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Discussione: Falcone e....

  1. #91
    SENATORE di POL
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    Dal principale quotidiano italiano

    " Corriere della Sera del 24/05/2004


    --------------------------------------------------------------------------------
    Non possiamo ignorare le riflessioni fatte da Giovanni Falcone nel 1992

    Pera attacca i magistrati, l'Ulivo li difende
    Il presidente del Senato: autonomia a rischio anche per colpa delle toghe. Rutelli: parla da uomo di parte. Domani lo sciopero
    Dino Martirano
    --------------------------------------------------------------------------------

    ROMA - Dopo un periodo di calma sul fronte della giustizia, il primo colpo alla fragile tregua tra toghe e politica lo aveva assestato due giorni fa il ministro Roberto Castelli: «Ho chiesto i nomi dei magistrati che scioperano». Poi, sabato, il vicepremier Gianfranco Fini ha attaccato i pm di Genova e in seguito se l'è presa con un «sciopero immotivato» promosso da «magistrati iperpoliticizzati». Infine, è toccato al presidente del Senato che alla commemorazione di Giovanni Falcone ha affrontato il tema con un discorso articolato su un trinomio - «Autonomia, indipendenza ed efficienza della magistratura» - ma non per questo l'impatto è stato meno cruento.
    Marcello Pera ha attualizzato le «riflessioni fatte dallo studioso Giovanni Falcone l'8 maggio del '92» e ha lanciato un richiamo in due tempi ai magistrati che domani sciopereranno contro la riforma dell'ordinamento giudiziario. Il primo monito: «Autonomia e indipendenza costituiscono il presidio, l'efficienza e la guarnigione per tutelare l'ordinamento giudiziario non solo dall'esterno ma anche dall'interno». Il secondo messaggio, invece, ha un tono diverso: «Perché l'autonomia e l'indipendenza non rischiano di cadere solo sotto le spinte che vengono da fuori ma anche a causa di comportamenti, individuali o di gruppo, assunti dentro il corpo stesso della magistratura». In altre parole: magistrati, imparate da Falcone, fate attenzione a non farvi male da soli sottovalutando l'efficienza della macchina giustizia.
    E visto che tutto questo viene detto dalla seconda carica dello Stato, è scattata immediata la reazione dei leader dell'Ulivo. Tace, invece, il presidente dell'Associazione nazionale, Edmondo Bruti Liberati: «Ho detto a tutti di tapparsi la bocca fino martedì. Non vogliamo alimentare polemiche anche perché le parole del presidente del Senato sono state enfatizzate».
    Ma la polemica politica si è subito messa in moto. Francesco Rutelli attacca lo «spirito gladiatorio di un governo che divide» e poi si occupa di Pera: «Al presidente del Senato, che non dovrebbe dimenticare di essere la seconda carica della Repubblica e non un uomo di parte, dico che converrebbe affrontare temi come quello della giustizia con equilibrio». Sulla stessa lunghezza d'onda Piero Fassino: «Fini e Castelli, anziché portare sul banco degli imputati i magistrati, dovrebbero porsi l'obiettivo dell'efficienza mettendo a disposizione dei magistrati risorse e strumenti di cui hanno bisogno». Anna Finocchiaro, responsabile giustizia dei Ds, definisce «allarmanti» le parole di Pera e vede un'escalation elettorale sui temi della giustizia.
    La Cdl si schiera con Pera: «La sinistra è ancora contro Giovanni Falcone, 12 anni dopo la sua tragica morte», è l'affondo del portavoce di FI Sandro Bondi. L'unico ad avere dubbi è il ministro Giovanni Alemanno (An): «Non rinunciamo al dialogo con i magistrati». Ma ormai è tardi. Domani le toghe scioperano: è la 13a volta negli ultimi 30 anni, la seconda per questo governo.
    "

    Saluti liberali

  2. #92
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    In origine postato da mustang
    Chiedi troppo se pretendi che dia per scontato corretta le informazioni non verificate e non verificabili.

    Corleone? So che viene nominata nell'avventura dei Mille garibaldini e nel Film di "Coppola".
    saluti


    Sono ben note la correttezza e l'attendibilità delle "fonti" mustanghiane; tutti pregiudicati per diffamazione.

