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Risultati da 31 a 40 di 57
  1. #31
    SENATORE di POL
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    Questi insulti vergognosi sono una firma indelebile e un'autoqualificazione inconfutabile. Che pena!

    Shalom!

  2. #32
    Hanno assassinato Calipari
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    Originally posted by Pieffebi
    Questi insulti vergognosi sono una firma indelebile e un'autoqualificazione inconfutabile. Che pena!

    Shalom!

    Colpa dei comunisti!

    P.S. Ma Gladio sapeva del rapimento Moro?

  3. #33
    memoria storica di PoL
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    Predefinito caro il mio ragioniere...

    ... ti vorrei pregare vivamente di 'moderarti' lasciando che M*****o e altri si sfoghino pure. Se poveretti loro sono rimasti all'asilo infantile, non per questo tu devi per forza assumerti il ruolo di 'maestrina'... o no?...

    saluti divertiti!...

    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  4. #34
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    Predefinito Re: caro il mio ragioniere...

    Originally posted by Fecia di Cossato
    ... ti vorrei pregare vivamente di 'moderarti' lasciando che Mariuccio e altri si sfoghino pure. Se poveretti loro sono rimasti all'asilo infantile, non per questo tu devi per forza assumerti il ruolo di 'maestrina'... o no?...

    saluti divertiti!...


    Io ho un nick, qui sul forum. Tu devi usare quello e non altro. Questo lo dico una volta per tutte, perchè d'ora in poi non lo accetterò più.

  5. #35
    memoria storica di PoL
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    Predefinito



    Il Presidente della ‘Repubblica delle Banane Argentina’ Carlos Menem [a sinistra] fotografato insieme con il successore Fernando de la Rua [a destra]

    LA BATTAGLIA PER L’ESTRADIZIONE

    Immediatamente dopo che la richiesta di estradizione di Erik Priebke, emessa ‘in extremis’ come abbiamo visto dal ministro della giustizia Giovanni Conso, coadiuvato dal Pm militare Antonino Intelisano per quanto riguardava gli aspetti ‘tecnici ‘ della questione, poche ore prima di cedere il dicastero al nuovo guardasigilli di Berlusconi Alfredo Biondi, era giunta a Buonos Aires, il presidente argentino Carlos Menem, il quale evidentemente doveva conoscere assai in dettaglio l’episodio delle Fosse Ardeatine e i successivi sviluppi giudiziari di questo , definendo Erik Priebke ‘un criminale di guerra’, si rammaricava per il fatto che l'ex nazista ‘era stato individuato soltanto allora’. Aveva aggiunto poi testualmente, cosa per altro abbastanza ovvia: ‘se la richiesta di estradizione sarà completa, verrà estradato subito’. Proprio sulla presunta ‘completezza’ della richiesta di estradizione tuttavia nutriva più di un dubbio, e vedremo poi che non aveva certo visto male, l'avvocato di Priebke, Pedro Bianchi, 68 anni, uno dei più noti penalisti argentini, che conoscendo la ‘solidità’ delle argomentazioni giuridiche contenute in essa, aveva dichiarato con malcelata ironia: ‘Le richieste di estradizione presentate dagli Italiani sono notoriamente difettose e incomplete... posso dire che mi risultano vizi di forma e di sostanza’. Quelle dell’avvocato Bianchi erano affermazioni tutt’altro che avventate, visto il capo di accusa che il Pm militare Intelisano aveva accluso alla richiesta di estradizione, capo di accusa che, vogliate scusare la mia mania di esattezza e precisione, è opportuno riportare per esteso qui di seguito, il rosso come i documenti giudiziari precedenti:

    ‘partecipazione con violenza in omicidio reiterato e aggravato per avere provocato la morte di 335 persone il giorno 24 marzo 1944 agendo in concorso con altre persone e mediante l'uso di armi da tiro’.

    Ora, come abbiamo in precedenza approfonditamente esaminato, nella sentenza relativa all'eccidio delle Fosse Ardeatine, emessa il 20 agosto 1948, sempre a Roma, il Tribunale Militare per il reato sopra indicato, ovvero omicidio reiterato e aggravato di 335 persone, segnalato dal Pm Intelisano nella richiesta di estradizione, aveva mandato assolto il tenente colonnello Herbert Kappler, comandante del reparto di SS che aveva eseguito la rappresaglia, ed insieme a lui, logicamente, anche quattro ufficiali e un sergente. Come abbiamo visto invece era stato condannato all’ergastolo il solo Herbert Kappler, ma per il fatto di avere inserito, senza avere l’autorità per fare questo, altre dieci vittime nell’elenco di ostaggi da fucilare, e secondariamente per l’omicidio di cinque persone che alla fine, per una serie disguidi dei quali la Corte aveva ritenuto responsabile in prima persona lo stesso Kappler, erano state prelevate e condotte alle Ardeatine, pur non facendo parte dei 330 della lista. Secondo alcune testimonianze, fatte proprie coma abbiamo visto dalla Corte d’Assise Militare, il compito assegnato ad Erik Priebke era stato unicamente quello di ‘spuntare’ la lista dei condannati ed inoltre, seguendo gli ordini di Kappler al pari di tutti gli altri sottoposti che erano stati completamente scagionati, di eseguire direttamente alcune [in effetti furono due] sentenze di morte. Ora già per questo semplice motivo, il capo di imputazione accluso nella richiesta del Pm Intelisano non poteva essere ritenuto idoneo allo scopo, in quanto si intendeva citare in giudizio una persona per un reato dal quale era stato in precedenza scagionato [quarantasei anni prima!!..], poichè il fatto non costituisce reato, con sentenza passata in giudicato. Questo sarebbe stato del tutto evidente per qualsiasi giudice argentino, se solo avesse avuto la possibilità di consultare gli atti del processo del 1948... tuttavia, come presto vedremo, la Corte Suprema Argentina, irridendo alle norme più elementari del diritto, impedirà questo dichiarando [il lettore si strofini bene gli occhi...] che di quella documentazione [ossia gli atti del processo del 1948] non si doveva tenere conto nel giudizio. Un secondo motivo, non meno valido del primo, che rendeva assolutamente inaccettabile la richiesta di estradizione presentata dall’Italia, era rappresentata dal fatto che il reato in questione , omicidio reiterato e aggravato, sia nell’ordinamento giuridico italiano sia in quello argentino, cade in prescrizione dopo 15 anni dal fatto contestato. Vedremo più avanti, e soprattutto in quale maniera, come questo ‘ostacolo’ sarà alla fine ‘aggirato’, sempre dalla [cosiddetta] Corte Suprema della ‘Repubblica delle banane’ Argentina.

    D’altra parte la tranquilla cittadina di Bariloche, i cui abitanti non avevano mai fatto mistero di amare il vivere tranquillo, niente affatto desiderosi di finire in ‘primera’, cioè la prima pagina dei giornali, era rimasta scossa da tutte quelle notizie. Nei quarant’anni trascorsi a Bariloche Erik Priebke si era guadagnata fama di persona mite ed equilibrata, un padre di famiglia esemplare. Lo stesso Priebke aveva fondato a Bariloche un centro culturale tedesco-argentino, che comprendeva una scuola ove si insegnava, tra l’altro, il tedesco e l’inglese. Le personalità più in vista di Bariloche, che pure non ignoravano i trascorsi nazisti di Priebke, gli avevano espresso pubblicamente sostegno, organizzando anche manifestazioni pubbliche, ed avevano espresso il vivo desiderio che tutta questa ‘cattiva pubblicità’ avesse fine... e a Bariloche, finita la ‘gazzarra’, la vita potesse continuare tranquilla come prima. E con ogni probabilità questo sarebbe stato se pochi giorni dopo non fosse accaduto un fatto nuovo e tragico, sul quale le comunità ebraiche dei vari paresi furono assai pronte a speculare per fare decisiva pressione , come vedremo, soprattutto sul presidente argentino Carlos Menem, che poco tempo prima, durante una visita a Bariloche, aveva espresso qualche perplessità sulla richiesta italiana, dichiarando testualmente: ...‘se si chiede l'estradizione dell'ex-ufficiale SS Erik Priebke con l'argomentazione che il genocidio Ebreo è crimine di guerra, altrettanto fu l'affondamento dell'incrociatore General Belgrano da parte degli Inglesi nella guerra delle Malvine e l'Argentina dovrebbe chiedere l'estradizione dell'ex premier Thatcher...’.
    Alle ore 10 del mattino [le ore 15 in Italia] del 18 luglio nel bel mezzo dell'antico ghetto ebraico sito nel centro di Buenos Aires, l’esplosione di un ordigno devastava l'edificio che ospitava i locali dell'Asociacion Mutual israelita, una cooperativa che organizzava attività culturali e sportive e al cui interno si trovavano un centinaio di persone. Secondo un primo bilancio i morti risultavano una ventina, cui se ne aggiungevano poi altri nel corso delle ore, oltre 150 i feriti di cui molti in gravissime condizioni. Anche se l'attentato quasi subito era stato rivendicato, con una telefonata alla radio della capitale, da un non meglio identificato ‘Commando Islamico’, gli inquirenti non escludevano una pista filonazista. Non era la prima volta che in Argentina organizzazioni israelite erano state oggetto di attentati, giacchè, sempre a Buenos Aires, il 17 marzo del 1992 una bomba di forte potenza era esplosa nell'ambasciata israeliana, provocando 29 morti e più di 200 feriti. In quell'occasione il presidente Carlos Menem, che per chi non lo sapesse è di origini siriane, aveva attribuito l'attentato a ‘gruppi fondamentalisti’, e in effetti l'unica rivendicazione attendibile era venuta dagli islamici integralisti che avevano motivato l'attacco come una vendetta per l'uccisione del segretario generale dell'Hezbollah, Abas Mussawi, avvenuta il 16 febbraio dello stesso anno. A guardare bene la vendetta era la pista logica da seguire anche per l'attentato avvenuto due anni dopo, che era stato preceduto da una serie di minacce lanciate dai gruppi fondamentalisti in seguito alla cattura, da parte dei soldati israeliani, del capo libanese Mustafa Dirani. Negli ultimi tempi in Argentina si era rafforzata notevolmente la presenza di gruppi arabi, tra cui anche alcuni oltranzisti che tra l’altro avevano trovato protettori di eccezione, come l'ex moglie e l'ex cognato di Menem, coinvolti in un misterioso traffico di passaporti a favore di libanesi, cosa che ovviamente non era sfuggita al Mossad, il potente servizio segreto di Israele, che in Argentina avevano sempre operato con estrema efficienza, come aveva insegnato la cattura, avvenuta in Argentina all’inizio degli anni ’60, di Adolf Eichmann, l’artefice della ‘soluzione finale’ voluta da Hitler. E’ poi solo di un anno fa la notizia del coinvolgimento di Carlos Menem, non più protetto da immunità avendo terminato il suo secondo mandato presidenziale, e dei suoi ex-famigliari in un complesso traffico internazionale di armi e di droga, cosa che ne ha determinato l’arresto e il rinvio a giudizio. Stante questo stato di cose, non sorprende il fatto che Carlos Menem fosse allora, diciamo così, ‘altamente ricattabile’ da parte della lobby ebraica internazionale, la quale sapeva far tesoro all’occorrenza delle ‘informazioni’ fornite dal Mossad, in qual modo lo vedremo subito. Ruben Beraja, direttore del Banco Mayo, e Presidente delle Associazioni Israelite del Paese [sono 300.000 gli Ebrei di nazionalità argentina, la più numerosa comunità israelitica dopo quella americana], intervistato rilasciava la seguente dichiarazione:

    ‘... direi che la pista più logica è quella del fondamentalismo islamico. E l'obiettivo è di ostacolare il processo di pace nel Medio Oriente... in dicembre c'erano state telefonate intimidatorie alla sede della nostra mutua, appunto la palazzina distrutta dalla bomba... fra i complici locali possono sicuramente esservi personaggi legati all'Internazionale nera. Mutuo soccorso, insomma, fra estremisti islamici e nazisti. Lo sanno tutti che in questo Paese vivono criminali di guerra, a partire da Priebke [il corsivo è mio - n.d.r.]...’

    Naturalmente ai giornalisti che intervistavano Baraja non sembrava vero di poter aggiungere carne al fuoco su quello che da due mesi era l’argomento che rubava le prime pagine dei giornali, e Baraja dal canto suo non si lasciva sfuggire l’occasione per inviare un chiaro messaggio al presidente argentino [nuovamente il corsivo è mio]:

    ‘... il vero problema sono i loro [dei nazisti rifugiati in Argentina - n.d.r.] legami con circoli argentini. Vogliamo sapere chi e quanti, in questi decenni, li hanno aiutati e coperti. Noi ci siamo battuti per l'estradizione di Priebke, e abbiamo chiesto un cambio radicale della politica argentina. Abbiamo domandato al presidente di creare un istituto per indagare sulle attività passate e presenti dei nazisti, e per denunciare tutte le complicità. Menem si è detto d'accordo. Vedremo... giudicheremo dai fatti. Siamo stanchi di messaggi di solidarietà. Solidarietà è una bella parola, ma per noi significa solo giustizia...’.

    Queste assai esplicite affermazioni di Baraja non erano destinate a rimanere un episodio isolato. A partire da quella data per una anno intero ogni sorta di pressione venne fatta su Carlos Menem da parte delle associazioni ebraiche, e non solo quelle argentine. Alcune settimane dopo Tommy Baer, presidente internazionale dell'organizzazione ebraica B'nai B'rith, ricevuto personalmente da Menem, dopo avere estorto a questi la promessa di una rapida estradizione in Italia di Erik Priebke, rilasciava trionfante alla stampa la seguente dichiarazione:

    ‘...il governo argentino si è preso una strigliata [sic!!...] per il ritardo dell'estradizione di Priebke. Abbiamo detto a Menem che la pressione sta crescendo, da parte degli USA e dell'Italia. E lui ci ha risposto che Priebke sarà in Italia entro breve tempo...’

    Probabilmente ‘Tommy’ nel suo entusiasmo non sapeva, o non ricordava, che, almeno formalmente, l’Argentina ha anch’essa, al pari degli Stati Uniti, una Costituzione, la quale prescrive separazione tra i poteri esecutivo e giudiziario, ragione per la quale era la magistratura, e non il presidente, alla fine che doveva decidere in merito alla estradizione di Erik Priebke. La procedura giudiziaria per questa, una volta ricevuta la richiesta da parte del nostro Ministro della Giustizia, era stata affidata, come voleva la legge, al giudice federale di Bariloche, Leonidas Moldes. Questi ha sua volta, cosa irreprensibile dal punto di vista della procedura penale in vigore in tutto il mondo [civile] , aveva richiesto [e ricevuto] la documentazione del processo celebrato in Italia nel lontano 1948 contro Herbert Kappler, unicamente dall’esame della quale avrebbe potuto, ovviamente, ricavare il metro di giudizio che gli era indispensabile per concedere ovvero respingere la richiesta di estradizione. Ora gli atti del processo in questione consistevano in oltre 5000 pagine, le quali avrebbero dovuto essere tradotte dall’italiano in spagnolo, cosa che avrebbe richiesto alcuni mesi. Disgraziatamente gli ultimi ‘sviluppi’ avevano causato una comprensibile ansia in Carlos Menem, al quale premeva ora solamente una cosa: consegnare Priebke all’Italia, non importa attraverso quali cavilli legali, e far contenti così i suoi ‘amici’ rabbini. Con questa premessa non deve destare eccessiva meraviglia l’iniziativa della ‘Corte Suprema delle banane’ , che il 14 marzo 1995 trasmetteva alla Corte Federale di Bariloche il seguente ‘ultimatum’ , il cui contenuto, non necessita di alcun commento, salvo marcare le parti più… ecco ‘significative’:

    ’… basta con perdite di tempo, Priebke deve essere rispedito in Italia, le prove raccolte sono nulle e, comunque, il giudice decida entro 10 giorni…’

    Ora nel contesto di secolare corruzione e asservimento al potere che caratterizza ancora oggi l’Argentina, i cui risultati pratici sono sotto gli occhi di tutti, evidentemente il giudice Leonida Moldes non costituiva eccezione per cui, preso atto della volontà dei politici, evitava di ‘perdere altro tempo’ e impiegava i dieci giorni generosamente concessigli per stendere un documento di sole 38 pagine il cui succo è la delibera qui sotto riportata, traduzione in spagnolo della richiesta di estradizione formulata dieci mesi prima dal Pm Intelisano:

    ’… si dà luogo all'estradizione richiesta dal giudice per le indagini preliminari del tribunale militare di Roma per il reato di partecipazione con violenza in omicidio reiterato e aggravato per aver provocato la morte di 335 persone il giorno 24 marzo 1944, agendo in concorso con altre persone e mediante l'uso di armi da tiro…’

    Immediatamente da Buenos Aires il Centro Simon Wiesenthal si affettava a comunicare la ‘lieta novella’ agli avvocati Gentili e Maniga, che tutelavano la cosiddetta ’associazione dei familiari di assassinati alle Fosse Ardeatine’, formatasi ‘spontaneamente’, prendendo a modello l’associazione parenti della strage di Ustica o della strage alla stazione di Bologna, all’indomani della notizia del ritrovamento di Erik Priebke a Bariloche. A quel punto i difensori dell’ex SS, che avevano due giorni per presentare appello presso la Camera Federale di General Roca, ancora mantenevano un ragionevole quanto ingenuo ottimismo. Se era vero che, contro ogni parvenza di più elementare legalità, si intendeva processare il loro assistito per un reato dal quale un altro tribunale lo aveva scagionato quarantasette anni prima, era anche vero che il reato ascrittogli era caduto da tempo in prescrizione. Era quanto da tempo sosteneva l’avvocato Bianchi, che in più di una occasione aveva ribadito che ‘la richiesta di estradizione non è ben fondata, in quanto il delitto imputatogli [fucilazione di 5 ostaggi di troppo] è caduto in prescrizione in Argentina’. E’ noto come ‘ostentare ottimismo sempre e comunque’ costituisce una qualità indispensabile per ogni avvocato anche se, nella maggior parte dei casi, i loro assistiti di solito non sono così sprovveduti da prestare loro fede. Per nulla sprovveduto, anche a causa dei suoi 82 anni, era certamente Erik Priebke, il quale aveva già da tempo capito che le ragioni della sua persecuzione non avevano nulla a che vedere con la ‘salvaguardia dei diritti dell’uomo’ o altre stronzate del genere, ma erano esclusivamente ‘politiche’, e lo ribadiva in una intervista rilasciata all’ANSA e pubblicata dal Corriere della Sera l’8 agosto: ‘… credo che mi si stia utilizzando politicamente… dopo 50 anni si riprende in mano la vicenda e mi tirano fuori dall'armadio, usandomi come capro espiatorio, se la prendono con me come farebbero con l'ultimo dei Mohicani…è vero ebbi in mano la famosa lista della rappresaglia, ma fu il capitano Schutz, che la organizzò. Obbedivo agli ordini, a mia volta uccisi un prigioniero…’.

