



La grande rapina romana
Uno studio della Cgia di Mestre dimostra che il 77% delle nostre tasse va a Roma, che usa i soldi per tappare i buchi di bilancio delle amministrazioni sprecone. Quelle virtuose, invece, possono restare a secco. Cronaca di come il sistema Italia non incentivi altro che sprechi e inefficienze
di Matteo Borghi
Che di tasse ne paghiamo tante, anzi troppe, lo sappiamo fin troppo bene, visto che le viviamo sulla nostra pelle. E sappiamo anche che la gran parte di queste imposte vanno dirette le casse dello Stato centrale, quello che non ci eroga servizi (almeno non la maggior parte di essi).
Ciò che ignoriamo, spesso, è la quantità di tasse che Roma si mangia: il 77%. A dircelo è uno studio della Cgia di Mestre pubblicato questa mattina che mette in evidenza come in Italia la parte del leone la faccia sempre l’amministrazione centrale.
Non solo: come evidenzia il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi, «Sul fronte fiscale la stragrande maggioranza del gettito finisce ancora nelle casse dell’Erario, mentre la spesa è stata progressivamente trasferita alle amministrazioni locali». Per la precisione – nel 2012 (anno di cui abbiamo gli ultimi dati disponibili) – lo Stato ha incassato 364,2 miliardi contro i 78,9 miliardi delle Regioni, i 23,8 miliardi dei Comuni, i 4,1 miliardi delle Province e il miliardo e mezzo delle Camere di Commercio. Di contro, prosegue Bortolussi «al netto di quella previdenziale e degli interessi sul debito pubblico, oltre il 57 per cento della spesa pubblica italiana è ormai in capo alle Regioni, alle Province e ai Comuni. Insomma, la quasi totalità delle nostre tasse finisce a Roma, ma la maggioranza dei centri di spesa è ubicata in periferia».
I conti tornano se si pensa che lo Stato, ogni anno, trasferisce denaro verso tutti gli enti periferici. Le tasse che paghiamo vanno in gran parte all’erario che poi – a sua volta – ridistribuisce. Ci sarebbe da chiedersi il perché di questo doppio passaggio. Non sarebbe più comodo lasciare i soldi direttamente nelle casse degli enti locali? Certamente lo sarebbe. Peccato che in questo modo Roma non potrebbe far valere il suo potere decisionale, dando denaro agli enti che – a suo avviso – ne hanno più bisogno. Tradotto: quelli che sperperano di più, specie al Sud, ma non solo.
In un Paese in cui il pareggio di bilancio è un optional (e il primo ad insegnarcelo è proprio lo Stato centrale, coi suoi 2.100 Vortice sprechimiliardi, fonte Istituto Bruno Leoni), a ricevere di più sono proprio le amministrazioni che spendono di più. Le altre, virtuose, vengono penalizzate.
Ne sanno qualcosa i sindaci che – qualche tempo fa – hanno lanciato “Rompiamo il Patto” (di stabilità). Perché, si chiedono, noi siamo costretti a spendere meno di quello che potremmo, mentre chi sfora il bilancio fa debiti che alla fine vengono sempre ripianati dallo Stato (vedi i vari “salva Roma”)? In Svizzera e negli Stati Uniti funziona diversamente: gli enti locali sopravvivono con le proprie tasse locali e possono fallire.
Oppure, paradossalmente, meglio fare come in Francia (80% delle tasse) e Gran Bretagna (94% delle tasse) in cui sì la spesa è centralizzata ma si paga solo una volta e alle amministrazioni locali non è permesso fare debiti. Il nostro sistema “misto” sembra fatto apposta per farci pagare due volte. E per alimentare gli sprechi.
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NAPOLI IN BANCAROTTA – BLOOMBERG: “IL BUCO NEI CONTI DEL COMUNE AMMONTA A UN MILIARDO DI EURO, DUECENTO MILIONI IN MENO RISPETTO AL 2012. FINIRÀ COME DETROIT: FALLIMENTO’’
Il Fattoquotidiano.it
Così un report pubblicato ieri sul sito dell'agenzia Bloomberg ha spiegato agli americani la situazione della capitale del Mezzogiorno. Il buco nei conti del Comune di Napoli ammonta a un miliardo di euro, duecento milioni in meno rispetto al 2012. Ma lo sforzo di risanamento è insufficiente: la Corte dei conti ritiene poco efficace il piano anti-dissesto messo a punto dalla giunta De Magistris.
"Napoli è tecnicamente in bancarotta, se la Corte non cambia idea non potrà più ricevere prestiti dallo Stato", spiega Riccardo Realfonzo, economista ed ex assessore al Bilancio. Da Roma, infatti, finora sono arrivati solo 58 milioni di euro[solo?????]sui 220 necessari.
L'attuale assessore al Bilancio, Salvatore Palma, sostiene però che anche senza l'aiuto del governo il Comune può garantire servizi e stipendi almeno per il 2014. Il sindaco Luigi De Magistris ha annunciato che si rivolgerà alle sezioni riunite della Corte dei conti e chiamerà Enrico Letta per "chiedere consigli".
