Pagina 30 di 94 PrimaPrima ... 202930314080 ... UltimaUltima
Risultati da 291 a 300 di 932
  1. #291
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Forlì Convention programmatica regionale del Pri

    Prof. Piero Gallina Pres. Provincia Forlì-Cesena
    Prof. Filippo Andreatta Docente di relazioni internazionali Università di Parma
    Prof. Lucio Poma Docente di economia dello sviluppo Un. di Ferrara - Pres. ANTARES
    Dott. Cirillo Orlandi Pres. ASSITERMINAL
    Prof. Mariaconcetta Schitinelli Resp. regionale Scuola Pri
    Dott. Africo Morellini Resp. regionale Sanità Pri

    Venerdì 30 maggio h. 16.00
    Hotel Globus City
    ia Traiano Imperatore, 4

    "Lo statuto regionale e la Regione Emilia-Romagna"

    Intervengono:
    Vasco Errani Pres. Regione Emilia-Romagna
    Dott. Luisa Babini Cons. regionale Pri
    Prof. Roberto Balzani Docente di storia contemporanea-Università di Bologna

    Sabato 31 maggio h. 9.00

    "Relazione politica-programmatica"

    Widmer Valbonesi Segretario regionale Pri

    h. 15.30
    Dibattito/Conclusioni



  2. #292
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito ... riceviamo dalla Segr.ia Regionale P.R.I. dell'Emilia e Romagna ...

    Relazione della prof.Schitinelli, responsabile regionale scuola e cultura P.R.I. Emilia e Romagna

    FORLI' - CONVENTION PROGRAMMATICA PRI: (24 – 30 -31 maggio)

    SCUOLA E FORMAZIONE: ELEMENTI STRATEGICI DI UNO SVILUPPO

    Premetto che, nel trattare l’argomento assegnatomi, poiché ci viene offerta materia di riflessione dalla riforma scolastica nazionale da poco approvata e da quella regionale che prestissimo passerà in Consiglio, non ho fatto una scelta di campo politica pregiudiziale, perché questo probabilmente mi avrebbe indotto a sottolineare o a tralasciare, in funzione di tale scelta, alcuni aspetti delle due leggi. Ho, invece, metodologicamente scelto di analizzarle “laicamente”, proprio per trarre ,da entrambe, gli aspetti positivi e quelli di maggiore criticità.
    Il disegno di legge di riforma dell’Istruzione, approvato il 12 marzo 2003, giunge dopo 80 anni dalla legge voluta dal filosofo G. Gentile, che rivoluzionò la scuola, ma che ormai era del tutto inadeguata.
    Si trattava di una riforma classista e statalista, nel senso che annullava ogni tipo di autonomia, e che esercitava uno stretto controllo ministeriale sugli insegnanti; una riforma in cui l’esame di stato garantiva la serietà del lavoro scolastico e l’uguaglianza delle condizioni, contro i rischi di una frammentazione localistica delle valutazioni.
    Oggi, con la riforma Moratti, che cosa resta della riforma Gentile?
    Non certo quel progetto alto che, qualunque giudizio se ne dia, stava alla base della nuova scuola.
    Fatte le dovute distinzioni, però, alcuni elementi non proprio positivi di somiglianza ci sono: si vedano i funzionari locali che- come aveva fatto il regime- vengono sostituiti in nome di affinità politiche; si consideri la gerarchia tra le materie, solo che al posto della filosofia il primato spetta all’inglese; e al posto dell’umanesimo c’è la “grandezza” dell’informatica.
    Per capire come si sia giunti a questo cambio di prospettiva, non dobbiamo dimenticare che oggi sono le ragioni dell’economia e la nostra appartenenza all’UE a determinare le linee della riforma, insieme al mutato quadro normativo dal 1997 ad oggi.
    Già l’Europa dei 15, ma ancor più l’allargamento dell’Europa a 25 Paesi, determina la necessità di confrontare culture e politiche per trovare una linea unitaria, pur senza mortificare le identità nazionali, sulla base di obiettivi generali quali:
    -il miglioramento dell’istruzione e dell’educazione;
    -l’aumento dell’efficacia della didattica;
    -l’incremento delle opportunità di scambio culturale, professionale e sociale all’interno dei Paesi membri.

    Ecco perché le articolazioni degli ordinamenti scolastici sono, a grandi linee, già simili in tutti i Paesi europei. La società della comunicazione impone, purtroppo, contenuti e valori comuni, ma consente anche una diffusione larghissima e rapidissima degli stessi contenuti.
    Se pensiamo che i Paesi nuovi membri UE adegueranno rapidamente i loro programmi di insegnamento, e che il costo del lavoro in molti di essi è notevolmente inferiore a quello dell’Italia, è facile immaginare quali effetti ciò potrebbe determinare. Per questo, l’aspetto del valore della formazione e dell’istruzione è veramente centrale e, piuttosto che concentrarsi su questioni formali e molto politicizzate, sarebbe necessario fare una riflessione accurata sui programmi e sulla capacità dei sistemi di preparare in modo adeguato i giovani.
    L’indagine PISA (Programme for International Student Assessment), svolta di recente dall’OCSE su un campione di studenti di tutti i Paesi industrializzati, ha visto l’Italia piazzarsi dietro Paesi molto più svantaggiati economicamente e socialmente. E’ evidente, quindi, che in un sistema competitivo quale è quello globale, è indispensabile per noi introdurre innovazioni, mantenendo, però, l’impianto del liceo classico, che ha una capacità formativa generale di riconosciuta grandezza.

    Dicevo prima del quadro normativo mutato: la riforma del titolo V della Costituzione, approvata nella precedente legislatura, introduce importanti cambiamenti verso un marcato decentramento; ma tali modifiche erano già contenute “in fieri” nelle precedenti norme, e ciò che oggi può apparire come una svolta preoccupante non è altro che la conclusione di un processo già avviato con le leggi sul dimensionamento degli istituti; sul regolamento dell’autonomia; sulla Dirigenza; su compiti e funzioni di regioni, province, comuni; sul riordino del CEDE e della BDP; sugli organi collegiali territoriali.
    Che cosa, dunque, è cambiato?
    Sul piano concettuale, le Regioni e gli Enti locali non costituiscono più semplici ripartizioni amministrative del territorio, ma costituiscono essi stessi la Repubblica. Il nuovo art. 117 prevede le rispettive competenze legislative.
    Sul piano delle prerogative, lo Stato detta le norme generali sull’istruzione.
    Alle Regioni spetta la competenza esclusiva sull’istruzione e formazione professionale (adesso si chiama così, con termine doppio) Quel che le regioni non possono fare è imporre lo studio di alcune materie piuttosto che di altre; però possono, in virtù della normativa, determinare la qualità e la quantità dell’offerta formativa e possono influenzare le scelte didattiche usando la leva della distribuzione delle risorse o altri sistemi.
    E’ prevedibile che il passaggio dell’istruzione professionale alle Regioni non sarà né rapido né univoco: innanzitutto perché non si sa ancora bene che fine faranno gli Istituti Tecnici Professionali; poi perché molte Regioni, tra cui la nostra, ma anche la Lombardia e il Piemonte, non sono impazienti di accollarsi il problema della gestione diretta delle scuole.
    Gli attuali Istituti professionali potrebbero diventare scuole di istruzione professionale istituite dalle Regioni, realizzando così il secondo canale formativo di cui parla la legge Moratti, andando a colmare una delle grandi lacune del sistema formativo italiano.
    E’ fuorviante continuare a parlare, come fa la legge Bastico, di formazione professionale o, come sollecita Confindustria, di istruzione tecnica, magari da nobilitare facendola transitare tra gli indirizzi del liceo tecnologico (Confindustria privilegia questa scelta perché sa che l’Italia non è tutta uguale). Fuorviante, perché la legge costituzionale 3/2003 identifica due sistemi educativi: uno di istruzione, come dicevo prima, a legislazione concorrente tra Stato e regioni; e uno di istruzione e formazione professionale, a legislazione esclusiva regionale.

    Quando l’assessore Bastico dichiara che l’Emilia-Romagna non è interessata alla gestione dell’istruzione professionale, perché si approfondirebbe il divario tra scuole di serie A e scuole di serie B; e perché gestire un pezzetto dell’istruzione creerebbe un luogo dell’emarginazione, è evidente che cerca di coprire con ragioni nobili le difficoltà che la Regione si troverebbe ad affrontare nel gestire un settore costoso e di cui non ha esperienza.
    Pur comprendendo queste difficoltà, io credo che la Regione dovrà affrontare le proprie responsabilità e dovrà anche uscire dall’equivoco ideologico di parlare di pari dignità tra la formazione accademica e quella operativa, definendo però, contemporaneamente, quest’ultima come socialmente selettiva e predestinata alla marginalità. E allora la legge regionale, anziché perdersi in resistenze e contromanovre ( non si sa bene quanto giuridicamente corrette), dovrà cercare di realizzare davvero quella pari dignità.
    La legge Bastico auspica un sistema integrato tra istruzione e istruzione/formazione professionale e, quindi, corsi di formazione professionale governati dalle scuole. Ma così si otterrebbe il risultato di cancellare gli Istituti Professionali di stato a vantaggio, da una parte, dei licei e, dall’altra, della formazione professionale interamente affidata alla regione e gestita da Enti accreditati.
    E’ facile prevedere che, in questa prospettiva, molti studenti sceglierebbero il percorso liceale, ritenendo quello professionale meno qualificato, nel timore che un titolo di studio calibrato sulle esigenze territoriali regionali non sarebbe spendibile in ambito nazionale.