    L’esame del ricorso presentato dai difensori di Erik Priebke alla Camera Federale di General Roca fu assai rapido, e il 28 agosto veniva emesso, lapidario, incontrovertibile e soprattutto scontato, il verdetto: la richiesta di estradizione non può essere concessa in quanto il reato ascritto è caduto in prescrizione. Anche chi di voi ha la memoria corta, non farà certo fatica ad immaginare quale deve essere stata la reazione, soprattutto da parte della comunità ebraica, alla notizia del verdetto. Perché ognuno abbia modo di capire a fondo la ‘mentalità’ di certa gente , in modo che non rimanga dubbio alcuno, sarà sufficiente riportare due sole dichiarazioni. La prima è quella di Nicola Fano, presidente della comunità ebraica romana e figlio di una delle vittime: ‘…avere Priebke qui in Italia sarebbe stata un’esigenza di giustizia. E’ inammissibile che non si permetta l’accertamento della verità [sic!!… evidentemente il signor Fano non era al corrente che la ‘verità’, quella almeno riguardante le responsabilità di Erik Priebke, era stata ‘accertata’ da molto tempo – n.d.r.]…’. La seconda, non meno fuori strada, del direttore degli affari penali del ministero della Giustizia, Vittorio Mele: ‘…non mi aspettavo una decisione che respingesse la nostra richiesta di estradizione, anche perché avevamo avuto l'appoggio del presidente argentino [il corsivo è mio – n.d.r.]. Vorrà dire che presenteremo ricorso alla Corte Suprema’. E’ appena il caso di osservare, senza offesa per alcuno si intende, che un giurista della fama di Vittorio Mele dovrebbe sapere che, non certo nell’Africa Nera ma almeno in un Paese ad ordinamento costituzionale, non è il presidente a decidere in materia di giustizia, bensì la magistratura, la quale a sua volta risponde unicamente alla legge. Comunque fosse, in attesa della decisione finale della ‘Corte Suprema delle banane’, la quale già in precedenza aveva fatto chiaramente intendere quale concetto avesse della ‘legalità’ e del ‘diritto’, venivano revocati gli arresti domiciliari ad Erik Priebke. che tornava così libero…

    … per essere nuovamente arrestato già il giorno dopo 29 agosto!!… eh sì, quello non era che il primo dei ‘colpi di scena’ che la ‘vicenda Priebke’ riserverà agli appassionati dell’horror, un colpo di scena quasi identico a quello che si verificherà quasi un anno dopo, con la comparsa, sempre manovrato dal solito regista, di un ‘nuovo ed inaspettato protagonista’: il ministero della giustizia tedesco. Con la classica ‘mossa a sorpresa’ che in realtà era una ‘sorpresa’ solo per gli sprovveduti, la Germania di Kohl, nell’ottica della più fedele tradizione di servile obbedienza che da oltre cinquant’anni, in nome di uno strano concetto di ‘riparazione dovuta’ verso gli Ebrei, la Germania Federale ha sempre tributato ai rabbini e ai loro adepti, chiedeva a sua volta all’Argentina, non si sa bene, esattamente come sarà un anno dopo, in base a quali ‘valide motivazioni giuridiche’, l'estradizione di Erik Priebke. Questa poi come vedremo, e anche questo si ripeterà dopo un anno secondo un ben collaudato copione, pur non avendo alcuna valenza legale, realizzava pienamente lo scopo che si proponeva, ossia permetteva di mantenere [illegalmente] Erik Priebke sotto custodia [non si sa mai che si dileguasse come aveva fatto Kappler], dando il tempo agli ‘azzeccagarbugli’ di trovare gli opportuni ‘cavilli’ da fornire alla ‘Corte Suprema delle banane’ per incastrarlo. Ora già ai tempi della dominazione spagnola si sapeva che gli ‘azzeccagarbugli’ migliori abitano in Italia e anche in quella circostanza non deve essere stato difficile realizzare che tale compito meglio di chiunque altro lo poteva svolgere un italiano: il procuratore militare Antonino Intelisano. Secondo il mio parere al Pm militare Antelisano deve essere assegnato un riconoscimento di primo piano, in quanto è stato l’antesignano di quello che può definirsi a pieno titolo ‘utilizzo a fini criminali della legislazione internazionale a salvaguardia dei diritti umani’, un esempio al quale sicuramente hanno fatto riferimento il giudice spagnolo Baltasar Garzon ed il giudice cileno Juan Guzman quando si è trattato di perseguitare Augusto Pinochet. Il concetto ispiratore, assai semplice, è il seguente: se tu vuoi perseguitare qualcuno accusandolo per eventi accaduti nella notte dei tempi, e i reati in questione sono caduti in prescrizione o sono coperti da amnistia, la soluzione è assai semplice, basta infatti far figurare le imputazioni contro di lui come crimini contro l’umanità, i quali non ammettono né prescrizione né amnistia. Senza andare troppo per le lunghe, dal momento che altrimenti la discussione ci porterebbe lontano, secondo la dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo, elaborata per la prima volta in sede Onu alla fine degli anni ’40 e messa definitivamente a punto alla fine degli anni ’60, sono riconosciuti ‘crimini contro l’umanità’ solo i seguenti tre: genocidio, tortura, terrorismo. Nell’ipotesi ragionevole che sarebbe stato assai difficile accusare Priebke di terrorismo [come invece vedremo la tortura tornerà ‘utile’ più avanti] , il Pm Intelisano, coadiuvato in questo dagli avvocati della ‘associazione famigliari’ [come si vedrà in seguito, alcuni di questi ‘famigliari’ delle vittime delle Ardeatine, morti quasi sessant’anni fa, risultano avere oggi dai venti a trent’anni… un altro dei ‘misteri d’Italia’] ha avuto la brillante idea di ‘imboccare’ la Corte Suprema delle banane’ argentina, ipotizzando per Erik Priebke l’accusa di genocidio, come si deduce dalla dichiarazione da lui rilasciata subito dopo aver appreso il mancato accoglimento della richiesta di estradizione [il corsivo è mio – n.d.r.]:

    ‘… esistono ragioni di diritto internazionale e pronunciamenti in materia, come la risoluzione dell'assemblea generale delle Nazion i Unite, la 3074 del 3 dicembre del 1973, votata all'unanimità, sulla imprescrittibilità dei crimini di guerra e contro l'umanità…’

    Per chi un poco ‘digiuno’ di diritto, l’avvocato Gentili, che ‘assisteva’ la ‘associazione famigliari’, rischiarava le idee, specificando in maniera più chiara i termini della questione [il corsivo è mio… anche qui il lettore è pregato di stropicciarsi gli occhi prima…]:

    ‘… l'estradizione si ottiene se si riesce a provare che Priebke commise un crimine contro l'umanità, e questo è facilmente dimostrabile. Un terzo delle 335 vittime fu massacrato, quel 24 marzo 1944, solo perchè si trattava di Ebrei. Di qui il crimine contro l'umanità, non un 'semplice omicidio'…’

    Il lettore stia pur sicuro che ha letto bene e non sta sognando. Se a questo punto mi limiterò, ovviamente con motivazioni ineccepibili tratte dagli atti del processo del ’48 che sono stati riportati nei precedenti capitoli, a demolire le ‘motivazioni’ del Pm Intelisano senza lasciarmi andare a commenti nei suoi confronti, stia tranquillo che faccio questo unicamente per non dover affrontare spese legali per difendere me e il sito che ci ospita da una peraltro insussistente querela diffamazione, non per altro. Allora le motivazioni che rendono semplicemente ridicola l’accusa rivolta ad Erik Priebke [ci si limita a lui solo] di ‘crimni contro l’umanità’ per il fatto che 75 delle 335 vittime delle Ardeatine [pari a un quinto e non un terzo quindi] erano Ebrei sono essenzialmente i seguenti che mi limito ad elencare:

    - come abbiamo visto in precedenza il tenete colonnello Kappler aveva designato le persone da inserire nell’elenco degli ostaggi da fucilare in ritorsione all’attentato di via Rasella attenendosi al criterio, raccomandatogli per altro dai superiori, di limitare il più possibile la scelta nell’ambito dei ‘candidati alla morte’ [todenswurtige]. Dal momento che il giorno 24 marzo risultavano presenti nelle carceri solamente quattro condannati a morte dai tribunali di guerra tedeschi, per i rimanenti duecentoventisei Kappler dovette basarsi non sulla ‘certezza assoluta’ ma solo sulla ‘probabilità’ che i designati non sarebbero in ogni caso vissuti a lungo. Se si tiene in conto del fatto che gli Ebrei fucilati alle Ardeatine erano già stati destinati ai campi di concentramento in Germania e che ragionevolmente assai ridotte erano le probabilità che da lì potessero fare ritorno [su oltre duemila Ebrei romani deportati in Germania, solo una cinquantina furono i sopravvissuti], nonché del fatto che la maggior parte delle altre vittime appartenevano alla piccola criminalità comune, oppure avevano avuto la sfortuna di trovarsi, di passaggio o in quanto ivi abitanti, proprio in via Rasella il giorno dell’attentato realisticamente avessero assai meno credenziali di loro come ‘candidati alla morte’, il numero di 75 Ebrei su 335 vittime non solo non deve ritenersi sproporzionato [si dovrebbe anzi affermare il contrario] ma soprattutto la rappresaglia delle Ardeatine non può a nessun titolo rientrare nella ‘soluzione finale per gli Ebrei’

    - la responsabilità della compilazione della ‘lista’ era stata conferita dal comando tedesco per intero al tenente colonnello Kappler, cosa che per altro fece. Nessun altro del resto avrebbe avuto l’autorità per designare le vittime della rappresaglia tedesca, meno che mai un ufficiale subalterno come il capitano Erilk Priebke

    - ad Erik Priebke fu consegnata semplicemente una lista con il compito di ‘stralciare’ da essa i nomi delle vittime mano a mano che queste venivano condotte sul luogo dell’esecuzione. Nessun elemento egli aveva per stabilire l’identità o l’etnia di ciascuna di esse… per lui si trattava soltanto di nomi

    - ultima, e per questo più importante di tutte, la definizione di 'crimini contro l'umanità' è stata introdotta e validata dall'Onu solo alla fine degli anni '60. In precedenza, ad esempio durante la seconda guerra mondiale, l'espressione 'crimine contro l'umanità' era semplicemente priva di significato, Non occorre essere esperti del diritto per sapere che non è neppure concepibile contestare a chichessia un crimine che è stato definito tale solo venticinque anni dopo i fatti contestati.

    E’ ovvio tuttavia che tutte queste ‘argomentazioni’ dicessero assai poco alle autorità argentine, le quali con ogni probabilità nulla di preciso sapevano in realtà dei fatti per i quali si chiedeva la consegna del ‘ciminale’ Erik Piebke. In seguito alla richiesta di estradizione tedesca il giudice Leonidas Moldes firmava un nuovo decreto di carcerazione per Priebke la sera stessa del giorno nel quale egli aveva appreso di essere tornato un uomo libero. Dando prova di straordinaria sollecitudine a capire le cose il ministro argentino della giustizia, Rodolfo Barra, faceva sapere a nome del governo quanto segue : ‘…il procuratore generale porterà il caso davanti alla Corte Suprema, tra non più di un mese Erik Priebke sarà estradato in Italia…’. Quando si dice essere chiari e di poche parole…il 17 settembre il presidente argentino Carlos Menem ratificava l'estradizione dell'ex ufficiale delle SS nazista Erik Priebke, accusato dalla giustizia militare italiana per ‘crimini contro l'umanità in connessione con il massacro delle Fosse Ardeatine nel 1994’.

    Il 21 novembre 1995 un aereo Falcon dell’Aeronautica Militare partito alle 9.30 [ora italiana] da San Carlos di Bariloche e con a bordo Erik Priebke toccava terra sulla pista dell'aeroporto di Ciampino. Per il suo arrivo erano stati mobilitati due elicotteri, i tiratori scelti e un imponente apparato di sicurezza. Per concludere, come si suol dire, ‘in bellezza’ questo capitolo non vi è nulla di meglio che riportare, rigorosamente senza commento, le ‘osservazioni’ del rabbino capo di Roma Elio Toaff, allorché si era saputo che Priebke, da tempo sofferente di aritmia cardiaca, molto probabilmente sarebbe stato condotto dopo l’arrivo all’operale militare del Celio: ‘…se mandano Priebke al Celio speriamo che non ci sia qui sua moglie che se lo porti via dentro una valigia…’.

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    Nobis ardua

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  6. #36
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    Sto presentando domanda di grazia per l'eroe Priebke sperando che questa rottura di cocomeri di incollammenti abbia fine.

    Usque tantum....

  7. #37
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    Il corpo straziato di Pietro Zuccheretti, tredici anni, tagliato in due dall’esplosione dell’ordigno posto in via Rasella dal partigiano comunista Rosario Bentivegna… davanti al nobile scopo di ‘liberare l’Italia dai nazifascisti’ che volete che conti la vita di un fanciullo!…

    CINQUANT’ANNI DI MENZOGNE

    All’atto di partire da San Carlos de Bariloche, EriK Priebke aveva voluto ‘abbracciare’ i due ‘angeli custodi’ che lo avevano sorvegliato in casa durante tutti i 18 mesi durante i quali era stato agli arresti domiciliari. Un gesto spontaneo di riconoscenza e indicativo dell’amicizia che in quel lasso di tempo era maturata tra l’ex-nazista ed i suoi carcerieri, bel gesto che purtroppo era stato ripreso dalle televisioni di tutto il mondo e che per questo aveva dato luogo alle seguenti ‘misure disciplinari’: immediata sospensione dal servizio dei caporali Margarido e Vidal, della polizia argentina. Prima dell'atterraggio a Ciampino, Priebke, del tutto ignaro di essere vittima di giochi che in realtà erano enormemente più grandi di lui, aveva ripetuto ancora una volta quello che andava dicendo da mesi: ‘…si sta facendo tutto questo rumore solo per un povero capitano…’. Eccolo il piccolo aereo con Erik Priebke a bordo, che tocca la pista dell'aeroporto di Ciampino alle 6.30 di una mattina gelida. Il Falcon viene subito circondato dai carabinieri, una equipe medica sale a bordo, visita in non più di un quarto d’ora il prigioniero e comunica il referto medico al Pm Intelisano, il quale fa sapere, con gran sollievo del rabbino capo Toaff e dei suoi adepti, che le condizioni di salute di Erik Priebke sono compatibili con la carcerazione e pertanto sarà ‘ospitato’ a Forte Boccea. Alle 8.30 l’ex-capitano delle SS sale sul blindato del comando provinciale dei carabinieri che sotto scorta, sei gazzelle, due motociclisti e un elicottero, si avvia a sirene spiegate in direzione di Forte Boccea, dove, appena arrivato, riceve subito due ‘liete notizie’. La prima è che gli hanno riservato sì una cella ampia e comoda, ma con le seguenti precise disposizioni: niente Tv, niente giornali, visite ammesse solo degli avvocati, in parole povere isolamento stretto fino alla conclusione dell'interrogatorio del giudice per le indagini preliminari. La seconda arriva con la visita degli avvocati, Enrico Baccino di Genova e il tedesco Andreas Schultz: è stato rintracciato un fantomatico ‘supertestimone’ sulla cui identità il procuratore Intelisano ha evitato di fornire ogni particolare. L’identità di questo ‘supertestimone’ [e soprattutto la ‘decisiva’ sua testimonianza] il lettore che non lo sa o non lo ricorda la verrà presto a conoscere, solo un poco di pazienza per non rovinare il ‘romanzo’. Già il giorno dopo essere sbarcato a Ciampino, neanche il tempo di abituarsi alle mura di cinta del carcere di Forte Boccea, EriK Priebke passava sotto le cure del giudice per le indagini preliminari del Tribunale militare di Roma, Giuseppe Mazzi, e del procuratore Antonino Intelisano. All’ex ufficiale nazista veniva comunicato il capo d’accusa, lo stesso per il quale prima una Corte di giustizia italiana lo aveva scagionato quarantasette anni prima e poi una Corte di giustizia argentina aveva respinto la richiesta di estradizione poiché il ‘reato era prescritto’, ma è chiaro che, una volta che l’imputato era stato estradato in Italia, di simili ‘cavilli giuridici’ non importava niente a nessuno, : aver violato il codice penale militare di guerra e dover rispondere di omicidio aggravato dalla crudeltà con la quale è avvenuta l'esecuzione di 335 persone’. E a queste accuse che cosa rispondeva l’imputato?… Con le stesse motivazioni che avevano scagionato a suo tempo gli altri sottoposti di Herbert Kappler, motivazioni che per decenni erano state accettate senza che nessuno avesse niente a ridire e che ora improvvisamente, per incomprensibili motivi, non valevano più: si era limitato ad eseguire gli ordini impartiti dal suo diretto superiore Herbert Kappler e di non aver avuto altra alternativa che quella di attenersi alle disposizioni perché, altrimenti, avrebbe rischiato anche lui la fucilazione. Priebke aggiungeva anche di aver materialmente sparato, così come Kappler aveva imposto a tutti gli ufficiali presenti.

