Il 1943 fu l’anno della svolta nella Seconda guerra mondiale. Se sul fronte orientale, dopo la vittoriosa battaglia di Stalingrado del novembre 1942, iniziò la controffensiva dell’Armata rossa, anche la situazione nello scacchiere meridionale volse a sfavore delle forze dell’Asse: nel maggio ci fu la capitolazione definitiva delle truppe italo-tedesche in Africa e il 10 luglio lo sbarco degli Alleati in Sicilia. Si acuì così la crisi politica e militare del fascismo, che era già stato scosso dagli scioperi del marzo 1943 nelle fabbriche del Nord Italia.
Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approvò (19 sì, 8 no, 1 astenuto) l’ordine del giorno Grandi che chiedeva il ristabilimento dello Statuto. Il 25 luglio il re Vittorio Emanuele III destituì Mussolini e lo fece arrestare. Il governo venne affidato al maresciallo Pietro Badoglio, il quale annunciò che "la guerra continua". Si intensificavano intanto i contatti tra governo italiano e Alleati per giungere ad una uscita dell’Italia dalla guerra.
Il 3 settembre a Cassibile in Sicilia, Italia e Alleati anglo-americani firmarono un armistizio che prevedeva un annuncio contemporaneo da parte italiana e alleata e l’immediata occupazione con truppe aviotrasportate degli aeroporti di Roma. Tutto ciò non avvenne e il governo italiano continuò a prendere tempo.
L’armistizio venne improvvisamente annunciato l’8 settembre da un messaggio radio registrato di Badoglio, in quel momento in fuga con la famiglia reale verso Pescara. I tedeschi ebbero così modo di occupare quasi tutta l’Italia nel giro di pochi giorni. Per l’esercito italiano, abbandonato dai suoi comandanti supremi e lasciato senza ordini, iniziò lo sbandamento. Ma molte migliaia di militari italiani all’estero scelsero di resistere ai tedeschi, sia in tutte le zone dove si trovavano ad operare (Corsica, Provenza, Iugoslavia, Albania, Grecia, Dodecaneso e Cefalonia) sia successivamente, nei campi di prigionia in Germania. Alla resistenza parteciparono anche unità della Marina e della Aeronautica.
Fin dal colpo di Stato del 25 luglio la principale preoccupazione del gruppo dirigente che aveva governato i 45 giorni intercorsi fino all’8 settembre fu quella di assicurare la continuità istituzionale e il proprio controllo sullo Stato, ignorando ogni altro impegno e responsabilità. La firma dell’armistizio rappresentava il prezzo politico pagato per ottenere dagli anglo-americani il riconoscimento di rappresentare l’unico potere politico legale in Italia. Il problema era ora quello di mantenere il ruolo conquistato, ciò significava soprattutto evitare la cattura da parte dei tedeschi e quindi l’esautoramento. Le sorti dei reparti militari distribuiti tra la Francia e il mare greco e quello dei milioni di civili italiani non rientravano nel disegno strategico della monarchia sabauda e potevano quindi essere abbandonati al gioco degli eventi: la stessa ipotesi di una resistenza antitedesca sostenuta dalla partecipazione popolare era molto lontana dalle concezioni politiche e ideali di Vittorio Emanuele III e di Badoglio.
La sera dell’8 settembre, dopo il consiglio della corona e la diffusione del comunicato radio, la famiglia reale e il capo del governo si chiusero nel superprotetto ministero della Guerra, in attesa delle mosse tedesche.
Le incertezze dei tedeschi erano dovute al timore di un’azione congiunta tra italiani e anglo-americani o di uno sbarco alleato non lontano dalla capitale. I loro dubbi furono risolti dai comandanti delle forze armate italiane. Ai reparti non perveniva alcun ordine e in molte caserme i soldati non erano neppure allertati: il re, Badoglio e i massimi responsabili militari erano infatti riuniti per discutere se confermare l’armistizio o ricusarlo.
Nella notte tra l’8 e il 9 settembre il re decise per la fuga verso Pescara, dove la marina militare aveva provveduto nel frattempo a far giungere la corvetta Baionetta. Con il re, il capo del governo, il comandante supremo e il capo di stato maggiore dell’esercito con tutti i massimi responsabili delle forze armate, ognuno con un corteo di collaboratori, segretari, accompagnatori a vario titolo. Una fiumana di generali si rovesciò sulla strada per Pescara e la sera del 9 settembre affollò il piccolo porto adriatico in un clima frenetico e isterico, tanto che l’imbarco del re avvenne sotto la protezione di un cordone di carabinieri, che cercavano di mettere ordine nella ressa provocata da chi desiderava a tutti i costi scappare e imbarcarsi. La monarchia e Badoglio realizzavano così l’obiettivo di fondo della politica avviata il 25 luglio: salvare se stessi e la continuità dello Stato che incarnavano, abbandonando il paese reale, destinato a sostenere un costo umano e materiale altissimo


Rispondi Citando