    La formazione professionale

    Il discorso sulla formazione è molto impegnativo e va rivalutato, innanzitutto perché il sistema che dovrà uscire dalla riforma Moratti dovrà affrontare il confronto con Paesi che hanno una tradizione consolidata in questo campo. Ma anche perché l’afflusso di manodopera extracomunitaria è crescente e necessario in molti settori tradizionali e non.
    Si pensi che il settore dell’ITC ( Information, Technology and Communication) in Italia dichiara decine di migliaia di posti che non riesce a coprire (già arrivano specialisti perfino dell’India per far fronte alle necessità di queste aziende in continuo sviluppo).
    In secondo luogo, perché occorre evitare quelle soluzioni di basso profilo, con l’insegnamento di materie anacronistiche e inadeguate, e quel fenomeno di emarginazione sociale che ha caratterizzato questo settore negli anni passati.
    Infine, perché c’è in campo una pluralità di soggetti, a partire dalle Regioni, spesso impreparati a realizzare un risultato qualitativamente elevato, quando, invece, è indispensabile garantire valore al nostro sistema di istruzione e di formazione, tanto più ora che il quadro europeo si è allargato.Ecco perché non mi sembra abbastanza qualificato l’intervento previsto dalla legge regionale, che continua a riproporre un sistema che non si è rivelato abbastanza efficace.
    Una considerazione per tutte: perché la Regione, per riconoscere il ruolo formativo delle imprese adotta criteri giustamente riferiti all’eccellenza dei “risultati ottenuti nella gestione aziendale, alla propensione al miglioramento continuo e alla valorizzazione delle risorse umane”; mentre per l’accreditamento degli Enti di formazione professionale si accontenta del requisito dell’attività prevalente?
    Da una parte, cioè, tiene conto della qualità e della capacità di stare sul mercato; dall’altra, trattandosi di un sistema a finanziamento pubblico, privilegia la quantità dell’offerta formativa, che non sempre si incrocia con l’effettiva domanda o coi bisogni del sistema produttivo.

    La riforma nazionale tenta di superare la visione della formazione destinata ai poveri o agli espulsi dalla scuola, proponendo un rafforzamento, al suo interno, della quota di formazione generale, per farne una possibile via all’istruzione superiore ( o nel canale dell’alta formazione tecnica e professionale o all’università), ma senza dover passare per i licei.
    Nella provincia di Trento, dove da tempo è possibile assolvere l’obbligo nella formazione regionale, e dove è anche possibile passare dalla qualifica al IV anno degli istituti professionali (e, in via sperimentale, anche degli istituti Tecnici, e poi all’università), si sono avuti i primi laureati fra i ragazzi che dopo la 3° media avevano scelto la formazione professionale, smentendo così la tesi della canalizzazione precoce verso un destino marginale.
    Questo argomento polemico della canalizzazione precoce con la scelta della scuola a 13 anni e mezzo, che perpetuerebbe la discriminazione e l’immobilismo sociale, lo si può confutare sostenendo che il vero problema della giustizia educativa non è quello della scelta precoce, ma quello di poter scegliere davvero tra due offerte formative equivalenti e quello di poter contare su un efficace sistema di passerelle da un canale all’altro, cioè dalla formazione all’istruzione e viceversa.
    Chi vorrebbe, come l’assessore Bastico, rimandare a 16 anni la scelta, proponendo un biennio integrato tra istruzione e formazione professionale, non tiene conto di come per gli alunni demotivati (che ci saranno comunque) si tratterebbe di un parcheggio vissuto con insofferenza. Con una maturità maggiore, si dice, i ragazzi potrebbero completare benissimo in due anni un programma accelerato liceale o professionale.
    Non mi pare, a questo punto, sufficientemente garantito, rovesciando il ragionamento, chi voglia dedicarsi agli studi liceali in modo approfondito. Inoltre, non si può ignorare il fatto che in Paesi europei dove è in atto una profonda trasformazione dei modelli scolastici, come in Francia, in Gran Bretagna e in Spagna, viene messa in discussione la convinzione che fino a 16 anni gli studenti debbano frequentare esclusivamente la scuola.
    In Spagna, nel dicembre scorso, si è abbassata l’età della scelta a 14 anni.
    In Francia, il Collège unique, con percorso scolastico uguale per tutti dai 14 ai 16 anni, che doveva assicurare la diffusione dell’istruzione, ogni anno registra tassi di abbandono scolastico che toccano il 30% degli allievi.
    Lo stesso avviene in Gran Bretagna.
    Chissà se un biennio integrato, con percorsi individualizzati, come prevede la legge regionale, avrebbe risolto il problema. In ogni caso, qualche riflessione bisognerà farla anche in Italia.

    Quello che voglio dire, infine, è che stiamo creando una società sempre più disgregata, che non possiamo analizzare coi vecchi schemi ideologici; tantomeno possiamo pensare di creare una scuola impostata su tali schemi. Se ci si sforza, allora, di ragionare guardando onestamente alla realtà dei fatti, che cosa fa oggi la scuola, se non certificare l’immobilismo sociale, dato che 500mila ragazzi tra i 15 e i 18 anni abbandonano la scuola (per loro non c’è né liceo né formazione professionale)?
    Per di più, l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 15 anni, così come è stato realizzato, ha condotto su un binario morto più di 30mila ragazzi ogni anno.
    Allora non si può fare come l’assessore regionale, seguito da gran parte della sinistra, che, vantando una percentuale di dispersione scolastica “solo” del 10% contro il 30 % della media nazionale, sostiene che la nostra Regione ha raggiunto punte di eccellenza nella politica scolastica.
    Io credo che non coi dati e con le percentuali si valuti la qualità di un sistema scolastico, ma guardando a come i ragazzi sono arrivati al successo formativo, a quanto veritieri siano i risultati positivi, a quali competenze essi siano giunti.
    Bisogna parlare con gli insegnanti di tante scuole superiori, soprattutto professionali, per venire a sapere quale degrado,non solo culturale, sia spesso presente a scuola. E quanto sia sempre più difficile insegnare, affrontando una marea di problemi sempre nuovi.
    E allora si capisce meno l’opposizione ideologica venuta da sinistra a un’offerta formativa diversificata, che cerca di dare maggiore dignità e validità a quel segmento scolastico, rimasto spesso il ghetto della dispersione scolastica, la scelta di scarto dei ragazzi che non erano nelle condizioni di affrontare gli studi tradizionali.
    Piuttosto, le critiche andrebbero rivolte alla mancanza di risorse adeguate alla realizzazione di un impianto così impegnativo (si pensi anche al sistema delle passerelle da un canale all’altro che, per essere efficace, richiede organizzazione, preparazione specifica degli insegnanti, corsi di adeguamento formativo, i cosiddetti LARSA (Laboratori per il Recupero e lo Sviluppo dell’Apprendimento) che dovranno sorgere in ogni città e saranno gratuiti).

    Continuando nell’analisi della riforma, vorrei soffermarmi su un altro aspetto: quello del decentramento.
    L’analisi condotta nell’ambito del programma europeo SOCRATES sugli obiettivi perseguiti dai Paesi europei negli ultimi 30 anni mostra, pur nella diversità dei percorsi, una tendenza volta a rafforzare il ruolo delle istituzioni locali per vari motivi.
    Il primo è dettato dalla volontà di migliorare l’efficacia dell’attività scolastica, e a tal fine si sono affidati maggiori poteri decisionali alle istituzioni locali, più vicine ai bisogni dei cittadini.
    Altro motivo è l’esigenza di razionalizzare la finanza pubblica attraverso la possibilità di migliorare la previsione dei costi per lo Stato e di coinvolgere gli enti in una gestione efficiente, pena il rischio di dover fronteggiare il deficit di bilancio.
    Infine, c’è anche la spinta ad una maggiore partecipazione ai processi decisionali di tutte le componenti attive nella scuola.
    L’Italia ha seguito lo stesso percorso. Ciò non toglie che i timori legati al decentramento siano tanti: ad esempio, quello della regionalizzazione dell’insegnamento; o quello di non riuscire a garantire agli studenti di tutte le regioni, così diverse nelle condizioni di partenza, le stesse possibilità. Tra i dubbi sollevati c’è quello di una diseguale distribuzione dell’offerta scolastica; infatti, alla maggiore autonomia degli Enti locali possono corrispondere differenze anche vistose. Per esempio, un Comune può stanziare cospicue risorse a favore di determinate categorie di studenti (immigrati, portatori di handicap) rispetto ad un altro che ne stanzia meno, così da generare evidenti disparità di trattamento.
    La stessa autonomia gestionale delle scuole, voluta per indurre concorrenza tra di esse e, quindi, migliorarne potenzialmente la qualità, può produrre complicazioni sul principio di eguaglianza ancora tutte da valutare.
    Ecco, allora, la necessità del ruolo dello Stato come regolatore ed equilibratore di tutto il sistema, oltre che garante della sua unitarietà e della sua qualità ( E NON SOLO COME GARANTE DEI LIVELLI ESSENZIALI DELLE PRESTAZIONI, come previsto dalla Costituzione).
    L’autonomia scolastica può essere una carta vincente, se giocata bene: certo non si pensa ad un sistema che determini un’anarchia di risultati, quanto piuttosto alle risorse umane e culturali che possono liberarsi, se sbloccate dai vincoli burocratici. L’autonomia non va vista come una semplice formula organizzativa, un passaggio di consegne dallo Stato agli Enti locali per il governo e la gestione della scuola, che non è, ricordiamolo bene, un apparato periferico dello stato, né un ufficio degli enti locali.
    Insistere eccessivamente sull’esigenza di una maggiore aderenza della scuola ai bisogni sociali del territorio o alle esigenze del mercato del lavoro non è corretto, perché la scuola non può inseguire i saperi utilitaristici, ma deve piuttosto lavorare sulle competenze durature, sui nuclei forti delle conoscenze, che devono –questi sì- incrociarsi con l’operatività. E, pur essendo fortemente legata al territorio e a segmenti della società con cui deve entrare in sinergia, elaborando specifiche offerte formative, la scuola non può rinunciare all’indispensabile distanza critica che caratterizza la cultura e la spinge ad essere indipendente dagli interessi dell’ambiente sociale.
    Io credo che la sfida dell’autonomia si potrà vincere non tanto sul piano organizzativo -gestionale del marketing o del management, quanto sul piano dell’innovazione metodologico-didattica, integrando istruzione e formazione in un modello educativo finalizzato alla problematizzazione delle conoscenze. Su questo piano la scuola deve vincere il ritardo in cui si trova rispetto alle innovazioni sociali e culturali.

