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Discussione: Padania intraprendente

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    Predefinito Padania intraprendente

    Addio a Steno Marcegaglia
    Capitano dell’industria dell’acciaio
    Steno Marcegaglia era presidente dell’omonimo gruppo siderurgico presente in tutto il mondo con 50 stabilimenti, 210 rappresentanze commerciali, 52 unità e 7.500 dipendenti
    ANSA
    Morto a Milano a 83 anni il papà dell’ex presidente di Confindustria
    Ha costruito un impero da 4 miliardi
    Da zero a un impero dell’acciaio da 4 miliardi di euro. È il percorso di Steno Marcegaglia, morto stamane a Milano a 83 anni, che lascia l’omonimo gruppo siderurgico fondato nel 1959, del quale era presidente, ai figli Emma e Antonio, oggi entrambi amministratori delegati della società.
    Il gruppo ha il suo quartier generale a Gazoldo degli Ippoliti, in provincia di Mantova. L’azienda, pur avendo risentito negli ultimi anni della crisi, è presente in tutto il mondo con 50 stabilimenti, 210 rappresentanze commerciali, 52 unità e 7.500 dipendenti. Produce 5.500 chilometri al giorno di manufatti in acciaio inossidabile e al carbonio per oltre 15.000 clienti, con un fatturato complessivo di oltre 4 miliardi.
    Figlio di un emigrante, Steno compie i primi studi a Torino, nel dopoguerra si trasferisce a Mantova e nel 1948 si diploma geometra, iniziando a lavorare nell’organizzazione `Alleanza Contadini´. Poi, non ancora trentenne, proprio a Gazoldo degli Ippoliti inizia la sua attività imprenditoriale sviluppando la produzione del `tondino´ da forno elettrico. Poco dopo apre un laboratorio per la produzione di guide per tapparelle, cioè prodotti profilati in acciaio, il materiale che segnerà la storia del gruppo.
    L’avvio è tutto autofinanziato, per arrivare al 1982 quando costituisce la Tubi Acciaio di Casalmaggiore (Cremona), poi la Oto Mills di Boretto (Reggio Emilia). L’anno dopo vengono rilevate la Lombarda Tubi nel comasco, la Saom e la Trisider nel vicentino. Poi la Maraldi di Ravenna, la Forlisider di Forlimpopoli e la Salpa in Friuli. Tra altre acquisizioni e nuove società, nel 1989 costituisce la Marcegaglia Deutschland che commercializza i prodotti siderurgici del Nord Europa, quindi la diversificazione del gruppo porta all’acquisizione della Oskar nel bolognese, della nuova Omec, della Np di Lugo di Romagna, della Imat di Fontanafredda (Pordenone), della Resco Tubi di Cusago (Milano), della Brollo Profilati di Desio, fino all’area ex Breda a Milano, con una superficie complessiva di 80.000 metri quadrati.
    Nel mezzo alla crescita industriale del gruppo, nell’ottobre 1982 Steno Marcegaglia fu rapito: dopo 51 giorni di prigionia fra Napoli e l’Aspromonte riuscì a fuggire, ma fu ripreso dai rapitori e successivamente liberato dalla polizia.
    http://www.ravennaedintorni.it/articoli/39020/39020.jpg





    L’IMPRENDITORE MANTOVANO RAPITO IL 15 OTTOBRE DEL 1982
    Morto Steno Marcegaglia, quei 51 giorni in Aspromonte in mano all’anonima sequestri
    "L’etica? E’ anche riuscire a non uccidere l’uomo che ti tiene sequestrato pur potendolo fare. La stessa ragione, in fondo, che consiglia a un imprenditore di non sfruttare e maltrattare gli operai". Raccontava così della sua esperienza in mano all’anonima sequestri calabrese, Steno Marcegaglia, fondatore dell’omonimo gruppo dell’acciaio, morto oggi a Milano all’età di 83anni. Era il 1997. Parole le sue capaci di scioccare il gotha dell’economia italiana, riunitosi a Cernobbio.
    "Quando fui sequestrato - ancora le sue parole - nel 1982, sull’Aspromonte avrei potuto uccidere il mio rapitore. Mentre dormiva potevo prendergli la pistola. Non lo feci. Non ho potuto farlo. E’ un fatto etico, qualcosa che ha a che fare con Dio".
    Furono quelli giorni drammatici per l’imprenditore mantovano, padre del futuro presidente di Confindustria Emma. Lo presero il 15 ottobre, nei pressi dello stabilimento di Napoli, grazie alla complicità di due basisti, due suoi operai napoletani.
    Da Napoli lo avevano portato in Aspromonte. Una sera racconterà qualche anno dopo la figlia Emma, "lui riuscì a liberarsi dalla catena e cominciò a fuggire nella notte. Fu ripreso dai rapitori. C’erano molte probabilità che lo uccidessero: aveva riconosciuto i basisti del sequestro, che erano due nostri operai napoletani. Ma un elicottero della polizia lo avvistò e lo salvò proprio mentre lo stavano riportando in Aspromonte".
    "Un colpo di fortuna - è ancora il racconto della figlia - forse perché aveva una tuta rossa… ma la cosa più bella è stata che, nei 52 giorni nella grotta calabrese, mio padre studiò il futuro sviluppo dell’ azienda." Furono anche i giorni del suo riavvicinamento alla fede.
    Per quella prigionia non fu pagato alcun riscatto. "Non pagai una lira" amava ricordare ogni qual volta si riproponeva l’occasione lo stesso Marcegaglia. "L’etica vale sempre, nel rapimento, come in fabbrica. E’ un sistema di regole che ti guida".
    ReggioTV | Morto Steno Marcegaglia, quei 51 giorni in Aspromonte in mano all’anonima sequestri


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  2. #2
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Cari giudici, sapete come funziona un'impresa?
    di Paolo Bricco
    Il pranzo di Natale? Tutti al Tribunale di Taranto. Certo, ci sarà un po' di coda. millequattrocento persone non sono poche. Ma, di sicuro, a questo punto ci penseranno loro. Tanti sono i dipendenti della Riva Acciaio. I prossimi mesi, per operai e tecnici di imprese non coinvolte nello scandalo dell'Ilva, saranno molto duri. Niente lavoro. Stipendio a rischio.
    Nell'assurdo teatro tarantino, capita che l'obbligatorietà dell'azione penale consenta ai magistrati di non sapere nulla - o di disinteressarsi del tutto- dei meccanismi elementari di funzionamento di un gruppo industriale. Lezione minima sul funzionamento del comparto: chi detiene il rottame da usare nei forni vuole essere pagato cash. Sull'unghia. Tu (magistrato) blocchi i conti correnti delle altre imprese del gruppo Riva, le forniture cessano, le aziende chiudono. Chiaro?
    Il sequestro preventivo penale di cespiti quali gli stabilimenti produttivi e il blocco dei conti hanno dunque colpito attività produttive che, in punta di diritto, non c'entrano nulla con l'acciaieria di Taranto.
    Adesso, però, nella realtà delle cose c'entrano. Eccome. Perché, a questo punto, grazie al provvedimento della magistratura, l'intero gruppo cade in una sorta di coma farmacologico che potrebbe amplificare gli effetti, già indotti da una crisi dell'Ilva, sulla siderurgia e sull'intero manifatturiero italiano.
    Nella vicenda dell'Ilva stupisce la sua rapida trasmutazione, con un problema processuale che trasfonde in qualcosa di simile alla tragedia greca. Dalla razionalità giuridica che si fonda sulle distinzioni, a una narrazione individuale e collettiva in cui sembra esservi una sorta di colpa (di alcuni) che deve essere espiata (da molti).
    I magistrati di Taranto stabiliscano le responsabilità personali dei Riva. Nessuno ha mai invocato impunità per nessuno. È però troppo chiedere che i magistrati tengano conto degli effetti provocati su chi - lavoratori, ma anche fornitori e clienti non dell'Ilva - nulla c'entrano con l'Ilva?
    Ormai, però, è tardi. Il Procuratore di Taranto, Franco Sebastio, nell'agosto 2012 amava discettare con i giornalisti di economia politica: «C'è un testo universitario, a Bari, che parla di esternalità positive e negative. E l'esempio che viene fatto è quello di un impianto siderurgico. Curioso, no?».
    Procuratore, perché non si applica con altrettanta passione anche sulle esternalità negative delle azioni giudiziarie?
    http://www.modena.legacoop.it/rasseg...13_1289871.pdf

    Il Nord perde 1.400 posti di lavoro. Per colpa dei magistrati
    Dopo il maxi-sequestro Ilva disposto dal Gip di Taranto, il gruppo Riva è costretto a chiudere le altre fabbriche sparse fra Lombardia, Veneto e Piemonte. Ma per Epifani e Landini la responsabilità è solo della proprietà, che dovrebbe garantire il lavoro anche in mancanza di soldi
    di Matteo Borghi
    «Il blocco dell’attività si è reso purtroppo necessario poiché il provvedimento di sequestro preventivo penale del Gip di Taranto, in base al quale vengono sottratti a Riva Acciaioriva acciaio i cespiti aziendali – tra cui gli stabilimenti produttivi e i saldi attivi di conto corrente e si attua di conseguenza il blocco delle attività bancarie, impedendo il normale ciclo di pagamenti aziendali – fa sì che non esistano più le condizioni operative ed economiche per la prosecuzione della normale attività».
    Con queste motivazioni il gruppo Riva chiude i battenti ed è costretto a mandare a casa 1.402 operai. Una decisione che colpisce direttamente il Nord, dove i noti imprenditori dell’acciaio possiedono sette fabbriche (una in Veneto, una in Piemonte e ben cinque in Lombardia). Ora, dei Riva si può pensare ciò che si vuole. Probabilmente se volessimo elencare gli esempi più fulgidi dell’imprenditoria italiana eviteremmo il loro nome: preferiremmo quello di un Bernardo Caprotti di Esselunga, di un Leonardo Del Vecchio di Luxottica o di un Michele Ferrero dell’omonimo gruppo di Alba. Se saranno condannati per avere inquinato l’ambiente, è giusto che paghino, anche severamente. Ma non è questo il punto. Il punto è che non si può disporre un sequestro, in via preventiva, di 8,1 miliardi di euro (ripeto, miliardi) senza pensare che la scelta non comporti – inesorabilmente – la chiusura del gruppo e, quindi, delle fabbriche. Come spesso accade nel nostro Paese la giustizia non ha avuto particolarmente a cuore la sorte dei lavoratori.
    Si tratta di una realtà evidente che, come spesso accade in Italia, è stata subito nascosta sotto un cumulo di ideologia anti-imprenditoriale che ha subito scaricato sui Riva tutta la responsabilità della chiusura. «La scelta di Riva di mettere in libertà più di 1.400 lavoratori e di non pagare loro gli stipendi – ha tuonato il segretario della Fiom Maurizio Landini – è un atto di drammatizzazione inaccettabile, perché scarica sui dipendenti responsabilità non loro». Una dichiarazione cui ha fatto subito eco quella di un’altro ex sindacalista, oggi alla testa del primo partrito italiano (da elezioni, non da sondaggi) Guglielmo Epifani, che ha detto: «Un fatto grave, il governo intervenga per richiamare l’azienda a un comportamento più attento». Con che soldi, caro Epifani?
    Forse lui e Landini sarebbero d’accordo al blocco del sequestro preventivo, in modo da consentire all’azienda di continuare a produrre e pagare gli stipendi? Certo che no. Nonostante ciò ci stanno dicendo che l’azienda dovrebbe lo stesso dare lavoro, perché il lavoro è un diritto costituzionale, e pagare gli stipendi, anche in mancanza di commesse. È questo, secondo loro, il compito dell’imprenditore: mantenere i suoi dipendenti....indipendentemente dal fatto che ciò sia possibile o meno. Pare di rileggere, nei loro commenti, alcuni stralci del romanzo Rivolta di Atlante di Ayn Rand, ambientato in un mondo in cui l’impresa – costretta dal governo a ridursi alla sola funzione "sociale", a scapito di quella produttiva – si chiude in se stessa fino a implodere.
    È questo il mondo in cui Epifani e Landini vorrebbero vivere (e in buona parte ci vivono già)? Non lo sappiamo. Di certo, in quanto politici e sindacalisti, non avrebbero granché da temere in un sistema che incrimina i produttori di ricchezza.
    Il Nord perde 1.400 posti di lavoro. Per colpa dei magistrati | L'intraprendente


  3. #3
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Recordati acquisisce azienda spagnola
    Recordati cresce all’estero e fa shopping in Spagna. Il gruppo, di origini emiliane, ma con sede a Milano, ha acquisito il 100% del capitale di Laboratorios Casen Fleet, società farmaceutica spagnola con sede a Madrid e stabilimento produttivo a Utebo (Saragozza). Lo rende noto un comunicato del gruppo farmaceutico italiano, nel quale si precisa che la transazione, il cui valore è di 93 milioni di euro, ''sarà interamente finanziata con la liquidità disponibile'' e che ''il closing della transazione è previsto entro le prossime settimane''.
    Recordati acquisisce azienda spagnola - LaBissa.com



