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Discussione: Berlusconi I

  1. #1
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    Predefinito Berlusconi I

    Devo fare una tesina sul primo governo Berlusconi con il titolo "programma di governo e sua attuazione". Una specie di comparazione anche se i linguaggi sono diversi.

    Avete fatto qualche lavoro o siete in grado di farlo in proposito?

    Vi sarei enormemente grato.

  2. #2
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    Predefinito

    Non ho ben capito cosa ti serve. Potresti essere più preciso?
    "Abbiamo bisogno della libertà per impedire che lo Stato abusi del suo potere e abbiamo bisogno dello Stato per impedire l’abuso della libertà".
    KARL R. POPPER

  3. #3
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    Predefinito info

    Per quanto riguarda le Riforme e proposte del Governo Berlusconi puoi andare su www.governo.it
    Coordinatore Gruppo Scuola "CsL"
    Militante in Azione Giovani

  4. #4
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    Predefinito

    Mi serve un confronto sul programma di governo del Berlusconi I e sulla sua eventuale o meno attuazione nei sette mesi di attività. Ma mi vanno più che bene anche resoconti sull' attività di governo. Qualcosa di tecnico possibilmente. Capisco che é difficile.....
    Saluti a tutti!

    P.S.: su governo.it non c' é niente!!

  5. #5
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    Predefinito

    Originally posted by Billi
    Mi serve un confronto sul programma di governo del Berlusconi I e sulla sua eventuale o meno attuazione nei sette mesi di attività. Ma mi vanno più che bene anche resoconti sull' attività di governo. Qualcosa di tecnico possibilmente. Capisco che é difficile.....
    Saluti a tutti!

    P.S.: su governo.it non c' é niente!!
    La ricerca è circoscritta al solo I GOVERNO BERLUSCONI?
    O comprende anche l'attuale stagione di governo?
    "Abbiamo bisogno della libertà per impedire che lo Stato abusi del suo potere e abbiamo bisogno dello Stato per impedire l’abuso della libertà".
    KARL R. POPPER

  6. #6
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    Originally posted by Studentelibero


    La ricerca è circoscritta al solo I GOVERNO BERLUSCONI?
    O comprende anche l'attuale stagione di governo?
    PRIMO GOVERNO BERLUSCONI

  7. #7
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    Predefinito La discesa in campo (26/1/94)

    IL DISCORSO DELLA 'DISCESA IN CAMPO' - 26 gennaio 1994




    "L'Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore. Qui ho appreso la passione per la libertà.

    Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare.

    Per poter compiere questa nuova scelta di vita, ho rassegnato oggi stesso le mie dimissioni da ogni carica sociale nel gruppo che ho fondato. Rinuncio dunque al mio ruolo di editore e di imprenditore per mettere la mia esperienza e tutto il mio impegno a disposizione di una battaglia in cui credo con assoluta convinzione e con la più grande fermezza.

    So quel che non voglio e, insieme con i molti italiani che mi hanno dato la loro fiducia in tutti questi anni, so anche quel che voglio. E ho anche la ragionevole speranza di riuscire a realizzarlo, in sincera e leale alleanza con tutte le forze liberali e democratiche che sentono il dovere civile di offrire al Paese una alternativa credibile al governo delle sinistre e dei comunisti.

    La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L'autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema di finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio a una nuova Repubblica. Mai come in questo momento l'Italia, che giustamente diffida di profeti e salvatori, ha bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, creative ed innovative, capaci di darle una mano, di far funzionare lo Stato.

    Il movimento referendario ha condotto alla scelta popolare di un nuovo sistema di elezione del Parlamento. Ma affinché il nuovo sistema funzioni, è indispensabile che al cartello delle sinistre si opponga, un polo delle libertà che sia capace di attrarre a sé il meglio di un Paese pulito, ragionevole, moderno.

    Di questo polo delle libertà dovranno far parte tutte le forze che si richiamano ai principi fondamentali delle democrazie occidentali, a partire da quel mondo cattolico che ha generosamente contribuito all'ultimo cinquantennio della nostra storia unitaria. L'importante è saper proporre anche ai cittadini italiani gli stessi obiettivi e gli stessi valori che hanno fin qui consentito lo sviluppo delle libertà in tutte le grandi democrazie occidentali.

    Quegli obiettivi e quei valori che invece non hanno mai trovato piena cittadinanza in nessuno dei Paesi governati dai vecchi apparati comunisti, per quanto riverniciati e riciclati. Né si vede come a questa regola elementare potrebbe fare eccezione proprio l'Italia. Gli orfani i e i nostalgici del comunismo, infatti, non sono soltanto impreparati al governo del Paese. Portano con sé anche un retaggio ideologico che stride e fa a pugni con le esigenze di una amministrazione pubblica che voglia essere liberale in politica e liberista in economia.

    Le nostre sinistre pretendono di essere cambiate. Dicono di essere diventate liberaldemocratiche. Ma non è vero. I loro uomini sono sempre gli stessi, la loro mentalità, la loro cultura, i loro più profondi convincimenti, i loro comportamenti sono rimasti gli stessi. Non credono nel mercato, non credono nell'iniziativa privata, non credono nel profitto, non credono nell'individuo. Non credono che il mondo possa migliorare attraverso l'apporto libero di tante persone tutte diverse l'una dall'altra. Non sono cambiati. Ascoltateli parlare, guardate i loro telegiornali pagati dallo Stato, leggete la loro stampa. Non credono più in niente. Vorrebbero trasformare il Paese in una piazza urlante, che grida, che inveisce, che condanna.

    Per questo siamo costretti a contrapporci a loro. Perché noi crediamo nell'individuo, nella famiglia, nell'impresa, nella competizione, nello sviluppo, nell'efficienza, nel mercato libero e nella solidarietà, figlia della giustizia e della libertà.