  3. #93
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    In origine postato da Pieffebi

    La Cdl si schiera con Pera:
    «La sinistra è ancora contro Giovanni Falcone, 12 anni dopo la sua tragica morte», è l'affondo del portavoce di FI Sandro Bondi. L'unico ad avere dubbi è il ministro Giovanni Alemanno (An):
    «Non rinunciamo al dialogo con i magistrati».
    Ma ormai è tardi. Domani le toghe scioperano: è la 13a volta negli ultimi 30 anni, la seconda per questo governo. [/i] "

    Saluti liberali
    Ma tu lo leggi quello che posti?

  4. #94
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    Il governo dei cani
    Saverio Lodato

    C’è una citazione che apre questo volume. È una frase scostante di Elias Canetti. Dice:
    «Andrà meglio. Quando? Quando governeranno i cani».

    Era stata aggiunta in una precedente edizione, a voler segnalare quanto grandi fossero state le speranze durante i lunghi anni dei governi di centro sinistra e quanto cocenti - invece - le delusioni. Lo spunto mi era stato dato da una puntata del Costanzo show (1998) alla quale ero stato invitato per presentare C’era una volta la lotta alla mafia (Garzanti), scritto insieme a Attilio Bolzoni proprio per rappresentare i paurosi ritardi di quei governi di centro sinistra in tema di lotta alla mafia.
    Trascorremmo una serata molto «forte», in cui non vennero risparmiate critiche al centro sinistra. La concluse Andrea Camilleri (il pubblico del Parioli gli tributò applausi scroscianti) con una frase che suonava pressappoco così:
    «Se le cose vanno in questo modo adesso che governano quelli che consideriamo essere i migliori, c’è da preoccuparsi a immaginare come andranno le cose quando governeranno gli altri».
    Tempo dopo mi imbattei in quella frase di Canetti, che sembrava venire incontro (ma sarebbe più esatto dire: anticipava) alle più pessimistiche previsioni dello scrittore di Porto Empedocle. Oggi, a distanza di anni, mi ritrovo a fare i conti con quella doppia profezia Canetti- Camilleri. Che dire se non che si sono drammaticamente avverate entrambe?
    Dal punto di vista del bilancio, sotto il profilo dei risultati conseguiti, per quanto riguarda il clima generale che si respira in Italia - e non solo il clima politico - possiamo tranquillamente dire che stanno governando i cani.
    I cani ce l’hanno fatta ad occupare le stanze dei bottoni. I cani sono vertiginosamente saliti ai vertici della piramide sociale. Cani votati - sia ben chiaro - a maggioranza dagli italiani, quindi legittimati, abilitati a governare, con il pedegree del consenso perfettamente in regola, ma, vivaddio, pur sempre cani.
    Non stiamo scadendo in una rappresentazione offensiva. Semmai ci soccorre una metafora zoologica che rende bene l’idea. Constatiamo. Camilleri aveva visto più lontano di noi. Ma adesso, da parte nostra, sarebbe diabolico perseverare nella miopia e non vedere che appena due anni di governo Berlusconi hanno prodotto guasti incommensurabili cento volte superiori a quelli prodotti dai governi precedenti. Giunta al governo del Paese, la sinistra ha taciuto sull’argomento mafia. Ha troncato e sopito, in vista di un’entrata in Europa che doveva avvenire indossando l’abito migliore. Sconveniente parlare di mafia e criminalità organizzate. Palermo e la Sicilia avevano perduto ogni centralità agli occhi degli esponenti dei governi di centro sinistra. La questione morale, per adoperare l’espressione che usava nel secolo scorso, era stata depositata in cantina, non veniva considerata più remunerativa dal punto di vista politico e elettorale. Si era convinti che fosse sufficiente governare, non avendo consapevolezza che la questione morale non può mai essere considerata un optional. E sarebbe stato intelligente vedere che la politica ha quotidiano bisogno di iniezioni di moralità. In altre parole, la legislazione antimafia, che doveva (e poteva) essere rafforzata, restò congelata. Ma le responsabilità di chi ha governato l’Italia in precedenza si fermano qui. Poco male.
    Perché poi entra in campo il governo dei cani.