    Il calvario di chi vuol fare impresa in Italia
    Cento giorni all'anno persi per adempimenti burocratici, una pressione fiscale effettiva del 70%, la folle stretta del credito. Peana al "signor Brambilla", che nonostante tutto ci prova ancora
    di Matteo Borghi
    Quali sono, in concreto, gli ostacoli che una piccola e media impresa italiana deve sopportare? Descriviamolo immaginando di essere nei panni del signor Brambilla, piccolo imprenditore brianzolo, titolare dell’omonima f.lli Brambilla, azienda di confezioni di 18 operai. Nella crisi economica che sta colpendo il Nord la sua attività non sta certo prosperando. Le commesse, per carità ci sono, ma i pagamenti arrivano costantemente in ritardo. Quel che manca è soprattutto la liquidità: inutile chiederla alle banche che se proprio finanziano scelgono le grandi imprese. Nel febbraio 2013 solo il 13,2% dei finanziamenti è andato in favore di aziende con meno di 20 addetti: peccato che queste, in Lombardia, costituiscano addirittura il 97,4% delle attività economiche non agricole.
    Peccato perché il signor Brambilla ha davvero bisogno di liquidità: gli serve, soprattutto, per pagare le tasse. Fra Imu sul capannone, Tares sui rifiuti, contributi previdenziali e Ires ne paga davvero tante: arriva a quasi al 70%, 68,3% secondo uno studio di Confesercenti. Non che a lui la percentuale interessi granché: lui è abituato a pensare sui grandi numeri e sa che paga ben più della metà di ciò che riesce a produrre. Per tutte le incombenze burocratiche ha dovuto assumere un commercialista che, fra stipendio e contributi previdenziali, gli costa circa 4mila euro al mese: senza il suo aiuto non riuscirebbe a sbrigare tutte le pratiche che, da sole, fanno perdere in media 100 giorni di lavoro all’anno per un costo di oltre 5mila euro a impresa (23 miliardi in totale, il 2% del pil).
    Per ogni dipendente deve sborsare circa 2.200 euro al mese. E pensare che questi ultimi, prendendo poco più di mille euro al mese netti in busta paga, non fanno che lamentarsi del fatto di essere sfruttati: non sanno che al loro titolare, in realtà, a fine anno rimane meno di quanto guadagnano loro. Fino al 2011 aveva uno stipendio come amministratore delegato ma ora vi ha dovuto rinunciare: oggi peserebbe troppo sulla contabilità dell’azienda.
    Leggendo sui giornali proposte quali la riduzione della pressione fiscale per le nuove imprese, la liberalizzazione dell’avvio di attività (che non lo avvantaggerebbero) e le novità nell’erogazione del credito (garantito da Finlombarda fino a 750mila euro per le Pmi e con una minore onerosità per la restituzione) che invece gli interessano molto, il signor Brambilla si sente rincuorato. Eppure, pensa, è ora di fare presto. Tre imprese su sette nel suo paese sono già fallite e lui potrebbe essere il prossimo.
    Il calvario di chi vuol fare impresa in Italia | L'intraprendente

    Il Politecnico di Milano entra nella "Top 30" al mondo per la tecnologia
    Una lenta, ma costante risalita. Questo è quello che emerge dalla graduatoria annuale “QS World University Rankings”, ovvero la principale classifica delle università internazionali, giunta alla decima edizione, che vede stabilirsi al 28esimo posto il Politecnico di Milano nell’area disciplinare “Engineering and Technology”, risalendo di ben 20 posizioni rispetto all’anno scorso.
    Un risultato fantastico, considerando che l’ateneo meneghino è il primo ad essere riuscito ad entrare nella top 30, oltre ad essere 230esimo nella classifica generale, che lo ha visto recuperare 129 posti negli ultimi 9 anni.
    “Essere la ventottesima università tecnologica al mondo è motivo di grande soddisfazione. Significa che sono stati riconosciuti i nostri sforzi compiuti fino ad ora nel campo della didattica, della ricerca, dell'internazionalizzazione, degli accordi con aziende ed università in Italia e all'estero”, queste le parole di un entusiasta Giovanni Azzone - rettore del Politecnico.




    La buona notizia / La Concordia è in verticale grazie a sette aziende del Nord
    di Ferdinando Cotugno
    114mila tonnellate di stazza, 298 metri di lunghezza. Questi i numeri decisivi del parbuckling che ha ipnotizzato e riscattato l’Italia. Dopo l’onta del naufragio di un anno e mezzo fa, il meglio delle imprese e dell’ingegneria italiana ha contribuito a questa incredibile operazione di recupero navale, la più grande della storia. È giusto, a questo punto, vedere che contribuito hanno dato le aziende del Nord.
    Il primo passo è stato il distacco della Costa Concordia dalle rocce del Giglio. La rotazione di 24 gradi per disincagliare la nave è stata possibile grazie a 58 martinetti idraulici costruiti da un’azienda di S. Ilario di Renza, la Fagioli Spa (con uffici in tutto il mondo). Sessanta anni di esperienza nel campo dei trasporti e dei sollevamenti eccezionali, era nata nel 1995 ad opera di Giovanni Fagioli come azienda di trasporti. Nel corso dei decenni, ha accumulato un expertise di valore mondiale, con standard di sicurezza tra i più alti sul mercato. Dei 58 martinetti usati al Giglio, 36 sono stati fissati sui cassoni, 22 sulle torri di ritenuta. «Il cuore del progetto di rotazione», è stato definito. Una commessa da 20 milioni di euro.
    È stata invece la Fincantieri a costruire i cassoni a forma di parallelepipedo e i blister tank che hanno avvolto la prua. Per portare a termine questa commessa da circa 60 milioni di euro ci sono voluti quattro mesi di lavoro: costruzione e carpenteria metallica ai massimi livelli, per l’azienda con sede a Trieste.
    Altro passaggio decisivo: la perforazione del sottosuolo. Qui è intervenuta la romagnola Trevi, fondata nel 1957 a Cesena da Davide Trevisani. Sono tra i primi al mondo nell’ingegneria del sottosuolo. Qualunque cosa ci sia da scavare, mare o terraferma, loro ci sono, con centinaia di progetti in tutti i continenti: 36 società controllate e 45 sedi. Al Giglio, hanno permesso l’ancoraggio al fondo marino le torri di ritenuta. Una commessa, per la Trevi Spa, di 5-20 milioni di euro.
    Le torrette rosse erano sostenuti da blocchi chiamati anchor block, di acciaio. A costruirli ci hanno pensato i tecnici della Nuova Olmec, con sede a La Spezia, e una lunga esperienza in lavori off-shore per piattaforme petrolifere, sealine e pipeline. La loro commessa gli è valsa circa 5 milioni di euro.
    Il falso fondale invece è stato costruito da altre tre aziende, che hanno messo a punto la piattaforma e i pali: la Rosetti, la Cimolai e la Gas & Heat. La Rosetti è di Ravenna, e si occupa di soluzioni per le industrie di petrolio e gas, con operazioni in Asia Centrale, Medio Oriente ed Europa. La Cimolai è friulana, ha sede a Pordenone ma con stabilimenti in tutto il nord Italia. Fanno di tutto, dai ponti agli stadi passando per gli scafi. E poi c’è la Gas&Heat, di Pisa. Sono leader nella costruzione, fornitura ed installazione di impianti del carico per navi gasiere destinate al trasporto marittimo di gas liquefatti.
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Barilla: “Mai uno spot con i gay”.
    L'imprenditore: "La nostra è una famiglia tradizionale. Gli omosessuali hanno diritto di fare quello che vogliono senza disturbare gli altri". Le associazioni: "Non compriamo più i suoi prodotti". Ironia e polemiche sui social network: "Dove c'è Barilla, non c'è casa"
    di Silvia Bia
    “Non faremo uno spot con una famiglia gay perché la nostra è una famiglia tradizionale. Non è per mancanza di rispetto agli omossessuali, che hanno diritto di fare quello che vogliono senza disturbare gli altri, ma perché non la penso come loro”. Guido Barilla, presidente dell’azienda conosciuta in tutto il mondo per pasta e prodotti dolciari, alla Zanzara di Radio 24 spiega la sua visione della pubblicità per il gruppo, e in Rete scoppia il caos per le sue affermazioni. Nel giro di 24 ore su Twitter nasce la campagna di boicottaggio con l’hashtag #boicottabarilla, con centinaia di messaggi contro il numero uno dell’azienda di Pedrignano (Parma). “Dove c’è Barilla non c’è casa” scrive un utente. “E comunque quella tra Banderas e la gallina non è una famiglia tradizionale” ironizza un altro. Ma anche veri e propri inviti a non comprare più la pasta Barilla e a servirsi dalle marche concorrenti: “Mai più pasta Barilla”, o ancora: “Questi i marchi di Barilla Group, se vogliamo boicottare, boicottiamo bene”.
    [D'ora in poi, acquistiamo la padanissima pasta Barilla! Al bando l'etrusca Buitoni, che si dichiara pro-gay!]














    Marchi, ecco la classifica delle regioni più creative
    Simona Sotgiu
    L’economia italiana non è al suo momento migliore, le grandi aziende sono in perdita e cercano restare a galla attraverso licenziamenti e cassa integrazione, aspettando che il governo reagisca dando un po’ di respiro al settore del lavoro con qualche sgravio fiscale ad hoc. Ma la creatività dell’Italia non subisce la crisi e si conferma stabile nella creazione di marchi, invenzioni e brevetti.
    A dirlo sono i dati elaborati da Senaf – gruppo che da oltre 30 anni da vita a fiere e manifestazioni e congressi tematici – che mostrano come tra gennaio e agosto del 2013 siano state depositate quasi 6000 domande per invenzioni e oltre 37 mila richieste di registrazione di marchi con una crescita del 2,5% rispetto al 2012.
    La relazione di Senaf (elaborata su base UIBM, Ufficio italiano brevetti e marchi) entra poi nel dettaglio delle regioni italiane: i cittadini più creativi – sulla base delle invenzioni depositate nei primo otto mesi del 2013 – sono ai primi tre posti i cittadini residenti in Lombardia (1176), in Emilia Romagna (836) e Veneto (820). Agli ultimi posti si posizionano invece i cittadini di Basilicata (10), Molise (8) e Valle D’Aosta (5).
    Anche i marchi depositati nei primi otto mesi del 2013 vedono capofila la regione Lombardia con 6764 richieste, seguita dal Lazio (4154), dall’Emilia Romagna (3388) e dal Veneto (3241). Agli ultimi posti Calabria (271), Basilicata (154), Valle D’Aosta (95) e Molise (76), e si può vedere un forte gap tra le regioni ai primi posti della classifica.
    Marchi, ecco la classifica delle regioni più creative - Formiche

    Estetica e funzionalità: Torre Unicredit ottava meraviglia al mondo
    di Marco De Rinaldis
    Milano
    Un riconoscimento mondiale per la Torre Unicredit, situata lungo via Don Luigi Sturzo, nella piazza di oltre 2.300 mq tra corso Como e la stazione Porta Garibaldi: il nuovo grattacielo più alto d'Italia, alto 231 metri, icona del progetto Porta Nuova, è entrato nella top ten della classifica stilata dalla società tedesca “Emporis”. Quest'ultima ha compilato una lista dei migliori grattacieli completati nell'anno 2012, i cui parametri sono la qualità estetica e la funzionalità del design. Un ottavo posto che è un ottimo riconoscimento per la Lombardia, oltre che l'ennesimo per l'architetto Cesar Pelli, già autore delle famosissime Petronas Towers a Kuala Lumpur.
    Orgoglioso e fiducioso Manfredi Catella - amministratore delegato di Hines Italia, il gruppo che guida la maxi operazione di sviluppo immobiliare nell'area Garibaldi, Isola, Varesine e Repubblica “fiero che il mondo riconosca e apprezzi il nostro progetto, che aspira ad esportare quei valori di eccellenza e di qualità caratteristici del made in Lombardy”, si legge nella sua dichiarazione in proposito.
    Il centro direzionale Unicredit ha cominciato a popolarsi subito all'inizio di quest'anno, con i primi traslochi delle sedi periferiche del gruppo. Nel 2014 inizieranno i lavori per la Biblioteca degli alberi nel parco e apriranno i cantieri degli edifici (centro espositivo, spazi commerciali ed uffici) disegnati dagli architetti Michele De Lucchi e Mario Cucinella, sempre nella stessa zona di Porta Nuova.
    Estetica e funzionalità: Torre Unicredit ottava meraviglia al mondo - LaBissa.com