    Ho già fatto riferimento in precedenza al progetto PISA, lo studio internazionale promosso dall’OCSE per accertare le conoscenze e le capacità dei quindicenni, il loro rendimento scolastico, ma anche l’atteggiamento nei confronti della scuola (il 35% dei ragazzi italiani non fanno attenzione mai o quasi mai –e questo è uno dei peggiori risultati tra i 32 Paesi dello studio-). Bene, credo che questo studio dovrebbe essere conosciuto non solo dagli insegnanti, ma anche dai politici, per trarne indicazioni circa le politiche di sostegno di nuove metodologie da attivare e da diffondere per migliorare i risultati.
    Interessante, a questo proposito, è il metodo suggestopedico che si basa sulla “gioia di imparare” senza perdere la serietà del messaggio educativo, metodo così efficace che la formazione professionale degli adulti nell’industria soprattutto tedesca, svizzera, francese e americana si basa già da tempo proprio su di esso.
    Tra gli aspetti presi in considerazione dallo studio, oltre all’analisi delle strategie dell’apprendimento, c’è l’analisi dell’ambiente sociale. Anche qui emerge un dato interessante: in vari Paesi, come Canada, Finlandia, Islanda, Giappone, Corea, Svezia, l’impatto dell’ambiente sociale di provenienza degli studenti sui loro risultati è ridotto rispetto alla media, a indicare che non c’è quel determinismo stretto di cui si parla in Italia.

    I docenti
    Credo che un altro aspetto a cui si deve prestare attenzione sia quello della qualificazione degli insegnanti, i quali costituiscono il perno della riforma, che resterebbe solamente una bella architettura senza il loro apporto convinto. Nella loro formazione credo si debba investire molto, ma bene, verificando se i risultati che ci si attendeva si sono prodotti. Altrimenti occorrerà correggere il tiro.
    Si capisce che ci possano essere resistenze al cambiamento e all’innovazione in docenti non troppo giovani, poco disposti a rimettersi in discussione sul piano metodologico-didattico e sul piano curricolare, e che quindi la riforma possa trovare ostacoli notevoli, una riforma che, per i suoi contenuti e i suoi obiettivi richiederebbe, invece, una categoria di insegnanti in grado di recepire immediatamente lo spirito e le caratteristiche delle innovazioni.
    Questa della riforma del profilo professionale dei docenti, con la formazione continua ad essa connessa, è una questione fondamentale e risulta un problema grave se si considera, come evidenziato nell’ultima indagine condotta( a distanza di un anno dalla precedente) dal quotidiano ItaliaOggi (6 maggio 2003), in collaborazione con l’Ufficio internazionale della UIL scuola, un ulteriore progressivo invecchiamento e un’ulteriore riduzione in percentuale dei giovani al di sotto dei 30 anni. “Una situazione”, come evidenzia il quotidiano, “che non ha eguali tra gli insegnanti dei Paesi dell’UE”.
    Dal prossimo 1° settembre, degli oltre 70mila insegnanti con incarico a tempo indeterminato, il 42,6% avrà un’età compresa tra i 50 e i 59 anni; il 37,1 % tra i 40 e i 49 anni; il 12,5% tra i 30 e i 39 anni; il 7,3% avrà 60 anni e appena uno scarso 0,5% avrà un’età non superiore a 29 anni. Tra gli insegnanti delle scuole medie, addirittura il 56% avrà un’età compresa tra i 50 e i 59 anni.
    Il quadro generale potrebbe non cambiare neppure se nel prossimo mese di luglio il governo dovesse autorizzare la parziale copertura degli oltre 27mila posti vacanti, perché a occuparli sarebbero chiamati insegnanti tutt’altro che giovani, avendo alle spalle anni di servizio come “precari”.

    Il PRI e la scuola
    A conclusione di tutto questo, credo che occorra riflettere sulla posizione che il nostro partito ha sempre tenuto sulla scuola (no al finanziamento delle scuole private e mantenimento del carattere nazionale). Posizione che ribadiamo, anche se credo vada aggiornata nel senso di prestare molta attenzione alle novità introdotte dal federalismo e dalla trasformazione della scuola ,operata dalla legge Bassanini , da istituzione politica (quindi cosa pubblica) in servizio rivolto a degli utenti (quindi cosa privata).. Dobbiamo fare attenzione a che tali novità non finiscano per snaturare quanto previsto dalla Costituzione all’art.33, non solo per quel che riguarda il finanziamento delle scuole private, ma anche –e soprattutto, vorrei dire- riguardo alla libertà d’insegnamento, l’unica garanzia contro una scienza e una coscienza di Stato, contro una verità ufficiale.
    Questa “libertà da” una dottrina elevata a dogma, particolarmente sottolineata nel corso del dibattito all’Assemblea Costituente, va poi affiancata dalla “libertà”, per i docenti, “di” esprimere liberamente la propria cultura, le proprie convinzioni in ordine alle discipline che insegnano, nel pieno rispetto di quella “libertà di pensiero” prevista dall’art. 21 della Costituzione.
    Quel che noi ci auguriamo è che, passato il momento degli scontri ideologici tra la riforma nazionale e quella regionale che le si contrappone, pur dichiarando il contrario, non si cada nel solito disinteresse per la scuola che ha caratterizzato gli anni passati da parte sia dei politici sia dell’opinione pubblica.
    L’attenzione su quale scuola verrà fuori dalla riforma dovrà restare alta, perché vogliamo salvaguardare i caratteri della scuola pubblica a cui abbiamo sempre attribuito la massima importanza, quelli fondanti dell’identità nazionale e delle virtù civiche.
    La posizione dei repubblicani è sempre stata quella di rispetto dell’art.33 della Costituzione, che prevede la libertà per i privati di istituire e gestire scuole, ma” senza oneri per lo Stato”.
    La legge sulla parità ( L. 62/2000) ha trovato un meccanismo di finanziamento compatibile con la Costituzione, ma non ha chiuso il conflitto presente fin dai tempi dell’Assemblea Costituente tra fautori del primato della scuola pubblica e fautori della scuola privata. Il riconoscimento della funzione pubblica alle scuole private paritarie e il loro ingresso nel sistema nazionale di istruzione e formazione hanno attribuito all’aggettivo “pubblico” un significato diverso da quello previsto nella Costituzione.
    Col varo della legge 62, col governo D’Alema, la connotazione di “pubblico” non è più riservata solo alle scuole dello Stato, ma anche a quelle private di tendenza ideologica. Da quel momento, parlare di difesa della scuola pubblica ha significato anche, obtorto collo, ma secondo le leggi dello Stato, impegnarsi per la difesa delle scuole private.
    Occorreva, per coerenza, opporsi, come noi abbiamo fatto, a tali leggi, oppure cambiare prima l’art.33 che, finché rimane, non è aggirabile da leggi ordinarie. Aver aperto quella strada, ha significato anche aprire la strada alla scuola “devoluta” di ispirazione leghista, che sarebbe una iattura e a cui, giustamente, si contrappone il richiamo alla Costituzione.
    E’ vero che molti oggi sostengono che opporsi alle scuole private significa avere un’impronta ideologica e un pregiudizio laicista, ma secondo noi repubblicani è fondamentale che l’istruzione resti di tutti e per tutti. L’istruzione pubblica deve essere neutra dal punto di vista ideologico e religioso, e deve garantire l’effettivo pluralismo. Il solo strumento giuridico capace di garantire questo è la libertà di insegnamento.
    Ecco perché vi sono gravi sospetti di illegittimità costituzionale della legge n. 62/2000 sulla parità, perché le scuole private appaiono meno garantiste.

    Lo studio di Eurydice sull’educazione in Europa e sulla gestione delle risorse nell’insegnamento obbligatorio mostra alcune tendenze in atto: la crescente autonomia delle istituzioni scolastiche, anche nella gestione delle risorse; un accresciuto intervento dello Stato nel finanziare l’insegnamento privato; la previsione di risorse supplementari a vantaggio di alunni svantaggiati.
    Anche il crescente intervento dello stato italiano a sostegno dell’insegnamento privato trova giustificazione, dunque, in questo quadro, senza ignorare, però, che noi subiamo le pressioni del mondo cattolico.

    Vorrei aggiungere che la scuola non può e non deve diventare, almeno da parte nostra, terreno di battaglia per ragioni che con la scuola non hanno nulla a che fare. Si tratta di un bene troppo prezioso per inquinarlo con ragioni legate allo scontro politico.
    Mi piacerebbe che la scuola fosse percepita in Italia come lo è in Francia, e cioè come il primo dei beni pubblici, insieme al sistema della sanità. Là il principio di eguaglianza non viene interpretato come eliminazione delle differenze. Queste sono riconosciute e l’insegnamento serve per gestirle e compensarle.
    Scopo dell’istruzione pubblica è assicurare a ogni alunno una scolarità che gli permetta di acquisire, oltre alle conoscenze fondamentali, i punti di riferimento indispensabili per l’esercizio della responsabilità e della cittadinanza.
    Io credo che una scuola di qualità debba essere certamente ispirata a criteri di equità sociale, in modo che i ragazzi di ogni categoria possano accedervi, ma altrettanto sicuramente deve essere una scuola dove lo studio deve tornare ad essere il centro di tutto: senza fatica e studio non si potrà mai raggiungere nessun traguardo nella vita.
    E’ evidente che nelle due leggi di riforma che abbiamo analizzato si scontrano due concezioni: da una parte c’è il riconoscimento del merito, dall’altra la costruzione di percorsi agevolati perché nessuno debba sentirsi escluso, in una logica che finora ha prodotto un appiattimento verso il basso.
    Della legge regionale condivido l’impostazione di partenza, quella che, recependo pienamente l’ordinamento nazionale dell’istruzione, riconosce che la scuola deve restare di esclusiva competenza dello Stato. Infatti, la regionalizzazione sarebbe deleteria, visto che significherebbe una frammentazione dell’offerta formativa,che non garantirebbe l’omogeneità della preparazione e gli stessi diritti a tutti gli studenti italiani.
    Ma non posso condividere né l’impostazione ideologica né il metodo che sta sotto la formula del “non uno di meno”, lo slogan adottato dall’assessore regionale. Nella legge Bastico (come prima nella Berlinguer-De Mauro) c’è l’obbligo, per l’istituzione scolastica, di garantire il “successo formativo”; mentre nella legge Moratti si parla di un diritto all’istruzione, ma anche del dovere del singolo di impegnarsi.
    Nella prima formula io vedo una sorta di deresponsabilizzazione dell’alunno a cui bisogna andare incontro in tutti i modi perché abbia la possibilità di raggiungere un obiettivo anche minimo; nella seconda, invece, c’è un riferimento alla responsabilità dell’allievo, che è titolare del diritto-dovere all’istruzione e alla formazione, diritto-dovere che lo deve stimolare moralmente e praticamente.
    L’obiettivo del “non uno di meno” sembra, invece, riflettere l’idea di una scuola egualitaria e livellatrice verso il basso. Auguriamoci che non avvenga questo, perché i disastri di tale politica li abbiamo già subiti dopo il 1968 in termini di minor preparazione di base degli alunni,di minore propensione al sacrificio, di minore motivazione allo studio, di promozioni che tali erano solo sulla carta, perché, poi, di fronte alla vita, il problema si presentava in tutta la sua negatività (si pensi che il 30% dei ragazzi italiani a 19 anni non ha ancora una qualifica).