    Se ho deciso di scendere in campo con un nuovo movimento, e se ora chiedo di scendere in campo anche a voi, a tutti voi - ora, subito, prima che sia troppo tardi - è perché sogno, a occhi bene aperti, una società libera, di donne e di uomini, dove non ci sia la paura, dove al posto dell'invidia sociale e dell'odio di classe stiano la generosità, la dedizione, la solidarietà, l'amore per il lavoro, la tolleranza e il rispetto per la vita.

    I1 movimento politico che vi propongo si chiama, non a caso, Forza Italia. Ciò che vogliamo farne è una libera organizzazione di elettrici e di elettori di tipo totalmente nuovo: non l'ennesimo partito o l'ennesima fazione che nascono per dividere, ma una forza che nasce invece con l'obiettivo opposto; quello di unire, per dare finalmente all'Italia una maggioranza e un governo all'altezza delle esigenze più profondamente sentite dalla gente comune.

    Ciò che vogliamo offrire agli italiani è una forza politica fatta di uomini totalmente nuovi. Ciò che vogliamo offrire alla nazione è un programma di governo fatto solo di impegni concreti e comprensibili. Noi vogliamo rinnovare la società italiana, noi vogliamo dare sostegno e fiducia a chi crea occupazione e benessere, noi vogliamo accettare e vincere le grandi sfide produttive e tecnologiche dell'Europa e del mondo moderno. Noi vogliamo offrire spazio a chiunque ha voglia di fare e di costruire il proprio futuro, al Nord come al Sud vogliamo un governo e una maggioranza parlamentare che sappiano dare adeguata dignità al nucleo originario di ogni società, alla famiglia, che sappiano rispettare ogni fede e che suscitino ragionevoli speranze per chi è più debole, per chi cerca lavoro, per chi ha bisogno di cure, per chi, dopo una vita operosa, ha diritto di vivere in serenità. Un governo e una maggioranza che portino più attenzione e rispetto all'ambiente, che sappiano opporsi con la massima determinazione alla criminalità, alla corruzione, alla droga. Che sappiano garantire ai cittadini più sicurezza, più ordine e più efficienza.

    La storia d'Italia è ad una svolta. Da imprenditore, da cittadino e ora da cittadino che scende in campo, senza nessuna timidezza ma con la determinazione e la serenità che la vita mi ha insegnato, vi dico che è possibile farla finita con una politica di chiacchiere incomprensibili, di stupide baruffe e di politica senza mestiere. Vi dico che è possibile realizzare insieme un grande sogno: quello di un'Italia più giusta, più generosa verso chi ha bisogno più prospera e serena più moderna ed efficiente protagonista in Europa e nel mondo.

    Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano."

    Silvio Berlusconi
    "Abbiamo bisogno della libertà per impedire che lo Stato abusi del suo potere e abbiamo bisogno dello Stato per impedire l’abuso della libertà".
    KARL R. POPPER

  8. #8
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    Predefinito Berlusconi davanti alle Camere per la fiducia