    Apologia dell’imprenditore, (anti)eroe incompreso dal luogocomunismo
    di Corrado Ocone
    Anche se l’autore non mi è particolarmente simpatico, soprattutto per la sua vicinanza al gruppo di potere prodiano, devo dire che l’articolo pubblicato dal Corriere della sera nella pagina delle opinioni ha generato in me una serie di riflessioni che ritengo opportuno sottoporvi. L’autore parlava di tre storie imprenditoriali italiane di successo: Armani, Luxottica e Esselunga[aziende di origini padane, lombarde e venete...]. Ma soprattutto di tre individui che, partendo praticamente dal nulla, avendo in dotazione solo la loro mente e il loro coraggio (l’intraprendenza che è nel titolo di questa testata), hanno messo su in pochi anni, nei loro rispettivi ambiti o settori di produzione, multinazionali il cui nome risuona dappertutto nel mondo, e che creano lavoro e benessere diffuso.
    Ora, a parte la questione che nello specifico si poneva, cioè quale sarà il futuro di queste aziende, le domande che secondo me bisognerebbe più radicalmente porsi sono di questo tipo: perché queste storie, che sono veramente tante, e che in concreto hanno fatto la nostra fortuna e la nostra ricchezza nei decenni passati, vengono raramente raccontate sui giornali nazionali? Perché, sempre alla ricerca di eroi più o meno falsi, nessuno pensa a costruire una sorta di moderna epopea nazionale su di esse? Perché, ancora, nei libri di storia contemporanea italiani questi capitani d’industria generalmente non vengono nemmeno citati? Perché quando si devono nominare dei nuovi senatori a vita, cioè si devono scegliere delle personalità che con il loro ingegno e la loro attività hanno portato lustro al paese nel mondo, si pensa a uomini di cultura ma mai a imprenditori di tal fatta?
    In breve: perché la cultura d’impresa è considerata di serie B e comunque non adatta a proporre “storie edificanti” soprattutto ai giovani (ai quali non oso nemmeno immaginare quale insegnamento venga per lo più impartito nelle nostre scuole). Anche se qualcuno vi dirà che la colpa è di una presunta cultura antiscientifica che avrebbe avuto l’egemonia in Italia (da ultimo Elio Cadelo e Luciano Pellicani in Contro la modernità, appena uscito da Rubbettino), io credo che la responsabilità vera sia invece di un’altra egemonia, ancora forte e pervasiva, che è quella delle forze di sinistra che sono riuscite ad avere il sopravvento persino nel nostro immaginario collettivo. E che ci hanno imposto, per così dire, odio per il profitto e per il denaro, che consideriamo ancora come “sterco del demonio”.
    Il giusto guadagno eccedente il necessario, soprattutto se esso è frutto di travaglio e assunzione di responsabilità personali, viene così stigmatizzato. E la ricchezza genera per lo più un’invidia livellatrice piuttosto che un’emulazione competitiva. Qui non vorrei ripetermi, ma come non ricordare, faccio solo degli esempi, l’affidamento che viene riposto in tutto ciò che è pubblico e statale, le geremiadi su una presunta mancanza di “senso dello Stato” (non è che ce ne è da noi fin troppo?); la fortuna che da ultimo hanno avuto le pasticciate teorie dei “beni comuni” (come se, dico a caso, non fosse proprio la mancanza di investimenti privati ad aver ridotto i nostri acquedotti a colabrodo)….
    In questo contesto culturale, sa persino di miracolo l’emergere e il rafforzamento di imprenditori del tipo di quelli citati. Ecco, noi intellettuali anticonformisti dovremmo avere la forza non di impegolarci in astratte discussioni sul quanto Stato e quanto mercato, ma di cominciare a gridare la sacrosanta verità che il liberismo non è in prima istanza un ordinamento economico, ma è più radicalmente una concezione generale del mondo e della vita, cioè una filosofia e un’etica. In questo senso, credo che sia quanto mai opportuno far conoscere, facilitati dalla bellezza e efficacia della sua pagina scritta, l’insegnamento attualissimo del piemontese Luigi Einaudi (tanto più che oggi la sua vasta opera è integralmente disponibile online).
    In effetti, come notava uno studioso dimenticato, Carlo Antoni, Luigi Einaudi “nel metodo liberistico vedeva la moralità della libera intrapresa, della responsabilità e del rischio, mentre nell’intervento diretto dello Stato avvertiva il pericolo dell’arbitrio, del predominio dei politicanti ed il vantaggio degli inetti e degli infingardi”.
    E come non ricordare la bella pagina che Einaudi scrisse nel 1960, giusto un anno di prima di morire: “Ogni giorno migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie ed investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi”.
    Ecco, questa è l’etica che ci piace. Non quella parolaia dei tanti moralisti a senso unico.
    Apologia dell?imprenditore, (anti)eroe incompreso dal luogocomunismo | L'intraprendente


  5. #5
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    30 Settembre 2013

    Venezia: non paga l’Iva per mancato saldo fatture dei Comuni, assolto


    di REDAZIONE



    Non voleva frodare il fisco ma non poteva pagare perchè
    non riusciva a farsi saldare le fatture da alcuni comuni e da due colossi della telefonia mobile. È questa la motivazione della sentenza con la quale un giudice di Venezia ha assolto un imprenditore, residente a Oderzo (Treviso) e amministratore delegato di un’impresa di Marcon (Venezia). Si tratta, come riporta il Gazzettino, di una sentenza pilota che potrebbe avere effetti sui futuri processi per frode fiscale. Ora l’evasorè, assistito dall’avvocato Franco Miotto, sta pagando a rate i 135 mila euro di iva non versati a causa della crisi di liquidità. L’incubo del manager, che dirige a Marcon una ditta che fattura oltre 3 milioni di euro e dà lavoro a 25 dipendenti, era iniziato due anni fa. Su segnalazione dell’Agenzia delle entrate, la Procura gli aveva contestato l’accusa di evasione fiscale. Per dimostrare la sua buona fede l’uomo ha prodotto in aula le perizie contabili e le testimonianze delle fatture inevase da parte di diversi comuni. »Quando le fatture sono state pagate – sottolinea l’avv. Miotto – l’imprenditore ha chiesto e ottenuto la rateizzazione dell’iva non versata«. Secondo il legale, »per la prima volta in Italia un giudice recepisce la grave situazione finanziaria delle nostre aziende alle prese, tra l’altro, con un sistema fiscale ormai inadeguato«.


    Venezia: non paga l?Iva per mancato saldo fatture dei Comuni, assolto | L'Indipendenza

    Ultima modifica di Eridano; 30-09-13 alle 08:18
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #6
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    La burocrazia costa a un’impresa 7 mila euro l’anno. Bruciati 31 miliardi, quasi 2 punti di pil
    Redazione
    Le spese maggiori si hanno per il lavoro e la previdenza (9,9 miliardi, 2.275 euro a impresa). Ma pesano anche sicurezza (4,6 miliardi), adempimenti fiscali (2,7 miliardi) e prevenzione incendi.
    La burocrazia italiana, vera e propria tassa occulta, costa alla collettività 31 miliardi di euro l’anno, pari a circa 2 punti di pil e 7 mila euro per impresa. L’ha calcolato l’ufficio studi della Cgia di Mestre sulla base di dati della presidenza del Consiglio dei ministri aggiornati al 31 dicembre 2012. Mentre secondo la Coldiretti gli adempimenti burocratici possono far perdere a un’impresa fino a un massimo di 100 giorni l’anno, sottratti al tempo da dedicare al lavoro.
    LAVORO E PREVIDENZA. Ad incidere maggiormente sul bilancio di un’azienda sono gli adempimenti dei settori di lavoro e previdenza, che costano mediamente 2.275 euro a impresa, pari a 9,9 miliardi di euro l’anno. Poi ci sono i costi per gli adempimenti relativi alle normative sulla sicurezza sul lavoro, pari a 4,6 miliardi di euro, 1.053 euro per azienda. Seguono gli adempimenti burocratici del settore dell’edilizia, che da soli rappresentano 4,4 miliardi di euro, 1.016 euro per azienda; l’area ambientale (3,4 miliardi di euro, 781 euro per azienda), gli adempimenti fiscali (2,7 miliardi, 632 euro per azienda), la privacy (2,6 miliardi, 593 euro per azienda), la prevenzione incendi (1,4 miliardi, 323 euro per azienda), appalti (1,2 miliardi di euro) e tutela del paesaggio e dei beni culturali (0,6 miliardi, pari a 140 euro per azienda).
    IMPEGNO ECCESSIVO. «Trentun miliardi di euro corrispondono a 2 punti di pil circa: una cifra spaventosa», ha dichiarato Giuseppe Bortolussi, presidente della Cgia di Mestre. «Di fatto la burocrazia è diventata una tassa occulta che sta soffocando il mondo delle piccole e medie imprese; nonostante gli sforzi e qualche buon risultato ottenuto, i tempi rimangono troppo lunghi ed il numero di adempimenti richiesti ad essere eccessivo».
    Burocrazia inutile, bruciati 31 miliardi l'anno | Tempi.it

    Gli stranieri premiano l’orologeria italiana col + 6%
    di Mariella Baroli
    Per un italiano entrare nel negozio Rolex di Via Montenapoleone a Milano ed uscirne con 2.600 euro in meno nel portafogli è piuttosto improbabile. A farlo però ci pensano gli stranieri, che ancora una volta ci scelgono quando si tratta di acquistare beni di lusso quali orologi e gioielli. Secondo un’indagine fatta per conto di Assorologi, pare che nei primi mesi del 2013 si sia registrato un aumento del fatturato del +6% rispetto all’anno precedente.
    E se per qualsiasi altra categoria di merce il valore medio di una transazione è di 700 euro, quando si parla di orologi la cifra si alza e di parecchio. Quelli che spendono di meno, ovvero i clienti americani, fanno acquisti per una media di 1.900 euro e rappresentano il 13% del mercato. A seguire i russi che scelgono di spendere cento euro in più dei colleghi statunitensi, arrivando ad una media di 2.000 euro a transazione. E così occupano il 16%. Ma i clienti più importanti per il settore orologi dal 2006 ad oggi restano i cinesi. Con un aumento della presenza nei nostri negozi del 3.000% in soli 6 anni rappresentano il 31% del settore e i loro acquisti in media hanno un valore di 5.000 euro.
    Le mete preferite sono tutte al Nord, con l’eccezione della capitale. Milano, Firenze, Venezia e Verona. Perché nonostante l’aumento di vendite attraverso gli e-commerce, pare che i turisti al di fuori dell’Unione Europea preferiscano fare i loro acquisti nei negozi. E solo in negozi specializzati arrivano a spendere cifre con molti zeri. Il presidente di Assorologi, Mario Peserico, nel presentare questi dati si è detto piacevolmente sorpreso da questa nota positiva in un periodo, sfortunatamente, segnato da cali di vendite nei consumi interni. E ha ribadito la necessità di incentivare gli acquisti evitando di incrementare l’IVA. Il mercato sta facendo il suo dovere è ora che la burocrazia faccia la sua parte.
    Gli stranieri premiano l?orologeria italiana col + 6% | L'intraprendente

    Avanti frontalieri del credito
    «In Svizzera credito alle imprese lombarde»
    Già selezionato un gruppo di aziende della fascia di confine disposte a fare da cavia
    Rubinetti chiusi nelle banche italiane? Nessun problema. «Le aziende lombarde potranno chiedere prestiti in Svizzera». Avanti frontalieri del credito: l’invito è del cancelliere del Cantone Ticino Giampiero Gianella, una mano sul cuore l’altra su uno studio firmato da due professori (uno italiano, l’altro ticinese) che per mesi hanno sondato in silenzio le normative di qua e di là del confine, e alla fine hanno proclamato che sì: si può fare. Il come sarà spiegato a breve in un vademecum per gli interessati. Ma pur coi i dovuti se - «Le incognite ci sono, chiaro: finora la possibilità era sconosciuta alle banche stesse» - l’occasione si profila favorevole «anche per gli istituti ticinesi che, pur non avendo mai praticato il credito ad aziende straniere, con il venir meno del segreto bancario hanno l’esigenza di reinventarsi in chiave commerciale» assicura Gianella.
    LE PRIME «CAVIE» - A dirla tutta un primo abboccamento, tra cinque banche luganesi e un drappello di imprese della fascia di confine (briazole, varesine, lecchesi e comasche) c’è già stato. Anche qui massima discrezione: non fanno nomi René Chopard e il collega Gioacchino Garofoli, i due professori (rispettivamente del Centro studi bancari di Vezia e dell’università dell’Insubria) che negli ultimi 9 mesi hanno condotto la sperimentazione per conto del Cantone e delle provincie confinanti. Le «cavie» volontarie non sono mancate, specie da parte italiana. «Non potevamo dire di sì a tutti: abbiamo selezionato un gruppo di aziende-campione da cui sono partite le prime negoziazioni con le banche» spiega il professor Garofoli. Dal lato elvetico a gettare l’amo sono «non solo istituti già sottoposti alla sorveglianza della Banca d’Italia ma anche banche ticinesi prive di filiali da questa parte del confine: è questo che rende la procedura più complicata e il lavoro di ricerca necessario», continua Garofoli.
    ESODO DEI RICHIEDENTI CREDITO? - I destinatari sono le aziende lombarde «attive nei settori di maggiore interesse per la finanza ticinese: arredamento, meccanica e tessile. Ma il campo si può estendere». Comunque aziende sane che in Italia hanno collezionato due di picche vuoi per la congiuntura, vuoi per «un’interpretazione dei bilanci troppo restrittiva da parte delle banche» suggerisce Garofoli. In Ticino problemi di liquidi non ci sono, si sa. Che dopo i frontalieri stia per partire l’esodo dei richiedenti credito?
    Avanti frontalieri del credito «In Svizzera credito alle imprese lombarde» - Milano