Più assunzioni per tutti. Paga il Nord
L'infornata di burocrati annunciata su Twitter è solo l'ultimo esempio del "sistema-Vendola". Una gestione della macchina pubblica all'insegna dello spandi&spreca, delle assunzioni di massa e dei deficit di bilancio. Mappa della Sprecopoli pugliese
di Gianluca Veneziani
Alla fine, la Regione Puglia, sarà costretto a svenderla, Nichi Vendola. Dovrà metterla all’asta e dire al primo acquirente: prenditelo tu in carico, questo tesoro di ricchezza e bellezza, che è tuttavia malato e terribilmente indebitato. Glielo dovrà mostrare, così, senza pudori, il Marcio che si cela nella Grande Bellezza della Puglia. E quel Marcio, quel Danno, ha in buona parte contribuito a crearlo lui, il Governatore-presidente di Sel. È lui che ha messo su il sistema-Vendola che, tra sprechi e scandali, può ben definirsi la «banda del buco». Quello di ieri – l’infornata di altri 200 funzionari in Regione, trionfalmente presentata dal Presidente come «la migliore risposta alla precarietà in tempi di crisi» – è solo l’ultimo atto di una gestione votata più a creare falle che a ricoprirle. Il Tacco d’Italia, più che sforare il tetto del Patto di Stabilità, ha insomma fracassato le fondamenta, creando sotto i suoi piedi una voragine difficile da colmare.
L’operazione «spandi e spreca» parte dalla Sanità, dove Vendola nei suoi anni da Governatore ha assistito a un allargamento progressivo del deficit. Se il disavanzo, per il comparto sanitario regionale, era di 265 milioni nel 2007, nel 2010 era diventato di 332 milioni e aveva superato i 400 milioni nel 2011. Solo l’Asl barese, ad esempio, cioè la più grande di Puglia, vantava un buco di 239 milioni nel 2011, con un aggravio di 40 milioni nell’ultimo anno. La previsione per il 2012 era ancora più fosca: si ipotizzava il raggiungimento della quota 450 milioni di deficit. Solo allora, e tardivamente, Vendola aveva cominciato a tagliuzzare: nel 2012, per l’Asl barese, aveva ridotto di 13 milioni i costi su servizi e materiali sanitari e di circa 8 milioni i costi sul personale, sforbiciando di 21 milioni gli ulteriori fondi regionali. In tutto si erano risparmiati 42 milioni di euro. Questa presunta vittoria in realtà, più che comportare un’eliminazione di sprechi, aveva significato soltanto la riduzione di strutture e attrezzature essenziali. Nel 2012, nel cosiddetto Piano di Rientro, era stati infatti eliminati in Puglia 22 ospedali e 2400 posti letto. Senza considerare che, a fronte dei tagli, restava un disavanzo incolmabile. Ancora a fine 2012 il debito strutturale del comparto sanitario pugliese ammontava a circa 1 miliardo e 400 milioni, cui andavano aggiunti i debiti con i fornitori, che facevano schizzare la cifra complessiva a quasi 3 miliardi di euro.
Poco male se non fosse che – appena terminato il Piano di rientro – nel 2013 Vendola ha ripreso a spendere e spandere. Con il sostegno dei soldi arrivati da Roma – una prima tranche di 100 milioni più altri 370 scongelati in seguito – il Presidente ha cominciato a fare assunzioni di massa. Per dirla coi numeri, in pochi mesi sono stati assunti 1600 dipendenti negli ospedali pugliesi, tra medici e infermieri professionali. Non ci vuole un analista per capire che, a fronte della chiusura di 22 ospedali, suona quantomeno contraddittorio l’arruolamento di centinaia di professionisti nello stesso settore. Non solo. Le varie maestranze sono state distribuite in modo piuttosto impari nel territorio pugliese: all’Asl di Lecce, ad esempio, sono andati soltanto un cardiologo e quattro anestesisti, mentre 315 operatori della Sanità sono stati mandati a Taranto (un compenso per i danni causati dall’Ilva?). Inoltre i soldoni arrivati da Roma (in tutto, circa 500 milioni) non sono stati affatto usati da Vendola per costruire nuovi ospedali o riconvertire strutture dismesse, come promesso all’inizio, ma solo per assumere in modo spropositato e finanziare attività discutibili come l‘assistenza a chi decide di cambiare sesso (per loro sono stati stanziati 170mila euro!). In sintesi, oggi il buco resta enorme, ci sono meno ospedali e meno servizi, e una marea di nuovi assunti, parecchi dei quali superflui.
Un cenno va fatto anche a quanto spreca la Regione Puglia per i viaggi nel mondo. Come faceva notare Il Giornale, solo nel 2011 il Presidente e i componenti della sua Giunta avevano compiuto ben 80 missioni all’estero: in pratica, un viaggio ogni cinque giorni, con un fondo annuale di ben 784mila euro, nemmeno si trattasse di un corpo diplomatico internazionale. La pratica viziosa è proseguita nel tempo, tanto che a giugno dello scorso anno la Corte dei Conti ha aperto un’inchiesta su una dozzina di funzionari della Regione, che compievano viaggi all’estero con parenti, amici e «amiche», tutto naturalmente a spese delle casse pubbliche. Scopo ufficiale del globetrotter Vendola è promuovere l’immagine della Puglia, intessendo rapporti con grandi Stati, quali Cina e Usa. Dovrebbe capire però, il Presidente, che incrementare il turismo significa permettere agli stranieri di arrivare nella sua regione, e non consentire a sé e al suo entourage di girare il mondo.