    Nel mentre che il Gip Mazzi e il Pm Intelisano si facevano in quattro per portare sotto processo Erik Priebke, le comunità ebraiche di varie parti del mondo univano i loro sforzi persecutori contro di lui, con dichiarazioni il cui contenuto non ha alcuna necessità di essere commentato. Ecco la voce, chiara, alta e forte, di Tullia Zevi, presidente delle comunità ebraiche italiane [il corsivo è mio]:

    ‘…dell'eccidio delle Fosse Ardeatine non fecero le spese soltanto gli Ebrei. Ma gli Ebrei vi dettero, come al solito, un largo contributo di vittime. Eppoi, in fatto di eccidi, è al giudizio degli Ebrei che va riconosciuta la precedenza, come la ebbero nei forni crematori di Auschwitz…questo processo non può e non deve essere interpretato come una vendetta o un regolamento di conti archiviati ormai dalla Storia…esso può avere un senso solo come occasione di ripensamento sulle perversioni a cui può condurre il fanatismo…’

    ‘Non vendetta ma giustizia!…’, quante altre volte si è sentita ripetere questa farse, sempre dagli stessi individui, gli stessi che, come vedremo poi, al processo non permetteranno neppure all’accusato e al suo legale di parlare, e che, dopo la sentenza, assalteranno l’aula del tribunale per ‘fare giustizia’ oltre che di loro, anche del giudice, colpevole per il solo fatto di non concordare con loro concetto di ‘giustizia’. Le demenzialità di Tullia Zevi non erano però destinate a rimanere, come si può dire, un ‘fatto isolato’. A lei faceva seguito, tanto per cambiare, il ‘solito’ Centro Simon Wiesenthal di Los Angeles, un esponente tra i più in vista dei quali una volta aveva dichiarato che l’Italia doveva radere al suolo la Colonna Traiana [sic!!… il lettore stia sicuro che non sta sognando…], eretta in memoria dei crimini contro il popolo ebraico commessi dell’impero romano quasi duemila anni fa, che produceva la ‘testimonianza’, nient’altro che una valanga di menzogne, di un innominato ‘sottufficiale inglese’ che alla fine della guerra aveva interrogato l'ex sergente germanico Erik Weiss:

    ‘… dopo avere fatto inginocchiare sull'orlo della fossa i primi dieci condannati e averli fucilati, i Tedeschi ne fecero allineare altri dieci affinché vedessero sotto i cadaveri di coloro su cui si sarebbero abbattuti dopo appena pochi secondi… andarono avanti così per tutta la notte. L'aria risuonava delle grida di terrore di quanti, al limite della pazzia, stavano per precipitare nella tomba, e di quanti, già al suo interno, in cima ai cadaveri, erano rimasti solo feriti e non erano ancora morti…’

    Che tutto questo fosse una rozza e goffa messainscena è assai facile a dimostrare, se non altro per le evidenti inesattezze [furono infatti fucilati a gruppi di cinque e non di dieci, e all’interno della cava non venne scavata alcuna fossa, oltre al fatto che le fucilazioni avvennero di giorno e non di notte…]; viceversa per il rabbino Marvin Hier di Los Angeles ‘l'agghiacciante scena era una prova della colpevolezza di Erik Priebke’. E non era tutto, altre ‘prove’, del tutto prive di qualsiasi consistenza come è facile immaginare, venivano fornite ad uso e consumo dei ‘paladini di giustizia’ [il corsivo è mio]:

    ‘…un'altra prova è che non tutti gli autori del massacro erano SS, bensì uomini in divisa presi dagli uffici o dagli archivi, che non sapevano neppure sparare… il capo delle SS, il colonnello Kappler, non aveva abbastanza soldati per compiere quella strage in soltanto 24 ore, ragion per cui Priebke dovette esercitare forti pressioni su di loro… questi uomini abituati a usare la penna non avevano lo stomaco per quel lavoro... incominciarono subito a tremare come foglie, molti vomitarono, alcuni svennero… più a lungo durò l 'infernale spettacolo e più le vittime vennero solo ferite da quelle mani incompetenti che sventolavano selvaggiamente i mitra che impugnavano…non c'è dubbio che Erik Priebke non era un semplice esecutore di comandi… la divisione in cui operava, la Amt IV b, era comandata da Adolf Eichmann, lo stratega dell'Olocausto… Priebke era il numero tre delle SS a Roma… sarebbe stato catturato prima se la caccia ai criminali di guerra nazisti non fosse cessata subito dopo il processo di Norimberga, in Francia per non destare fantasmi, in Italia anche a causa delle difficoltà economiche…’

    Mentre era in corso questa offensiva a tutto campo, secondo la tecnica appresa in altri processi, a cominciare da quello per la strage alla stazione di Bologna, la ‘associazione parenti’, varie altre associazioni, ebraiche e no, oltre al comune di Roma e alla regione Lazio pensavano bene di costituirsi al processo contro Priebke come ‘parti civili’, forti del celebre enunciato dell’ammiraglio Horace Nelson: ‘only number can annihilate’. C’era però un piccolo problema: il tribunale militare non ammetteva parti civili. Obbediente alla direttiva affinché nessuna opportunità idonea a far condannare il ‘criminale nazista’ venisse trascurata, la Corte di Cassazione a tempo di record stabiliva la incostituzionalità di quel decreto, così che tutte queste ‘parti civili’, con il loro bravo stuolo di avvocati, saranno ammesse a presenziare al processo e a far ‘sentire la loro voce’… in qual modo poi lo vedremo. Intanto si era giunti ai primi di aprile, le elezioni politiche non erano lontane [si terranno il 23 aprile di quel 1996] , e i tempi stringevano per il giudice Giuseppe Mazzi, colui che doveva decidere se rinviare o no a giudizio l’ex-capitano delle SS. Dal momento che dal ‘supposto reato’ era passato, diciamo così, un po’ di tempo, il nodo da sciogliere era la eventualità o meno di concedere all’imputato le cosiddette ‘attenuati generiche’ [così chiamate perché come norma, salvo per imputati di eccezionale pericolosità come i boss della Mafia, vengono sempre concesse], nel qual caso sarebbe scattata automaticamente il non luogo a procedere per prescrizione del reato. E’ facile immaginare quale è stata, non appena tale eventualità è stata resa di pubblico dominio, la reazione del procuratore Intelisano e degli avvocati di parte civile: fuoco di sbarramento. Ancora più facile immaginare la reazione… sappiamo di chi e nulla rende anche qui più delle parole di Trullia Zevi, riportate senza commento, a parte il corsivo che è mio:

    ‘… è prematuro ogni commento, anche se per noi questo processo è l'ultima occasione di fare luce sulla verità nel momento in cui le pulsioni revisioniste sono molto forti. La sentenza, poi, visto che si tratta di un uomo anziano, è secondaria. Ma il processo si deve fare…’

    Quanto la sentenza fosse ‘secondaria’ per essi lo si può intuire dalla ‘accoglienza’ riservata ad Erik Priebke il giorno della prima udienza presso il tribunale per l’autorizzazione a procedere di Roma. Condotto furtivamente dai Carabinieri attraverso una scala secondaria, Priebke nella stanza dell'udienza [era a porte chiuse], si era trovato all’improvviso di fronte ad una trentina di parenti delle vittime: figli, nipoti, mogli che avrebbero accompagnato con sputi, imprecazioni e minacce l’interrogatorio dell'ex ufficiale delle SS, durato tre ore buone. Queste le sue prime dichiarazioni:

    ‘… mi dichiaro innocente, ho eseguito gli ordini superiori. Ammetto di aver sparato a due persone…’

    Incalzato dalle domande di Intelisano, Priebke spiegava con molta calma, quasi fossero cose arcinote a tutti, le ‘verità’ che dovevano scagionarlo. Riguardo la famosa lista dei condannati a morte, rilasciava la seguente testimonianza, la quale non solo non sarà smentita, ma addirittura verrà confermata poi dal ‘supertestimone’ [il corsivo è mio]:

    ‘… non ha mai compilato quel foglio di carta e l'ho tenuto in mano solo fino alla centesima esecuzione’ io ricordavo che erano state passate per le armi 320 persone. Che fossero stati fucilati 335 Italiani ne sono venuto a conoscenza solo di recente, dai giornali…’.

    All’ultima domanda del procuratore: ‘…lei, dopo la guerra, è stato aiutato da organizzazioni naziste?…’, Priebke, senza esitazione rispondeva:

    ’…no. E poi le associazioni tipo Odessa sono solo un'invenzione dei giornalisti [Odessa sta per Organizazion der Enthalten SS Angeholen, avvero Organizzazione degli Ex-appartenenti alle SS, un’invenzione giornalistica che a tutt’oggi vanta un gran numero di persone ‘certe’ della sua esistenza…- n.d.r.]…’.

    In aula vi erano stati anche momenti di tensione quando l'imputato aveva dichiarato chiaro e forte che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine era stata un ‘atto legittimo’:

    ‘La colpa è degli attentatori di via Rasella…io ho venerazione per i morti ma rimango con i vivi. Sono questi i tempi in cui si deve dimenticare. Bisogna lavorare per la pace e la fratellanza. Quello che ho fatto, l'ho fatto per rispondere a degli ordini. Ora esprimo le mie profonde condoglianze alle famiglie delle vittime…’.

    Nulla può spiegare quegli ‘attimi di tensione’ meglio delle parole di Rosetta Stame, 52 anni, figlia di Nicola Ugo Stame, inserito anch’egli nella lista dei 335 fucilati alle Ardeatine:

    ‘…il suo volto?… Ha presente l'acqua che scivola sopra un vetro?… Ecco, sulla sua faccia non si riesce a leggere il minimo segno di pentimento. E ora il giudice ci dice che dobbiamo prendere in considerazione l'ipotesi che vengano riconosciute a Priebke le attenuanti generiche. A una persona che non ha mai rinnegato la fede nazista. Non voglio neanche prendere in considerazione l'ipotesi che uno degli assassini di mio padre non venga processato… sì, l'ho guardato bene Priebke: è ancora spavaldo, arrogante. Per 50 anni lui è riuscito a farla franca: e così si sente ancora più sicuro e si permette, adesso, di presentare le condoglianze alle nostre famiglie…’

    Se considerazioni del tipo ‘non si è pentito!…’ possono essere concesse se pronunciate da una emerita ignorante qualsiasi, non così deve essere per chi di diritto dichiara di intendersene. A parte il fatto che pretendere che una persona si dichiari ‘innocente’ e nello stesso tempo anche ‘pentita’ fa a pugni con il più elementare buon senso, da quando in qua il criterio per rinviare o meno a giudizio un imputato risiede non già negli ‘elementi a suo carico’, bensì nel fatto che egli sia o no ‘pentito’?… Per quanto possa sembrare inverosile tuttavia tale aberrazione giuridica è stata fatta propria proprio dal Pm Intelisano, a giudicare dalle sue stesse parole, condivise in toto per altro gli avvocati delle parti civili: Nicotera, Maniga, Gentili, Severini [il corsivo è mio]:

    ‘… le attenuanti generiche per me non sono applicabili. Sono fiducioso che non saranno accolte… e poi non ci sono i presupposti per liberare Priebke: lui non si è pentito…’

    Che Erik Priebke fosse pentito o no, alla fine la ‘coscienza di giustizia’ suggeriva al giudice Giuseppe Mazzi, a scanso di spiacevoli guai, di non farsi troppi scrupoli e rinviare a giudizio l’ex-ufficiale nazista, fissandolo il suo inizio per i primi di maggio. Il Tribunale designato era composto da due membri togati [presidente Quintelli e Rocchi giudice a latere] e da un militare di grado superiore all'imputato. La pubblica accusa era rappresentata sempre dal procuratore militare Antonino Intelisano, la difesa da Velio Di Rezze, un avvocato di Velletri che in seguito nel processo darà prova di eccezionale, quanto inutile, ‘bravura’. Vale la pena di riportare le parole pronunciate nell’occasione da Antonino Intelisano, il quale già sapeva quale sarebbe stata la [ovvia] ‘strategia difensiva’ della controparte, ossia la illegittimità dell’attentato compiuto dai Gap il 23 marzo 1944 in via Rasella, attentato al quale la rappresaglia nazista delle Ardeatine costituiva reazione giustificata dalle leggi internazionali allora in vigore, [al solito il corsivo è mio]:

    ‘… quella di Priebke è stata una partecipazione attiva nella programmazione ed esecuzione nell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Ci prepariamo al dibattimento con molta serenità’. L'imputato ha già annunciato che si difenderà sostenendo che ‘la rappresaglia fu legittima…quella del 24 marzo '44 fu una ritorsione contro la popolazione civile, un atto vietato dall'ordinamento internazionale e italiano. Le affermazioni di Priebke sulla legittimità della rappresaglia sono pericolose, perché significherebbe offendere la Resistenza, da cui è nata la Repubblica Italiana…’

    Ad Intelisano faceva eco di lì a poco Rosario Bentivegna, detto Sasà, principale autore, insieme ad altri che però ebbero compiti di secondo piano, della ‘prodezza’ compiuta in via Rasella il 26 marzo 1944, che gli è valsa tra l’altro la medaglia d’argento al valor militare [ma perché mai non quella d’oro?… probabilmente si è temuto che tutti gli altri insigniti della massima onorificenza al valore, molti dei quali autentici eroi, avrebbero reagito alla notizia restituendola alla Stato, dopo averci sputato su…]. Le dichiarazioni di Sasà sono una autentica ‘leccornia’, ogni commento le guasterebbe:

    ‘… lo processeranno?… Benissimo. Sulla nostra presunta responsabilità i nazisti e i loro portavoce italiani continuano a ripetere la stessa cosa: se Priebke lo ha detto ancora una volta vuol dire che è ancora quella carogna di 52 anni fa. La rappresaglia contro la popolazione civile non può essere mai legittima, come dice Priebke, perché fin dal 1907 c'è la convenzione dell'Aja riconosciuta anche dalla Germania… io, nel maggio '44, ero a Palestrina e come comandante partigiano avevo 28 prigionieri tedeschi. Bene, io mi opposi contro i miei stessi compagni che volevano ucciderli quando seppero della rappresaglia contro la famiglia Pinci. Quei Tedeschi, poi, riuscirono a scappare…’

    A fare un po’ di luce sulla ‘legittimità’ dell’azione di via Rasella, doveva di lì a poco comparire, l’8 maggio 1996, un articolo in prima pagina sul quotidiano Il Giornale, diretto allora da Vittorio Feltri, con allegate una foto agghiacciante ed una didascalia che la illustrava: ‘la testa di un tredicenne straziato dall'attentato di via Rasella’. L'articolo citava poi il ‘testimone’ Giovanni Zuccheretti, 65 anni:

    ‘…mio fratello gemello Pietro aveva i calzoni corti. Stava appoggiato o addirittura seduto sopra quel bidone maledetto quando tutto il mondo intorno a lui esplose. Loro, i gappisti, prima di fuggire, non possono non averlo visto. Ma non hanno fatto nulla per salvarlo…’

    Il rinvenimento del ‘testimone’ e della foto era dovuto all’impegno volonteroso di un giornalista, Pierangelo Maurizio, che ha indagato su parecchie ‘verità dimenticate’ riguardo all’attentato di via Rasella e ai tragici fatti che ne sono seguiti, materiale che poi ha condensato in un libricino dal titolo Via Rasella: cinquant’anni di menzogne. E così, proprio nel pieno dell’orchestrata campagna di persecuzione contro l’ottantenne Erik Priebke, venivano alla luce alcuni incredibili retroscena dell’episodio di via Rasella, volutamente rimasti sepolti per oltre cinquant’anni. Secondo la ricostruzione di Pierangelo Maurizio le vittime civili dell’attentato di via Rasella, quelle uccise dallo scoppio dell’ordigno piazzato nel cassonetto della spazzatura, erano state non meno di sei, anche se solo di due di esse era riuscito a stabilire l’identità: Pietro Zuccheretti, di 13 anni, e il partigiano di ‘Bandiera Rossa’ Antonio Chiaretti, di 45 anni, che per ‘misteriosi motivi’ si era trovato proprio lì al momento dell’esplosione. Non si fa fatica ad intuire quale deve essere stata la ‘replica’ a Vittorio Feltri di ‘Sasà’ Bentivegna… tanto che potremmo perfino non riportarla:

    ‘…è sciacallaggio!… nel giorno in cui si apre il processo a Priebke, pubblicare reperti macabri e sostenere che avremmo potuto fare qualcosa per salvare il bambino e non lo abbiamo fatto, è puro sciacallaggio!… Come si fa a sostenere che il ragazzo stava seduto sopra il bidone?… Quello era uno di quei carrettini con il doppio contenitore cilindrico, sul quale a malapena si può sedere un gatto!... Io accesi la miccia: 50 centimetri che bruciarono in 50 secondi. Fino al momento in cui girai l'angolo di via Rasella non vidi alcun bambino… la morte di un bambino e di un anziano del quale non si è mai saputo il nome è stata documentata nella relazione fatta dal medico legale Attilio Ascarelli, che esaminò i corpi delle vittime di via Rasella e delle Fosse Ardeatine. Nella relazione, peraltro, si parlava di una bambina perché il corpo era talmente devastato da non consentirne l'individuazione del sesso. Io queste notizie le ho apprese solo di recente dalla lettura di un libro, ‘Roma Città prigioniera’ di Cesare De Simone…’.

