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    Gli inni nazionali dalla "Marsigliese" a "Fratelli d’Italia"

    Il corso sulla "storia del Novecento: i luoghi della memoria" che l’Università per la formazione permanente degli adulti "Giovanna Bosi Maramotti" organizza a Ravenna in collaborazione con la Fondazione "Casa di Oriani" sono stati aperti da una lezione del prof. Maurizio Ridolfi, dell’Università della Tuscia, sul tema "Gli inni nazionali dalla "marsigliese" a "fratelli d’Italia". L’incontro si è svolto il 30 gennaio 2003.
    tratto dal sito web del
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  2. #52
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    Risorgimento italiano: costruzione della Patria, illuminismo e laicismo

    Su iniziativa della Casa Matha di Ravenna è stato organizzato nel mese di febbraio un ciclo di incontri sulla storia del Risorgimento italiano. Due lezioni sono state tenute dal prof. Sauro Mattarelli, della Fondazione "Oriani" sul tema "Costruzione della Patria: il laboratorio romagnolo e la dimensione europea". Altre due lezioni sono state svolte dal dott. Sergio Gnani, storico ravennate, sul tema "Illuminismo, laicismo e Unità nazionale".

    tratto dal sito web del
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  3. #53

  4. #54
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    Nel numero precedente abbiamo dato la notizia della celebrazione mazziniana svoltasi a Villa Saffi di Forlì in occasione della ricorrenza del 10 marzo, su iniziativa della sezione AMI “Giordano Bruno” di Forlì e del Comitato regionale emiliano-romagnolo dell’AMI. All’incontro sono intervenuti Angelo Morini, Presidente del Comitato regionale dell’AMI, Rino Casadei, segretario della sezione AMI “Giordano Bruno”, Roberto Balzani, vice presidente nazionale dell’AMI e due giovani di cui pubblichiamo, di seguito, il testo del loro intervento: il dr. Davide Boschini, neolaureato e la studentessa universitaria Jennifer Ruffilli.