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La “banda di Cuggiono”, mancava solo la pizza per fare tutta l’italianità
di TONTOLO
L’hanno chiamata la “Banda di Cuggiono” perché era composta da cuggionesi doc: i fratelli Domenico (Mimmo) e Antonino Cutrì (nella foto), mamma Cutrì, la pupa del boss Carlotta Di Lauro, e i boys Domenico Lomuscio, Luca Greco, Cristian Lianza, Danilo Grasso e Aristotele Buhne, uno stroligo partenopeo che porta un tocco di esotismo.
Il Corriere della Sera ha titolato il servizio sulla cattura del latitante Domenico Cutrì: “Pistola, pasta e caffè: l’ultimo covo dell’evaso”. Mancava solo la pizza e c’era tutta l’italianità.
La ?banda di Cuggiono?, mancava solo la pizza per fare tutta l?italianità | L'Indipendenza
I nostri fratelli di sangue germanici avevano già capito tutto tanti anni fa.....
E pensare che ci sono dei gonzi che apprezzano e lodano i terroni perchè amano e valorizzano.....la famigghia!
CUTRÌ TRAGEDY – UNA BANDA MATRIARCALE: NELLA FUGA DI MIMMO IL VERO COMANDANTE IN CAPO È LA MADRE CHE GLI ORDINA DI CONTINUARE A SCAPPARE E LA FIDANZATA DEL FRATELLO AMMAZZATO
Anche la fidanzata di Antonino si comporta da professionista della mala: fredda, lucida, spietata - Sullo sfondo, uomini dimezzati, piccoli malavitosi che obbediscono agli ordini, con il figlio più giovane del clan Cutrì che viene buttato nella mischia per il battesimo del fuoco, come se quello dovesse essere il suo destino...
Pierangelo Sapegno per ‘La Stampa'
Attorno a Domenico Cutrì e alla sua fuga, c'è un clan come quelli dei film con i gangster, dai toni spietati, ma anche melodrammatici. Chissà perché le figure centrali sembrano essere quelle delle donne, a suggellare una banda matriarcale che sacrifica i propri figli sull'altare di un solo obiettivo: Mimmo deve tornare libero.
Così se Antonino, l'ideatore del piano, muore, la mamma, per poterlo piangere, ordina al figlio più grande di continuare a scappare, di farlo per lui, per dare un senso alla sua morte. E la fidanzata di Nino, a quel punto, torna a casa dai carabinieri, a morire un po' anche lei, come un graduato che dà l'esempio. Sullo sfondo, uomini dimezzati, il padre immigrato e i soldati della banda, piccoli malavitosi che obbediscono agli ordini, con il figlio più giovane del clan Cutrì, buttato nella mischia per il battesimo del fuoco, come se quello dovesse essere in ogni caso il suo destino. Tre li arrestano perché si fanno vedere mentre buttano via una valigia. Ma la violenza non ha mai bisogno della prudenza. Ed è questo che a volte la frega.
Il fuggitivo
In teoria, è il capobanda. Domenico Cutrì ha 32 anni e deve passare la vita all'ergastolo, perché il 15 giugno del 2006, quando ne aveva appena 26, aveva deciso di far ammazzare un ragazzino polacco, Luckasz Kobrzeniecki, che si era permesso di far delle avances alla sua fidanzata. Agguato in stile mafioso, a Trecate, provincia di Novara. Gli sparano da un'auto, mentre lui sta passeggiando su una strada. Lui, Domenico, guidava l'auto. Al processo ha continuato a dichiararsi innocente, sfidando i giudici con aria scostante: «Mai neanche pensata una cosa così». In carcere ha pensato solo a evadere. Ci aveva già provato a Saluzzo.
Il fratello morto
Ha due anni meno di Mimmo, Antonino, ma ne subisce un fascino quasi militare, come se fosse un graduato che dev'essere pronto anche a immolarsi per il capo. Succede proprio così: muore nel conflitto a fuoco durante l'evasione. Sua madre dice che «aveva un chiodo fisso, una vera e propria ossessione per liberare il fratello». Ha i giusti precedenti criminali, un curriculum come si deve: estorsione, rapina, armi, violenza privata. Organizza lui il piano di fuga, cerca gli uomini e prepara tutto in fretta e furia. Va subito male proprio a lui. E' ferito, e alla fine sua madre lo porta all'ospedale di Magenta nel disperato tentativo di salvarlo.
La mamma
La mamma, Antonella Lantone, personaggio da tragedia greca, o da quei film americani che raccontavano i «bravi ragazzi» della mafia di New York. E' lei che porta Antonino all'ospedale: guida la Citroen, il figlio sanguinante seduto accanto a lei, con i piedi sul cruscotto. Dice che aveva suonato uno sconosciuto al citofono: «Vieni giù, c'è tuo figlio che sta male». Chiamano lei, non il padre Mario, l'immigrato calabrese di 30 anni fa, che lei sembra aver quasi messo sullo sfondo. Quando Nino muore, la madre fa un appello da comandante in capo: «Mimmo, ascoltami, non ti costituire. Tuo fratello si è scarificato per te. Non ti consegnare, scappa».