    A Bentivegna forniva subito pieno appoggio lo ‘storico’ americano Robert [Testa di]Katz, autore di un libercolo dal titolo Morte a Roma - Il massacro delle Fosse Ardeatine, in quei giorni a Roma perché chiamato da Intelisano a testimoniare contro Priebke. Le sue parole, riportate senza commento alcuno a parte il corsivo aggiunto dallo scrivente, illustrano meglio di qualsiasi discorso la consistenza delle ‘argomentazioni’ fornite dalla totalità di quel letamaio che è la cosiddetta ‘storiografia resistenziale’:

    ’… è una vecchia montatura. Prima dell'attentato i civili che stavano in via Rasella sono stati avvertiti. E possibile che un ragazzo morì in seguito allo scoppio, però il modo in cui è stato presentato con quella fotografia è strumentale. Quello che dice Bentivegna mi sembra corretto. E poi sul Giornale, sotto la solita foto dei rastrellati davanti a palazzo Barberini, accanto a via Rasella, si legge: ‘Moriranno alle Fosse Ardeatine’. Bene, questo è un errore: erano 150, mi pare, furono tutti arrestati ma poi in nove finirono sull'elenco di Kappler e Priebke perché già schedati come attivisti della Resistenza. E poi vorrei dire che la storia dei sette morti civili non è vera: è una notizia ripresa dall'agenzia d'informazione Stefani, allora controllata dai fascisti…’

    A questo punto il lettore mi consentirà di fare un significativo salto nel tempo, due anni… 15 aprile 1998. Lo stesso giorno [ironia della sorte] nel quale la Corte militare d’Appello di Roma rendeva nota la motivazione della sentenza con la quale Erik Priebke e Karl Hass erano stati condannati all’ergastolo, il Gip Maurizio Pacioni decideva di archiviare il procedimento contro Rosario Bentivegna e altri ‘gappisti’ indagati per strage. Il procedimento contro gli ex partigiani era stato avviato due anni prima, nel 1996, in seguito alle denunce presentate dai legali dei familiari delle due vittime civili dell'attentato, Francesco Iaquinti e Giovanni Zuccheretti, fratello di Piero. L'indagine aperta aveva anche lo scopo di verificare, come reclamavano le parti civili, se l'attentato avesse avuto lo scopo, tra l'altro, di decimare i partigiani di Bandiera Rossa che si opponevano ai comunisti di Bentivegna, circostanze, queste ultime, per le quali il Gip non aveva trovato riscontri. La motivazione dell’archiviazione consisteva, secondo il Gip Maurizio Pacioni, nell’ammnistia conseguente al ‘Regio decreto del 5 aprile 1944’ [emanato da Vittorio Emanuele III quindi, guarda caso, due settimane dopo l’attentato di via Rasella] che concedeva il ‘perdono’ per tutti quei reati commessi ‘quando il fine che li ha determinati sia stato quello di liberare la patria dall'occupazione tedesca, ovvero quello di ridare al Popolo Italiano le libertà soppresse e conculcate dal regime fascista’. Senza lasciarsi andare ad inutili dissertazioni che non porterebbero a nulla di concreto, come giudizio definitivo sulla ‘azione patriottica’ che si è compiuta in via Rasella il 23 marzo 1944, sarà sufficiente riportare, a conclusione di questo capitolo, la motivazione della sentenza di archiviazione [il corsivo sottolineato è mio]:

    ’…l'attentato di via Rasella non è stato un legittimo atto di guerra ma una strage perseguibile penalmente come tale… esso rientra tuttavia sotto l'amnistia emanata con il Regio decreto del 5 aprile 1944 in quanto il suo fine rispondeva all'obiettivo di liberare l'Italia dai nazisti…’

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    Nobis ardua

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    Una pagina di giornale con articolo scritto da Franco Napoli, unico ‘testimone’ che ha affermato di essere stato ‘torturato’ da Erik Priebke in via Tasso… come ha affermato anche, ++++++++++, che ‘Benito Mussolini è stato ucciso a revolverate da Claretta Petacci’…

    I ‘TESTIMONI’ E… LA PRESA IN GIRO DELLA GIUSTIZIA

    Il giorno 8 maggio 1996, alla vista di Erik Priebke mentre entrava nell’aula del tribunale di viale delle Milizie, indossando un elegante completo grigio, con l’immancabile e imperturbabile aspetto, marziale al punto da rendere ridicoli al confronto i tre carabinieri di scorta che non lo abbandonavano neppure per un secondo, Rosetta Stame, che portava con sé la foto del padre, il cantante lirico Nicola Ugo Stame, trucidato alle Fosse Ardeatine, era presa da crisi isterica, sveniva e doveva essere portata fuori a braccia dai carabinieri. Si sa che da noi in Italia il cosiddetto ‘segreto istruttorio’ sarebbe più propriamente da chiamare ‘segreto di Pulcinella’, e pertanto non deve sorprendere il fatto che nel lungo corridoio del palazzo fin dalle prime ore del mattino circolavano ‘indiscrezioni’ su certi ‘documenti’ scoperti dal Centro Simon Wiesenthal di Los Angeles, documenti, il cui contenuto già è stato esaminato, che descrivevano Erik Priebke tutt’altro che ‘un semplice capitano esecutore di ordini superiori’.

    Viene letto il capo di accusa, e con questo se ne va la prima giornata di udienza:

    ‘… Priebke Erik, nato nel 1913, accusato di concorso in violenza con omicidio continuato di cittadini italiani per avere, quale appartenente alle forze armate tedesche, in concorso con Herbert Kappler e altri militari tedeschi, col medesimo disegno criminoso e agendo con crudeltà, cagionato la morte di 335 persone, perlopiù italiani, militari e civili [...], con premeditata esecuzione a mezzo di colpi di arma da fuoco, in Roma, località Cave Ardeatine, il 24 marzo del 1944…’

    Nel pomeriggio venivano divulgate ai giornalisti altre ‘agghiaccianti verità’ sull’imputato, le quali non lasciavano dubbi a nessuno sul fatto di trovarsi di fronte ad un individuo pervaso da autentico ‘istinto criminale’, rivelate sempre dal ‘solito’ rabbino Marvin Hier:

    ‘…non c'è dubbio che Erik Priebke non era un semplice esecutore di comandi. Già due anni fa è stato inviato a Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio, tre documenti comprovanti l'alto grado di Priebke nelle SS. Il primo era un ordine di cattura da lui firmato su carta intestata delle SS contro due Ebrei italiani, Manuel Sonnino e Isacco Tagliacozzo. Un altro era la tessera della divisione in cui operava, la Amt IV b comandata da Adolf Eichmann, lo stratega dell'Olocausto... i nostri documenti confermano quanto emerso dai documenti degli Archivi nazionali di Washington raccolti dall'agenzia Agi, cioè che Priebke era già un esperto della caccia agli oppositori del nazismo, comunisti, liberals, Ebrei, prima ancora di entrare nelle SS. Priebke fu al servizio della Gestapo, una sezione della polizia segreta tedesca, ed ebbe il compito di schedare e programmare gli arresti dei nemici del Fuehrer. Tra i documenti vi è il curriculum inviato da Priebke al comando generale delle SS nel '39, nonché la tessera di cui Berlusconi ha ricevuto la fotocopia… si deve far luce su come Priebke riuscì a fuggire dal campo di prigionia britannico di Rimini nel '48… chi l'aiutò?…’

    Il mattino successivo era stato dedicato per intero alla requisitoria del Pm militare Intelisano, il quale scopriva alcune sue carte, rivelando la ‘strategia di accusa’ che avrebbe seguito contro l’imputato [al solito il corsivo è mio]:

    ‘… questo non sarà il processo al nazismo ma il processo a un fatto… il nostro scopo è quello di verificare la posizione funzionale di Priebke rispetto a Kappleril reato non può essere prescritto perché ci sono le aggravanti dell'efferatezza, della brutalità, della mancanza dell'onore militare… non è vero che in guerra tutto è lecito. In tutti i processi a criminali nazisti, anche a Norimberga, tutti si sono difesi dicendo che obbedivano a degli ordini. E’ il momento di dire che questo non è vero…’

    In poche parole il Pm Antonino Intelisano aveva chiarito la linea che egli intendeva seguire nel suo procedimento di accusa, basata sui tre punti seguenti:

    - la ‘posizione funzionale’ di Erik Priebke rispetto al comandante Kappler non era stata di ‘semplice subordinazione’ , ovvero egli non aveva ‘semplicemente eseguito gli ordini’. Al contrario egli aveva avuto un ruolo determinate nella programmazione [soprattutto nel decidere il numero delle vittime che dovevano morire] e nella esecuzione della rappresaglia [e qui vi era un altro aspetto, quello fondamentale: le cinque persone fucilate ‘in più’. In altre parole non erano valide nei suoi confronti le motivazioni che avevano portato la Corte Militare di Roma nel 1948 ad assolvere i militari tedeschi che avevano eseguito gli ordini di Kappler.

    - nell’esecuzione dell’ordine, si era reso colpevole di efferatezza, brutalità, mancanza di onore militare, ossia, in parole povere, era stato lui a stabilire le modalità con le quali eseguire la fucilazione di quelle 335 persone.

    - egli avrebbe potuto, e di conseguenza dovuto, rifiutarsi di eseguire un ordine ‘palesemente illegittimo’. In parole povere, e qui si ribaltava completamente il giudizio formulato nel 1948 dalla Corte d’Assise Militare di Roma, egli sarebbe stato pienamente cosciente non solo del fatto che l’ordine ricevuto era a tutti gli effetti illegittimo, ma anche del fatto che il rifiuto ad eseguirlo non avrebbe avuto conseguenze per lui e per i suoi famigliari.

    Anche se non detto esplicitamente dal Pm Intelisano, era scontato che egli avrebbe ottenuto la condanna dell’imputato non limitandosi semplicemente ad enunciare tutto ciò, bensì fornendo al giudice Quistelli anche prove e riscontri a sostegno delle sue tesi accusatorie. Quanto il Pm Intelisano sia riuscito in questo, ognuno lo potrà fra poco giudicare da sé. In ogni caso è evidente che le tanto decantate ‘prove’ potevano venire in gran parte da ‘testimoni’ ai quali si chiedeva due pregiudiziali irrinunciabili [o quasi]: a) essere ancora in vita dopo così tanto tempo b) garantire un minimo di affidabilità. Questi due requisiti, in apparenza ovvi, si riveleranno in pratica di così difficile reperibilità da costringere il Pm Intelisano a ricorrere poi, come vedremo, a testimonianze indirette, fornite spesso da persone nate addirittura dopo i fatti.

    Uno di questi ‘testimoni’ doveva farsi vivo alla ripresa del dibattimento processuale, il 13 maggio. Quella mattina doveva ripetersi una delle solite scene già viste e che si continueranno a vedere fino al momento della sentenza… anzi soprattutto dopo il momento della sentenza. All’ingresso di Erik Priebke e della scorta di carabinieri, una donna appartenente alla ‘associazione famigliari’ si avvicinava, eludendo la vigilanza, all’imputato, gli lanciava uno sputo e profferiva al suo indirizzo un elegante ‘Priebke boia!…’. Questo episodio serviva da spunto ad una delle tante ‘rivolte’ promosse dai ‘famigliari’ [la cui presenza era l’immancabile conseguenza del decreto promulgato dieci giorni prima dalla corte Costituzionale] contro Erik Priebke ed il suo difensore, avvocato Velio di Rezze. ‘Priebke boia?… – aveva aspramente replicato quest’ultimo - … anche se è stato un boia nessuno merita di essere chiamato così perché non c'è una sentenza passata in giudicato!…’. Fin qui poteva bastare, ma il legale di Velletri, oramai in piena foga combattiva, girava il coltello nella piaga: ‘Priebke torturatore?… quando mai!… Lui a via Tasso aveva un ufficio di rappresentanza, al massimo avrà sentito qualche lamento. Ma non si tratta degli stessi lamenti che si sentono oggi nelle questure dove ogni tanto vola qualche schiaffo durante gli interrogatori?…’. Dopo di ciò, mentre il giudice Quistelli fronteggiava la massa inferocita dei ‘parenti delle vittime’ minacciando di far sgombrare l’aula, dalle ultime file improvvisamente si levava una voce:

    ‘… chiedete a quel disgraziato di Priebke cosa faceva al consolato tedesco [Villa Wolkonsky – n.d.r.]… l'ho visto uccidere tre carabinieri!…’

    L'uomo che aveva così esordito era Franco Napoli, sedicente ex-partigiano abitante a Como, il quale aveva chiesto più volte di testimoniare ma del quale lo stesso Intelisano si era riservato di controllare l'attentibilità, in quanto in passato e anche di recente aveva avuto a che fare con la giustizia… torneremo quanto prima a parlare di lui e della sua ‘testimonianza’.

    Il giorno dopo, il 14 maggio 1996, iniziava il primo atto del processo vero e proprio: la ‘passerella’ dei testimoni dell’accusa. Al primo di questi ‘testimoni’ , Mario Cecconi, uno stracciarolo che il 24 marzo 1944 cercava fili di rame davanti alle Ardeatine, va dato atto di essere riuscito a rompere la grave tensione del processo, in quanto il ‘contenuto’ della sua deposizione era tale da causare le risate incontenibili nell’ordine dell’interprete, dei giudici, degli avvocati e, da ultimo, dello stesso ‘mostro di ghiaccio’ Erik Priebke… eccolo [il corsivo è mio]:

    ‘… io quelle scene, Priebke che fa il sopralluogo a bordo di una Topolino e Priebke che mi da un pugno e un calcio per farmi allontanare dalle cave, io le ho disegnate in una specie di storia raccontata a fumetti…’

    Un unico, diciamo così, ‘commento’ alla ‘deposizione’ di Mario Lecconi: la FIAT Topolino non era un automezzo in dotazione alla guarnigione delle SS di via Tasso, mentre era ampiamente usata dalla polizia municipale di Roma. Il clima ritornava però improvvisamente assai serio in seguito all’ennesima sfuriata dei ‘parenti delle vittime’ e si passava a sentire Sergio Volponi, il cui padre, Guido, fu prelevato in pigiama dalla casa di via Rasella e poi giustiziato alle Ardeatine nonostante che il suo nome non figurasse in alcuna lista:

    ‘… quella di mio padre fu una delle prime salme ad essere esumata. Ritengo che lui sia stato uno dei cinque martiri uccisi in più…’

    E così si entrava in uno dei nodi del procedimento: le cinque persone fucilate ‘in più’. Nel 1948 Kappler era stato condannato all'ergastolo, come abbiamo visto in precedenza, anche per quelle cinque ‘vittime in più’ , mentre gli altri sottoposti, tra cui il capitano Shutz, il secondo nel comando dopo Kappler che aveva materialmente organizzato l’esecuzione, erano stati assolti. Più di una volta l’avvocato Di Rezze aveva ripetuto quello che era una delle [inoppugnabili] roccaforti della difesa di Priebke, e non mancò di ribadirla anche in seguito alla testimonianza di Volponi:

    ‘…se un parigrado è stato già assolto il mio assistito deve avere lo stesso trattamento…’

    In quella stessa occasione il Pm Antonino Intelisano ebbe a replicare [il corsivo sottolineato è mio, affinchè il lettore si imprima bene nella mente le parole di Intelisano]:

    ‘--- non è il grado che conta ma le funzioni esercitate. Noi dimostreremo che Priebke organizzò la strage…’

    Evidentemente dimostrare che il capitano Priebke avesse una autorità che trascendeva in qualche modo il proprio grado. autentica ossessione per il Pm Intelisano, non doveva essere poi tanto difficile. Bastava trovare un paio di testimoni ‘opportunamente istruiti’… e sperare di trocare qualche allocco che credesse a loro. Ecco due delle testimonianze sentite quel giorno. La prima è di Roberto Lordi, figlio del generale dell’aeronautica ucciso alle Ardeatine [il corsivo è mio]:

    ‘… a casa nostra veniva il sergente Shult che ci portava i biglietti di mio padre rinchiuso in via Tasso. Ci chiese un orologio, un Hausmann, per Priebke, per il superiore del capitano Shutz…’

    … la seconda di Remo Pellegrini, ex partigiano, il detenuto che liberò [con la tacita complicità di funzionari dell’OVRA che nel dopoguerra furono, per i servigi resi, ‘ricompensati’ dai comunisti e mantennero i loro incarichi ai vertici dei Servizi Segreti] i ‘compagni’ rinchiusi in Regina Coeli:

    ‘… in carcere il 24 marzo vidi gente in cortile e sentii urlare ‘assassini!’… le voci dicevano che la scala gerarchica era Kappler, Priebke, Shutz…’

    Tutti queste ‘argomentazioni’, anche a prescindere dalla loro più che dubbia veridicità, avevano in realtà valore molto scarso, in quanto Erik Priebke era sotto processo non per le mansioni che egli aveva svolto a Roma nell’intero periodo di occupazione tedesca della città, ma per le sue specifiche responsabilità nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Ci si sarebbe aspettati logicamente quindi che il Procuratore Intelisano dedicasse i suoi principali sforzi accusatori puntando su testimonianze direttamente connesse a quel doloroso episodio. Viceversa nei giorni successivi tutte le ‘testimonianze’ avrebbero posto l’accento sul fatto che Erik Priebke, a sentire loro, era, fra tutti i ‘torturatori’ di via Tasso, il più feroce e sanguinario. Ad aprire questa fase del processo doveva essere Maria Teresa Regard, la vedova di quel Franco Calamandrei che aveva partecipato all'attentato di via Rasella e che, successivamente catturato, era finito anch’egli in via Tasso [il corsivo è mio]:

    ‘… io in via Tasso ci sono stata un mese e lì ho visto cose terribili. Papa Pio XII scrisse un lettera a Kappler per chiedere la grazia per il professor Gianfranco Mattei che poi è morto suicida in carcere. A quanto mi risulta fu lo stesso Kappler a distruggere quella lettera e ad affidare il professore alle ‘cure’ di Priebke, convinto che sarebbe riuscito a farlo ‘cantare’ con i suoi metodi di persuasione fisici e chimici…’

    Ecco invece quanto ‘risultava’ a Giovanni Gigliozzi, presidente dell'Anfim:

    ‘… Arrigo Paladini mi confidò che negli interrogatori Priebke lo colpiva nello stomaco e sui testicoli col pugno di ferro…’

    A rompere la languente monotonia del processo interveniva due giorni dopo un ‘testimone’ non certo più credibile dei precedenti, ma per lo meno un poco ‘fuori dell’ordinario’ : l’ex 007 americano Peter Tomkins, ex-agente ‘Office of Strategic Services’ [Oss, precursore della Cia], l’organizzatore nel 1944 a Roma dell’apparato spionistico anglo-americano che dopo poco tempo doveva essere scoperto e neutralizzato dalla Gestapo. Ecco alcune sue rivelazioni [il corsivo è mio] :

    ‘… Priebke era un ufficiale del controspionaggio tedesco. Oltre che delle torture ai prigionieri in via Tasso, si occupava di questioni molto delicate come quando per ordine di Himmler [il capo delle SS e della Gestapo, n.d.r.] si mise a frequentare Edda Ciano, la primogenita di Mussolini, nel tentativo di recuperare i famosi diari di Galeazzo Ciano prima che venissero portati in Svizzera…’

    Interessante, soprattutto per i suoi risvolti ‘da romanzo’, anche se totalmente irrilevante ai fini processuali, il racconto fatto da Tomkins di una brillante operazione da lui condotta a termine, nella quale spiegava come aveva ‘beffato Priebke alla grande’ [al solito il corsivo è mio]:

