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  1. #91
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    Predefinito da IL RESTO del CARLINO del 9 giugno 2002



    Nucara: «Quale autonomia?
    Il Pri romagnolo è in crisi»

    «Leggendo l'intervista a Piero Gallina ho qualche dubbio sulla volontà di andare avanti insieme». Pur essendo consapevole di arrivare nella tana del leone dei contestatori, Francesco Nucara, segretario nazionale del Pri, non ha edulcorato i toni del proprio intervento al congresso regionale che si concluderà oggi nei padiglioni del Macfrut di Cesena con l'elezione del nuovo segretario, il forlivese Vidmer Valbonesi. Il clima del dibattito è stato infuocato: nella sua relazione, dalla lunghezza d'altri tempi, Vidmer Valbonesi ha rivendicato con forza l'autonomia degli organi decentrati e periferici rispetto alla segreteria centrale. Ha definito «demenziale», oltre che anacronistico e antistorico il metodo centralistico. «Il punto vero — ha replicato Nucara — è che i dirigenti romagnoli continuano a mascherare sotto il tema dell'autonomia regionale la sostanziale crisi politica e la conseguente caduta di consensi elettorali del partito in Emilia Romagna. Perché poi chiedete a Roma maggiore democrazia interna quando questa non la praticate, verso la minoranza, nella provincia di Forlì? La segreteria del partito è titolare del simbolo e, almeno fino a quando sarà segretario, chiedo a tutti gli iscritti lealtà». Il parere diverso dei repubblicani romagnoli è stato espresso dall'ex segretario regionale Paolo Gambi: «O affermiamo l'autonomia nelle alleanze locali o ci prepareremo alla guerra. Non ci faremo portare via il simbolo».
    [mid]http://utenti.lycos.it/NUVOLA_ROSSA/TUTTEESERE.mid[/mid]

  2. #92
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    Predefinito la Sbarbati............

    Cari amici
    quello che leggo mi riempie il cuore di tristezza, dopo tanti dibattiti Valbonesi si era defilato, mi dispiace per la sua posizione che è di un uomo equilibrato e politicamente corretto.
    La Sbarbati cominciò così, quando non riusci a conquistare il PRI, rivendicò l'autonomia e un partito federale, per poter comandare meglio dico io, questo giochetto fortunatamente non gli riusci edopo poco uscì dal PRi.
    Ora ci provano i romagnoli.
    Attenzione alle sedi, l'occupazione di migliaia di miliardi di capitale come andrà a finire?
    Ciao.

  3. #93
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    ma come ti permetti di dare giudizi sulla base di resoconti di stampa faziosi, di paragonarmi alla sbarbati e di parlare di scissioni adesso capisco perchè avete consegnato alla sbarbati il partito .leggiti la mia relazione e stai tranquillo io non sono defilato sono nel pri e intendo restarci assieme a tutti i repubblicani dell'emilia -romagna rivendicando l'autonomia politica dei livelli periferici ma riconoscendo la legittimità della politica nazionale . leggiti la relazione che ho mandato a nuvola rossa e vedrai che io non parlo di un altro partito ma del pri.
    se ti può consolare quasi tutti gli sbarbatiani non mi hanno votato segretario.

  4. #94
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    Relazione di Widmer Valbonesi al Congresso Regionale del P.R.I. dell'Emilia e della Romagna

    Care amiche e cari amici delegati,
    consentitemi di rivolgere un caloroso saluto a tutte le autorità presenti, agli invitati, al segretario nazionale on. Francesco Nucara,e di ringraziarli per essere presenti al nostro 22° Congresso Regionale.

    Un appuntamento che riveste un particolare significato, perché, oltre a verificare lo stato dei rapporti politici e programmatici della realtà regionale e periferica , è il primo congresso in cui i repubblicani dell'Emilia-Romagna riflettono sui risultati di una svolta politica nazionale che li ha visti e li vede, in stragrande maggioranza, contrari.

    Una possibilità di verifica, dopo un anno di governo nel centro –destra, sui risultati politici e programmatici ottenuti per lo sviluppo dell’identità repubblicana e dell’interesse generale del paese.
    Facendo questa verifica, noi sentiamo addosso la responsabilità di dare un segnale a tutti i repubblicani italiani, dentro e fuori dal partito ,che non hanno abbandonato l’ideale repubblicano e che possono essere coinvolti in un progetto politico e culturale che evidenzi l’idea e l’identità repubblicana.

    Io credo che le ragioni politiche , ideali e culturali che ci portarono , a Bari, ad assumere una posizione alternativa alla prospettiva di annacquarci nel centro-destra, escano rafforzate dallo svolgimento delle azioni politiche interne al centro-destra, ma soprattutto dalle azioni di governo del centro-destra.
    Perché a Bari assumemmo una posizione di autonomia?
    Perché avvertivamo su di noi la responsabilità di non abbandonare un ruolo storico del PRI, e cioè la necessità che il Pri nel momento in cui rivendicava l’Europa politica come la “nuova frontiera” politico istituzionale in grado di ridisegnare le regole della convivenza pacifica e dello sviluppo economico e sociale, dovesse essere il protagonista di un progetto politico culturale di terza via, fra quella socialista e quella popolare, cioè la via repubblicana-liberal-democratica, e dovesse organizzare politicamente questa terza forza in Italia per l’Europa.
    E questo era da noi maggiormente sentito soprattutto per il fatto che i due schieramenti ci sembravano sempre più somiglianti nella loro logica di fondo; e cioè la volontà di conquistare comunque il potere e non certo sfidarsi in nome del miglior governo dell’interesse generale del Paese.

    TERZA VIA -TERZA FORZA

    Il problema della terza via, in Italia, all’interno di un bipolarismo che velleitariamente tende al bipartitismo, assomiglia a tutto, tranne che alla normalità europea. Qui non si confrontano due modelli di sviluppo sui quali i cittadini scelgono di essere un po’ più liberisti o un po’ più riformisti, ma due modi di intendere la politica come conquista del potere .I ceti sociali di riferimento non sono quelli delle società aperte , ma decisivi per la vittoria, sono quelli corporativi ed assistiti per entrambi, i diritti civili sono dimenticati da entrambi , la sudditanza al Vaticano è totale per entrambi, la convinzione che lo stato debba garantire i diritti senza nessuna forma di dovere, di virtù civile, è la caratteristica di entrambi gli schieramenti. Sul piano politico l'egemonia , nei due poli, è esercitata dalle forze che sono uscite perdenti dalla storia. L'equivoco che esista una visione terza rispetto al socialismo o al popolarismo da portare avanti o dall'interno della parte socialista o dall’interno della parte popolare, è ciò che di fatto ostacola il sorgere e l'affermarsi di questa visione terza, che invece va elaborata come progetto politico e culturale autonomo. Il che non vuole dire isolamento, ma confronto, con pari dignità, tra culture diverse che possono, sul piano del governo, anche raggiungere intese, ma che rimangono tre visioni , tre modelli di società, tre culture politiche diverse che devono alimentare l'alternanza. Se qualcuno , oggi come ieri ,invece pensasse che si possono mixare modelli e culture diverse per sintetizzarne una terza che diventerebbe "la via ", allora produrrebbe velleitariamente il disfacimento delle singole culture, che perderebbero le loro radici storiche e culturali e quindi quel valore aggiunto del pluralismo, per dar vita ad un coacervo indefinito per pochi addetti ai lavori .
    Io ho letto da tempo le tesi di Antony Giddens sulla terza via: un po’ più liberali del socialismo europeo, e un po’ più socialiste del liberalismo. Le ho giudicate utilitaristiche, perché dire che la sinistra deve superare la strategia politica ,cioè il modello di società, e occuparsi più della tattica, cioè di come affrontare secondo il canone delle aspettative crescenti i bisogni della gente, e quindi le elezioni, in modo da non essere in difficoltà sulla sicurezza, sulle tasse, sul welfare, e intervenire alzando il livello delle promesse, significa avere una visione della politica intesa, non come capacità di realizzazione di modelli competitivi di democrazia e di società più o meno giuste, ma come lotta per conquistare il potere, cercando di diminuire le differenze fra i due poli(le due vie appunto), inventando una terza via che sia un po’ dell'uno e un po' dell'altro.

    E questo è stato l’equivoco rappresentato per anni dalla “ Cosa 2, e da FI” come sintesi delle culture riformiste e moderate.
    Questo nei paesi anglosassoni è possibile, perché esistono sistemi bipolari o bipartitici consolidati, in cui si condividono i valori fondamentali costituzionali della libertà capitalistica, delle alleanze occidentali, della laicità dello stato, della libera ricerca, delle regole antitrust, della legittimazione e del ruolo di garanzia che l'opposizione gioca nei confronti dei cittadini. Questo è possibile in Germania, dove socialdemocrazia e popolarismo garantiscono comunque sistemi istituzionali e sociali facilmente individuabili dalle tradizioni di quei partiti. In Italia, il bipolarismo è contrapposizione o appoggio a Berlusconi, non è un modello alternativo di governo o di società, all'interno di un modello costituzionale accettato e condiviso
    da tutti, bensì una lotta feroce per la conquista del governo , che giustificherebbe ogni alleanza , anche la più contraddittoria dal punto di vista degli ideali di riferimento, pur di battere l'avversario ed impossessarsi del potere. Il contrario della politica intesa come capacità di esprimere una cultura di governo dell'interesse generale.

    La terza via, che è appunto, invece, questa idea della politica, è necessaria nel nostro Paese, perché prevalga la democrazia repubblicana ,quella che attraverso il pluralismo politico, culturale e sociale produce un confronto continuo che rende virtuosa la democrazia, attraverso processi deliberativi frutto di questo confronto; quella che coniuga innovazione e sviluppo con riequilibrio e giustizia sociale, quella che ha il coraggio di essere impopolare per rompere l'assistenzialismo, il corporativismo, il massimalismo, o i dogmi dello stato sociale ideologico, che destra e sinistra in parlamento hanno perpetrato votando all ' unanimità il 95% delle leggine per conquistarsi le grazie dei ceti assistiti e corporativi di questo paese.
    I ritardi della sinistra democratica anche oggi sono dovuti al fatto che, pur avendo la storia battuto certe idee, le classi dirigenti della sinistra sono tarate sui dogmi del consenso del sindacato di classe, della solidarietà contro i complotti
    dei poteri forti, etc..