    l'Art.21

    Buon giorno a tutti, ho scelto oggi, per questa introduzione a Villa Saffi, di parlarvi di un argomento tanto caro alla tradizione liberale.
    Mi riferisco alla libertà di pensiero che i Padri Costituenti, inserirono alla fine degli anni ’40 nella Costituzione della Repubblica Italiana, all’art. 21, il quale rappresenta ancora oggi, dopo tanti anni, uno dei pilastri della nostra democrazia.
    Cercherò di farlo, dato che la materia è vasta, e i tempi così contingentati, mettendo in relazione, quella che è la libertà di espressione, con gli altri diritti, quali quelli dei singoli coinvolti nei discorsi altrui, in particolar modo confrontando l’art. 21 con l’art. 2 (a tutela dei diritti inviolabili della persona), e al successivo art. 3 (inerente alla pari dignità sociale di tutti i cittadini).
    Proverò poi, nella parte conclusiva, a confrontare la libertà di pensiero e quella di comunicazione ad essa sottesa, terminando con un parallelo tra la comunicazione e l’educazione.
    Parliamo, quindi, dell’art. 21 della Costituzione, caro al Calamandrei e ad autorevoli costituzionalisti contemporanei, da Giuliano Amato ad Augusto Barbera, e lo facciamo partendo proprio dalle radici, dalle filosofie razionalistiche ed individualistiche del XVIII e XIX secolo che posero la libertà di pensiero a fondamento di tutte le costituzioni post napoleoniche.
    Io vorrei in questa sede non tanto, trattare della libertà di stampa e di tutto quanto concerne le garanzie storiche a tutela del pensiero: non accennerò, qui, alla censura preventiva e successiva, ma mi concentrerò esclusivamente sul background dell’articolo in questione.
    In particolare, penso a quell’art. 7 Costituzione della Repubblica Romana, proprio perché il 1 luglio del 1849, all’unanimità, veniva votata in Campidoglio la prima Costituzione che l’Italia moderna, può dire di avere avuto.
    Bene, tale testo costituzionale, nella sua prima parte, prevedeva anche la libertà di espressione, e lo faceva in modo sintetico e altrettanto incisivo, formulando all’art. 7 una libera manifestazione del pensiero, di cui la legge puniva l’abuso, ma senza alcuna censura preventiva.
    Non c’è tempo di soffermarci, purtroppo, sulla censura e sui limiti alla cosiddetta libertà del pensiero più attuali e recenti (dal diritto al silenzio - quindi dal diritto negativo di non esprimersi - al limite del buon costume di natura etico-morale).
    Più che altro avevo intenzione di illustrarvi i rapporti, i legami tra la libertà di manifestazione del pensiero e quella di comunicazione.
    Si noti subito la diversità tra l’art. 21 e il precedente art. 15.
    Chiaro è che quest’ultimo parla di libertà di comunicazione verso destinatari ben determinati, o identificabili in un certo qual modo.
    Per il nostro art. 15 è tutelata, così, l’inviolabilità della comunicazione verso soggetti precisi, vuoi a mezzo di lettere, vuoi a mezzo di telegrammi, più avanti negli anni, avremmo detto di fax, oggi giorno, diciamo di e-mail.
    Invece, noi ci rivolgiamo, con l’art. 21 della Costituzione, al pensiero, al pensiero lato sensu libero, al pensiero rivolto ad una pluralità di individui, al pensiero verso un pubblico indistinto e indeterminato, verso un pubblico che proprio per il fatto di non essere facilmente qualificabile, deve essere tutelato alla luce degli artt. 2 e 3 della Costituzione, richiamati all’inizio.
    Da qui l’importanza di quello che è il pluralismo ideologico, non solo in contesti generici, ma in un settore molto specifico, ovvero a dirsi, nella politica: il locus dove la comunicazione è delicata per antonomasia, perché le figure protagoniste, sono figure di carattere istituzionale.
    Soggetti, quindi, la cui caratura, non solo nell’ambito sociale, ma anche sul piano del potere e del buon governo, implicherebbe un linguaggio corretto, un modus procedendi et loquendi di carattere, se non eccepibile, per lo meno giuridicamente accettabile.
    Alle volte, purtroppo, assistiamo a scorrettezze e a “sbavature” che persino la nostra Corte Costituzionale ha esaminato tra il 2000 e il 2002, dichiarazioni di politici i quali si sono espressi, pure a giudizio della Suprema Corte, con un linguaggio che, se non giudicato scurrile o offensivo (senza entrare nel merito, o addentrandoci in polemiche) non era considerato educativo e formativo.
    Mi riferisco, per quanto riguarda i parlamentari, al caso Sgarbi, analizzato, proprio l’anno passato, dalla Corte Costituzionale con sentenza, e al caso Cossiga giudicato semplicemente con un’ordinanza della Corte Costituzionale, e invece sviscerato, in maniera molto più pregnante, dalla Corte di Cassazione.
    Dicevo senza entrare nello specifico, perché potrebbe essere spiacevole, dato che si tratta di episodi recenti, molto vivi e forse, ancora in corso di soluzione pratica.
    Vero è che, nel momento in cui, il normale cittadino, la persona del popolo, si rivolge alle Istituzioni, si pretende un tipo di linguaggio corretto e rispettoso.
    Allora io mi chiedo, e domando a voi, in questa sede, se non debba ritenersi opportuno anche il contrario, ovvero sia: se nel momento in cui sia il politico a parlare alla cittadinanza, egli non debba adottare le stesse forme e le stesse garanzie.
    A mio modesto avviso, mi permetterei di aggiungere, anche garanzie più elevate, proprio perché se parlano le Istituzioni, parla una democrazia: qui è l’espressione che riferisce, dietro al singolo soggetto, l’idea di un intero ordinamento.
    La correttezza di fondo mancante, nel momento in cui si viene ad impiegare parole irriguardose, si ha pure quando, sotto i profili penalistici, si tengano discorsi ingiuriosi, in violazione dell’art. 594 del nostro attuale Codice Penale.
    Oppure, nel momento in cui non viene offeso l’onore o il decoro della persona ma, qualsiasi altro aspetto della reputazione personale dei soggetti attaccati, allora potrebbe entrare in gioco il successivo art. 595 del Codice Penale, legato alla diffamazione: diffamazione tout court, come norma base, ovvero diffamazione a mezzo stampa, reato presente sempre nello stesso capo.
    Vi ricordo, a tale proposito, che il 596 bis del Codice Penale è l’articolo che punisce non colui che rende la dichiarazione diffamatoria a mezzo stampa, cioè il direttore, o l’editore di quel giornale, di quel periodico, responsabili di mettere in circolo voci false o errate o denigratorie, senza controllarne provenienza e attendibilità.
    Dai casi Sgarbi e Cossiga, prima citati, si può partire proprio per ragionare sulla posizione di coloro che godono delle garanzie di cui all’art. 68 della Costituzione, il quale riserva ai parlamentari la più ampia libertà di espressione, soprattutto l’onorevole o il senatore di turno renda una dichiarazione in sede di voto.
    La libertà di espressione è garantita addirittura per l’articolo precedente (mi riferisco al 67 Cost.) senza vincoli di mandato, sciogliendo quindi completamente il parlamentare da quello che poteva essere il legame diretto con il proprio elettorato.
    D’altro canto, poi, per l’art. 68, il parlamentare è coperto, a prescindere dalla legge di modifica di qualche anno fa (L. Cost. n. 3/1993) anche da eventuali intercettazioni e perquisizioni.
    Egli, comunque, continua a godere di tantissime prerogative anche fuori da Montecitorio o da Palazzo Madama; è, però, innegabile, che gli possa o debba essere richiesta una correttezza di fondo nell’esprimersi, una correttezza nella comunicazione.
    Bene, in una sorta di carrellata, a questo punto necessaria, diritti simili sono riconosciuti pure ai Consiglieri regionali, secondo l’art. 122 della Costituzione; per lo stesso Presidente della Repubblica il quale (tranne nei casi di alto tradimento e attentato alla Costituzione) gode, non solo in Quirinale, ma ogni volta in cui renda dichiarazioni ufficiali, di una libertà di espressione (ex art. 90 Cost.).
    Poi, sebbene non direttamente nella Carta fondamentale della Repubblica Italiana, esistono norme analoghe per i membri della Corte Costituzionale, per i membri del Consiglio Superiore della Magistratura e, via via scendendo nella scala; la libertà di voto e delle relative dichiarazioni è prevista per tutti i consiglieri ed esponenti degli enti locali.
    E’, quindi, tutelata la correttezza e la libertà nella comunicazione di natura istituzionale ad ogni livello.
    C’è, però, ora, da porsi l’interrogativo se, già in tale sede, non si debba adottare un comportamento comunque rispettoso, di quello che un tempo era chiamato il limite del buon costume.
    Vorrei soffermare la vostra attenzione, ad esempio, su quel linguaggio molto efficace, ma a mio avviso discutibile, di chi manifesti le proprie idee, e trasmetta messaggi nell’ambito dei luoghi Istituzionali, attraverso striscioni, urla da stadio, proteste esemplari quasi più da taverna, che da vero dialogo e confronto politico.
    Bene, tutto questo gesticolare, tutta questa adozione di simboli e coccarde vistose può essere alquanto diretto, perché passa immediatamente dal tubo catodico ed arriva nelle case di tutto lo Stivale; ma non è detto che tale efficacia corrisponda ad una comunicazione equilibrata.
    Ci dovremmo pertanto domandare se non sia opportuno che il parlamentare di turno, quale persona in vista, debba attenersi a quelle che nell’ottocento venivano chiamate le guarantigie per la cittadinanza, le garanzie, appunto, a tutela della sensibilità dei privati cittadini e del comune sentire.
    Io mi chiedo se sia accettabile pensare ad un linguaggio che si scontri con la dignità sociale altrui, con l’onore di chi magari non può, a sua volta, servirsi di quelle immunità di cui parlavamo prima.
    Per avviarci ad una conclusione, vorrei invitare alla cautela nella più delicata tra le comunicazioni: quella tra maestri e alunni, dato che pure io ho lasciato da poco i banchi di scuola.
    Infatti, nell’esprimere le proprie idee, i propri ideali, ad un pubblico che per ragioni formative forse non ha ancora, proprio perché in giovane età scolare, una completa ed autonoma capacità di critica.
    Ed allora, si dovrebbero adottare , sempre a mio avviso, garanzie ulteriori, garanzie che la Costituzione della Repubblica Romana ricercava determinando per legge le condizioni minime di moralità e di capacità del corpo docente (v. art. 8 Cost. Rep. Romana).
    Stiamo attenti, quindi, a censurare, stiamo attenti a non difendere gli ideali: l’ideale può essere dovunque, dalla stampa clandestina a quelle poesie che nell’età risorgimentale dicevano cose, sottintendendone altre, può essere nella musica, o nell’arte in genere.
    Penso a Manzoni, a quella calata dei lanzichenecchi che tanto ricorda, per buona parte della critica letteraria, l’oppressione degli Austriaci.
    Penso ad Adelchi, al longobardo perdente, che molto assomiglia, con la sua resistenza eroica, al popolo italiano in fermento.
    Penso, per altri versi, a Vittorio Emanuele, al “Viva Verdi”, all’Aida.
    Bene, in tutti questi flash dell’arte e della storia traspare un messaggio, ma, attenzione: quel messaggio, oggi, si conosce perché qualcuno lo ha saputo tramandare e preservare nel tempo.
    E se così è stato, è perché qualcuno ha scritto, ha insegnato, ha comunicato
    In quanto, per trasmettere un ideale, non è strettamente necessario un pubblico giovane, ma è sufficiente un pubblico indistinto, spesso adulto e composito, quanto a preparazione culturale, come quello cui Mazzini, e gli altri Maestri di vita, si trovavano di fronte.
    Bene, in quei casi, sfidando le censure, sfidando i controlli, sfidando il giuridicamente consentito, molti, ebbero la forza di esprimere le loro idee.
    A noi, il valore di conservarle ed aggiornarle: da qui l’importanza dell’educazione, della formulazione di regole di correttezza comunicativa.
    Regole a cui, qui solo accenno, perché l’intervento di Jennifer Ruffilli, che seguirà, sarà un intervento sui principi liberali, legati all’educazione.
    Scrivere qualcosa, ignorandone altre, dare peso ad un evento storico, e non ad altri fenomeni, è di delicatezza cruciale, per il ricordo.
    E’ sulla memoria dei popoli e sulla loro tradizione, infatti, che si ritrova la sfida per le nuove generazioni.
    Le vicende vissute dai nostri nonni e bisnonni non sarà ricordato dai nipoti e dai pronipoti, se non ci sarà nessuno che lo racconti sia con la parola, sia con lo scritto.
    Trattare nei libri di scuola di un avvenimento come la Seconda Guerra Mondiale, senza citare la Shòa, o confinandola in poche pagine, è un qualcosa di assurdo.
    Trattare degli anni ’80, senza dare il dovuto spazio alla revisione concordataria (voluta per garantire e riformare il legame con lo Stato Vaticano, sotto il Governo Craxi) o alle vecchie Brigate Rosse, è, a mio avviso, grave.
    L’ignorare, nella storia più di attualità, tutta Tangentopoli e il post-Tangentopoli è altrettanto pericoloso.
    Ma anche al di fuori di questi esempi di storia – cosa che potrebbe essere una fissazione, dato il particolare contesto di Villa Saffi, in cui ci troviamo adesso - è innegabile che, pure in campo filosofico, tralasciare intere correnti di pensiero, relegandole in scarni riassunti, è probabilmente ingiusto.
    Penso a Giordano Bruno, colui che, tra l’altro, e non a caso, dà il nome alla Sezione forlivese che ha organizzato l’evento di oggi.
    Ma mi potrei riferire anche a Giambattista Vico, a Carlo Cattaneo, a Giuseppe Mazzini, figure che purtroppo non ho avuto modo di studiare bene durante gli anni di studi scolastici.
    Vi dico di quanto ho perso io, a quanto non potrò insegnare a mia volta, perché, forse, nessuno mai lo ha insegnato a me.
    Non sempre ciò che è scritto nei libri si riesce a leggere da soli, spesso un Maestro è necessario, proprio perché egli fu Discepolo in primis.
    E Costui dovrà parlare di tutto e di tutti, in quanto solo così l’ascoltatore, di qualsiasi età, potrà farsi una propria idea e scegliere, in piena consapevolezza, che cosa ricordare e che cosa no, senza tagli e senza censure.
    Grazie.

    Davide Boschini

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    Mazzini e l’educazione

    Educazione, ecco la grande parola in cui si impernia la dottrina di Giuseppe Mazzini: infatti Mazzini afferma che “la questione vitale che s’agita nel nostro secolo è una questione di educazione”. Mazzini quindi pone come punto cardinale della propria dottrina l’educazione e proclama la necessità di stabilire un nuovo ordine tirannico, ma rovesciare con la forza la forza brutale che si oppone ad ogni miglioramento, quindi dare la possibilità alla nazione e alla società di esprimere attraverso la libera volontà l’ordine che pare migliore ed educare con tutti i mezzi possibili gli uomini a svilupparlo conformemente.
    Questo nuovo ordine per il profeta doveva essere la risultante di tre forze: bene sociale, libertà e progresso. Mazzini dice che l’uomo è fatto educabile e quindi l’educazione è un dovere. Tutto dipende da essa: la nostra emancipazione da condizioni sociali ingiuste, la missione che dobbiamo compiere, dipende dal grado di educazione. Infatti, senza educazione non possiamo distinguere ciò che è bene e ciò che è male, non acquistiamo coscienza dei nostri diritti, ma soprattutto non otteniamo la partecipazione alla vita politica senza la quale non possiamo emanciparci.
    L’educazione è per il profeta il pane delle anime.
    Mazzini opera un’importantissima distinzione tra educazione e istruzione. L’insegnamento che si riceve per apprendere a leggere scrivere e computare si chiama istruzione, può essere sorgente di bene e di male a seconda delle intenzioni con le quali si adopera, si rivolge alle facoltà intellettuali e differisce dall’educazione che si indirizza alle facoltà morali.
    L’istruzione sviluppa nell’uomo la conoscenza dei suoi doveri, ma è l’educazione che rende l’uomo capace di praticarli. Mazzini era cosciente che una piaga gravissima affliggeva l’Europa del suo tempo: l’istruzione non accompagnata da un grado corrispondente di educazione morale creava le basi per un mantenimento dell’uguaglianza fra classi e volgeva gli animi al calcolo, all’egoismo alle false dottrine.
    L’educazione che ci deve insegnare cosa è il bene sociale per Mazzini deve venire dalla Nazione che chiama i propri figli a promuovere lo sviluppo di un’idea comune alla quale non furono mai iniziati prima. Senza educazione nazionale non esiste moralmente Nazione e la coscienza nazionale non esce che da quella.
    Senza educazione nazionale comune a tutti i cittadini, eguaglianza di doveri e di diritti resta solo una formula vuota di senso: la conoscenza dei doveri, la possibilità dell’esercizio dei diritti, sono lasciate al caso della fortuna o all’arbitrio di chi sceglie l’educazione e l’idea di progresso diventa illusione. Questa libertà menzognera è un sistema anarchico che tende a perpetuare i dispotismi e a fondare una casta morale.
    Libertà vera non esiste senza eguaglianza, e l’uguaglianza non può esiste fra chi non muove da una base, da un principio comune, da una coscienza comune del dovere.
    La libertà vera per Mazzini non consiste nel diritto di scegliere il male, ma nel diritto di scegliere fra le vie che conducono al bene. La Nazione deve ad ogni cittadino la trasmissione del suo programma. Ogni cittadino deve ricevere nelle scuole l’insegnamento morale e ogni cittadino deve imparare l’eguaglianza e l’amore. Quindi non solo l’insegnamento della famiglia, ma ogni altro è sacro. La società deve proteggere, incoraggiare la libera espressione del pensiero, sotto ogni forma; e aprire ogni via, perché il programma sociale possa svilupparsi e modificarsi per il bene. Mazzini inoltre associa l’idea di educazione anche al concetto di umanità e afferma che la storia dell’umanità è una continua marcia verso lo sviluppo di tutte le sue facoltà secondo un disegno educatore provvidenziale. E’ dunque una continua ascesa, un continua progresso, svolgentesi secondo un processo incessante di educazione religiosa. Tuttavia l’intelletto individuale è per Mazzini insufficiente a conoscere la legge di Dio: a questo può giungere soltanto appoggiandosi all’intelletto dell’umanità, che è il verbo vivente di Dio. E la legge dell’umanità tanto più verrà scoperta, tanto più crescerà l’associazione fra le razze, fra i popoli, fra gli individui. La parola associazione è il ‘sesamo apriti’ della fede mazziniana. Essa rappresenta il grande mezzo attraverso il quale gli uomini possono far valere i propri diritti e adempiere alla propria missione civile. Se la libertà dà facoltà di scegliere fra il bene e il male, se l’educazione insegna quale dei due sia preferibile, è l’associazione che dà la forza per tradurre in atto la grande scelta. Il diritto d’associazione è sacro come la religione ed il profeta osserva che l’associazione deve essere progressiva, pacifica, pubblica, rispettosa degli altri diritti.
    Concluderei con un appello di Mazzini:
    “A te, destinato a vivere sotto un patto comune fra noi, noi abbiam detto le basi fondamentali di quel patto, i principi nei quali credere oggi la tua nazione, ma bada che il primo fra questi principi è progresso, bada che la tua missione di uomo e di cittadino è quella di migliorare, ove tu possa, la mente e il core dei tuoi fratelli: va, esamina, raffronta, e se scopri verità superiore a quella che noi crediamo di possedere, promulgala arditamente e avrai la benedizione della tua Patria.”

    Jennifer Ruffilli


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    Premio “Ghidoni”

    RICCIONE - La giuria del premio di cultura politica intitolato a Giancarlo Ghidoni, di cui abbiamo dato resoconto nel numero precedente della rivista, ha individuato i tre vincitori dell’edizione di quest’anno si tratta di Gianluca Baratti di Rimini (1° classificato), Davide Gambini (2° classificato) e di Francesca Casadei (terza classificata).
    Fa particolarmente piacere notare che vincitore sia risultato un giovane studente, assiduo partecipante ai seminari AMI giovani organizzati a Cervia. I tre primi classificati, tra i premi, riceveranno anche un abbonamento annuo gratuito alla nostra rivista.
    La presenza del presidente nazionale dell’AMI, prof. Maurizio Viroli, alla cerimonia di premiazione ha ulteriormente qualificato questo importante appuntamento. Pubblichiamo il testo del tema svolto da GianLuca Baratti.
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    La vittoria di Mazzini

    Nelle parole che Mazzini rivolge a Carlo Battaglini in una lettera del dicembre del 1834 traspare la non insospettabile capacità del “patriota” italiano di individuare e in qualche modo preconizzare i caratteri fondanti dell’Europa politica e civile che deve ancora venire.
    Si tratta di un’Europa comunitaria, in cui ogni popolo riconducibile all’area del Vecchio Continente lascia volontariamente “che si spenga” la propria sovranità esclusiva, abbandona ogni ambizione isolazionista, e s’impegna a ricorrere e a realizzare un obiettivo comune: il progresso dell’Europa; ma non un asettico progresso economico-industriale, bensì un progresso culturale, di valori, di principi fondamentali come “la libertà, l’uguaglianza, l’umanità”. Ma l’auspicio di Mazzini che l’Europa sia protagonista in questo processo è accompagnato (anzi, primeggia nel testo) dalla identificazione di colore che devono farsi apostoli dell’ambizioso progetto mazziniano: i giovani studenti.
    Sono loro che, ancora permeabili alle “passioni individuali” e più esposti alla travolgente ebbrezza scatenata dagli ideali, sono in possesso degli strumenti naturali per attivare un poderoso movimento sociale capace di guidare i popoli europei verso la conquista e l’affermazione dei valori e l’armonizzazione degli interessi comuni.
    Sono i giovani studenti, nella visione mazziniana, grazie alla loro genuina e libera spensieratezza, la loro facile propensione alla tensione spirituale ed intellettuale e a un fermento che somiglia tanto a quello che attraversa i soldati prima della battaglia, l’arma più efficace per creare un’Europa palpitante di popoli liberi e uniti nel raggiungimento di un unico scopo. Probabilmente l’ardore che riempie i loro animi e la vivacità dei loro spiriti e intenti potevano rivelarsi una combinazione vincente agli occhi di Mazzini, attento osservatore e conoscitore delle tendenze spirituali che governavano i suoi tempi. Certamente, Mazzini aveva regione, ancora una volta Mazzini aveva lucidamente teorizzato una dottrina semplice, efficace, per la sua intrinseca impostazione realistica, ma che venne attuata solo in parte. Non si sa quanto il mondo giovanile abbia contribuito a dare vita a quelle che oggi prendono il nome di Unione Europea e Comunità Europea e che si caratterizzano per essere due tra i più importanti organismi sopranazionali europei, ma senza dubbio, possiamo testimoniare che tali organizzazione rappresentano (almeno in parte, perché a tutt’oggi non vi hanno accesso tutte le nazioni europee) la realizzazione concreta e funzionale dell’auspicio mazziniano.
    Un complesso di stati a partire dalla stipulazione del trattato di Parigi che ha istituito la Comunità europea del carbone e dell’acciaio nel 1951 hanno avviato un lungo processo di trasferimento di competenze che tradizionalmente erano esercitate da ciascuna amministrazione statale in maniera indipendente dalle altre, ad organismi sopranazionali europei cui è delegato non soltanto il compito di elaborare una politica economica europea come prevedeva il suddetto trattato, ma anche quello intensamente voluto da Mazzini, di rendere alcuni valori e principi fondamentali, primo fra tutti quello della libertà, patrimonio di tutte le collettività nazionali. Se è vero che tra le aspirazioni di Mazzini vi era anche quella, somma, di estendere lo Statuto Albertino (la costituzione piemontese) a tutta l’Italia, aspirazione che poi trovò la sua realizzazione a seguito della proclamazione dell’Unità d’Italia, oggi certamente, l’irriducibile patriota italiano sarebbe in preda ad un incontrollabile entusiasmo nel sapere che è già stato avviato il grandioso processo di formazione ed elaborazione di una Costituzione comune europea. Questa rappresenterà, infatti, la massima espressione dell’affermazione dei valori per cui a Mazzini valse la pena combattere.

    Gianluca Baratti


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    Considerazioni sulla questione romagnola

    Pubblichiamo questa lettera di replica del prof. Franco Cavazza alle considerazioni svolte da Stefano Servadei sulla questione Romagna apparse nel numero precedente della nostra rivista.

    Nel n° 1, anno 58°, 2003, pp. 182-183 del "Pensiero Mazziniano", nelle Considerazioni sulla questione romagnola, Stefano Servadei espone alcune argomentazioni, circa il mio intervento pubblicato nella stessa rivista (n° 4, anno 57°, 2002, pagg. 154-171), alle quali sento di dover rispondere.

    1) Io non ho detto esplicitamente che la regione "nostra" potrebbe chiamarsi solo “Emilia”. Colgo però l’occasione di dire che se avesse un nome unico, tale nome dovrebbe essere proprio quello: “Emilia” è denominazione che deriva dalla via omonima, tuttora esistente e così chiamata da Rimini a Piacenza, che ha quasi 2200 anni, non il solo secoletto che vuole Servadei, mentre, proprio al contrario, Romagna è nome che è esistito con vera valenza storica solo dal VI sec. d.C. al 774 (vittoria di Carlo Magno su Desiderio). In seguito, poiché non esiste un popolo romagnolo storicamente, il nome si è mantenuto solo per tradizione; ma esso indicava e indica etimologicamente solo i territori rimasti di lingua latina, dopo le invasioni barbariche: può dunque essere applicato, in teoria, a quasi tutta l’Italia attuale, così come è applicato, con sbaglio d’accento, a un’intera nazione, la Romania. Questa è verità storica.
    2) Servadei dice che i “cartografi seri” sono quelli che tracciano i confini della Romagna così come, di fatto, li vuole lui. No, questi cartografi, se così fanno, non sono seri, perché ignorano la storia (ossia i confini dello Stato della Chiesa, plurisecolari), o comunque non lo sono più di quelli del Touring Club Italiano. Questa è verità storica, mentre Servadei si mostra informato solo da chi vuole o ha scelto lui. Credo sarebbe ora che Servadei, e con lui gli altri seguaci autonomisti, smettessero una volta per tutte di escludere Bologna e Ferrara dalla Romagna. Cito, in proposito, una frase di Nello Bagni, docente universitario: “nel 1852 lo Stato Pontificio fu uno dei primi Stati italiani a introdurre il francobollo sulle lettere. Fu un’autentica rivoluzione nella circolazione delle informazioni, soprattutto nelle Legazioni delle Romagne, ossia le province di Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì” (che chiaramente includeva Rimini). Scriverò anche a chi di dovere perché è ora che nella geografia e cartografia italiana si faccia dovuta chiarezza, là dove non c’è ancora, basandosi sui fatti storici e linguistici (come dirò oltre) e non sulle invenzioni e sulle fantasie faziose di pochi che vogliono ignorare tali fatti.
    3) Servadei commenta il trattino tra Emilia e Romagna, che sarebbe un errore e avrebbe significato diverso da quello fra Trentino e Alto Adige e tra Friuli e Venezia Giulia. Diciamo allora che il trattino si potrebbe eliminare in toto, chiamando la regione Emilia o Emilia Romagna. Le altre regioni nominate non danno, per altro, nessun segno di volontà di scissione. Eppure il Trentino è di lingua italiana e l’Alto Adige di lingua tedesca: questa è una differenza seria, non quella labile della nostra Regione. Approfitto per dire che ho conosciuto, in sede di esami di laurea di miei laureandi, un progetto di macroregione europea (Servadei dice che io invento tale tendenza europea), che accorpa il Tirolo austriaco e quello italiano. Servadei in questo caso è dunque male informato.
    4) Servadei cita lo Schürr, illustre studioso, che ci ha lasciato contributi sui dialetti di parte della Romagna, che il fondatore del M.A.R. vuole sia la Romagna intera. Ora, io ho citato non uno ma alcuni altri studiosi e sono in contatto, per mio mestiere, con altri glottologi, tutti d’accordo con me (e non potrebbe essere altrimenti) sul fatto che i dialetti romagnoli cominciano sul Panaro, tra Modena e Bologna. Questa è la verità.
    5) Servadei non nota che io ho citato Pascoli per l’affetto che egli mostrò, quando, gravemente ammalato, volle venire a morire a Bologna, nella sua terra: so che Pascoli insegnò altrove, cioè a Matera, Massa, Livorno, Messina, Pisa, ma l’illustre poeta non ha voluto morire a Matera, ... E ho citato Zvanì perché il nome è bolognese-romagnolo, come puro dato linguistico. Anche queste cose sono vere.
    6) Servadei cita Malta e Cipro come aventi meno abitanti della Romagna "ristretta" da lui concepita: allora anche la provincia di Bologna è maggiore, con 920.000 abitanti. Ne vogliamo fare una Regione o uno Stato? Malta e Cipro sono Stati, la Romagna no. E la Città del Vaticano è uno Stato, ma non raggiunge i 1000 abitanti. Questi argomenti non sono seri.
    7) Servadei venga a Bologna, fornito, per sua comodità, di una sedia e si ponga a lato di una delle tante strade trafficate: guardi le targhe delle auto che circolano, targhe ora parzialmente ripristinate: vedrà tanti “FC”, “RA”, “RN”, e anche “FE” e “MO”, mentre le targhe “RE” saranno assai poche ma sempre più che le quasi assenti “PR” e “PC”. Bologna, secondo lui, fa regione con Piacenza, con cui non ha rapporti (di buona lontananza), e dovrebbe avere un confine di regione che la divide da Ravenna, Forlì e Cesena, e Rimini, con cui i rapporti sono assai stretti: questi sono fatti e verità visibili, non fantasie e chiacchiere vuote.
    8) Rimane da dire che la Romagna di Servadei è folclore e basta, non ci sono supporti né storici, né geografici, né linguistici (sono tutti argomenti di cui ho dovuto scrivere ormai due volte, senza chiacchiere faziose e ascientifiche). Ma ci sarebbe molto altro da dire. Sceglierò solo due argomenti, concludendo.
    9) Se io avessi usato gli stessi argomenti a favore della causa di Servadei, girandoli come una frittata, si può essere certi che tali miei argomenti sarebbero per lui divenuti improvvisamente "scientifici", ben documentati, validi, probanti, ecc.: il problema sta nel fatto che dire la verità dà molto incomodo a chi non la vuole vedere. Ed è verità, ripeto: non si tratta di argomentazioni personali, ma di fatti incontrovertibili; quanto alla storia, non l’ho fatta io; la geografia e la linguistica neppure, le ho solo studiate, con amore della verità scientifica.
    10) Servadei pensa che io scriva secondo personali sentimenti e abbia perduto di vista la realtà: ma la realtà è quella di Servadei o quella scientifica di cui finora ho parlato e che come è mia dovrebbe essere anche sua? E, per altro, gli dico che preferisco essere sentimentale che politicizzato. Magari tutti parlassimo con i sentimenti e non in ragione di interessi personali. Come bolognese mi sento romagnolo (e ho diritto di sentirmi tale finché vivo): fra l’altro, dicendo ciò a miei amici e ai miei studenti della nostra Romagna ho solo suscitato affetto e lieta meraviglia, quando hanno udito che un bolognese si sentiva uno di loro e amava la loro-nostra terra. I sentimenti vanno rispettati, perché dicono il vero, sempre che sia un vero che sfugge ai calcoli e che sia supportato dalla verità scientifica. Il mio studio —dice Servadei— è “soggettivissimo”. No, ripeto fino allo sfinimento, dice verità storiche, geografiche e linguistiche: dove "mettiamo" —aggiungo— la “biblioteca della deputazione di storia patria per le province di Romagna Giancarlo Susini” (che ha sede a Bologna in via Manzoni)? Ecco altri fatti, non menzogne, tenuto anche conto che Giancarlo Susini è stato un personaggio di larga fama. Credo invece sia Servadei colui che propone argomenti soggettivissimi; vorrei che dicesse, piuttosto, la verità, tanto più che la conosciamo tutti, quella che, se la dico io, fa male: ci sono interessi partitici degli autonomisti e non interessi veri per la gente di Romagna (incluse le escluse Bologna e Ferrara, per motivi di gelosia e di interesse). Ma che si tratta di un fatto politico e non si parli a nome della gente di Romagna (quale?) è dimostrato dal fatto che non c’è tanta unanimità di intenti, e che "portatrice" di certe idee c’è solo una parte di popolo imbonito e catechizzato. Che l’autonomismo-specchietto per le allodole sia un fatto politico (e in proposito giudico squallido l’attaccarsi a un personaggio discutibile come Bossi), non sentito quindi da tutti, lo dimostra un’altra verità: tale autonomismo è così poco convincente che la gente di Romagna (quale?) ne è disinformata (non gliene importa nulla), e non sa se dare o meno il consenso, ma soprattutto manca il consenso unanime dei politici: il sindaco di Rimini è perplesso, quello di Ravenna è contrario, il Presidente regionale Errani è contrario. Sono tutti romagnoli D.O.C. e non sono degli imbecilli. Se il problema fosse vero, serio, grave e sentito, sarebbero tutti consenzienti. Non avrei finito, ma la breuitas ha le sue esigenze.
    Grazie.

    Franco Cavazza



    tratto da il
    Pensiero Mazziniano


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    Predefinito tratto da IL PENSIERO MAZZINIANO

    La scomparsa di Guido Lunedei

    Cervia I Mazziniani di Cervia piangono la morte del Caro Amico Guido Lunedei avvenuta il 30 Aprile 2003.
    Di famiglia mazziniana e repubblicana da sempre, dalla madre (una delle poche donne a prender parte alla rivolta della “settimana rossa”) aveva ricevuto “l’impeto repubblicano”, l’intransigenza e la generosità.
    Gli piaceva ricordare la partecipazione dei suoi genitori ai moti dell’età giolittiana e agli scioperi del 1922. Alla repressione che ne seguì i genitori furono condannati a tre mesi di carcere. La madre, Maria Simoni, fu l’unica donna romagnola a finire in prigione in quegli anni e Guido ne andava fiero.
    Ci mancherà molto questo mazziniano vissuto in piena coerenza con i suoi principi, sicché per tutti gli amici era un esempio di altruismo e dirittura morale. Col suo bastone ci ammoniva e ci incitava ad andare avanti sempre, negli ideali del suo Mazzini con l’intransigenza propria dei veri mazziniani. Uomo allergico ai compromessi, i suoi racconti erano sempre insegnamenti per tutti noi; la sua saggezza, la sua amicizia, i suoi consigli, la sua generosità l’hanno reso indimenticabile.

    Giuseppe Pomicetti

    L’accorata nota di Giuseppe Pomicetti descrive molto bene la figura di Guido Lunedei, autentico esempio di quella Romagna repubblicana e mazziniana capace di contrassegnare e connotare un’enclave e un intero periodo di storia italiana. Ci siamo ritrovati parecchie sere d’estate a Cervia con Guido, con Giuseppe, Ornella Pieraccini, Paolo Sassetti e tanti altri amici… presenti, qualche volta, Viroli o Balzani. Trebbi d’altri tempi, rallegrati dall’immancabile, squisita, albana di Guido. Ed erano discussioni vere, franche, senza peli sulla lingua. Racconti e ricordi del passato atti non a suscitare nostalgie letargiche, ma a sollecitare emozioni per le nuove generazioni. Autentica scuola repubblicana fondata sul dialogo, sul confronto senza infingimenti; fuori dagli interessi di carriera. Siamo sicuri che le sere d’estate al “punto verde” non saranno più le stesse senza Guido; sarà invece compito dei più giovani far sì che quel pizzico di intransigenza onesta e limpida che caratterizzava Guido, fino a farne un autentico personaggio, non venga mai a mancare nel mondo repubblicano e mazziniano, pena il rischio di vedere scomparire l’essenza di quel mondo.
    s.m.

  10. #60
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    Predefinito tratto da IL RESTO DEL CARLINO 15 novembre 2003

    CESENATICO - I repubblicani di Cesenatico ricordano Primo Bellettini a 25 anni dalla sua scomparsa l'uomo, al quale è intitolata la sezione Mazziniana di Cesenatico. Da giovanissimo si arruolò volontario nella Brigata Garibaldina “Cacciatori delle Alpi”, un reggimento fanteria capitanato da Peppino Garibaldi, nipote dell'eroe dei due mondi. Negli anni Venti fu perseguitato dalla dittatura fascista e dopo l'armistizio fu tra i protagonisti della resistenza. Venne decorato con la medaglia d'argento al valore militare e con la croce d'oro dei combattenti d'Europa.

 

 
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