    Signor presidente, Signori senatori,
    il governo che presento alle Camere, e per il quale chiedo la vostra fiducia, è di per sé un fatto assolutamente nuovo nella vita pubblica del nostro Paese. In primo luogo, questo ministero nasce da un Parlamento repubblicano eletto per la prima volta con una legge elettorale di tipo maggioritario, voluta dalla grande maggioranza dei cittadini. In secondo luogo, la base di consenso dell’esecutivo è costituita da parlamentari eletti in formazioni politiche che non hanno mai avuto prima responsabilità ministeriali. Questa radicale innovazione è il frutto di una lunga e tortuosa crisi di credibilità delle nostre istituzioni, una crisi che ha travolto, nel nome e nel fatto, la quasi totalità dei partiti che mezzo secolo fa diedero vita alla Repubblica italiana.
    Una buona politica è sempre il frutto di una riflessione su quella che un maestro del pensiero politico rinascimentale chiamava “l’esperienza delle cose antiche e moderne”. Il nuovo, infatti, si definisce, nel bene e nel male, in rapporto al vecchio. Su tale questione, e cioè sul nostro rapporto con le fondamenta del vivere repubblicano di questi cinquant’anni, è bene dunque fare un chiarimento preliminare, che valga una volta per tutte, anche perché l’opinione pubblica interna e internazionale ha accolto la novità con curiosità, con interesse e, per certi aspetti, con una punta di comprensibile inquietudine.
    Questo governo, e a maggior ragione chi è chiamato a presiederlo, si riconosce senza l’ombra del sia pur minimo dubbio nella base giuridica e di principio rappresentata dalla Carta costituzionale del ’48.
    Dopo la sconfitta del fascismo in Europa, la scelta della democrazia come regola vincolante e come supremo valore dell’azione liberale è l’orizzonte comune ed esplicito della maggioranza, in tutte le sue componenti. Esistono diversità nel giudizio storico sul passato, ma vige una piena identità nella considerazione delle libertà civili come fondamento della vita pubblica e nel leale rispetto verso la nostra architettura costituzionale.
    L’unità del Paese e la sua indivisibilità sono un altro principio in cui la maggioranza si riconosce senza riserve.
    L’Italia è una Repubblica dotata di un forte sistema di autonomie locali e territoriali, voluto dai costituenti sulla scia di una tradizione secolare, che affonda le sue radici nella vita dei Comuni. Siamo conosciuti nel mondo come il Paese delle cento città e il nostro paesaggio geografico, politico e culturale non sarebbe riconoscibile senza considerare la grande, ricca varietà di forme di vita che insieme unisce e distingue il Nord dal Sud. Entro questi limiti e confini, la maggioranza guarda con rispetto e interesse al dibattito federalista, antico e nuovo, sia nella prospettiva europea sia nel senso di una migliore articolazione dello Stato nazionale.
    La fedeltà all’Alleanza atlantica, la cooperazione economica e politica nella Comunità europea, il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, i principi della Conferenza di Helsinki sulla stabilità dei confini, sulla difesa dei diritti umani, sull’autodeterminazione dei popoli e la non ingerenza: questi sono altrettanti cardini dell’identità e del programma con cui questa coalizione si è impegnata a formare un governo all’altezza del ruolo internazionale dell’Italia.
    Malgrado i formidabili progressi del processo di pace in Medio Oriente, e lo straordinario evento dell’elezione dell’ex detenuto politico Nelson Mandela a presidente della Repubblica sudafricana, nuovi bagliori di guerra attraversano varie regioni del mondo: nel cuore dell’Africa nera, in Ruanda, si consumano violenze efferate anche sui corpi poveri e indifesi dei bambini; la tragedia bosniaca, ai nostri confini, continua a fare notizia a corrente alternata, ma né l’Europa né l’ONU sembrano in grado di metterle fine. In ogni luogo del mondo in cui sono messi in discussione i diritti liberali e umanitari dell’uomo deve essere ascoltata una voce italiana, e il governo delle libertà si impegna a farla sentire. La solidarietà è il cuore della nostra politica internazionale per le radici cristiane e umanistiche della nostra cultura.
    Il ministro degli Affari Esteri è a Bruxelles, ed è già al lavoro per affermare e rafforzare un ruolo italiano da protagonista nell’Unione europea. L’Italia dovrà favorire l’allargamento dell’Unione, anche verso l’Europa orientale; incrementare i rapporti commerciali con le aree di libero scambio del Nord America e del Pacifico, anche per evitare l’avvitamento di una spirale protezionistica; un’attenta riflessione sul Trattato di Maastricht non deve ritardare l’attuazione del programma di unificazione; e va bandito ogni indugio per quanto riguarda la difesa e la politica estera comune dell’Unione.
    Due importanti appuntamenti di politica estera sono il Consiglio europeo di Corfù, nel prossimo mese di giugno, e il vertice del G7 che si terrà a Napoli nei giorni dall’8 al 10 luglio. Nel primo di questi appuntamenti si discuterà l’attuazione del libro bianco di Jacques Delors e si farà la scelta del nuovo presidente della Commissione esecutiva dell’Unione. A Napoli, dove l’Italia ospita il vertice dei Paesi più industrializzati, una particolare attenzione sarà dedicata alla questione del “Trattato di amicizia” con la Russia, ma il vertice sarà l’occasione per consolidare il ruolo del nostro Paese nel mondo e la sperimentata capacità di dialogo della sua diplomazia.
    Continuità e rinnovamento repubblicano.
    Dal governo dei partiti al governo delle istituzioni
    Signori senatori,
    il rispetto per la tradizione repubblicana del nostro Paese, e per i suoi valori, non deve tuttavia essere usato impropriamente come un freno a quell’opera di profondo cambiamento e rinnovamento che la nostra gente ci chiede con urgenza e passione e che i cittadini hanno tutto il diritto di aspettarsi da chi li rappresenta nel governo della nazione.
    Per anni il sistema istituzionale ha vissuto la stessa vita dei partiti politici. Le leggi e la pubblica amministrazione, a partire dalla funzione svolta dal potere esecutivo, sono state assoggettate al pieno dominio delle forze che, nel vecchio sistema elettorale proporzionale, esprimevano la società civile.
    È stato autorevolmente detto che oggi, pur conservando il ruolo che la Costituzione assegna loro, i partiti devono fare un passo indietro. Aggiungo che occorre passare dal governo dei partiti al governo delle istituzioni. Per nostra fortuna, i padri costituenti hanno previsto le procedure attraverso cui è possibile introdurre tutti quei mutamenti che non contraddicono la forma dello Stato e l’unità della nazione, e a quelle procedure è doveroso attenersi con tutto lo scrupolo necessario.
    Una delle fondamentali caratteristiche della maggioranza che oggi dà vita alla nuova compagine ministeriale è sotto gli occhi di tutti: le forze che sostengono questo governo non stanno insieme per una qualche alleanza o alchimia decisa nelle sedi dei partiti bensì per una delega data direttamente dagli elettori. Quel che si è chiamato “Polo delle libertà e del buon governo” è un’alleanza elettorale che oggi si trasforma in coalizione di governo su esplicito mandato dei cittadini. Il mandato a governare riguarda pur sempre una coalizione di forze diverse, gelose ciascuna della propria identità, ma la logica della coalizione prevale su quella di partito o di movimento.
    Le forme di questo cambiamento sono ancora imperfette, e una legge elettorale a tendenza maggioritaria non basta a esprimere fino in fondo l’esigenza, da tutti sentita, di un rapporto più stretto e diretto tra il voto degli elettori e la formazione dei governi. Tuttavia il più è stato fatto, e siamo adesso al grande passo ulteriore: restituire appieno il loro potere alle istituzioni pubbliche, a cominciare dal Parlamento; ripristinare un forte e severo senso dello Stato, nel rispetto delle prerogative dell’esecutivo; ribadire che le associazioni private, i partiti o i movimenti hanno un ruolo essenziale da svolgere, ma ben distinto da quello di chi amministra beni pubblici ed esercita i poteri di governo.
    In questo quadro è fondamentale un rapporto corretto, competitivo ma rispettoso delle regole, con le opposizioni di sinistra e di centro. Noi abbiamo apprezzato sinceramente lo sforzo di analisi politica della nuova situazione emerso in settori importanti del Parlamento, anche al di fuori della maggioranza, e lo abbiamo fatto senza retropensieri né secondi fini. Ma devo dire con molta schiettezza al segretario del Partito democratico della sinistra, il quale ha affermato di voler esercitare per la sua parte “un’opposizione democratica e costituzionale”, che definire la compagine ministeriale come “un governo che umilia l’Italia” non è affatto un buon inizio.
    Questo che vi chiede la fiducia è il governo legittimo della Repubblica, voluto liberamente dagli elettori e presieduto da chi vi parla su incarico del capo dello Stato: definirlo “un’umiliazione” è un’offesa gratuita al prestigio e all’onore del Paese!

