pagina 4 del "Giornale" del 13.5.2002, a firma Gianmarco Chiocci.
Carta canta, ma la giustizia chiude un occhio. Tutta da raccontare la querelle giudiziaria - documentata a palazzo di giustizia - dedicata al centro sociale "Officina 99", laboratorio di cultura no global, nato e cresciuto abusivamente. La storia del "Csoa" napoletano in via Carto di Tocco, obiettivamente, fa riflettere. Sul finire degli anni Ottanta un bell'immobile di mille metri quadrati )(affitto di mercato stimato all'epoca sui 10 milioni mensili) viene individuato da un gruppo di giovanotti intenzionati ad okkuparlo: l'obiettivo dichiarato è quello di tramutare la proprietà altrui in un centro sociale tutto per loro. Inutile sottolineare che l'obiettivo viene presto raggiunto, che nessuno ha ancora perseguito penalmente gli inquilini illegittimi, che l'amministratore della società proprietaria dello stabile espropriato è da anni che incassi schiaffi dalla magistratura napoletana. Ancor prima di lui, l'11 giugno 1991, l'allor factotum della società Sogeicom, Angelo La Vecchia, si recò in procura per denunciare l'"effrazione della serratura" da parte di un gruppo di giovani, "non meglio identificati, che si era introdotto abusivamente mettendo a soqquadro tutto quanto contenuto nei locali". La polizia intervenne, i "senzatetto" scapparono dalla finestra, nelle stanze vennero rinvenuti "volantini e altro materiale ciclostilato" di fattura antagonista. L'incredulo amministratore si armò di santa pazienza, chiamò il fabbro e fece rifare le chiavi. Dopodiché, tempo qualche giorno, la polizia segnalò "una nuova effrazione con conseguente ingresso nei locali da parte, presumibilmente, degli stessi giovani". Giocoforza, La Vecchia sottoscrisse un'ulteriore denuncia morta sul nascere perché - annota La Vecchia in un'altra denuncia - i magistrati interpellati dissero che erano oberati di lavoro.
Dal 1991 al 1998 continua, incessantemente, a non succedere nulla. Il proprietario protesta, i giovanotti se ne fregano: ballano, organizzano feste e concerti, bandiscono happening culturali. "Il tutto avviene abusivamente - osserva il nuovo amministratore, Maurizio Casanova - senza autorizzazione, senza un contratto di locazione, senza un permesso Siae per gli spettacoli a pagamento, senza pagare bollette di luce e acqua". Protesta in ogni sede, il poveretto. Alza la voce. Ma il magistrato che finalmente lo riceve in ufficio lo zittisce così: "Mio caro dottore, so tutto del suo caso. Non se ne abbia a male, ma il suo non è un problema personale bensì politico". Un anno più tardi, Casanova deposita l'ennesimo esposto-denuncia per occupazione abusiva contro "Officina 99" girandolo, per conoscenza, al sindaco, agli assessori al Patrimonio, alla Manutenzione urbana, all'Annona, ai dirigenti Asi e Enel, ai pompieri, fino agli uffici Licenza abitabilità del Comune. Informa tutti, carabinieri e polizia inclusi.
Arriviamo al Terzo millennio. Casanova sollecita il Comune (ottobre 2000) che scarica sulla Procura. La Procura sulla Digos. La Digos al pm. Casanova perde la bussola e rilancia su Ciampi, che dice di non poter interferire "con la funzione giurisdizionale, il cuo autonomo e indipendente esercizio è costituzionalmente riservato alla magistratura". Allora l'amministratore interpella la Jervolino, quale ex ministro dell'Interno e "rappresentante di tutti i napoletani". Il sindaco fa spallucce. Tace, non acconsente allo sfratto. "Officina 99 non si tocca": più che uno slogan, un dato di fatto.