    ‘… ero a Roma per organizzare una rete clandestina quando, il 3 marzo '44, fu arrestato Maurizio Giglio, l’uomo che custodiva le nostre radio. Ci nascondemmo ai Parioli, in via Fauro, e per dare una sembianza di normalità organizziamo una festa con alcune ragazze. Poi arrivò una telefonata: era un'amica della padrona di casa che voleva partecipare al party assieme a un conoscente, un capitano delle SS. Io dissi a Franco Malfatti: ‘Se rifiutiamo, quello si insospettisce’. Con un coltellaccio in tasca, andammo a prendere i nuovi invitati. Quando tornammo, si suonava, si ballava, si giocava a chemin-de-fer: ci sedemmo in cucina e preparai un'omelette à la Saint Michel per il nuovo arrivato. Restammo in compagnia delle ragazze fino alle tre, e per tutto il tempo quel capitano non fece altro che interessarsi alle grazie prosperose di una di esse. Poi lui se ne andò e io chiesi: ‘Ma che genere di capitano è?…’ Malfatti rispose: ‘E’ Priebke, quello che ci sta cercando, quello del controspionaggio’…’

    Se ora dobbiamo prendere per buona la ‘testimonianza’ di Tomkins [è evidente che in gran parte è con ogni probabilità ‘gonfiata’ a puro beneficio dell’uditorio] possiamo certamente concludere che Erik Priebke, per quanto riguarda l’aspetto della ‘professionalità’, non era sullo stesso piano di James Bond, il quale in quell’occasione avrebbe prima pensato al ‘dovere’ [ovvero avrebbe ‘sbudellato’ Tomkins] e poi al ‘piacere’ [sondando la ‘disponibilità’ della formosa fanciulla]. Certo che da questo a ‘feroce aguzzino e torturatore’ differenza ce n’è, e non poca… Forse conscio di questo, Tomkins abbandonava i discorso sulle sue ‘eroiche gesta passate’ e riprendeva la sua ‘testimonianza’ tesa a dimostrare, per chi avesse avuto ancora dei dubbi, tutta la ‘indole malvagia’ di questa SS:

    ‘… era uno di quei nazisti che facevano un solo lavoro: cercare di catturare le spie come me e torturare quelli che sapevano qualcosa di noi. Lo facevano tutto il giorno assieme alle bande Koch e Pollastrini: tutta gente immonda. Usavano [si badi bene che si riferisce a Koch e Pollastrini, non alle SS di via Tasso – n.d.r.] la corrente elettrica sui genitali dei prigionieri, li stendevano su un letto di chiodi o, come è successo a Giglio, stringevano la testa di quei poveretti con un cerchio di ferro per fargli uscire fuori gli occhi…’

    Quando Tompkins ebbe finito restavano da sentire altri tre ‘testimoni’. Bianca Riccio, che da bambina fu costretta ad assistere all'arresto in casa di sua madre, dichiarava semplicemente:

    ‘…l'ufficiale tedesco si chiamava Erik Priebke…’

    Più dettagliata la dichiarazione di Teresa Mattei, sorella del professor Gianfranco Mattei, che nel carcere di via Tasso si era suicidato:

    ‘… Kappler disse all'inviato di monsignor Montini [il futuro Papa Paolo VI n.d.r] che contro il ‘comunista Mattei’ sarebbe stato usato ‘il tenente Priebke che saprà farlo parlare con mezzi fisici e chimici’. Gli fecero iniezioni che gli elevavano la febbre a 40 gradi…’.

    Da ultimo venne il sedicente ex partigiano Franco Napoli, il solo ‘testimone’ che affermava di essere stato torturato da Erik Priebke, e pertanto era anche l’unico testimone che non riferiva cose per ‘aver sentito dire’. Ebbene costui, chiamato al banco dei testimoni, forse perché nell’aula ristretta faceva caldo, forse perché sopraffatto dall’emozione di trovarsi per la prima volta in vita sua di fronte ad una autentica, per quanto ultraottantenne, SS altro non seppe dire se non ‘mimare’ goffamente le torture che asseriva di aver ricevuto e giurare di aver visto l’ex capitano dare ordine di fucilare dinnanzi al consolato tedesco tre carabinieri. Il lettore non me ne vorrà spero se inserisco a questo punto, in tanto dramma, due righe di comicità, la quale per altro si vedrà subito che non è fine a se stessa. Il fatto è che Franco Napoli, ‘ex capo partigiano’, unica testimonianza diretta contro ‘il torturatore Erik Priebke’, fu visto due giorni dopo alle porte del tribunale mentre vendeva un proprio ‘libercolo’ nel quale, fra l’altro, risultava che Mussolini era stato ucciso a revolverate da Claretta Petacci, che i Tedeschi avevano ucciso a Roma, nell’arco di nove mesi, 43.700 persone [pari a 162 al giorno, includendo sabati e domeniche], la maggior parte delle quali erano state seppellite nei giardini di villa Wolkonski, oggi residenza dell’ignaro ambasciatore britannico, che la località La Storta [dove venne fucilato Bruno Buozzi] si trova sulla Salaria e non sulla Cassia, che la rappresaglia delle Ardeatine venne eseguita dai gendarmi del battaglione ‘Bozen’ e che, da ultimo, l’unica grande azione di guerra partigiana in Europa è stata condotta la lui, Napoli Franco Felice, classe 1919.

    A parte la ‘comicità’, e spero proprio che nessuno mi venga a parlare di ‘orrore’, di tutto questo, a più d’uno deve essere venuto in mente alla fine di questa ‘carrellata’ di ‘testimoni’ , ognuno dei quali giurava, con la sola eccezione dell’ex ‘capo partigiano’ Franco Napoli, di ‘aver sentito dire’ di raffinate quanto raccapriccianti sevizie praticate da Erik Priebke sugli sventurati che al numero 155 di via Tasso erano passati per le sue mani, che in fin dei conti l’ex capitano delle SS si trovava sotto processo non già per ciò che aveva fatto in via Tasso, bensì per l’episodio delle Ardeatine. Sempre ai più doveva quindi sembrare scontato che il Pm Intelisano si decidesse a portare qualche elemento concreto o anche un minimo di riscontro a qualcuna delle tre tesi precedentemente da lui avanzate, quelle riportate qualche rigo sopra. A quel punto il Pm Intelisano, perfettamente consapevole che fino a quel momento si era solamente scherzato, decideva quindi di tirar fuori uno dei suoi ‘supertestimoni’ [ne aveva in effetti due, il prossimo vedremo tra poco chi era] e al termine di quella convulsa giornata annunciava che, nell’udienza fissata due giorni dopo, l’accusa avrebbe chiamato a deporre un testimone alquanto ‘singolare’ : Gerhard Schreiber, 55 anni, capitano di vascello della Bundesmarine,‘addetto all'archivio storico delle SS di Friburgo, pronto a sostenere la sua tesi, tesi che definire ‘singolare’ è alquanto riduttivo: Priebke poteva opporsi agli ordini superiori.

    Non sarà superfluo ricordare che la Corte d’Assise Militare di Roma che nel 1948 aveva giudicato Herbert Kappler e alcuni suoi sottoposti aveva ovviamente affrontato il problema della ‘legittimità dell’esecuzione di ordini superiori’, come non sarà superfluo ricordare, soprattutto per coloro che non hanno grande dimestichezza con i codici penali militari, che i regolamenti di qualsiasi esercito al mondo, anche quello tedesco nella seconda guerra mondiale, prescrivono con esemplare esattezza quando un militare non già non è tenuto, bensì ha l’obbligo di non eseguire un ordine superiore. Senza dilungarsi in argomenti che richiederebbero interi trattati, sarà sufficiente citare l'articolo 47 del codice penale militare tedesco del 1940: si è tenuti a non eseguire un ordine se il superiore ha ecceduto nel dare l'ordine ovvero se l'inferiore è a conoscenza che l'ordine del superiore provoca un delitto comune o militare. Ora la Corte d’Assise di Roma nel 1948, proprio sulla base dell’articolo sopra citato, ha giudicato che il tenente colonnello Herbert Kappler, e a maggior ragione i suoi sottoposti, nella situazione venutasi a creare in conseguenza dell’attentato di via Rasella, non poteva ravvisare in alcun modo illegittimità negli ordini ricevuti dai superiori [dieci italiani per ogni tedesco], in quanto tale proporzione era quella di fatto stabilita non solo nell’esercito tedesco, ma, come abbiamo visto, in misura anzi maggiore in ogni altro esercito belligerante. Ora è possibile che in qualche caso ordini di siffatta consistenza, che implicavano di fatto l’uccisione ‘a freddo’ di decine o centinaia di civili presumibilmente innocenti, provocassero istintiva repulsione in chi doveva eseguirli [mi ricordo bene l’angoscia descrittami dal mio papà, tenente di artiglieria in Abissinia dal 1936 al 1942, quando dovette procedere alla fucilazione, spesso sotto gli occhi dei famigliari, di ‘irregolari’ abissini che si erano opposti con le armi ai ‘rastrellamenti’ ordinati dal comando militare italiano per far fronte all’attività delle innumerevoli ‘bande’ rimaste fedeli al Negus Ailè Selasiè], potessero di fatto in qualche occasione provocare in qualcuno ‘repulsione’ e ‘disobbedienza’. E’ possibile anche che in alcuni di questi casi, come del resto era stato per il maggiore Dobrik, il comandante del battaglione ‘Bozen’ che si era rifiutato di attuare la rappresaglia ordinatagli dal generale Maeltzer, adducendo come motivazione il fatto che i suoi uomini erano ‘inesperti’, oltre che nella maggior parte dei casi ‘cattolici’, non fossero di fatto prese misure disciplinari nei confronti dei ‘renitenti’. Questi casi tuttavia non potevano in alcun modo stabilire dei ‘precedenti’ che garantissero indiscriminata ‘impunità’ per coloro che si fossero rifiutati di eseguire ordini in periodo di guerra, esattamente come il fatto che la maggior parte dei furti scoperti nei supermercati non siano seguiti da denuncia penale non mi autorizza a rubare in un supermercato e, se scoperto, accampare il diritto a non essere denunciato per furto.

    La giornata di quel 16 maggio 1996, la ‘giornata della verità’, iniziava in maniera un poco differente dal solito a causa della manifestazione a sostegno di Erik Priebke indetta da una dozzina di ‘naziskin’, manifestazione in sé ‘pacifica’, a base di slogan e volantini, che tuttavia veniva interrotta dopo poco per disposizione della Questura di Roma, ‘avvertita’ dagli indignati esponenti della ‘associazione famigliari’. Seguiva, sempre in mattinata, il primo interrogatorio formale all’imputato, cui il giudice Quistelli chiedeva le generalità. ‘Che lavoro fa?…’ ; ‘pensionato…’ , ‘possiede case, titoli, barche?…’ : ‘no tiengo nada…’ ; ‘procedimenti penali in corso?…’ ; ‘ninguno…’ . In tal modo passava oziosamente la mattina, in attesa dell’arrivo dalla Germania di Gerhard Schreiber, il quale appena sceso dall’aereo era portato dalle volanti dei carabinieri a sirene spiegate fino al tribunale militare, dove nel primo pomeriggio forniva la tanto attesa ‘testimonianza’. Ecco le sue prime parole pronunciate dinnanzi alla Corte:

    ‘… poteva rifiutarsi di eseguire quell'ordine criminale, e la sua vita non sarebbe stata in pericolo…’

    Dopo una così drastica dichiarazione di esordio, ci si doveva naturalmente aspettare da parte dell’ufficiale di marina, tenutario nientemeno che degli archivi delle SS di Friburgo, una caterva di riscontri tale da convincere anche i più scettici della incontrovertibilità della sua tesi. Ebbene, quando si è trattato di esporre le argomentazioni a sostegno delle sue affermazioni, scartabellando nel materiale relativo a tutto il periodo antecedente il 24 marzo del 1944 in tutti i Paesi che furono soggetti all’occupazione tedesca tutto quello che l’emerito ‘storiografo’ ha saputo fornire sono stati in tutto tre [!!] episodi assolutamente marginali: a Trieste nel 1943, quando i maggiori Erny e Frenzel si erano rifiutati di partecipare alla fucilazione di alcuni partigiani, a Varsavia, quando Georg Kramer non aveva partecipato alla fucilazione di alcuni Ebrei, ed infine in Corsica, dopo l' 8 settembre, quando il comandante von Senger und Etterling non aveva voluto fucilare venti ufficiali italiani, come gli era stato ordinato dal comandante delle forze d'occupazione in Italia, feldmaresciallo Kesserling. In ognuno di questi casi non era state attuate alcuna misura disciplinare nei confronti di quegli ufficiali. Tutto poteva filare liscio se l’esimio ‘storico’ non avesse dimenticato di citare, e se qualcuno non lo avesse fatto poi notare, anche due piccoli ed insignificanti particolari. Primo: tali episodi si erano verificati in contesti di relativa ‘normalità’, non all’indomani di un fatto di gravità neppure lontanamente paragonabile a via Rasella. Secondo: nessuno di questi tre casi riguardava ufficiali delle SS, e a questo proposito la sentenza del 1948 era stata chiarissima, affermando che la disciplina esistente all’interno di quel corpo faceva sì che il non obbedire ad ordini superiori avrebbe implicato conseguenze gravissime per sé e per i famigliari [vedi precedenti capitoli]. Era talmente evidente per chiunque non si fosse prestato passivamente per interi lustri ad essere sottoposto al lavaggio del cervello operato da certi ‘ambienti culturali’ che il confine del ridicolo era stato ampiamente superato. Con molto fair play e serietà, , lo ‘storiografo’ citato dalla difesa , avvocato Giorgio Angelozzi Gariboldi, smentiva subito dopo la testimonianza di Schreiber:

    ‘… se avesse disobbedito, per Priebke significava andare incontro al suicidio…’

    Molto più franco e di poche parole, secondo il suo stile, il direttore del Giornale Vittorio Feltri, che tutto nella vita è fuorché ‘storiografo professionale’, il quale in poche già era riuscito trovare una ‘storia’, pubblicata nell’edizione del mattino seguente, che smentiva assai più clamorosamente le ‘dichiarazioni’ di Schreiber. Nell’articolo si parlava di un episodio avvenuto nell’aprile del 1945 nei pressi di Giazza, in Trentino, dove il caporale delle SS altoatesino Leonhard Dallasega, rifiutatosi di far parte di un plotone di esecuzione che doveva fucilare il sacerdote Don Domenico Mercante, era stato fucilato insieme a questi. Nel 1948, quando si era tenuto il primo processo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine, di fatti come questo, che rientravano del resto nella terribile realtà della guerra, tutti serbavano ricordo, specialmente i giudici militari, soldati anch’essi che avevano partecipato in prima persona alle vicende belliche, i quali non avevano avuto la minima esitazione a riconoscere al tenente colonnello Herbert Kappler ed ai suoi subordinati l’assenza per loro di ogni ragionevole alternativa all’esecuzione della rappresaglia nel modo in cui era stato loro ordinata. A distanza di cinquant’anni invece, tal capitano di vascello Gerhard Schreiber, all’epoca dei fatti bambino in fasce, dopo una ‘brillante carriera’ passata nella polvere degli archivi, ritiene di venirci candidamente a raccontare che Priebke poteva tranquillamente ignorare gli ordini ricevuti, come avevano fatto tre anonimi suoi colleghi della Wehrmacht senza subire conseguenze, episodi accaduti in remoti scacchieri di guerra e che lui, Erik Priebke, semplice capitano il servizio alla guarnigione delle SS di via tasso a Roma, era evidentemente tenuto a conoscere. Che non vi sia alcun limite nell’assenza di pudore in certi ‘storiografi’ apologeti di quel letamaio che viene chiamata ‘storia resistenziale’ è dimostrato, se mai ve ne fosse di bisogno, dalla seguente dichiarazione rilasciata alcuni anni fa dallo stesso Gerhard Schreiber in una intervista da lui concessa ad una rivista israeliana. Alla domanda precisa del redattore, che gli chiedeva come, secondo il diritto internazionale, avrebbero potuto reagire i Tedeschi all'attentato di via Rasella, così Schreiber rispondeva [il corsivo e il corsivo sottolineato sono miei] :

    ‘… il massacro delle Ardeatine non è in alcun modo giustificabile. La Convenzione dell'Aia del 1907, infatti, contempla il diritto consuetudinario di rappresaglia d'una potenza occupante in caso di attentati, che però deve essere esercitato nel modo più umano e misurato possibile e al solo fine di intimidire la popolazione occupata e ristabilire l’ordine, ad esempio fucilando, nel caso di via Rasella, una sola persona, e non centinaia di ostaggi, calcolati poi secondo la misura razzista del ‘dieci italiani per ogni tedesco’…’

    E’ evidente per chiunque che non è il caso di spendere molte parole a commento di simili affermazioni, neppure di quell’autentica perla che imponeva a Kappler, pena essere accusato di razzismo, di fucilare non più di un italiano ogni trentatrè tedeschi, quanto piuttosto fare, a suggello di questo ‘divertente’ capitolo, una personale considerazione, che vale solo a puro titolo di esempio: secondo voi perché personaggi come Gerhard Schreiber sono considerati come ‘storiografi accreditati’ , quelli, per intenderci, che hanno monopolizzato l’informazione storica, occupando gli archivi, manipolando, intossicando, avvelenando in perfetta malafede i resoconti al fine di imporre, quale dogma, appunto, l’interpretazione funzionale alla tesi della cosiddetta ‘guerra di liberazione’, e coloro che denunciano le loro aberranti e demenziali manipolazioni della storia per fini esclusivamente ideologici sono chiamati ‘revisionisti’?…

    --------------

    Nobis ardua

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    PRIEBKE E IL… SUPERTESTIMONE DI INTELISANO

    Esauritasi la ‘parentesi storiografica’ con la quale Intelisano aveva pensato di assestare, nella maniera che abbiamo visto, il colpo decisivo alle argomentazione difensive dell’imputato è da presumere che in lui e nei legali della ‘associazione famigliari’ regnasse profonda disperazione. Fino a quel momento infatti, non un elemento concreto era saltato fuori che portasse un sia pur minimo riscontro ad alcuna delle tesi accusatorie con le quali il Pm militare si era proposto di assicurare all’ex-capitano delle SS un soggiorno vitalizio nelle patrie galere a spese dello Stato Italiano. Quest’ultimo dal canto suo, sconsigliato dall’avvocato Di Rezze dal prendere la parola a causa delle ‘condizioni ambientali’ per lui solamente ‘un poco avverse’ [ad ogni udienza erano presenti, con il presciso scopo di rendere il più difficile possibile parlare a lui e al suo avvocato, non meno di una sessantina di ‘famigliari delle vittime’], decideva la mattina del 3 giugno di presentare alla Corte d’Assise Militare un memoriale difensivo, il cui contenuto, della massima importanza, sarà ora in breve esaminato. Il ‘memoriale’ inizia da molto lontano, negli anni trenta, quando il futuro ufficiale delle SS decise ad un certo punto che, se voleva sposarsi, avrebbe fatto meglio a cambiare mestiere…

    ‘… ero già fidanzato con la mia futura moglie, non volevo più lavorare nell'ambiente gastronomico [alberghiero, prima aveva fatto il cameriere… - n.d.r.], con turni di domenica e di festa. Ho cercato un lavoro dal lunedì al sabato. Per raccomandazione di un mio cugino, nel dicembre 1936 sono entrato come interprete per la lingua italiana nella polizia politica a Berlino…’

    Per chi non lo avesse saputo dunque, Erik Priebke era entrato nelle SS alquanto tardivamente [Hitler era giunto al potere da quasi quattro anni] e non certamente sotto la spinta della passione ideologica. Gli avevano detto che alla Gestapo cercavano persone che sapessero di italiano e lui aveva colto l’opportunità che gli si presentava di cambiare lavoro… tutto qui.