    La ricerca

    Vorrei avviarmi alla conclusione con un accenno al problema della ricerca.


    La riforma degli enti di ricerca, secondo il ministro Moratti, mira a focalizzare tutte le attività degli enti su obiettivi strategici per il Paese, creando una rete capace di integrarsi nel sistema europeo, favorendo la convergenza delle attività di ricerca sugli obiettivi interdisciplinari individuati nel sesto Programma quadro europeo, per aiutare anche il nostro sistema produttivo a recuperare competitività tecnologica. Per eliminare inefficienze, sovrapposizioni o duplicazioni di attività, che disperdono risorse, si dovrebbero accorpare i 110 enti di ricerca in 7-8 macroaree, forse sotto il controllo di una figura amministrativa di nomina ministeriale.
    La nostra critica è rivolta alla pianificazione della ricerca a livello governativo, con lo scopo quasi esclusivo di ottenere applicazioni pratiche, perché è dalla scienza pura, totalmente libera, che derivano le applicazioni veramente strategiche. Come del resto è stato sostenuto anche nel convegno organizzato qualche mese fa dal partito nazionale, di cui potete trovare informazioni sul sito nazionale del PRI.
    L’impressione che la riforma sia guidata soprattutto dalla logica dello spoils system ci fa dire che la conoscenza non ha colore politico e che dovrebbe essere interesse di tutti privilegiare il merito e sostenere con risorse adeguate la ricerca, oltre che l’istruzione e la formazione professionale, come elementi strutturali di conoscenza e di sviluppo del Paese.
    Al di là di quello che il Senato, con un ordine del giorno di indirizzo, ha approvato, occorrerebbe che sulla materia “scuola, formazione e ricerca scientifica” si destinasse una quota di risorse “super partes”, tarata sulla media europea, al di sotto della quale non si dovrebbe scendere; mentre le eventuali aggiunte costituirebbero la sfida tra coloro che intendono quei settori decisivi per lo sviluppo del Paese.
    Naturalmente io credo che più risorse saranno a disposizione di questo settore a livello nazionale e regionale, più sarà marcata la caratteristica di salvaguardia dell’interesse generale e dell’essere “riformatori in movimento”
    Concludo dicendo che la scuola va difesa e rilanciata, perché è l’unico luogo dove sia possibile una stabile opera di educazione e di formazione: Non dimentichiamo, però, che il perno di tutto debbono essere i protagonisti della scuola: il ruolo dell’insegnante deve tornare ad essere di prestigio e rilevanza; si tratta di vivere questo ruolo con una professionalità più aggiornata e uno spirito civico più forte.
    Occorre poi ricostruire la scala dei valori, intervenendo su quel terreno dove la cultura dei media, soprattutto la televisione, sta continuando a produrre guasti, falsando la percezione della realtà, tanto che le cose serie e quelle frivole acquistano la stessa rilevanza.
    Se la scuola riuscisse a creare un rapporto, una collaborazione coi media e con la parte creativa della società , per tentare di incidere sulle abitudini, sulla coazione a imitare che la tv esercita in modo esagerato sui ragazzi, sull’impoverimento del linguaggio indotto proprio da questi mezzi (e impoverimento del linguaggio significa riduzione della capacità di esprimere un ragionamento), forse avremmo realizzato già una buona parte di una vera riforma.

    Prof. Mariaconcetta Schitinelli

    Forlì, 24 maggio 2003

  3. #293
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito tratto da IL RESTO DEL CARLINO 30 maggio 2003


    Pri a confronto all'Hotel Globus

    FORLI' - La convention regionale del Pri prosegue oggi e domani all'Hotel Globus, in via Traiano Imperatore 4.
    Oggi, dalle 16, ospiti il presidente della Regione Vasco Errani, il consigliere regionale Pri Luisa Babini e il docente Roberto Balzani.
    Domani giornata conclusiva in cui il segretario regionale Pri, Widmer Valbonesi, presenterà la sua relazione programmatico-politica.

  4. #294
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito ... riceviamo da Roberta Brunazzi ...

