più chiedendo (sia pure a distanza di parecchi anni) alla persona che lo aveva visto: muso arrotondato, parte posteriore come quella di un maiale, zampe da anatra, coda, lunghezza totale tra gli 80 e i 90 centimetri. Vista questa descrizione, possiamo tentare di passare dal campo della leggenda a quella della scienza. Dire che la parte posteriore era "come quella di un maiale" indicava che non era stretta come nei pesci, ma più ampia. "Zampe da anatra" possiamo leggerlo come "zampe palmate". La descrizione va benissimo per un animale esistente: la lontra. Nel 1954 le lontre erano presenti sul lago di Como (ora, purtroppo, non ci sono più). Non si sa di stanziamenti ad Argegno, ma la lontra è un animale dotato di grandi capacità di movimento. Quindi, se era presente in un altro punto del lago, poteva comunque raggiungere Argegno.
Ho raccontato la storia del lariosauro a una classe della scuola elementare di Moltrasio e uno scolaro e sua mamma mi hanno riferito che la nonna raccontava che, ai tempi della seconda guerra mondiale, quando le donne erano a lavare i panni al lago, ad Argegno, si era visto uno strano animale con la testa da cavallo. Anche il cugino della nonna - e qui siamo negli anni '80, sempre ad Argegno - diceva di aver visto un animale con la testa da cavallo, interamente ricoperto di squame. Vedendo la testa vicino ad un palo del molo e la coda vicino ad un altro aveva valutato che fosse lungo sui cinque o sei metri. Aveva anche fatto un disegno e mi hanno promesso che se riusciranno ad averlo me lo faranno vedere. Così magari si potrà tentare di dare una spiegazione a questo avvistamento che, esposto così, sembra più nel campo della leggenda che in quello della scienza.
Su un sito sono apparse le foto di un "mostro", simile alla classica raffigurazione del mostro del Loch Ness, nelle acque di Dervio. Sono attribuite a un certo "Luigi da Colico" e datate "Sabato 30 Marzo", senza indicare l'anno. L'ultimo 30 marzo caduto di sabato è stato nel 2002. Si dice che doveva essere lungo "almeno 12 metri". "Non si tratta apparentemente di un trucco fotografico", dice il sito, ma in realtà ha tutta l'aria di esserlo. Comunque sono carine e visto che oggi si parla di zoologia "e dintorni" anche queste foto meritano un posto.
Ci sono notizie su "mostri" anche in altri laghi italiani e svizzeri. Ne citiamo solo qualcuna come esempio.
Il lago Maggiore attraversa anche lui la frontiera perché, come è noto, per la maggior parte della sua estensione è in territorio italiano, ma la parte più settentrionale è in territorio svizzero. Proprio nella parte svizzera, dove il Ticino entra nel lago, si dice che nel 1934 sia stato visto uno strano animale dalla testa di cavallo. Come si vede, è una descrizione che torna spesso. Chissà: magari se in futuro qualcuno vedrà un cervo o un animale affine entrato nelle acque del lago, poi la stampa dirà che si tratta del noto mostro dalla testa di cavallo, già tante volte avvistato in passato.
Nel 1965, per il lago di Garda, si parlò addirittura di un plesiosauro o di un dinosauro. Erano scesi anche i sub a vedere, ma ovviamente non era saltato fuori nulla.
Nel 1976 torniamo in Svizzera: lago di Lucerna. Avvistamento di un mostro tipo "Nessie" (il nomignolo dato al mostro del Loch Ness).
Nel 2003, ancora nella parte svizzera del lago Maggiore, uno studioso di animali misteriosi svizzero disse di aver visto qualcosa che sembrava un tronco, ma pareva animato. Uno potrebbe dire che se sembrava un tronco è perché era un tronco e se pareva animato era perché era mosso dalle onde. Invece che un tronco poteva essere un insieme di frammenti vegetali uniti a formare una scia (qualcuno l'avrà già visto anche nel nostro lago). Trattandosi di corpi che restano vicini, ma sono separati, seguono il movimento in modo più fluido e quindi possono ancor più sembrare un corpo animato.
Possiamo trovare qualcosa di più concreto spostandoci al lago di Orta. In questo laghetto c'è un'isola e sull'isola una basilica. Nella sacrestia della basilica, appesa al soffitto, c'è una vertebra di drago.
La "vertebra del drago" dell'isola di Orta
La vertebra c'è davvero: l'ho vista io stesso e (come vedete qui sopra) l'ho anche fotografata. Naturalmente uno potrebbe avere qualche dubbio sul fatto che sia davvero di un drago. In effetti, con ogni probabilità si tratta della vertebra fossile di un cetaceo. Detto in modo molto rozzo (mi perdoneranno i naturalisti), la vertebra di un "nonno" delle balene.
Qualcuno potrà comunque rimanere perplesso e si chiederà cosa ci fa una vertebra fossile in una chiesa. Nei tempi passati, però, non era così strano che si appendesse nelle chiese quello che oggi ci aspetteremmo di trovare piuttosto in un museo di storia naturale. Per esempio, venivano appesi al soffitto i coccorilli - ovviamente imbalsamati. Ce n'era uno anche in una chiesa di Como, Santa Marta. Ce ne sono ancora in diverse chiese, tra le quali un santuario di Rapallo.