    La sua buona conoscenza dell’italiano aveva fatto sì tuttavia che a lui venissero affidate in più di una occasione mansioni alquanto ‘delicate’, come quando venne mandato, la vigilia dell’8 settembre, a supervisionare la prigione del Duce sul Gran Sasso, raccogliendo ogni notizia utile per la sua futura liberazione…

    ‘… il 7 settembre del 1943 mi hanno mandato al Gran Sasso per ottenere informazioni sulla difesa della strada che conduce all'Hotel del Gran Sasso. Non era una faccenda difficile [...] Poi, solo due volte sono stato comandato da Kappler ad una azione poliziale: per deporre il capo della polizia Senise e per una visita alla casa del Duca Acquarone, ministro della Real Casa…’

    Riguardo l’attività da lui esercitata in via Tasso Priebke scriveva:

    ‘… non ho fatto nessun arresto e nessun interrogatorio [...] Kappler lo sapeva bene che io non ero adatto per questo. Tutte le accuse [le precedenti testimonianze che parlavano di arresti e torture inflitte ai prigionieri… - n.d.r.] o sono sbagliate o sono false…’

    Naturalmente tutto ciò altro non era che un preambolo, giacchè Erik Priebke, lo sapevano bene sia lui sia il suo accusatore Intelisano, sia il giudice Quistelli cui spettava il compito di emettere la sentenza, era sotto processo per l’episodio delle Fosse Ardeatine, e sul quel fatto specifico l’accusa fino a quel momento non aveva portato neppure un testimone. Ecco dunque che cosa ha dichiarato l’ex capitano delle SS a sua discolpa nel memoriale difensivo da lui presentato alla Corte d’Assise Militare di Roma [il corsivo ed il corsivo sottolineato sono miei]:

    ‘… quando ci hanno detto che toccava a noi della polizia fare l'esecuzione, tutti abbiamo protestato, ma Kappler ha detto che l'ordine veniva direttamente da Hitler. Chi si rifiutava sarebbe stato mandato davanti al Tribunale militare delle Ss [...] Kappler ha dato ordine al capitano Schutz di organizzare tutta l'esecuzione dandogli la lista tedesca. Il capitano Kolher doveva trovare il luogo per l'esecuzione [...] Schutz ci ha detto: ‘… chi ha l'idea di non voler sparare si ponga subito al lato delle vittime e sarà pure lui fucilato…’ [...] Subito dopo Schutz mi ha ordinato di fare il controllo e mi ha dato la lista tedesca: ho fatto questo controllo per due ore. Ho sparato la prima volta all'inizio e la seconda quando Kappler è entrato nella cava e ha ordinato a tutti gli ufficiali di sparare una seconda volta [...] Verso le 17 ho passato la lista al capitano Clemens, poi Schutz mi ha rimandato in via Tasso [...] Alle 18 in via Tasso è arrivato padre Pfeiffer [l'inviato di Pio XII.. - n.d.r.] che voleva vedere Kappler. Quando il buon padre ha visto il mio stato d'animo ha capito che non c'era più speranza per evitare l'esecuzione [...] Per me è stata una tragedia personale [...] L'errore delle 5 persone in più?… Io non ricordo niente su questo [...] Alla fine dichiaro che non ho mai approvato quello che veniva fatto agli Ebrei…’

    In queste poche righe, scritte in italiano alquanto stentato, stava la tesi difensiva di Erik Priebke, che in circostanze normali, vale a dire in un processo impostato secondo le più elementari norme di diritto, il Pm Intelisano doveva almeno in qualche punto confutare se intendeva ottenere la condanna dell’imputato. Vale la pena di evidenziare i punti salienti del memoriale difensivo:

    - quando il tenente colonnello Herbert Kappler comunicò ai sottoposti che il compito di eseguire la rappresaglia in risposta all’attentato di via Rasella spettava alla guarnigione delle SS di via Tasso, vi furono reazioni di protesta, per reprimere le quali Kappler da prima precisò che l’ordine proveniva da Hiltler ed era stato successivamente confermato per regolare via gerarchica, e poi ricordò ai subalterni che il rifiuto ad eseguire l’ordine avrebbe comportato, quanto meno, il deferimento dinnanzi al Tribunale Militare delle SS.

    - l’ordine di organizzare la rappresaglia venne impartito da Kappler al capitano Schutz, al quale consegnò la lista tedesca. E’ necessario ricordare in proposito che Kappler aveva richiesto alla Questura di Roma la consegna di 50 ostaggi che sarebbero stati aggiunti alla lista già da lui messa a punto in modo da arrivare complessivamente a 330. Si deve desumere pertanto che la ‘lista tedesca’ di cui parla Priebke comprendesse 280 nomi, mentre la ‘lista italiana’, quella cioè fornita dalla Questura, ne comprendesse 50.

    - non appena il capitano Schutz ebbe ricevuto il mandato dal superiore e la lista preparata da questi, per prima cosa rammentò anch’egli agli altri graduati le gravissime conseguenze che avrebbe avuto per loro, ufficiali e sottoufficiali, il mancato rispetto degli ordini ricevuti.

    - il capitano Priebke ricevette dal parigrado Schutz la sola ‘lista tedesca’, unitamente con l’ordine di controllare i nominativi, cancellando quelli che venivano presi in consegna dagli uomini addetti alle fucilazioni. Questo significa tre cose: a) il capitano Priebke non ebbe alcun ruolo né riguardo alla compilazione della ‘lista tedesca’, né nella organizzazione della rappresaglia b) il capitano Priebke non fu mai a conoscenza, a meno che non si provi il contrario, dell’esistenza di una ‘lista italiana’ e del numero complessivo [330] di persone che dovevano essere fucilate c) il capitano Priebke ricevette unicamente una lista con 280 nominativi, dai quali non poteva logicamente dedurre se e quante vittime della rappresaglia fossero Ebrei, ovvero Italiani, ovvero di altra etnia

    - il capitano Priebke alle ore 17 consegnò la ‘lista tedesca’ al parigrado Clemens e quindi ritornò in via Tasso, e ciò trova indiscutibile conferma nel fatto che alle ore 18 egli ricevette in quel luogo l’inviato del Papa padre Pfeiffer. Questo significa altre due cose: a) fino alle ore 17 il capitano Priebke aveva svolto regolarmente , a meno che non si provi il contrario, l’incarico affidatogli e dal momento in cui egli trasmise la ‘lista tedesca’ al capitano Clemens [il quale per altro nel processo del 1948 venne scagionato da ogni responsabilità] e poi lasciò il luogo nessuna responsabilità penale può ragionevolmente essergli contestata b) alle ore 19, quando come vedremo, ci si rese conto che erano presenti cinque ostaggi in più oltre i 330 che già erano stati fucilati, il capitano Priebke non era più presente alle Fosse Ardeatine da due ore.

    Vi è da notare che queste ultime dichiarazioni di Erik Priebke sconvolgevano totalmente le risultanze del processo del 1948 contro Herbert Kappler. Questo infatti ebbe a dichiarare l’ex tenente-colonnello delle SS durante un’udienza di quel processo:

    ‘… man mano che le vittime scendevano dal camion i nomi venivano cancellati dalla lista. Priebke mi spiegò di aver avuto l'elenco dalla polizia italiana senza numerazione delle vittime e che dopo l'esecuzione nel fare la somma delle varie liste, constatò che la lista italiana comprendeva cinque nomi in più…’

    Come sappiamo però già allora la Corte d’Assise Militare non credette a Kappler e addebitò per intero a lui la responsabilità di quelle cinque vittime in più. Ora a quarantotto anni di distanza la testimonianza di Erik Priebke confermava la totale e sola responsabilità di Kappler, e, cosa estremamente importante, la testimonianza di Priebke sarà non solamente ‘non smentita’, bensì addirittura suffragata da un’altra deposizione.

    Piacesse o no al rabbino di Los Angeles, ovvero alle varie associazioni di ‘partigiani’ o ‘parenti delle vittime’, è chiaro che il Pm Antonino Intelisano a questo punto doveva per forza tirar fuori qualche ‘coniglio dal cappello’, se voleva in qualche modo demolire le tesi della difesa e confortare le proprie. E così, dopo quattro mesi di misteri, finalmente il famoso ‘supertestimone’ veniva alla luce. A tagliar corto sulle discussioni riguardo chi fosse in via tasso il ‘numero due’ dopo Herbert Kappler, il capitano Karl Schutz ovvero il parigrado Erik Priebke, saltava fuori a questo punto il maggiore delle SS Karl Hass, anch’egli facente parte del reparto di via Tasso e anch’egli presente alle Fosse Ardeatine dall’inizio alla fine. Al termine della guerra costui, finito insieme ai colleghi prigioniero degli angloamericani, era stato ‘reclutato’ dall’OSS [l’organizzazione americana di intelligence già ricordata, di cui il ‘testimone’ Peter Tompkins faceva parte] e da quel momento per oltre quarant’anni aveva lavorato prima per loro, poi per la Cia. Per questo motivo il suo nome era noto solo ad una ristretta cerchia di persone, tanto che negli atti del processo del 1978 di esso non si trova traccia. Tutti pensavano che egli fosse morto fino a quando la vicenda di Erik Priebke non aveva convinto il Procuratore Militare a rimettersi sulle sue tracce. Si era venuti così a sapere che Karl Hass era domiciliato con il proprio nome ad Albiate, nel Milanese, e dopo che agenti della Digos di Milano erano andati a bussare al suo indirizzo e non lo avevano trovato, si era mobilitata l’Interpol che alla fine era riuscita a rintracciarlo in Svizzera, in una cittadina dove vive tuttora sua figlia Erika. Astutamente il Pm Intelisano, incredulo probabilmente di tanta fortuna, decideva prima di tutto di aprire anche contro Hass un procedimento per ‘concorso nell’omicidio di 335 persone alle Fosse Ardeatine’, ma, badate bene, ‘senza aggravanti’ dal momento che egli ‘non aveva gestito le liste utilizzate per la rappresaglia’ [sic!!!… è chiaro che ogni commento non solo sarebbe superfluo, ma addirittura guasterebbe…]. In pratica per Hass ciò voleva dire che, se si fosse dimostrato ‘collaborativo’ con Intelisano, le cose restavano così come erano e il reato sarebbe stato dichiarato prescritto, se no…

    Non appena il Pm Intelisano gli aveva fatto sapere che, per come si mettevano le cose al processo, la sua testimonianza era ‘necessaria’, l'ex maggiore delle Ss Karl Hass non perdeva tempo e dalla svizzera faceva sapere che si sarebbe immediatamente precipitato a Roma con il primo aereo, felice di poter testimoniare contro il suo ex compagno d'armi. Nella sua prima dichiarazione ai giornalisti Hass dichiarava con sicurezza:

    ‘… sono molto contento di farlo [ossia di testimoniare], avremo occasione di chiarire molte cose, di risolvere molti problemi…’.

    Per ‘tranquillizzare’ il buon Hass, scaltramente il Pm Intelisano faceva sapere che egli, a piede libero e quindi padrone di tornarsene a casa sua dopo la deposizione, sarebbe venuto in in aula per sciogliere due nodi: la gestione della lista dei martiri delle Ardeatine e le responsabilità per le cinque persone fucilate ‘per errore’ oltre alle 330 inserite sui famigerati fogli numerati. Così ‘tranquillizzato’ il ‘supertestimone’ Karl Hass arrivava alle ore 12 di giovedì 7 giugno 1996, con volo diretto Ginevra-Roma, all'aeroporto di Fiumicino, dove trovava ad attenderlo gli agenti della Digos. Questi senza troppi convenevoli lo caricano si di un'auto blindata e si parte a gran velocità verso il Tribunale Militare di viale delle Milizie. Tutto il pomeriggio Karl Hass lo passa con Antonino Intelisano, fino a che alle 19, dopo che il ‘supertestimone’ ha firmato il verbale di interrogatorio, il magistrato lo lascia in libertà con queste parole: ‘… domani ci vediamo in aula, poi lei tornerà dal suo gatto Black…’. Hass viene quindi prima accompagnato a cena al circolo ufficiali in via Prati e poi alla stanza n° 220 del ’Gerber Hotel’, nella cui hall rimangono gli agenti della scorta. Che l’ex-maggiore delle SS fosse stato del tutto ‘tranquillizzato’ dal Pm Intelisano già è molto dubbio… quello che è certo tuttavia è che dopo una conversazione telefonica avuta nella nottata con la figlia Erika ogni ‘tranquillità’ gli deve essere sparita, a giudicare almeno da quello che accade poco dopo le cinque del mattino dopo. Silenzioso e senza portare nulla con sé, neppure il passaporto, Hass scende al primo piano, apre una finestra e servendosi della sua camicia annodata a una maniglia si cala sulla terrazza dell'hotel… per raggiungere la strada c'è ancora un altro balzo di tre metri. Senza perdersi d'animo, Hass aggancia la sua giacca all'inferriata e con un ultimo sforzo tenta di atterrare sul marciapiede… solo che incappa nello spigolo di un vaso di fiori. Quando gli agenti, richiamati dal tonfo sordo, scendono in strada e trovano la vecchia SS che tenta di rimettersi in piedi come se nulla fosse, subito lo trasportano all'ospedale militare del Celio, dove i medici gli diagnosticano una frattura multipla del bacino e due vertebre incrinate.

    Perché Karl Hass ha tentato la fuga?… Forse l’ex maggiore delle SS non si è più fidato di Intelisano, il quale gli aveva notificato il divieto di espatrio promettendone la revoca subito dopo la testimonianza in aula?… Molto probabilmente non lo sapremo mai, anche se col senno del poi è ovvio che fidandosi delle ‘promesse’ di Intelisano egli abbia finito per cacciarsi in un pozzo senza via di risalita. Sta di fatto che il mattino dopo il Pm Intelisano dichiarerà nell’aula del Tribunale Militare che ‘il teste Hass è per l’accusa irrinunciabile’ e pertanto il giudice Quistelli stabiliva che egli avrebbe in via eccezionale rilasciato la sua testimonianza dal suo lettino d’ospedale il mercoledì successivo 11 giugno. Quella mattina l’udienza quindi si svolse anziché nell’aula del Tribunale Militare, in una stanza d’ospedale nella quale poterono trovare posto, oltre al testimone e ad un paio di carabinieri, solo il giudice, il Pm e il legale di Priebke.

    L’ansia di chi si attendeva dalla testimonianza di Hass la ‘prova decisiva’ che doveva ‘inchiodare alla croce’ Erik Priebke era purtroppo destinata a lasciare spazio ad una cocente delusione: la testimonianza era destinata a rivelarsi del tutto insignificante. Sull’episodio delle Fosse Ardeatine, del quale egli era il solo ‘testimone diretto’ rimasto ancora in vita oltre Priebke e pertanto da lui tutti si aspettavano la ‘verità’ , tutto ciò che seppe dire si limitano alle seguenti tre dichiarazioni, tutte, come subito vedremo, favorevoli all’imputato:

    - anch’egli aveva, come gli altri ufficiali, sparato due volte. ‘… tutti gli ufficiali furono costretti a farlo, altrimenti saremmo andati incontro alla fucilazione…’ sono state le sue testuali parole.

    - alle Ardeatine era rimasto solo per un quarto d’ora, e quando se ne era andato Priebke teneva ancora in mano le liste [cosa che per altro nessuno dubitava]. ‘… alle Ardeatine rimasi 15 minuti perché per ammazzare due persone non ci voleva mica mezz’ora…’ anche queste sue testuali parole.

    - qualche tempo dopo il tenete colonnello Herbert Kappler gli aveva confidato che sapeva che le cinque persone erano ‘in più’, ma che aveva deciso lo stesso di fucilarle ‘perché avevano visto’. ‘… egli [Kappler n.d.r.] mi confidò che era stata una grossa sciocchezza…’ idem, testuali parole.

    In sostanza la testimonianza di Karl Hass non solo non portava nessun elemento utile alle tesi dell’accusa, ma viceversa scagionava definitivamente Erik Priebke da qualsiasi sospetto di responsabilità che ancora si poteva ragionevolmente nutrire nei suoi confronti. In particolare:

    -aveva ribadito la minaccia di sanzioni estremamente gravi nei confronti degli ufficiali che si fossero rifiutati di eseguire l’ordine di rappresaglia.

    - aveva ammesso di essere stato presente sul luogo solo nel primo quarto d’ora, e pertanto non era in grado di dire se l’imputato fosse o no presente quando venne decisa la fucilazione dei cinque ostaggi in soprannumero.

    - aveva rivelato che Herbert Kappler era pienamente a conoscenza del fatto che gli ultimi cinque ostaggi non erano compresi nelle liste stato, e che la decisione di fucilarli nonostante questo era stata presa unicamente da lui.