    Verso un’opposizione consapevole della perfetta legittimità di questo governo, l’esecutivo e la sua maggioranza manterranno un limpido rapporto di confronto e di dialogo, ma guai a trasformare la vita della XII legislatura in una sequela di risse allo sbando. La presenza di ministri di Alleanza nazionale nell’esecutivo non può essere invocata come pretesto per una campagna delegittimante.
    Un dirigente dell’opposizione di sinistra così si è espresso, a proposito della necessità di costituzionalizzare le estreme e dare vita a un bipolarismo politico in sintonia con la legge maggioritaria: “Potevamo governare per una stagione storica” ha detto “e avremmo dato luogo a un nuovo regime ventennale. Ma avremmo di nuovo chiuso le estreme ai lati, bloccando qualsiasi ipotesi di ricambio. Invece (...) abbiamo rimesso in circolo forze più radicali, come ci sono in tutte le democrazie, e preparato le condizioni per un futuro bipartitismo. È una dinamica virtuosa”.
    Faccio appello all’intelligenza e al buonsenso dell’opposizione perché da questa “dinamica virtuosa” non si precipiti nel circolo vizioso dell’incomunicabilità. L’opposizione ha non solo il diritto ma il dovere di preparare il ricambio di governo con tutte le sue forze e anche con tutte le malizie di cui è capace, ma non ha alcun diritto di proporsi l’obiettivo di impedire che il Paese sia governato.
    Il programma economico del governo
    Signori senatori,
    il programma economico del governo persegue, come suo primo obiettivo, l’allargamento della base produttiva del Paese e la creazione di nuovi posti di lavoro.
    La prosperità e la serenità di questo Paese si misurano prima di tutto sulla sua capacità di assicurare ai cittadini di ogni età, in particolare ai giovani, un lavoro dignitoso e un corrispondente reddito da lavoro. L’imprenditoria, e in particolare la straordinaria rete di aziende medie e piccole che hanno fatto la fortuna del nostro apparato produttivo, agricolo, industriale e commerciale, chiede di essere aiutata a ricollocarsi sui mercati, a competere, a elevare il suo tasso di produttività in misura e in forme tali da incrementare la base occupazionale.
    Tutte le forze sociali consultate in sede di formazione del ministero hanno confermato che la creazione di lavoro, un compito non facile ma possibile, è il complemento indispensabile della ripresa economica e sociale, dopo anni di lenta stagnazione.
    Il controllo del processo inflattivo e la doverosa azione di contenimento e di riduzione del debito dello Stato impongono limiti severi alla spesa pubblica. Riceviamo in eredità, malgrado gli sforzi encomiabili dei predecessori, un bilancio talmente gravoso che, in termini puramente contabili, dovremmo dichiarare il nostro malessere finanziario come un morbo semplicemente incurabile. Tale atteggiamento sarebbe però sterile, anche se il professor Mario Monti, fautore come noi siamo di un “liberismo disciplinato e rigoroso”, ha scritto lucidamente che “se il nuovo governo drammatizzerà alquanto l’eredità ricevuta, dirà la pura verità”.
    Una cosa è assolutamente certa: il debito dello Stato non può essere consolidato, in alcuna forma, a danno dei risparmiatori e dei sottoscrittori che nello Stato hanno avuto fiducia.
    Il governo è consapevole del fatto che la ripresa non sarà sostenibile se non accompagnata da una profonda, incisiva azione di risanamento della finanza pubblica. Questo è richiesto dai mercati finanziari, è dovuto per frenare la crescita del debito pubblico, è condizione necessaria per la nostra partecipazione al processo di integrazione europea, si impone come condizione per una discesa dei tassi di interesse a lungo termine e per una ripresa degli investimenti privati.
    Gli interventi di sostegno all’economia, accompagnati da una politica di dialogo tra le parti sociali, a cui il governo intende dare il contributo che è proprio del suo ruolo, saranno realmente tali solo se compatibili con il risanamento delle pubbliche finanze.
    D’altra parte, è bene sapere che se fosse in gioco soltanto la capacità di azione dei poteri pubblici, i tempi della ripresa si allungherebbero e il sollievo dalle presenti difficoltà sociali si farebbe attendere oltre i limiti del tollerabile.
    Ma uno Stato moderno, una grande nazione industriale, con le radici ben piantate nell’Europa occidentale e aperta verso il mondo, dispone di grandi risorse, spesso nascoste dalle cifre dell’economia pubblica, che è dovere del governo e della classe dirigente mobilitare per una politica di sviluppo.
    Questo è il senso ultimo di un governo liberale, questo il progetto di un governo delle libertà. C’è un’Italia dell’iniziativa privata, nella produzione e nel settore dei servizi, che può e deve essere incoraggiata a “far da sé”, senza alcuna concessione a dogmatiche di alcun genere, nemmeno a quelle di tipo liberista, e dunque a cercare in se stessa e nelle regole del mercato la forza per innescare una spirale virtuosa degli investimenti, dei prezzi e dei redditi.
    Quando dico “far da sé” non penso a un ritrarsi dello Stato da un’intelligente e prudente presenza nell’economia, penso invece a una svolta che consiste nel liberare l’economia privata da vincoli opprimenti, dal peso di burocrazie e procedure asfissianti, da una pressione fiscale cresciuta troppo e troppo in fretta, e rivelatasi invadente per chi produce e insieme inefficace per le casse dell’erario. Un governo liberale in politica e di ispirazione liberista in economia non può che porsi come primo dei suoi problemi la rimozione degli ostacoli allo sviluppo, lo stimolo e la sollecitazione alla creazione di ricchezza sociale partendo dalla rivitalizzazione del mercato.
    Avremo modo di specificare, attraverso una serie di misure, che cosa questo significhi in relazione alle politiche per l’introduzione della concorrenza in ogni campo della vita economica e amministrativa, ivi comprese le privatizzazioni delle imprese pubbliche e una robusta iniezione di concorrenzialità nel settore dei servizi. Specificheremo altresì quale ordine di interventi è possibile in sede di defiscalizzazione dei progetti di sviluppo e di incremento dell’occupazione nell’agricoltura, nell’industria, nel commercio, nell’artigianato e nelle professioni libere.
    Dimostreremo nei fatti quella che è una nostra radicata convinzione: una forte ripresa non può non passare anche per il rilancio delle opere pubbliche, ma deve sottostare al vincolo di sensibilità, di cultura e di legge che riguarda la tutela dell’ambiente, questo antichissimo e nuovissimo simbolo del bene comune.
    Il movimento ecologista non ha raggiunto ancora in Italia, malgrado lo spessore e il fascino delle sue ragioni, un radicamento analogo a quello di altri Paesi europei. Ma il governo considera suo patrimonio e strumento di lavoro l’insieme di ricerche e proposte che i Verdi italiani hanno messo in campo in tutti questi anni. La tutela della risorsa ambientale la consideriamo non un laccio che imprigiona lo sviluppo ma, se gestita correttamente, uno stimolo alla crescita e alla qualificazione di un’economia sana. Nel conflitto tra natura e cultura, tra ambiente e mercato, sappiamo che occorre fissare un punto di equilibrio nell’interesse, al di là dell’individuo e della stessa comunità, del pianeta Terra, che tutti abitiamo e di cui tutti ormai conosciamo non solo le ricchezze ma anche i limiti.
    Un punto irrinunciabile del programma è quello che riguarda l’assetto della sanità pubblica e privata. La sensibilità degli italiani è in questo campo acutissima: i cittadini sanno che si spende troppo e male. Il grado di confusione e, spesso, di inefficienza dei servizi è un’offesa permanente al diritto alla salute. Introdurre un regime di gestione manageriale degli ospedali e di efficienza competitiva del sistema sanitario è urgente: questa è una promessa, è un impegno al quale ci sentiamo tutti vincolati senza riserve.
    I cento giorni
    Nei primi cento giorni di governo, ovvero nella prima fase di attuazione del programma, ci impegniamo a presentare le proposte legislative necessarie per:
    a) ridurre gli oneri contributivi per le imprese che creano, al netto, nuovi posti di lavoro;
    b) liberalizzare le assunzioni per chiamata nominativa;
    c) introdurre l’assunzione diretta per le imprese con più di tre e fino a quindici dipendenti;
    d) modificare in senso più incentivante per le imprese i contratti di formazione-lavoro;
    e) introdurre l’istituto del lavoro interinale con modifiche alle proposte del precedente ministero;
    f) introdurre norme che favoriscano il tempo determinato e il part time (soprattutto per gli impieghi femminili), nonché altre misure che accrescano la flessibilità del mercato del lavoro;
    g) rivedere le normative sugli appalti pubblici per evitare il protrarsi del blocco dei contratti della pubblica amministrazione.