    I ritardi della destra democratica sono speculari: il complotto comunista, rappresentare i valori cattolici attraverso la sudditanza al Vaticano, un po’ di nazionalismo e di liberismo, la volontà di farsi guidare dall'uomo forte che metterà le cose a posto, l'abbassamento delle tasse, le promesse innovative che, invece, il blocco corporativo non consentirà mai né alla destra né alla sinistra di realizzare . In Italia, quindi, si giustifica una terza via, diversa dall’antipolitica che destra e sinistra rappresentano, e che può rappresentare socialmente tutti coloro che da questo blocco parassitario ed assistenziale sono esclusi.
    Una terza via che fosse una marmellata di queste realtà sarebbe un equivoco democratico ancora maggiore perché la democrazia è fatta di confronti, di idee che si scontrano o si incontrano attraverso la conoscenza di modelli di governo alternativi, di culture diverse e di momenti deliberativi trasparenti, non di culture mixate dalle tattiche per la conquista del potere. I risultati di tali logiche sono che anche quando governa la sinistra in termini di riallocazione delle risorse, di scelte verso la giustizia sociale o di diritti civili e di società aperta ,non si notano i cambiamenti, anzi è come se governassero i conservatori, perché, conservatrice è la politica delle aspettative crescenti e dei ceti corporativi e burocratici che si inseguono. Non si cambia la sinistra iscrivendosi a questa sinistra ed indebolendo la vera sinistra democratica che è il PRI, e non può il PRI sentirsi parte di questa sinistra che ha caratteristiche tanto conservatrici .Tuttavia ,detto questo , in termini di un confronto con la sinistra che Ugo La Malfa ci ha insegnato a tenere sempre vivo e costruttivo . A maggior ragione , il PRI non può sentirsi parte di una destra che è anticultura-repubblicana in tutte le questioni di libertà e di civiltà, di giustizia sociale , di indipendenza della magistratura, di confronto con le organizzazioni sociali, di intervento programmato per correggere gli squilibri territoriali e sociali, o sulle grandi questioni di politica estera.

    Perciò il PRI deve condurre questa battaglia di identità che non è solo una battaglia di definizione del modello repubblicano ma che sul piano politico può mettere insieme quelle culture laiche , liberal, democratiche e repubblicane ,oggi millantate nel centro sinistra come nel centro destra, ma di fatto rappresentate dalla benevolenza delle oligarchie nuove o dall'utilitarismo dei singoli che si camuffano.

    IL REPUBBLICANESIMO

    La terza via esiste da sempre ed è il repubblicanesimo, un modello che istituzionalmente si riconosce nella Repubblica, dove le regole sono una garanzia delle libertà di tutti e perciò i cittadini sono partecipi non solo nel richiedere diritti, ma anche nel deliberare e nell’ esercitare doveri, dove la libertà si coniuga con la giustizia sociale, dove la solidarietà è associazionismo, che aiuta a rimanere liberi e non carità che abitua a divenire servi; dove i diritti di cittadinanza internazionale aiutino ad includere anche chi ha idee politiche e religiose diverse o chi è di razza diversa; dove l'umanità è vista come progresso; e dove il fine dell'umanità è la felicità degli uomini e l'alleviamento delle sofferenze e dove quindi la ricerca scientifica libera è la condizione per affrontare e risolvere le grandi questioni della salute e dell'ambiente.

    Siamo per l'Europa e per nuovi diritti e doveri della comunità internazionale, per cui la globalizzazione è una grande opportunità se trova momenti di regolamentazione internazionale e se troverà tutti pronti a cimentarsi positivamente, non certo secondo le regole del puro mercato o attraverso la demonizzazione oscurantista, molto ideologica, portata avanti dalle chiese e dalle sinistre estreme ambientaliste o vetero comuniste. La programmazione dello sviluppo e la condivisione di progetti concertati fra istituzioni e soggetti sociali ed imprenditoriali rimane il metodo per riallocare risorse verso l'innovazione, lo sviluppo, ed il riequilibrio, secondo priorità ben definite e che ci differenzia dalle concezioni corporative o dalla programmazione come elencazione di obbiettivi che produce interventi a pioggia ed il prevalere dello stato assistenziale. Siamo per la democrazia repubblicana e non per la democrazia consociativa o corporativa cui si ispirano i due poli e quindi vogliamo poca burocrazia e servizi efficienti in un regime di concorrenza e non di monopolio, per i cittadini e per le imprese e non tasse occulte contro i cittadini o le imprese, come oggi avviene in regime di monopolio e in mano ad enti locali che attraverso gli aumenti delle tariffe pensano solo a dividersi utili o a consolidare privilegi per chi vi lavora. Reti infrastrutturali logisticamente compatibili, formazione professionale per i lavoratori e le imprese, e non per i formatori. Questa è la terza via repubblicana, che sul piano politico può incontrare la tradizione liberale e democratica in alleanze, ma che ha la dignità di una propria caratterizzazione culturale e politica.
    Ognuno può pensarla come vuole, ma non si venga a dire che è tramontato il ruolo del PRI e che è più facilmente trasformabile la tradizione riformista socialista o cattolica in qualcosa che assomigli al repubblicanesimo. Perché il Pri non dovrebbe avere un futuro, se storicamente la cultura repubblicana risulta vincente sia nei paesi che l'hanno sperimentata sia in quelli che l'hanno ignorata per le mode marxiste o liberali.? Perché se Bobbio, Rusconi, Barbara Spinelli, Viroli, Habermas, Skinner, Pockoch, Pettit,Zagrebelsky, Balzani, ed altri, oggi vedono nel repubblicanesimo la risposta più moderna per affrontare i grandi temi della globalizzazione civile ed economica , coloro che si richiamano al repubblicanesimo dovrebbero cercare altre case per realizzare il loro ideale politico? Se è un problema di classe dirigente lo si valuti, ma bisogna accettare le regole del confronto democratico per determinare svolte condivise all'interno di un partito, inteso come associazione di cittadini liberi, regole dove le divergenze non possono portare chi è in minoranza ad uscire per accasarsi in ruoli assolutamente minoritari dal punto di vista della cultura politica, anziché confrontarsi dialetticamente all'interno di una medesima cultura politica, come è avvenuto per tutti coloro che usciti dal PRI dicono di essere rimasti repubblicani, dentro ai DS o in FI, nella Margherita come in AN.

    Costoro hanno scelto in base ad una concezione utilitaristica e non certo ideale o culturale; anche l'utilitarismo è una scelta rispettabile, solo però se la si presenta come tale . Ma pur auspicando il ricomporsi della diaspora ed il ritorno alla casa madre di tutti coloro che non si siano macchiati di particolari nefandezze ,essa non può essere l’ esempio da indicare ai repubblicani.
    La ricomposizione della diaspora non può che essere il frutto di un progetto politico nel quale gli ideali e l’idea della Res –publica siano il collante per tutti i repubblicani e per tutti coloro che non si riconoscono nell’ idea misera della politica governata da logiche di puro schieramento .
    Per fare ciò, occorre avere la capacità di riflettere a fondo sui processi di trasformazione economici e sociali e sui meccanismi di funzionamento delle istituzioni democratiche che la globalizzazione comporta.

    GOVERNARE LA GLOBALIZZAZIONE

    Cari amici, la sfida che pongono la globalizzazione dei mercati, lo sviluppo tecnologico , la nuova rivoluzione telematica e tecnico- scientifica richiede alle forze politiche un salto di qualità nella concezione del governo di società così profondamente modificate e complesse.

    Oggi ci sono due grandi conflitti prevalenti nel mondo: il conflitto tra coloro che credono che la globalizzazione debba essere affrontata senza regole, che l’economia di mercato, o meglio il liberismo e lo sviluppo per lo sviluppo, siano le ricette utili a risolvere i problemi economici e a dare prospettive di benessere all’uomo; e c’è chi si oppone a questa prospettiva, in virtù di dogmi religiosi e di una concezione ideologica precapitalistica , molte volte legata ad un intervento statalista , assistenziale; un’idea che si oppone alla scoperta scientifica, alla laicità dello Stato, e ritiene che il mondo globale sia il demonio e che occorra tornare alla dimensione nazionale, regionale, magari etnica. Noi siamo contrari a queste due visioni, ma queste due visioni albergano trasversalmente sia nel centro-sinistra sia nel centro- destra.
    Di fronte a questa miscela di corporativismo, localismo, rivendicazionismo, oscurantismo, che determina l’abdicazione della politica alla logica del liberismo o, peggio ancora, dello spontaneismo, il Pri deve contrapporre il primato della politica come cultura di governo dell’interesse generale.
    Il primato della politica, come noi lo intendiamo, è la capacità che le forze politiche hanno di dare risposte all’interesse generale del paese. Storicamente, attraverso l’azione di Ugo La Malfa, noi abbiamo dato una risposta al primato della politica. Noi non abbiamo mai ritenuto le forze politiche delle sovrastrutture, come intendeva Marx, o lo stesso Einaudi quando, in polemica con Benedetto Croce, si riferiva alla libertà come conseguenza del meccanismo di sviluppo capitalistico e non come il frutto di uno status democratico. Noi abbiamo risposto che, in democrazia, le forze politiche- attraverso l’azione di governo- possono orientare il meccanismo di sviluppo del paese, garantendo la libertà e la giustizia sociale. Il meccanismo di sviluppo capitalistico è uno strumento che garantisce possibilità di accumulazione, come nessun altro sistema è in grado di fare, e che, in questa sua capacità, va preservato, non gravandolo di pesanti condizionamenti burocratici o di eccessivi carichi fiscali; tuttavia è l’azione delle forze politiche ,attraverso il governo, che può scegliere di orientarlo verso i consumi sociali( occupazione, previdenza, sanità, difesa dell’ambiente ,incentivazione dei trasporti ecc.) oppure verso i consumi individuali lasciandolo sostanzialmente esposto allo spontaneismo del mercato. Nella sua capacità redistributiva, quindi, il meccanismo di sviluppo capitalistico può essere neutro, ma neutre non sono le forze di governo che decidono come orientare e redistribuire le risorse : e quello che dovrebbe distinguere la politica di governo di una forza moderata da quella di una forza di sinistra è che la prima accetta, per quel che concerne il meccanismo di accumulazione, la situazione per come essa è, la seconda invece tende a modificarla verso condizioni di maggiore giustizia sociale. A me sembra di poter dire che il sistema maggioritario nella sua logica di conquista del potere di fatto non rende evidenti queste diversità.
    Ecco allora ,la necessità di una terza strada che non è solo espressione di una cultura diversa ma che al fondo è un diverso modo di intendere e di risolvere i problemi del paese.