    L’ultimo punto rivestiva particolare importanza, in quanto a che sconvolgeva totalmente l’impianto della sentenza emessa contro Herbert Kappler nel 1948, sentenza nel cui dispositivo si può leggere:

    ’… queste cinque persone, prelevate in più del numero stabilito fra i detenuti a disposizione dei Tedeschi e portate alle Cave Ardeatine, furono fucilate perché il capitano Schutz ed il capitano Priebke, preposti alla direzione dell'esecuzione ed al controllo delle vittime, nella frenetica foga di effettuare l'esecuzione con la massima rapidità, non s'accorsero che esse erano estranee alle liste fatte in precedenza…’

    Ebbene la testimonianza di Karl Hass confutava tutto questo in quanto ribadiva le cinque persone in più non furono fucilate per la ‘trascuratezza’ del capitano Priebke o del capitano Schutz o di quant’altri, ma unicamente per cosciente decisione del tenente colonnello Kapller, perfettamente infirmato del fatto che quelle cinque persone non erano comprese nelle liste. Possiamo dire senza tema di smentite, che, caso forse unico nella storia dei processi giudiziari, quello che doveva essere il ‘supertestimone’ dell’accusa si era trasformato nel ‘supertestimone’ della difesa. A quel punto nessuno, se solo il processo non fosse stato celebrato in Italia, nessuno avrebbe potuto nutrire dubbi ragionevoli sul contenuto della sentenza…

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    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

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    Il Pm militare Antonino Intelisano


    NON LO SI PUO’ CONDANNARE PER VIE LEGALI?…CONDANNIAMOLO ALLORA PER VIE ILLEGALI…

    E’ ovvio anche per i più ingenui che al prezioso ‘supetestimone’, la chiave decisiva per ‘incastrare’ senza possibilità di scampo Erik Priebke, il Pm Intelisano non doveva essere stato avaro di ‘promesse’, prima di tutte quella della impunibilità, a fronte della sua ‘decisiva’ testimonianza, come pure è ovvia la frustrazione che deve aver lasciato l’inaudito ‘voltafaccia’ di Karl Hass deve aver lasciato in chi più aveva fatto conto su di lui. La prima preoccupazione del Pm Intelisano, persona alla quale la coscienza e il senso stesso del ridicolo evidentemente sono del tutto assenti, fu quella di ‘smentire’, senza che nessuno l’avesse neanche lontanamente suggerito, che tra lui d il teste Hass ci fosse mai stato un qualsiasi ‘accordo’. Queste le sue dichiarazioni: ‘…la sua testimonianza non è stata un boomerang per l'accusa, anche perché con lui non c'era alcun accordo…’. Peccato per lui che proprio nella stessa edizione in cui pubblicava queste sue dichiarazioni, il quotidiano La Repubblica riportava un’intervista rilasciata dal rabbino capo del centro Wiresenthal di Parigi, Shimon Samuels, nella quale non esitava a dichiarare esattamente quello che ora leggerete [strizzatevi gli occhi]: ‘…è saltato il patto, per così dire, che l’ex gerarca nazista aveva stretto con la giustizia italiana, un accordo che gli garantiva l’impunità…’. Incredibile, vero!… A lui faceva eco ovviamente anche un collega di vecchia nostra conoscenza, il rabbino Hier del centro Wiesenthal di Los Angeles: ‘… ha ammesso [di avere massacrato due ostaggi… - n.d.r.], quindi per le Fosse Ardeatine gli imputati potrebbero essere due…’. E il Pm Intelisano che altro poteva fare, se non obbedire ai due autorevoli personaggi, oltretutto nella maniera più servile e strisciante?… nulla poteva ovviamente ed è stato così che Karl Hass, per il solo fatto di aver testimoniato il vero, nei successivi ‘processi farsa’ si è trovato accanto ad Erik Priebke sul banco degli imputati.

    Il processo comunque, piacesse o no ad Intelisano e alla numerosissima schiera dei suoi ‘fans’, doveva andare avanti. Esaurita l’interminabile lista dei testimoni dell’accusa, il cui intervento aveva portato più che altro grossi benefici, come abbiamo visto, alla causa della difesa, restavano da sentire ancora i testi della difesa, anzi il teste visto che era in definitiva uno solo: Frau Annelise Kappler, la vedova di Herbert Kappler, colei che aveva fatto evadere diciannove anni prima il marito rinchiuso al Celio, portandoselo via in un baule sotto gli sguardi dei carabinieri di sorveglianza. Per la mentalità del Pm Intelisano ovviamente, accettare la testimonianza della vedova di Kappler avrebbe rappresentato un ‘insulto’ alla giustizia italiana [quasi che essa non si sia coperta sa sé di infamia in tutta la vicenda], e subito presentava opposizione: ‘…la vedova Kappler dovrà portare in aula i nastri di cui dispone, noi siamo contrari al fatto che possa essere ascoltata come teste…vedremo comunque lo spessore di questo materiale…’ La vedova Kappler frattanto era arrivata nella capitale la sera del 16 giugno, e subito era stata intervistata dai cronisti…

    ‘…signora Kappler, al processo Priebke anche Karl Hass ha dichiarato che gli ordini di suo marito nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine non erano discutibili e che nessuno degli ufficiali avrebbe potuto sottrarvisi pena la fucilazione. E vero?…’

    ‘… non c'è alcun dubbio, si trattava di un ordine in stato di emergenza…’

    ‘…si, però, nella cassetta con la registrazione dell'intervista del 1974 suo marito afferma una cosa affatto diversa: nessuno era obbligato a prendere parte alle esecuzioni e sarebbe stato lui stesso in seguito a suggerire ai suoi ex ufficiali di dire il contrario per difendersi in un eventuale giudizio...’

    ‘… il testo della cassetta non mi è noto del tutto Ricordo però che nel febbraio del 1974 io ero molto malata, avevo una lesione alla schiena e mio marito è diventato folle di paura, temeva per la sua sicurezza personale. No, no, nessuno poteva rifiutarsi di eseguire quell'ordine, sarebbe sicuramente finito al muro e fucilato. Eppoi un gesto singolo non avrebbe certo impedito l'esecuzione, qualcun altro lo avrebbe fatto, era la sporca guerra. Non che oggi il mondo sia diventato migliore, continuano a spararsi tutti, l'uno con l'altro…’

    ‘…signora Kappler, lei nega una circostanza che viene ammessa anche da molti testimoni e confermata da tante ricerche storiche [si, come la spazzatura di Schreiber…- n.d.r.]: neppure le SS erano obbligate a partecipare alle esecuzioni di Ebrei o alle rappresaglie... ‘

    ‘… è categoricamente escluso che mio marito possa aver detto: ‘Questo è l'ordine ma voi potete rifiutarvi’. Era un ordine che veniva direttamente dal quartier generale del Fuehrer, era costrittivo per tutti. Figuriamoci Kappler, non lo avrei mica sposato se fosse stato un uomo di tale grettezza. Un ordine era un ordine e Kappler doveva eseguirlo, lo ha sempre eseguito, come tutti i suoi ufficiali…’

    ‘… eppure è la voce di suo marito a spiegare nella registrazione di aver voluto proteggere i suoi ufficiali suggerendo loro di scaricare su di lui tutta la responsabilità...’

    ‘…guardi, tutto è possibile con una registrazione, che non a caso non viene di regola ammessa come elemento di prova in un processo. Certo che mio marito voleva difendere i suoi uomini, ma l'ordine della rappresaglia era vincolante per tutti, anche per lui…’

    ‘… quindi lei crede pienamente alla versione di Hass e Priebke?…’

    ‘… io credo a mio marito, che ho conosciuto bene e che ho amato. Kappler è stata la mia vita, la mia strada, il mio destino e non rimpiango neppure un giorno trascorso accanto a lui…’

    ‘…e cosa pensa di questo processo più di mezzo secolo dopo i fatti?…’

    ‘…penso che sia una follia. Tre giorni dopo un incidente stradale la gente che vi ha assistito racconta versioni del tutto contraddittorie, come ci si può ricordare con precisione avvenimenti di 52 anni fa?… E’ incomprensibile…’

    ‘… ma dovrà pur esserci un giudizio per chi ha ucciso tanti innocenti...’

    ‘… mio marito ha pagato, ma quale giudizio, quale punizione c'è stata per Bentivegna e la Capponi che organizzarono l'attentato di via Rasella?… Perché provocarono i Tedeschi?… c'è ancora molto da dire su quella vicenda…’

    Che la testimonianza di Frau Annelise fosse importante per demolire molte delle demenziali tesi dell’accusa è fuori dubbio, e ragionevolmente essa avrebbe posto la parola ‘fine’ al processo. Che questa ‘fine’ non fosse quella auspicata da rabbini, parenti, resistenti e compagnia bella era fin troppo lapalissiano e pertanto costoro, vista la partita irrimediabilmente persa se giocata con il rispetto delle ‘regole’, decidevano di giocarla in spregio a qualsiasi regola, riuscendo a sabotare il processo nella ignobile maniera che adesso vedremo. Per prima cosa certamente si devono essere ricordati che già un anno prima, quando la richiesta di estradizione di Erik Priebke era stata respinta perché inammissibile dalla Corte Federale Argentina e l’anziano ex nazista era stato rimesso in libertà, dal ministero della giustizia tedesco era giunto un aiuto prezioso, che era servito egregiamente alla fine a ‘ribaltare’ la situazione. ‘…se era servito così bene allora, perché non tentare di nuovo?…’ si devono essere chiesti. E così è stato… Obbedendo agli ordini della ‘regia’ per prima cosa la procura di Dortmund, competente per i crimini nazisti, emetteva ordine di cattura nei confronti di Karl Hass, autoaccusatosi di aver partecipato all'eccidio delle Fosse Ardeatine. Successivamente il ministero della Giustizia di Bonn, anch’esso rigorosamente ‘ligio’ alle disposizioni ricevute, faceva sapere di ‘…non escludere, qualora Erik Priebke venisse rimesso a piede libero, che la Germania possa chiedere il suo arresto in attesa di estradizione, per poi processarlo in suolo tedesco…’ Il portavoce del governo tedesco, Bernhard Boehm, precisava poi: ‘… se Priebke tornasse libero ci procureremmo la sentenza, la esamineremmo ma alla fine sarebbe la procura di Dortmund a giudicare se, su quella base, ci si potrebbe attendere un successo da un procedimento giudiziario svolto in Germania…’. Si era oramai al culmine del ridicolo, giusto per non usare un termine troppo offensivo. Da quando in qua una persona è giudicata una seconda volta, per lo stesso reato, da un tribunale poi di un altro Paese?… E’ evidente che, proprio come un anno prima, una richiesta del genere non avrebbe mai potuto, in circostanze normali, neppure essere presa in considerazione. Alla fine la richiesta tedesca non sarà naturalmente esaudita, ma come vedremo, essa fornirà un prezioso pretesto per avvallare uno dei più abominevoli crimini giudiziari perpetrati dalla ‘giustizia’ come è intesa da noi.

    La mossa successiva, assegnata sempre dalla ‘regia’ al Pm Antonino Intelisano e agli avvocati delle parti civili, era assai ambiziosa e doveva la fine avere un effetto devastante: sabotare il processo con l’attacco al collegio giudicante. Il giorno 17 giugno 1996, con una mossa a sorpresa, Intelisano presentava formale richiesta di ricusazione del presidente del Tribunale Agostino Quistelli e del giudice a latere Bruno Rocchi. La motivazione di tale richiesta era, come subito vedremo, addirittura grottesca: secondo la pubblica accusa, c'era il sospetto che uno dei due magistrati, o tutti e due, avessero espresso qualche ‘anticipazione di troppo’ su una ipotetica sentenza di assoluzione nei confronti di Erik Priebke. Contemporaneamente lo stesso Intelisano trasmetteva al procuratore della Repubblica Michele Coiro un fascicolo con la denuncia presentata ‘contro ignoti’, ovvero contro un ‘pubblico ufficiale’, che avrebbe compiuto un ‘grave abuso d'ufficio’, ossia in pratica avesse ‘curiosato’ nel fascicolo del Pm alla vigilia della sua requisitoria. Anche se Intelisano non aveva rivelato da chi avesse appreso le ‘indiscrezioni’ sulle quali aveva basato la sua denuncia, i giornalisti non tardavano a scoprire la ‘fonte’, identificandola in Mary Pace, la scrittrice diventata famosa per aver portato le rose rosse a Priebke. Avvicinata dalla stampa, questa rispondeva così dalla sua casa di Sgurgola, in provincia di Frosinone: ‘…di questa storia non so niente. So solo che tra venti giorni sarà pronto il mio memoriale, Io e Priebke…’. E non era tutto, giacchè nel pomeriggio l'avvocato Giancarlo Maniga annunciava in un'intervista che anche le parti civili avevano in serbo un ‘missile’, anch’essa una richiesta di ricusazione. Le parole sparate nella circostanza dal Pm Intelisano all’indirizzo dei giudici del Tribunale Militare, fornisce eloquente spiegazione del ‘clima’ nel quale il processo oramai si trovava: ‘… i fatti rappresentati sono di notevole gravità e se accertati costituiscono senza dubbio violazione del dovere di esternazione... da parte dei componenti del collegio…’. Alla richiesta del presidente affinché il Pm specificasse se la ricusazione era rivolta contro uno, due o contro tutti e tre i giudici, Intelisano, anziché rispondere, spudoratamente scopriva le proprie carte dichiarando in tono sprezzante: ‘…il giudice ricusato non può pronunciare sentenza finchè non sia pervenuta l'ordinanza che dichiara inammissibile o rigetta l'istanza…’ e in aula, tra i parenti delle vittime, si scatenava un lungo ed entusiastico applauso. ‘… sono contento di questa ricusazione - dice Giovanni Gigliozzi, presidente dell'Anfim - perché il presidente correva troppo, sembrava Riccardo Muti sul podio…’. L'avvocato Paola Severino era invece più diplomatica: ‘…tutto questo era opportuno…’. Ovviamente l’ambiente non era più idoneo a consentire la deposizione di Frau Annelise, la quale se ne tornava così in Germania e ad Erik Priebke intanto era venuta a mancare forse l’unica vera testimonianza che poteva definitivamente scagionarlo, cosa che Intelisano & company sapevano benissimo. Il colmo del ridicolo si aveva al momento dell’uscita dal Tribunale, quando il giudice a latere Bruno Rocchi, venuto a sapere che il ‘capo di accusa’ di Intelisano nei suoi confronti, che motivava la richiesta di ricusazione, era di aver ricordato a Priebke di fare gli auguri per l'anniversario di matrimonio alla consorte lasciata in Argentina [sic!!!… - ogni commento guasterebbe!!!…], se ne usciva con queste parole: ‘… vi risulta che il soggetto sia mai stato lasciato solo?… no, quindi come avrei potuto...’.

    I giorni successivi si dovevano registrare scambi quasi quotidiani di colpi bassi tra Tribunale e Procura militare. Per primo lo stesso presidente Agostino Quistelli ricambiava al procuratore Antonino Intelisano la ‘cortesia’ che gli aveva appena usato, denunciandolo per un presunto ‘comportamento scorretto’ davanti alla Commissione disciplinare del Consiglio superiore magistratura militare [Csmm]. In realtà Quistelli non contestava tanto la sostanza della ricusazione, quanto il fatto che Intelisano aveva scorrettamente inserito nella dichiarazione di ricusazione riferimenti a fatti di reato, quelli che poi avevano fatto partire l’inchiesta parallela ‘contro ignoti’, riferimenti tali da far nascere il sospetto che gli autori di eventuali il leciti siano proprio i due giudici militari. Frattanto era svelato anche il ‘segreto di Pulcinella’ sul misterioso personaggio che ha denunciato ai carabinieri presunti reati e comportamenti illegittimi da parte dei giudici: era Mary Pace, 51 anni, quella che aveva portato a Priebke le rose rosse in carcere e per lui aveva composto anche lettere d'amore. Davanti all’evidenza, lei alla fine ‘confessava’: ‘…mi ha mentito sulle sue responsabilità alle Fosse Ardeatine. Ciò mi ha indignato…dopo l'inizio del processo, nella mia abitazione e nello studio legale di Colleferro, l'avvocato Di Rezze [il difensore di Priebke – n.d.r.] mi ha confidato di essere certo che Priebke avrebbe ottenuto la libertà. Aggiungendo che il presidente del Tribunale militare lo aveva rassicurato in tal senso e che pure il giudice a latere Rocchi lo aveva tranquillizzato circa un esito positivo del processo Priebke…’. Fin qui se vogliamo non vi è niente di più che una comprensibile ‘desiderio di vendetta’ da parte di una ‘delusa in amore’ , e pertanto… beh, si sa che le donne… Il bello però viene quando Mary Pace continua nel suo ‘romanzo’: ‘… ora non andrò più in carcere da Erich Priebke. Io lo vedevo solo e abbandonato... Mi faceva tanta tenerezza, quel povero vecchio... Invece mi ha tradito, mi ha tirato un calcio sui denti: mi sono sentita rifiutata. Quindici giorni fa, il nostro ultimo incontro a Forte Boccea è stato glaciale. Lui era diverso perché ormai era circondato da tanti amici, ormai era sicuro di uscire dal carcere. Per cui io non servivo più. E pensare che ho rischiato la pelle per Priebke, mentre lui mi prendeva in giro e mi raccontava un sacco di balle sulle Fosse Ardeatine... l'ha imbeccato qualcuno: forse c'è lo zampino del suo avvocato ma sicuramente sono state altre persone... Altro che vulnerabile, sto vecchietto…non l'ho fatto per vendetta. Dai Carabinieri ci sono andata per amore della verità... ora testimonierò contro di lui davanti ai magistrati…’. A questo punto qualcuno potrebbe però cominciare a nutrire qualche dubbio sull’equilibrio mentale di costei, dubbio poi che si dissolve completamente quando si apprende del resto della storia, quando ‘Mary la pazza’ ha innescato nientemeno che la ‘bomba’ che porterà alla richiesta di ricusazione dei due giudici militari: ‘…l'avvocato Di Rezze mi ha confidato... che il presidente del Tribunale militare lo aveva rassicurato in tal senso e che pure il giudice a latere Rocchi lo aveva tranquillizzato circa un esito positivo del processo Priebke… sono stata più volte contattata da persone che si sono dichiarate disposte a proteggermi e a sostenere Priebke... sono stata avvicinata da due giovani, Francesco ed Ernesto, i quali dicendo di essere stati mandati da un imprecisato prelato del Vaticano mi hanno chiesto cosa potesse servire a Priebke... mi hanno fornito indumenti, nastri musicali, disegni... per il detenuto... Quei giovani si sono offerti di inviarmi qualcuno che si sarebbe occupato della mia protezione... Io ho accettato e verso la fine di marzo mi hanno presentato un giovane di circa 25 anni, Emanuele, che ho ospitato per almeno dieci giorni... Emanuele è venuto a trovarmi per l'ultima volta martedì. Quella sera è venuto a farmi visita un giornalista... che era in compagnia di due persone anziane che hanno dichiarato di essere appartenenti alle SS tedesche. Dopo aver sentito ciò Emanuele, il quale mi è sembrato molto spaventato, si è appartato e dopo qualche ora è andato via…a casa mia mi sono ritrovata contemporaneamente quelli del Mossad e quelli di Odessa [uhahahaha!!!… roba da matti!!!…- n.d.r.]. Tutti mi offrivano aiuti per Priebke. Quel giorno ho avuto paura... è successo dopo l'ultima volta che sono andata a trovare Priebke: è una storia lunga, forse un giorno potrò raccontarla tutta…lo so, sembra assurdo, ma io ho i testimoni... l'ho fatto solo per amore della verità: io avevo capito che Priebke se ne andava, il memoriale l'avevo scritto, di pubblicità non ne avevo bisogno perché è già una garanzia il titolo del libro…’. Il racconto demenziale di costei, anche se può a prima vista sembrare incredibile, è stata l’argomentazione usata dal Pm Intelisano per supportare la sua istanza di ricusazione nei confronti di due giudici militari, rei di non voler ammettere la ‘evidente colpevolezza’ dell’imputato.