    Il governo si impegna altresì:
    a) ad accelerare il processo di privatizzazione delle imprese pubbliche, partendo da INA, STET, ENEL ed ENI;
    b) a eliminare l’imposta sui redditi inferiori ai dieci milioni, anche per rispondere alle attese di milioni di cittadini in età di pensione, che hanno diritto a una tutela e a una difesa del potere d’acquisto del loro reddito;
    c) a introdurre incentivi fiscali per il rilancio degli investimenti, con particolare riferimento alle piccole e medie imprese.
    Meno leggi, più efficienza, più autogoverno
    Signori senatori,
    la ripresa economica, la risposta alle attese di rilancio della produzione, del lavoro e del consumo, e il consolidamento del ruolo italiano nell’Unione europea, sono obiettivi che devono fare i conti con l’effettiva situazione della macchina dello Stato. Il potere pubblico può essere indebolito allo stesso modo in due circostanze opposte: quando ha pochi strumenti oppure quando ha troppi strumenti di intervento, e strumenti farraginosi, tortuosi fin nell’interpretazione del loro significato, e in definitiva punitivi per il pubblico. La nostra situazione è per l’appunto quest’ultima.
    Abbiamo prodotto e immagazzinato, e produciamo tuttora, troppe leggi; ci siamo dotati di un apparato fiscale che non è normalmente complesso ma patologicamente complicato e iniquo per il contribuente, con il risultato di un’area di evasione e di elusione del dovere contributivo che non ha paragoni nel continente europeo. Cercheremo di approntare codici o testi unici in tutti i settori legislativi in cui sarà possibile. Ridurre il numero delle leggi, ricorrere a regolamenti e ad altri strumenti amministrativi ogniqualvolta questo sia possibile, semplificare la tassazione diretta e indiretta, fare pubblica amministrazione tenendo conto delle esigenze e degli interessi dei cittadini, che sono il fondamento dello Stato e la ricchezza della società, non i nemici e le vittime della burocrazia: tutto questo ha carattere di priorità nell’azione futura del governo.
    Anche perché l’enorme numero di leggi così prodotte ha portato a un vero paradosso: una forma di governo virtualmente extraparlamentare. Il presidente Carlo Azeglio Ciampi, al quale vanno i sensi della mia stima, sarebbe il primo a convenire con me sul fatto che l’ingente numero di decreti legge a cui si è sentito obbligato il suo governo è indizio, al di là della specifica situazione in cui il ministero che ci ha preceduto si è trovato a operare, di una patologica incapacità dello Stato a far fronte ai suoi compiti nelle forme della correttezza costituzionale.
    Riforme istituzionali, giustizia e lotta alla mafia
    e alla criminalità organizzata
    Questo governo si impegna a rimuovere, nelle forme possibili, l’ingombrante eredità di quasi settanta decreti legge non convertiti, e in pari tempo a ridurre l’area della decretazione d’urgenza secondo i principi della Costituzione e la legge che li attua; ma richiede al Parlamento uno sforzo eccezionale di comprensione verso l’esigenza, che la grande maggioranza dei cittadini sente come mai prima d’ora, di mettere il governo in grado di realizzare il proprio programma o di essere battuto alle Camere, ma senza tecniche di insabbiamento e di rinvio che appartengono a un sistema politico “consociativo” che non esiste e non ha da esistere più.
    In materia di riforme istituzionali il governo riserva per sé una funzione di stimolo e di proposta, nel rispetto del ruolo centrale e autonomo del Parlamento. I principi che ispirano la maggioranza sono peraltro chiari, e si sono definiti correttamente nel confronto politico che ha portato alla nascita della XII legislatura repubblicana.
    Il primo di questi principi, in sintonia con lo spirito e la lettera del sistema elettorale maggioritario, è il rafforzamento del potere di decisione diretta dei cittadini sul governo, pur nei limiti di una democrazia che è e resta una democrazia rappresentativa.
    Il secondo riguarda una migliore articolazione dello Stato, con un deciso stimolo a forme di autogoverno che discendono in linea diretta dallo spirito autonomista e regionalista della Carta costituzionale, ma con attenta considerazione del dibattito sul federalismo che attraversa sia la maggioranza sia l’opposizione.
    Il terzo principio riguarda le procedure della decisione e del controllo politico, a partire dall’urgente necessità di adeguare le regole al sistema politico nato dalla nuova legge elettorale, senza lungaggini e senza forzature.
    Il quarto è la conferma, e l’irrobustimento, del sistema di garanzie che tutela i diritti dei cittadini in ogni campo: dall’amministrazione della giustizia all’informazione, un settore nel quale va assicurata, soprattutto nella comunicazione radiotelevisiva, una presenza pubblica qualificata accanto a una pluralità di soggetti operanti nel mercato.

    Questo governo è dalla parte dell’opera di moralizzazione della vita pubblica intrapresa da valenti magistrati, dalla grande stampa di informazione e da quei settori del mondo politico e sociale che in quell’opera si sono riconosciuti. È un governo di persone irreprensibili, tenute a un comportamento irreprensibile, al rispetto della legge e del codice etico che regola la vita pubblica. Da questo governo non verrà messa in discussione l’indipendenza dei magistrati e sarà dato impulso a un’amministrazione equilibrata e saggia della giustizia penale, affinché lo svolgimento dei processi pendenti a carico di numerosi imputati di corruzione e concussione si compia in un clima di civiltà giuridica e di rispetto di tutte le regole, da quelle che tutelano i pubblici ministeri e i giudici a quelle che tutelano le parti civili e gli imputati.
    Il primo compito operativo dell’esecutivo è quello di garantire l’ordine e la sicurezza pubblica, il rispetto e la tutela del diritto alla pace interna e alla vita dei cittadini. Su questo terreno il bilancio dell’attività dei miei predecessori è tutt’altro che negativo. La criminalità organizzata e la mafia restano un pericolo e un fattore di allarme, e sarebbe suicida abbassare ora la guardia; ma una lunga stagione di risveglio civile, che ha attraversato le istituzioni pubbliche e la società meridionale, ha prodotto straordinari risultati. La mafia è stata riconosciuta per quel che essa è: un’organizzazione criminale unitaria, chiamata Cosa Nostra, che ha radici storiche e sociali difficili da estirpare senza uno sforzo collettivo dello Stato e della comunità sociale.
    Hanno avuto e hanno un grande valore, accanto all’opera di tanti magistrati probi, di tanti agenti di polizia e carabinieri, e delle stesse forze armate della Repubblica, i movimenti di impegno e di protesta che intorno alla questione della criminalità e della mafia hanno fatto sentire la loro voce. La questione dei legami, spesso ambigui e sempre insidiosi, tra mafia e politica, tra criminalità organizzata e formazione del consenso elettorale, è stata affrontata a viso aperto. È un vanto e un onore di questo Paese ciò che è stato fatto per combattere la guerra al crimine, senza pregiudicare per l’essenziale le condizioni di libertà e di diritto costituzionale della vita pubblica.
    Esistono problemi seri da risolvere, come in ogni campo, anche in questo. Occorre dotare di migliori strumenti operativi le forze dell’ordine e di polizia giudiziaria, attrezzare la magistratura inquirente e garantire l’autonomia e la serenità della magistratura tutta. Al tempo stesso è opportuno, secondo le indicazioni che provengono da diverse parti, ivi compresi i settori più avvertiti del mondo del diritto, rivedere la legislazione sul cruciale fenomeno della collaborazione di giustizia, detto “pentitismo”. Su questo tema il governo si atterrà a un principio cardine: non fare niente che indebolisca la capacità di denuncia e di corrosione dall’interno delle organizzazioni criminali, ma operare attivamente per evitare che il fenomeno della collaborazione di giustizia si trasformi in una violazione flagrante delle regole del diritto.
    Fra gli altri, due grandi magistrati di questa Repubblica hanno dato la vita nel segno della battaglia per la legalità e contro la mafia; è nel loro nome, nel nome di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che il governo si sente vincolato a proseguire l’opera.
    La questione del conflitto d’interessi
    È stato sollevato legittimamente, talvolta con equilibrio e talvolta con punte di malevolenza propagandistica fin troppo evidente, il problema del conflitto di interessi che può sorgere nell’attività di governo in ragione dello status di imprenditore nel campo della comunicazione di chi questo governo presiede.
    È nostra convinzione – al di là della fin troppo ovvia considerazione del fatto che il presidente del Consiglio ha limpida consapevolezza del suo ruolo di gelosa tutela dell’interesse pubblico, sempre e in ogni momento – che sia vigente in Italia un forte sistema di garanzie e di controlli: il ruolo del capo dello Stato, a cui ci lega un rapporto di fiducia e a cui va il nostro deferente saluto; quello dell’Autorità Antitrust, del Garante per l’editoria, della magistratura ordinaria e amministrativa, il carattere collegiale del Consiglio dei ministri e delle sue procedure decisionali, e naturalmente lo specialissimo ruolo dell’opposizione parlamentare.
    Sul rafforzamento di alcuni di questi poteri, ancora oggi privi di virtù sanzionatoria, il Consiglio dei ministri ha già deciso, nella sua prima seduta, la formazione di una commissione di esperti chiamati entro la fine del mese di settembre a istruire proposte che ci impegniamo a trasformare in disegni di legge.
    Il governo chiede, soprattutto su questa materia, di essere giudicato dai fatti e non in base a pregiudizi. D’altra parte occorre osservare che tutto è possibile, in termini di garanzie e di controlli, tranne una cosa: stabilire che un imprenditore non detiene gli stessi diritti politici di ogni altro cittadino.
    Non c’è nulla, nella Costituzione e nel sistema legale di questa Repubblica democratica e liberale, che getti il benché minimo dubbio sulla legittimità della formazione di questo governo e dell’incarico di presiederlo, conferitomi dal capo dello Stato.
    Per un governo liberale
    Signori senatori,
    la storia italiana è anche la storia di un liberalismo difficile. I caratteri del nostro Risorgimento e del processo unitario, l’emergenza di un fenomeno politico peculiare quale il trasformismo, l’incompiutezza del grande disegno giolittiano e la stagione del fascismo hanno lasciato in eredità alla Repubblica un liberalismo che ha preso l’aspetto di un gigante culturale e di un nano politico. Oggi ci sono le condizioni per una svolta vera, per dare gambe al grande amore e alla passione della libertà che anima da secoli la nostra più alta e severa cultura politica e civile.
    Lo Stato, che non ha altra ideologia se non quella della tolleranza e del rifiuto più netto di ogni forma di razzismo, di antisemitismo e di xenofobia, e che ha il dovere di rispettare tutte le minoranze, a partire da quelle etniche, ha raggiunto un equilibrio politico consolidato nei suoi rapporti con le diverse confessioni religiose. Principi e valori che riaffermiamo con convinta adesione, contrari come siamo a ogni forma di intolleranza e di discriminazione, consapevoli dei pericoli che si annidano dietro ogni forma di antisemitismo, la forma storicamente più odiosa in Europa, ma non certo la sola, della definizione dell’“Altro come Nemico”.
    Con la Chiesa cattolica, al di là dello stesso regime concordatario, opera un rapporto ricco e sereno di convivenza e collaborazione. Colgo l’occasione per rivolgere a Sua Santità Giovanni Paolo II, un Papa che ha fatto molto per le libertà e per la pace nel mondo, i più sentiti e fervidi auguri di pronto ristabilimento.
    Il compito di costruire un’Italia più libera tocca a tutti, agli italiani laici e agli italiani di fede cattolica, tra i quali mi annovero. È un compito per realizzare il quale si deve partire dalla più straordinaria istituzione sociale che i tempi moderni abbiano prodotto: la scuola aperta a tutti in condizioni di eguaglianza dell’accesso. Queste prerogative di eguaglianza possono e devono essere riconfermate con un incremento della capacità di pluralismo e di libertà civile da parte dello Stato: non ritengo uno scandalo, secondo il richiamo fatto proprio dal presidente della Repubblica, affermare che i cittadini devono essere liberi di scegliere, sia pure nel rispetto del dettato costituzionale, il tipo di scuola che preferiscono. Cercare di dare questa possibilità alle famiglie vuol dire, tra l’altro, migliorare finalmente la scuola pubblica, qualificare e selezionare i grandi costi dell’istruzione, elevare il livello qualitativo degli studi e l’affezione agli studi degli allievi.
    Tutti o quasi tutti oggi si dichiarano liberaldemocratici. È una conquista di cui dobbiamo essere orgogliosi. Se le parole hanno un senso, questo significa che il potere dello Stato deve porsi un argine, un limite che coincide con la sfera dei diritti individuali. Quando il cittadino finisce per dipendere, per la propria sopravvivenza, dai politici di professione e dalla burocrazia, allora diventa vano parlare di libertà. Quando una parte eccessiva del reddito prodotto o risparmiato viene confiscata dalla macchina politico-burocratica senza essere restituita in servizi necessari ed efficienti, allora il limite del potere viene superato e, al di là delle intenzioni, nasce il governo illiberale.
    Senza accelerazioni demagogiche, senza traumi, con cauta gradualità, il governo intende operare per far sì che il fisco sottragga dal reddito dei cittadini solo la quota compatibile con l’assolvimento di inderogabili compiti collettivi, restituendo loro il sovrappiù e con esso una maggiore libertà.


    Che fine farà, si sono domandati in molti di fronte alla crisi delle tradizionali politiche assistenziali, lo Stato sociale? Che fine farà la solidarietà? La mia personale risposta, e quella del governo, su questo tema non consente equivoci. Il rigore e la severità consigliano di escludere le pratiche assistenzialistiche del passato, nei servizi e nell’industria, perché la loro progressiva degenerazione clientelare ha portato a un impoverimento del complesso della società e a un simulacro, inefficiente e ingannevole, di solidarietà sociale.
    Ma la fine dell’assistenzialismo deve coincidere con un nuovo inizio delle politiche di vera solidarietà, puntando su un efficiente e deciso sostegno ai ceti più deboli, ai nuclei sociali meno tutelati, a chi vive in una condizione di reale emarginazione e prova, in una società moderna, l’affronto quotidiano del dolore e della povertà.
    Se dovessi dire qual è il vero esame finale della nostra attività di governo, direi che questo esame consiste nella dimostrazione, a cui tendiamo e verso cui mobiliteremo le nostre forze, che una società più libera può essere una società più solidale, più coesa, e che non c’è alcun bisogno di un governo arcigno ed estraneo alla vita concreta della nostra gente per realizzare traguardi di autonomia degli individui e delle comunità.
    È tra l’altro in questo spirito, e senza nessun altro intendimento, che il governo ha deciso l’istituzione di un ministero per la famiglia.

    Signori senatori,
    lavoreremo con tutta l’energia di cui disponiamo per realizzare, con il conforto del Parlamento e nel dialogo costruttivo con le opposizioni, un’ispirazione e un programma che hanno ottenuto la maggioranza politico-elettorale nel Paese. È il nostro compito costituzionale, cercheremo di assolverlo con dignità e con passione.
    Il governo è consapevole del fatto che esiste una disparità nell’equilibrio politico tra le due Camere, a partire dalla diversa distribuzione dei seggi. Il governo si considera impegnato al rispetto per l’autonomia di riflessione e di decisione delle opposizioni. Solo un aperto e leale dialogo, da costruire con reciproco sforzo e reciproco riconoscimento di valori, può produrre quel che il Paese si attende comunque, e di cui ha bisogno: un governo di cambiamento, un governo operativo che gode la fiducia di entrambi i rami del Parlamento, e una fase di stabilità politica in cui maggioranza e opposizione svolgano il loro ruolo distinto ma complementare. Su questo punto siamo aperti a una riflessione comune con tutte le opposizioni, in particolare con l’area di centro che scaturisce dalla tradizione del popolarismo cristiano. Rinunciare a questa riflessione e a questo ruolo sarebbe un atto di pura irresponsabilità verso il Paese.
    Non ho, da questo punto di vista, alcuna difficoltà a chiedere lealmente e apertamente, anche alle opposizioni e al novero super partes dei senatori di diritto e a vita, un voto di fiducia che suoni come rispetto per le esigenze di governo del Paese e non necessariamente come un’apertura di credito politico verso la compagine che ho l’onore di presiedere.
    Conclusione
    Consentitemi infine di ricordare – Signor presidente, Signori senatori – il vero spirito che anima la coalizione, il governo e chi ha l’onore di presiederlo. Il nostro è un Paese di straordinaria vitalità, capace di slanci miracolosi, che stupiscono il mondo, e di gioia di vivere. Da qualche tempo, le difficoltà della politica, la crisi delle classi dirigenti e un certo clima di sfiducia hanno introdotto in Italia una dose di pessimismo e di scetticismo universale che rischia di trasformarsi in un sottile e letale veleno.
    Il nostro spirito è quello di rovesciare questa situazione, il nostro stato d’animo è quello di persone che, esperte più della vita e delle sue durezze che non delle malizie della politica di palazzo, sanno tuttavia che le istituzioni e lo Stato sono la casa in cui si specchia la società. Anch’io, come altri prima di me, ho fatto un sogno: il sogno di rendere perfettamente trasparente questa casa e di restituire alla società civile, da cui tanta parte dei nuovi parlamentari e governanti provengono, quello slancio, quella vitalità e quella creatività che sono il vero, grande patrimonio genetico delle genti italiane.
    Per tagliare questo traguardo il presidente del Consiglio ha bisogno del vostro aiuto, del sostegno della maggioranza e del controllo severo delle opposizioni; ma il Paese ha anche un forte e vorrei dire disperato bisogno di ritrovare intatta la sua natura volitiva e caparbia, il suo gusto della sfida e dell’esplorazione delle cose nuove, il piacere di sconfiggere, dovunque si annidino, le cattive tentazioni della paura, dell’invidia e della faziosità.
    Il mio obiettivo di governo resta quello che mi ha spinto ad abbracciare la politica e l’impegno civile diretto. Credo in una grande impresa collettiva, in una grande avventura che ha bisogno di fuoco e di fede morale. Credo che si possa sognare, a occhi bene aperti, la realtà che viene, il futuro. Credo che potremo costruire un’Italia più giusta, più generosa e più sollecita verso chi ha bisogno e chi soffre, un’Italia più moderna e più efficiente, più prospera e serena, più ordinata e sicura. Sono assolutamente convinto che, con l’aiuto di Dio e degli uomini, ce la faremo.
    Vi ringrazio.
    "Abbiamo bisogno della libertà per impedire che lo Stato abusi del suo potere e abbiamo bisogno dello Stato per impedire l’abuso della libertà".
    KARL R. POPPER

  9. #9
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    Mille grazie studentelibero. Vogli approfittarne però: riesci ad avere qualche resoconto sui sette mesi di governo? Analisi, dati, statistiche ecc. Te ne sarei enormente grato!

  10. #10
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    sarà difficile che qualcuno ti risponda con dei dati, qua...

    Il primo governo Berlusconi è stato un disastro su tutti i fronti, un po' come questo...

    Per quanto riguarda l'attuazione del programma, vale la pena ricordare il tormentone del Berlusca una volta caduto: "Non mi hanno lasciato lavorare". Quindi è il Berlusca stesso che dice che non hanno combinato niente.

    La differenza col Berlusca II è che invece dicono che hanno fatto molto, anche se l'ISTAT probabilmente è intasato di komunisti, perchè i dati sono tutti negativi...

 

 
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