    REPUBBLICANESIMO E GLOBALIZZAZIONE

    La strada ,amici repubblicani è quella del repubblicanesimo che è una teoria della integrazione politica , una teoria che individua le ragioni dello stare insieme politico, e che sceglie l’integrazione civica come l’essenza stessa della società politica. La crisi della politica e la disaffezione dalla politica, nei primi 50 anni della Repubblica, sta nell’incapacità della classe dirigente del paese, dai politici agli intellettuali, di saper porre come fondamento della Repubblica alcuni vincoli e comportamenti solidali, che individuassero la civitas, come comunità di cittadini capaci di stare insieme al di là dei diritti individuali e delle etnie . Certo, esistono altre concezioni politiche di integrazione, quella socialista e quella popolare europea, che costituiscono l’ispirazione dei due poli prevalenti di centro-destra e di centro-sinistra; tuttavia molte volte quelle tradizioni si sono concretizzate in pure elencazioni di bisogni, di diritti, di obiettivi, di rivendicazioni ,di momenti assistenziali, di prebende. La scuola repubblicana insegna, invece, politiche, metodi e strumenti di individuazione delle priorità da perseguire attraverso lo strumento dello sviluppo programmato.
    Quindi noi non abbiamo improvvisato un ruolo autonomo del Pri, perchè esso traeva origine dalla consapevolezza storica di rappresentare un’area culturale e politica che non può essere subordinata ad altre culture politiche o confinata in un ruolo marginale , considerato con sufficienza e sopportazione.
    GOVERNO BERLUSCONI VALORI REPUBBLICANI?
    Rispetto ai valori e ai contenuti del repubblicanesimo in questo anno di governo, quali risultati si sono ottenuti?
    Rispetto, ad esempio, ai due presupposti fondamentali sui quali si basò la decisione di aderire alla coalizione di centro-destra, e cioè la politica estera e la politica economica, questo governo ha dato dei risultati di cui i repubblicani possono andare fieri o invece il governo ha messo in atto dei provvedimenti e delle politiche dalle quali i repubblicani devono prendere le distanze?
    Parliamoci chiaro, se ci trovassimo al di fuori delle polemiche interne e guardandoci negli occhi, e se dovessimo giudicare ad esempio la finanziaria rispetto alla linea di tendenza dell’economia italiana inserita in un contesto negativo della congiuntura mondiale già evidente prima dell’11 settembre; se non ci fossero state queste polemiche interne ,dicevo , e noi fossimo fino in fondo liberi di potere esprimere il nostro giudizio io credo che noi non avremmo potuto votare a favore di una finanziaria come quella proposta dal governo. Perché era una finanziaria che si basava su di un presupposto ,quello dell’extra- deficit , che Monorchio ha detto non esistere , ( lo stesso FMI, con i correttivi tecnici che sono stati attivati disse che si sarebbe stati all’interno delle previsioni)e che, era una finanziaria che non faceva politica economica , questo è il dato , e ha fatto alcune scelte- rispetto ai ceti sociali di rappresentanza- che contraddicono il messaggio elettorale che aveva mandato. Questa penalizza fortemente i ceti medi , ma fortissimamente i ceti medi, penalizza il sistema degli investimenti . E’ strano che uno come Tony Blair, che non è sicuramente sospettabile di conservatorismo pubblico , dopo l’11 settembre, abbia rilanciato il sistema dei servizi pubblici, o che l’America abbia stanziato 75 miliardi di dollari per gli investimenti aggiuntivi, che lì venga detto chiaramente che si tratta di una nuova politica keynesiana , mentre noi accettiamo senza dire una parola, che il ministro Tremonti vada in Parlamento , spacci per liberista questa manovra finanziaria e dica “spazzeremo via 50 anni di keynesismo “. Quando ,ripeto, gli USA stanziano 75 miliardi di dollari per gli investimenti e non solo, quindi i tagliano i tassi di interesse, per fronteggiare la nuova situazione, perchè nel nostro paese non si sono approntati nuovi investimenti adeguati al rilancio dello sviluppo? La finanziaria aveva fatto
    una previsione di entrate che era chiaramente aleatoria , perché non si può dire 15000 miliardi arriveranno dalla cartolarizzazione, alcune migliaia di miliardi verranno dal rientro dei capitali all’estero; queste erano speranze, ma non è avvenuto. Questo lasciava presumere che anche quel poco di tenuta rispetto al patto di stabilità rischiasse di saltare sotto il peso dei corporativismi di destra e di sinistra, come in passato è avvenuto sulle leggine, purtroppo è successo. Io mi chiesi allora, se di fronte alla situazione che si stava profilando fosse giusto che il patto di stabilità dovesse essere mantenuto entro i limiti dell’ incidenza del debito pubblico sul PIL dell’1,1 o se non andasse rinegoziato per le ragioni opposte alla finanza allegra che stava dietro alla logica degli emendamenti.

    Non credevo che la nostra economia potesse reggere , con un inflazione che è sotto al 2% , e con un tasso di sviluppo che sarà dell’1,5 e non dell’ 2% come era stato previsto .Per noi mantenendo quel patto di stabilità all’1,1% del Pil, voleva dire tagliarci la strada allo sviluppo e alla soluzione dei problemi dell’occupazione . Noi non siamo un paese che ha risolto tutti questi problemi , noi siamo un paese che deve ancora risolvere questi problemi, aggravati da squilibri territoriali e soprattutto da un gap strutturale ed infrastrutturale di servizi e di funzionamento dei servizi rispetto agli altri paesi, e se vogliamo essere competitivi, noi dobbiamo politicamente chiedere di rinegoziare il patto di stabilità al netto degli investimenti. E poi , la finanziaria ha fatto la scelta di decurtare 1500 miliardi dalla ricerca scientifica. Così come non è accettabile che il ministro Moratti faccia un decreto per l’immissione in ruolo di 14000 insegnanti di religione dopo un concorso ad hoc, previa idoneità concessa dalla curia : è scandaloso che 14000 insegnanti di religione entrino in ruolo quando a tanti precari di altre materie ciò non è stato consentito, e che domani se non dovesse essere loro non più riconosciuta l’idoneità all’insegnamento di religione possano entrare in altre graduatorie a pieno titolo,scavalcando chi ha fatto una lunga gavetta per entrarci. E’ scandaloso che questo governo lo proponga ed è altrettanto scandaloso che l’ex-ministro Berlinguer dica “ma è quello che avevamo proposto noi”.
    Se non c’è più una forza laica che assuma questo problema ,che lo denunci e lo faccia emergere, come è avvenuto in passato, io non mi accontento del fatto che Berlinguer dica che lo aveva proposto lui, io vorrei che il Pri come ieri criticava Berlinguer , oggi critichi la Moratti, ma la critichi al punto da non consentirle di fare queste cose, promuovendo se necessario raccolta di firme, e manifestazioni pubbliche, come abbiamo fatto in altre occasioni. Quindi si è scelto di penalizzare la scuola pubblica e la ricerca scientifica, si è scelto cioè di smantellare quello che è il baluardo di qualsiasi politica di ammodernamento , di rinnovamento e di sviluppo del paese . E a fronte di che cosa?
    A fronte del contentino dato in modo demagogico a qualche migliaia di pensionati , quelli oltre i settant’anni, le detrazioni sul primo figlio per i redditi inferiori a 70 milioni , cioè sostanzialmente siè scelto l’impostazione che è tipica del mondo cattolico anzi democristiano quello doroteo . Allora su queste cose il partito deve prendere posizione contraria. Il PRI aveva deciso di presentare un unico emendamento sulla ricerca scientifica: non è stato nemmeno discusso, ma nonostante ciò, i nostri parlamentari hanno votato a favore della finanziaria. Nel consiglio nazionale di novembre avevo suggerito di proporre la revisione del patto di stabilità per un rilancio degli investimenti e della politica Keynesiana.
    Si trattava di ribadire posizioni che avevamo sostenuto come pri assieme al prof. Modigliani nei mesi precedenti l'ingresso nel centro -destra e cioè rinegoziare il patto di stabilità senza il calcolo degli investimenti per sostenere lo sviluppo e l'occupazione.

    La Malfa mi rispose che il nostro Paese non era legittimato a sostenere ciò, perché era il paese a più alto deficit pubblico fra quelli europei.
    Bene, alcuni giorni fa La Malfa ha dichiarato esattamente le mie stesse cose in un intervista al Corriere della Sera : forse perché le entrate non sono quelle previste, forse perché lo sviluppo non c’è stato, anzi è in atto una pesante recessione, forse perché i capitali dall’estero sono rientrati, ma ripuliti sono di nuovo tornati fuori, forse perché le minori tasse promesse non hanno portato ad un rilancio dei consumi e quindi dello sviluppo, come del resto il Prof. Modigliani aveva previsto, citando la politica di Reagan, il quale aveva promesso meno tasse e più sviluppo, e invece gli americani ebbero le stesse tasse e una crisi economica senza precedenti. Solo che rivedere sei mesi fa il patto di stabilità al netto degli investimenti aveva una funzione antirecessiva e consentiva al nostro paese di proporre una politica economica Europea e non solo una politica monetaria, mentre oggi rischia di non avere una grande incidenza sulla crisi congiunturale, che si è sviluppata.
    Speravo che almeno in economia non avessimo un pensiero giornaliero invece devo constatare che è così.
    Ma potrei ricordare la legge sul falso in bilancio e la legge sulle rogatorie internazionali; potrei ricordare la legge sul conflitto di interesse, dove i repubblicani non possono accontentarsi della osservazione che la sinistra avrebbe potuto e dovuto approvare una legge e non l’ha fatto.
    La sinistra avrebbe dovuto approvare una legge di garanzia, ma il non averlo fatto non può essere il facile alibi per eludere la sostanza del problema, e cioè che una persona che ha una concessione pubblica per la gestione del sistema televisivo di fatto, attraverso la Presidenza del Consiglio, detiene il monopolio di tutto il sistema radiotelevisivo italiano , oltre ad un impero finanziario ed economico in diversi campi dell’economia che da capo del governo può tutelare, distorcendo le regole della concorrenza.

    Non si può accettare tutto questo senza essere consapevoli che i presupposti su cui si basano i regimi democratici vengono alterati dal privilegio che si lascia ad una persona; in nessuna democrazia sarebbe potuto avvenire ciò sulla base di una “finissima” distinzione giuridica fra il concetto di proprietà e quello di mera proprietà. E che questo avvenga senza che il PRI faccia sentire il proprio dissenso è cosa su cui i repubblicani devono interrogarsi per capire fino a che punto l’accordo con la destra li vincola nella loro capacità critica.
    L’alterazione delle regole democratiche non può essere un argomento sul quale si applica un criterio di critica a scartamento ridotto, come evidentemente accade per il problema del continuo attacco alla magistratura perpetrato da una parte del governo. Se la magistratura ha invaso spazi che erano della politica, la politica deve recuperarli, ma la politica non può invadere spazi che appartengono all’autonomia della magistratura, pena la messa in discussione dello Stato di diritto, che invece è un baluardo della democrazia repubblicana sul quale i cittadini devono poter contare.

    Potrei parlare del rientro dei Savoia, a me non interessa, qui riproporre il dilemma storico. Dico solo che il cambiamento della maggioranza di governo non può giustificare un cambiamento così repentino della nostra posizione da intransigente a disponibile, né mi può bastare la giustificazione che un voto di astensione al Senato vale un voto contrario, perché il Pri deve avere il coraggio di manifestare le proprie posizioni linearmente e in modo comprensibile all’opinione pubblica, non nascondersi dietro le interpretazioni regolamentari. Scuola pubblica, Savoia, rogatorie e conflitto di interesse, art. 18 e provvedimenti sulla cooperazione sono tutti atti di inutile piaggeria, che snaturano l’identità repubblicana.
    COOPERAZIONE E SINDACATO RIDURRE IL RUOLO ASSOCIATIVO
    Per colpire le cosiddette cooperative spurie e quelle che eventualmente non abbiano più i requisiti mutualistici, non c'era bisogno di richiedere una delega al governo: bastava attivare gli strumenti di controllo che il Ministero del Lavoro esercita sulle attività delle cooperative ed eventualmente mettere in atto delle misure disciplinari verso chi si fosse dimostrato inadempiente.
    La legge Basevi, che detta le regole cooperative, fissa i requisiti mutualistici cui le singole cooperative devono sottostare, e cioè ogni testa un voto, e l'indivisibilità delle riserve.
    Su questi requisiti le cooperative godevano di un risparmio fiscale, e tuttavia le riserve erano sempre state utilizzate per investimenti ed occupazione, ed una quota degli utili viene destinata ai fondi cooperativi per lo sviluppo di progetti cooperativi nuovi.