  7. #7
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Bertone (Acqua Sant’Anna): «Assurdo tassare l’utile fino al punto di togliere la voglia di fare impresa»
    Matteo Rigamonti
    «Telecom e Alitalia, finito il tempo delle gestioni “politiche”. Lo Stato per le aziende a volte fa troppo, a volte troppo poco». Intervista al presidente e ad di Fonti di Vinadio Acqua Sant’Anna
    bertone albertoTassare l’utile così tanto da far passare la voglia a chiunque di fare impresa in Italia «è assurdo». Così Alberto Bertone, presidente e amministratore delegato di Fonti di Vinadio Acqua Sant’Anna, impresa che, dopo aver conquistato il mercato italiano, nel 2013 ha deciso di andare all’attacco dei mercati internazionali. Bertone ha parlato con tempi.it dei casi Telecom e Alitalia, le due ex compagnie pubbliche che, dopo una stagione di privatizzazioni a metà, ora stanno per passare in mani straniere: «Per loro è difficile cambiare pelle rispetto al passato», dice. E se «non è certo un bene in sé che queste aziende vengano vendute agli stranieri», tuttavia, forse, è «il male minore possibile». Prima di lui era già intervenuto con considerazioni analoghe Massimo Zanetti, presidente di Segafredo.
    Bertone, da un punto di vista manageriale, come valuta la gestione di Alitalia e Telecom negli ultimi anni?
    È stata una gestione politica, più che economico-finanziaria. Abbiamo visto alternarsi alla guida di queste aziende profili di colore politico, più che manager scelti per merito e capacità. È stato un susseguirsi di amministratori per i quali l’obiettivo era la sopravvivenza di queste aziende e non l’ottimizzazione, la crescita, l’investimento. Queste società vivono ancora nel ricordo monopolistico, non sono pronte a combattere sul libero mercato, dove è una lotta continua con la concorrenza, che non è più solo nazionale.
    TelecomIl passaggio in mano spagnola per Telecom e franco-olandese per Alitalia è un fatto positivo?
    Non è certo un bene in sé che queste aziende vengano vendute agli stranieri, ma è forse il male minore possibile. Il problema con Telecom e Telefonica è che ci sarà una sovrapposizione di risorse e strutture, con conseguente rischio di tagli di posti di lavoro in Italia. Ma questo è un mercato in cui bisogna essere snelli, flessibili, veloci per poter combattere. È quello che ci è mancato prima e che ormai è inevitabile.
    Finora lo Stato e la politica hanno fatto troppo o troppo poco?
    Hanno fatto a volte troppo, altre volte troppo poco. Prendiamo Alitalia, per esempio: si è cercato di fare di tutto per salvarla; fosse andata così per altre aziende, ne avremmo salvate molte altre. Ma il problema di società come Alitalia è che hanno strutture enormi e fanno fatica ad agire in fretta ed essere flessibili come richiede oggi il mercato. Stato e politica hanno fatto di tutto per togliere i debiti ad Alitalia, ma troppo poco per snellire le strutture. Quindi è stata solo una morte posticipata. Telecom, invece, ha investito troppo poco in tecnologia; e ci sono aziende private, anche molto più piccole di Telecom, che, invece, grazie a investimenti mirati, oggi sono diventate dei colossi. Ad ogni modo, il problema di “mega-aziende” come Telecom e Alitalia è che per loro è difficile cambiare pelle rispetto al passato.
    Alitalia Day - Incontro annuale con i dipendenti e gli stakeholderCon che contesto devono fare i conti le aziende che vogliono lavorare in Italia?
    In Italia non c’è un settore che vada bene e cresce la tristezza. Ma perché cambino veramente le cose bisogna cambiare i presupposti. Qui si parla solo di tasse. Viviamo in un sistema che demonizza l’utile. Laddove c’è un utile, grande o piccolo che sia, viene ulteriormente tassato. Ma questi modi servono solo a togliere il sorriso e l’entusiasmo anche a quei pochi imprenditori che vanno bene. Servirebbe un approccio che consideri l’utile come un bene, perché permette di investire e di creare ulteriore lavoro, non un male da tassare in automatico. Togliere agli imprenditori la voglia di creare utile è assurdo. Non è certo una politica industriale.
    «Troppe tasse sull'utile tolgono la voglia di fare impresa» | Tempi.it





    Rocca (Assolombarda): «Regioni sprecone? Vero. Ma la risposta è più federalismo, non meno»
    L’appello di Gianfelice Rocca (Assolombarda) ai “saggi” della riforma costituzionale: l’Italia non abbandoni la via delle autonomie e della responsabilità
    Redazione
    Il presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca non si rassegna all’idea che l’Italia abbandoni la strada verso il federalismo. «La competizione globale nel mondo è sempre più fra grandi aree che godono d’ampia autonomia» – scrive il rappresentante degli industriali della Lombardia in un commento pubblicato oggi dal Corriere della Sera – e dunque sarebbe un grave errore arrendersi alla disillusione verso una riforma già avviata, purtroppo pasticciata, e per questo sempre più rinnegata.
    AUTONOMIA SFIDUCIATA. «Da un paio d’anni ormai – spiega Rocca – la confusa articolazione delle responsabilità pubbliche fra governo centrale e governo locale ha alimentato una reazione di segno contrario sempre più evidente. Io la chiamo “autonomia sfiduciata”». Oggi ormai, «dopo vent’anni di molte parole e controversi tentativi d’attuare pezzi di federalismo», l’opinione pubblica sembra essersi convinta che esso sia in fondo «un’inutile bardatura». Del resto lo ha confermato anche il ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello, il quale – constata deluso Rocca – ha detto che tra i “saggi” incaricati di elaborare proposte di riforma della Costituzione «vi è consenso circa la necessità d’”aumentare le competenze esclusive dello Stato”, nell’ambito della revisione del titolo Quinto».
    AUTONOMIA SPENDACCIONA. È vero che fin qui «l’Italia – anche con la confusa riforma del titolo Quinto – non ha realizzato né federalismo, né autonomia vera», concede Rocca. Ed è vero che una delle conseguenza peggiori di questa mancata riforma è «l’irresponsabilità della spesa pubblica: nel 2012, secondo la Corte dei Conti, le amministrazioni locali hanno speso 230 miliardi di euro ma ne hanno incassati solo 140, al netto d’interessi e soprattutto di trasferimenti dal governo centrale». È di queste cifre mostruose «che si alimenta oggi l’”autonomia sfiduciata”», sottolinea il leader degli industriali lombardi. «Ma se consideriamo l’esperienza di altri Paesi, la risposta non è la ricentralizzazione».
    SANITÀ E ISTRUZIONE. Al contrario, è all’esempio della tanto ammirata Germania che Roma deve guardare. «Dobbiamo rivedere profondamente il titolo Quinto, ri-centralizzando le sole competenze strategiche come quelle in materia d’energia e infrastrutture, ma con un decentramento vero in materie come la sanità e – voglio dirlo, sapendo di toccare un tabù – l’istruzione». Per Rocca «non si tratta solo di assicurare alle Regioni crescente autonomia impositiva», ma è anche e soprattutto una questione di responsabilità. Analogamente a quanto accade in Germania, infatti, anche in Italia le Regioni «dovrebbero essere strutturalmente in pareggio di bilancio, come i Länder tedeschi, ai quali la riforma del 2009 applica tale obbligo in modo ancora più rigido che per il governo nazionale. Ma in Germania le università sono dei Länder, e così la sanità. Il governo federale interviene con incentivi per creare competizione, ma si guarda bene dall’intervenire sui diversi modelli organizzativi».
    VIVA LA RESPONSABILITÀ. Nella stesso Belpaese, insiste Rocca, ci sono esempi di autonomia virtuosa: «Laddove in Italia esistono condizioni di più forte autonomia e statuti speciali, per esempio nel caso dell’istruzione tecnica in Trentino, si ottengono risultati migliori nei test di valutazione internazionale “Pisa”». Insomma, conclude Rocca rivolgendosi ai già citati “saggi”, «la riforma dello Stato deve partire da una nuova cultura dell’amministrazione», e questa «può essere battezzata soltanto da un forte senso di responsabilità», la «responsabilità delle amministrazioni nei confronti degli elettori».
    Federalismo addio? Addio autonomia e responsabilità | Tempi.it

    Quando arriveranno a capire che il federalismo non basta più, e occorre la secessione, forse potremo cominciare a sperare....