    Partito Repubblicano Italiano

    Convenzione programmatica regionale

    Forli', 24 - 30 e 31 Maggio 2003

    Relazione del segretario regionale P.R.I. Emilia e Romagna Widmer Valbonesi

    Care amiche e cari amici, qualcuno nel corso di questi giorni si chiedeva se eravamo coraggiosi od incoscienti ad affrontare tre giorni di convention programmatica, ormai in estate, facendo una relazione politico programmatica il terzo giorno, dopo due giorni di relazioni di esperti e di amici interni molto impegnate e ricche di spunti.
    Indubbiamente seguire questo metodo comporta dei rischi, di presenza, di partecipazione, ma obbliga il gruppo dirigente a riflettere sullo stato delle nostre forze e sulla capacit‡ proponente che riusciamo ad esprimere.
    La mia intenzione era ed Ë quella di far capire al partito e alle altre forze politiche che una cultura politica di governo non vive di per sÈ, per gemmazione, ma che essa deve misurarsi continuamente con la trasformazione della societ‡ e governarne i cambiamenti con progetti di governo che diano il senso della modernit‡ e della concretezza evitando, quindi, di essere velleitari, di affidarsi allo spontaneismo del mercato, e di conseguenza al movimentismo politico.
    CosÏ come un partito, al di l‡ delle alleanze, deve avere un suo modo di porsi di fronte ai problemi della societ‡, non annullarsi in esse. Esiste una funzione politica e culturale dei partiti, prevista dalla Costituzione repubblicana, che non si puÚ ritenere esaurita con la partecipazione ad un governo.
    La contingenza di schieramento o di sistema elettorale non deve far dimenticare che noi siamo repubblicani perchË abbiamo una certa cultura politica, dei valori, un modello di stato, delle idee che possono incontrarsi con altre culture riformiste, ma che rappresentano una peculiarit‡ che va sempre preservata attraverso una continua rivisitazione della nostra tradizione.
    Nemmeno possiamo dimenticare che avere una visione terza da quella socialista e popolare-cattolica ci impone l’obbligo politico di organizzare un’area politica repubblicana-liberal-democratica e laica che puÚ essere terza forza autonoma, oppure, che puÚ collaborare con le altre due per il governo del Paese.
    Quello che non possiamo permetterci Ë che, nelle alleanze, quest’area non abbia espressione decisiva e rilevante dal punto di vista politico e programmatico, perchÈ significherebbe un’adesione a contenuti non condivisi o sofferti e a rapporti di alleanza subalterni o sottorappresentati e questo darebbe di noi una visione non di partito che ha una cultura di governo dell’interesse generale, ma di partito o partiti che si acconciano al sottopotere. La grande tradizione che rappresentiamo non ce lo consente, soprattutto in queste zone dove abbiamo classe dirigente, storia e volont‡ di primo livello.
    Allora la nostra convention non Ë semplicemente una piattaforma di confronto con le altre forze politiche, ma Ë una formidabile occasione per ribadire con un metodo nuovo e con l’approfondimento dei problemi la nostra identit‡ politica e programmatica e la nostra strategia di terza via.
    Le riflessioni che esperti come il prof. Andreatta hanno qui portato sulle possibili conseguenze della lotta al terrorismo, sulla diversa percezione del pericolo terrorista in Usa ed in Europa, del fenomeno degli stanziamenti concretizzato dalle cifre in 3000 miliardi di dollari contro 52 milioni di euro ,sul problema della costruzione dell'Europa politica dei 25 che sposter‡ interessi e mercati verso aree strategiche del mondo diverse da quelle del passato, sui fenomeni di globalizzazione e la divisione del mondo in tre aree fondamentali che competeranno sui fattori dello sviluppo: innovazione, conoscenza e flessibilit‡ impongono al nostro paese e ai sistemi locali la consapevolezza che o si Ë parte integrante ed integrata di uno dei tre sistemi, oppure non si Ë, e si rischia la marginalizzazione ed il declino.
    Come anche la discussione sul federalismo inserito in uno dei processi di globalizzazione dei mercati pi_ spinto degli ultimi anni che, come ci ricordava il prof.Poma sta riproponendo le grandi concentrazioni ed il controllo delle vie di comunicazione e di conoscenza: lui faceva l'esempio di internet o dell'aeroporto di Amburgo a proposito del controllo strategico e della concentrazione in poche mani di questi elementi e diceva che si sta invertendo la tendenza degli anni fine 80-90, quando il momento del decentramento produttivo aveva fatto nascere una miriade di piccole e piccolissime aziende.
    Questa discussione sul federalismo rischia di essere infinita e di consegnare un paese in conflitto continuo fra livelli dello Stato, oggi tutti con valenza costituzionale,all'appuntamento con l'Europa e con i vincoli che l'euro e la politica monetaristica comporta. Se il nostro Paese non si attrezza a livello nazionale, europeo e locale a vivere e vincere le sfide nuove che ciÚ comporta, rischia di cadere in fenomeni di marginalizzazione e di crisi senza pi_ avere il paracadute della moneta da svalutare, senza pi_ poter abbassare il tasso di sconto, cioË con una serie di vincoli cui non eravamo abituati.
    Del resto la necessit‡ di competere fra le tre aree USA, Europa, e Giappone richiede a tutti i paesi di ogni singola area di attrezzarsi strutturalmente ed infrastrutturalmente per vincere la sfida. Allora esistono problemi infrastrutturali che devono essere affrontati col respiro ampio del governo di un sistema europeo: porti, aeroporti, grandi Corridoi transeuropei o sono finiti e realizzati nei prossimi dieci anni o rischiamo, di diventare non la porta sud d'ingresso dell'Europa, ma il sud dell'Europa, con tutto quello che ciÚ comporta.
    I prossimi anni saranno decisivi nel costruire un sistema paese competitivo o il declino sar‡ inevitabile.
    PuÚ un Paese che deve affrontare queste scelte strategiche in unit‡ d’intenti e di progetto con gli altri paesi europei essere sottoposto all'instabilit‡ di un federalismo senza risorse, che rischia di realizzarsi non in unione ed armonia fra i livelli dello Stato, ma con conflitti di competenza continui e senza che le risorse siano trasferite?
    Io credo che questo sia un nodo fondamentale, che impedisce poi di pensare come sistema paese e che finir‡ per scatenare o localismi o nazionalismi, difesa di ruoli, mentre il governo strategico Ë gi‡ fuori dai territori nazionali e regionali.
    Qualcuno pensa ancora che a sostegno di politiche territoriali possano arrivare altri fondi strutturali europei, mentre la dinamica dell'Europa dei 25 li destiner‡ agli stati pi_ deboli, questo vuol dire che per alcuni aspetti del riequilibrio territoriale e formativo non potremo pi_ contare sui finanziamenti europei e che quindi esister‡ un momento di intervento regionale o locale che deve assumere mentalit‡ e capacit‡ di intervento autonomi, probabilmente senza avere le risorse per farlo.
    Il rischio Ë che questo federalismo fatto solo di nuovi livelli di competenza e di burocrazia si ritrovi incapace di operare se non attraverso un aumento della pressione fiscale e che quindi venga respinto dai cittadini e determinando un ritorno ad un centralismo forte, con pezzi di regioni e di territori che hanno velocit‡ diverse e che possono minacciare l'unit‡ del paese.
    Se questo Ë vero, sar‡ peggiorato dal fatto che tutte le nostre infrastrutture, come ci ha detto Orlandi, hanno notevoli ritardi rispetto al resto del mondo con cui competiamo e in questo contesto i progetti che stanno andando avanti sono vecchi di decenni, e quelli presi dal governo sono emergenze o fotografie dell'esistente, quindi gi‡ obsoleti ed in alcuni casi inutili o sicuramente non prioritarie come il Ponte sullo stretto di Messina.
    Non siamo competitivi sul piano infrastrutturale , autostradale, portistico, ferroviario nÈ rispetto alla Francia nÈ alla Germania che hanno investito in questi anni molto pi_ dell'Italia e che non potranno certo accettare che un pezzo del sistema europeo sia deficitario o non funzionale.
    In questo contesto, come s’inserisce la nostra regione e quali prospettive ha di fronte? Quali progetti deve sviluppare per rimanere una delle regioni pi_ ricche dell'Europa?
    L'Emilia-Romagna dal 1980 al 2000 si Ë sviluppata come PIL dell'82%, mentre l'import-export si Ë sviluppato del 288% ; per contro la rete ferroviaria Ë passata da 1043 km nel 1980 ai 1062 del 2000 con un aumento, cioË, dell’ 1,8%; la rete stradale di un 3,1%, e le infrastrutture portuali del 33,3% consistenti in un potenziamento del PORTO DI RAVENNA. Solo nel 2007 e al 2010dovrebbero risolversi i problemi dell'Alta velocit‡ e della Variante di valico.
    Abbiamo quindi un sistema infrastrutturale che sostanzialmente sta sostenendo un movimento merci triplicato rispetto a 20 anni fa, un sistema che non riesce a risolvere i problemi da vent'anni presenti sul tappeto, mentre dovrebbe configurarsi come la piattaforma logistica di collegamento nord-sud e pensare strategicamente da un lato al CorridoioAdriatico, con la E55 da Venezia a Cesena, come parte di un asse strategico europeo ,e dall'altro al potenziamento di tre livelli di interporti PR, BO, e Ra con l'interland ForlÏ-Cesena.
    C'Ë poi tutto un ragionamento da fare sui collegamenti locali, che dal punto di vista dei nostri mercati non Ë meno importante visto che i traffici trasportuali come rivelava il Prit si svolgono per l'85% entro i 250 km e su gomma molte volte con un carico molto basso rispetto alle portate possibili, il che ci fa capire come la rete stradale provinciale e locale abbia una valenza per la produttivit‡ delle nostre imprese, pari a quella delle infrastrutture di grande collegamento. E' chiaro che le grandi infrastrutture possono portare sul nostro territorio grandi imprese che da localit‡ geopolitiche e logistiche strategiche possono competere meglio nel mercato globale .