    La funzione sociale si svolge anche in questo modo, contribuendo allo sviluppo della realtà cooperativa con risorse prodotte da solidarietà intercooperative e intersettoriali.
    Un altro concetto fortemente usato è quello del capitale e lavoro nelle stesse mani , che è stato un progetto sociale mazziniano a mio avviso attuale che doveva portare soprattutto i repubblicani a fare in modo che, oltre a cooperative , si creassero forme di azionariato operaio nelle imprese private. Non avrei mai pensato che dirigenti repubblicani avrebbero portato avanti progetti di smantellamento della cooperazione incentivando il passaggio a SPA, che sono proprio tutto il contrario di capitale e lavoro nelle stesse mani ;semmai è capitale in mano a poche finanziarie e lavoro non garantito dai giochi di speculazioni che il capitalismo finanziario spregiudicatamente sposta da un paese all'altro, secondo logiche non certo di difesa del lavoratore, ma del suo sfruttamento competitivo.
    Nulla a che fare con la democrazia repubblicana che è fatta di regole, di diritti acquisiti, di flessibilità, ma anche di rispetto dei diritti dei lavoratori. Strana destra quella che attraverso la legge Tremonti-bis defiscalizza le imprese che fanno investimenti, ma che vuole smantellare, togliendo loro i benefici fiscali, le cooperative che hanno da sempre per condizione sociale fatto investimenti con gli utili non tassabili e destinati a fondo di riserva indivisibili.
    Strana scelta di principio quella di chi vuole colpire le cooperative che hanno forti utili, e poi lascia fuori i consorzi agrari e le banche cooperative:è evidente che lo si è fatto con l’intento di dividere il movimento cooperativo.
    Dulcis in fundo, i campioni del liberismo a tutela del capitalismo dei piccoli azionisti, hanno eliminato il falso in bilancio riducendolo a burletta e mettendo al sicuro chi era indagato per questi reati.
    Deve essere di stomaco forte e di vista corta chi vede, in questo, modernità ed innovazione, e soprattutto contenuti repubblicani.
    Così come non è comprensibile l’atteggiamento tenuto sull’art.18 : le prese di posizione del partito nazionale( prima al consiglio nazionale , poi, con il messaggio al congresso nazionale della UIL ed infine con la nota a commento della decisione della UIL di aderire allo sciopero generale) mi sembravano molto esplicite rispetto alla condivisione dell'atteggiamento del governo.

    Nel merito ,io credo che l'autonomia del sindacato sia un valore che occorre rispettare ,senza tentativi di strumentalizzazioni a fini di lotta politica, quali che siano le scelte compiute. Questo valeva quando sembrava che la UIL si dissociasse dall'atteggiamento della CGIL, e doveva valere quando maturò la convinzione dello sciopero generale. Il problema aveva assunto una valenza politica che andava al di là delle vere ragioni di merito, perchè il governo voleva dimostrare di essere in grado di ridurre il peso del sindacato e delle tutele, e il sindacato con lo sciopero ha inteso ribadire il suo peso contrattuale.
    Credo che i casi realmente sottoposti all'art. 18 siano poche centinaia a livello nazionale ogni anno: i reintegri 80, è evidente, quindi che non si aggiungerebbe grande flessibilità al mercato del lavoro, ma questa è diventata una prova di forza ,dopo la decisione di liquidare qualsiasi politica concertativa.
    La sinistra si appiattisce sulle posizioni dei sindacati e la destra su quelle della confindustria, riproponendo una sorta di lotta di classe e sociale che sarebbe stato meglio evitare.
    Il professor Modigliani ,che non mi pare sia accusabile di essere filo Berlusconi, in questi giorni ha invitato la sinistra ad essere più disponibile ad una concezione di maggiore flessibilità del mercato del lavoro e a non irrigidirsi nella difesa dell'art. 18.
    Quindi, occorre entrare più nel merito del problema, sapendo che la stessa ricetta non è proponibile in zone del paese dove la disoccupazione è praticamente nulla ,anzi c'è carenza di personale, come in Romagna o nel Triveneto; e in zone, dove ci sono cifre di disoccupazione giovanile e femminile che rasentano il 50%o addirittura, come la Calabria, dove si parla di un 70% di disoccupazione. Nelle prime, l'elemento di flessibilità è relativo, perché, essendoci la piena occupazione, è difficile sostituire forza lavoro, ma questa situazione tutela anche i lavoratori perchè, in un mercato così ricettivo, la garanzia della stabilità del lavoro è data dall'andamento dinamico del mercato e non dalla tutela statica di quel posto di lavoro.

    Nelle zone a disoccupazione alta non è l' abolizione dell'articolo 18 il rimedio vero, tuttavia un minimo di flessibilità in più può aprire per i lavoratori del futuro qualche prospettiva maggiore, e questo va valutato serenamente.
    Se invece il superamento dell'art. 18 assume la caratteristica di scontro politico che mette in discussione il ruolo del sindacato, è evidente che si costringe il sindacato, tutto, a reagire duramente contro il governo.
    Sono convinto che il superamento del ruolo del sindacato che qualcuno insegue sarebbe una sciagura per il paese, perchè aprirebbe a forme di sindacalismo autonomo non certo più rispondenti all'interesse generale.
    Che senso ha chiamare la UIL prigioniera della Cgil , dopo averla lusingata per le differenziazioni tenute nel proprio congresso sulla concezione di un sindacato moderno, che non vuole essere cinghia di trasmissione dei partiti o schierato a priori da una parte , come ad esempio fa la Cgil, e poi non rispettare l'autonomia della UIL che, di fronte al tentativo liquidatorio del ruolo del sindacato non sceglie tanto di stare con la Cgil, ma sceglie di difendere il ruolo del sindacato? . Cosa si ottiene a sparare pallettoni sulla UIL? Forse solo l'effetto di ricompattare un sindacato che nel merito della riforma del mercato del lavoro poteva avere sensibilità diverse.
    Forse qualcuno che voleva la UIL diversa dalla Cgil , cinghia di trasmissione della sinistra, pensava ad una UIL ed una Cisl possibili cinghie di trasmissione del centro-destra?
    Il mondo non va più così, per fortuna, e bisogna imparare a confrontarsi con le organizzazioni, rispettarne l’autonomia, ascoltarle e, insieme, poi cercare le sintesi riformatrici.

    LAICITA’ DELLO STATO?

    Vediamo sui princìpi dello Stato laico qual è stata la tenuta del partito. Qualcuno, di noi, nella convention di Riscossa, l'aveva previsto che non doveva essere motivo di grande soddisfazione sbandierare la libertà di voto dei repubblicani sulla scuola, concessa da Berlusconi, semmai il ribadirlo significava" una deroga d'autonomia rispetto alla norma che era evidentemente un'aspettativa di fedeltà". Quante deroghe -proseguiva quella relazione- dovremo chiedere sulla laicità dello Stato e sopratutto quante ce ne saranno concesse? Apprendemmo, da un’intervista di La Malfa al Carlino, che la materia scuola e diritti civili era oggetto di un vero patto ,è cioè che su queste materie il Pri avrebbe avuto libertà di voto. Credo che l'autonomia del Pri non possa essere oggetto di pattuizione con chicchessia, tantomeno con Berlusconi, e in ogni caso mi è sembrata ben poca cosa, mentre il Polo brindava ed inneggiava al discorso di Ruini, che il segretario del Pri di allora, anzichè denunciare la violazione del Concordato, si limitasse a dire che avremmo potuto dissentire. Su aborto, bioetica, scuola mentre vengono presentate proposte oscurantiste, noi ci limiteremo a dissentire o organizzeremo l'opposizione nel paese? Anche dire che questi sono temi parlamentari e non di governo cosa significa? Oppure, dire che in Parlamento anche una parte del centro -sinistra sarebbe d'accordo, non può essere la riproposizione di” mal comune mezzo gaudio”, bensì un ulteriore motivo per creare una terza forza laico-repubblicana-liberal-democratica. Le alleanze politiche dovrebbero sostanziarsi di visioni ideali e politiche comuni, altrimenti sono accordi di potere, e quando queste visioni sono divergenti, se non si ha la volontà di abbandonare l'alleanza , il dissenso deve essere di profilo alto, con iniziative politiche in Parlamento e nel Paese tese a ribadire la laicità dello Stato, non abbassando il profilo dicendo che" pochissimi hanno a cuore questo problema".
    Si rileggano i nostri dirigenti nazionali i discorsi su: Chiesa e scuola nello Stato repubblicano, pronunciati da Ugo La Malfa alla Camera dei Deputati nelle sedute del 25/09/e del 17/10/1957: forse capiranno che le battaglie di princìpio vanno difese sempre, quando si collaborava con la Dc o con la sinistra o con Berlusconi, oppure si sta da soli. Non c'è ragione di alleanza politica che possa limitare la capacità di azione politica sui temi dei diritti civili, della scuola ,della bioetica o della laicità dello Stato perchè essi delineano i tratti della nostra reale autonomia ed identità.

    POLITICA ESTERA CON L’EUROPA?

    Vediamo ora la politica estera, mettendo in luce ombre e luci dell’atteggiamento del governo.
    Partirò naturalmente dalla scelta del governo e del Parlamento italiano di entrare in guerra contro il terrorismo a fianco dell’alleanza internazionale, scelta che tutti abbiamo condiviso senza riserve.
    L'Italia è entrata in guerra contro il terrorismo internazionale e contro i paesi che offrono basi logistiche per preparare in tranquillità attentati contro la convivenza pacifica, contro coloro che mascherando dietro al fanatismo religioso la volontà di tenere intere popolazioni nella povertà, governano col terrore delle armi e non certo secondo i canoni delle moderne democrazie.
    L'Italia vi è entrata a pieno titolo, a combattere una guerra giusta ed utile a sconfiggere il fanatismo che impedisce qualsiasi forma di convivenza pacifica duratura.
    E’ mancato tuttavia un chiaro ruolo dell’Europa e questo pone l’urgenza dell’Europa politica e di una conseguente politica internazionale unitaria, se si vuole essere soggetto credibile negli equilibri mondiali che si vanno definendo.