    Preparatevi alla crisi, ci sono tutti i segnali
    di Matteo Beringhi
    E’ impressionante il numero di persone verso cui nutro una stima incredibile che se ne sono già andate o si stanno organizzando per andarsene dall’Italia.
    Amici universitari e d’infanzia hanno fatto già i bagagli da tempo e sono contentissimi della loro scelta: per loro l’Italia è oramai soltanto un posto di vacanza.
    A questi si aggiungono altre persone conosciute nella vita professionale e privata.
    Della perdita di competenze ed intelligenza ci si preoccupa poco. Tempo fa (anno 2009 circa) parlavo con un ex collega il quale sosteneva che la crisi finanziaria è comunque una cosa gestibile, poiché chi ha in mano le leve del comando opererà tutti i taroccamenti possibili, aiutato inoltre dal lato immateriale della materia in oggetto.
    La vera crisi, sosteneva, è quella legata alla perdita di competenze, al tessuto produttivo vero e creativo che viene ostacolato, bloccato, immobilizzato da una burocrazia sempre più viscosa, organizzata in modo da far sprecare inutilmente un sacco di energie ed avere illusoriamente tutto sotto controllo.
    Il pensiero appena espresso, che condivido, è quello che è successo o sta succedendo. Governanti od aspiranti tali stanno gestendo la crisi soltanto dal punto di vista finanziario, poiché per loro è quello il problema numero uno.
    Come viene gestita? Sostanzialmente è una gestione taroccata, condotta sul lato della percezione del problema:
    - negare sempre la situazione attuale ed annunciare che il peggio sta per finire
    - sovvenzionare aziende o modelli di business (ovviamente legati al proprio entourage di amici e clientele) che dovrebbero già essere estinti
    - rischiare la distruzione della moneta pur di non aumentare i tassi di interesse (il cui aumento spazzerebbe via aziende e addirittura Stati interi, ingozzati di debiti)
    Nel frattempo aziende e imprenditori fanno le valigie e portano altrove la propria conoscenza organizzativa e creativa (la quale necessita comunque di tempo per riadattarsi al nuovo territorio).
    I politicanti ed i burocrati hanno la convinzione che risolto il lato finanziario (sono convinti della riuscita dei taroccamenti), basti una leggina per fare ritornare le aziende e renderle produttive dal giorno dopo. Non avendo per la maggior parte mai avuto altre esperienze fuori dal mondo della pubblica amministrazione, ignorano del tutto il processo cognitivo legato all’organizzazione di un’impresa privata, come ad esempio la scelta delle persone idonee e competenti da assumere (che necessitano di tempo per apprendere e diventare produttive). Un’azienda che se ne va, non torna domani mattina e qualora in futuro tornasse non troverebbe le stesse condizioni di conoscenza che ha lasciato (le persone che vi lavoravano si devono riadattare, cambiare per un analogo posto o acquisire altre competenze). La perdita di conoscenza non viene recuperata in tempi brevi. E sicuramente non viene ripristinata senza parecchio sacrificio/investimento di tempo e senza una buona dose di tenacia/dedizione.
    E qua veniamo al secondo punto che io reputo molto importante: l’etica del lavoro delle persone. Decenni di espansione continua dello Stato hanno creato e stanno creando un esercito di persone con un’etica del lavoro molto più blanda e fiacca rispetto al passato. L’ex collega di cui parlavo all’inizio è un perito che si è fatto il culo negli anni ’70, ha sviluppato delle competenze incredibili nel suo campo, ha aperto diverse società ed è titolare di diversi brevetti internazionali. Ha una grinta incredibile, trasmette energia ed adora il suo lavoro, non guarda l’orologio per vedere se è ora di andare a casa. Prima finisce, poi se ne va. Molto disponibile a spiegarti le cose e a condividere la propria conoscenza. Non ha invidia verso altri, in poche parole si sente realizzato.
    Rimango spesso colpito invece dall’opposto di queste qualità che vedo in parecchie persone (soprattutto giovani):
    -scarsità di dedizione
    -pretesa di diritti senza avere fatto nulla
    -saccenza e super-ego al massimo, mancanza di umiltà (“io ho studiato, sicuramente valgo più i quello che non ha il titolo di studio”, confondono la qualifica con la competenza)
    -mancanza di conoscenze di base elementari (“l’ho studiato a scuola, ma adesso non me lo ricordo. Vado su Google a vederlo.”)
    -poca propensione al sacrificio, divertimento al primo posto
    L’etica del lavoro non è minimamente paragonabile a quella di qualche decennio fa. Cosa è cambiato?
    Lo Stato e tutti i sociopatici che conquistano le istituzioni hanno nel profondo del loro cuore un desiderio di controllo che li consuma. Odiano il fatto che le persone siano dotate di libero arbitrio e possano scegliere col proprio cervello cosa fare nella propria vita. Per cui si sono organizzati per colpire il cervello delle persone e riempirglielo di idiozie. Tramite la scuola pubblica hanno attuato una strategia dell’ignoranza, uno svuotamento della cultura e delle conoscenze di base, ottenuto tramite proliferazione di titoli di studio farlocchi fatti di abbondante nozionismo e di poca conoscenza pratica. Aggiungiamo a questo una continua predicazione di buonismo di Stato, di solidarismo coi soldi altrui. Et voilà hai ottenuto un prototipo di persona molto legata alle istituzioni politiche statali ed amante della pianificazione dall’alto.
    Se a questo sommiamo il fatto che il modello di successo continuamente propinato da televisione e giornali è un mix di gioventù, ricchezza, tempo libero e voglia di divertimento e di viaggi, ma chi glielo fa fare ad un giovane di sacrificarsi per formarsi una professionalità che gradualmente col tempo lo renderà competente e ricercato? Meglio tirare a campare cercando di infiltrarsi nello Stato e sperare di ottenere a sbafo un po’ di grasso che cola (per la verità sempre meno) o ambire ad una fortuita svolta nella propria vita (lotto, superenalotto, macchinette, scommesse online, ci sarà pure un perché lo Stato continua a fare pubblicità a queste forme di auto-tassazione?)
    Riporto un passo tratto dal libro “Inflazione Malattia Primaria” di Andrea De Marchi edito da Usemlab:
    “No, questa crisi pur essendo dello stesso tipo, non è come quella del ’29. E’ peggio! E peggio sarà la Depressione a seguire. Ma non solo per la maggior dimensione del guaio combinato dagli Inflazionisti: a parte la zavorra statale di parassiti, tromboni, cortigiane, imbroglioni, nani e burattini che oggi grava sul sistema, è proprio la grinta che manca nella gente, la disponibilità a tirarsi su le maniche e tornare a lavorare. Non è solo un problema di errori madornali di politici presuntuosi e ignoranti, che non conoscono la Storia. La gente di oggi non ha neanche idea della grinta degli operai di allora e della loro voglia di lavorare.“
    Tirando le conclusioni:
    - la crisi finanziaria è soltanto un aspetto (e a mio avviso neppure il più importante) di un problema di più vaste dimensioni
    - la maggior parte delle persone neppure percepisce il problema, quello che l’hanno percepito, stanno facendo i bagagli (non che all’estero sia tutto rose e fiori, ma una cosa è certa, certi Stati tendono a considerare i propri cittadini come una loro proprietà, o pecore da tosare. Spesso invece all’estero si è considerati come una risorsa e non una proprietà, come portatori di idee nuove)
    - l’etica del lavoro viene e verrà sempre più distrutta: allo Stato non interessa avere persone autonome e pensanti, ma dei droidi da comandare. Le persone libere ed intelligenti mettono a repentaglio la struttura di potere esistente
    - la distruzione dell’etica del lavoro porta alla diminuzione della creazione della ricchezza, e quindi della fonte delle tasse. Anche per gli Stati saranno guai seri. Per la serie ci sono sempre delle conseguenze inattese.
    - il processo è lento e la massa critica coinvolta (decenni di formazione culturale) è tale per cui i tempi di reazione per ottenere un cambio di direzione saranno semmai molto lunghi, scordatevi la leggina fatta dell’Illuminato di turno che sistema subito i problemi.
    Preparatevi alla crisi, ci sono tutti i segnali - LaBissa.com

  8. #8
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    ALI-PACCO AGLI ITALIANI! ALTRO CHE SALVATAGGIO DELL’AZIENDA, L’INGRESSO DELLE POSTE SERVE SOLO A SALVARE I VECCHI AZIONISTI E LE BANCHE
    “Come può nascere una classe di veri imprenditori se ogni volta che si dimostrano incapaci lo Stato li salva?”. “Da ridere dire che le Poste non useranno i denari dei correntisti: l’attività è fondata sui depositi postali!”…
    Francesco Giavazzi per "Il Corriere della Sera"
    Se Alitalia fosse un'azienda normale dovrebbe chiedere l'amministrazione straordinaria. Per arrivare a Natale ha bisogno di 500 milioni, senza contare i nuovi investimenti, in assenza dei quali fra sei mesi saremmo da capo. Poiché gli attuali azionisti non intendono metterceli, almeno non tutti, il rischio di non poter approvare il bilancio 2013 rimane concreto.
    Così accadde per Swissair, la compagnia di bandiera svizzera, nel 2002, e la belga Sabena nel 2001. Nel giro di qualche settimana però le rotte abbandonate furono sostituite da altre compagnie: a Zurigo Lufthansa creò Swiss, a Bruxelles Virgin creò Brussels Air. E i vecchi azionisti andarono a casa. Non si racconti la storiella dei collegamenti con le isole: ieri mattina fra le 6 e le 14 dall'aeroporto di Catania sono decollati, per destinazioni italiane ed europee, 20 voli (esclusi quelli di Alitalia e AirOne).
    L'errore più grave compiuto dal governo non è aver fatto entrare le Poste in Alitalia: è aver salvato i vecchi azionisti. Cinque anni fa venti imprenditori (Pirelli, Benetton, Marcegaglia, Colaninno, Caltagirone Bellavista, Riva e tanti altri) insieme ad Air France e Banca Intesa aderirono al progetto Passera-Berlusconi investendo in un'azienda lontana dalle loro attività principali.
    Forse lo fecero perché si aspettavano qualche favore da parte del governo (allora guidato da Silvio Berlusconi) e qualche linea di credito da Banca Intesa (allora guidata da Corrado Passera). Ci fu anche chi non aderì, come Luxottica, Prada, Brevini, aziende che vivono di esportazioni e non hanno nulla da chiedere né al governo né a Banca Intesa.
    Non sappiamo se favori o linee di credito siano arrivati. Ma l'investimento fatto da quei venti imprenditori è andato male (forse non per colpa loro), e il capitale investito va azzerato.
    Se poi lo Stato decidesse di intervenire, ciò deve avvenire in modo trasparente. Durante l'ultima crisi, l'amministrazione Obama è entrata in banche, assicurazioni, persino case automobilistiche. Ma attraverso strumenti chiari, che ne caratterizzavano l'assoluta temporaneità. Invece, nell'ingresso delle Poste in Alitalia si mescolano intervento finanziario e piano industriale.
    Si dà luogo a una confusione che domani, se l'operazione fallisse, renderebbe meno chiare le responsabilità. (Appaiono poi singolari e risibili le precisazioni sul fatto che le Poste non useranno i denari dei correntisti: l'attività della società è fondata sui depositi postali degli italiani).
    Come può nascere una classe di veri imprenditori se ogni volta che si dimostrano incapaci lo Stato li salva? O meglio, li salva se sono grandi, li lascia fallire, magari non pagando i propri debiti, se sono piccoli.
    «Anche il capitalismo privato nella Prima Repubblica non ha funzionato?». A questa domanda l'avvocato Agnelli rispondeva ( Corriere, 20 febbraio 1996): «Certamente. Diciamo che gli anticorpi non hanno funzionato. Ma dovevamo scendere a patti con i politici e con l'impresa pubblica. Se in Italia, dopo cinquant'anni, la Fiat non è finita all'Iri o in mani estere è un miracolo».
    Non si è trattato di un miracolo, bensì della degenerazione di un rapporto tra Stato e imprenditori privati che in Italia ha radici lontane. Ricordando la figura di Alberto Beneduce, primo presidente dell'Iri (l'Istituto per la ricostruzione industriale), Marcello De Cecco scrive (L'economia di Lucignolo , Donzelli, 2000): «Circondando le banche e i grandi gruppi industriali che da esse dipendevano di un cordone sanitario rappresentato dagli istituti di credito speciale, riuscì a Beneduce di spegnere le fiamme del grande incendio dei primi anni Trenta operando una riforma delle nostre strutture finanziarie che ha dominato la vita economica per i sessant'anni successivi. Si creò così un sistema assai simile a quello dei Paesi del socialismo reale. Alla finanza basata sul rischio si sostituì quella irresponsabile, basata sulla garanzia statale».
    Per decenni, quando un privato falliva comprava lo Stato, solo di rado un concorrente estero. Ma soprattutto lo Stato non interferiva con le regole del mercato in cui si scambiano la proprietà e il controllo delle aziende, rinunciando a imporvi maggiore trasparenza e concorrenza.
    La vicenda Alitalia è l'ennesima pessima prova del nostro capitalismo.
    Ancora una volta ha prevalso il rapporto malsano fra politica e imprese. Una concezione che considera lo Stato un prestatore di ultima istanza cui rivolgersi prima del fallimento e della catastrofe. Ancora una volta viene meno il principio di responsabilità cui ci si dovrebbe attenere in un Paese civile.
    Speriamo solo di non dover ripetere queste parole amare fra qualche settimana, commentando l'acquisto da parte dello Stato della parte più rilevante di Telecom Italia (la rete fissa), un'impresa che successive generazioni di imprenditori e di banche (in alcuni casi gli stessi della vicenda Alitalia) hanno solamente caricato di debiti.



    Il grido degli artigiani monzesi: ora lo Stato salvi pure noi
    di Matteo Borghi
    Artigiani«Da oggi ci aspettiamo che Poste Italiane scenda in campo ogni qual volta un artigiano in difficoltà sia prossimo a chiudere la saracinesca della bottega a causa della crisi, per l’insopportabile carico fiscale, per il peso
    della burocrazia asfissiante e per la mancanza di credito».
    Indignati è perfino dir poco. Come riporta il Cittadino gli artigiani monzesi – per bocca del loro segretario generale Marco Accornero – sono più che giustamente imbufaliti per la scelta di Poste Italiane di partecipare, a suon di milioni (ben 75), all’ennesimo folle salvataggio di Alitalia. Una compagnia fallita da tempo – già dal lontano ’93 come ha dimostrato Giancarlo Pagliarini – che si è voluto tenere in piedi artificialmente con iniezioni di denaro del contribuente. Cosa che del resto si fa anche oggi. La storia dell’azienda privata che ne salva un’altra è una bufala: le Poste sono per il 100% di proprietà del Ministero dell’Economia; questo senza contare i finanziamenti statali destinati ai servizi postali.
    L’Italia è un Paese dal capitalismo (se così si può chiamare il sistema economico iperstatalista de noantri) strano. Ci sono aziende – come la Fiat, la Monte Paschi Siena, Alitalia e tutte le altre imprese pubbliche – che, qualunque porcata facciano, non possono fallire. Attività economiche che, quando va bene, privatizzano gli utili e socializzano le perdite: già perché, quando va male, di utili da privatizzare o socializzare non ne hanno proprio.
    Accanto a queste realtà che invocano l’intervento pubblico in quanto too big to fail c’è una serie sterminata di piccole e medie imprese sane, che non avrebbero bisogno di alcun aiuto se non fosse che lo Stato mette continuamente fra i loro piedi bastoni – chiamati Imu, Iva, Ires, Irap, Tares – che valgono, tutti insieme, il 68,3% del loro fatturato. Ora, secondo il rapporto Sba (Small business act) della Commissione europea nel 2012 le Pmi italiane rappresentavano il 99,9% delle imprese italiane per un totale di 3,81 milioni e 12,2 milioni di posto di lavoro. Come numero di aziende battiamo, di gran lunga, la Germania che ne ha solo 2,06 milioni.
    Come non bastasse, nonostante da noi le Pmi svolgano il ruolo più importante nel fronteggiare la crisi economica, in Italia si preferisce aiutare quelle imprese che han di mezzo interessi politici, strategici, sindacali. Del resto una piccola azienda lombarda che chiude non fa nemmeno più notizia, mentre una grande – specie se pubblica – provoca mobilitazioni da ogni parte. Peccato che migliaia di imprese piccole che muoiono lentamente vogliano dire molti più posti di lavoro persi di una grossa impresa che chiude i battenti.
    Per invertire questo trend folle basterebbe fare una cosa semplicissima: azzerare i 35 miliardi annui di contributi pubblici alle attività economiche (vanno quasi tutti a quelle pubbliche, foriere di sprechi e inefficienze) e tagliare 35 miliardi di tasse a tutte le imprese. Sarebbe un modo per incentivare le imprese sane, in un vero sistema concorrenziale. Peccato ci siano di mezzo troppi interessi che non depongono, certamente, a favore dei nostri artigiani.
    Il grido degli artigiani: se salvate Alitalia, salvate pure noi | L'intraprendente