Il «fratellino»
Daniele Cutrì è il fratello minore, il «ragazzino» della compagnia, catturato dai carabinieri poco dopo l'evasione. Ha una faccia da pugile, il naso camuso di uno che non ha paura di prendere cazzotti. Una foto lo immortala con una maglietta verde e una scritta che parla per tutti: «Baciamo le mani». [!?!?!?!?] Sembra veramente l'ultimo anello di una catena, il figlio condannato a essere quello che sembrano essere tutti in famiglia, un'organizzazione malavitosa, con le sue gerarchie e le sue regole. Daniele ha appena ventitrè anni. Ma fa parte del commando che va all'assalto per liberare Mimmo.
La fidanzata
Carlotta Di Lauro è la fidanzata di Antonino. Altro personaggio incredibile. E' figlia di una vigilessa con la passione per la pittura, e in tutta questa storia, secondo gli inquirenti, si è comportata come una vera professionista della mala: fredda, lucida, spietata. Il giorno dell'evasione, scompare assieme al figlio di cinque anni, e ricompare nella casa della famiglia per consegnarsi ai carabinieri. Aveva telefonato all'avvocato Carlo Taormina, che aveva difeso Nino, chiedendogli consiglio. «Costituisciti», le aveva risposto. Aveva provveduto lei al cibo e ai vestiti. Ha consegnato il figlio ai nonni prima di farsi catturare.
I complici
Un bel gruppo, che accumula violenza ed errori come nulla fosse. Tre sono disoccupati in carriera, amici dei fratelli Cutrì, «profilo criminale tipico della delinquenza comune», detenzione d'armi, droghe e reati contro il patrimonio. Li arrestano perché si fanno vedere mentre buttano una valigia in un bosco. Dopo di loro, a catena, tocca ad Aristotele Buhne, da Napoli[in queste belle compagnie il napulitano non può mai mancare!] e Franco Cafà, un piccolo imprenditore, che aveva messo a disposizione un suo alloggio per nascondere Domenico Cutrì. Nell'appartamento c'era pure Luca Greco, 35 anni, detto Franco. Anche lui faceva parte del commando che aveva liberato Mimmo: il cerchio è chiuso.
Allo stadio olimpico di Romamerda hanno persino esposto uno striscione per onorare Nino Cutrì!
"..........e liberaci dai terroni.
Amen!"


Sembrano come noi , ma non lo sono.
Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .






Per la verità, e per fortuna, spesso nemmeno sembrano come noi. Io di solito li riconosco facilmente tramite la vista, tramite l'udito.....e tramite l'olfatto(chi ha orecchie per intendere, intenda...).
MILLEPROROGHE, CENTO MARCHETTE! - DA SAN MARINO TV AI CANI PER NON VEDENTI, SOLDI A PIOGGIA: IL MIGLIOR MODO PER CREARE CONSENSO ELETTORALE SONO SEMPRE I POSTI DI LAVORO
Nel decreto, 100 mln € per assumere lavoratori socialmente utili a Napoli e Palermo, 16,5 mln per assumere 120 unità per “monitoraggio sull'utilizzo dei fondi strutturali Ue”, 2 mln € all'Istituto Nazionale Ricerche Turistiche (Isnart) e 200mila € per uno “Studio di fattibilità per l'offerta trasportistica nello Stretto di Messina”…
Paolo Bracalini per "il Giornale"
«La politica cambi, condivida i sacrifici che tanti italiani stanno facendo a causa della crisi economica» ammoniva Napolitano l'ultimo dell'anno. Pochi giorni prima, però, la maggioranza del «suo» governo Letta ha fatto tutt'altro, approvando, insieme alle «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2014)», una sfilza di marchette e mance ad amici e clientes che ha dell'incredibile.
La lista della spesa (pubblica) per le esigenze elettorali della politica fa spavento ma è ben ordinata, per importi crescenti, da 100mila euro in su. La logica, in tempi di spending review e crisi nera, sfugge davvero o è fin troppo chiara.
Partiamo dai famigerati forestali, che solo in Calabria sono 10.500, due volte e mezza i ranger canadesi che controllano 400mila chilometri quadrati di foreste. Bastano, no? No, perché il comma 10 bis stanzia 1,5 milioni di euro, per ogni anno fino al 2016, per «Assunzione a tempo determinato di personale operaio da parte del Corpo forestale dello Stato».
Premiatissimi anche altri dipendenti pubblici, con 15 milioni di euro destinati alla «Incentivazione del personale amministrativo appartenente agli uffici giudiziari che abbiano raggiunto gli obiettivi di performance». Siccome hanno lavorato, gli diamo in premio 7,5 milioni di euro l'anno, per due anni.
