
Originariamente Scritto da
Melchisedec
La simpatia di Gide per l'Action Francaise è durata lo spazio di un mattino, e comunque meno del suo molto più clamoroso periodo comunista, durato lo spazio di una mezza giornata.
Gide non credeva nè nella destra nè nella sinistra, non credeva in nulla, se non nelle sue turbinose e brevi passioni, e nel buco del culo dei ragazzini che sodomizzava gustosamente.
Riporto un brano scritto da Giovanni Papini, nel libro Passato remoto, su di lui:
"Andrè Gide aveva l'aspetto di un uomo distante, distratto, nonchalant e meditabondo; non decifrabile alla prima lettura. Un'ombra di sorriso tra ironico e estatico era sempre sulle sue labbra sensuali. Si sentiva che di continuo sorvegliava e pensava, ma si sarebbe detto che sorvegliasse le sue parole, e che pensasse soprattutto a se stesso. Aveva bellissimi occhi, ma volentieri sfuggenti, come se non gli piacesse troppo di farsi leggere l'anima. In tutto l'insieme un non so che di misterioso, di enigmatico, e diciamo pure di sournois.
Veniva spesso, in quegli anni, in Italia, e parecchie volte ci siamo trovati insieme, al caffè o per le strade. Una volta, a mezzogiorno, traversavo il giardino D'Azeglio, e vidi, seduto sopra una panchina verde, Andrè Gide che si intratteneva con dei giovinetti: forse studenti che a quell'ora uscivano dal liceo di via della Colonna. Mi fece un po' meraviglia quella compagnia e non volli avvicinarlo, come avrei fatto se fosse stato solo. Non avevo nessuna idea, a quel tempo, delle inclinazioni di Gide, e ingenuamente pensai che si intrattenesse con quei ragazzi per fare pratica di buon idioma toscano. Soltanto molti anni dopo, quando lessi "Corydon" e "Si le grain ne meurt" capii perché stava quel giorno in quel giardino a parlottare con gli adolescenti.
C'era qualcosa, nel suo viso e nei suoi movimenti, dell'animale, non già del bruto feroce e vorace, ma dell'animale di lusso, sensuale e guardingo, che ha conservato dei segreti contatti, più dell'uomo comune, con l'antica natura. Ebbi l'intuizione, parlando con lui, che egli fosse un antico fauno domato, fino a un certo punto, da un addomesticamento protestante, cioè puritano, e che egli soffrisse di questa dualità interiore e cercasse di superarla con il duplice nomadismo dei viaggi e delle esperienze intellettuali.
Figlio di padre ugonotto e professore, di madre ricca e filistea, aveva sofferto il peso dell'educazione protestante, della schiavitù familiare, dell'ipocrisia borghese. Aveva sentito perciò prepotente il bisogno di liberarsi di quel peso, di rinnegare ogni tradizione, ogni principio, ogni limite, ogni fede. Era il pellegrino che per l'orrore della casa paterna non può sopportare nessuna casa e si trova a suo agio soltanto nelle camere provvisorie degli alberghi di lusso o delle locande malfamate. Aveva la diffidenza di ogni dottrina, la nausea di ogni certezza, la paura di ogni fede. Voleva assaggiare ogni bevanda e magari ubriacarsene, ma voleva cambiare ogni sera cantine e taverne.
Aveva scoperto Nietzsche ancora prima di aver letto Nietzsche, ma, nello stesso tempo, ammirava sinceramente il self-control degli inglesi, così opposto all'esibizionismo romantico, e sentiva fortemente la nobile semplicità dei classici di Luigi XIV, ed era attirato da quel sublime filisteo, olimpico e demoniaco insieme, che fu Goethe.
L'ho visto l'ultima volta poco dopo che ebbi pubblicato la "Storia di Cristo". Mi scrisse che era di passaggio da Firenze per pochi giorni e che desiderava vedermi. Ci trovammo in un caffè di piazza Vittorio: mi parve invecchiato e un po' stanco. Si parlò a lungo del Cristianesimo. Egli affermava di aver sempre avuto un profondo amore per Cristo, ma si stupiva che io fossi entrato nella Chiesa cattolica. "Ho un quaderno, mi disse, dove noto via via, in due colonne, le contraddizioni tra il Vangelo e il Cattolicesimo. Perché mai voi, che ammirate così giustamente il Vangelo, siete caduto nell'errore di legarvi alla Chiesa Romana? Proprio chi sente e segue il messaggio di Cristo non può accettare la teologia e la pratica del Cattolicesimo".
Cominciai a spiegargli, meglio che potevo, il vero senso di quelle contraddizioni, ma in quel momento entrò nel caffè un bel giovane, francese, che era, a quel che compresi, il compagno di viaggio di Gide.
Il giovane mostrava di annoiarsi a quei discorsi di religione, e mi parve che fosse impaziente di uscire con il suo celebre amico. Il colloquio fu presto interrotto e Gide se ne andò dopo avermi promesso che ci saremmo riveduti per discutere ancora su quel tema così importante per lui e per me. Ma egli non si è mai più fatto vivo con me e temo che non mi sarà dato di rivederlo."
Infatti poi Gide è morto come è vissuto, cioè malissimo...