    Follia statalista: per salvare un’azienda son pronti a sfasciarne due
    L'intervento di Poste italiane in soccorso di Alitalia è un nuovo capitolo della saga horror nota come "capitalismo di Stato". Ancora una volta l'apparato scende in campo per ripianare debiti altrui. I soldi arrivano dalle nostre tasche, il rischio è far collassare anche l'azienda sana
    di Gianluca Veneziani
    Se davvero, come pare sempre più, fosse confermato l’intervento di Poste Italiane per salvare Alitalia, sarebbe il terzo capitolo della saga horror, non bestseller (perché qua nessuno vuole vendere) intitolata «Il fallimento del capitalismo di Stato».
    Il primo capitolo è stata la pessima gestione che ha portato alla prima crisi, quella del 2008, dopo anni passati a trascurare gli investimenti tecnologici, le strategie di marketing e a sottovalutare la concorrenza con altre compagnie europee, anche low cost. Quel primo contraccolpo determinò l’intervento dei cosiddetti «capitani coraggiosi» (e siamo già al secondo capitolo), imprenditori e amministratori delegati di alcune banche e aziende italiane, da Corrado Passera a Emma Marcegaglia, chiamati last minute – è il caso di dire – con il compito gravoso di salvare l’italianità della nostra compagnia, in nome di un patriottismo troppo a lungo dimenticato. Fatta l’Italia, bisognava salvare Alitalia, si disse. Peccato che quel manipolo di uomini e donne pur volenterosi, sistemati lì dallo Stato stesso, fossero i rappresentanti di un finto intervento privato e fossero per di più incapaci – per ragioni oggettive – di risanare ciò che era irrisanabile. L’Alitalia vantava un buco miliardario e le altre compagnie intanto si erano fatte furbe, abbassando i costi e monopolizzando alcune tratte. Non bastò, per Alitalia, neppure la concessione di un’esclusiva sulla linea Roma-Milano, perché nel frattempo un altro mezzo – il treno Frecciarossa prima e Italo poi – la stava soppiantando in termini di costi e di tempo impiegato. La frittata era fatta.
    Il terzo capitolo si apriva così all’insegna dei peggiori auspici. A settembre 2013 c’era stata di nuovo l’opportunità di vendere allo straniero, a quella benedetta compagnia Air France-KLM, più volte rifiutata, che tuttavia avrebbe provato a ripianare il debito, evitando agli italiani di scucire altri soldoni, dopo i 5 miliardi già dati con il nobile scopo di salvare compagnia e tricolore. I francesi erano disposti ad aumentare il capitale, a prendersi il 50 più 1 del carrozzone Alitalia. Si poteva fare e forse conveniva pure. Ma niente, vietato. Ancora una volta è sceso in campo lo Stato – è questo il primo colpo di scena del terzo capitolo, che poi tanto colpo di scena non è – e ha detto: «Cari miei, qui stiamo di nuovo regalando la compagnia allo straniero. Dobbiamo intervenire, e subito. Meglio metterci i soldi nostri, cioè i vostri, di tutti gli italiani, che vendere».
    Detto fatto. E dal cilindro, con somma maestria – questo sì che è un vero colpo di teatro – è stato tirato fuori il nome di Poste Italiane. Sì, l’azienda di proprietà del Tesoro, tutta rigorosamente pubblica, che ora non si incaricherà più solo di spedire lettere e raccomandate, ma – versando 75 milioncini – anche di rimettere in piedi, cioè in aria, la nostra compagnia di volo.
    Da dove attingerà i soldi Poste Italiane, per ripianare i debiti altrui? Ma naturalmente dalle tasche nostre. Siamo noi italiani che dobbiamo sacrificarci, per questa grande e alta missione. Subito è partita la sindrome in molti correntisti che, terrorizzati all’idea, stanno pensando di ritirare i loro conti corrente e libretti dalle Poste. E che, stai a vedere che ora ci dobbiamo rimettere noi?, hanno pensato in tanti. Ha provato a rassicurarli il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi che, sfoderando una supercazzola degna di Vendola, ha sostenuto: «Poste Italiane certamente può essere non un aiuto da parte del pubblico, ma piuttosto l’individuazione di un’azienda sana che possa fare da partner industriale». Ci vuole davvero coraggio…
    La verità è che l’intervento per salvare un’azienda colabrodo rischia in un solo colpo di sfasciarne due.
    Follia statalista: per salvare un?azienda son pronti a sfasciarne due | L'intraprendente

    Luxottica non partecipò al vergognoso salvataggio di Alitalia voluto dal cialtronesco governo di Berlusconi e Lega. Del Vecchio rimane un esempio di imprenditore vero, lontano da certe connivenze Stato-grande imprenditori tipicamente itagliane. Pubblico un articolo di un anno fa, quando era ancora al governo Monti.

    Il più grande imprenditore italiano attacca le banche e ne denuncia la speculazione.
    di Sergio Di Cori Modigliani
    E’ il nostro fiore all’occhiello.
    E’ forse l’unica grande azienda italiana, leader planetario nel suo specifico settore merceologico, ad essere virtuosa, solida, in espansione. Presente in 132 nazioni, ha 75.560 dipendenti, di cui 62.000 addetti che producono nel territorio della repubblica italiana. Non ha neppure un cassintegrato e non ne prevede. Il suo titolo quotato in borsa, soltanto nel 2012, è schizzato in avanti del 32%: unico titolo in positivo. Il suo fatturato si aggira intorno ai 7 miliardi di euro, superiore di un +13,1% rispetto all’anno precedente.
    L’azienda è nata nel 1961, ad Agordo, in provincia di Belluno, dentro un garage.
    La storia di questa fabbrica e del suo ideatore e fondatore è studiata oggi nel corso di management industriale all’università di Harvard come esempio pratico e vincente “del miracolo economico italiano che coniuga impresa, creatività, rischio, con una ricerca accurata del design, del gusto e del dettaglio che nasce dall’applicazione della tradizione artigiana locale”.
    L’azienda non ha mai visto uno sciopero, né uno scorporo, né proteste.
    Si chiama LUXOTTICA. Produce lenti per occhiali e li vende in tutto il mondo. Tra i suoi clienti più famosi la polizia stradale della California (i celeberrimi CHIPS) l’esercito cinese, tutta la linea occhiali di Christian Dior e Yves Saint Laurent. Produce in Italia e vende in Cina.
    Il suo proprietario e fondatore, Leonardo Del Vecchio, nato nel 1935 a Milano, è poco noto alla massa degli italiani. Ma il suo nome è un mito in Usa, Germania, Gran Bretagna, Cina.
    La sua frase più recente? “Non investiamo neppure un euro nella finanza, perché noi sappiamo come produrre, come inventare mercato, avendo come fine la ricchezza collettiva della comunità, altrimenti questo lavoro non avrebbe senso”.
    Alieno da conventicole, complotti, schieramenti politici di parte, corteggiato da sempre sia dalla destra che dalla sinistra (“no grazie, non mi piacciono i balli a corte” ha risposto all’ultima preghiera-convocazione alle elezioni politiche del 2008 sia al PD che al PDL che alla Lega Nord) è uscito allo scoperto per la prima volta nella sua esistenza, violando il suo codice personale fatto di discrezione, poche chiacchiere e molto lavoro intinto di creatività.
    “Basta con i manager mitomani finanzieri” ha detto al giornalista Daniele Manca in una esplosiva intervista pubblicata sul Corriere della sera qualche giorno fa, non a caso, in Italia, volutamente passata sotto silenzio e rimasta priva del dibattito che avrebbe meritato.
    Ma non all’estero.
    Soprattutto in Usa e in Gran Bretagna dove la situazione italiana è seguita con estrema attenzione, perché Del Vecchio sta spiegando come funziona l’Italia, anzi….come non funziona l’Italia e perché, allertando il business internazionale che conta sulla situazione nel nostro paese. Vox clamantis in deserto, la sua opinione è fondamentale, soprattutto in questo momento, e per una ragione ben specifica: perché Del Vecchio è sceso in campo (non ama e non ha bisogno di visibilità) andando all’attacco del cuore della finanza italiana.
    Qualche notizia biografica su di lui tanto per capire che tipo sia.
    All’età di sette anni rimane orfano, insieme a quattro fratelli. Provenendo da famiglia disagiata, i fratelli vengono dati in affidamento. Lui, invece, finisce nei Martinitt, l’orfanotrofio milanese per poveri. All’età di 15 anni, con il diploma di scuola media, esce e va a lavorare come garzone di bottega in una fabbrica che stampa marchi di metallo. I proprietari del negozio lo aiutano e lo spingono a iscriversi ai corsi serali all’Accademia di Brera per studiare design e soprattutto incisione.
    A ventidue anni si trasferisce nel trentino dove trova lavoro come operaio in una fabbrica di incisioni metalliche e impara il mestiere. Dopo sei anni, all’età di 27 anni, riesce a ottenere gratis un enorme garage e capannone abbandonato nel comune di Belluno, di proprietà della regione, con la consegna di avviare un’attività per assumere personale proveniente dalle comunità montane più disagiate. E inizia, insieme a due collaboratori, a tirar su l’impresa: fabbricare occhiali all’italiana, con montature originali artigianali d’eccellenza, incise a mano, e lenti molate da lui personalmente. Vent’anni dopo è una florida azienda e va all’attacco del mercato statunitense che gli mette potenti sbarramenti. Li supera tutti. Stende la concorrenza più competitiva che si arrende. Acquista i tre più importanti marchi Usa e diventa la più potente multinazionale al mondo nel settore della produzione di occhiali. Dal 2002 è leader incontrastato.
    Oltre ad essere il maggior azionista di Luxottica è un importantissimo grande azionista di Unicredit e soprattutto le assicurazioni Generali. Data la sua posizione è sempre stato nel consiglio direttivo del colosso assicurativo. Tre giorni fa (ed ecco perché ne parliamo e lui ha deciso di parlarne al pubblico) si è dimesso, se n’è andato sbattendo via la porta, con un clamoroso atto d’accusa: “La mia è una protesta contro il management imprenditoriale di questo paese, composto da individui superficiali che non sanno nulla del loro lavoro, sono semplici contabili mitòmani. Mi sento davvero a disagio. Il vero problema è che quando da assicuratori si vuole diventare finanzieri comprando le più disparate partecipazioni senza comunicare nulla ai propri azionisti, non si fa un buon servizio né per l’azienda, né per gli azionisti, né per il paese. Mentre questo è un periodo in cui ciascuno dovrebbe fare il proprio dovere, ovverossia: fare ciò che sa fare. E chi crede che lo spread sia domato, si sbaglia di grosso. Basta un nulla per farlo schizzare a 600 e mandare la nazione a picco. E’ ciò che stanno facendo gli imprenditori italiani e le banche e i colossi assicurativi perché insistono nell’investire nella finanza: il rischio è alto ed estremo”.
    La considero una voce fondamentale da ascoltare, quella di Leonardo Del Vecchio.
    Sulla quale riflettere. Perché l’Italia ha bisogno di un incontro tra imprenditoria efficace, efficiente e virtuosa da una parte e mondo del lavoro dall’altro, uscendo fuori dalle consuete griglie di protesta che finiscono per coagulare dissenso e indignazione uscendo fuori dalla immediata necessità di emergenza di costruire alleanze solide tra le due parti sociali.
    Del Vecchio è sceso in campo. Nel modo giusto.
    Non scende in campo appoggiando un certo partito, né movimento. Non vuole entrare in politica come soggetto. Vuole dare uno scossone al mondo dell’imprenditoria. La sua voce è da diffondere. Perché il suo curriculum professionale ed esistenziale è il suo biglietto da visita.
    “Il problema dell’Italia nasce quando si vuole fare finanza. Quando, le aziende, usando i soldi degli investitori e soprattutto dei risparmiatori, comprano un pezzettino di Telecom, e un pezzetto di una banca russa; si mettono a repentaglio –come nel caso delle assicurazioni Generali- ben due miliardi di euro alleandosi con il finanziere ceko Kellner e ci si impegna con la Citylife in una percentuale che nessun immobiliarista al mondo avrebbe mai accettato, com’è avvenuto nel 2009 quando hanno investito 800 milioni in fondi di investimento greci. Miliardi di euro sono andati in fumo. Erano soldi di imprenditori italiani che avevano investito con l’idea di poter poi spostare i profitti nel mercato del lavoro per tirar su imprese e creare lavoro. I manager responsabili di questi atti perdenti sono stati tutti promossi e saldati con stipendi multi milionari. Non si va da nessuna parte, così”.
    E’ impietoso, Del Vecchio. Picchia duro. E se lo può permettere. E parlando al canale televisivo di Bloomberg, quando un giornalista americano gli ha fatto la domanda da 1 milione di dollari “Lei come si pone rispetto all’articolo 18 che in Italia è il punto dolente nello scontro tra imprenditori e lavoratori?” ne è uscito in maniera impeccabile. Ha risposto: “Un dibattito inutile, fuorviante. Personalmente, ripeto “personalmente” non mi riguarda. Su 65.000 lavoratori italiani che pago ogni mese, non c’è nessuno, neppure uno che rischia il licenziamento. Che ci sia l’art.18 così com’è, che venga abolito, modificato, cambiato, per me è irrilevante. La mia azienda funziona e ogni imprenditore -parlo di quelli veri- ha come sogno autentico quello di assumere e non di licenziare. Il paese si rialza assumendo non licenziando. E la colpa è delle banche”.
    E’ la prima volta che un grande imprenditore, un grande finanziere, un grande industriale, attacca frontalmente le banche italiane. E qui non si tratta dei bloggers che odiano Goldman Sachs o dei consueti slogan contro la finanza internazionale. Perché Del Vecchio attacca la gestione inconcludente delle banche, affidata a “personale e personalità poco affidabili”. Racconta la parabola di Alessandro Profumo che lui presenta come una favola con un brutto finale, senza fare pettegolezzi o scandali.
    “Finchè Unicredit e le Generali facevano le banche andava bene. Poi si sono buttati nella finanza e hanno perso la testa. Ho visto sotto i miei occhi trasformarsi Profumo. Partecipazioni, fusioni, investimenti a pioggia inutili e perdenti, con l’unico fine di agguantare soldi veloci e facili invece che produrre impresa con l’unico risultato di ottenere perdite colossali e bonus di uscita per diverse decine di milioni di euro. Le banche italiane hanno perso la testa. Ricordo il 1981. La mia azienda, dopo 20 anni, era diventata forte e solida. Avevo capito che la globalizzazione era alle porte e bisognava andare all’attacco del mercato americano. Ma non si cerca di entrare in Usa se non si è solidi finanziariamente. Abbiamo fatto le nostre ricerche e analisi e alla fine abbiamo calcolato che avevamo bisogno di una certa cifra molto alta. Mi rivolsi al Credito Italiano. Andai a parlare con Rondelli che la dirigeva. Gli dissi che volevo iniziare acquistando Avantgarde, un marchio americano che sarebbe stato il cavallo di Troia, ma non avevo i soldi. Presentai il progetto, il business plan, il programma, i rischi. Dieci giorni dopo mi convocò alla banca. Accettò. Mi presentai in Usa che mi ridevano in faccia. Dissero la cifra. Tirai fuori il libretto di assegni e firmai senza neppure chiedere lo sconto di un dollaro. Due ore dopo, l’amministratore delegato di Avantgarde mi confessò al bar: penso di aver commesso il più grande errore professionale della mia vita e si ritirò dagli affari. Un anno dopo avevo restituito alla banca tutto il capitale con gli interessi composti, avevo aperto quattro nuovi stabilimenti e assunto 4.500 persone. Questo deve fare una banca. O in Italia lo capiscono e si danno una smossa, oppure si rimane alle chiacchiere e si affonda”.
    Del Vecchio spera e auspica che Monti intervenga molto presto nel settore che lui (e Corrado Passera) conoscono molto ma molto bene: banche e finanza italiane. E propone di far applicare un codice ferreo di regolamentazione comportamentale che imponga a tutti gli amministratori delegati di banche, fondazioni e aziende, di riferire come usano i soldi.
    “Alle Generali l’amministratore delegato poteva disporre investimenti fino a 300 milioni di euro senza comunicare niente a nessuno. Lo stesso a Unicredit, Intesa SanPaolo, Mps. La verità è che nessuno sa dove vanno a finire quei soldi, dove siano andati a finire i soldi. La mia azienda alla fine dell’anno si ritrova circa 700 milioni di euro da investire. Andrea Guerra che è il mio amministratore ogni volta che deve spendere cifre superiori a 1 milione di euro, informa ogni singolo membro del consiglio e manda copia a ogni importante azionista. Pretende di avere delle risposte e pretende che si discuta del suo investimento perché vuole sapere l’opinione di tutti, compreso il collegio sindacale interno e il rappresentante sindacale dei lavoratori dipendenti. Perché l’azienda è anche loro. Il loro posto dipende dalle scelte di chi dirige. Ogni decisione presa viene valutata collettivamente. Se si rischia, lo sanno tutti, l’hanno accettato. Non esistono mai sorprese. Questa è la strada. Non ne esistono altre. O si fa così, o si chiude tutti quanti, baracca e burattini”.
    Perché la classe politica italiana non si fa carico delle gravissime preoccupazioni di imprenditori come Del Vecchio e non interviene in proposito?
    Non stanno lì in parlamento ad appoggiare un gruppo di professori nel nome delle imprese e della ripresa economica? Se non ascoltano i leader che producono, che senso ha? Dov’è il Senso?
    Ho pensato che potesse essere interessante una voce insolita, diversa dai precari, dai disoccupati, dai licenziati, che vivono ogni giorno la propria tragedia esistenziale. Il nemico non sono le imprese. Il vero nemico è la sordità di governanti e politici che non ascoltano chi produce e conosce la verità del mercato.
    Quello è il vero nemico.
    Il più grande imprenditore italiano attacca le banche e ne denuncia la speculazione. | Informare per Resistere