    Una legislazione - questa sì - aggressiva e ossessiva. Una legislazione che ha imboccato la direzione opposta a quella che un sia pur modesto bisogno di questione morale avrebbe dovuto suggerire. Una legislazione che ha strizzato l’occhio alla parte peggiore del Paese. A quella più retriva, più compromessa con la giustizia, a quella con le «carte» perennemente «macchiate». Una legislazione modellata su misura per gli egoismi più ottusi, per quei cittadini alieni rispetto a qualsiasi concezione del bene comune.
    Il popolo degli abusivi e dell’abusivismo. Il popolo degli evasori fiscali. Il popolo dei trafficanti di valuta. Il popolo degli imputati; grandissimo popolo in Italia dal punto di vista numerico. Il popolo di chi detesta i giudici. Il popolo di chi detesta la legge, ancor prima che i giudici. Il popolo che detesta l’equilibrio dei poteri e quel tanto o poco di garanzia di equilibrio che essi introducono nella vita collettiva. Il popolo di chi vuole a qualsiasi costo «tutto e subito». Il popolo di chi nasconde scheletri negli armadi e si aspettava solo un governo che portasse al lavaggio la macchina Italia con spugne capaci di cancellare antiche responsabilità penali e morali. Il che - ovviamente - non significa che non ci sia anche una grande Italia per bene che, per ragioni che esulano dal contenuto di queste pagine, ha voluto concedersi il lusso di vedere i cani al potere (stanno avendo di che ricredersi?)
    Perché un simile lifting sulle piaghe più nascoste della nazione avesse successo, ci voleva - appunto - il governo dei cani. E non è un caso che, con esemplare tempismo da blitz, i provvedimenti legislativi peggiori siano stati messi a segno al pari di autentiche randellate sulla testa della parte sana del Paese, proprio nei primi mesi del governo Berlusconi. Poco importa che quelle leggi non rientrassero nei programmi elettorali del centro destra. Poco importa che molte di quelle leggi fossero destinate a risolvere questo o quel problema personale del presidente del consiglio o di qualche suo amico molto fidato.
    Doveva essere lanciato un segnale antitetico a quello della moralità. Il Paese avrebbe capito da solo. Meglio: avrebbero capito insieme le due parti del Paese. Il popolo dell’egoismo e dell’illegalità diffusa, con il suo via libera. Il popolo che crede ancora, nonostante tutto, a un «paniere» di valori sui quali si è costruita in qualche modo quest’Italia nella quale tutti viviamo, avrebbe avuto invece da meditare a lungo.
    Ma in quale Paese al mondo si approverebbe una legge sui pentiti - febbraio 2001 - che, limitandone le dichiarazioni entro i centottanta giorni, mette per iscritto il fastidio del legislatore rispetto a rivelazioni che spesso hanno bisogno di un lasso di tempo assai più lungo? Ora è molto più facile essere estromessi dal programma di protezione. E i pentiti non potranno più tornare in libertà se non dopo avere scontato un quarto della pena, 10 anni in caso di ergastolo. Sarà un caso, ma da quando è entrata in vigore la nuova normativa, i pentiti hanno preferito non pentirsi più.
    Era difficile prevederlo?
    Ma in quale Paese al mondo un ministro si permetterebbe di dire (Pietro Lunardi, 22 agosto 2001) che «bisogna convivere con la mafia»? Neanche in Colombia, dove nessun uomo di governo si sognerebbe di dire che «bisogna convivere con i narcos».
    Ma in quale Paese al mondo si cancella con un tratto di penna il «falso in bilancio»( legge sulla «riforma del diritto societario»; 28 settembre 2001), salvo poi doversi trovare in brache di tela di fronte a scandali della portata di quelli della Parmalat o di Cirio?
    Ma in quale Paese al mondo si fa un provvedimento (3 ottobre 2001) che entra nel merito delle fotocopie delle pagine degli atti che stanno alla base delle rogatorie internazionali con l’evidente risultato di inceppare tutto?
    Ma in quale Paese al mondo pagando una tassa insignificante si possono fare rientrare dall’estero i capitali che si sono fatti espatriare illegalmente (decreto del 26 ottobre 2001)?
    Ma in quale Paese al mondo sarebbe stata approvata fulmineamente la legge sul legittimo sospetto (a firma di Melchiorre Cirami, ex magistrato siciliano eletto in Forza Italia; 5 novembre 2002) che, sulla scia di quella sulle rogatorie, sembra modellata su «imputati eccellenti» ai quali il processo risulta stretto?

    No. Abbiate pazienza. Non è tutto.
    Ma in quale Paese al mondo, il presidente del consiglio annuncia alle agenzie (lo ha fatto Silvio Berlusconi) che in occasione dell’undicesimo anniversario della strage di Capaci (23maggio 2003) si recherà sul luogo dell’agguato a inaugurare la stele decisa dalla presidenza del consiglio?
    Direte: che male c’è?
    Niente di male.
    Solo che pochi giorni prima dell’anniversario si scopre che quella stele non c’è mai stata. E, di conseguenza, Berlusconi è costretto ad annullare di gran carriera la sua visita annunciata in ricordo del sacrificio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montanari, Rocco Di Cillo, Vito Schifani.
    Roba da governo dei cani, ce lo volete consentire?
    Neanche adesso è tutto.
    Ma in quale Paese al mondo, il presidente della commissione antimafia (il senatore di Forza Italia, Roberto Centaro), in occasione della presentazione della relazione di maggioranza (fine luglio 2003), si permette di dire che poiché sino a oggi i processi non sono stati in grado di individuare i «mandanti» delle grandi stragi che hanno insanguinato l’Italia, se ne deve dedurre che i mandanti non ci sono, e che affermarne l’esistenza («rumore informativo»), è il frutto avvelenato della strumentalizzazione di sinistra?
    Ma in quale Paese al mondo un premier dichiarerebbe (lo ha fatto Berlusconi) che «i giudici sono matti»? Rileggiamola allora quella dichiarazione al settimanale inglese The Spectator (settembre 2003): «Questi giudici sono doppiamente matti. Per prima cosa perché lo sono politicamente, e secondo me sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antopologicamente diversi dal resto della razza umana».

    Chiara l’antifona?
    Ma in quale Paese al mondo un uomo politico offenderebbe (lo ha fatto Renato Schifani, capogruppo di Forza Italia al Senato) le due sorelle dei magistrati-simbolo entrambi assassinati dalla mafia? Ricordiamo le parole di Schifani: «Le signore Maria Falcone e Rita Borsellino, con le loro dichiarazioni, hanno offeso la memoria dei loro eroici fratelli» (si erano permesse di criticare aspramente Berlusconi proprio per le sue frasi sui «giudici matti» nda). Ancora: «le due signore, entrambe militanti a sinistra, non solo hanno finto di non avere capito che il presidente Berlusconi si è chiaramente riferito a una ristrettissima cerchia di magistrati (sic!) ma, con una disinvoltura che preferisco non commentare, hanno strumentalizzato due eroi civili che, per fortuna di tutti, sono patrimonio della collettività». (...)
    E lasciateci dire anche questo: in quale Paese al mondo si approva una legge (il lodo Schifani) per mettere al riparo il presidente del consiglio da indagini e processi passati presenti e futuri? Che in Italia ci sia un colossale conflitto di interessi nel resto del mondo lo sanno tutti, e anche quegli italiani che per il governo dei cani hanno votato senza tentennamenti. Come tutti sanno che il mondo dell’informazione televisiva è ormai attraversato da scorribande stucchevoli, con il Tg1 ridotto a qualcosa che assomiglia troppo da vicino ai vecchi Film Luce.

    La domanda è questa.
    Di fronte al panorama che abbiamo descritto, quale volete che sia la determinazione del governo Berlusconi nel combattere la mafia?
    A ottobre 2001, la Dia aveva rilanciato l’allarme su possibili nuovi attentati dinamitardi, disegnando lo scenario di uno scontro tra carcerati e uomini d’onore in libertà. Sulla spinta di questo allarme, l’opposizione insorse, e il 19 dicembre 2002 diventò definitivo il 41 bis. Una foglia di fico? Giudicate voi. In compenso, il buon ministro degli interni, Beppe Pisanu, cerca di darsi da fare. Arresta latitanti di ’ndrangheta, camorra, Sacra Corona Unita e terrorismo vecchio e nuovo. Ma la Sicilia resta tranquilla.
    La Sicilia, a suo tempo, ricambiò con maggioranze bulgare Forza Italia. Resta - come dicevamo - quell’inquietante striscione esposto allo Stadio di Palermo. Segno forse che i mafiosi (famelici) si aspettavano di più dal governo dei cani. Le prossime scadenze elettorali diranno una parola definitiva su ciò che ribolle nel magma sotterraneo della Sicilia, regione, non dimentichiamolo, che da sola conta ormai quasi sei milioni di abitanti.

  5. #95
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    " Corriere della Sera del 24/05/2004


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    Non possiamo ignorare le riflessioni fatte da Giovanni Falcone nel 1992

    Pera attacca i magistrati, l'Ulivo li difende
    Il presidente del Senato: autonomia a rischio anche per colpa delle toghe. Rutelli: parla da uomo di parte. Domani lo sciopero
    Dino Martirano
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    ROMA - Dopo un periodo di calma sul fronte della giustizia, il primo colpo alla fragile tregua tra toghe e politica lo aveva assestato due giorni fa il ministro Roberto Castelli: «Ho chiesto i nomi dei magistrati che scioperano». Poi, sabato, il vicepremier Gianfranco Fini ha attaccato i pm di Genova e in seguito se l'è presa con un «sciopero immotivato» promosso da «magistrati iperpoliticizzati». Infine, è toccato al presidente del Senato che alla commemorazione di Giovanni Falcone ha affrontato il tema con un discorso articolato su un trinomio - «Autonomia, indipendenza ed efficienza della magistratura» - ma non per questo l'impatto è stato meno cruento.
    Marcello Pera ha attualizzato le «riflessioni fatte dallo studioso Giovanni Falcone l'8 maggio del '92» e ha lanciato un richiamo in due tempi ai magistrati che domani sciopereranno contro la riforma dell'ordinamento giudiziario. Il primo monito: «Autonomia e indipendenza costituiscono il presidio, l'efficienza e la guarnigione per tutelare l'ordinamento giudiziario non solo dall'esterno ma anche dall'interno». Il secondo messaggio, invece, ha un tono diverso: «Perché l'autonomia e l'indipendenza non rischiano di cadere solo sotto le spinte che vengono da fuori ma anche a causa di comportamenti, individuali o di gruppo, assunti dentro il corpo stesso della magistratura». In altre parole: magistrati, imparate da Falcone, fate attenzione a non farvi male da soli sottovalutando l'efficienza della macchina giustizia.
    E visto che tutto questo viene detto dalla seconda carica dello Stato, è scattata immediata la reazione dei leader dell'Ulivo. Tace, invece, il presidente dell'Associazione nazionale, Edmondo Bruti Liberati: «Ho detto a tutti di tapparsi la bocca fino martedì. Non vogliamo alimentare polemiche anche perché le parole del presidente del Senato sono state enfatizzate».
    Ma la polemica politica si è subito messa in moto. Francesco Rutelli attacca lo «spirito gladiatorio di un governo che divide» e poi si occupa di Pera: «Al presidente del Senato, che non dovrebbe dimenticare di essere la seconda carica della Repubblica e non un uomo di parte, dico che converrebbe affrontare temi come quello della giustizia con equilibrio». Sulla stessa lunghezza d'onda Piero Fassino: «Fini e Castelli, anziché portare sul banco degli imputati i magistrati, dovrebbero porsi l'obiettivo dell'efficienza mettendo a disposizione dei magistrati risorse e strumenti di cui hanno bisogno». Anna Finocchiaro, responsabile giustizia dei Ds, definisce «allarmanti» le parole di Pera e vede un'escalation elettorale sui temi della giustizia.
    La Cdl si schiera con Pera: «La sinistra è ancora contro Giovanni Falcone, 12 anni dopo la sua tragica morte», è l'affondo del portavoce di FI Sandro Bondi. L'unico ad avere dubbi è il ministro Giovanni Alemanno (An): «Non rinunciamo al dialogo con i magistrati». Ma ormai è tardi. Domani le toghe scioperano: è la 13a volta negli ultimi 30 anni, la seconda per questo governo.
    "

    Saluti liberali


    Continuate a provarci ma su Falcone non passate e non passerete mai ”, scrive Filippo Facci su Il Giornale di oggi 25 maggio 2004. Mentre il presidente emerito della Repubblica Cossiga ineccepibilmente commenta : “Mi ha fatto male vedere accanto la sorella del giudice personaggi come Leoluca Orlando che, con l’accusa di aver insabbiato pratiche che riguardavano politici, diede vita al linciaggio di Falcone da parte dell’ANM e di un settore rilevante della sinistra”. Del resto i parenti stretti delle vittime, di tutte le vittime, vanno rispettati innanzi tutto per il loro dolore, che di certo non conferisce loro l’immunità dalle scelte sbagliate. E l’ex collega di Falcone ed esponente della sinistra moderata, Ayala fa suo l’appello del presidente del Senato Marcello Pera, dichiarandolo ineccepibile, e aggiungendo di suo: “ Diceva Giovanni Falcone, ed io ero d’accordo con lui, che vi sono alcune iniziative di magistrati rispetto alle quali, per dirlo con ironia, ci sentivamo parti lese, perché si ritorcevano inevitabilmente contro la credibilità complessiva dell’ordine giudiziario “.
    Il senatore Brutti (postcomunista) ha invece affermato che Marcello Pera deve chiedere scusa ai magistrati. Eppure, come ricorda Facci, è stato proprio il partito del compagno Brutti “ a bistrattare Falcone proprio perché le istituzioni lo avevano voluto al proprio fianco “. E fu nientemeno che la compagna Ilda Boccassini, a suo tempo, ad accusare pubblicamente Magistratura Democratica (l’organizzazione dei magistrati rossi militanti, scavalcata a sinistra ora dai “movimenti riuniti”) di aver abbandonato Falcone, mentre il quotidiano “fondato da Gramsci e Togliatti” appena pochi mesi prima che la mafia…..lo facesse saltare in aria con moglie e scorta, aveva ignobilmente attaccato il magistrato siciliano per mano di un membro del CSM di parte diessina.
    Falcone – ricorda il Facci – era favorevole alla separazione delle carriere, per il controllo istituzionale del PM, denunciava il correntismo, negava l’esistenza di terzi livelli, incriminava i pentiti calunniosi, lamentava certa cultura del sospetto . Niente male per un magistrato che proveniva egli stesso dall’area del PCI e della magistratura collaterale, ma che aveva sicuramente maturato un senso dello Stato, delle Istituzioni, e un’intelligenza strategica nel perseguire i fini che gli erano affidati.... del tutto sconosciuti ai suoi detrattori e alla quasi totalità dei suoi epigoni, che poi sono quasi sempre gli stessi che lo abbandonarono o lo accusarono apertamente, e che ora ne usano il nome per battaglie che non furono certo nella logica e nell’etica di chi collaborò con Scotti, Martelli, Andreotti per combattere la mafia sul serio, in modo efficace. Se commise errori (e chi non li commette?) non furono certo quelli che gli imputarono i Leoluca Orlando Cascio o i membri comunisti del CSM e i vertici di Magistratura Democratica, per i quali alla fine Falcone divenne “un nemico politico come un altro”. E ben sappiamo con che metodi quella parte politica e ideologica combatte i nemici politici. Certo ci sono anche i Giorgio Bocca e i Lodato..... ma non abbiamo tempo da sprecare con certi personaggi.

    Saluti liberali

  6. #96
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  7. #97
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    In origine postato da Pieffebi
    Certo ci sono anche i Giorgio Bocca e i Lodato..... ma non abbiamo tempo da sprecare con certi personaggi.

    Saluti liberali
    Lodato te l'ho postato sopra...

  8. #98
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    Predefinito Onore a....

    ….Falcone

    Palermo. Gloria ai pentiti.
    Gloria a quei mafiosi che per salvare la propria pelle hanno giocato con la pelle degli altri.
    E gloria soprattutto a Salvatore Cancemi, il boss che quattordici anni fa, nel giorno della strage di Capaci era lì a brindare con gli altri killer, perché finalmente era stato assassinato Giovanni Falcone, il giudice istruttore del maxiprocesso, protagonista del primo, durissimo attacco alla cupola di Cosa nostra.
    Cancemi è tra i pentiti più sbugiardati d’Italia.
    Un magistrato rispettoso della legge e del diritto dovrebbe provare orrore non solo per la sua storia criminale ma anche per la sua carriera di “collaborante” truffaldo e inaffidabile.
    Succede invece che cinque magistrati di Palermo e di Roma – Mario Almerighi, Luca Tescaroli, Guido Lo Forte, Antonino Di Matteo e Gioacchino Natoli – abbiano deciso di festeggiarlo.
    E di festeggiarlo per di più proprio il 23 maggio, giorno in cui ricorre il dodicesimo anniversario del massacro nel quale morirono, con Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta.
    L’occasione è la presentazione di un libro intervista scritto da Cancemi e da Giorgio Bongiovanni, il cui titolo sembra la traduzione forse di un ricatto, forse di un avvertimento:
    “Riina mi fece i nomi di…”.
    Alla presentazione, che si terrà in pompa magna alla facoltà di Lettere, parteciperà anche il fior fiore della sinistra giudiziaria, a cominciare dal diessino Giuseppe Lumia che è stato presidente della Commissione parlamentare antimafia.

    Il libro non è niente di che. Risale al 2002 e, se si tiene conto che in questi ultimi due anni è stato prima catturato e poi si è pentito l’ambiguo Nino Giuffrè, detto Manuzza, ce n’è quanto basta per dire che il volumetto appartiene al paleozoico di Cosa nostra. L’intervista è condotta da Giorgio Bongiovanni, direttore del mensile “Antimafia 2000”, un tipo che può apparire un po’ strano: dice infatti di avere le stimmate e cammina con mani e piedi fasciati e con un cerotto in fronte.
    Cancemi, dal suo punto di vista, cerca di non essergli da meno. All’intervistatore, che gli chiede se sia devoto alla Madonna, risponde in maniera meravigliosa:
    “Sì, perché mi ha fatto più di una grazia, soprattutto per quanto riguarda questa mia collaborazione…”.
    In fondo “Totuccio” non ha tutti i torti: è quasi miracoloso se Cancemi non sia stato cacciato dal programma di protezione e se ne sia rimasto libero per dieci anni, nonostante tutte le bugie che ha propinato ai magistrati di ogni angolo d’Italia, nonostante tutte le verità ammannite a rate.
    Cancemi giura di essere attendibile, nel libro-intervista, dimenticando di aver detto di essersi “svitato lentamente, come una vite arruginita”, di avere ricordato a poco a poco la propria partecipazione all’eccidio di via D’Amelio, dove morì Paolo Borsellino.
    Prima aveva negato, poi si pentirono quelli che l’avevano visto all’opera e allora l’ex boss ha deciso di “svitarsi” un altro poco. Cancemi dimentica anche che, per un vecchio omicidio, una Corte d’assise, presieduta da Salvatore Scaduti – il giudice di appello di Andreotti e Contrada – gli diede in primo grado l’ergastolo, senza attenuante per la collaborazione.

    Accusatore a rate smentito dalle sentenze
    L’ex boss di Porta Nuova accusò a rate anche Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri: a trasi e nesci, col dire e non dire.
    Con dichiarazioni “progressive” e ammiccanti, convinse magistrati come Ilda Boccassini e Luca Tescaroli che l’attuale presidente del Consiglio e il manager di Publitalia avevano avuto un ruolo nelle stragi del ’92 e del ’93.
    L’indagine è stata archiviata, ma Cancemi è sempre libero e continua a raccontare quello che vuole. Nel libro, ad esempio, a proposito dell’omicidio del funzionario della Regione, Giovanni Bonsignore, dice:
    “Ne sono certo, perché me lo disse Raffaele Ganci. Bonsignore è stato ucciso perché Provenzano fece un favore a un politico”. Peccato che una sentenza abbia accertato che il mandante fu un ex funzionario della Regione, Nino Sprio, che consumava vendette personali.
    Da Cancemi a Gioacchino Pennino, fiore all’occhielo dell’antimafia chiodata di Gian Carlo Caselli (“E’ il Buscetta della politica”, diceva).
    E Pennino, ex grande accusatore di Giulio Andreotti e Calogero Mannino, ex segretario della Dc di Ciaculli, quartiere ad alta densità di mafia, alla politica c’è tornato veramente.
    Libero come il vento (il pentimento gli ha fruttato oltre due miliardi cash) ha fondato la Dc Europea, che si presenta per le amministrative in Calabria, Campania, Sicilia e Puglia.

    Riccardo Arena

    saluti

  9. #99
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    Predefinito

    A parte che l'archiviazione sulle stragi non conclude nulla in quanto le indagini proseguono per conto della DIA di Firenze; non mi sembra proprio il caso di citare la sentenza Sprio.

    Sempre che tu sappia di cosa si stia parlando...

    Al pari di Arena.

  10. #100
    email non funzionante
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    Predefinito

    In origine postato da MrBojangles
    A parte che l'archiviazione sulle stragi non conclude nulla in quanto le indagini proseguono per conto della DIA di Firenze; non mi sembra proprio il caso di citare la sentenza Sprio.

    Sempre che tu sappia di cosa si stia parlando...

    Al pari di Arena.
    ----
    Fà un piccolo sforzo, intelligentone, e diccelo tu.

 

 
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