Il miglior modo per creare consenso elettorale sono i posti di lavoro, Prima repubblica docet (anche se improduttivi, pazienza). Perciò, dopo i forestali, ci sono i 100milioni di euro per assumere Lavoratori socialmente utili (Lsu) a Napoli e Palermo, poi 1 milione per Lsu nei Comuni con meno di 50mila abitanti, quindi 16,5 milioni per «Assunzioni 120 unità per impiego e monitoraggio sull'utilizzo dei fondi strutturali Ue».
Cioè per capire come spendere i soldi spendiamo 16,5 milioni di euro. Così come si stanziano 8 milioni di euro per «monitoraggio dei costi standard» della pubblica amministrazione. Quando ci saranno, i costi standard, lo Stato risparmierà molto. Nell'attesa li monitoriamo, spendendo 8 milioni.
Poi c'è mezzo milione di euro per il «Fondo nazionale per le attività delle consigliere e dei consiglieri di parità». Attenzione anche ai 2 milioni euro all'Istituto Nazionale Ricerche Turistiche (Isnart) per promuovere il «Marchio Ospitalità Italiana», ai 200mila euro per uno «Studio di fattibilità per l'offerta trasportistica nello Stretto di Messina» e 300mila euro alla «Scuola cani di Campagnano» (cani per non vedenti).
Sei milioni di euro servono per finanziare nel 2014 la tv di San Marino (messa tra le «esigenze indifferibili»), in base ad una vecchia convenzione con la Rai, da cui provengono poi i vertici di SanMarinotv. L'Isola di Budelli è stata comprata all'asta lo scorso ottobre dal banchiere neozelandese Michael Harte per poco meno di 3 milioni di euro.
Il Parlamento però ha fregato i nababbo, acquistando per 3 milioni di il «Diritto di prelazione all'acquisto isola di Budelli». Persino Legambiente ha criticato il riacquisto: «Budelli è privata dalla metà dell'800, la proprietà pubblica non è una necessità, quei soldi vadano ad alluvionati e area protetta».
E che dire poi del milione al Teatro San Carlo di Napoli? Nulla, se ci fosse l'orchestra, che invece non c'è: «L'orchestra del Mediterraneo presso il San Carlo di Napoli non esiste ancora, è solo un progetto, pertanto non è chiaro a chi verrà elargito questo milione di euro» nota il deputato Luigi Gallo.
Poi c'è il settore della memorialistica bellica, sempre ricco di elargizioni. L'anno scorso era il sessantanovesimo anniversario della Resistenza, il 2014 è il settantesimo, ed quindi ecco 3 milioni per le «Celebrazioni del settantesimo anniversario della Resistenza e della guerra di liberazione promosse dalla Confederazione italiana fra le associazioni combattentistiche e partigiane».
Ma c'è anche la Prima guerra mondiale, e qui partono 4,5 milioni di euro per «Recupero lettere, materiali, documenti storici Prima guerra mondiale».
Al Festival buco di 20 milioni in tre anni
L'allarme della Corte dei Conti
Redazione
È «indispensabile» una riduzione dei costi del Festival di Sanremo. Alla vigilia dell'apertura della kermesse 2014, arriva il monito della Corte dei Conti. La relazione riguarda gli esercizi 2011 e 2012. Dell'edizione 2011, condotta da Gianni Morandi, si disse (dati mai ufficializzati dalla Rai) che fosse costata 23 milioni di euro, e dell'edizione 2012, che vedeva sempre alla guida Morandi e che è passata alla storia per la presenza di Adriano Celentano (il cui ingaggio suscitò aspre polemiche), si disse che fosse costata 20 milioni di euro. Il rosso è di 7,5 milioni nel 2011, e 4,8 nel 2012. Nel 2010 ammontava a 7,8 milioni. Totale: in tre anni un buco di 20,1 milioni per 15 puntate complessive.
Lo scorso anno si parlò di 18 milioni di euro di costi: una cifra che, a fine Festival, Rai1 comunicò di aver coperto con gli introiti pubblicitari. Analoga cifra è stata indicata lunedì scorso dal direttore di Rai1 Giancarlo Leone per i costi di quest'anno.
Al Festival buco di 20 milioni in tre anniL'allarme della Corte dei Conti - IlGiornale.it
Roma in apnea, l'Italia affoga: sono quasi 500 le città già fallite
Non c'è solo la Capitale a rischio, dal 1998 si moltiplicano le giunte in bancarotta I debiti? Ripianati dallo Stato. E nel Mezzogiorno c'è chi è finito in default due volte
Gianpaolo Iacobini
Il governo salva Roma, ma ammazza l'Italia. Nel Milleproroghe non c'è scritto, ma il principio per cui ogni volta che un Comune va gambe all'aria c'è sempre Pantalone che scuce denari è ormai legge.
Nulla a che vedere con l'America e la serietà yankee: negli States chi sbaglia paga e i cocci sono suoi. Come a Detroit, la capitale di uno dei più importanti distretti industriali del mondo. Famosa per le sue automobili e, adesso, per il suo fallimento: chi la governava è riuscito nell'impresa di accumulare debiti per 18 miliardi di dollari. Accertata la bancarotta, perché da quelle parti così si fa, il giudice federale ha nominato un curatore fallimentare, autorizzandolo ad avvalersi dell'undicesimo titolo del Chapter 9, la legge che regola la ristrutturazione del debito per le municipalità. E lui, il curatore, Kevin Orr, s'è presentato mostrando il suo biglietto da visita: «Non sono un politico. Ecco perché il mio obiettivo sarà quello di ripianare il debito facendo pagare chi può farlo e che, troppo spesso, in questa città si è sentito tutelato proprio dalla politica». L'avesse detto nel Belpaese, sarebbe stato linciato vivo.