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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Riapre il mercato del Carmine: tutto il buono della Liguria in 500 metri quadrati
    Carne di Propata, salumi e formaggi di provenienza rigorosamente ligure, pescato del giorno, frutta e verdura solo di stagione, una gastronomia-ristorante che prepara il menu a partire dai prodotti in vendita sui banchi e uno spazio dell’Enoteca regionale della Liguria. Tutto fresco, a km zero, di stagione e, quindi, a prezzi accessibili.
    Genova
    Il quartiere del Carmine riavrà il suo mercato. Vico dello Zucchero, vico del Cioccolatte: sono alcuni nomi di carruggi del Carmine, a testimonianza delle antiche corporazioni di droghieri, che attorno al 1300 si erano insediate nella zona. La vocazione del quartiere venne mantenuta anche nel secolo scorso. Nell’ambito del progetto di ridisegno della nuova Genova, che contemplava numerose costruzioni in ferro e vetro per l’edilizia non residenziale, al Carmine venne aperta la nuova struttura con all’interno il mercatino.
    Da oggi, al Carmine, "Il mercato torna nella piazza e - come spiega Riccardo Rossi, giovane architetto di Studio Informale che ha diretto i lavori - “dentro il mercato entra la piazza, circondata dai banchi, con la fontana, anzi il truogolo, al centro, per sottolineare il significato di spazio pubblico e luogo dove la gente si incontra.”
    Il modello utilizzato è quello della cosiddetta "filiera corta". Si basa su un consorzio di imprese che si sono date questo tipo di organizzazione: il pesce arriva dalla cooperativa Pescatori Liguria, una società in grado di eliminare i passaggi speculativi della distribuzione e della commercializzazione, abbattendo l'impatto ambientale legato ai trasporti; idem per le carni, per la frutta, per la verdura. Idem per i vini, esclusivamente liguri, messi in vendita dalla Enoteca Ligure.
    Il mercato sarà aperto dal lunedì al sabato dalle 8 alle 19, il bar e il ristorante fino alle 24. Si potrà fare la spesa, mangiare in pausa pranzo, prendere l’aperitivo e cenare. I prezzi saranno contenuti grazie all'attenzione alla stagionalità e alla valorizzazione e promozione dei prodotti "poveri", come ad esempio sgombri e sugarelli. Tutti i giorni, a partire dalle 18 verranno messi all’asta i prodotti maggiormente deperibili, ovvero pesce, frutta e verdura, rimasti invenduti. La prima asta si svolgerà sabato 12 ottobre. Il mercato del Carmine ospiterà anche iniziative culturali o spettacoli.
    Il progetto è stato realizzato da un consorzio di imprenditori, che avrà in gestione lo spazio per dieci anni, a capofila del quale c'è la società Bpg solutions. "E' l'acronimo di buono pulito e giusto - spiega Bacci Costa, che è anche presidente del Consorzio Mercato del Carmine - le caratteristiche dei prodotti che qui saranno venduti e serviti, nella filosofia che ha ispirato il progetto ovvero garantire la sostenibilità ambientale, sociale ed economica."
    Il modello della gestione, affidata ai consorzi degli operatori, ha consentito, in controtendenza rispetto al trend economico negativo, di aprire due nuovi mercati nell’ultimo anno: oltre a questo del Carmine, il mercato di Sarzano, inaugurato nello scorso mese di luglio.
    Comune di Genova - Riapre il mercato del Carmine: tutto il buono della Liguria in 500 metri quadrati



    TURISMO. IMPRENDITORI VENETI PRESENTANO A BUYERS SCANDINAVI CITTÀ D’ARTE E OPPORTUNITÀ CONGRESSUALI
    (AVN) – Venezia, 8 ottobre 2013
    Una delegazione di operatori economici in rappresentanza di una ventina di imprese turistiche venete delle città d’arte e del segmento congressistico (MICE) è da ieri a Stoccolma dove oggi incontra 45 tra tour operator e agenzie di viaggio dell’area scandinava nel corso di un workshop b2b (business to business), curato dalla Comitel & Partners, finalizzato a presentare nuove proposte e offerte ad un bacino di potenziali turisti che già guarda con crescente attenzione all’offerta del Veneto, prima regione turistica d’Italia.
    “Con quasi 650 mila presenze – ha ricordato l’assessore regionale Marino Finozzi – quello scandinavo è un mercato notevole per la nostra offerta turistica che, nonostante la crisi, tiene bene in termini numerici e che continua a produrre valore e soddisfazioni con incrementi sia in termini di arrivi (+ 4,3 per cento nei soli primi sei mesi del 2013), sia in termini di presenze (+8,6 per cento nei primi sei mesi del 2013). Va ricordato peraltro che, per motivi climatici, il periodo gennaio – giugno è il più “debole” per i clienti della Scandinavia i quali, normalmente, scelgono la seconda metà dell’anno per la loro vacanza. Possiamo, quindi prevedere che, a consuntivo dell’anno corrente, potremmo registrare numeri da record, soprattutto per le presenze.
    Regione Veneto - Dettaglio Comunicati Stampa

    Suoniamo la sveglia ai lombardi, gli schiavi fiscali d’Italia
    L'associazione CoLor44 mette in rete il contatore del residuo fiscale lombardo. Ogni famiglia perde oltre 23mila euro che vanno ad alimentare la burocrazia statale e le politiche clientelari. O si mette in discussione questo Stato ora, o sarà desertificazione produttiva
    di Carlo Lottieri
    Da parecchi anni, a Times Square (nel centro di New York), un enorme contatore segnala – con un inquietante progredire che non si ferma mai, e che prosegue giorno e notte, d’estate come d’inverno – la crescita del debito pubblico. È una sorta di enorme “orologio” che non comunica l’ora, ma l’ammontare del debito statunitense: di quanto il ceto politico ha speso senza disporre di una vera copertura e, di conseguenza, ricorrendo a un indebitamente destinato a pesare sulle generazioni a venire. E che si è già in parte “divorato” il loro futuro. Più di recente questa iniziativa è stata replicata dall’Istituto Bruno Leoni, che ha sviluppato un contatore del tutto analogo nel suo sito e l’ha gratuitamente offerto, in seguito, a chiunque voglia averlo sul proprio sito: si tratti di un giornale, di un blogger, di un forum o altro. La metodologia è stata curata in modo assai meticoloso, al punto che a intervalli anche piuttosto brevi il contatore viene “ritarato”, basandosi sugli ultimi dati pubblicati.
    Nelle scorse ore, però, è apparso un altro contatore: assai più semplice per concezione, ma egualmente significativo sul piano politico e comunicativo. L’iniziativa è stata presa dall’associazione dei cittadini lombardi riuniti in CoLoR44 (Comitato Lombardo Risoluzione 44), impegnata a raccogliere firme e a fare pressione – anche coinvolgendo le amministrazioni locali – affinché si arrivi al più presto in Lombardia a un referendum consultivo, il quale permetta ai lombardi di scegliere tra lo status quo (l’Italia) oppure la nascita di una Lombardia indipendente. Stavolta i numeri che girano in continuazione non indicano l’ammontare del debito, ma invece il “residuo fiscale” della Lombardia: ossia le risorse che i lombardi, famiglie e imprese, destinano allo Stato italiano e che però non vengono spese sul territorio lombardo. In effetti, vi sono in Italia alcune regioni che ricevono più di quanto non diano e altre, ben poche, che danno più di quanto non ricevano. Più di tutte esce perdente da questo gioco redistributivo la Lombardia, e per rendere facilmente comprensibile tutto ciò CoLoR44 ha predisposto un contatore che, in ogni momento dell’anno, illustra quanti miliardi la Lombardia ha perso nel suo insieme e, oltre a ciò, quanto è penalizzata una famiglia media composta da quattro persone. Il messaggio è sconfortante, dato che la famiglia lombarda tipo perde – in soli dodici mesi – oltre 23 mila euro. Questo significa che se la Lombardia non fosse in Italia, ogni famiglia di quattro persone ogni anno potrebbe mantenere sul proprio conto corrente una somma cospicua: l’equivalente di un’automobile ogni anno o di un appartamento ogni dieci anni.italia fallita
    Il messaggio che il contatore di CoLoR44 vuole far passare è semplice: i lombardi sono oggi gli schiavi fiscali dell’Italia e questo, a ben guardare, sta distruggendo la struttura economica di Milano, Bergamo, Como e Varese senza che altri ne traggano davvero beneficio. Queste risorse tolte a famiglie e imprese sono in effetti impiegate in una spesa assistenziale e clientelare. L’intenzione del comitato lombardo è chiara: il contatore vuole sbattere in faccia a tutti l’entità di una micidiale rapina, che arriverà alla somma di 23 mila euro a famiglia a dicembre e che già ora – a inizio ottobre – è a quota 17 mila. L’intenzione è anche e soprattutto quella di sfidare l’intera classe politica lombarda, di destra o di sinistra o di qualsiasi altra posizione, affinché prenda consapevolezza che questo scandalo non può durare indefinitamente e che non si può al tempo stesso depredare in questo modo una popolazione e negarle il diritto di esprimere, con il voto, la propria opinione.
    Le istituzioni politiche sono, per loro natura, realtà assai contingenti. Nascono, deperiscono e infine muoiono. Lo stesso succede alle civiltà e il fatto che per secoli la Lombardia sia stata culla di importanti industrie, di ricerche scientifiche di punta e movimenti artistici rilevanti non assicura nulla sul futuro. Già oggi, Milano e la Lombardia non sono più quello che erano solo venti o trent’anni fa. Il declino è chiaro. E allora bisogna iniziare a domandarsi se si vuole che il moto incessante del contatore accompagni una decadenza ineluttabile (che vorrà dire sempre di più povertà, disoccupazione, emigrazione…), oppure se si ritiene che vi sia la speranza di individuare un punto di svolta – una prospettiva “catalana” – che possa restituire entusiasmo e fiducia nel futuro. Fermando, una volta per tutte, quel vorticoso girare di numeri che sta desertificando la società lombarda.
    Suoniamo la sveglia ai lombardi, gli schiavi fiscali d?Italia | L'intraprendente

    CoLoR44 - Residuo Fiscale

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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Scaglia assolto, fece il carcere da innocente
    Caso simbolo delle inchieste folli. Al fondatore di Fastweb un anno di detenzione preventiva. Ora si sfoga: "Incubo finito"
    Redazione
    Il fondatore ed ex presidente di Fastweb, Silvio Scaglia[manager e imprenditore piemontese nato a Lucerna] Stefano Mazzitelli, e altre cinque persone (Antonio Catanzariti, Massimo Comito, Roberto Contin, Manlio Denaro e Silvio Fanella) sono stati assolti da tutte le accuse nel processo sulle attività di riciclaggio internazionale da due miliardi di euro poste in essere da un gruppo di persone che facevano riferimento all'imprenditore Gennaro Mokbel [imprenditore romano che avrebbe anche supportato l'elezione al Senato di Nicola Di Girolamo; Mokbel sarebbe l'elemento di congiunzione tra le società di tlc, che fatturavano in modo falso, e gli interessi di esponenti della 'Ndrangheta] che è invece stato condannato a 15 anni di reclusione e 20mila euro di multa.
    Tra le persone condannate, oltre a Gennaro Mokbel, sua moglie Giorgia Ricci ha ricevuto 8 anni. E ancora l'ex dirigente della Guardia di Finanza Luca Berriola che ha avuto 7 anni, l'avvocato Paolo Colosimo, 5 anni e 4 mesi, e Carlo Focarelli, considerato ideatore del riciclaggio, che ha avuto 11 anni.
    Scaglia e Mazzitelli hanno espresso sollievo ma anche dure critiche per il trattamento che è stato loro riservato. «Voglio dire questo: è finito un incubo. Sono contento di aver combattuto una battaglia durissima. Sono stato detenuto ingiustamente per un anno», ha detto visibilmente commosso subito dopo la lettura della sentenza Silvio Scaglia. Anche per Mazzitelli «è finito un incubo. Avevo smesso di credere nella giustizia. Ma adesso qualcuno dovrà riflettere su quanto avvenuto e sul carcere che ci hanno fatto patire».
    Scaglia ha aggiunto che il suo pensiero «va a tutti gli innocenti che sono in prigione, che ci passano mesi e che sono diverse decine di migliaia l'anno e che non hanno i mezzi che ho io per potermi difendere. La pressione è stata tremenda su me, sulla mia famiglia, sulle aziende». Scaglia era rientrato di sua volontà dall'estero per deporre su questa vicenda di riciclaggio internazionale, e nonostante ciò era stato arrestato e incarcerato.



    Gli italiani i più tassati d'Europa: paghiamo cento imposte
    Combinando gli studi della Cgia e del Codacons emerge che tra il 2012 e il 2013 in Italia si sono registrati gli aumenti maggiori del vecchio continente. Nessuno in Europa più tassato di noi
    Redazione
    Tra tariffe e imposte possiamo dirlo tranquillamente: noi italiani siamo i più tar-tassati d'Europa. Sul nostro groppone, infatti, ci sono ben cento (100!!!) tasse da pagare. E' questo il quadro che emerge incrociando due studi a riguardo, del Codacons e della Cgia di Mestre.
    La Cgia ha contato, una ad una, tutte le tasse che siamo chiamati a pagare. Alla fine è emerso che l'elenco delle imposte che ogni anno pesano sulle spalle e sulle tasche degli italiani sono cento tra addizionali, imposte, ritenute, tasse e tributi.
    "Nonostante il nostro sistema tributario sia così frammentato, il gettito è invece molto concentrato: gli incassi assicurati dalle prime dieci imposte valgono 413,3 miliardi di euro. L'incidenza percentuale del gettito prodotto da queste prime dieci voci incide per l'87,5% cento del totale delle entrate tributarie", spiega la Cgia.
    TASSE PESANTI - Le imposte che pesano maggiormente sulle tasche dei cittadini italiani sono principalmente due: l'Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche) e l'Iva. La prima garantisce un gettito nelle casse dello Stato che sfiora i 164 miliardi di euro all'anno, la seconda poco più di 93 miliardi di euro.
    Messe assieme queste due imposte incidono per oltre il 54% sul totale delle entrate tributarie. A gravare maggiormente sui bilanci delle aziende, invece, sono l'Irap (Imposta regionale sulle attività produttive), che assicura 33,2 miliardi di gettito all'anno, e l'Ires (Imposta sul reddito delle società), che consente all'erario di incassare 32,9 miliardi di euro.
    TARIFFE LOCALI E NAZIONALI - Tra il 2012 e il 2013 ,le tariffe locali e nazionali hanno registrato incrementi più alti della media Ue - spiega l'associazione - e i rincari toccano proprio i servizi maggiormente utilizzati dai cittadini - come i trasporti, cresciuti del 5,3%, l'acqua potabile (+6,7%) e i rifiuti (+4,7%). Ma a crescere sono anche i prezzi dei taxi (+5,2%), la telefonia (+9,9%), i pedaggi autostradali (+4,1%), e le tariffe postali (+10,1%).
    LUCE E GAS - Un discorso a parte - prosegue il Codacons - meritano le tariffe di luce e gas. Se da un lato nel settore energetico nell'ultimo periodo si sono registrate riduzioni delle tariffe, dall'altro gli italiani continuano a pagare per l'energia più che nel resto d'Europa. Solo nel 2012, infatti, le famiglie italiane hanno visto crescere la loro bolletta elettrica dell'11,2% contro una media europea del 6,6%, mentre per il gas l'incremento è stato del 10,6%, contro una il 10,3% del resto d'Europa.
    ALLARME TARIFFE - "La corsa delle tariffe ha un peso enorme nel deterioramento del potere d'acquisto delle famiglie - spiega il presidente del Codacons Carlo Rienzi - Si tratta infatti di servizi indispensabili ai quali i cittadini non possono rinunciare, e qualsiasi rincaro in ambito tariffario si traduce in un prelievo forzoso che porta gli italiani ad essere, oltre che i più tartassati d'Europa, sempre più poveri".
    Elenco tasse in Italia: sono cento

    Se la Lega difende il baraccone Rai (quando è al Nord)
    di Matteo Borghi
    La Rai è un baraccone statale da combattere ma quando offre posti pubblici al Nord è una realtà da difendere e tutelare. Così mentre a Bruxelles chiede l’abolizione del canone Rai con una petizione ufficiale alla Commissione europea, a Milano la Lega Nord – capitanata da Matteo Salvini – ha organizzato una manifestazione di fronte a corso Sempione.
    I motivi sono il canale Rai-Expo 2015 spostato a Roma, la chiusura paventata della sede meneghina della Tv di Stato e la conseguente perdita di lavoro per diverse persone. Perché la Lega non è solo quella di lotta alla partitocrazia, allo statalismo, alla spesa pubblica. È anche «sindacato padano» che tutela dei posti pubblici a tutti i costi e dirigismo (regionale). Lo abbiamo visto in parecchi frangenti dei primi cinque mesi di governo maroniano della nostra Regione in cui sembrava che fra le priorità assolute ci fosse il controllo pubblico degli orari di apertura dei negozi e della stagione dei saldi e i contributi pubblici alle imprese. Una Lega a dir poco keynesiana che abbiamo in più occasioni denunciato.
    Del resto – si sa – un partito ha bisogno di voti, che si prendono anche dagli statali e dai parastatali, come i dipendenti Rai. Emblematica è stata, qualche tempo fa, la battaglia (di retroguardia) a favore dei ministeri a Monza. Una scelta che ha creato solo nuovi e costosi baracconi pubblici. Già, perché i ministeri in questione (Riforme, Semplificazione, Economia e Turismo) non sono stati spostati da Roma: a Villa Reale hanno, semplicemente, creato sedi distaccate ad hoc che han permesso a Bossi, Calderoli e Tremonti di dare lavoro alla “loro” gente. Inutili doppioni che consentiranno alla Lega di incassare qualche voto in più, proprio come nella tradizione della peggiore tradizione democristiana (quella dei quattordicianniseimesiungiorno).
    E chissenefrega se, al pari della Tv di Stato, i ministeri rappresentano la peggior forma di centralismo che un leghista doc dovrebbe voler vedere il più lontano possibile dai propri territori autonomi. In fondo, anche al Nord, c’è chi un posto da statale – sicuro e ben remunerato – non lo disdegnerebbe per niente. Tante famiglie che magari fino a qualche anno fa avrebbero preferito una carriera nel settore privato o ancor meglio in proprio ma che oggi, complice la crisi, pensano che sia decisamente meglio stare nel pubblico impiego. Come dargli torto? Del resto non è mica colpa loro se, fra tasse e burocrazia, fare impresa in Italia è diventato quasi impossibile.
    La Lega però, come partito, dovrebbe continuare a difendere la vocazione produttiva dei territori del Nord. E per farlo dovrebbe combattere il costoso e ipertrofico settore pubblico statale, che toglie più posti di lavoro di quelli che è in grado di offrire (con meno tasse i posti di lavoro del settore privato aumenterebbero a dismisura). Invece preferisce cercare di accontentare tutti, anche chi tiene famiglia. Scontentando, in questo modo, chiunque.
    Se la Lega difende il baraccone Rai (quando è al Nord) | L'intraprendente

    La Mivar stacca la spina
    La Mivar si appresta a chiudere i battenti. La storica azienda di Abbiategrasso che produce televisori "non esiste più". L'annuncio è stato dato dall'imprenditore novantenne Carlo Vichi, il quale ha specificato che "tutto finirà quando avremo esaurito i rifornimenti di componenti. Allora in fabbrica rimarranno alcuni dipendenti impiegati nell'assistenza tecnica e nella manutenzione della fabbrica. In tutto 7 o 8 persone".
    La società nata nel 1945 per assemblare apparecchi radio è poi diventata famosa per la produzione di televisori, un milione l'anno nel periodo di maggiore produttività, con oltre 800 dipendenti, a fronte dei 60 lavoratori rimasti oggi in fabbrica.
    Vichi dichiara di aver "resistito finché ne ho avuto la forza" e che non smetterà mai di lavorare. La sua nuova passione ora sono i tavoli ergonomici, che al momento vengono prodotti in un piccolo reparto dell'azienda ma che forse un domani potrebbero ridare lustro ad un marchio noto a molte generazioni.






 

 
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