    Per legge competente nell’accettare o respingere la domanda di ricusazione presentata dal Pm Intelisano era la Corte Militare di Appello, alla quale erano assegnati, sempre per legge, quindici giorni. Il 3 luglio, allo scadere di detto periodo, la Corte Militare d’Appello, presieduta da Marcello Ronca, con procedimento un poco ‘stravagante’, faceva sapere che per emettere un giudizio così ‘difficoltoso’ le servivano altri cinque giorni, di modo che tutto era rimandato al giorno 8. Per chiarire nel tutto la propria posizione, nei giorni precedenti all’udienza il presidente ‘contestato’, Agostino Quistelli, in un'intervista a Radio Città Futura, aveva ammesso di aver espresso un'opinione ‘innocentista’ su Priebke: ‘…è vero, alcuni mesi fa, nel corso di una conversazione privata, dissi al generale Franco Mosetti, di cui sono amico da tempo, che al più Priebke sarebbe stato imputabile di omicidio colposo plurimo, reato caduto in prescrizione, ma ciò avvenne tra novembre e dicembre 1995 ed io ho parlato come semplice cittadino che seguiva la vicenda dai giornali…’. Dal momento che a quella data Quistelli ancora non aveva in mano il processo, egli aveva espresso quell’opinione in privato con un amico, opinione che non poteva essere suffragata dal alcun elemento specifico, dato che non conosceva ancora i capi di imputazione mossi a Priebke. A questo proposito però Quistelli non mancava di mettere in luce una grave scorrettezza commessa dal Pm Intelisano, allorché nel corso di quell’intervista aveva dichiarato: ‘… dall'esposizione del generale Mosetti si evince che Intelisano era a conoscenza da mesi della conversazione. Ha quindi infranto l'articolo 38, che prescrive che la ricusazione può essere richiesta prima dell'inizio del dibattimento, o entro 3 giorni dall'avvenuta conoscenza dei fatti…’.

    Tra feroci polemiche passavano altri cinque giorni di caldo luglio romano, al termine dei quali la Corte d’Appello Militare di Roma emetteva la ‘sentenza’: il processo doveva proseguire con lo stesso collegio giudicante. Le ‘motivazioni’ della sentenza erano talmente ovvie da non meritare neppure di essere citate. Nell'ordinanza firmata dal presidente Marcello Ronca, i giudici d'appello sconfessavano su tutta la linea l'attendibilità del teste Mary Pace, definita come ‘personaggio senza sicuri mezzi di sostentamento , il quale da l’impressione di sovrapporre realtà e fantasia’. Di fatto risultavano agli atti diverse denunce per truffa nei confronti della Pace, oltre alla dichiarazione della di lei figlia, Patrizia Camiselle, secondo la quale ‘la madre era stata affetta da turbe psichiche a sfondo ansioso e che negli ultimi tempi il suo stato mentale era peggiorato’. Tra i motivi di ricusazione era stata inserita anche la testimonianza del capitano medico dell'esercito Sergio Ventura, l'interprete di Priebke, che gettava un'ombra sul giudice a latere Rocchi: ‘…l'aver detto al difensore dell'imputato che Priebke poteva telefonare alla moglie in occasione dell'anniversario di nozze – era scritto nell'ordinanza della Corte d'Appello - è una comunicazione del tutto estranea a un convincimento circa il processo…’. C'erano infine le dichiarazioni del generale dei carabinieri Mosetti, ex collaboratore di Intelisano, che a novembre del '95 aveva ascoltato queste parole pronunciate dal presidente Quistelli: ‘…il lavoro della Procura è inutile perché al massimo nei confronti dell'ufficiale tedesco si può ravvisare un omicidio colposo plurimo…’. Secondo la Corte d'Appello, tutto ciò non costituiva motivo per la ricusazione: ‘… perché Quistelli ha parlato a Mosetti senza conoscere gli atti e senza dunque avere consapevolezza delle effettive problematiche giuridiche del processo…’.

    La soddisfazione del giudice Quistelli e dell’avvocato Di Rezze doveva tuttavia essere di breve durata in quanto, dopo il primo siluro andato a vuoto, un altro era già stato lanciato: l’istanza di ricusazione inviata alla Corte militare d'Appello il 5 luglio da parte dall'avvocato di parte civile Maria Paola Nobili. Già l’indomani mattina, alla ripresa del dibattimento esplodeva in aula la seconda istanza di ricusazione, anch’essa diretta contro il presidente del collegio Agostino Quistelli, il quale, persona dai nervi molto saldi, così replicava: ‘…siamo al ridicolo. Ma non ho ancora deciso se sospendere l'udienza di domani, anche perché devo consultarmi con gli altri membri del Tribunale…’. Se anche tale domanda di ricusazione avesse subito la stessa trafila della prima, ci sarebbe stato un ulteriore rinvio del processo fino a fine luglio. Tale istanza di ricusazione citava ancora quanto riferito dal generale dei carabinieri Francesco Mosetti, elementi che già erano presenti nella prima istanza di ricusazione presentata da Intelisano e quindi non si capisce proprio il motivo per cui avrebbero dovuto, essere riesaminati ancora una volta dalla stessa Corte d’Appello. Il generale del carabinieri aveva udito nel novembre dell’anno precedente Quistelli pronunciare le seguenti parole: ‘…il lavoro della Procura è inutile perché tutt'al più nella condotta dell'ufficiale tedesco si può ravvisare un omicidio colposo plurimo... Inutile andare a rinvangare il passato... E una persona avanti negli anni…’. A questo il magistrato aveva, come sappiamo già replicato: ‘…a quei tempi io non conoscevo neanche il capo d'imputazione contro Priebke. Ecco perché, a mio avviso, anche questa istanza è manifestamente inammissibile, sia per la forma sia per il merito…’.

    In attesa del nuovo pronunciamento della Corte d’Appello il processo seguitava in un modo o nell’altro, ovvero alla stesso modo di sempre: con il giudice Quistelli e l’avvocato di Di Rezze continuamente sottoposti ad ogni sorta di vessazione da parte dei ‘parenti delle vittime’. Il giorno 15 luglio era Giovanni Gigliozzi, signore coi capelli bianchi che ‘non alza mai la voce’, a guidare la rivolta dei parenti delle vittime delle Fosse Ardeatine contro i giudici e l'avvocato difensore, solo perché questi aveva osato chiedere per Erik Priebke nientemeno che la libertà provvisoria. Uomini, donne, ragazzi di vent’anni [figli di chi costoro?… boh!…] che presidiavano in forze il Tribunale scattavano tutti in piedi all’unisono gridando come forsennati; ‘…è una vergogna!…’. E quando il presidente Agostino Quistelli aveva cercato di calmare gli animi con la formula di rito ‘se non fate silenzio, sarò costretto a far sgombrare l'aula’, la solita signora Rosetta Stame se ne era uscita con la variante: ‘…vergogna, qui dentro ci contaminate!…’. Ripreso dalle telecamere così Gigliozzi apostrofava il giudice Quistelli, quasi fosse non già un magistrato giudicante nell’esercizio delle sue funzioni, bensì un arbitro di calcio ‘venduto’ alla squadra avversaria: ‘… Quistelli non è in malafede ma di sicuro è inadeguato per questo processo. Non ha la sensibilità umana, morale e culturale per certe situazioni... Come quando disse durante un'udienza: ‘sbrighiamoci, così ce ne andiamo tutti a pranzo...’. E ora ci caccia pure dall'aula. Io dico che la Corte d'Appello ha rigettato la ricusazione dei giudici con una decisione pilatesca: ma per noi il Tribunale non conta più niente, qualunque sentenza sarà macchiata dall'ombra…e poi sono sconvolto dall'ira e dal dispiacere davanti al le provocazioni dell'avvocato di Priebke…’. Già, l'avvocato Elio Di Rezze, quello che aveva legittimamente richiesto per il suo assistito la libertà provvisoria e in subordine gli arresti domiciliari: ‘…in Italia – aveva detto - non esiste nessun detenuto in carcerazione preventiva che abbia più di 70 anni. C'è solo Priebke, che il 29 luglio compirà 83 anni…perché al maggiore Hass è stata promessa l'impunità, con il semplice ritiro del passaporto?… Poi ci sono le foibe triestine: per quel procedimento la magistratura non ha ritenuto di emettere provvedimenti cautelari proprio a causa dell'età avanzata degli indagati. Perché questa disparità?…’. Proprio quella mattina comunque gli instancabili avvocati dei ‘parenti delle vittime’, in previsione del fallimento del secondo, confezionavano un terzo siluro destinato a Quistelli: una istanza, presentata dall'avvocato di parte civile Oreste Bisazza Terracini [raccolta dai colleghi Paola Severino, Giancarlo Maniga e Sebastiano Di Lascio] per ottenere il trasferimento del processo a una Corte d'assise ordinaria: ‘…perché – affermava Terracini - Priebke, in quanto ufficiale delle Ss, non è da considerarsi appartenente alle forze armate tedesche…’. Dal momento però che questa volta la decisione sarebbe spettata allo stesso Tribunale militare e non alla Corte d’Appello la decisione di respingere questa istanza non doveva richiedere eccessivo tempo. La mattina dopo infatti il Tribunale di viale delle Milizie respingeva l'istanza delle parti civili per il trasferimento del dibattimento in una Corte d'assise ordinaria. ‘…non c'è certezza sul fatto che le SS fossero un corpo civile - dichiarava il presidente Agostino Quistelli - mentre è certo che Priebke era un belligerante che operava a favore delle forze armate tedesche…’. Anche quel giorno però , tanto per cambiare, dovevano esserci momenti di forte tensione, quando tal Riccardo Mancini, il testimone che un mese prima aveva raccontato di come era stato ‘torturato’ da Erik Priebke [Mancini aveva dichiarato di aver ricevuto da Priebke ‘due schiaffi e un pugno’ durante un interrogatorio, e avendo egli reagito, era stato per punizione ‘legato alla maniglia di una porta’… non mi pare siano necessari commenti…] iniziava ad inveire contro l’imputato con frasi del genere [il lettore si strizzi bene gli occhi…]: ‘… voglio parlare con lui perché questa notte mi sono venuti a trovare in sogno i morti delle Ardeatine[sic!!!…- n.d.r.]...’. Unica novità di un certo rilievo ai fini del processo, sospeso in attesa della risposta della Corte d’Appello all’istanza di ricusazione avanzata dalle parti civili, quel 11 luglio doveva essere l’anticipazione da parte di Velio Di Rezze, avvocato dell'ex capitano delle SS, del contenuto di una dichiarazione spontanea resa dell'ex capitano della Gestapo Karl Shutz; ‘…è un documento del 1951. Dimostreremo che Shutz era il braccio destro di Kappler e che Priebke non sapeva niente dei cinque morti in più che ci furono alle Ardeatine…’.

    Nel luglio caldissimo romano il processo arrancava oramai penosamente, al punto da mettere in crisi il sistema nervoso di tutti, e un momento critico doveva verificarsi quando il 16 luglio la Corte d’Appello Militare faceva sapere di aver bisogno di altre due settimane di tempo prima di decidere che cosa fare dell’istanza di ricusazione dei legali dei ‘familiari’, questo dopo che un’istanza di analogo contenuto, presentata dal Pm Intelisano, era stata respinta dalla stessa Corte. Per il giudice Quistelli era la goccia che rischiava di far traboccare il vaso, almeno a giudicare dalle parole da lui rilasciate in quella circostanza: ‘…sono sconcertato, ma io non me andrò mai via. Resterò qui fino alla morte [probabilmente non immaginava che di lì a non molto la sua ostinazione per poco non gli sarebbe veramente costata la vita … - n.d.r.] e per fortuna che c'è la Cassazione. La Corte d'Appello adesso vuole riesaminare situazioni che già aveva ritenuto infondate?… Ma cosa si credono, che qui non abbiamo niente da fare?… Quindi ora proseguiremo con le parti civili, poi vedremo...’. E vale proprio la pena di riportare, rigorosamente senza commento ma solo con un poco di enfasi aggiunta, alcuni dei passi più significativi delle arringhe finali pronunciate dagli avvocati delle ‘parti civili’. Cominciamo con l’avvocato Terracini: ‘… demoniaco, intelligente, ambizioso, spietato. Questo è Priebke, il fiore all'occhiello de lle SS... la sua posizione è da affiancare a quella di Kappler…’. Non male assolutamente anche il di lui collega Di Lascio: ‘…chiediamo il massimo della pena, l'ergastolo… visto che umanamente abbiamo abolito la pena di morte…’. A questi deliri l’avvocato Di Rezze rispondeva in maniera pragmatica, vale a dire esibendo prove documentali che scagionavano sempre di più il proprio assistito. Così proprio all’ultimo momento il Tribunale, presieduto da Agostino Quistelli, acquisiva un ultimo documento: una dichiarazione giurata del capitano delle SS Karl Shutz, morto ufficialmente il 25 marzo '85. Nel '51, Shutz aveva dichiarato davanti a un notaio tedesco che la colpa dei cinque morti in più trucidati alle Ardeatine era da attribuirsi solo al questore Caruso e che lui stesso, ‘molto addolorato’, se ne era accorto solo il giorno dopo la strage. Questa testimonianza era essenziale poiché demoliva quella rilasciata nel '48 da Kappler, il quale , come si ricorderà, aveva sostenuto che era stato Priebke a informarlo del ‘tragico errore’.

    Gli sforzi sovrumani dell’avvocato Di Rezze nulla però potevano contro la feroce campagna diffamatoria e intimidatoria che si era scatenata contro Erik Priebke, campagna cui si univa in modo vergognoso anche la Conferenza Episcopale Italiana, quella stessa che, in omaggio alla tradizionale ‘neutralità’ che i Pastori della Chiesa hanno sempre tenuto nei confronti della politica, si era nettamente schierata in occasione delle elezioni politiche della primavera precedente dalla parte di Romano Prodi. Ecco alcune dichiarazioni dei ‘Vescovi’: ‘… non sappiamo come andrà a finire. Ma se il processo non è stato un esempio di limpidezza, confidiamo in una sentenza esemplare…’, Perché non ci fossero dubbi sul significato di ‘sentenza esemplare’ il comunicato emesso dalla Sir così continuava: ‘… il rito che si sta celebrando a Roma ha un valore storico e morale di altissimo profilo… e il giudizio storico ci sembra già dato, e in pieno. Un giudizio di condanna…’. La nota non si limitava al solo auspicio di condanna per Erik Priebke, provvedimento ovviamente da adottarsi indipendentemente dalla dimostrazione di colpevolezza dell’imputato, ma si schierava apertamente anche contro chi voleva ‘rileggere’ la storia recente: ‘…dalle vicende del processo, esce condannata ancora una volta una tendenza a imporre alla Resistenza improbabili e insostenibili revisionismi... dalle carte e dalle parole del processo è uscita ancora una volta l'immagine disumana non solo della guerra, ma anche, e soprattutto, del modo con il quale quella guerra è stata condotta…’. Senza mai nominare l'imputato e i nazisti, la nota si premurava di smontare il meccanismo della difesa e attaccare chi sostiene che quello eseguito alle Fosse Ardeatine fosse ‘un ordine legittimo’, come pure la tesi secondo la quale chi avesse disobbedito sarebbe stato mandato a morte. Ma è la conclusione del proclama dei ‘Vescovi’ che riserva le sorprese più sconcertanti, la dove di afferma testualmente [il lettore si strizzi gli occhi, l’enfasi è aggiunta da me…] : ‘…la parte finale del processo si a più lineare e più convincente: confidiamo che la sentenza, emessa secondo scienza e coscienza in nome del popolo italiano, sia esemplare, non tanto verso gli imputati che saranno condannati o assolti secondo le loro accertate responsabilità…’. Delirio più, delirio meno, riportiamo per finire in bellezza anche l’arringa appassionata Giuseppe Lo Mastro, il legale del Comune di Roma, che ha accusava Priebke, incredibile ma vero, di aver violato gli stessi ordini venuti dall'alto perché alle Ardeatine furono assassinati anche degli stranieri, mentre la rappresaglia parlava esplicitamente di ‘cittadini italiani’ [sic!!!…] . ‘…Sandor Kereszti, Boris Landesmann, Georg Balustein, Salomone Druker, Paul Wald, Schachna Wald, Marina Reicher, Brnrad Sojk ed Erich Tuchmann: cosa c'entravano queste persone nella rappresaglia ‘contro gli Italiani?… ma perché sono stati fucilati?… Perché erano Ebrei. E questi sono degli omicidi, punto e basta. E il capitano Priebke era o non era in condizione di capire che si stava uccidendo un cittadino tedesco nato a Berlino o a Magdeburgo?…’.

    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

 

 
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