Dal 1989 al maggio scorso, ha segnalato ad agosto la Corte dei Conti nella sua relazione sulla gestione degli enti locali, sono stati 479 i Comuni che hanno dichiarato il dissesto finanziario, incapaci di assicurare le funzioni e i servizi indispensabili e sommersi dalle pendenze: 138 in Calabria, 123 in Campania, 45 nel Lazio, solo 4 al Nord (Alessandria, Barni, Riomaggiore, Castiglion Fiorentino). E qualcuno ci ha preso gusto, ripetendo l'esperienza con un dissesto bis: così a Santa Venerina, nel Catanese, dove il default dichiarato nel 1994 è stato replicato nel 2013, ed a Rionero Sannitico (alle porte di Isernia), Lauro, Arpaia, Casal di Principe, Casapesenna, Roccamonfina (cinquina campana), Lungro, Paola, Guardavalle, Scilla e Soriano (queste ultime calabresi).
Fino al 2001 per tutti ha pagato per lo più lo Stato. Lo stesso che negli anni ha imposto tagli ai trasferimenti e nuovi tributi locali, moltiplicando i fallimenti. Poi Roma s'è messa da parte. Meglio, di lato. Ma solo un po'. Perché in più occasioni, come ha ricordato la Corte dei Conti, «il legislatore statale è intervenuto prorogando precedenti termini ed estendendo il sostegno straordinario a molti dissesti», e perché in alcuni casi, ad esempio in Sicilia, è stata la Regione a coprire i buchi, «con l'erogazione di contributi straordinari». Tuttavia, poiché con la declaratoria di dissesto qualche guaio ora lo si passa, sempre più di frequente ci si ferma un passo prima, aderendo alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale. In altri termini, si accetta un controllo più penetrante sui bilanci e sulla programmazione finanziaria da parte della Commissione per la finanza (un organismo istituito presso il Ministero dell'interno) in cambio dell'accesso al fondo di rotazione sovvenzionato, manco a dirlo, da Roma pagona. E la moda prende piede: nel 2012 sono state 47 le domande di accesso alla procedura di riequilibrio (9 delle quali respinte). Ne hanno beneficiato Napoli, Catania, Messina, Reggio Calabria, Cosenza e Foggia ma anche, dall'altra parte dello Stivale, Campione d'Italia e la livornese Porto Azzurro e, nel mezzo, Chieti, Villalago e Pacentro (nell'Aquilano). E con loro diverse province: Catania, Potenza e Chieti. Tutte insieme s'aspettano più di mezzo miliardo di euro, la metà dei quali richiesti da Napoli. Pantalone non ha ancora detto sì, ma difficilmente potrà dire no: se pure la Corte europea dei diritti umani (lo scorso settembre) ha sentenziato che lo Stato è tenuto a garantire il pagamento dei debiti contratti dai Comuni in rosso, non c'è alternativa. Gli italiani, fessi e contenti, continueranno a pagare
Roma in apnea, l'Italia affoga: sono quasi 500 le città già fallite - IlGiornale.it
Il grande scrittore celto-irlandese James Joyce, che casualmente risiedette diversi anni a Trieste, trovandosi molto bene, descrive il periodo trascorso a Roma....
METAFORA CAPITALE - JAMES JOYCE: ‘ROMA? COME UN UOMO CHE SI MANTIENE MOSTRANDO AI VIAGGIATORI IL CADAVERE DI SUA NONNA’ – I ROMANI? PREOCCUPATI SOLO DELLO STATO DEI LORO COGLIONI, IL LORO MASSIMO DIVERTIMENTO È SCOREGGIARE’
Impiegato di banca, squattrinato, in ansia per il suo “Gente di Dublino”, Joyce dopo due mesi e mezzo a Roma non aveva più tempo per scrivere, e nemmeno la voglia....
Antonio Gurrado per ‘Il Foglio'
Nel luglio del 1906 il signor Bertelli, vicedirettore della Berlitz School di Trieste dove Joyce insegnava inglese, penetrò di nascosto nella sede della scuola e fuggì con la cassa. La Berlitz convocò i dipendenti comunicando di non essere più in grado di pagare gli stipendi e Joyce, sempre in bolletta, iniziò a compulsare gli annunci di lavoro sui quotidiani. Sulla Tribuna ne notò uno allettante che richiedeva un "giovane venticinquenne, che parli e scriva perfettamente francese ed inglese" come corrispondente per la filiale romana di una banca austriaca: la Nast-Kolb & Schumacher, in via San Claudio 87, vicino a via del Corso.
Si propose e gli venne offerto un colloquio; Joyce corse dunque in stazione con il figlio Giorgio, nato a Trieste un anno prima, e con Nora, la cameriera d'albergo insieme alla quale si era imbarcato da Dublino nell'ottobre di due anni prima approfittando della sua mansuetudine per coinvolgerla nel proprio esilio dall'Irlanda.