    Quindi noi dobbiamo essere in grado di mettere in rete le infrastrutture viarie, portuali, ferroviarie anche attraverso anche processi d’informatizzazione che consentano uno sviluppo vero della logistica.Ad esempio, non si Ë riusciti a mettere in rete il sistema Romagna e anche quando si riuscisse a farlo si Ë tentati di farlo in antitesi all’ Emilia , mentre andrebbero integrati in un 'unica piattaforma logistica .
    Quando poi abbiamo prodotto strumenti anche validi, come il Prit, che ha fotografato l'esistente, come vi dicevo prima, non ci si interroga sui fenomeni strutturali che tali fenomeni generano e quindi non si attivano quei provvedimenti necessari per correggere le distorsioni che ne derivano sul piano della polverizzazione delle imprese.
    Se non si capisce che la polverizzazione del trasporto merci Ë dovuta ad un fenomeno strutturale di polverizzazione della domanda che poi si trasforma in una polverizzazione dell'offerta, vanificando anche l'associazionismo che attraverso i consorzi, nel settore, ha accorpato l'offerta di servizi di trasporti di fatto si rende vana la possibilit‡ di crescita degli operatori locali della logistica. La pratica del franco- fabbrica, che oggi nel nostro paese ha raggiunto ormai livelli del 70%, cioË la decisione delle industrie di produzione di trasferire sui loro clienti l'onere del trasporto, determina una ulteriore polverizzazione della domanda di trasporto da parte di aziende gi‡ piccole e quindi un'offerta di servizi polverizzata e con la presenza sulle strade di una miriade di camion senza pieno carico, con evidenti conseguenze sulla effettiva possibilit‡ di crescita degli operatori, anche di quelli che, associandosi, avevano accorpato l'offerta, consegnando l’opportunit‡ della logistica a societ‡ multinazionali che utilizzeranno le nostre imprese come subappaltatrici.
    Questo determina poi una presenza di maggior traffico ed inquinamento la cui soluzione non puÚ certo stare nelle fallimentari esperienze delle targhe alterne che si ritiene di riproporre. Ora, siccome i dati dell'intervento ferroviario - anche se venissero rispettate le previsioni del piano nazionale e regionale - sposterebbero appena un 5-7% nei prossimi 12 anni, in regione il dato sarebbe attenuato dal corto kilometraggio di trasporto che non rende appetibile la ferrovia. Quindi Ë chiaro che occorre investire risorse nella creazione di societ‡ miste, aziende produttive e di trasporto e logistica per ricomporre la domanda, e quindi qualificare ed ottimizzare l'offerta di trasporto.
    Se si dice che l'Emilia-Romagna Ë la piattaforma logistica per eccellenza, allora occorre investire anche sul trasporto merci e correggere l'assistenzialismo sul trasporto persone.
    Ora sull'infrastrutturazione del sistema paese e regionale, come condizione di competitivit‡ con i mercati globali si innestano poi politiche territoriali, nelle singole province ,di valorizzazione e di specializzazione che come ricordava il prof. Poma possono essere decisive per lo sviluppo di un territorio.
    Occorre, nell'ambito di una politica di programmazione regionale, riuscire ad attivare strumenti di governo delle politiche territoriali che unifichino in una cabina di regia tutte le potenzialit‡ di un territorio e le ordinino secondo strategie d’interesse generale. Quindi, non una programmazione come elencazione di obbiettivi, ma una programmazione per progetti, capaci di rilanciare la competitivit‡ dei nostri territori.La cabina di regia, nella quale devono essere presenti le Istituzioni e le organizzazioni imprenditoriali e sociali, deve dotarsi di strumenti operativi, secondo i criteri della conoscenza, messa in opera e della valutazione che ricordava il prof. Poma.
    Una programmazione intesa come elencazione di obbiettivi serve a poco: serve invece conoscere gli indicatori, attraverso Atlanti socio economici o rapporti delle Camere di Commercio, che consentono alle nostre piccole e medie imprese non solo di capire le opportunit‡ di un'economia di nicchia, ma anche di cogliere le innovazioni strategiche che si muovono nel mondo globale.
    E allora occorre capire quali indicatori segnalare, quelli sui quali occorre fare ricerca con l'universit‡ nei singoli territori, sapere quante aziende sono on-line, quanti computer sono presenti nelle famiglie e nelle imprese, quanti ricercatori provengono dai territori e dall'universit‡, quante risorse si spendono in ricerca e brevetti, cose che notoriamente costituiscono un gap nel Paese ma che possono invece costituire la fortuna o meno di un territorio. Quindi capire per incentivare attraverso politiche territoriali. Ad esempio la decisione di cablare la Regione Emilia-Romagna per fornire servizi innovativi alle imprese e ai cittadini Ë la strada migliore per affrontare la sfida della globalizzazione nell’ottica della societ‡ aperta.
    Partendo da Bologna verso la Romagna con il primo dei tre progetti infrastrutturali, collegando le diverse sedi universitarie e gli uffici della Regione e degli Enti locali e delle Aziende sanitarie delle Province di Bologna, ForlÏ-Cesena Ë estremamente importante ai fini dell’integrazione regionale e consentir‡ alla comunit‡ romagnola ,cittadini ed imprese un vantaggio competitivo di qualificazione.Ora Ë vero che questo deriva dal fatto di avere in Romagna gi‡ le reti di Romagna Acque, ma questa esperienza potr‡ poi essere riproposta anche nel resto della regione con potenzialit‡ enormi di sviluppo del territorio.
    Altra questione, e quella della burocrazia.
    Su questo fenomeno, uno studio fatto dal governo di centro-sinistra sulla competitivit‡ del sistema Paese metteva in evidenza che tutti gli anni le imprese pagano 22.500 miliardi per le pratiche burocratiche, tra l’altro senza avere poi delle risposte puntuali e positive.
    Io credo , allora, che questo sia un altro problema da aggredire, attraverso degli strumenti, come quello che io voglio proporre, cioË l’agenzia per lo sviluppo, di cui parliamo da dieci anni, ma che non siamo mai riusciti a costruire. Potrebbe essere l'Ervet che coordina politiche di intervento e di sviluppo senza le pastoie della burocrazia, vero freno allo sviluppo..
    In Irlanda e in Galles soprattutto, l’ hanno fatto.
    LÏ, le Agenzie hanno il compito di individuare le aree, accompagnano l’azienda nel luogo dove vuole strutturarsi,e in otto settimane sono pronti a partire. Noi, invece abbiamo delle aziende strategiche, che dopo otto anni stavano ancora aspettando ( parlo del Comune di Cesena ) e che sono impedite molte volte dalla gestione di Piani Regolatori, i cosiddetti PIP o altri tipi di strumenti urbanistici, che non avendo creato a monte lo strumento che riesca a superare questi vincoli, rischiano poi di consegnare imprese strategiche con tempi che non sono quelli della competizione e della competitivit‡ sul mercato.
    L’Agenzia per lo sviluppo deve avere la competenza di espropriare e di mettere insieme tutte le pratiche che servono a partire; se lo fanno in Galles in otto settimane non capisco perchÈ noi lo dobbiamo fare in tempi molto pi_ lunghi.
    E cosÏ gli accordi di programma.Non possiamo. tutte le volte che si interviene per consentire ad un ' impresa strategica di affrontare il mercato , disponibile ad affrontare progetti di investimento , di consolidamento e di sviluppo dell' occupazione, a farsi carico di opere di urbanizzazione, essere frenati da proteste ideologiche o da assurde proteste di presunte speculazioni , quando l'accordo viene stipulato a garanzia che queste non avvengano. Col risultato molte volte di non fare tempestivamente gli interventi necessari nei tempi dovuti. Sono anni che noi abbiamo individuato gli Accordi di Programma sulle grandi infrastrutture.
    Quando si dice “porre in essere”: porre in essere certo, attraverso gli strumenti perÚ.
    E poi la valutazione: i tempi devono essere chiari, e ogni azione di intervento della finanza pubblica deve essere sottoposta ad una valutazione e all’ analisi costi-benefici, per vedere che cosa ha reso non solo in termini economici, maanche in termini di politiche complessive a sostegno del territorio.
    Naturalmente bisogna che tutti si adeguino a questo tipo di mentalit‡ nuova, perchÈ se le associazioni produttive, se le istituzioni, se ogni Comune vogliono mantenere le proprie prerogative, Ë evidente che non Ë possibile sviluppare politiche di sistema e politiche di insieme.
    Tutti si debbono adeguare a questo e si deve adeguare soprattutto la burocrazia istituzionale, che va valutata in base una politica nuova, quella, appunto, della progettazione.
    I dirigenti devono avere in carico dei progetti da portare avanti e devono essere valutati e incentivati sulla effettiva realizzazione di quei progetti, non genericamente .
    L’altro problema secondo me strategico Ë quello della formazione. Quasi ogni giorno, sentiamo l’Assessore regionale Bastico proporre la politica dell’offerta formativa come se fosse un fatto rivoluzionario, adattabile in tutte le economie del mondo.
    La politica dell’offerta formativa, che ha un grande senso negli Stati Uniti d’America, dove c’Ë un sistema competitivo aperto e dove gli Enti formatori si rivolgono direttamente alle imprese, per cui sono poi le imprese che decidono se quel prodotto formativo corrisponde o meno al mercato, messa in un’economia come la nostra, dove Ë sovvenzione pubblica - perchÈ questa Ë la realt‡ - propagandare che ci sono 186 Enti di formazione in questa Regione, certificati nel modo che ci diceva la prof. Schitinelli, cioË secondo il semplice parametro dell'attivit‡ prevalente, e che hanno tutti la possibilit‡ di presentare i loro programmi secondo naturalmente le azioni della Comunit‡ e i programmi dell’Amministrazione,e vederseli finanziare, diventa una debolezza.
    Diventa una debolezza qualitativa. Diventa un modo per assistere pi_ i formatori che le imprese.
    Questo Ë un elemento strutturale sul quale io credo che una cabina di regia debba decidere , e cioË non di eliminare i sistemi, ma di metterli chiaramente in sintonia con i problemi dell’attivit‡ formativa qualitativa, quelli che servono ai lavoratori e alle imprese.