    Non è stata e non è la guerra contro l'ISLAM, ma la guerra contro Bin Laden e il terrorismo internazionale, che attraverso i richiami alla guerra santa e al fanatismo religioso tentano di creare un nuovo equilibrio nel mondo bipolare. L'Occidente e l'islam contrapposti l'uno all'altro e da questo dovrebbe scaturire il controllo e l'unità di tutti i paesi islamici su ragioni religiose e di contrapposizione all'Occidente.
    Dietro vi è il tentativo di controllare i paesi Arabi moderati e le loro ricchezze, per potere poi avere o il controllo del mondo o l'appuntamento apocalittico, che è l'altra caratteristica di questo fanatismo religioso.
    Non c'è nessuna preoccupazione di utilizzare le risorse per emancipare le popolazioni islamiche, anzi, le risorse ingenti di cui godono i vari Bin Laden vengono utilizzate per armarsi alla guerra santa, non certo per riformare la scuola, la sanità o l'economia di quei paesi .
    Quindi non c'è una ragione dei paesi sottosviluppati da far valere nei confronti dei paesi ricchi, che gli antiglobal cercano di indicare come la causa scatenante dell'attacco all'America, semmai c'è da chiedersi se non vi sia una ragione opposta, e cioè che la globalizzazione, portando con sè sviluppo ed emancipazione, in popolazioni che mai hanno conosciuto altri valori o civiltà con cui confrontarsi non venga visto dai fanatici islamici come il vero pericolo al mantenimento del loro potere teocratico, e di qui la decisione di scatenare la guerra santa.
    Diceva Viroli, in un articolo, che la sinistra o è in grado di fornire garanzie sufficienti nel governo della sicurezza interna ed internazionale ,anche combattendo una guerra giusta ,oppure rinuncia a governare per decenni i paesi industriali oggi minacciati dal fanatismo islamico e dal terrorismo internazionale.
    Del resto, al vertice europeo in cui si è deciso di partecipare attivamente alla guerra, i leader dei paesi alleati, non erano certo guerrafondai, eppure anche i leader laburisti o socialisti hanno compreso il significato dirompente per la difesa dei valori di libertà universali che una astensione dalla guerra avrebbe comportato.
    Quando i moralisti cattocomunisti e verdi abbracciano la causa dell'inutilità della guerra, sono fuori dal mondo incapaci di comprendere l'evolversi delle società, fermi ad una lettura classista dell’evoluzione del mondo che non esiste più, incapaci di offrire alternative che non siano le banalità di continuare con la diplomazia e l'intelligence, utili ma non certo in grado di sradicare da sole la rete terroristica ramificata in molti paesi .

    Ma nella vicenda non c'era solo la contraddittorietà di una parte della sinistra che, se permane, sarà la causa vera dell'impossibilità di proporsi come alternativa credibile per i prossimi decenni, c'era anche una incertezza del governo, le "gaffe" di Berlusconi sulla superiorità della civiltà occidentale che hanno rischiato di alimentare la spirale e la logica della guerra santa, il tentativo di riparare, ancora peggiore perchè ha vantato l'amicizia coi popoli arabi e palestinesi (è persino sceso al livello di dire ad Arafat che anche lui era amico di Bettino Craxi e quindi del popolo palestinese).
    Come Craxi fosse amico dei palestinesi se lo ricordano i repubblicani che furono costretti , dopo Sigonella, ad abbandonare il governo. Craxi ed Andreotti, col rischio di provocare un incidente militare con gli alleati USA, fecero liberare il terrorista Habbash, catturato sul suolo italiano
    Da questo punto di vista io non credo ci sia nulla di cui gioire per la decisione del governo italiano di portare in Italia tre terroristi palestinesi, in ciò ritrovandoci insieme con Grecia ,Spagna e Cipro e Francia ,Germania ed Inghilterra dissociate. Possono gioire gli eredi di Craxi ed Andreotti ma gli eredi politici di Spadolini e Ugo La Malfa non hanno nulla di cui gioire di una politica estera filo- Vaticana, ed antisraeliana. Ma il Vaticano aveva, con la consulenza di Andreotti e il beneplacito degli USA , trattato perché l’Italia ospitasse tutti i 13 terroristi palestinesi , per cui dicono che averne portati in Italia solo tre è stato un successo del governo e di Berlusconi.
    E’ stato il fallimento totale della politica estera italiana, della sua debolezza e mancanza di indipendenza dal Vaticano e dagli USA serve poco promuovere iniziative di solidarietà ad Israele e poi negli atti di governo concreti compiere atti di ostilità.
    Io ,che sono da tutti coloro che mi conoscono considerato da sempre, un filo-americano convinto, ritengo che non si faccia il bene del Paese e dell'Occidente ad essere comunque sempre a rimorchio della politica americana che a volte è stata carente, opportunistica e non sempre collimante con gli interessi complessivi dell'Occidente.
    Sono infatti convinto che dal 1989 in poi, ormai vinta la sfida col comunismo, gli USA abbiano in qualche modo rinunciato o affievolito il loro impegno in politica estera, fino al punto di sottovalutare che la rottura del vecchio equilibrio, ne avrebbe aperto un altro che, o lo si governava con la comunità internazionale, o avrebbe assunto le caratteristiche di conflitti etnici e religiosi in grado di minacciare la convivenza internazionale: come poi è stato.
    Naturalmente le responsabilità non sono solo degli Usa, ma di tutto l'Occidente che ha smesso di pensare ai grandi problemi della politica estera e della coesistenza pacifica come ai problemi fondamentali.
    La sicurezza è il primo problema di cui si debbono occupare le classi dirigenti ed istituzionali dei paesi democratici; non è il meno importante.

    Occorre allora abbandonare gli schemi del passato il nuovo ordine internazionale, la lotta al terrorismo , rendono possibili alleanze fra i paesi Nato e la Russia, bisogna dare atto in questo caso al governo di aver fatto la propria parte, inimmaginabili solo pochi anni fa, speriamo non sia l’occasione per liquidare minoranze etniche. La globalizzazione richiede risposte e regole certe , gli Stati perdono sovranità, senza che il processo federativo europeo risulti politicamente definito e ciò crea angosce nazionaliste che vanno governate non con rigurgiti antieuropei o antiglobalizzazione, ma con la definizione dell’Europa politica e con il recupero del cosmopolitismo federale repubblicano, che può essere una soluzione moderna al governo inclusivo degli effetti prodotti dalla globalizzazione.
    Questa carenza di sovranità degli Stati nazionali, che è sottolineata da Darendhorf nel suo ultimo libro “Dopo la democrazia” e che aveva già sviluppato Habermas, è uno dei pericoli che incombono sul futuro democratico del mondo, e costituisce la maggiore minaccia alla coesistenza pacifica.
    In questo ,io vedo un'insufficiente riflessione anche del nostro partito, mentre il repubblicanesimo ha offerto e può offrire grandi spunti di riflessione in proposito, sia dal punto di vista della visione del mondo globale, sia dal punto di vista di metodi e procedure democratiche , sia dal punto di vista di come si affrontano i problemi del sottosviluppo e i problemi dell'emancipazione dei popoli, della laicità degli stati e della separazione dalla religione, del ruolo dell'Europa e delle Nazioni Unite , dai diritti e doveri di cittadinanza, del cosmopolitismo e dell'Umanità come progresso delle conoscenze. IL nuovo equilibrio mondiale si deve basare sul governo degli Stati democratici, sulla maggiore trasparenza dello sviluppo economico e soprattutto dei movimenti dei capitali, basato su alcuni diritti e doveri universali che devono costituire il minimo comune denominatore di tutti coloro che vogliono costruire e mantenere la coesistenza pacifica.
    In assenza di autorità politiche globali ben definite, la libertà si può esprimere anche attraverso la contestazione civile, ma occorre poi organizzare democraticamente la partecipazione e la deliberazione dei cittadini in organismi internazionali attraverso l’idea di una” Repubblica mondiale “ che si realizzi attraverso forme confederali di liberi stati.
    La politica estera è un elemento di caratterizzazione , la nostra concezione della difesa dei valori occidentali e della globalizzazione sono possibilità di identificazione e di originalità nel dibattito politico che dobbiamo alimentare , confrontandoci con gli altri , destra e sinistra ,sempre, ovunque noi ci troviamo collocati come schieramenti . Sono valori permanenti della nostra azione politica che vanno preservati e portati nel dibattito politico con grande autonomia e determinazione, perché su questi temi abbiamo sempre tenuto, nel corso degli anni, un profilo alto , che ci dà autorevolezza in materia.

    Quindi amiche ed amici repubblicani,

    c’è un modo repubblicano di vivere la politica che si collega alle nostre tradizioni ma che, attraverso lo studio, l’approfondimento e l’aiuto degli intellettuali, può essere una risposta ai problemi del paese. Se non fosse, questa allora potrebbe essere intesa come una velleità, ma sappiamo che
    nella società della globalizzazione più di tutto contano le idee, la conoscenza e la qualità, l'innovazione e l'apertura mentale il resto è apparenza. Se non studiamo l'evolversi delle società e i nuovi problemi che ostacolano o minacciano il benessere degli uomini ,o del pianeta o delle imprese, e crediamo che tutto si possa risolvere con aggiustamenti tattici, ci accorgeremo troppo tardi della realtà che ci circonda. A volte, se non guardiamo l'orizzonte rischiamo di credere che lo scopo della vita e della nostra esistenza stia nell'imitare la moda, il successo, e che conti far credere di essere più che essere.
    Mentre tutto è immiserito , i valori crollano nella morale del" particulare", la politica è considerata mezzo per la conquista del potere e non per risolvere i problemi del bene comune , noi dovremmo fare come l'ometto del Guicciardini dei “Ricordi” che con cinismo e calcolo alzava le spalle,e si faceva una risata? O non dovremmo seguire l' insegnamento di Francesco De Sanctis che insorge contro l'ometto del Guicciardini , condannandolo come un atteggiamento misero ,mediocre e di bassezza morale. La riforma morale che De Sanctis voleva negli anni del Risorgimento non venne mai fatta , né è stata fatta oggi. L'uomo cinico e astuto che il Guicciardini descrive e che De Sanctis condanna, ha grandi doti di adattamento e di opportunismo che lo salvano in certi momenti duri. Potrebbe essere ,al giorno d'oggi, l'ometto che cerca di salvare lo stipendio , che chiude gli occhi di fronte agli scandali e ai soprusi, che si chiude nel suo particulare ed utilitaristicamente sopravvive. Lo scetticismo e il rifugio nella cerchia del piccolo tornaconto personale non possono essere l'esempio o il destino del popolo italiano .La fuga dalle responsabilità, la sfiducia nella politica è dovuta al fatto che la politica è stata ridotta alla rincorsa del particolare ed in questo sono state annullate le differenze, gli ideali, i grandi orizzonti. Tutto è uguale ,tutto è confuso: meglio alzare le spalle e cercare di sopravvivere. Io, come voi, vengo dalla scuola di Ugo La Malfa che, pur essendo giudicato un inguaribile pessimista, non si è mai piegato allo scetticismo, ha sempre reagito facendo appello al rigore e alle virtù, alla responsabilità che ogni individuo può esercitare in funzione dell'interesse generale, . In questo è l'antitesi dell'ometto del Guicciardini, per questo era, come Mazzini un uomo controcorrente, un uomo di minoranza, ma che non si rassegnava al declino di una civiltà, facendo affidamento sulle virtù, sui fondamenti morali, che non possono essere spariti del tutto negli uomini. Perché, allora, non dobbiamo crederci anche noi?
    La virtù della democrazia- dice Robert Dahl- non è quella di realizzare il bene, ma di garantirne la ricerca promuovendo il pluralismo politico sociale e culturale.
    Il pluralismo organizzativo è allora connaturato all’esistenza delle istituzioni democratiche, sia come causa che come effetto. Questo significa che, se si desidera la democrazia ci si deve attendere lo sviluppo del pluralismo; ma se non si vuole il pluralismo allora non si può auspicare la democrazia.