Raggiunta Fiume in treno, i tre s'imbarcarono sul piroscafo notturno per Ancona. Il mare era agitato. Giorgio non patì il viaggio ma i genitori arrivarono a destinazione stanchi morti, con lo stomaco scombussolato, e Ancona non risultò di loro gradimento: nelle lettere al fratello Stanislaus, rimasto a Trieste, Joyce definì Ancona "lurido buco", "cavolo marcio", e sostenne di "non riuscire a pensarci senza ripugnanza". Le lettere tramite le quali informava Stanislaus con ammirevoli regolarità e dovizia, rese pubbliche solo nel 1966 e ora disponibili nel volume "Lettere" (edizioni PGreco), dimostrano che sulle prime Roma non gli dispiacque.
Joyce arrivò la sera del 31 luglio e prese una camera in via Frattina 52, dove oggi c'è un salone di bellezza. Il colloquio con la banca andò bene e accettò senza batter ciglio un orario di lavoro "terribilmente lungo", dalle otto e trenta alle dodici e dalle quattordici alle diciannove e trenta: nel tempo libero, spiegava, "non ho molto altro da fare" se non passeggiare per la città, nonostante che "le strade confondano molto". Il labirinto urbano doveva disorientarlo oltremodo.
Quando era bambino suo padre soleva dire che avrebbero potuto paracadutare il piccolo Joyce in mezzo al deserto e questi, senza scoraggiarsi, si sarebbe seduto e avrebbe tracciato una mappa dei dintorni; a Roma invece si perse due volte nel primo giorno. Vagando gli capitò di ascoltare la banda in piazza Colonna e di notare che i rigattieri fossero più economici di quelli di Trieste; non era vero, e facendo i conti di casa l'avrebbe scoperto presto. Il lavoro lo faceva sentire ricco, con moderazione, e sulle prime gli sembrava "facile e meccanico".
Il Joyce romano aveva ventiquattro anni e attendeva buone notizie dall'Irlanda, dove l'editore Grant Richards aveva apprezzato oltremodo "Gente di Dublino" e gli aveva promesso di pubblicarlo a breve. La settimana dopo dominava molto meglio la topografia. Al primo giorno festivo disponibile volle visitare San Pietro, il Pincio, i Fori, il Colosseo; gli occhi iniziarono a smentire le sue aspettative di uomo colto e curioso.
Il Pincio gli sembrò "un bel giardino", nulla di più, mentre San Pietro non gli parve "molto più grande di San Paolo a Londra; la cupola dell'interno non dà la stessa impressione d'altezza". Al Colosseo venne abbordato da una sedicente guida che gli chiese soldi. La massima delusione fu il Vaticano, "chiuso di domenica, l'unico giorno che ho libero". Raffinato esteta, Joyce era un grande appassionato di liturgia. Era andato a San Pietro apposta per "sentire della gran musica alla Messa ma non era un gran che". Dopo le chiese, la seconda cosa che Joyce cercava in una città erano i caffè.
Anche in questo Roma si rivelò un po' troppo indolente: trovò solo "dei piccoli caffè-bar", dove non gli sarebbe stato possibile restare per ore a leggere in pace e a ripararsi dal caldo, e si vide "costretto ad andare in un piccolo ristorante greco" di cui si diceva che fosse frequentato da scrittori di ogni nazione: con ogni evidenza, il caffè Greco di via Condotti.
Lo irritava la burocrazia, specie quando dovette trascorrere due ore all'ufficio postale nel vano tentativo di riscuotere un vaglia inviato dal fratello, arrivando a rischiare una rissa con l'addetto.
In particolare Roma era la quintessenza della prosaicità: "A quanto ho potuto vedere la massima preoccupazione dei romani è lo stato gonfio, rotto, etc., dei loro coglioni e il loro massimo passatempo e scherzo è di scoreggiare". A conti fatti, di Roma apprezzava "l'aria e l'acqua"; per il resto, lo sconforto prendeva forma. Il 24 settembre, una calda domenica, Joyce andò ai Fori, si sedette su una panca e si assopì. In questo deliquio, fra le rovine, gli venne in mente la celebre metafora secondo la quale Roma è come "un uomo che si mantenga col mostrare ai viaggiatori il cadavere di sua nonna". Pieno di questo pensiero decise di "tornare tristemente a casa" ma passò davanti alla chiesa dei Santi Domenico e Sisto e non seppe resistere alla tentazione di entrare. "Ho osservato due suore che si confessavano", raccontò; "finita la confessione si sono inginocchiate accanto a me. Poi sono iniziati i vespri. Poi c'è stato il rosario. Poi c'è stata una predica. Il signore che la faceva si è rivolto quasi sempre a me. Forse avevo un aspetto pio. Non ho aspettato la benedizione".