    Qui bisogna entrare veramente in sintonia con il sistema delle imprese, con l’universit‡, con le Pubbliche Amministrazioni affinchË ci sia una corrispondenza fra la domanda di formazione , la scuola e l'universit‡ e le risorse pubbliche investite, fino a quando ci saranno, e con rendicontazioni di produttivit‡. C'Ë bisogno poi di manodopera stagionale che deve essere reperita tempestivamente creando le condizioni di integrazione e di servizio necessarie, e non essere ritardata da politiche burocratiche nazionali e locali.
    Infine se si vogliono promuovere politiche di marketing territoriale occorre progettare distretti culturali integrati in tutte le citt‡ e collegandoli alla salvaguardia dell'ambiente e alla valorizzazione dell'offerta turistica. Riuscire a salvaguardare beni artistici e monumentali, valorizzarli attraverso i distretti culturali puÚ essere l'occasione per renderli fruibili ai cittadini ,per qualificare settori produttivi e i centri storici e qualificare l'offerta turistica e culturale di un territorio. In un territorio dove esiste il pi_ grande bacino turistico dell'Europa non Ë cosa di secondaria importanza, cosÏ come la proposta innovativa di Welness Walley portata avanti da una nostra impresa leader nel mondo che potrebbe essere integrata con l'offerta di un turismo di qualit‡.
    Queste sono scelte prioritarie che tutti, forze politiche, istituzioni, mondo economico e sociale, mondo creditizio- nelle cabine di regia- dovrebbero sostenere nella consapevolezza della portata della sfida globale che coinvolge anche i nostri territori regionali, facendo uno sforzo per uscire dalla mediocrit‡ dei localismi, dei risentimenti,dei particolarismi e pensare in grande , unificando risorse e scegliendo le priorit‡ come del resto la politica , almeno nella nostra concezione, dovrebbe sempre fare.
    Quindi il nostro ruolo, sia nel governo della Regione sia nel governo delle citt‡ , oppure dall'opposizione- perchË si puÚ esercitare un ruolo di salvaguardia dell'interesse generale anche dall'opposizione , dove siamo in alcune citt‡ della Regione- deve essere quello di stimolo all'innovazione, al governo rigoroso delle nostre comunit‡, volto a coniugare ambiente e sviluppo, a promuovere processi di liberalizzazione dei servizi in grado di dare risposte efficaci ed efficienti agli utenti , cittadini o imprese che siano .
    Un ruolo che superi una visione ideologica di stato sociale ed introduca una moderna visione fatta di sussidiariet‡,di concertazione,di indirizzi e di controlli pubblici e di valorizzazione dei soggetti privati, a cominciare dal mondo associazionistico e cooperativo che rappresenta un valore positivo delle nostre realt‡.
    In quasi tutta l' Emilia-Romagna e in Regione noi appoggiamo giunte di centro -sinistra, di cui diamo un giudizio in generale positivo, per i risultati eccellenti che la Regione Emilia -Romagna ha raggiunto, fino ad essere una delle realt‡ pi_ sviluppate d' Europa. Questo Ë merito anche della partecipazione del PRI alle maggioranze, una partecipazione leale ma non subalterna:noi portiamo nel dibattito delle varie realt‡ un punto di vista che si collega alla cultura di governo dell'interesse generale e che aiuta a governare squilibri, razionalizzando risorse ed indicando priorit‡. PerchË non riconoscere che il riequilibrio della Romagna documentato nello studio che citavo ieri Ë il frutto di un'esperienza di governo che vede protagonisti i repubblicani?
    Fino agli anni Ottanta, occupazione, reti di servizi,infrastrutture erano tutti elementi penalizzanti la realt‡ romagnola: oggi non Ë pi_ cosÏ. Certo, esiste un problema di messa in rete delle infrastrutture e dei servizi, di superamento di campanilismi, ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti: perche' non dire che Forli' dal 51° posto oggi e' al 10° , prima in Regione,visto che la Presidenza della Provincia e' di un repubblicano?
    Semmai oggi abbiamo un problema opposto a quello di vent'anni fa: passare da una visione quantitativa dello sviluppo ad una visione qualitativa, sapendo che la composizione sociale si Ë modificata e quindi i bisogni e le risposte ai bisogni vanno studiati con i nuovi parametri di riferimento che dicevo prima.Se oggi a ForlÏ a Bologna , a Modena o a Ravenna c'Ë un'impresa ogni 8/9 abitanti vuol dire che bisogna adeguare il sistema dei servizi e quello sociale alla nuova realt‡.
    Se il ruolo della Cooperazione Ë in continuo sviluppo in tutta la Regione, ciÚ vuol dire che molti lavoratori, dei servizi, dell'industria o dell'edilizia, emancipati dallo strumento cooperativo o molti lavoratori autonomi emancipati dall'associazionismo artigiano, commerciale , turistico e dell'agricoltura hanno esigenze diverse da quelle della pura sussistenza, ma hanno bisogno di servizi alle loro imprese e di servizi sociali che sono sempre pi_ qualitativi e selettivi.Quello che voglio dire Ë che se si Ë modificata la composizione sociale delle nostre realt‡, occorre anche modificare la qualit‡ del governo e della governabilit‡.Questo vale per tutte le citt‡ della Regione. Noi, pur esprimendo un giudizio positivo sul governo locale, vogliamo continuare a confrontarci al di fuori di preoccupazioni elettoralistiche , ma partendo dalle realt‡ delle nostre comunit‡ e dai loro bisogni.
    Non ci piace una visione del governo e della politica disegnata sulle necessit‡ degli schieramenti e che prescinda dalla governabilit‡ effettiva.
    Non ci piace una visione delle alleanze che in corso d'opera imbarca soggetti dell'opposizione per le alleanze future, senza una parola di autocritica o senza una valutazione sull'incidenza che ciÚ puÚ avere sulla qualit‡ del governo, che Ë poi il metro di misura sui quali saremo giudicati dall'elettorato.
    Io non ho mai posto pregiudiziali nei confronti nË di RC nÈ dei Verdi, tuttavia l‡ dove queste forze hanno condotto l'opposizione pi_ dura non puÚ esserci un automatismo, ma deve essere chiaro che ciÚ non rallenti gli impegni presi con gli elettori.
    Se l'alleanza va ripensata, essa non puÚ tradursi in una mera visione politica di estensione, ma deve essere fatta per governare meglio le comunit‡, non per introdurre vincolismi o movimentismi paralizzanti.
    A me non piace, poi,che il giudizio sui repubblicani lo diano i protagonisti stessi, in una sorta di autocelebrazione che prescinda dal rapporto col partito e con i suoi organismi e dalle deliberazioni che si prendono.
    Riducendo di molto la capacit‡ critica anche rispetto ad argomenti dove dovremmo essere propositivi o rapportandosi solo ai propri territori.
    A me non piace chi Ë per il centro-sinistra davanti al Presidente della Regione ed accetta di stare in direzione nazionale in rappresentanza ed in quota alla destra del partito , non mi piace nemmeno che non si frequentino gli organi del partito e poi si sia sempre pronti a criticare chi svolge gratuitamente il proprio ruolo e promuove iniziative che tendono a stimolare l'impegno dei repubblicani.
    NË tanto meno mi piace che si abbia una visione delle alleanze esaustive del ruolo del partito: il fatto di stare in alleanze connotate in un certo modo non ci impedisce certo di inseguire un modello di terza via , di avere una visione riformatrice del meccanismo di sviluppo diversa da quella socialista e popolare ; lo stare nelle alleanze non ci puÚ certo impedire di criticare questo bipolarismo e lavorare per scardinarlo perchË produce guasti al Paese , lo paralizza nell'attivit‡ di governo,e produce un involuzione democratica che si manifesta in minor pluralismo, in diserzione dalle urne.
    Non mi piace chi dice” il sistema Ë bipolare e bisogna adeguarci”, perchË noi possiamo subire una limitazione alla nostra libert‡ ma non possiamo rinunciare a ricercare una miglior agibilit‡ politica per noi e per il Paese.Proviamo a chiederci adesso se la cultura di governo riformista o riformatrice di cui facciamo parte trova nell'attuale sistema maggioritario la possibilit‡ di esprimersi, o se invece la caratteristica di contrapposizione per la conquista del potere non finisca per essere condizionata e paralizzata dalla logica della necessit‡ di coinvolgere le estreme, che possono far conquistare il potere, ma non permettono di governare il Paese.
    Una prima considerazione da fare, allora, Ë che questo sistema maggioritario Ë funzionale solo alle esigenze delle forze conservatrici ,da un lato, e a quelle delle estreme dall’altro.
    Ma mentre i conservatori liberisti nella paralisi dell'attivit‡ di governo, provocata dalle loro estreme o dalle estreme di sinistra movimentista,ritrovano ,comunque, una loro coerenza perchË nella paralisi tutto ritorna allo spontaneismo dello sviluppo e al mercato e quindi ad un meccanismo che difende e conserva privilegi, mentre la stessa sinistra movimentista dalle storture del meccanismo di sviluppo e dalle ingiustizie del mercato trova ragioni di lotta politica e di mobilitazione, gli unici che non trovano una coerenza sono i riformisti, perchË la necessit‡ di allargare le alleanze per provare a vincere li obbliga, sia che vincano sia che perdano ad essere prigionieri delle loro estreme che non vogliono la riforma , come dimostra il referendum sull'art.18 o la concertazione come dimostra l' appiattimento sulle posizioni della CGIL .E quindi nemmeno dall'opposizione riescono a svolgere quel ruolo di controllo moderato, incalzati come sono da politiche movimentiste.
    Allora noi abbiamo il dovere di non adeguarci a questo bipolarismo, di proporre la via repubblicana -liberal-democratica, che non vuol dire necessariamente la terza forza, ma che rappresenta comunque un ancoraggio di coerenza verso una sinistra riformatrice e moderna. E noi dobbiamo, sul versante politico, cercare le forze laiche , liberali, socialiste , la stessa Margherita, affinchË assieme a noi pongano il problema della maturazione della sinistra.
    Noi non stiamo nelle alleanze di centro sinistra per favorire una parte dei DS contro la sinistra movimentista, noi abbiamo tutto l'interesse che la diaspora a sinistra si ricomponga in modo unitario nella chiarezza,perchË non puÚ esserci un partito di lotta e di governo che occupa tutto lo spazio moderato e movimentista .
    Noi intendiamo le alleanze per quello che debbono essere e cioË alleanze dove ognuno rappresenta la propria storia e viene rispettato per la propria identit‡. Non ci puÚ essere una identit‡ dei repubblicani misurabile sulla fedelt‡ ad una parte dello schieramento o al potente di turno; la possiamo, invece, garantire solo se organizziamo un progetto , la terza via ,e delle forze, che non necessariamente debbono essere terza forza, ma che possono comunque incidere sulla qualit‡ dei programmi e reggere il confronto riformista.Se poi ci fosse bisogno, visto che io ritengo impercorribile l'alleanza col centro- destra sia perchË non hanno un progetto alternativo credibile, sia perchË non ha classe dirigente locale in grado di supportarlo, sia perchË non Ë possibile per un repubblicano romagnolo passare dalla sinistra alla destra per fotocopia di schieramento e a prescindere dalla valutazione delle esperienze in atto , sia perchË attraverso l'operazione REGIONE ROMAGNA dimostra di non guardare all'interesse dei romagnoli o degli emiliani, ma ad una pura logica di potere politico , sperando di poter governare una parte della Emilia dividendola dalla Romagna . Questo cinismo che si svolge sulla testa dell'interesse generale ci mette nelle condizioni di porre una pregiudiziale a qualsiasi apertura nei confronti di questa classe dirigente di centro- destra fino a che non toglier‡ dal piatto la Regione Romagna, al di l‡ degli interessi veri dei suoi abitanti .Comunque, se ci fosse bisogno,e non potessimo raggiungere un accordo, aggregare forze laiche , repubblicane, liberali, e democratiche attorno ad un progetto non mi sembrerebbe per nulla disdicevole, anzi questa Ë la carta che ci da forza e credibilit‡ . Non percorreremo certo l'autonomia per pure ragioni di ricompattamento interno, perchË non so se ci ricompatteremmo , ma so che certamente perderemmo l'opinione pubblica, che invece vuole idee , programmi e anche identit‡.
    Io credo che in questi giorni ci siamo mossi per dare un contributo di idee, di programmi e anche di identit‡ al nostro partito per risolvere i problemi veri del territorio.
    Apriremo un confronto in direzione regionale ed arriveremo a stilare un documento definitivo sul quale ci confronteremo con le altre forze politiche, ed apriremo una discussione anche col partito nazionale.
    Partito nazionale che , secondo me, ha leggermente modificato l’impostazione rispetto alla questione dell’autonomia: infatti ci ha proposto un percorso da discutere insieme. E’ chiaro che noi lo svolgeremo attraverso un dibattito che parte perÚ da quello che noi siamo e dalla rivendicazione della rappresentativit‡ che le federazioni locali devono avere in un partito che ha tradizioni di vera autonomia che vanno garantite, pur nel reciproco rispetto e nella legittimazione che deriva dagli organi statutari.Faremo un dibattito col partito nazionale sull’estendibilit‡ automatica delle alleanze nazionali ; a me sembra che quel” potere di coalizione” che era stato teorizzato in effetti sia stato violato da tutti. Ci siamo presentati a queste elezioni amministrative un po’ come Arlecchino: ci sono stati risultati, alcuni positivi, altri meno; addirittura in alcune regioni, come la Sicilia e la Calabria, ci siamo presentati anche da soli o in alleanza col centro –sinistra. I risultati sono stati alterni, vedi quelli non esaltanti di Massa Carrara , dove ci siamo presentati col centro sinistra;in altre regioni d’Italia sono stati positivi .
    A me sembra, comunque, che oggi ci siano le condizioni nuove per discutere concretamente di politica , come noi stiamo facendo in questi tre giorni. Non credo che questo confronto finir‡ per paralizzare la possibilit‡ delle alleanze a livello locale; ho l’impressione, invece, che ci sia un certo modo dei repubblicani di “sedersi” sulle alleanze, di assuefarsi:una volta avuta la certezza di una possibile continuit‡ con le esperienze del passato, si possono anche disertare le sedi dell’approfondimento.Questo sarebbe veramente un modo per far finire la tradizione del partito repubblicano; noi dobbiamo invece continuare a discutere dei problemi tutti i giorni, se vogliamo esercitare fino in fondo un ruolo di governo sia che stiamo al governo diretto della cosa pubblica , sia che stiamo all’opposizione ad esercitare un ruolo di controllo e di garanzia per l’interesse generale dei cittadini.
    Mi pare che in questa convention noi lo abbiamo fatto e che possiamo dare a tutti i repubblicani di destra, di centro , o di sinistra una piattaforma di contenuti unitaria per esercitare il ruolo di una forza attiva che sa rinnovarsi, pur tenendo presente la grande tradizione da cui proveniamo.

