Il concetto di "ridistribuzione della ricchezza" è molto corrente e fino a qualche anno fa è stato furiosamente di moda. Esso tuttavia si presta ad un esame istruttivo già partendo dalle parole che lo esprimono.
Secondo la concezione medievale, la ricchezza non era qualcosa che veniva prodotto ma qualcosa che si possedeva. Qualcosa di obbiettivo, di materiale e, per così dire, d’immutabile. Ricchezza erano i fondi del feudatario, il suo castello, i suoi animali. Sicché chi avesse sognato la ricchezza non avrebbe sognato qualcosa di vago e fungibile, ma proprio quei fondi, quel castello, quei beni. La ricchezza non era qualcosa da creare ma da andare a prendere.
Questa concezione antica ha avuto - e in parte continua ad avere - esiti recenti. Quando ci si lascia andare a sognare una rivoluzione per la quale ci si va ad impossessare dei beni dei ricchi si esprime un concetto antico e un po' assurdo. Basterà infatti notare che se quei beni venissero divisi tra tutti, nessuno sarebbe ricco. Mentre se di quei beni s’impossessasse un solo uomo, si avrebbe solo un mutamento nella persona del ricco.
I demagoghi, tuttavia, non predicano una rapina collettiva al castello: parlano, da sempre e compuntamente, di "ridistribuzione della ricchezza". Questo concetto è mitologico. Esso implica che in partenza ci sia stata un’ingiusta distribuzione (ecco perché si parla di ri-distribuzione) operata da qualcuno o qualcosa: il destino? le differenze sociali? l'oppressore? il capitalismo? Il risultato è che ci sarebbero quelli che, senza merito, hanno di più e quelli che, senza demerito, hanno di meno. Si prescinde cioè totalmente dal modo in cui si è in concreto venuti in possesso di ciò che si ha: si assume semplicemente che si è trattato di un modo disonesto e dunque che è necessaria una seconda distribuzione. Una distribuzione giusta, finalmente. Tutto questo benché l'osservazione quotidiana mostri che gente prima ricca s’impoverisce e gente prima povera si arricchisce. Che alcuni imprenditori, caduti in miseria, riescono a tornare ad essere ricchi. La cosa del resto non è stupefacente: per sperperare una ricchezza basta un cretino, e quanto ad arricchirsi, ci sono sempre state persone che ce l’hanno fatta.
La ridistribuzione operata di forza dovrebbe correggere le ingiustizie. Il risultato tuttavia, ogni volta che s’è tentato l’esperimento, è stato quello di rendere poveri tutti. Non solo quelli che prima stavano bene, e anche quelli che stavano così così: perfino i poveri sono diventati ancora più poveri.
Molto è dipeso dal fatto che si è sbagliato concetto di ricchezza. Nel mondo contemporaneo esso è molto vicino al concetto di produzione. Anni fa, quando il Giappone era il leggendario paese in cui tutti lavoravano come pazzi pur ricevendo paghe di fame (con scandalo dei sindacalisti occidentali), qualcuno faceva notare che, lavorando e producendo in quel modo, era inevitabile che creassero una grande ricchezza e che essa ricadesse infine su tutti. Pareva una bestemmia. Era tanto più comodo, in un paese come l'Italia, in cui esisteva quasi una mistica dello sciopero, trattare i Giapponesi da pazzi sfruttati. Invece il tempo ha mostrato che più grande è la torta, più grandi sono le fette dei commensali.
È pure vero che, come notano soprattutto gli invidiosi, le fette della torta non sono tutte uguali: in generale esse corrispondono ai meriti economici del prenditore. Il fatto che si tratti di meriti economici, e non morali o d’altro genere, va sottolineato. Dal punto di vista culturale un professore di filosofia vale certo più di un celebre cantante rock, ma dal punto di vista economico il servizio fornito dal cantante è pagato secondo la legge della domanda e dell'offerta, e dunque molto meglio. Gli intellettuali invocano spesso correttivi morali alle leggi dell'economia proprio perché non se ne sentono avvantaggiati. Possibile che l'idraulico guadagni più di me? Sì, è possibile, e loro hanno torto. Se proprio volessero guadagnare di più dovrebbero divenire celebri cantanti rock, o almeno idraulici.
Fra le ingiustizie più notate, come ha ben notato Rousseau, c’è il fatto che il figlio del ricco nasce ricco. Si tratta effettivamente di un fenomeno molto fastidioso. Ma la possibilità di lasciare qualcosa ai figli, morendo, è una delle molle della produzione. Una molla talmente preziosa, che la società nel suo complesso non vi può rinunciare. Non rimane che sperare che il figlio del ricco, se cretino, finisca col diventare povero. Non è difficile. E se povero non diviene, significa che ha saputo amministrare la sua ricchezza. È un merito come un altro.
A mostrare quanto poco convinta di questi principi economici sia la società italiana basta il fatto che anche il possesso di una seconda casa, per pressoché unanime consenso, è considerato l’effetto di una distribuzione ingiusta. Da questo deriva l'equo canone. La ricchezza dell'imprenditore, visto che si tratta spesso di una persona prosaica, avida di denaro, culturalmente o moralmente mediocre, non può che essere biasimevole. Probabilmente s’è arricchito sfruttando i suoi dipendenti in maniera disonesta. Ecco perché è giusto tassare i redditi d’impresa in maniera punitiva. Ed ecco perché tutti invocano la lotta all'evasione fiscale (altrui). Il mito della ricchezza ingiustificata - e dunque immorale - sembra indistruttibile.
La prosperità di alcuni paesi è derivata anche dal fatto che i Protestanti considerano la ricchezza una delle prove del favore divino. Per i cattolici rimangono poche speranze.