Dopo due mesi e mezzo a Roma Joyce non solo non aveva più tempo per scrivere ma nemmeno alcuna voglia. Il fatto è che proprio a Roma Joyce iniziò a maturare il rimpianto per l'Irlanda, il senso di colpa per non averla trattata a dovere artisticamente e politicamente (lo rimarca anche Enrico Terrinoni in "Attraverso uno specchio oscuro", guida alla lettura politica dell'"Ulisse" che sarà pubblicata a giorni da Universitas Studiorum). Già a metà settembre sognava di trovarsi "in una località balneare irlandese" e a fine mese ammise che "a volte, pensando all'Irlanda, mi pare di essere stato più duro del necessario". Si doleva di non avere presentato in "Gente di Dublino" "nessuna delle attrazioni della città né la sua ingenua insularità" e di "non avere reso giustizia alla sua bellezza".
La situazione a Roma prese a precipitare rapidamente. Il 14 novembre Joyce sentì esplodere una bomba piazzata al caffè Aragno e commentò: "Che bel paese!". Il 19 scoppiò un'altra bomba, stavolta nei pressi di San Pietro, durante la messa del mattino alla quale solo un contrattempo aveva impedito che Joyce partecipasse. Non per questo si fece scoraggiare e vi si recò comunque a vedere una processione al pomeriggio: il cardinal Rampolla, già segretario di stato, sfidava il pericolo passando senza protezioni tra la gente, recando in mano le reliquie della Passione.
Quando, due giorni dopo, una terza bomba scoppiò a piazza di Spagna Joyce iniziò a sospettare che "ciò possa non essere opera di anarchici. Sono costruite in modo molto primitivo e non provocano danni. Potrebbe essere un trucco della polizia per giustificare arresti di sospetti poiché arriverà qui il Re di Grecia fra qualche giorno".
Nel privato le cose non andavano meglio. A fine novembre era diventato professore in una squallida "Ecole de Langues" serale i cui allievi riottosi lo deridevano credendo che non capisse l'italiano.
Accampato con moglie e figlio in un albergo che gravava oltremodo sulle striminzite finanze familiari, a inizio dicembre scriveva a Stanislaus che Henry James "si meriterebbe un calcio nel sedere per le idiozie sentimentali che ha scritto. Sono dannatamente stufo dell'Italia e degli italiani. Ogni volta che un alunno mi chiede se mi piace Roma rispondo con qualche espressione ironica. Odio pensare che gli italiani abbiano mai fatto qualcosa nel campo dell'arte. Loro sono convinti di avere un monopolio". Degli ultimi tre mesi di Joyce a Roma si sa poco.
Il 6 marzo si presentò a ritirare gli ultimi soldi che la Nast-Kolb & Schumacher gli doveva e pensò bene di berseli ma, quando fece per pagare, non li trovò più. Mentre beveva lo avevano derubato di tutta la somma, tranne pochi spiccioli sufficienti per inviare il giorno dopo un telegramma a Stanislaus a Trieste: "Arrivo otto, trova stanza". Ma non glielo mandò da Roma; preferì prima mettersi in viaggio e poi spedirglielo.
PAURA A TORINO
Sparatoria in corso Moncalieri
Rapinatore ucciso dalla polizia
Pregiudicato, tenta una rapina in via Garibaldi poi cerca la fuga sull’auto di un vigilante, tenendolo sotto tiro. Interrogati e rilasciati due amici della vittima
Sparatoria, verso le 17, in corso Moncalieri. Un rapinatore pregiudicato è morto, colpito dalla polizia, altri due - un uomo e una donna - sono stati fermati e poi rilasciati. La vittima si chiama Giuseppe Virdò , aveva 45 anni, era un noto pregiudicato residente a Mirafiori. L’uomo colpito dai proiettili degli agenti voleva probabilmente tentare un colpo in un negozio di via Garibaldi.
Il titolare, notando il suo comportamento sospetto, ha chiesto l’intervento della vigilanza. Ma appena arrivato il sorvegliante della Sudtiroler Ronda il rapinatore gli ha puntato due pistole alla testa, costringendolo a salire in auto e a portarlo in piazza Castello e successivamente fino in piazza Gran Madre, dove aveva convocato due amici ignari di tutto.
Ne è nato un inseguimento lungo via Po fra le volanti della polizia e la Opel Corsa della vigilanza con al volante la guardia giurata che nel frattempo aveva dato l’allarme al 113.
La fuga di Virdò si è conclusa in corso Moncalieri, di fronte al supermercato Simply, tra i ponti Umberto e Isabella. Ormai in trappola, Virdò è sceso aprendo il fuoco contro gli agenti. Nel parapiglia ha tentato di fuggire a bordo di una volante, ma è stato raggiunto da un proiettile.
La Stampa - Sparatoria in corso Moncalieri Rapinatore ucciso dalla polizia
L'ennesimo calabbrese infiltratosi in Piemonte...
VIRDO - Diffusione del cognome VIRDO - Mappe dei Cognomi Italiani


La bellezza dell'averli fatti venire su, in europa.
Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .


- Morto da 9 mesi ma "firma" 1.600 revisioni
Operazione Cc nel Napoletano, scoperto software per falsi check
Ultima modifica di ventunsettembre; 18-02-14 alle 12:42
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


Beri. Bari per i non addetti.
Addetta alle pulizie del Comune scambia opere d'arte per monnezza.
Intervistato in tv, udite udite!, l'assessore al merketing (leggasi marketing) del Comune.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