    SISTEMA PROPORZIONALE E PLURALISMO

    Allora noi dobbiamo riprendere con forza il problema della legge elettorale proporzionale, perché essa è la condizione per alimentare e preservare il pluralismo previsto dalla Costituzione Repubblicana. Io credo che il sistema proporzionale sia l'unico sistema che può ridare credibilità alla politica e ai politici , oltre che rappresentatività effettiva e libera agli eletti. In Inghilterra per la prima volta alle europee si è votato col sistema proporzionale, per dare rappresentanza anche alle spinte più autonomistiche o estremiste e recuperarle al sistema democratico. Si è impoverita la democrazia, che non è più confronto di idee e poi capacità deliberativa, quindi maturazione complessiva nel pluralismo, ma promesse e lusinghe per soddisfare l'interesse individuale o corporativo. I giovani non hanno più ideali perchè la scuola, prima di altri non insegna più i valori della Repubblica, e quindi non si rinnova quel patto intergenerazionale che fondò la Repubblica Italiana e con esso il patto sociale che identifica una volontà nazionale come ci ha insegnato Mazzini. Voglio ringraziare a nome di tutti i repubblicani il Presidente della Repubblica Ciampi per l’azione che sta portando avanti per rinsaldare e diffondere i valori repubblicani: dall ’inno nazionale al concetto di Patria che possono trasmettere ai giovani i valori e l’orgoglio di essere cittadini della Repubblica, e allo stesso tempo cittadini europei e cittadini del mondo.
    Naturalmente , quando si distruggono le basi della convivenza ,della rappresentanza e quindi della democrazia prevale il regime dell'oligarchia o del sovrano da cui dipendono le sorti dei deboli, delle minoranze . Ma la differenza fra le minoranze questuanti e le minoranze libere, quelle repubblicane per intenderci, è sempre stata che le prime erano disposte a sacrificare la loro libertà in cambio di un piccolo spazio che desse loro la parvenza di esistere, mentre le seconde, orgogliose dei propri princìpi e della propria indipendenza, facevano discendere le loro fortune dalla capacità di convincere la gente dei propri argomenti ,e i pochi voti ottenuti con grandi sacrifici facevano aumentare la voglia e l'impegno di proselitismo. In tutti i casi gli eletti erano liberi, perché legittimati da chi la pensava come loro o si riconosceva nei programmi dei loro partiti, e non dalla benevolenza dei loro alleati di destra o di sinistra. Ecco perché per i Repubblicani, il sistema proporzionale è condizione per sopravvivere liberi e continuare a proporre idee che né la destra né la sinistra propugneranno mai, se non strumentalmente .Noi non possiamo aspettare che la battaglia per il proporzionale la conduca qualcun altro, spetta a noi condurla anche presentando il simbolo. Non averlo fatto purtroppo, ci accomuna alle minoranze questuanti e di questo non so se tutti si rendono conto.
    E’ veramente mortificante che persino i rappresentanti della cultura democratica italiana ,quelli più illuminati solitamente, sottovalutino il rischio che si stia passando da un sistema politico ingessato da partiti oligarchici ad uno egemonizzato da oligarchie senza partito. Questo era il rischio di una nota e nobile polemica fra Ugo La Malfa e Giorgio Amendola e a me sembra che quello che sta avvenendo sia un attentato vero e proprio alle fondamenta democratiche del paese di cui, non ci si rende sufficientemente conto.

    QUALE RUOLO IN EMILIA_ROMAGNA

    Cari amici repubblicani,
    Molte delle cose che ho detto servono ad interpretare i problemi nazionali ed internazionali ma servono anche ad analizzare i problemi locali che nella dimensione globale sono ad essi fortemente connessi. Nessuno può pensare che la risposta ai problemi delle nostre città possa avvenire richiudendosi nelle angustie di un localismo senza storia, e non invece nell’ottica della società aperta.
    Se noi riteniamo che il ruolo del partito nazionale non possa che derivare da un progetto politico che dia una risposta originale ai problemi del paese, è evidente che anche a livello regionale noi dobbiamo individuare un ruolo del PRI che sia di stimolo all’innovazione, al governo rigoroso delle nostre comunità, volto a coniugare ambiente e sviluppo, a promuovere processi di liberalizzazione dei servizi in grado di dare risposte efficaci ed efficienti agli utenti sia che siano cittadini, sia che siano imprese.
    Un ruolo che superi una visione ideologica dello stato sociale ed introduca una visione moderna fatta di sussidiarietà, di concertazione, di indirizzi e controlli pubblici e di valorizzazione dei soggetti privati, a cominciare dal mondo associazionistico che rappresenta un valore positivo delle nostre realtà.
    In quasi tutta l’Emilia-Romagna e in Regione noi appoggiamo giunte di centro –sinistra, ed il giudizio che diamo in generale è positivo, per i risultati eccellenti che la Regione Emilia-Romagna ha raggiunto , fino ad essere una delle realtà più sviluppate d’Europa. Questo è merito anche della partecipazione del Pri alle maggioranze , una partecipazione leale ma non subalterna: noi portiamo nel dibattito delle varie realtà un punto di vista che si ricollega alla cultura dell’interesse generale e che aiuta a governare squilibri, razionalizzando le risorse ed indicando priorità. Perché non riconoscere che il riequilibrio della Romagna documentato nello studio che trovate sul Pensiero repubblicano romagnolo, è il frutto di una esperienza di governo che vede protagonisti i repubblicani?
    Fino agli anni Ottanta , occupazione, reti dei servizi, infrastrutture erano tutti elementi penalizzanti la realtà romagnola: oggi non è più così, esiste un problema di messa in rete delle infrastrutture e dei servizi, , di superamento di campanilismi ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti, semmai oggi abbiamo il problema opposto a quello di venti anni fa: passare da una visione quantitativa dello sviluppo ad una visione qualitativa, sapendo che la composizione sociale è modificata e quindi i bisogni e le risposte ai bisogni, vanno studiati con nuovi parametri di riferimento.
    Se oggi a Forlì, a Cesena ,a Ravenna , a Rimini o a Bologna ,c’è una impresa ogni 8-9 abitanti vuol dire che occorre adeguare il sistema dei servizi e quello sociale alla nuova realtà.
    Se il ruolo della Cooperazione è in continuo sviluppo in tutta la regione vuol dire che molti lavoratori, dei servizi, dell’industria o dell’edilizia emancipati dallo strumento cooperativo o molti lavoratori autonomi emancipati dall’associazionismo artigiano, commerciale, turistico o dell’agricoltura hanno esigenze diverse da quelle della pura sussistenza, ma hanno bisogni di servizi alle loro imprese e di servizi sociali che sono sempre più qualitativi e selettivi. Quello che voglio dire è che se si è modificata la composizione sociale della nostra realtà, occorre anche modificare la qualità del governo e della governabilità.
    Questo vale per tutte le città e per la Regione. Noi pur esprimendo un giudizio positivo sul governo, che mi porta a dire che garantiremo la governabilità secondo l’impegno elettorale assunto, come partito approfondiremo alcuni aspetti dello sviluppo sui quali vogliamo continuare a confrontarci al di fuori di preoccupazioni elettoralistiche, ma partendo dalla realtà delle nostre comunità e dai loro bisogni.
    Non ci piace una visione del governo e della politica disegnata sulle necessità degli schieramenti e che prescinda dalla governabilità effettiva.
    Non ci piace una visione delle alleanze che in corso d’opera imbarca soggetti dell’opposizione per le alleanze future, senza valutare l’incidenza che ciò può avere sulla qualità del governo, che è poi il metro di misura sui quali verremo giudicati dall’elettorato.
    Per essere chiaro, noi non abbiamo pregiudiziali nei confronti né dei verdi, né di Rc, tuttavia questo non può essere un fatto automatico, ma il frutto di un chiaro accordo che non rallenti gli impegni di governo che abbiamo assunto nei confronti degli elettori.
    Se l’alleanza va ripensata, essa non può tradursi in una mera visione politica di estensione, ma deve essere fatta per governare meglio le comunità .
    Sui temi dello Statuto regionale, delle infrastrutture, della Sanità e dello stato sociale, degli Ato, dell’associazionismo dei comuni, della formazione professionale, io credo che dovremo attivare gruppi di lavoro aperti al contributo della società civile, delle organizzazioni economiche e sociali, con i nostri amministratori che consentano poi al partito di giungere a sintesi propositive e deliberanti, questo in sede regionale ma anche nelle singole province.
    Vorrei ,tuttavia, fare alcune considerazioni e proposte su come esercitare questo ruolo di riflessione e di stimolo progettuale sul territorio.
    Credo che dobbiamo proporre su tutto il territorio regionale , in tutte le province, di fare delle conferenze sulle strategie e il governo del territorio, a livello istituzionale, e quindi non semplici conferenze economiche che rischiano di trasformarsi in fotografie dell'esistente.
    Il fatto di essere in dato congiunturale positivo non ci deve portare a commettere l’errore di ritenere che questo di per sé significa che siamo un sistema strutturalmente competitivo ,per cui non c’è bisogno di politiche strategiche e di governo che possano ulteriormente rilanciare la competitività del nostro territorio regionale o delle province.
    Queste conferenze non devono diventare momenti di programmazione, intesa come elencazione dei problemi o delle cose da fare, ma assumere la caratteristica di programmazione per progetti, capaci di rilanciare la competitività dei sistemi territoriali. Per fare ciò, occorre dotarsi di strumenti operativi, come le cabine di regia composte da istituzioni , organizzazioni sociali ed imprenditoriali che operino secondo direttive chiare volte alla conoscenza dei processi, alla messa in opera dei progetti, e alla valutazione dei risultati.

    La programmazione –elencazione di obiettivi - serve a ben poco, serve invece capire quali possono essere gli indicatori attraverso i quali la piccola e media impresa riescono a cogliere le indicazioni strategiche che si muovono e confrontano nel mondo globale.
    Allora occorre capire, per costruire progetti quante aziende sono online, quanti computer sono presenti nelle famiglie e nelle imprese, quanti ricercatori provengono dal nostro territorio e dalle università, quante risorse pubbliche e private si spendono in ricerca e brevetti, cose che notoriamente costituiscono un gap nel nostro paese, ma che possono costituire la fortuna o meno di un territorio.
    Capire per incentivare lo sviluppo attraverso politiche territoriali.
    Poi occorre tenere presente alcuni altri fattori importanti, perché noi non siamo poveri di infrastrutture, ma abbiamo una forte resistenza a mettere in rete le nostre infrastrutture ,quindi a costruire un sistema logistico infrastrutturale che è la condizione migliore per sostenere un territorio. La piattaforma logistica naturale di collegamento nord- sud costituita dall’ Emilia –Romagna o trova una sua dimensione sistemica e progettuale, oppure rischia di essere la dimostrazione dei campanilismi e dell’incapacità a muoversi verso il nuovo. In questo senso non si può contrastare la spinta verso la costituzione della Regione Romagna senza una strategia effettiva di integrazione di tutto il territorio regionale.

    Apro una parentesi: sulla Romagna, esiste uno studio che trovate sul Pensiero Romagnolo Repubblicano. Il partito ha fatto un convegno regionale , e un po’ in tutta la Romagna ci sono forum, dibattiti, l’amico Balzani ha scritto un libro pregevole sulla materia, io mi limito a dire che occorre studiare l’opportunità o meno della costituzione di una nuova Regione ,non secondo criteri storici o sentimentali, e verificare sulla base dei dati certi se essa , nell’ottica federale del Paese, può essere un ‘opportunità per i romagnoli o se invece, non sarebbe un aggravio di costi burocratici e uno spreco di risorse sottratte agli investimenti.
    L’unica cosa che i repubblicani non possono fare è intervenire su questa materia sulla base di sentimenti campanilistici o su dati dello sviluppo che non siano i dati veri, che vedono già adesso le province romagnole con performance migliori a livello regionale.
    L’ultimo dei fattori di qualificazione che voglio toccare e che è presente su tutto il territorio è quello della formazione.
    Vorrei fare un ragionamento su come è concepita la politica della formazione in Regione e di conseguenza su tutto il territorio delle province emiliano-romagnole, perché mi pare che un settore come questo, strategico, non possa essere visto come la sommatoria delle proposte degli enti formativi.
    L’assessore Bastico ha più volte proposto la politica dell’offerta formativa come se fosse un fatto rivoluzionario adattabile in tutte le economie del mondo.
    La politica dell’offerta formativa, che ha un grande senso negli USA, dove c’è un sistema competitivo aperto, e dove gli Enti formatori si rivolgono direttamente alle imprese, per cui sono poi le imprese che decidono se quel prodotto formativo corrisponde o meno al mercato, se viene trapiantata in un ‘economia come la nostra, dove l’offerta formativa è sovvenzione pubblica, diventa una debolezza.
    Propagandare che in Regione ci sono
    Enti di formazione certificati, e che tutti hanno la possibilità di presentare i loro programmi secondo le azioni della comunità e vederseli finanziare non è una forza, ma ripeto una debolezza qualitativa .Diventa un modo per assistere più i formatori che le imprese. Questo è un elemento strutturale sul quale noi dobbiamo riflettere e che una cabina di regia non potrebbe che decidere di mettere in sintonia con il sistema delle imprese più che con gli enti formatori. Altra questione, è quella della burocrazia, per non citare quella della liberalizzazione dei servizi, sulla quale abbiamo più volte discusso anche recentemente.
    Uno studio sulla burocrazia fatto dal governo di centro -sinistra sulla competitività del sistema paese metteva in evidenza che tutti gli anni le imprese pagano 22500 miliardi per le pratiche burocratiche e tra l’altro senza avere delle risposte puntuali e positive.
    Io credo allora che questo sia un altro problema da aggredire, attraverso degli strumenti appropriati, uno dei quali è l’agenzia per lo sviluppo, di cui parliamo da dieci anni ma che non siamo mai riusciti a costruire.
    In Irlanda, e in Galles soprattutto, l’hanno fatto.
    Lì hanno il compito di individuare le aree, accompagnano l’azienda nel luogo dove vuole strutturarsi, in otto settimane sono pronti a partire. In questa città, noi abbiamo aziende strategiche, che da otto anni stanno aspettando, ma che sono impedite a volte da gestioni macchinose di PRG, a volte dai cosiddetti PIP, che, non avendo creato a monte lo strumento in grado di superare certi vincoli, rischia di rispondere ad esigenze strategiche di imprese che non sono compatibili con la competitività del mercato, consegnandole a sprechi che bruciano risorse per gli investimenti.
    L’agenzia per lo sviluppo deve avere le competenze di espropriare, se necessario, e di mettere insieme tutte le pratiche che servono a partire; se lo fanno in Galles in otto settimane non capisco perché noi non lo possiamo fare.
    E così gli accordi di programma sulle grandi infrastrutture come momento di governo dell’ integrazione e di superamento dei localismi.

    Infine la valutazione: i tempi devono essere chiari, e ogni azione della finanza pubblica che interviene sulle politiche strategiche, ma direi ogni intervento di finanza pubblica, deve essere sottoposto ad una valutazione e ad una analisi costi e benefici, per capire che cosa ha reso, non solo in termini economici, ma anche in termini di politiche complessive a sostegno del territorio.
    E’ una mentalità nuova che il PRI deve portare nel governo della cosa pubblica e chiedere che a questa mentalità si adeguino anche i soggetti sociali ed imprenditoriali oltre alle istituzioni, per ottenere una qualità della spesa pubblica e effetti di innovazione e di sviluppo. I piccoli comuni debbono partecipare a questi progetti in modo associato, altrimenti occorre chiedere l’abolizione di Comuni che non hanno nessuna possibilità di incidere sui servizi dei propri cittadini o sui processi di sviluppo dei loro territori.
    Quindi noi abbiamo politiche programmatiche che disegnano un ruolo del Pri, non come un soggetto attuatore di un po’ di sottogoverno, ma come un soggetto politico sollecitatore di politiche innovative.

    AUTONOMIA livelli periferici

    Infine vorrei finire con il partito e l’autonomia dei livelli periferici.
    Credo che il partito non debba identificarsi totalmente con l’attività di governo, sarebbe un madornale errore se noi ritenessimo che l’identità politica del partito si esaurisce nella partecipazione ad un governo , perché rinunceremmo ad esercitare quel ruolo strategico di costruzione di un modello di società , di costruzione di una alleanza politica più strategica , che è quella dell’alleanza del mondo liberal- democratico –repubblicano di livello europeo.
    Questo, naturalmente, non significa contrapporre il partito agli amministratori, sarebbe ridicolo; io penso che gli amministratori siano i più esposti, sul fronte dell’immagine del partito, e come tali vadano aiutati. Colgo l’occasione per ringraziare tutti gli eletti del PRI, e tutti gli amministratori che svolgono in ruoli diversi il compito di rappresentanza dei repubblicani, a cominciare dal Consigliere Regionale che ringrazio per alcune battaglie di autonomia che ha condotto in consiglio regionale e a cui va il ringraziamento di tutti i repubblicani , alla quale offro la collaborazione del partito attraverso un metodo di lavoro per commissioni di studio e per iniziative da concordare col gruppo e con le federazioni locali. Ma bisogna smetterla con un brutto costume che aleggia anche in casa nostra , cioè quello di far diventare che chi ci rappresenta nelle istituzioni, già dal giorno dopo la sua investitura, l’oggetto delle critiche più feroci,
    Quando si raggiungono intese politiche amministrative soddisfacenti sotto il profilo programmatico e della dignità politica , sinceramente non capisco perché i repubblicani debbano bollare la rappresentanza, che in democrazia è la garanzia del pluralismo ,come una scelta poltronaia ;questo è disfattismo gratùito ed espone alla berlina i nostri amministratori eletti dal popolo nei confronti dei quali dovremmo avere maggiore rispetto, perché sono coloro che debbono coniugare nell'attività di governo o di opposizione la coerenza tra teoria e prassi .
    Dai nostri amministratori dobbiamo pretendere il perseguimento del rigore amministrativo e dell'interesse generale, come lo dobbiamo pretendere da tutti gli amministratori, ma non possiamo delegittimarli, dopo aver chiesto loro di rappresentarci. Ho quasi la sensazione che ci sia un insofferenza verso la cultura di governo, che è l'alibi più facile per affrontare i problemi in una critica fine a se stessa, una sorta di" bertinottismo" repubblicano che contraddice la nostra cultura, che invece è fatta di pragmatismo, certo innervato di valori ideali ma pragmatismo, di sperimentazioni , di una grande tradizione di uomini di governo locali e nazionali di pensiero e di azione, dove l'azione non è solo il moto o la rivolta, ma è il buongoverno. Allora il partito non deve schiacciarsi sui governi, ma deve proporsi con iniziative che riguardano i governi locali, ma anche il modello di società che va al di là delle esperienze amministrative.
    E poi sarebbe sbagliato annullarsi nelle esperienze di governo perché noi dobbiamo avere la capacità di recuperare attraverso i contenuti e il progetto repubblicano il rapporto con quello che è stato tutto il mondo repubblicano.
    Noi dobbiamo aprire le nostre sezioni ai giovani ,all’associazionismo, promuovere iniziative culturali e politiche coinvolgere la società civile nell’approfondimento dei problemi a cominciare dal mondo repubblicano.
    Che può ancora esistere ed essere rinnovato, riconoscendone l’autonomia, dalle componenti associazionistiche cooperative, alla componente associazionistica ricreativa (l’Endas), alla componente del mondo del lavoro (la UIL ),all' AMI . Io sono andato a parlare al congresso dell 'AMI ad Ancona, dove avevo la preoccupazione per fortuna infondata, che lì ci si potesse trasformare nel nuovo partito repubblicano, ho detto non potete sostituirvi al PRI ma avete una funzione che è quella di far discutere le varie anime dei repubblicani e di tenerle legate ai princìpi repubblicani. Ma questo è il ruolo politico che il Pri deve avere , certo stimolato da una minoranza che deve controllare , ma non abbandonare la propria idea di collocazione strategica autonoma, che è un problema di tutti, in quanto sottolineatura dell’identità repubblicana, e dare un grande contributo di approfondimento dei problemi . Se sarà accettato, questo metodo, lo faremo ; certo che questo parte da un presupposto di fondo : che ci sia il reciproco rispetto , che ci sia il rispetto dell’autonomia effettiva, non attraverso un meccanismo di deroghe o di ingerenze che può portare qualcuno a ritenere che sia necessario creare un nuovo Pri o un partito federativo regionale, dove ognuno fa quello che vuole ; ma con l’intelligenza politica ed il riconoscimento di un valore politico, che è quello dell’autonomia, soprattutto nelle scelte ai vari livelli che vanno portate avanti nella dialettica politica e non nello scontro politico fino al punto da ritenere che coloro che non la pensano come te sullo schieramento, ma che sono repubblicani negli ideali, siano gli avversari politici da combattere più degli altri . Non può essere così: o si recupera da parte della maggioranza nazionale la capacità di capire che il nostro è un contributo di idee che può servire anche a mantenere un’identità e quindi una maggiore capacità di contare all’interno degli schieramenti, oppure è evidente che si vìola il principio basilare su cui si può reggere un rapporto di collaborazione.

