Incontro con Michele Finelli, redattore de Il Pensiero Mazziniano
Giuseppe Mazzini, due secoli di modernità
Il primo articolo della Costituzione della Repubblica Romana e quello della Costituzione Italiana sono pressoché identici I principi irrinunciabili di convivenza democratica
In occasione del bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini, è stato a Verona, ospite dell'associazione mazziniana, Michele Finelli, autore de «Il monumento di carta. L'Edizione nazionale degli Scritti di Giuseppe Mazzini». Redattore del Pensiero Mazziniano, autore di diversi saggi di argomento risorgimentale, Finelli sta curando in collaborazione con la Commissione editrice degli Scritti di Giuseppe Mazzini e la Domus Mazziniana di Pisa la redazione su supporto informatico dell'Edizione Nazionale degli Scritti di Giuseppe Mazzini.
Con lui abbiamo parlato del suo recente libro e dei suoi importanti studi.
« La repubblica romana è stata il più importante esperimento democratico in Italia nel secolo diciannovesimo. Come ne parla Mazzini nella sua opera?
«Mazzini ha sempre un ricordo positivo di quell'esperienza. Non solo perché ha provato sul campo il sogno della repubblica, ma anche perché lui stesso si è rivelato un valente uomo di governo. Quando lui passa da Roma dopo aver avuto l'amnistia dal governo italiano, dopo il 1870, si rifiuta di entrare nella Capitale monarchica. L'abilità di Mazzini come uomo di governo si è vista sostanzialmente sotto due aspetti. Da un lato si è imposto per la sua grande capacità oratoria davanti al parlamento della repubblica romana, lui che abitualmente era un timido. Dall'altro lato c'è da rilevare come la Costituzione della repubblica romana sia profondamente permeata dai suoi principi e dalle sue idee. Penso anzitutto all'articolo 5, che abroga la pena di morte, alla sua incredibile modernità. Anche in questo vedo l'attualità della repubblica romana. Penso che quest'anno il testo costituzionale del 1849 sarà ancora ripreso ed evidenziato.»
- Quali furono le reazioni del Maestro all'instaurazione della monarchia in Italia? «Indubbiamente le reazioni furono negative. Non era certo quella l'Italia che Mazzini si aspettava. Quando arriviamo all'Unità, nel 1861, il movimento mazziniano si trovava in difficoltà, spiazzato da un lato dal fallimento dei moti di Milano del 6 febbraio 1853 e dalla frattura tra Mazzini e Garibaldi, frustrato d'altro canto dal tentativo pure fallito d'un contatto fra Mazzini e Vittorio Emanuele II. Questi eventi favorirono Cavour, che nel 1857 promosse la Società Nazionale, sorta di associazione culturale, in realtà politica, con cui lo statista raccoglieva finanziamenti per la futura guerra. A questo punto Garibaldi si volge in questa direzione. In politica estera c'erano già stati la guerra di Crimea e l'attentato a Napoleone III di Felice Orsini. Nel 1860, quando Giuseppe Mazzini arriva a Napoli dice a Garibaldi: "dobbiamo proseguire per Roma". Ma Garibaldi va a Teano. Nel 1861 la delusione è grande, ma Mazzini è ancora animato da una speranza: Roma e Venezia sono ancora irredente. Il progetto repubblicano non è ancora del tutto fallito. Mazzini cominciava ad invecchiare. Compare una nuova variabile. Il Maestro aderisce all'Internazionale di Londra del 1864, ma poi l'anarchico Bakunin entrerà in conflitto col movimento mazziniano, che uscirà dall'Internazionale. Nel 1866 verrà creata l'Alleanza Repubblicana Universale, in contatto con gli Stati Uniti. Vi aderirono anche alcuni membri del Congresso. L'ultimo tentativo di svolta repubblicana fallisce nel 1870, quando Mazzini viene arrestato a Palermo.»
- Cosa emerge del rapporto a volte difficile fra Mazzini e Garibaldi?
«Appare l'evoluzione del rapporto, prima entusiastico, poi più freddo. Inizialmente il contatto fu epistolare. Già negli anni quaranta Mazzini sosteneva che bisognava portare Garibaldi in Italia. Nel '53 si apre il dissidio. Herzen a Londra fa incontrare Garibaldi e Mazzini. L'eroe Nizzardo brinda: "al mio amico, al mio maestro". Ma ormai la rottura era già consumata. Nelle lettere Mazzini di tanto in tanto esprime questo disappunto politico. I fatti di Roma del '49 furono un prologo alla rottura definitiva. Fu anche uno scontro fra due personalità diverse, fra un uomo di pensiero e un uomo d'azione.»
- Qual è la concezione di Mazzini dello Stato?
«Credo che la concezione di Mazzini sia abbastanza lineare, quella di uno Stato democratico. E' il padre della democrazia italiana, il testo di riferimento è quello della repubblica romana. E' un meccanismo che parte dalla base del suffragio universale, dalle elezioni e passa dalla responsabilità politica degli eletti. Cooperativismo e associazionismo sono al centro della concezione sociale di Stato mazziniano. Lavoro e capitale sono nelle stesse mani. Il Maestro ha reso meno traumatico l'inserimento nello Stato delle classi popolari, anche grazie a istituzioni come le associazioni di mutuo soccorso e le biblioteche popolari. Mazzini non era né per il liberismo assoluto né per il collettivismo. Voleva evitare situazioni di conflitto fra le classi sociali. Si batté per l'imposta diretta e progressiva.»
- Le idee di Mazzini trovarono seguaci anche nel resto d'Europa e nel mondo. Vuol parlarci di loro? «Fu ispiratore del radicalismo e del movimento sindacale inglese. Molti esponenti delle Trade Unions si legarono a lui. Ebbe rapporti stretti col mondo ebraico, in primis colle famiglie Nathan Rosselli. E' vero che Mazzini fece seguaci, però prese anche molto da loro. Quando arriva in Gran Bretagna conosce la filantropia. E deve molto a questo. La scuola che fonda a Londra per gli emigranti italiani è mutuata da modelli inglesi. C'è uno scambio reciproco. Uno degli errori della storiografia mazziniana è dire solo che Mazzini ha dato. Comunque anche Gandhi nei suoi scritti ha fatto riferimento a Mazzini, come ha ricordato anche il professor Rigopulos di Cà Foscari.»
- Come guardano oggi gli eredi di Mazzini all'attuale momento politico?
«Bisogna premettere che l'associazione mazziniana è strettamente apartitica. Tuttavia l'associazione mazziniana è rivolta a un tema non solo culturale, ma anche politico, che è la Costituzione. Mettere in discussione questo impianto costituzionale significa mettere in discussione principi di convivenza democratica che il mazzinianesimo ha ispirato. Il primo articolo della Costituzione della repubblica romana ed il primo articolo della Costituzione italiana del 1948 sono praticamente i medesimi. Le vicende politiche del partito repubblicano non ci riguardano.»
Giovanni Masciola
Il monumento di carta. L'Edizione Nazionale degli Scritti di Giuseppe Mazzini di Michele Finelli, Pier Giorgio Pazzini Editore, Rimini, 139 pagine, 15 euro. www.pazzinieditore.it




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