Il coccodrillo del santuario di Rapallo (foto famiglia Castiglioni)
Ce n'era uno pure al Sacro Monte di Varese. Questo non si è conservato bene come quello di Rapallo (o, per fare un altro esempio, quello di Ponte Nossa). Quel che resta è stato messo in una teca conservata nel museo del Sacro Monte.
Il coccodrillo del Sacro Monte ci offre l'occasione di raccontare un'altra storia che sta ai confini tra l'Italia e la Svizzera e tra la scienza e la leggenda. Al Sacro Monte andavano in pellegrinaggio gli abitanti di diversi paesi. Tra questi c'era la località svizzera di Breno. La loro processione verso il Sacro Monte varcava quindi il confine italo-svizzero. La tradizione racconta che c'era una bestiaccia che dava fastidio al bestiame di Breno e che gli abitanti, liberatisi di quella presenza, ne avrebbero portato le spoglie al Sacro Monte. Si tratterebbe del coccodrillo. Ovviamente che ci fosse un coccodrillo a recare danno alle bestie di Breno non è molto plausibile.
Quel che resta del coccodrillo del Sacro Monte
(foto di Bernardino Croci Maspoli)
Carlo Amoretti, naturalista vissuto tra '700 e '800, aveva elaborato una diversa ipotesi, non più credibile peraltro. Girando per i paesi dell'Alto Lario aveva sentito raccontare che nei monti intorno al lago di Como vivevano dei "lucertoni", come scriveva lui, ovvero dei lucertoloni, dei grossi sauri. Alcuni dicevano che avessero quattro zampe (come la maggior parte dei sauri), altri che ne avessero solo due. Amoretti aveva anche sentito dire che uno di questi animali sarebbe stato ucciso a Moscia, una località svizzera, da un priore. Si era convinto che esistessero davvero.
Di animali descritti come lucertoloni o serpenti con due o quattro corte zampette si parla anche in altre zone dell'arco alpino e anche un leggenadario rettile della Sadegna, lo scultone, è stato descritto in questo modo. Gli studiosi di animali miteriosi usano in genere il nome tatzelwurm che significa "serpente con le zampette" (Wurm in tedesco è il verme, ma nel linguaggio popolare indica anche in generale qualunque animale che striscia). Una pubblicazione svizzera ("Alpenrosen") del 1841 mostrava il disegno di uno stollenwurm che è raffigurato come un serpente con due corte zampette (ha solo quelle anteriori).
Ad Amoretti era stato anche detto che questi lucertoloni succhiavano il latte alle mucche. Le storie su rettili che amano il latte sono molto diffuse anche se zoologicamente infondate. Amoretti aveva allora proposto questa ricostruzione. L'animale di Breno sarebbe stato uno di questi lucertoloni, che infatidiva le mucche succhiando loro il latte. Gli abitanti avevano fatto un voto alla Madonna perché li liberasse dalla bestiaccia, pensando di portarne poi al Sacro Monte, come un ex voto, il corpo. Per qualche motivo, poi, tolto di torno l'animale, non erano risuciti ad avere a disposizione il corpo e allora si erano procurati un coccodrillo e avevano portato questo al posto del lucertolone al santuario. Questa ipotesi, come abbiamo detto, non è davvero molto plausibile.
Per sostenere la sua tesi che esistessero davvero questi lucertoloni, Amoretti citava anche un naturalista svizzero, Johann Jakob Scheuchzer, che aveva incluso in una sua opera una "storia dei draghi svizzeri", con alcune figure. Uno dei "draghi" raffigurati ha l'aspetto di un serpente con delle piccole zampette, quattro in questo caso (se ne vedono tre, ma si può supporre che una di quelle posteriori sia coperta dal corpo). Tra gli altri "draghi" di Scheuchzer si può ricordare anche il serpente volante del monte Pilato: una leggenda ben ricordata ancor oggi.
Draghi svizzeri
(da Johann Jakob Scheuchzer, Ouresifoites Helveticus,
Lugduni Batavorum : Van der Aa, 1923)
Varchiamo quindi per l'ultima volta in questo mio intervento il confine tra Italia e Svizzera e portiamoci a Peglio (da non confondere con Pellio Intelvi). Nella chiesa di Sant'Eusebio e Vittore c'è un dipinto del Fiammenghino nel quale compare un essere raffigurato con le fauci spalancate. Uno studioso di arte, in un articolo, si è chiesto se questa creatura non possa essere stata ispirata dalle leggende sul lariosauro. La risposta che io darei è no perché la storia del lariosauro come mostro lacustre comincia nel 1946. Il lariosauro inteso come rettile del triassico è certo ben più antico, ma, come abbiamo detto, divenne noto solo nel XIX secolo. A nessuno dei due, quindi, poteva richiamarsi il Fiammenghino, vissuto molto tempo prima. Nello stesso dipinto, però, poco più in là, c'è una presenza interessante: un serpente alato con dei denti che non sfigurerebbero di fronte a quelli di un lariosauro.
Conchobar mac Nessa, nonno di CùChulainn, il più grande eroe della mitologia celtica irlandese
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