    Io credo che le federazioni locali, nel momento in cui accettassero un metodo come questo , quando si confrontano a livello locale con realtà specifiche debbono avere l’autonomia di scegliere le alleanze amministrative, mantenendo la propria identità, e che ciò deve essere soprattutto aiutato, non demonizzato o contrastato . Non può esistere una teoria secondo la quale la scelta nazionale deve ricadere automaticamente sul territorio locale, se questa non è il frutto di un consenso attraverso un dibattito coi repubblicani delle organizzazioni periferiche, ma se così non è , io credo che il patrimonio complessivo del partito vada preservato col rispetto della volontà locale dei repubblicani.
    Voglio essere ancora più chiaro: il vero problema non è la linea politica; su quella ci si confronta. Ma il problema è l'alterazione della rappresentanza e la delegittimazione dei gruppi dirigenti locali attraverso il non rispetto della dialettica interna.
    E' gravissimo che personaggi usciti dal partito, o estrema minoranza nelle loro zone, vengano investiti di un potere quasi commissariale, a discapito dei dirigenti eletti democraticamente dagli organi periferici.
    Molte volte, quello che prevale è un clima di rivincita personale che ha come sbocco obbligato l'uscita dal partito di coloro che si sentono delegittimati, perché si creano partiti all'interno del partito.
    Voglio fare un augurio, affinchè coloro che sono usciti rientrino al più presto. L'impegno che posso prendere è che ci batteremo fino in fondo, perché anche nell'ultima sezione del paese nel PRI venga riconosciuta la legittimità democratica.
    In questo senso voglio inviare agli amici di Piacenza e di Carrara la solidarietà dei repubblicani emiliano romagnoli, contro la decisione della maggioranza nazionale di commissariare le loro federazioni.
    E’ un provvedimento assurdo che non porta da nessuna parte se non ad un continuo ripiegamento su noi stessi , mentre dovremmo rivolgerci all’esterno a spiegare l’identità repubblicana che è fatta anche di comportamenti coerenti sul piano del partito con quella che è la nostra idea della democrazia repubblicana.
    Non possiamo teorizzare il pluralismo, la dialettica, la tolleranza, il federalismo e poi commissariare le federazioni, perché attraverso i comportamenti interni noi indichiamo ai cittadini la corrispondenza di quello che affermiamo con quello che facciamo.
    In un Paese che diventa federalista, che nella Costituzione riconosce dignità costituzionale a Regioni, Province e Comuni, proporre nel partito un metodo centralistico è non solo anacronistico ed antistorico, ma anche demenziale.
    Allora, caro segretario, se tu vuoi un rapporto più disteso con i repubblicani emiliani-romagnoli, ma potrei dirti di tutta Italia, sai che cosa devi fare: devi togliere dal tavolo questa questione dell’autonomia nell’unico modo possibile quello del rispetto della volontà delle realtà periferiche. Significa restituire dignità ai repubblicani e significa pretendere rispetto sulla scelta nazionale . Tu devi pretendere che i repubblicani nella loro autonomia sulle scelte periferiche abbiano un unico vincolo , quello della presentazione del simbolo sempre e in qualunque alleanza politica si collochino , perché questo consente a tutti di fare crescere l’immagine e il peso del PRI, questo sì che lo devi pretendere. Non deve succedere che i repubblicani si abituino a vivere ospiti nelle case altrui, non è dignitoso, ed è la scorciatoia per consolidare classi dirigenti senza orgoglio ed amore di partito. Su questo noi ti sosterremmo, così come non puoi accettare che dirigenti nazionali non abbiano il coraggio nemmeno di provare a fare liste col simbolo del pri nelle loro zone o che abbia incarichi di settore gente che non convoca una riunione di dirigenti locali per elaborare contenuti da proporre agli organi. Se si confrontano con se stessi, sono adatti ad eseguire non a dirigere, e poi sono i primi ad offrirsi per politiche commissariali. Questo deve finire, io sono pronto a discutere serenamente di come rilanciare il PRI insieme, un secondo dopo che il segretario nazionale è disposto a riconoscere la dignità decisionale dei repubblicani delle organizzazioni periferiche. Se ciò non sarà, non sarà possibile nessuna collaborazione. Nessuno messo in libertà vigilata in Emilia –Romagna o nel resto del Paese può collaborare con chi vuole togliergli la dignità: non lo abbiamo fatto con il Papa, né con i fascisti ,non avremmo mai pensato di poter correre il rischio di essere mortificati dal nostro stesso partito che si richiama alla dialettica come al sale della democrazia: ma se così fosse non ci piegheremmo. Ma io so che non sarà così , perché credo che il segretario abbia capito che qui non si rema contro il partito o per un altro partito, qui si rema per il PRI, tutti con quello spirito positivo e con la stessa tensione morale con cui lui, quasi solo, ha girovagato l’Italia per rappresentare il PRI . Occorre dartene atto, anche se la pensi diversamente da noi. Allora tu sai che non devi guardarti da chi ha tensione morale e passione repubblicana, ma devi preoccuparti di chi non ne ha o non ne ha a sufficienza da sacrificare giorni e notti per il PRI, gratuitamente .
    Io credo che se cominciamo a discutere di queste cose , così come abbiamo iniziato oggi , cercando di smussare gli angoli, perché gli angoli fanno male e non servono a nessuno , cercando di legittimarci a vicenda, ma riconoscendo a tutti il diritto di portare un contributo creativo e positivo nei rispettivi livelli decisionali, avremo fatto un grosso passo avanti per il PRI e per il PAESE.

  5. #95
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    Arrow Risultati Congresso Regionale P.R.I. Emilia e Romagna

    Come risulta dai tabulati forniti dalla Direzione Nazionale del PRI, gli aventi diritto al voto nella Regione Emilia-Romagna erano 3765, di cui 77 non sono stati conteggiati ai fini congressuali perché, a vario titolo, non sono pervenuti i verbali d’assemblea pre-congressuale o non sono stati ammessi per motivi di cui in normativa statutaria.

    Per quanto riguarda l’elezione del Segretario Regionale, dei 3688 aventi diritto al voto, 3614 hanno votato come segue:
    · Widmer Valbonesi : 2640 ( corrispondenti al 73,05% dei votanti);
    · Schede Bianche : 542 ( corrispondenti al 15% dei votanti);
    · Schede nulle : 432 ( corrispondenti all’ 11,95% dei votanti).

    Per quanto riguarda, invece, l’elezione della Direzione Regionale, dei 3688 aventi diritto al voto, 3664 hanno votato come segue:

    · Mozione “A” e lista ad essa collegata : 3145 ( corrispondenti all’ 85,84% dei votanti);
    · Mozione “B” e lista ad essa collegata : 519 ( corrispondenti al 14,16% dei votanti ).

    Quindi, dei 36 membri elettivi della Direzione Regionale, 31 vanno alla Mozione “A” e 5 alla Mozione “B”.

  6. #96
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    Predefinito

    .......quello che leggo mi riempie il cuore di tristezza, dopo tanti dibattiti Valbonesi si era defilato............
    La Pergola
    -----------------------------------------------------------------------------------
    Carissimo La Pergola, l'amico Widmer....non si era defilato ma, piu' semplicemente, era impegnato nella preparazione del suo Congresso Regionale......vedrai che, ora che lo stesso e' terminato, tornera' a dare i suoi fattivi contributi sul Forum, sempre nell'interesse di tutta la Famiglia Repubblicana.

    nuvolarossa

  7. #97
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    Predefinito tratto da IL RESTO del CARLINO del 10 giugno 2002

    I repubblicani congelati

    Con una maggioranza schiacciante dell'86% Widmer Valbonesi siede sullo scranno di segretario regionale, mentre i firmatari della mozione a lui opposta non hanno sostenuto alcun candidato alternativo. Inoltre, l'ipotetica scissione tra i vertici nazionali e la base locale, è stata congelata, almeno sino alle prossime elezioni amministrative.
    Questo è il verdetto emerso dal 22° Congresso regionale del Partito repubblicano (nella foto), dove i 200 delegati degli oltre 4000 iscritti hanno votato, oltre che per il nuovo segretario, anche per il direttivo regionale, i cui membri sono stati nominati solo in tarda serata.
    Il neo eletto Valbonesi usa toni rassicuranti: «Sarò il segretario di tutti, anche di quella minoranza che non mi ha votato; propongo anche di inserire nell'esecutivo degli esponenti della mozione a me sfavorevole».
    A onor del vero, il congresso aveva aperto i suoi lavori sotto i peggiori auspici: si fronteggiavano due linee apparentemente inconciliabili; da un lato i sostenitori di Vidmer Valbonesi e Piero Gallina, decisi nel rivendicare l'autonomia degli organi decentrati del partito e ribadendo la fedeltà all'attuale alleanza locale con il centro sinistra; dall'altra tutti coloro vicini ai vertici nazionali, che dopo il congresso di Bari sono decisamente più vicini alle posizioni della Casa delle Libertà.
    E' quindi il caso di dire che la montagna ha partorito il topolino, almeno fino alle prossime elezioni amministrative; questa infatti è la versione di Piero Gallina, che con tono disteso ammette: «Non parlerò più di questo problema, almeno sino alla prossima scadenza, quando bisognerà decidere definitivamente da che parte stare». Il problema quindi è solo congelato, senza però dimenticare che in caso di rottura in due del Partito repubblicano, il simbolo rimarrà di proprietà della segreteria nazionale. Ma il problema dell'utilizzo dell'Edera prima o poi è destinato a riemergere.

    di Massimo Fellini

  8. #98
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    VOTO BALLOTTAGGIO: PIACENZA, BERTOLINI (FI) 'BOCCATA D'OSSIGENO PER SINISTRA'
    ''MA SONO SOLO SPORADICI EPISODI IN CONTROTENDENZA''


    Bologna, 10 giu. (Adnkronos)- ''La vittoria di Piacenza e' una boccata d'ossigeno per una sinistra che e' allo sfascio, non solo in Italia ma nell'intera Europa''. Cosi' l'onorevole di Forza Italia, Isabella Bertolini, coordinatrice dell'Emilia-Romagna del partito degli azzurri commenta il voto delle amministrative di oggi. ''Il declino delle sinistre - dice - e' un trend ormai non al passo dei tempi, irreversibile e non sono certamente questi sporadici episodi in controtendenza che potranno fermare la crisi profonda in cui si trovano i partiti dell'Ulivo e i suoi alleati''.

    (Aem/Gs/Adnkronos)
    10-GIU-0220:29

  9. #99
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    A nome della sezione Pri di Lanciano esprimo i più fervidi auguri di buon lavoro al nuovo segretario dell'emilia romagna Widmer Valbonesi.
    Alessandro Di Martino

  10. #100
    Garibaldi
    Ospite

    Predefinito

    mi associo anch'io agli auguri.
    lavorare, lavorare, lavorare per il pri.
    Walbonesi mi ha sempre dato l'impressione di una persona piu' che seria per quello che ha sempre scritto sul Forum.
    Nelle sue parole ho sempre letto "amore verace" per il pri.
    Non fa certamente parte di quella schiera di voltagabbana emmeristi.
    sulle strategie naxzionali e locali io lapenso diversamente; credo che si debba avere una unica linea nazionale senno' se si va a destra e a sinistra, si sbanda e si finisce con il deleggittimare i massimi nostri rappresentanti con ricaduta negativa su tutto il territorio anche locale.
    Sulle analisi poliche credo invece che il nuovo seghretario emiliano sia un nostro atout, un asso nella manica per il futuro del partito.
    complimenti di nuovo

 

 
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