di SEBASTIANO MESSINA
D'accordo, ci stiamo abituando a tutto, in quest'Italia berlusconiana dove anche l'antico confine tra guardie e ladri è sfumato, dissolto, evaporato in un intreccio di imputati che dettano le leggi, di poliziotti che si fanno arrestare e di giudici che finiscono sotto inchiesta. Eppure c'era davvero qualcosa di surreale, nelle immagini che i telegiornali di ieri ci hanno consegnato all'ora di pranzo: quel giovanotto in sahariana che alla nove di sera di un giorno qualsiasi, senza sapere di essere sotto le telecamere nascoste dei carabinieri, esce dal massiccio portone del ministero dell'Economia - il solenne palazzone di via XX Settembre - e si infila rapido in un coupé straniero. Perché mentre quelle immagini scorrevano, nella loro apparente insignificanza, la voce del telegiornale ci spiegava che secondo il rapporto dei carabinieri quell'uomo - si chiama Alessandro Martello - aveva appena consegnato 20 grammi di cocaina a qualcuno, nelle stanze del ministero.
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A chi li abbia consegnati, non si sa. Forse il magistrato lo sa, e non ce lo dice. Non importa. Quello che colpiva, in quelle riprese che somigliavano ai filmati segreti di "Scherzi a parte", era l'apparente normalità di quei trenta secondi: l'uomo era appena passato davanti a un posto di guardia, aveva superato il controllo dei finanzieri ed entrava con la massima naturalezza in una macchina che lo aspettava col motore acceso proprio davanti al portone di uno dei ministeri-chiave del governo Berlusconi. Si muoveva come se uscisse da un ristorante di via Veneto, o da un caffè alla moda di Palermo. Eppure, se i carabinieri hanno visto giusto, aveva appena consegnato una piccola partita di cocaina, e dunque era - tecnicamente - uno spacciatore.
Non era la prima volta, ha scritto il giudice nell'ordinanza di custodia cautelare, che Alessandro Martello entrava e usciva quel portone. Nel registro del ministero, sono stati trovati 15 "passi" a suo nome, e forse lui è salito molto più spesso per le solenni scale del palazzo, visto che ormai era diventato di casa. Già, perché questo trentenne della Palermo-bene, cresciuto tra le feste della nobiltà siciliana e la coltivazione delle amicizie "giuste", era entrato per la prima volta nel palazzo quattro anni fa, diretto alle stanze di "Sviluppo Italia", dove ricopriva la carica tutta italiana di consulente di un consulente. Ma c'è tornato tante volte senza alcuna apparente motivazione, anche dopo che questo evanescente rapporto si era concluso. A far cosa? Non lo sappiamo. Quel trentenne senza ormai né arte né parte, bussando per quindici volte in un anno alla porta del ministero, era diventato una faccia conosciuta per i finanzieri di guardia, per i commessi e per la sicurezza. Di giorno si faceva beccare dai teleobiettivi dei carabinieri mentre pranzava nei ristoranti di via Veneto con un pusher di grido, di pomeriggio si faceva intercettare sul telefonino mentre si vantava di dover consegnare 20 grammi di cocaina al ministero, e la sera finiva nel mirino delle telecamere nascoste mentre usciva da via XX Settembre.
Un'impresa che avrebbe fatto desistere qualunque spacciatore - la consegna della coca dentro un ministero - non lo spaventava affatto, commenta il giudice, "probabilmente in quanto Martello ritiene di godere di 'protezione' di personaggi influenti e di poter eludere il servizio di vigilanza perché non sospettabile di attività delittuose, circostanza che gli permette di entrare liberamente in ora serale all'interno del ministero".
"Martello non era un mio collaboratore" precisa Miccichè, e non c'è motivo di dubitarne. Ma dopo aver visto quel filmato al telegiornale, dopo aver letto le amare considerazioni del giudice, ci piacerebbe sapere da chi andava, quella sera, quel giovanotto con la cocaina nella tasca della sahariana. Chi era l'uomo del ministero che gli aveva dato appuntamento nelle stanze di via XX Settembre, sfidando anche lui i controlli della sicurezza e la vigilanza della guardia di finanza? Chi erano i "personaggi influenti" che lasciavano credere a questo spregiudicato trentenne siciliano di avere la protezione politica per qualunque impresa? E come fa, il ministero dell'Economia, a rimanere in silenzio dopo quello che è stato scritto, dopo quello che è stato visto in tv nelle ultime 48 ore? Non sentono, il ministro Tremonti e il viceministro Micchichè, l'ombra pesante del sospetto che grava sul palazzo che fu di Marco Minghetti e di Agostino Depretis? Ecco delle domande che meriterebbero qualche risposta, in un paese che non considerasse la visita del pusher come un'appendice serale del tran tran ministeriale.
(29 giugno 2002)




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Sulla lapide scriveremo "Fu ignorato dagli avversari ingiustamente"