  5. #295
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito tratto da IL RESTO DEL CARLINO 19 giugn0 2003


    Diffamazione, il Pri accusa Fava (Lista Di Pietro)

    FORLI' - Finisce in Tribunale un'altra iniziativa politica della Lista Di Pietro-Italia dei Valori. Flavio Fava, esponente locale dei 'dipietristi' è stato accusato di diffamazione per un volantino in cui tacciava i repubblicani di 'concubinaggio' rispetto ai dirigenti dei Ds. Assistiti dall'avv. Giovanni Elliott Fontana, si sono costituiti parte civile Piero Gallina (presidente della Provincia), Luigi Sansavini, Lodovico Buffadini e Vidmer Valbonesi.

  6. #296
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    23 Oct 2009
    Messaggi
    9,385
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito dalla voce repubblicana di oggi

    vi posto il corsivo dedicato a Cofferati a Bologna dal secondo numero della nuova serie del nostro giornale:

    Cofferati a Bologna.
    Un dubbio e una certezza

    Un dubbio, per lo meno sul significato della candidatura di Cofferati alla guida di Bologna lo avevamo: e cioè che si trattasse non di una proposta volta ad un ulteriore sviluppo della città, ma alle questioni reative la leadership nazionale dell’Ulivo.
    Dopo aver letto l’intervista dello stesso Cofferati al Corriere della Sera, questo dubbio è risolto. Si tratta di una vicenda interna all’ulivo. Cofferati è chiarissimo a proposito quando dice “il mio ruolo nazionale sarà determinato dalla qualità del lavoro che saprò sviluppare a Bologna”. Insomma Boogna è una tappa necessaria per la carriera del signor Cofferati, che non aveva nessuna intenzione di restare in Pirelli come pur aveva annunciato a suo tempo e che non poteva, pena uno scontro verticale nei ds, e fra ds e margherita, assurgere a leader della coalizione di centro sinistra.
    Nell’attesa di veder chiarire le acque attraverso le quali dovrà nascere un candidato unico a guida dell’opposizione, Cofferati pensa di veder aumentare le sue quotazioni in un ruolo amministrativo ed istituzionale, come si convine di questi tempi, come sindaco.
    Ora essendo però alla fine l’elettorato che decide, sarà interessante vedere se avrà questa possibilità concretamente, oppure ha avuto ragione chi lo ha voluto candidare lì per toglierselo di mezzo contando che la città del riformista Biagi eviti di scegliere il principale avversario politico del progetto del prefessore assasinato dalle Brigate Rosse, proprio dopo che Cofferati lo aveva indicato, con grande garbo, ovviamente, come un nemico dei lavoratori.
    Accanto a questa incognita abbiamo però guadagnato una certezza e cioè che nella polemica residua che Cofferati mantiene contro la modernità e il liberismo, non vediamo come sia possibile che un “blocco sociale innovativo” possa essere disposto a sostenerlo, semnpre che egli non si riferisca ai no global bolognesi. Questo perchè quel blocco sociale innovativo, che a Bologna è sempre esistito e che noi conosciamo bene, la sua scelta l’ha già fatta a tempo debito votando Guazzaloca e abbiamo ragione di credere che non avrà motivo per cambiarla. Anzi, guardando il biglietto da visita del più grande conservatore sociale di questo paese, capace di sfidare nel suo antiriformismo, non solo Berlusconi, ma anche D’Alema, quella scelta farà bene a confermarla e a rafforzarla. L’occasione per appiedare “il pacifista” Cofferati, colui che auspicava una lunga guerra in Iraq affinchè gli americani patissero molte vittime, è davvero ghiotta.
    ----------------
    tratto da:
    LA VOCE REPUBBLICANA

    del 26 giugno 2003

  7. #297
    Registered User
    Data Registrazione
    30 Aug 2002
    Località
    Modena
    Messaggi
    1,425
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Cofferati

    Per Calvin

    Oltre al ruolo di Cofferati (che a noi non deve interessare più di tanto: a Bologna il nostro candidato non potrà che essere ancora Guazzaloca e vincerà di nuovo), cerchiamo di recuperare per la nostra regione gli amici di Piacenza.

    Puoi verificare se si può fare qualcosa per legittimarli nuovamente ed eliminare un commissariamento che nei fatti distrugge una realtà dove abbiamo sempre presentato il simbolo?

    Grazie.

    Tex Willer

  8. #298
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito tratto da la GAZZETTA DI MODENA 26 giugno 2003


    'Il gran successo di Hera uno smacco per Meta spa'

    Alberto Fuzzi Segretario provinciale Pri

    S.RODOLFO (Modena) - Il segretario provinciale del Partito Repubblicano Italiano interviene con una lunga nota sul collocamento in Borsa di Hera.
    «Il successo del collocamento in borsa di Hera spa (nata dall'accordo fra le amministrazioni locali della Romagna e di Bologna), che va ben oltre ogni rosea previsione, ripropone tutti gli interrogativi che aveva posto il Pri di Modena sulla gestione di Meta spa.
    Il confronto fra i due collocamenti è presto fatto: da un lato l'appetibilità per i sottoscrittori dell'acquisizione di quote in un soggetto capace di fare massa critica con la rinuncia sostanziale ad ogni controllo da parte di un azionista di maggioranza, dall'altro la non capacità, o piuttosto la non volontà, di fare almeno un soggetto unico nella provincia, concludendo accordi con le altre ex municipalizzate.
    Da una parte, come sostiene il Presidente di Hera, quattro punti fondamentali per il successo del collocamento: un piano industriale con prospettive di crescita e di redditività, un valido modello organizzativo interno aperto a possibili integrazioni, la mancanza di un azionista di controllo e l'impegno ad una politica dei dividendi superiore alla media di mercato.
    Dall'altra parte, sotto la guida del Presidente di Meta Bisoni, una presentazione con l'utilizzo di un prospetto informativo quanto meno poco chiaro sulle prospettive per l'investitore.
    Quello che abbiamo cercato di fare in questi anni come repubblicani e con il nostro rappresentante in consiglio comunale è stato richiamare la dirigenza ed il consiglio di amministrazione di Meta a svolgere il proprio compito istituzionale di garanti per la proprietà di un'azienda cresciuta grazie al contributo di tutti i cittadini e di indirizzo per possibili sviluppi in settori avanzati con notevoli riflessi sull'economia locale.
    Dovrebbe essere imbarazzante costatare come il collocamento delle azioni di Meta si sia concluso con una sottoscrizione inferiore all'offerto mentre Hera spa ha raggiunto richieste triple rispetto all'offerta.
    Dovrebbe essere imbarazzante anche, come primo atto del nuovo consiglio di amministrazione, procedere agli aumenti dei compensi interni.
    E mentre i cittadini modenesi possono contare sul fatto che i repubblicani non mancheranno di continuare ad osservare la gestione di Meta, intervenendo sui punti criticabili, auspichiamo che anche altre forze, presenti nella stessa maggioranza, ritrovino il coraggio necessario per accelerare nell'abbandono di posizioni dominanti, aiutando contemporaneamente il vice sindaco Cottafavi in una gestione più agevole del bilancio del Comune di Modena ed il management di Meta per la crescita di Meta stessa con ricadute positive su tutti i cittadini della nostra Provincia.

  9. #299
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito tratto da IL RESTO DEL CARLINO 29 giugno 2003


    La lettera a Mercatali: «Ritiro la candidatura»

    RAVENNA - «Caro sindaco, da più parti si sente invocare per l'Autorità portuale un candidato 'al si sopra delle parti', 'apolitico e apartitico'. Io sono repubblicano e intendo rimanerlo, non ho intenzione di camuffarmi nè tanto meno di rinunciare alle mie convinzioni morali ed etiche. Sono stato eletto e nominato anche in ragione di una appartenenza politica che per me è motivo di orgoglio e mi aiuta nell'impegno di amministratore della cosa pubblica. Inoltre dalle dichiarazioni sulla stampa fino ad oggi lette, non mi sembra che una mia eventuale candidatura possa unire anziché dividere. Per queste ragioni ti prego pertanto di non considerare il mio nome nel novero delle proposte che gli Enti locali si apprestano a formulare per l'Autorità portuale. Oggi il porto di Ravenna ha bisogno dell'impegno della Regione e del Governo nella massima sintonia con le Istituzioni locali; il solo pensare che si possa aprire il minimo conflitto sulla mia idoneità politica a ricoprire quell'incarico mi porta a chiederti di escludermi da qualunque ipotesi».

  10. #300
    Forumista senior
    Data Registrazione
    27 Oct 2009
    Messaggi
    2,580
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito who's

    chi è che scrive? quali sono le condizioni dell'alleanza, vogliamo scommettere che alla fine ci andrà qualcuno dei ds?

 

 
Pagina 30 di 94 PrimaPrima ... 202930314080 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. la Romagna toscana dovrebbe essere annessa all'Emilia-Romagna?
    Di dedelind nel forum Il Termometro Politico
    Risposte: 31
    Ultimo Messaggio: 28-09-11, 19:37
  2. ** Repubblicani in EMILIA e nella ROMAGNA (2)
    Di nuvolarossa nel forum Repubblicani
    Risposte: 885
    Ultimo Messaggio: 27-01-09, 12:59
  3. Repubblicani in Emilia e Romagna
    Di nuvolarossa nel forum Emilia-Romagna
    Risposte: 113
    Ultimo Messaggio: 06-09-08, 18:04
  4. Risposte: 18
    Ultimo Messaggio: 22-02-08, 21:30
  5. Emilia-Romagna
    Di Giò nel forum Il Termometro Politico
    Risposte: 29
    Ultimo Messaggio: 09-02-05, 19:28

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito