LA CRISI ECONOMICA IN OCCIDENTE ED IL TERZO MONDO.
Evidentemente c’è nel ns sistema di sviluppo, ispirato al Liberismo, qualcosa che ricorrentemente lo mette in crisi, sì che gli organi istituzionali devono intervenire per rimetterlo in moto.
Fu così con il crollo di Wall Street negli anni 1929-1930, le borse andarono in fumo, capitali di milioni e milioni di Dollari furono bruciati in pochi giorni, gli imprenditori andati in miseria si suicidarono e nessuno poteva più intraprendere nuove attività per ridare slancio all’economia.
Lunghe file di disoccupati si disponevano davanti alle sedi pubbliche per ottenere sussidi od al minimo una scodella di minestra.
Un paese al disastro……. Ma poi venne il Presidente Roosvelt col suo “New Deal” ed applicò òe teorie del Keynes: lo Stato intervenne con finanziamenti per sviluppare una serie di opere pubbliche e così furono creati molti posti di lavoro ed una certa rinascita della libera iniziativa.
Dietro questi incentivi governativi l’economia si rimise in moto, ma chi la riportò ad alti livelli non fu certo lo Stato, furono tante iniziative dei singoli, che ripresero fiducia nel sistema e tornarono ad intraprendere e a investire.
Altro esempio dell’efficacia di finanziamenti ad economie dissanguate fu il piano Marshall disposto dagli Stati Uniti a favore dell’Italia disastrata del dopoguerra.
L’Italia, che aveva in sé risorse imprenditoriali e competenze tecniche per autosvilupparsi, in quegli anni crebbe molto e pure con qualche stortura divenne uno dei principali paesi industriala del mondo.
Da ciò si può concludere che il sistema economico liberale ha il potere di promuovere un grande sviluppo nelle nazioni dove viene applicato, non può essere però completamente sganciato dai controlli governativi non solo perché a causa delle speculazioni finanziarie può implodere, ma anche perché quando si inceppa ha bisogno degli incentivi statali per riprendersi.
Venendo al momento attuale dell’economia occidentale ( Europa ed America), mi sembra che la crisi in atto abbia due ragioni fonfamentali:
- la grande bolla speculativa delle borse gonfiata negli anni ’90 con la creazione di tante società tecnologiche fasulle, fondate sul nulla, i falsi in bilancio di tante società, che volevano far credere di essere in buona salute per attrarre capitali, la grande ingenuità ed anche cinismo di tanti promotori finanziari pronti a rastrellare denaro destinato a finanziare dei deficit, la leggerezza di tutti nel credere di ottenere facili guadagni. Infine la bolla è scoppiata ed il mercato sta mettendo le cose a posto.
- La difficoltà delle aziende a trarre profitto dalle vendite nei mercati occidentali ormai saturi.
La ns economia è per gran parte basata sull’automobile, ma evidentemente oramai il mercato non richiede più tante auto come negli anni passati, semmai sarà in futuro richiesta una diminuzione del traffico automobilistico per evidenti ragioni di inquinamento e di sicurezza.
Questo arresto nelle vendite delle automobili, però non è indolore, poichè molti lavoratori perderanno il posto ed allora è il momento di trovare sbocchi a queste risorse lavorative ed è il governo statale che si deve far carico a trovarli.
La saturazione dei mercati occidentali può essere superata o mettendo a disposizione più risorse ai ceti più deboli, che ancora mancano di molti beni o facendo produrre alle aziende dei beni di utlità pubblica quali strutture sanitarie, ricoveri per anziani ecc..ma sia nell’uno che nell’altro caso lo Stato dovrebbe aumentare l’imposizione fiscale sui ceti abbienti col risultato di deprimere da un lato consumi di un certo valore e dall’altro di inibire gli investimenti produttivi.
Così si vede che la leva fiscale è a doppio taglio….Così facendo, si scivolerebbe pian piano in una economia statalizzata con l’abbassamento del tenore di vita in generale.
Il problema sarebbe risolvibile trovando nuovi mercati, ma è difficile vendere i ns prodotti nei mercati internazionale, perché sono prodotti ad alto costo e ad un contenuto tecnologico non molto
elevato; d’altra parte per produrre merci ad elevato contenuto, occorre avere una ricerca ad un certo livello, ricerca, che, come sappiamo in Italia, non abbiamo.
Rimanendo chiusi in noi stessi difficilmente potremo uscire da queste difficoltà; io credo che uno sbocco a questa situazione potrebbe essere rappresentato dal terzo mondo.
Abbiamo un terzo nell’assoluta povertà, con delle risorse naturali, che non sa sfruttare e bisogna farlo uscire dalla miseria.
L’Italia, come altri paesi occidentali, dovrebbe proporre per i paesi poveri una sorta di piano Marshall, un piano che preveda non solo finanziamenti ma anche l’invio di maestranze, per insegare a lavorare agli indigeni.
Se ad esempio in tanti paesi dell’Africa si creassero dei centri di sviluppo sovvenzionati dall’Occidente, centri nei quali si creassero le condizioni per uno sviluppo agricolo-industriale sotto la guida di ns mestranze, evidentemente prenderemmo tre piccioni con una fava.
Cioè:
- innanzitutto promuovere lo sviluppo dei paesi poveri, nei quali la gente comincerebbe a lvorare ed a rendersi indipendente.
- Occupare molti ns lavoratori, muniti di una certa preparazione tecnico professionale (specie i giovani), che nei paesi poveri potrebbero realizzarsi sie economicamente che moralmente.
- Dare l’opportunità alle ns aziende di trovare nuovi mercati.
Gli stati occidentali dovrebbero finanziare i piani di costruzione di questi centri di sviluppo e favorire l’insediamento di tante ns aziende con chiari intenti di sviluppare la nazione ospitante e di dare ossigeno anche al ns mercato del lavoro.
Ovviamente non mi nascondo le gravi difficoltà politiche ad organizzare tale sistema, che molti vorrebbero vedere come un neo colonialismo, ma che in realtà non è, perché in realtà si tratterrebbe di insegnare a lavorare a chi non lo sa e quindi a educare a rendere auto sufficienti tante popolazioni.
Catone




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